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ORLANDO
INNAMORATO

Libro I · Canto III

Acqua d'amore, acqua d'odio

Astolfo vince la giostra e finisce in prigione. Nelle Ardenne due acque magiche capovolgono gli amori, e Feraguto uccide Argalia.

In breve

Astolfo abbatte il gigante Grandonio, che cade anche per una ferita che si riapre, e poi tutti i pagani rimasti. Il conte Gano e la sua famiglia di traditori provano a batterlo: cadono uno dopo l'altro, e uno si fa perfino legare alla sella. Alla fine Astolfo viene buttato giù con un inganno, scatena una rissa, assale con la spada il conte che lo ha imbrogliato e finisce in prigione per ordine di Carlo Magno.

Nelle Ardenne, intanto, Rinaldo beve alla fontana di Merlino, che fa odiare chi si ama, e ora detesta Angelica. Angelica, invece, arriva al fiume dell'Amore, si innamora di Rinaldo addormentato e lo insegue invano. Feraguto ritrova Argalia e lo uccide in duello: morendo, Argalia gli chiede di gettarlo nel fiume con le sue armi. Orlando trova Angelica addormentata ma non osa svegliarla; arriva Feraguto, i due si battono e lei scappa.

Ascolta il canto

Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

Vi ricordate di Astolfo, con la lancia d'oro in mano? Partì contro il gigante Grandonio un po' pallido, ma deciso a non fare brutta figura. I due si scontrarono a tutta velocità e... cadde Grandonio! La piazza esplose in un grido. Nemmeno Astolfo ci credeva.

Poi arrivarono il conte Gano e i suoi parenti, una famiglia di traditori. Astolfo li buttò giù uno dopo l'altro. Uno di loro, Falcone, si era fatto legare di nascosto alla sella per non cadere. Ciondolava di qua e di là come un sacco, finché il pubblico scoprì il trucco e gridò: «È legato!»

Alla fine il conte Anselmo colpì Astolfo a tradimento, prima che si fosse rimesso in sella. Astolfo finì a terra e sfoderò la spada, furioso. Scoppiò una zuffa, e Carlo Magno in persona dovette separare tutti a bastonate. Astolfo era stato imbrogliato davvero, ma esagerò: corse con la spada contro Anselmo. Così l'imperatore lo fece chiudere in prigione.

Intanto, nella foresta delle Ardenne, c'erano due acque magiche. Chi beveva alla fontana del mago Merlino smetteva di amare e cominciava a odiare. Chi beveva al fiume dell'Amore, invece, si innamorava.

Rinaldo, accaldato, bevve alla fontana. Di colpo Angelica non gli importò più: anzi, la odiava! Poi si addormentò sulla riva del fiume. Proprio lì arrivò Angelica, assetata, e bevve l'acqua dell'amore. Vide Rinaldo e se ne innamorò all'istante. Gli gettò sul viso una manciata di petali di rosa. Lui si svegliò, saltò su Baiardo e fuggì. «Cavaliere, non scappare!» gridava lei. Che pasticcio: adesso era lei a inseguire lui!

Nel bosco, Feraguto trovò Argalia addormentato. Aspettò che si svegliasse, perché attaccare chi dorme gli sembrava da vigliacchi, e poi lo sfidò. Questa volta il duello finì male per Argalia: fu colpito e morì. Prima di morire chiese di essere gettato nel fiume con le sue armi. Feraguto pianse, perché voleva vincere, non ucciderlo. Mantenne la promessa, ma si fece prestare l'elmo di Argalia per quattro giorni.

Poco lontano, Orlando trovò finalmente Angelica, addormentata sull'erba. Era così bella che lui non osò svegliarla e restò a guardarla come in un sogno. Ma arrivò Feraguto: «Quella ragazza è mia!» Orlando sfoderò la sua spada, Durindana, e cominciò un duello tremendo. Il fracasso svegliò Angelica, che saltò a cavallo e fuggì.

«Fermiamoci, lasciami seguirla!» disse Orlando. «No» rispose Feraguto. «La cercherà solo chi vince.» E i due ripresero a combattere più arrabbiati di prima.

Chi la spunterà, tra questi due testardi? Lo saprai nel prossimo canto.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

Astolfo contro Grandonio ott. 1–7

«Signori, vi avevo lasciato» comincia il poeta, «mentre Astolfo prendeva in giro il saraceno»: «Briccone, dei baroni che hai buttato giù potrai vantarti solo all'inferno. Appena ti prendo ti metto ai remi su una galera; e visto che sei un gigante, ti darò un posto d'onore.»

Grandonio, abituato a insultare gli altri e mai a farsi insultare, si gonfia di rabbia come il mare in tempesta, digrigna i denti e soffia come un serpente. Mette in resta il suo enorme tronco, sicuro di trapassare Astolfo da parte a parte o di spaccarlo in due. Astolfo gli va contro un po' pallido, con la paura nel cuore, ma pronto a morire piuttosto che a fare brutta figura. Si scontrano a tutta velocità e... cade Grandonio! Immaginatevi il fracasso.

Si leva un grido immenso, come se il cielo crollasse. Sulle tribune tutti balzano in piedi; i saraceni sono sbigottiti, e l'imperatore non crede ai suoi occhi. Cadendo dal lato sinistro, il gigante si è riaperto la ferita al petto che gli aveva fatto Oliviero, e resta a terra svenuto, perdendo moltissimo sangue. C'è chi dà il merito al gran colpo di Astolfo e chi racconta come sono andate davvero le cose: ognuno dice la sua. Grandonio viene portato via tra grandi sofferenze.

Astolfo padrone del campo ott. 8–13

Astolfo resta padrone del campo e quasi non ci crede nemmeno lui. Dei pagani rimangono soltanto due valorosi figli di re: Giasarte il bruno, il cui padre ha conquistato l'Arabia con la spada, e il biondo Piliasi, il cui padre domina la Russia e gran parte della Tartaria. Astolfo li butta a terra tutti e due, uno dopo l'altro.

