Libro I · Canto II
Grandonio contro tutti
Angelica scappa per non sposare Feraguto, Orlando e Rinaldo la inseguono, e a Parigi un saraceno gigantesco abbatte i migliori cavalieri.
In breve
Il duello tra Argalia e Feraguto non può finire: le armi di Argalia sono incantate e Feraguto è fatato, cioè invulnerabile. Feraguto propone la pace in cambio di Angelica, ma lei non lo vuole: è scuro, sporco e furioso, e lei vuole un biondo. Così sparisce con la magia e il fratello scappa verso le Ardenne. Astolfo, di nuovo libero, torna a Parigi con la lancia d'oro di Argalia, senza sapere che cosa può fare. Rinaldo si lancia all'inseguimento; Orlando, dopo aver pianto sul letto per amore e per gelosia, parte di notte, di nascosto.
A Parigi comincia la giostra: chi vince resta in campo e affronta il successivo. Serpentino abbatte tre cavalieri, Ogier il Danese abbatte lui e altri cinque, poi arriva Grandonio, un saraceno grande come un gigante, che butta giù di sella un paladino dopo l'altro, compreso Oliviero. Carlo Magno, furioso, se la prende con Orlando che non c'è. Allora si fa avanti Astolfo, tra lo sconforto generale.
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Capitolo 02
Inseguimenti e fonti magiche
3 scene su questo canto · 2 min
- Scena 01La fuga dalla fonte0:44
- Scena 02La lancia dimenticata0:45
- Scena 03Una partenza di nascosto0:49
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
Vi ricordate di Feraguto e Argalia? Si stavano sfidando con la spada, ma nessuno dei due riusciva a vincere. Le armi di Argalia erano incantate. Feraguto, invece, era fatato: un incantesimo lo proteggeva e le spade non gli facevano niente. Potevano andare avanti per sempre!
Allora Feraguto fece una proposta: «Dammi tua sorella in sposa e facciamo la pace.» Argalia andò a chiederlo ad Angelica, ma lei non ne volle sapere. Feraguto aveva gli occhi rossi, i capelli neri e ricci e la faccia sempre impolverata, perché lavarsi non gli piaceva per niente. E Angelica voleva a ogni costo un biondo!
Così la principessa sparì con la magia, e Argalia scappò al galoppo verso la foresta delle Ardenne. Feraguto restò sul prato con un palmo di naso. Cercò dappertutto, ma non trovò nessuno.
Astolfo, di nuovo libero, tornò verso Parigi. La sua lancia si era rotta, così prese quella d'oro che Argalia aveva lasciato appoggiata al pino. Non sapeva che era proprio la lancia magica che lo aveva fatto cadere!
Per strada incontrò Rinaldo e gli raccontò tutto. Rinaldo partì subito all'inseguimento. Orlando, quando lo seppe, si buttò sul letto e pianse come un bambino: era innamorato e geloso. Quella notte indossò l'armatura di nascosto, salì sul suo cavallo Brigliadoro e uscì da Parigi senza dirlo a nessuno.
Intanto a Parigi cominciò la giostra, cioè il torneo. Due cavalieri correvano l'uno contro l'altro con la lancia, e chi restava in sella sfidava il successivo. Il saraceno Serpentino fece cadere tre cavalieri. Poi arrivò Ogier il Danese e buttò giù lui e altri cinque.
Ma a quel punto entrò in campo Grandonio, un saraceno grande come un gigante. Al posto della lancia usava un enorme palo da nave, di quelli che reggono le vele! Fece cadere Ogier, e poi un paladino dopo l'altro. Alcuni cavalieri, appena lo videro, sgattaiolarono via dalla piazza. Anche il coraggioso Oliviero lo sfidò, ma volò giù da cavallo con l'elmo spaccato. Tutti trattennero il fiato.
Carlo Magno era furioso. «E Orlando dov'è?» gridò. Se la prese con lui, che proprio quel giorno non c'era. Allora si fece avanti Astolfo, elegantissimo come sempre. Non sperava di vincere: voleva solo aiutare il suo imperatore. Chi lo conosceva sospirò: «Oh no, mandateci un altro!» Però Astolfo aveva in mano una lancia speciale, e non lo sapeva.
Come andrà a finire? Corri a leggerlo nel prossimo canto.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
Ferro contro incanto ott. 1–5
«Vi ho cantato, signori» riprende il poeta, «come Argalia e Feraguto erano arrivati a battersi.» Le armi di Argalia sono tutte incantate; Feraguto invece è fatato, cioè invulnerabile, tranne nella pancia, che però tiene coperta con venti piastre d'acciaio.
Due leoni infuriati nel bosco, due tuoni nel cielo in tempesta sarebbero niente in confronto a quei due: quando le spade si incontrano sembra che il cielo bruci e il mondo crolli. Ognuno è convinto di essere il migliore, trema di rabbia e suda di fatica.
Argalia colpisce con tutta la forza la testa nuda del nemico e crede di aver chiuso la partita; ma la spada torna su senza una goccia di sangue, e per lo stupore gli si rizzano i capelli. «Raccomandati a Macone» grida Feraguto, «che con questo colpo ti mando da lui!» Colpisce a due mani, con una forza che avrebbe spaccato una montagna di diamante, ma l'elmo fatato toglie alla spada ogni potere. Feraguto resta così sbalordito che non sa se è vivo o morto.
Una proposta di pace ott. 6–9
I due restano per un po' in silenzio, così meravigliati l'uno dell'altro che quasi non osano parlare. Poi Argalia dice: «Barone, tutte le mie armi, dalla testa ai piedi, sono incantate. Lascia perdere: da questa battaglia avrai solo danno e vergogna.»
«Per Macone» risponde Feraguto, «io le armi le porto per bellezza, non per bisogno: sono fatato dappertutto, tranne in un punto. Ti do un buon consiglio, anche se non me lo chiedi: non rischiare la vita e lasciami tua sorella, quel giglio fiorito, altrimenti non ti salvi. Se me la dai in pace, ti sarò grato per sempre.»
Argalia accetta volentieri: Feraguto sarà suo fratello e suo cognato. «Ma prima voglio sapere se ad Angelica sta bene: senza di lei l'affare non si fa.» Feraguto è d'accordo e lo lascia andare a parlarle.
Angelica vuole un biondo ott. 10–13
Bisogna sapere che Feraguto, per quanto giovanissimo, ha la pelle scura, la voce superba e un aspetto terribile: occhi rossi che sbattono in fretta, la faccia sempre impolverata, perché lavarsi non gli è mai piaciuto, e una testa a punta piena di riccioli neri come il carbone.
Ad Angelica, che vuole a ogni costo un biondo, non piace per niente. «Caro fratello» dice ad Argalia, «piuttosto che sposare costui preferirei annegare in questa fontana o andare a mendicare per il mondo. Meglio morire che vivere con un pazzo furioso. Torna a combattere con lui: intanto io, con la magia, mi farò portare verso casa. Poi voltagli le spalle e scappa anche tu, che nessun cavallo regge il passo del tuo. Ti aspetterò nella foresta delle Ardenne, per tornare insieme dal nostro vecchio padre, oltre il mare. Se entro tre giorni non arrivi, volerò via da sola nel vento, visto che ho il libro di quel cane che voleva disonorarmi sul prato; tu tornerai poi per terra, che la strada la conosci.»
Angelica sparisce ott. 14–16
Argalia riferisce che la sorella non ne vuole sapere, e il duello ricomincia: Feraguto è deciso a vincere o a morire. All'improvviso Angelica sparisce davanti ai loro occhi. Feraguto, sospettoso come ogni innamorato, se ne accorge subito, perché la guardava spesso e vederla gli raddoppiava le forze; ora non sa più che cosa fare. Proprio in quel momento Argalia volta il suo cavallo, che non ha uguali al mondo, e scappa dal prato spronando più che può.
Feraguto capisce di essere stato imbrogliato. Esce di corsa dal prato e fruga il bosco lì intorno, con la faccia in fiamme per la beffa; ma, per quanto cerchi, non trova niente.
Astolfo libero, Rinaldo al galoppo ott. 17–20
Torniamo ad Astolfo, rimasto solo alla fontana: si è goduto il duello e ora, libero, ringrazia Dio a mani giunte. Monta a cavallo con tutta l'armatura, ma gli manca la lancia, perché la sua si è spezzata quando è caduto. Appoggiata al pino vede quella di Argalia, bellissima, con lamine d'oro e smalti, e la prende solo perché non ne ha un'altra, senza immaginare che possa dargli qualche vantaggio.
Allegro come chi è appena uscito di prigione, appena fuori dal boschetto incontra Rinaldo e gli racconta tutto. Il figlio di Amone, che per amore non trova pace, era uscito dalla città proprio per sapere che cosa avesse combinato Feraguto. Quando sente che i fuggitivi vanno verso le Ardenne non risponde nemmeno: volta il cavallo e sprona. E se la prende con il povero Baiardo, chiamandolo ronzino e asino lento, mentre corre così forte che una freccia lo raggiungerebbe a fatica.
Le lacrime di Orlando ott. 21–28
Lasciamo andare Rinaldo. Astolfo rientra in città e Orlando, prendendola alla larga, gli chiede com'è andata la battaglia, senza dirgli niente del suo amore: sa bene che Astolfo è vanitoso e chiacchierone. Quando sente che Argalia è fuggito nel bosco con la ragazza e che Rinaldo li insegue, se ne va scuro in faccia e si butta sul letto; e il fiore dei campioni piange come un ragazzino.
«Povero me, non ho difese contro il nemico che ho nel cuore! Perché non posso prendere Durindana e combattere contro questo amore? Brucio d'amore e gelo di gelosia. Non so nemmeno se quella figura d'angelo si degnerà di amarmi: chi sarà amato da lei sarà il figlio prediletto della fortuna. Ma se lei mi disprezzerà, mi darò la morte con le mie mani.
E se Rinaldo la trova nel bosco? Lo conosco, quel furfante: con lui nessuna ragazza è al sicuro. Forse le è già vicino, e io me ne sto qui come una donnicciola, con la guancia sulla mano, a piangere inutilmente! Non voglio morire di vergogna. Dio mi è testimone: stasera partirò da Parigi da solo e cercherò quel bel viso finché non lo trovo, d'estate e d'inverno, in terra, in mare, in cielo e all'inferno.»
Si alza e aspetta la sera, ma un attimo gli sembra cent'anni: va su e giù rodendosi e fa un piano dopo l'altro. Quando scende la notte indossa l'armatura di nascosto; non porta il suo stemma a quarti, ma una sopravveste rosso scuro. Monta su Brigliadoro ed esce dalla città in silenzio, senza che lo sappia nessun servitore o scudiero. Sospirando, prende la strada delle Ardenne.