Il conte Gano, avvisato che Grandonio è caduto, non può credere che sia stato Astolfo: dev'essere stato qualche strano incidente. Pensa che ora la vittoria tocchi a lui, e si presenta con grande pompa insieme a undici conti della sua famiglia, scusandosi con Carlo per il ritardo. Poi manda a dire ad Astolfo che, visto che di pagani non ne restano, la giostra si può finire tra loro: un campione come lui dovrebbe essere contento di avere tanti avversari da buttare giù.

Astolfo, che ha la lingua lunga per natura, risponde al messaggero: «Di' a Gano che per me tra lui e un saraceno non c'è differenza: l'ho sempre stimato peggio di un pagano, nemico di Dio, traditore, falso e villano. Venga quando vuole: per me vale meno di un sacco pieno di letame.»

I Maganzesi in fila ott. 14–19

Gano non risponde, ma carica pieno di rabbia, pensando: «Furfante, ti farò passare la voglia di chiacchierare!» L'ha già buttato giù altre volte; invece questa volta è lui a finire con la schiena per terra. Subito dopo cade Macario. «Possibile che Dio permetta a questo matto di svergognare così tutta la casa di Maganza?» dice Pinabello; e cade anche lui. «Famiglia maledetta» gongola Astolfo, «vi butto tutti in fila sulla sabbia!» Il conte Smiriglio finisce così male che lo devono portare via per i piedi e per le mani, e Gano si dispera.

Falcone, con grande malizia, si fa legare di nascosto alla sella: così non può cadere. Astolfo lo colpisce sulla visiera e lo scuote tanto che Falcone ciondola di qua e di là come un morto. Tutti aspettano che cada, finché qualcuno si accorge del trucco: «Dagli, il traditore è legato!» Falcone viene portato via tra la vergogna dei suoi, e Astolfo grida: «Venga chi vuole una lezione, e si leghi pure bene: i matti si castigano meglio legati che sciolti!»

L'inganno di Anselmo ott. 20–24

Ma il conte Anselmo della Ripa ha preparato un inganno. Davanti a lui parte il conte Raineri di Altafoglia, e Anselmo gli sta alle spalle. Astolfo butta giù Raineri a gambe all'aria, ma non si è ancora risistemato in sella che Anselmo lo investe all'improvviso, facendo in modo che sembri un caso e non una cosa voluta.

Astolfo finisce con la schiena sulla sabbia. Si rialza furioso, fa roteare la spada contro Gano e tutta la sua famiglia e colpisce Grifone sulla testa: solo l'elmo d'acciaio gli salva la vita. Scoppia una gran zuffa: Gano, Macario e Ugolino si buttano su Astolfo, mentre il duca Namo, Riccardo e Turpino corrono ad aiutarlo. Arriva re Carlo e mena bastonate a destra e a sinistra, rompendo la testa a più di trenta persone: «Chi è il traditore che ha osato rovinare la mia festa?» Tutti gli fanno largo.

Astolfo in prigione ott. 25–30

«Che cos'è questa storia?» chiede Carlo a Gano; e ad Astolfo: «È questo il modo di comportarsi?» Ma Grifone, con la testa rotta, si inginocchia davanti all'imperatore e urla: «Giustizia, mio signore! Mi assassinano sotto i tuoi occhi! Chiedi a tutti com'è andata: se sono stato io a provocare l'inglese, accetto di essere squartato in questa piazza. Se no, fa' che la colpa ricada su chi l'ha cominciata.»

Astolfo, accecato dalla rabbia, non bada nemmeno a Carlo: «Falso traditore, degno della tua razza! Ti strapperò il cuore dal petto!» «Fuori di qui non ti temo» risponde Grifone, «ma qui mi rimetto alla giustizia, per rispetto del mio signore.» Astolfo continua a coprirlo di insulti, e Carlo si fa scuro: «Astolfo, per Dio, se non impari a parlare educatamente, te lo insegnerò io, a tue spese!»

Ma Astolfo, che è stato offeso davvero anche se nessuno lo ha capito, non lo ascolta. E quando gli capita davanti proprio Anselmo, il conte imbroglione, non si trattiene più e gli corre addosso con la spada: lo ucciderebbe, se Carlo non lo difendesse. Ora tutti danno torto ad Astolfo, e l'imperatore lo fa portare di peso nella prigione del castello, dove raccoglie i frutti della sua pazzia: ci resterà molto più a lungo di quanto vorrebbe.

La fontana di Merlino ott. 31–39

Lasciamolo lì, dice il poeta: sta meglio lui dei tre innamorati, che per Angelica non hanno pace né di giorno né di notte. Per strade diverse sono arrivati tutti nelle Ardenne, e il primo è Rinaldo, grazie a Baiardo spronato a tutta forza.

Nella foresta Rinaldo trova un boschetto ombroso circondato da un ruscello limpido, e nel mezzo una fontana che non è opera di mano umana: è di alabastro bianco, decorata d'oro così riccamente che illumina il prato fiorito. L'ha costruita il mago Merlino perché Tristano, bevendo, smettesse di amare la regina che lo avrebbe portato alla rovina; ma lo sfortunato Tristano non ci arrivò mai. Chi ci beve, infatti, si libera dell'amore e comincia a odiare la donna che amava.

Il sole è alto e fa molto caldo. Rinaldo, sudato, scende da Baiardo e beve: insieme alla sete gli passa l'amore. Inseguire una cosa così vana ora gli sembra una vergogna, la bellezza di Angelica, che gli pareva sovrumana, non gli importa più, e anzi la odia.

Uscito dalla selva, arriva a un fiume cristallino, con le rive piene di fiori e l'ombra di un faggio, di un pino e di un ulivo. È il fiume dell'Amore: Merlino non l'ha incantato, ma la sua acqua per natura fa innamorare, e molti cavalieri l'hanno bevuta per sbaglio. Rinaldo no, perché si è già dissetato alla fontana. Toglie il morso a Baiardo, lo lascia pascolare e si addormenta all'ombra, sulla riva. Ed ecco che gli capita un'avventura.

Angelica innamorata ott. 40–50

Fuggita dal duello, Angelica arriva proprio a quel fiume e, assetata, scende da cavallo per bere. Ma Amore vuole punire questa superba: appena vede Rinaldo disteso tra i fiori, il suo cuore prende fuoco. Lega il palafreno al pino e si avvicina; guardandolo si sente mancare e non sa che cosa fare. Poi strappa petali di gigli e di rose selvatiche, se ne riempie le mani e glieli getta sul viso.

Rinaldo si sveglia, vede la ragazza che lo saluta con gentilezza e cambia faccia: monta in sella senza ascoltarla e fugge nel bosco. Lei salta sul palafreno e lo insegue: «Cavaliere, non fuggire! Ti amo più di me stessa! Non sono mica Ginamo di Baiona, che ti assalì nel bosco, né Macario, né Gano il traditore: anzi, per amor tuo li odio tutti. Voltati almeno! Rallenta, che in questo bosco buio è pericoloso: se per colpa mia capitasse qualcosa a te o al tuo cavallo, la mia vita sarebbe amara per sempre. Una ragazza giovane come me non merita di essere fuggita: semmai, se fuggisse, di essere inseguita.»

Parole al vento: Baiardo sembra volare e sparisce nella pianura. Angelica piange disperata e chiama crudeli le stelle, il sole e il cielo, ma più di tutti Rinaldo. «Chi avrebbe mai creduto che un viso così bello fosse senza cuore? So di non essere alla sua altezza, ma lui non dovrebbe disprezzare chi lo ama. Poteva almeno lasciarsi guardare un poco! Lo so che non dovrei amarlo, ma dove c'è amore la ragione non trova posto. Lo chiamo crudele, villano e duro, ma sia come sia, io lo amo.»

Poi, in lacrime, si volta verso il faggio: «Beati voi, fiori ed erba, che avete toccato il suo viso! Quanto vi invidio!» Scende da cavallo, bacia l'erba dove era disteso Rinaldo e piange, sperando di spegnere il fuoco; ma la ferita d'amore brucia ancora di più. Lì le sembra di soffrire un po' meno, e lì si addormenta.

Feraguto ritrova Argalia ott. 51–58

«Vi starete chiedendo perché re Gradasso non sia ancora arrivato» dice il poeta. «Sappiate che le sue navi sono già in Spagna e non tarderà più di tre giorni. Ma prima vi racconto dei nostri cavalieri erranti, a cominciare da Feraguto.»

Il giovane vaga per il bosco, bruciando d'amore e di rabbia: vuole trovare Angelica, o almeno Argalia, per vendicarsi. Ed ecco Argalia che dorme all'ombra, con il cavallo legato a un faggio. Feraguto slega il cavallo e lo fa scappare a colpi di frasche; poi lega il suo a un alloro, si siede e aspetta: è impaziente di vendicarsi, ma svegliare un uomo che dorme gli sembra una cosa da vigliacchi.

Quando Argalia si sveglia e vede che il suo cavallo non c'è più, Feraguto balza in piedi: «Cavaliere, qui uno di noi due deve morire, e il mio cavallo sarà di chi sopravvive. Ho fatto scappare il tuo perché tu non possa fuggire un'altra volta: fammi vedere il petto, perché il coraggio non sta nelle spalle!»

«Non cerco scuse» risponde Argalia. «Fuggire è stata una colpa. Ma ti giuro che non sono fuggito per paura, né per dolore o stanchezza: l'ho fatto solo per far piacere a mia sorella. Fa' come vuoi, guerra o pace: io valgo quanto te, e lo sai, perché ci siamo già misurati.» Ma Feraguto grida «Guardati da me!» e lo assale.

La morte di Argalia ott. 59–67

Il rumore delle spade si sente a quasi un miglio nel bosco. Argalia, pensando «Non posso ferirlo, ma posso stordirlo», alza la spada più in alto che può; ma Feraguto gli si butta addosso e i due finiscono avvinghiati. Argalia ha le braccia più forti, Feraguto è più agile: alla fine Feraguto lo mette sotto, ma Argalia si rigira sopra di lui e lo colpisce in fronte con il guanto di ferro. Allora Feraguto afferra il pugnale e lo colpisce sotto l'armatura, nell'unico punto non protetto. «Ah, Dio del cielo, che pietà!» esclama il poeta.

Se fosse vissuto, nessuno sarebbe stato più nobile, forte e coraggioso di lui: gli mancava solo la nostra fede. Argalia capisce che sta morendo, e con voce spezzata chiede a Feraguto un ultimo dono, in nome della cavalleria: «Gettami in un fiume con tutta la mia armatura. Se un altro la indossasse, la gente direbbe: "Che vile era quel cavaliere, che si è fatto uccidere con armi come queste!"»

Feraguto piange e si scioglie come ghiaccio al sole: «Dio sa quanto mi dispiace. Io combattevo per la gloria: non cercavo la tua morte, ma la mia vittoria. Ti prometto sulla mia fede che farò come chiedi. Ma sono in mezzo alle terre dei cristiani e rischio grosso se mi riconoscono: prestami il tuo elmo per quattro giorni, poi lo getterò via, te lo giuro.» Argalia, morendo, solleva la testa e sembra dire di sì.

Feraguto resta con lui finché non muore. Poi, sempre piangendo, gli toglie l'elmo e se lo allaccia in testa, dopo averne tagliato via il cimiero; monta a cavallo con il morto in braccio, segue un sentiero fino al fiume e ve lo getta.

Orlando e Angelica addormentata ott. 68–71

Resta un po' a guardare, poi si incammina pensieroso lungo la riva. Intanto Orlando, che ha frugato tutta la foresta senza trovare Angelica e maledice la fortuna, arriva proprio dove lei dorme. Addormentata è così bella che non si può nemmeno immaginare: sembra che l'erba le fiorisca intorno e che la riva parli d'amore. Accanto a lei tutte le belle donne, di oggi e del passato, sarebbero come le stelle accanto alla luna, o la luna accanto al sole.

Orlando la guarda rapito, come se non fosse più vivo, e non osa svegliarla. «Sono qui o in paradiso?» sussurra. «La vedo, ma non è vero: sto sognando.» Quanto è più bravo a combattere che a corteggiare le donne, commenta il poeta: chi ha tempo e aspetta, spesso resta a mani vuote. E Orlando, per aspettare, perde una grande occasione.