Le regole della giostra ott. 29–36
Ora tre grandi campioni girano il mondo in cerca d'avventura: Rinaldo, Orlando e Feraguto, il fiore dei pagani. Lasciamoli andare, dice il poeta, e torniamo a Carlo Magno. L'imperatore riunisce il consiglio, con il conte Gano, il duca Namo e re Salamone, e propone le regole della giostra: chi entra nel recinto affronta gli sfidanti uno dopo l'altro, finché la fortuna o la forza lo sostengono; chi lo abbatte prende il suo posto, finché uno resta padrone del campo e vince la corona.
Tutti lodano l'idea. La giostra comincerà il giorno dopo, e il primo a difendere il campo sarà Serpentino.
Il giorno è sereno, il sole più bello che si sia mai visto. Per primo entra re Carlo, disarmato tranne le gambe, su un grande cavallo coperto di maglia di ferro, con un bastone in mano e la spada al fianco, servito a piedi da conti e baroni. Poi arriva Serpentino, splendido nella sua armatura ricamata di perle e pietre preziose, con una grande stella d'oro sullo scudo azzurro. Il suo cavallo scalpita, con gli occhi di brace e la schiuma al morso, e soffia come se buttasse fuoco; il cavaliere, fiero e saldo in sella, gli somiglia. Tutti lo indicano col dito, sicuri che sarà lui a vincere. Serpentino fa il giro del campo e si pianta lì come una torre. Le trombe suonano ed entrano gli sfidanti, coperti di tanto oro e tanti gioielli che basterebbero a decorare il paradiso.
Il cavaliere della Stella ott. 37–42
Il primo è il paladino Angelino di Bordeaux, maestro di guerra e di giostre, con una luna d'argento in campo azzurro. I due si lanciano l'uno contro l'altro; Angelino colpisce per primo, ma Serpentino, invece di piegarsi all'indietro, si butta in avanti incontro al colpo e lo centra sulla visiera, facendogli mostrare al cielo le piante dei piedi. La piazza grida: il premio è del cavaliere della Stella!
Poi Serpentino fa sbattere la testa sulla sabbia a Riccardo, signore della Normandia, e butta a terra con tutto il cavallo re Salamone, dallo scudo a scacchi. Suo padre, re Balugante, è al settimo cielo.
Ora è il turno di Astolfo, con la lancia di Argalia e tre leopardi d'oro in campo rosso. Ma il cavallo gli crolla sotto: Astolfo sviene e si sloga il piede destro. Tutti ne sono dispiaciuti, forse Serpentino più di tutti, perché sperava di buttarlo giù lui; ma, dice il poeta, si sbagliava di sicuro. Astolfo viene portato nel suo palazzo, dove riprende i sensi e gli rimettono a posto il piede.
Ogier il Danese ott. 43–49
Ma Ogier il Danese, con uno scaglione d'argento sullo scudo azzurro e un basilisco sull'elmo, non ha paura di Serpentino. Parte veloce come il vento del nord sul mare, e lo scontro rimbomba come un tuono: è il colpo più violento della giornata. Il Danese spezza i due arcioni della sella di Serpentino e lo fa volare oltre la groppa del cavallo, lungo disteso sulla sabbia.
Ora è Ogier a difendere il campo. Abbatte re Balugante, furioso per la caduta del figlio; abbatte il giovane Isolieri, fratello di Feraguto, che resta svenuto per sette ore; abbatte Gualtiero da Monleone. «Cristiani, non facciamoci la guerra tra noi» dice, «che i saraceni ci prendono in giro!» Poi butta giù il pagano Spinella da Altamonte e Matalista, il fratello della bella Fiordespina. Ma adesso si muove Grandonio, quel cane rabbioso. Che Dio aiuti Ogier, dice il poeta, perché al mondo non c'è saraceno più forte.
Grandonio fa il vuoto ott. 50–58
Grandonio è grande come un gigante e porta uno scudo nero con un Macone d'oro. Tutti i cristiani hanno paura di lui. Gano di Pontieri, appena lo vede, sguscia via dalla piazza, e fanno lo stesso Macario di Losanna, Pinabello, il conte di Altafoglia e Falcone. Della famiglia dei traditori resta solo Grifone: per coraggio, per vergogna, o forse perché non si è accorto che gli altri se ne andavano.
Grandonio usa come lancia un'antenna da nave, e il suo cavallo spacca le pietre e fa tremare la terra. Colpisce il Danese in mezzo allo scudo, glielo spezza e lo butta a terra stordito con tutto il cavallo: il duca Namo lo porta fuori dal campo, e Ogier resterà a letto più di un mese. I saraceni esultano. Turpino di Rana si lancia contro il gigante, ma il prete vola giù di sella e per poco non muore.
Intanto Astolfo è tornato in piazza su un palafreno bianco, senza armatura, e scherza con le dame: ha sempre la battuta pronta. Mentre lui chiacchiera, Grandonio abbatte Grifone. «Cristiani, siete già tutti stanchi?» grida. Cadono Guido di Borgogna e Angelieri; cadono uno dopo l'altro Avino, Avolio, Otone e Berlinghieri, con lo scudo a scacchi d'oro e d'azzurro che, dice il poeta, è ancora oggi lo stemma della Baviera. Grandonio uccide Ugo di Marsiglia, abbatte Ricciardetto e Alardo, e più giostra più è forte, mentre insulta Carlo e chiama vigliacchi tutti i cristiani. L'imperatore è scuro in volto. Ma ecco arrivare il marchese Oliviero.
Oliviero contro il gigante ott. 59–63
Sembra che il cielo si rassereni. Carlo gli va incontro festante, suonano trombe e corni e tutti gridano: «Viva Oliviero, marchese di Vienna!» Grandonio ride e afferra la sua antenna.
I due partono con tutta la loro furia, mentre il pubblico trattiene il fiato. Oliviero colpisce in alto lo scudo del gigante, trapassa tutte e nove le piastre d'acciaio e l'usbergo e gli pianta nel petto metà della punta di ferro. Ma Grandonio lo prende in fronte con l'antenna e lo sbalza di sella, facendolo volare a sette braccia dal cavallo. L'elmo è spaccato in due e tutti giurano che Oliviero è morto. Carlo piange: «Barone glorioso, onore della mia corte, figlio mio! Come può Dio permettere un male così grande?»
Grandonio ora non sta più nella pelle: «Paladini, beoni, andate all'osteria, gente senza nerbo! Io so fare altri giochi che alzare il bicchiere. Gagliarda, questa Tavola Rotonda, quando minaccia e non c'è nessuno che risponda!»
Tocca ad Astolfo ott. 64–68
Carlo si guarda intorno con gli occhi in fiamme: «Dove sono quelli che mi devono obbedienza e oggi mi hanno abbandonato? Dov'è Gano? Dov'è Rinaldo? E dov'è Orlando, quel traditore?» E lo copre di insulti, giurando che, se torna, lo impiccherà con le sue mani.
Astolfo, che ascolta da dietro, sgattaiola via, corre a casa e in un attimo torna in piazza armato. Non spera di vincere: vuole solo fare il suo dovere per Carlo. In sella fa la sua figura, ma chi lo conosce sospira: «Oh Dio, mandaci un altro aiuto!» Astolfo si inchina con grazia: «Signore, vado a buttare giù di sella quel superbo, visto che lo desideri.» Carlo, che ha altro per la testa, risponde sdegnato: «Vai pure, e che Dio ti aiuti!» E ai suoi brontola: «Ci mancava solo quest'altra vergogna.»
Astolfo minaccia il pagano di farlo prigioniero e di metterlo a remare su una nave, e il gigante va su tutte le furie. «Nel prossimo canto» promette il poeta, «se Dio me lo concede, vi racconterò un'avventura più strana di qualunque altra abbiate mai sentito o letto.»
Parole difficili
- panza ott. 1: pancia.
- Macon ott. 4: Macone, cioè Maometto. Nei poemi cavallereschi i saraceni lo invocano come un dio.
- affatato ott. 5: fatato, reso invulnerabile da un incantesimo.
- colpezare ott. 6: menare colpi.
- necromanzia ott. 12: negromanzia, arte magica.
- selva de Ardena ott. 12: la foresta delle Ardenne, tra Francia e Belgio.
- gabato ott. 16: gabbato, imbrogliato.
- Duca dal pardo ott. 20: Astolfo, che ha i leopardi nello stemma (pardo vuol dire leopardo).
- rozone ott. 20: ronzino, cavallo da poco.
- zanzatore ott. 21: chiacchierone.
- zelosia ott. 23: gelosia.
- rengo ott. 30: il recinto della giostra. "Tenere il rengo" vuol dire difendere il campo contro tutti gli sfidanti.
- cimiero ott. 35: ornamento in cima all'elmo.
- scaglion ott. 43: scaglione, figura dello stemma a forma di V rovesciata.
- basalisco ott. 43: basilisco, serpente favoloso che uccideva con lo sguardo.
- caleffarci ott. 47: prenderci in giro.
- antena ott. 52: antenna, il lungo palo di legno che regge la vela di una nave.
- usbergo ott. 61: la cotta di maglia di ferro che protegge il busto.
Il testo di Boiardo
68 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Io vi cantai, segnor, come a battaglia Eran condotti con molta arroganza Argalia, il forte cavallier di vaglia, E Feraguto, cima di possanza. L’uno ha incantata ogni sua piastra e maglia, L’altro è fatato, fuor che nella panza; Ma quella parte d’acciarro è coperta Con vinte piastre, quest’è cosa certa.
Chi vedesse nel bosco duo leoni Turbati, et a battaglia insieme appresi, O chi odisse ne l’aria duo gran troni Di tempeste, rumore e fiamma accesi, Nulla sarebbe a mirar quei baroni, Che tanto crudelmente se hanno offesi; Par che il celo arda e il mondo a terra vada, Quando se incontra l’una e l’altra spada.
E’ si feriano insieme a gran furore, Guardandosi l’un l’altro in vista cruda; E, credendo ciascuno esser megliore, Trema per ira, e per affanno suda. Or lo Argalia con tutto suo valore Ferì il nemico in su la testa nuda, E ben si crede, senza dubitanza, Aver finita a quel colpo la danza.
Ma poi che vidde il suo brando polito Senza alcun sangue ritornar al celo, Per meraviglia fu tanto smarito, Che in capo e in dosso se li aricciò il pelo. In questo Feraguto l’ha assalito; Ben crede fender l’arme come un gelo, E crida: Ora a Macon ti raccomando, Chè a questo colpo a star con lui ti mando.
Così dicendo, quel barone aitante Ferisce ad ambe man con forza molta; Se stato fosse un monte de diamante, Tutto l’avria tagliato in quella volta. L’elmo affatato a quel brando troncante Ogni possanza di tagliare ha tolta. Se Feragù turbosse, io non lo scrivo; Per gran stupor non sa se è morto o vivo.