Orlando contro Feraguto ott. 72–81

Perché proprio allora arriva Feraguto. Non riconosce Orlando, ma riconosce subito la ragazza addormentata, e convinto che quel cavaliere sia lì a farle la guardia gli dice con arroganza: «Questa era mia prima che diventasse la tua innamorata. Lasciala, o lascia la vita, o prova a prendertela.»

Orlando si rode: «Cavaliere, va' per la tua strada e non cercarti guai. Non ho mai voluto fare torto a nessuno, ma la tua presenza qui mi offende tanto che sarò costretto a ucciderti.» «Io non me ne vado» risponde Feraguto, «e ti spaventerò tanto che, se avessi davanti un fuoco, ti ci butteresti dentro pur di scappare da me.» Orlando diventa rosso di rabbia: «Io sono Orlando, e non avrei paura nemmeno se il mondo intero fosse armato! Di te mi importa quanto di un neonato, brutto furfante!» E sfodera Durindana.

Comincia la battaglia più grande che ci sia mai stata tra due cavalieri: le maglie delle armature cadono a pezzi sotto quelle spade feroci. Tutti e due cercano di finire in fretta, perché quando la ragazza si sveglierà combattere non servirà più a niente. E infatti Angelica si sveglia, vede quella battaglia terribile, salta sul palafreno e fugge nella foresta.

Orlando si ferma: «Cavaliere, per cortesia, rimandiamo la battaglia e lasciami seguire la mia dama: te ne sarò grato per tutta la vita. È una pazzia combattere per niente, ora che lei se n'è andata!» «No, no» risponde Feraguto scuotendo la testa. «A cercarla sarà uno solo di noi: se vinco io, toccherà a me; se mi uccidi, ci penserai tu.» «Per Dio, ci guadagnerai poco!» risponde Orlando. E comincia una zuffa crudele, che il poeta racconterà nel prossimo canto: Orlando è più arrabbiato che mai, e Feraguto non è mai stato senza rabbia in vita sua.

Parole difficili

  • galea ott. 1: galera, nave a remi. I prigionieri venivano messi ai remi.
  • parone ott. 2: padrone, cioè il comandante della nave.
  • sticcia ott. 3: stizza, rabbia.
  • palchi ott. 5: le tribune da cui il pubblico guarda la giostra.
  • Rossìa ott. 9: la Russia.
  • Tartaria ott. 9: le terre dei Tartari, nell'Asia del nord.
  • sacconaccio ott. 13: grosso sacco.
  • zanze ott. 14: chiacchiere.
  • gesta ott. 16: stirpe, famiglia.
  • grattare la rogna ott. 19: dare una lezione a qualcuno, suonargliele.
  • elmo acciarino ott. 23: elmo d'acciaio.
  • alabastro ott. 33: pietra bianca e liscia, simile al marmo.
  • Tristano ott. 33: cavaliere delle leggende di re Artù, innamorato della regina Isotta.
  • sir de Montealbano ott. 41: Rinaldo, signore del castello di Montalbano.
  • guanto ferrato ott. 61: il guanto di ferro dell'armatura.
  • daga ott. 61: pugnale, spada corta.
  • Dïana ott. 69: la luna. Diana era la dea della luna.
  • manza ott. 73: innamorata.

Il testo di Boiardo

81 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Segnor, nell’altro canto io ve lasciai Sì come Astolfo al Saracin per scherno Dicea: Briccone, non te vantarai, Se forse non te vanti ne l’inferno, Di tanti alti baron che abattuto hai. Sappi, come io te piglio, io ti governo Nella galea. Poi che sei gigante, Farotte onore, e serai baiavante.

2

Il re Grandonio, che sempre era usato Dire onta ad altri, e mai non l’ascoltare, Per la grande ira tanto fu gonfiato, Quanto non gonfia il tempestoso mare, Alor che più dal vento è travagliato, E fa il parone ardito paventare. Tanto Grandonio se turba e tempesta, Battendo e’ denti e crollando la testa,

3

Soffia di sticcia che pare un serpente, Et ebbe Astolfo da sè combiatato; E rivoltato nequitosamente, Arresta quel gran fusto e smisurato; E ben se crebbe lui certanamente Passarlo tutto, insin da l’altro lato, O de giettarlo morto in sul sabbione, O trarlo in duo cavezzi de l’arcione.

4

Or ne viene il Pagano furïoso. Astolfo contra lui è rivoltato, Pallido alquanto e nel cor pauroso, Bench’al morir più che a vergogna è dato. Così con corso pieno e ruïnoso Se è un barone e l’altro riscontrato. Cadde Grandonio; et or pensar vi lasso Alla caduta qual fu quel fraccasso.

5

Levosse un grido tanto smisurato, Che par che ’l mondo avampi e il cel ruini. Ciascun ch’è sopra a’ palchi, è in piè levato, E cridan tutti, grandi e piccolini. Ogni om quanto più può, s’è là pressato. Stanno smariti molto i Saracini; L’imperator, che in terra il Pagan vede, Vedendol steso a gli occhi soi non crede.

6

Nella caduta che fece il gigante, Perchè egli uscì d’arcion dal lato manco, Quella ferita ch’egli ebbe davante, Quando scontrosse col marchese Franco, Tanto s’aperse, che questo Africante Rimase in terra tramortito e bianco, Sprizzando il sangue fuor con tanta vena, Che una fontana più d’acqua non mena.

7

Chi dice che la botta valorosa De Astolfo il fece, et a lui dànno il lodo. Altri pur dice il ver, come è la cosa. Chi sì, chi no; ciascun parla a suo modo. Fu via portato in pena dolorosa Il re Grandonio; il qual, sì com’io odo, Occise Astolfo al fin per tal ferita, Benchè ancor lui quel dì lasciò la vita.

8

Stavasi Astolfo nel rengo vincente, Et a sè stesso non lo credea quasi. Eraci ancor della pagana gente Duo cavallier solamente rimasi, Di re figlioli, e ciascadun valente, Giasarte il bruno e ’l biondo Pilïasi. Il padre de Giasarte avea acquistata Tutta l’Arabia per forza de spata.

9

Ma quel de Pilïasi la Rossìa Tutta avea presa, e sotto Tramontana Tenea gran parte de la Tartaria, E confinava al fiume della Tana. Or, per non far più longa diceria, Sol questi duo della fede pagana Giostrorno con Astolfo, e in breve dire L’un dopo l’altro per terra fe’ gire.