Ma poi che ciascadun fu dimorato Tacito alquanto, senza colpezare (Chè l’un de l’altro è sì meravigliato, Che non ardiva a pena di parlare), L’Argalia prima a Ferragù dricciato Disse: Barone, io ti vo’ palesare, Che tutte le arme che ho, da capo e piedi, Sono incantate, quante tu ne vedi.
Però con meco lascia la battaglia, Chè altro aver non ne puoi, che danno e scorno. Feragù disse: Se Macon mi vaglia, Quante arme vedi a me sopra od intorno, E questo scudo e piastre, e questa maglia, Tutte le porto per essere adorno, Non per bisogno; ch’io son affatato In ogni parte, fuor che in un sol lato.
Sì che, a donarti uno optimo consiglio, Benchè nol chiedi, io ti scio confortare Che non te metti de morte a periglio; Senza contesa vogli a me lasciare La tua sorella, quel fiorito giglio, Ed altramente tu non puoi campare. Ma se mi fai con pace questo dono, Eternamente a te tenuto sono.
Rispose lo Argalia: Barone audace, Ben aggio inteso quanto hai ragionato, E son contento aver con teco pace, E tu sia mio fratello e mio cognato: Ma vo’ saper se ad Angelica piace, Chè senza lei non si faria il mercato. E Feragù gli dice esser contento, Che con essa ben parli a suo talento.
Abenchè Feragù sia giovanetto, Bruno era molto e de orgogliosa voce, Terribile a guardarlo nello aspetto; Gli occhi avea rossi, con batter veloce. Mai di lavarse non ebbe diletto, Ma, polveroso, ha la faccia feroce: Il capo acuto aveva quel barone, Tutto ricciuto e ner come un carbone.
E per questo ad Angelica non piacque, Chè lei voleva ad ogni modo un biondo; E disse allo Argalia, come lui tacque: — Caro fratello, io non mi ti nascondo: Prima me affogarei dentro a quest’acque, E mendicando cercarebbi ’l mondo, Che mai togliessi costui per mio sposo. Meglio è morir, che star con furïoso.
Però ti prego per lo dio Macone, Che te contenti de la voglia mia. Ritorna a la battaglia col barone, Ed io fra tanto per necromanzia Farò portarme in nostra regïone. Volta le spalle, e vieni anco tu via (Destrier non è che ’l tuo segua di lena); Io fermarommi alla selva de Ardena:
Acciò ch’insieme facciamo ritorno Dal vecchio patre, al regno de oltra mare. Ma se quivi non giongi il terzo giorno, Soletta al vento me farò passare, Poi che aggio il libro di quel can musorno, Che me credette al prato vergognare. Tu poi adaggio per terra venrai; La strata hai caminata, e ben la sciai. —
Così tornarno e’ baroni al ferire, Dapoi che questo a quello ha referito Che la sorella non vole assentire; Ma Feragù perciò non è partito, Anci destina o vincere, o morire. Ecco la dama dal viso florito Subito sparve a i cavallier davante. Presto sen corse il suspettoso amante.
Però che spesso la guardava in volto, Parendogli la forza radoppiare; Ma poi che gli è davanti così tolto, Non sa più che si dir, nè che si fare. In questo tempo lo Argalia rivolto Con quel destrier che al mondo non ha pare, Fuggie del prato e quanto può sperona, E Feraguto e la guerra abandona.
Lo inamorato giovanetto guarda, Come gabato si trova quel giorno. Esce del prato correndo e non tarda, E cerca il bosco, che è folto, d’intorno. Ben par che nella faccia avampa et arda, Tra sè pensando il recevuto scorno, E non se arresta correre e cercare; Ma quel che cerca non può lui trovare.
Tornamo ora ad Astolfo, che soletto, Come sapete, rimase alla Fonte. Mirata avea la pugna con diletto, E de ciascun guerrer le forze pronte; Or resta in libertà senza suspetto, Ringrazïando Iddio con le man gionte; E per non dare indugia a sua ventura Monta a destrier con tutta l’armatura.
E non aveva lancia il paladino, Chè la sua nel cadere era spezzata. Guardasi intorno, et al troncon del pino Quella de lo Argalia vidde appoggiata. Bella era molto, e con lame d’ôr fino, Tutta di smalto intorno lavorata; Prendela Astolfo quasi per disaggio, Senza pensare in essa alcun vantaggio.
Così tornando a dietro allegro e baldo, Come colui che è sciolto di pregione, Fuor del boschetto ritrovò Ranaldo, E tutto il fatto appunto gli contone. Era il figlio de Amon d’amor sì caldo, Che posar non puotea di passïone: Però fuor della terra era venuto, Per saper che aggia fatto Feraguto.
E come odì che fuggian verso Ardena, Nulla rispose a quel Duca dal pardo. Volta il destriero e le calcagne mena, E di pigricia accusa il suo Baiardo. De l’amor del patron quel porta pena; E chiamato è rozone, asino tardo, Quel bon destrier che va con tanta fretta, Ch’a pena l’avria gionto una saetta.
Lasciamo andar Ranaldo inamorato. Astolfo ritornò nella citade; Orlando incontinente l’ha trovato, E dalla lunga, con sagacitade, Dimanda come il fatto sia passato Della battaglia, e de sua qualitade. Ma nulla gli ragiona del suo amore, Perchè vano il cognosce e zanzatore.