10

In questo, un messo venne al conte Gano, Dicendo che Grandonio era abbattuto. Lui creder non può mai che quel Pagano Sia per Astolfo alla terra caduto; Anci pur stima e rendesi certano Che qualche caso strano intervenuto A quel gigante, fuor d’ogni pensata, Sia stato la cagion di tal cascata.

11

Onde se pensa lui mo d’acquistare Di quella giostra il triomfale onore; E per voler più bella mostra fare, Con pompa grande e con molto valore, Undeci conti sieco fece armare, Chè di sua casa n’avea tratto il fiore. Va nanti a Carlo, e con parlar gagliardo Fa molta scusa del suo gionger tardo.

12

O sì o no che Carlo l’accettasse, Io nol scio dir; pur gli fe’ bona ciera. Parme che Gano ad Astolfo mandasse: Poi che non gli è Pagano alla frontera, Che la giostra tra lor se terminasse; Perchè, essendo valente come egli era, Dovea agradir quante più gente vano A riscontrarlo, per gettarli al piano.

13

Astolfo, che è parlante di natura, Diceva al messo: Va, rispondi a Gano: Tra un Saracino e lui non pongo cura, Chè sempre il stimai peggio che pagano, De Dio nimico e d’ogni creatura, Traditor, falso, eretico e villano. Venga a sua posta, ch’io il stimo assai meno Che un sacconaccio di letame pieno.

14

Il conte Gano che ode quella ingiuria, Nulla risponde; ma tutto fellone Verso de Astolfo se ne va con furia; E fra se stesso diceva: Giottone! Io te farò di zanze aver penuria. Ben se crede gettarlo dello arcione; Perchè ciò far non gli era cosa nova, Ed altre volte avea fatto la prova.

15

Or non andò come si crede, il fatto: Gano le spalle alla terra mettia. Macario dopo lui si mosse ratto, E fe’, cadendo, a Gano compagnia. — Potrebbe fare Iddio, che questo matto, Diceva Pinabello, a cotal via Vergogna tutta casa di Magancia? Così dicendo arresta la sua lancia.

16

Questo ancor cadde con molta tempesta. Non dimandar se Astolfo si dimena, Forte gridando: Maledetta gesta, Tutti alla fila vi getto a l’arena. Conte Smiriglio una grossa asta arresta, Ma Astolfo il trabuccò con tanta pena, Che fo portato per piede e per mano. Oh quanto se lamenta il conte Gano!

17

Questo surgiendo, diceva Falcone: Ha la fortuna in sè tanta nequizia? Può farlo il celo che questo buffone Oggi ce abbatta tutti con tristizia? Nascosamente sopra dello arcione Legar si fece con molta malizia, E poi ne viene Astolfo a ritrovare: Legato è in sella, e già non può cascare.

18

Proprio alla vista il duca l’incontrava, Ed hallo in tal maniera sbarattato, Che ora da un canto, or da l’altro pigava, Sì come al tutto de vita passato. Ogni omo attende se per terra andava. Alcun se avidde che gli era legato, Unde levosse subito il rumore: Dàgli, chè gli è legato il traditore.

19

Fu via menato con molta vergogna De tutti e’ suoi, e con suo gran tormento. Non vi vo’ dir se ’l conte Gano agogna. Astolfo crida con molto ardimento: Venga chi vôl ch’io gli gratti la rogna, E legase pur ben, ch’io son contento; Perchè legato, senza alcuna briga, Meglio che sciolto, il paccio si castiga.

20

Anselmo della Ripa, il falso conte, Nella sua mente avea fatto pensieri Di vendicarse a inganno di tante onte: Che, come Astolfo colpisce primeri, Esso improviso riscontrarlo a fronte. A lui davanti va il conte Raineri; Quel di Altafoglia; Anselmo, gli è alle spalle: Credese ben mandare Astolfo a valle.

21

Astolfo con Raineri è riscontrato. A gambe aperte il trasse dello arcione; E non essendo ancor ben rassettato Pel colpo fatto, sì come è ragione, Anselmo de improviso l’ha trovato, Con falso inganno e molta tradigione, Advengachè sì fece quel malvaso, Che non apparve voluntà, ma caso.

22

Nulla di manco Astolfo andò pur gioso; Sopra la sabbia distese la schena. Pensati voi se ne fo doloroso: Chè, come in piedi fu dricciato apena, Trasse la spada irato e disdegnoso, E quella intorno fulminando mena Contra di Gano e di tutta sua gesta. Gionse a Grifone, e dàgli in su la testa.

23

Da morte il campò l’elmo acciarino. Or se comincia una gran ciuffa in piaccia, Perchè Gaino, Macario et Ugolino Adosso a Astolfo con l’arme se caccia. Ma il duca Naimo, Ricardo e Turpino Di darli aiuto ciascun se procaccia; Di qua, di là se ingrossa più la gente. Gionse il re Carlo a questo inconveniente,

24

Dando gran bastonate a questo e quello, Che a più di trenta ne ruppe la testa. — Chi fu quel traditor, chi fu il ribello, Che avuto ha ardir a sturbar la mia festa? Volta il corsiero in mezzo a quel trapello, Nè di menar per questo il baston (?) resta. Ciascun fa largo a l’alto imperatore, O li fuggie davanti, o fagli onore.

25

Dicea lu[i]a Gano: Ahimè! che cosa è questa? Dicea ad Astolfo: Or diessi così fare? Ma quel Grifon che avea rotta la testa, Se andò davanti a Carlo a ingienocchiare, E con voce angosciosa, alta e molesta, Iustizia! forte comincia a cridare. Iustizia! Segnor mio, magno e preziato, Ch’io sono in tua presenzia assassinato.

26

Sappi, segnor, da tutta questa gente, Ch’io te ne prego, come il fatto è andato; E, stu ritrovi che primeramente Fosse lo Anglese da mi molestato, Chiamomi il torto, e stommi pacïente: Su questa piazza voglio esser squartato. Ma se il contrario sua ragione agreva, Fa che ritorni il male onde se leva.

27

Astolfo era per ira in tanto errore, Che non stima de Carlo la presenza; Anzi diceva: Falso traditore, Che sei ben nato da quella semenza! Io te trarò del petto fora il core, In prima che de qui facciam partenza. Dicea Grifone a lui: Temote poco, Quando seremo fuor di questo loco.

28

Ma qui me sottometto alla ragione, Per non far disonore al segnor mio. Segue il duca dicendo: Can felone, Ladro, ribaldo, maledetto e rio... Turbosse ne la faccia il re Carlone, Dicendo: Astolfo, per lo vero Iddio, Se non te adusi a parlar più cortese, Farotte costumato alle tue spese.

29

Astolfo al re non attende de niente, Sempre parlando con più vilania, Come colui che offeso è veramente; Advengachè altri ciò non intendia. Eccoti Anselmo, il conte fraudolente, Per mala sorte inanti gli venìa. Più non se puote Astolfo contenire, Ma con la spada quel corse a ferire.

30

E certamente ben l’arebbe morto, Se non l’avesse il re Carlo diffeso. Or dà ciascuno ad Astolfo gran torto, E volse lo imperier ch’el fusse preso, E subito al castello a furia scorto. Nella pregion portato fu di peso, Dove di sua paccìa buon frutto tolse, Perchè vi stette assai più che non volse.

31

Or lasciamo star lui, poi che sta bene, A rispetto de’ tre altri inamorati, Che senton per Angelica tal pene, Nè giorno o notte son mai riposati. Ciascun di lor diverso camin tiene, E già son tutti in Ardena arivati. Prima vi giunse il principe gagliardo, Mercè de’ sproni del destrier Bagliardo.

32

Dentro alla selva il barone amoroso Guardando intorno, se mette a cercare: Vede un boschetto d’arboselli ombroso, Che in cerchio ha un fiumicel con onde chiare. Preso alla vista del loco zoioso, In quel subitamente ebbe ad intrare, Dove nel mezo vide una fontana, Non fabricata mai per arte umana.

33

Questa fontana tutta è lavorata De un alabastro candido e polito, E d’ôr sì riccamente era adornata, Che rendea lume nel prato fiorito. Merlin fu quel che l’ebbe edificata, Perchè Tristano, il cavalliero ardito, Bevendo a quella lasci la regina, Che fu cagione al fin di sua ruina.

34

Tristano isventurato, per sciagura A quella fonte mai non è arivato; Benchè più volte andasse alla ventura, E quel paese tutto abbia cercato. Questa fontana avea cotal natura, Che ciascun cavalliero inamorato, Bevendo a quella, amor da sè cacciava, Avendo in odio quella che egli amava.

35

Era il sole alto e il giorno molto caldo, Quando fu giunto alla fiorita riva Pien di sudore il principe Ranaldo; Ed invitato da quell’acqua viva, Del suo Baiardo dismonta di saldo, E de sete e de amor tutto se priva; Perchè, bevendo quel freddo liquore, Cangiosse tutto l’amoroso core.

36

E seco stesso pensa la viltade Che sia a seguire una cosa sì vana; Nè aprezia tanto più quella beltade, Ch’egli estimava prima più che umana, Anzi del tutto del pensier li cade; Tanto è la forza de quella acqua strana! E tanto nel voler se tramutava, Che già del tutto Angelica odïava.

37

Fuor della selva con la mente altiera, Ritorna quel guerrer senza paura. Così pensoso, gionse a una riviera De un’acqua viva, cristallina e pura. Tutti li fior che mostra primavera, Avea quivi depinto la natura; E faceano ombra sopra a quella riva Un faggio, un pino et una verde oliva.

38

Questa era la rivera dello Amore. Già non avea Merlin questa incantata; Ma per la sua natura quel liquore Torna la mente incesa e inamorata. Più cavallieri antiqui per errore Quella unda maledetta avean gustata; Non la gustò Ranaldo, come odete, Però che al fonte se ha tratto la sete.

39

Mosso dal loco, il cavalier gagliardo Destina quivi alquanto riposare; E tratto il freno al suo destrier Bagliardo, Pascendo intorno al prato il lascia andare. Esso alla ripa senz’altro riguardo Nella fresca ombra s’ebbe adormentare. Dorme il barone, e nulla se sentiva; Ecco ventura che sopra gli ariva.

40

Angelica, dapoi che fu partita Dalla battaglia orribile et acerba, Gionse a quel fiume, e la sete la invita Di bere alquanto, e dismonta ne l’erba. Or nova cosa che averite odita! Chè Amor vôl castigar questa superba. Veggiendo quel baron nei fior disteso, Fu il cor di lei subitamente acceso.

41

Nel pino atacca il bianco palafreno, E verso di Ranaldo se avicina. Guardando il cavallier tutta vien meno, Nè scia pigliar partito la meschina. Era dintorno al prato tutto pieno Di bianchi gigli e di rose di spina; Queste disfoglia, et empie ambo le mano, E danne in viso al sir de Montealbano.

42

Pur presto si è Ranaldo disvegliato, E la donzella ha sopra a sè veduta, Che salutando l’ha molto onorato. Lui ne la faccia subito se muta, E prestamente nello arcion montato Il parlar dolce di colei rifiuta. Fugge nel bosco per gli àrbori spesso: Lei monta il palafreno e segue apresso.

43

E seguitando drieto li ragiona: Ahi franco cavalier, non me fuggire! Chè t’amo assai più che la mia persona, E tu per guidardon me fai morire! Già non sono io Ginamo di Baiona, Che nella selva ti venne assalire; Non son Macario, o Gaino il traditore; Anci odio tutti questi per tuo amore.

44

Io te amo più che la mia vita assai, E tu me fuggi tanto disdignoso? Vòltati almanco, e guarda quel che fai, Se ’l viso mio ti die’ far pauroso, Chè con tanta ruina te ne vai, Per questo loco oscuro e periglioso. Deh tempra il strabuccato tuo fuggire! Contenta son più tarda a te seguire.

45

Che se per mia cagion qualche sciagura Te intravenisse, o pur al tuo destriero, Serìa mia vita sempre acerba e dura, Se sempre viver mi fosse mistiero. Deh volta un poco indrieto, e poni cura Da cui tu fuggi, o franco cavalliero! Non merta la mia etade esser fuggita, Anzi, quando io fuggessi, esser seguìta.