Ma come intese ch’egli era fuggito L’Argalia al bosco, e seco la donzella, E che Rainaldo lo aveva seguito, Partisse in vista nequitosa e fella; E sopra al letto suo cadde invilito, Tanto è il dolor che dentro lo martella. Quel valoroso, fior d’ogni campione, Piangea nel letto come un vil garzone.
Lasso, diceva, ch’io non ho diffesa Contra al nemico che mi sta nel core! Or chè non aggio Durindana presa A far battaglia contra a questo amore, Qual m’ha di tanto foco l’alma accesa, Che ogni altra doglia nel mondo è minore? Qual pena è in terra simile alla mia, Che ardo d’amore e giazo in zelosia?
Nè scio se quella angelica figura Se dignarà de amar la mia persona; Chè ben serà figliol della ventura, E de felice portarà corona, Se alcun fia amato da tal creatura. Ma se speranza de ciò me abandona, Ch’io sia sprezato da quel viso umano, Morte me donarò con la mia mano.
Ahi sventurato! Se forse Rainaldo Trova nel bosco la vergine bella, Chè ben cognosco io come l’è ribaldo, Giamai di man non gli uscirà polcella. Forse gli è mo ben presso al viso saldo! Ed io, come dolente feminella, Tengo la guancia posata alla mano, E sol me aiuto lacrimando in vano.
Forse ch’io credo tacendo coprire La fiamma che me rode il core intorno? Ma per vergogna non voglio morire. Sappialo Dio ch’allo oscurir del giorno Sol di Parigio mi voglio partire, Ed andarò cercando il viso adorno, Sin che lo trovo, e per state e per verno, E in terra, e in mare, e in cielo, e nello inferno.
Così dicendo dal letto si leva, Dove giaciuto avea sempre piangendo; La sera aspetta, e lo aspettar lo agreva, E su e giù si va tutto rodendo. Uno atimo cento anni li rileva, Or questo avviso or quello in sè facendo. Ma come gionta fu la notte scura, Nascosamente veste l’armatura.
Già non portò la insegna del quartero, Ma de un vermiglio scuro era vestito. Cavalca Brigliadoro il cavalliero, E soletto alla porta se ne è gito. Non sa de lui famiglio, nè scudero; Tacitamente è della terra uscito. Ben sospirando ne andava il meschino, E verso Ardena prese il suo cammino.
Or son tre gran campioni alla ventura: Lasciali andar, che bei fati farano: Rainaldo e Orlando, ch’è di tanta altura, E Feraguto, fior d’ogni Pagano. Tornamo a Carlo Magno, che procura Ordir la giostra, e chiama il conte Gano, Il duca Namo e lo re Salamone, E del consiglio ciascadun barone.
E disse lor: Segnori, il mio parere È che il giostrante ch’al rengo ne viene, Contrasti ciascaduno al suo potere, Sin che fortuna o forza lo sostiene; E ’l vincitor dipoi, come è dovere, Dello abbattuto la sorte mantiene, Sin che rimanga la corona a lui, O sia abbattuto, e dia loco ad altrui.
Ciascuno afferma il ditto de Carlone, Sì come de segnore alto e prudente: Lodano tutti quella invenzïone. L’ordine dasse: nel giorno seguente, Chi vôl giostrar se trovi su l’arcione. E fu ordinato che primieramente Tenesse ’l rengo Serpentino ardito, A real giostra dal ferro polito.
Venne il giorno sereno e l’alba gaglia: Il più bel sol giamai non fu levato. Prima il re Carlo entrò ne la travaglia, Fuor che de gambe, tutto disarmato, Sopra de un gran corsier coperto a maglia, Ed ha in mano un bastone e il brando a lato. Intorno a’ pedi aveva per serventi Conti, baroni e cavallier possenti.
Eccoti Serpentin che al campo viene, Armato e da veder meraviglioso: Il gran corsier su la briglia sostiene; Quello alcia i piedi, de andare animoso. Or qua, or là la piaza tutta tiene, Gli occhi ha abragiati, e il fren forte è schiumoso; Ringie il feroce e non ritrova loco, Borfa le nari e par che gietti foco.
Ben lo somiglia il cavalliero ardito, Che sopra li venìa col viso acerbo; Di splendide arme tutto era guarnito, Nello arcion fermo e ne l’atto superbo. Fanciulli e donne, ogni om lo segna a dito; Di tal valor si mostra e di tal nerbo, Che ciascadun ben iudica a la vista, Che altri che lui quel pregio non acquista.
Per insegna portava il cavalliero Nel scudo azuro una gran stella d’oro; E similmente il suo ricco cimiero, E sopravesta fatta a quel lavoro, La cotta d’arme e il forte elmo e leggiero Eran stimati infinito tesoro; E tutte quante l’arme luminose Frixate a perle e pietre precïose.
Così prese l’arengo quel campione, E poi che l’ebbe intorno passeggiato, Fermosse al campo, come un torrïone. Ma già suonan le trombe da ogni lato; Entrono giostratori a ogni cantone, L’un più che l’altro riccamente armato, Con tante perle e oro e zoie intorno, Che il paradiso ne sarebbe adorno.
Colui che vien davanti, è paladino; Porta nel blavo la luna de argento, Sir di Bordella, nomato Angelino, Maestro di guerra e giostra e torniamento. Subitamente mosse Serpentino, Con tal velocità che parve un vento. Da l’altra parte, menando tempesta, Viene Angelino, e pone l’asta a resta.