46

Queste e molte altre più dolci parole, La damigella va gettando in vano. Bagliardo fuor del bosco par che vole, Et escegli de vista per quel piano. Or chi saprà mai dir come si dole La meschinella, e batte mano a mano? Dirottamente piange, e con mal fiele Chiama le stelle, il sole e il cel crudele.

47

Ma chiama più Ranaldo crudel molto, Parlando in voce colma di pietate. — Chi avria creduto mai che quel bel volto, Dicea lei, fosse senza umanitate? Già non m’ha egli il cor fatto sì stolto, Ch’io non cognosca che mia qualitate Non se convene a Ranaldo pregiato; Pur non die’ sdegnar lui de essere amato.

48

Or non doveva almanco comportare Ch’io il potessi vedere in viso un poco, Chè forse alquanto potea mitigare, A lui mirando, lo amoroso foco? Ben vedo che a ragion nol debbo amare; Ma dove è amor, ragion non trova loco, Perchè crudel, villano e duro il chiamo; Ma sia quel che si vôle, io così l’amo.

49

E così lamentando ebbe voltata Verso il faggio la vista lacrimosa: Beati fior, dicendo, erba beata, Che toccasti la faccia grazïosa, Quanta invidia vi porto a questa fiata! Oh quanto è vostra sorte aventurosa Più della mia! Che mo torria [a] morire, Se sopra lui [a] me dovesse venire.

50

Con tal parole il bianco palafreno Dismonta al prato la donzella vaga, E dove giacque Ranaldo sereno, Bacia quelle erbe e di pianger se appaga, Così stimando il gran foco far meno; Ma più se accende l’amorosa piaga. A lei pur par che manco doglia senta Stando in quel loco, et ivi se adormenta.

51

Segnori, io scio che vi meravigliati Che ’l re Gradasso non sia gionto ancora In tanto tempo; ma vo’ che sappiati Che più tre giorni non faran dimora. Già sono in Spagna i navigli arrivati. Ma non vo’ ragionar de esso per ora, Chè prima vo’ contar ciò che è advenuto De’ nostri erranti, e pria de Feraguto.

52

Il giovanetto per quel bosco andava, Acceso nella mente a dismisura; Amore et ira il petto gli infiammava. Lui più sua vita una paglia non cura, Se quella bella donna non trovava, O l’Argalia dalla forte armatura; Chè assai sua pena gli era men dispetta, Quando con lui potesse far vendetta.

53

E cavalcando con questo pensiero, Guardandose de intorno tuttavia, Vede dormire a l’ombra un cavalliero, E ben cognosce ch’egli è l’Argalia. Ad un faggio è legato il suo destriero. Feragù prestamente il dissolvia, Indi con fronde lo batte e minaccia, E per la selva in abandono il caccia.

54

E poi fu presto in terra dismontato, E sotto un verde lauro ben se assetta, Al quale aveva il suo destrier legato, E che Argalia se svegli, attento aspetta; Advengachè quello animo infiammato Male indugiava a far la sua vendetta; Ma pur tra sè la collera rodìa, Parendoli il svegliarlo vilania.

55

Ma in poco d’ora quel guerrer fu desto, E vede che fuggito è il suo destriero. Ora pensati quanto gli è molesto, Poi che de andare a piè gli era mestiero. Ma Feraguto a levarse fu presto, E disse: Non pensare, o cavalliero, Chè qui convien morire o tu, o io: Di quei che campa serà il destrier mio.

56

Lo tuo disciolsi per tuorti speranza, Di potere altra volta via fuggire; Sì che col petto mostra tua possanza, Chè nelle spalle non dimora ardire. Tu me fuggesti e facesti mancanza, Ma ben mi spero fartene pentire. Esser gagliardo e diffenderti bene, Se non, lassar la vita te conviene.

57

Diceva l’Argalia: Scusa non faccio, Che ’l mio fuggir non fosse mancamento; Ma questa man ti giuro, e questo braccio, E questo cor che nel petto mi sento, Ch’io non fuggiti per battaglia saccio, Nè doglia, nè stracchezza, nè spavento, Ma sol me ne fuggiti oltra al dovere Per far a mia sorella quel piacere.

58

Sì che prendila pur come ti piace, Che a te sono io bastante in ogni lato. Sia a tuo piacere la guerra e la pace, Che sciai ben che altra volta io te ho anasato. Così parlava il giovanetto audace; Ma Feraguto non è dimorato, Forte cridando con voce de ardire: Da me ti guarda! e vennelo a ferire.

59

L’un contra l’altre de’ baron se mosse, Con forza grande e molta maistria. Il menar delle spade e le percosse Presso che un miglio nel bosco se odìa. Or l’Argalia nel salto se riscosse, Con la spada alta quanto più potia, Fra sè dicendo: Io nol posso ferire, Ma tramortito a terra il farò gire.

60

Menando il colpo l’Argalia minaccia Che certamente l’averia stordito; Ma Feraguto adosso a lui se caccia, E l’un con l’altro presto fu gremito. Più forte è lo Argalia molto di braccia, Più dextro è Feraguto e più expedito. Or alla fin, non pur così di botto, Feragù l’Argalia mésse di sotto.

61

Ma come quel che avea possanza molta Tenendo Feragù forte abbracciato, Così per terra di sopra se volta. Battelo in fronte col guanto ferrato. Ma Feragù la daga avea in man tolta, E sotto al loco dove non è armato, Per l’anguinaglia li passò al gallone. Ah, Dio del cel, che gran compassïone!

62

Che se quel giovanetto aveva vita, Non serìa stata persona più franca, Nè di tal forza, nè cotanto ardita: Altro che nostra Fede a quel non manca. Or vede lui che sua vita ne è gita; E con voce angosciosa e molto stanca Rivolto a Feragù disse: Un sol dono Voglio da te, dapoi che morto sono.

63

Ciò te dimando per cavalleria: Baron cortese, non me lo negare! Che me con tutta l’armatura mia Dentro d’un fiume tu debbi giettare: Perchè io son certo che poi si diria, Quando altro avesse queste arme a provare: Vil cavallier fu questo e senza ardire, Che così armato se lasciò morire.

64

Piangea con tal pietate Feraguto, Che parea un giaccio posto al caldo sole, E disse a l’Argalia: Baron compiuto, Sappialo Iddio di te quanto mi dole. Il caso doloroso è intravenuto: Sia quel che ’l celo e la fortuna vole. Io feci questa guerra sol per gloria: Non tua morte cercai, ma mia victoria.

65

Ma ben di questo te faccio contento: A te prometto sopra la mia Fede, Che andarà il tuo volere a compimento, E se altro posso far, comanda e chiede. Ma perch’io sono in mezo al tenimento, De’ Cristïani, come ciascun vede, E sto in periglio, s’io son cognosciuto, Baron, ti prego, dammi questo aiuto.

66

Per quattro giorni l’elmo tuo mi presta, Che poi lo giettarò senza mentire. Lo Argalia già morendo alcia la testa, E parve alla dimanda consentire. Qui stette Ferragù ne la foresta Sin che quello ebbe sua vita a finire; E poi che vide che al tutto era morto, In braccio il prende quel barone acorto.

67

Subito il capo gli ebbe disarmato, Tuttor piangendo, l’ardito guerrero: E lui quello elmo in testa se ha allacciato, Troncando prima via tutto il cimero. E poi che sopra al caval fu montato, Col morto in braccio va per un sentiero Che dritto alla fiumana il conducia; A quella giunto, getta l’Argalia.

68

E stato un poco quivi a rimirare, Pensoso per la ripa se è aviato. Or vogliovi de Orlando racontare, Che quel deserto tutto avea cercato, E non poteva Angelica trovare; Ma crucioso oltra modo e disperato, E biastemando la fortuna fella, Apunto giunse dove è la dongiella.

69

La qual dormiva in atto tanto adorno, Che pensar non si può, non che io lo scriva. Parea che l’erba a lei fiorisse intorno, E de amor ragionasse quella riva. Quante sono ora belle, e quante fôrno Nel tempo che bellezza più fioriva, Tal sarebbon con lei, qual esser suole L’altre stelle a Dïana, o lei col sole.

70

Il conte stava sì attento a mirarla, Che sembrava omo de vita diviso, E non attenta ponto di svegliarla; Ma fiso riguardando nel bel viso, In bassa voce con sè stesso parla: Sono ora quivi, o sono in paradiso? Io pur la vedo, e non è ver nïente, Però ch’io sogno e dormo veramente.

71

Così mirando quella, se diletta Il franco conte, ragionando in vano. Oh quanto sè a battaglia meglio assetta Che ad amar donne quel baron soprano! Perchè qualunche ha tempo, e tempo aspetta, Spesso se trova vôta aver la mano: Come al presente a lui venne a incontrare, Che perse un gran piacer per aspettare.

72

Però che Feraguto caminando Dietro alla riva, in sul prato giongia, E quando quivi vede il conte Orlando, Advengachè per lui nol cognoscia, Assai fra sè si vien meravigliando. Poi vede la donzella che dormia. Ben prestamente l’ebbe cognosciuta: Tutto nel viso e nel pensier se muta.

73

Certo se crede lui, senza mancanza, Che ’l cavallier se stia lì per guardarla; Unde con voce di molta arroganza, A lui rivolto, subito gli parla: Questa prima fu mia che la tua manza, Però delibra al tutto de lasciarla. Lasciar la dama o la vita con pene, O a mi tüorla al tutto ti conviene.

74

Orlando che nel petto se rodìa, Vedendo sua ventura disturbare, Dicea: Deh! cavallier, va alla tua via, E non voler del mal giorno cercare, Perchè io te giuro per la fede mia, Che mai alcun non volsi ingiurïare; Ma il tuo star qui me offende tanto forte, Che forza mi serà darti la morte.

75

— O tu, o io si converrà partire, Per quel ch’io odo, adunque, d’esto loco; Ma io te acerto ch’io non me vuo’ gire, E tu non li potrai star più sì poco, Che te farò sì forte sbigotire, Che se dinanzi ti trovasti un foco, Dentro da quel serai da me fuggito. — Così parlava Feraguto ardito.

76

Il conte se è turbato oltra misura, E nel viso di sangue se è avampato. — Io sono Orlando, e non aggio paura Se ’l mondo fosse tutto quanto armato; E di te tengo così poca cura, Come de un fanciullino adesso nato, Vil ribaldello, figlio de puttana. Così dicendo trasse Durindana.

77

Or se incomincia la maggior battaglia Che mai più fosse tra duo cavallieri. L’arme de’ duo baroni a maglia a maglia Cadean troncate da quei brandi fieri. Ciascun presto spacciarse si travaglia, Perchè vedèn che li facea mistieri; Chè, come la fanciulla se svegliava, Sua forza in vano poi se adoperava.

78

Ma in questo tempo se fu risentita La damigella da il viso sereno; E grandemente se fu sbigotita, Veggiendo il prato de arme tutto pieno, E la battaglia orribile e infinita. Subitamente piglia il palafreno, E via fuggendo va per la foresta. Alora Orlando de ferir se arresta,

79

E dice: Cavalier, per cortesia Indugia la battaglia nel presente, E lasciami seguir la dama mia, Ch’io ti serò tenuto al mio vivente; E certo io stimo che sia gran folìa Far cotal guerra insieme per nïente. Colei ne è gita, che ci fa ferire: Lascia, per Dio! ch’io la possa seguire.

80

— Non, non, rispose crollando la testa, Lo ardito Ferragù, non gli pensare. Stu vôi che la battaglia tra nui resta, Convienti quella dama abandonare. Io te fo certo che in questa foresta Un sol de noi la converrà cercare; E s’io te vinco, serà mio mestiero: Se tu me occidi, a te lascio il pensiero. —

81

— Poco vantaggio avrai de questa ciuffa, Rispose Orlando, per lo Dio beato! Ora se fece la crudel baruffa, Come ne l’altro canto avrò contato: Vedrete come l’un l’altro ribuffa. Più che mai fosse, Orlando era turbato; Di Feraguto non dico nïente, Che mai non fu senza ira al suo vivente.