Là dove l’elmo al scudo se confina, Ferì Angelino a Serpentino avante; Ma non se piega adietro, anze se china Adosso al colpo il cavalliero aitante; E lui la vista incontra in tal ruina, Che il fe’ mostrare al cielo ambe le piante. Levasi il grido in piaza, ogni om favella Che ’l pregio al tutto è di quel dalla Stella.
Ora se mosse il possente Ricardo, Che signoreggia tutta Normandia. Un leon d’oro ha quel baron gagliardo Nel campo rosso, e ben ratto venia. Ma Serpentino a mover non fu tardo, E rescontrollo a mezo della via, Dandogli un colpo de cotanta pena, Che il capo gli fe’ batter su l’arena.
O quanto Balucante se conforta, Veggiendo al figliol sì franca persona! Or vien colui che i scacchi al scudo porta, E d’oro ha sopra l’elmo la corona: Re Salamone, quella anima acorta. Stretto a la giostra tutto se abandona; Ma Serpentino a mezo il scudo il fiere, E lui gietta per terra e il suo destriere.
Astolfo alla sua lancia diè de piglio, Quella che l’Argalia lasciò su il prato. Tre pardi d’oro ha nel campo vermiglio, Ben ne venia su l’arcione assettato. Ma egli incontrò grandissimo periglio, Chè il destrier sotto li fu trabuccato. Tramortì Astolfo, e lume e ciel non vede, E dislocosse ancora il dextro piede.
Spiacque a ciascuno del caso malvaggio, E forse più che a gli altri a Serpentino, Perchè sperava gettarlo al rivaggio; Ma certamente era falso indovino. Il duca fu portato al suo palaggio, E ritornògli il spirto pelegrino; E similmente il piede dislocato Gli fu raconcio, e stretto, e ben legato.
E benchè Serpentin tanto abbia fatto, Danese Ogier di lui non ha spavento. Mosse il destrier sì furïoso e ratto, Quale è nel mar di tramontana il vento. Era la insegna del guerrero adatto Il scudo azzurro e un gran scaglion d’argento; Un basalisco porta per cimero Di sopra a l’elmo lo ardito guerrero.
Suonâr le trombe: ogni om sua lancia aresta, E vengonsi a ferir quei duo campioni. Non fu quel giorno botta sì rubesta, Chè parve nel colpir scontro de troni. Danese Ogieri con molta tempesta Ruppe di Serpentin ambi li arcioni: E per la groppa del destrieri il mena, Sì che disteso il pose in su l’arena.
Così rimase vincitore al campo Il forte Ogieri, e la renga difende. Re Balugante par che meni vampo, Sì la caduta del figliol lo offende. Anco egli ariva pur a quello inciampo, Perchè il Danese per terra il distende. Ora si move il giovine Isolieri: Bene è possente e destro cavallieri.
Era costui di Feragù germano, Tre lune d’oro avea nel verde scudo. Mosse ’l destriero, e la lancia avea in mano Nel corso l’arestò quel baron drudo. Il pro’ Danese lo mandò su ’l piano, De un colpo tanto dispietato e crudo, Che non se avede se gli è morto o vivo, E ben sette ore stie’ del spirto privo.
Gualtiero da Monleon dopo colui Fu dal Danese per terra giettato. Un drago era la insegna di costui, Tutto vermiglio nel campo dorato. Deh non facciamo la guerra tra nui, Diceva Ogieri, o popol baptizato! Ch’io vedo caleffarci a’ Saracini, Perchè facciamo l’un l’altro tapini.
Spinella da Altamonte fu un pagano, Ch’era venuto a provar sua persona A questa corte del re Carlo Mano: Nel scudo azuro ha d’oro una corona. Questo fu messo dal Danese al piano. Or Matalista al tutto se abandona: Fratello è questo a Fiordespina bella, Ardito, forte e dextro su la sella.
Costui portava il scudo divisato Di bruno e d’oro, e un drago per cimiero; E cadde sopra al campo riversato: A vota sella ne andò il suo destriero. Mosse Grandonio, il cane arabïato: Aiuti Ogieri Iddio, chè gli è mistiero! Chè in tutto il mondo, per ogni confino, Non è di lui più forte Saracino.
Avea quel re statura de gigante, E venne armato sopra a un gran ronzone; Il scudo negro portava davante, E d’ôr scolpito ha quel dentro un Macone. Non vi fu Cristïan tanto arrogante, Che non temesse di quel can felone. Gan da Pontier, come lo vide in faza, Nascosamente uscì fuor della piaza.
Il simil fe’ Macario de Lusana, E Pinabello e il conte de Altafoglia; Nè già Falcon da gli altri se alontana: Parli mille anni che de qui se toglia. Sol della gesta perfida e villana Grifon rimase fermo in su la soglia, O virtute, o vergogna che il rimorse, O che al partir degli altri non se accorse.
Ora torniamo a quel pagano orribile, Che per il campo tal tempesta mena. La sua possanza par cosa incredibile; Porta per lancia un gran fusto de antena. Nè di lui manco è il suo corsier terribile, Che nella piazza profonda l’arena, Rompe le pietre, fa tremar la terra, Quando nel corso tutto se disserra.
Con questa furia andò verso il Danese, E proprio a mezo il scudo l’ha colpito. Tutto lo spezza, e per terra il distese Col suo destriero insieme e sbalordito. Il duca Naimo sotto il braccio il prese, E con lui fuor del campo si ne è gito; E fêgli medicare e braccio e petto, Che più che un mese poi stette nel letto.
Grande fu il crido per tutta la piaza, E più de gli altri i Saracin se odirno. Grandonio al rengo superbo minaza, Ma non per questo gli altri isbigotirno. Turpin di Rana adosso a lui si caza, E nel mezo del corso se colpirno; Ma il prete uscì de arcion con tal martire, Che ben fu presso al ponto del morire.
Astolfo ne la piaza era tornato Sopra a un portante e bianco palafreno; Non avea arme, fuor che ’l brando a lato, E tra le dame, con viso sereno, Piacevolmente s’era solacciato, Come quel che de motti è tutto pieno. Ma mentre che lui ciancia, ecco Grifone Fu da Grandonio messo in sul sabbione.
Era costui di casa di Maganza, Che porta in scudo azuro un falcon bianco. Crida Grandonio con molta arroganza: O Cristïani, è già ciascadun stanco? Non gli è chi faccia più colpo de lancia? Allor se mosse Guido, il baron franco, Quel de Borgogna, che porta il leone Negro ne l’oro; e cadde dello arcione.
Cadde per terra il possente Angelieri, Che porta il drago a capo de donzella. Avino, Avolio, Otone e Berlenzeri, L’un dopo l’altro fur tolti di sella. L’acquila nera portan per cimeri, La insegna a tutti quattro era pur quella; Ma il scudo a scacchi d’oro e de azuro era, Come oggi ancora è l’arma di Bavera.
Ad Ugo di Marsilia diè la morte Questo Grandonio, che è tanto gagliardo. Quanto più giostra, più se mostra forte; Abbatte Ricciardetto e il franco Alardo, Svilaneggiando Carlo e la sua corte, Chiamando ogni Cristian vile e codardo. Ben sta turbato in faccia lo imperieri; Eccoti gionto il marchese Olivieri.
Parve che il ciel se aserenasse intorno; Alla sua gionta ogni omo alciò la testa. Venìa il marchese in atto molto adorno; Carlo li uscitte incontra con gran festa. Non vi sta queta nè tromba, nè corno, Piccoli e grandi de cridar non resta: Viva Olivier, marchese di Vïena! Ride Grandonio e prende la sua antena.
Or se ne va ciascun de animo acceso, Con tanta furia quanta si può dire; Ma chiunche guarda, attonito e suspeso, Aspetta il colpo di quel gran ferire; Nè solo una parola avresti inteso, Tanto par che ciascuno attento mire. Ma nello scontro Olivier di possanza Nel scudo ad alto li attaccò la lanza.
Nove piastre de acciaro avea quel scudo: Tutte le passa Olivier de Vïena. Ruppe lo usbergo, e dentro al petto nudo Ben mezo il ferro gl’inchiavò con pena. Ma quel gigante dispietato e crudo, Ferì in fronte Olivier con quella antena, E con tanto furor di sella il caccia, Che andò longe al destrier ben sette braccia.
Ogni om crede di certo che ’l sia morto, Perchè l’elmo per mezo era partito, E ciascadun che l’ha nel viso scorto, Giura che il spirto al tutto se n’è gito. Oh quanto Carlo Magno ha disconforto! E piangendo dicea: Baron fiorito, Onor della mia corte, figliol mio, Come comporta tanto male Iddio?
Se quel pagano in prima era superbo, Or non se può sè stesso supportare, Cridando a ciascadun con atto acerbo: O paladini, o gente da trincare, Via alla taverna, gente senza nerbo! Io de altro che di coppa scio giuocare. Gagliarda è questa Tavola Ritonda, Quando minaccia e non vi è chi risponda!
Quando il re Carlo intende tanto oltraggio, E di sua corte così fatto scorno, Turbato nella vista e nel coraggio, Con gli occhi accesi se guardava intorno. — Ove son quei che me dièn fare omaggio, Che m’hanno abandonato in questo giorno? Ov’è Gan da Pontieri? Ove è Rainaldo? Ove ene Orlando, traditor bastardo?
Figliol de una puttana, rinegato! Che, stu ritorni a me, poss’io morire, Se con le proprie man non t’ho impiccato! Questo e molt’altro il re Carlo ebbe a dire. Astolfo, che di dietro l’ha ascoltato, Occultamente se ebbe a dispartire, E torna a casa, e sì presto si spaccia, Che in un momento gionse armato in piaccia.
Nè già se crede quel franco barone Aver victoria contra del pagano, Ma sol con pura e bona intenzïone Di far il suo dover per Carlo Mano. Stava molto atto sopra dello arcione, E somigliava a cavallier soprano; Ma color tutti che l’han cognosciuto, Diceano: Oh Dio! deh mandaci altro aiuto!
Chinando il capo in atto grazïoso Davante a Carlo, disse: Segnor mio, Io vado a tuor d’arcion quello orgoglioso, Poi ch’io comprendo che tu n’hai desio. Il re, turbato d’altro e disdegnoso, Disse: Va pur, et aiuteti Iddio! E poi, tra’ soi rivolto, con rampogna Disse: E’ ci manca questa altra vergogna.
Astolfo quel pagano ha minacciato, Menarlo preso e porlo in mar al remo, Onde il gigante sì forte è turbato, Che cruccio non fu mai cotanto extremo. Nell’altro canto ve averò contato, Se sia concesso dal Segnor supremo, Gran meraviglia e più strana ventura Ch’odisti mai per voce, o per scrittura.