Vai al contenuto
ORLANDO
INNAMORATO

Libro I · Canto XXII

La beffa di Altamura

Fiordelisa passa da un rapitore all'altro, mentre una principessa racconta come ha ingannato il marito più geloso del mondo.

In breve

Mentre Brandimarte combatteva contro tre giganti, la sua amata Fiordelisa è stata rapita nel sonno da un vecchio pellegrino malvagio. Un leone la salva per caso, sbranando il rapitore, ma lei finisce subito nelle mani di un uomo selvaggio che la lega a una quercia. Intanto Orlando, Brandimarte e la dama che hanno appena liberato dai giganti la cercano nella foresta, e la dama continua a raccontare la sua storia.

È la figlia del re delle Isole Lontane. Il vecchio Folderico, gelosissimo, l'ha sposata e chiusa in una rocca sul mare; ma il giovane Ordauro, che lei ama, scava una galleria segreta fino alla sua stanza. Con il trucco di una finta sorella gemella i due ingannano il vecchio e fuggono con il suo tesoro. Folderico però la riprende con un tranello, e poco dopo arrivano tre giganti... Il racconto si interrompe quando compare un cervo bianco dalle corna d'oro: Brandimarte lo insegue invano per un giorno intero.

Ascolta il canto

Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.

Apri l'audiolibro

Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

Brandimarte aveva appena sconfitto tre giganti per salvare una dama. Ma mentre lui combatteva, era successo un guaio: la sua amata Fiordelisa, che dormiva nel bosco, era stata rapita da un vecchio pellegrino malvagio.

Il vecchio la portò di corsa fino a una grotta buia. Ma nella grotta viveva un leone enorme! Il leone uscì ruggendo e il rapitore scappò via. Per fortuna la belva non toccò la ragazza: inseguì il vecchio nel bosco, e per lui fu la fine.

Fiordelisa si allontanò in punta di piedi. Però, appena arrivata in pianura, incontrò un uomo selvaggio: era grande quasi come un gigante, peloso dalla testa ai piedi, e non sapeva parlare. La prese in braccio e la legò a una quercia. Poi si sdraiò sull'erba a guardarla. Povera Fiordelisa: era passata da un guaio a uno ancora peggiore!

Intanto Orlando, Brandimarte e la dama la cercavano nella foresta. Orlando chiese alla dama di raccontare la sua storia. Lei era la figlia di un re. Un vecchio signore, Folderico, l'aveva sposata, anche se lei non lo amava affatto. E lui era il marito più geloso del mondo! La teneva chiusa in una torre in riva al mare, con sette mura, sette torri e sette porte. Se trovava una mosca nella sua stanza, si agitava e chiedeva: «Questa mosca è femmina o maschio?»

La dama però era innamorata di un giovane, Ordauro. Lui non riusciva a entrare nella torre, così ebbe un'idea: comprò un palazzo lì vicino e scavò una galleria segreta sotto terra, fino alla stanza di lei.

Poi i due inventarono un trucco. Ordauro invitò Folderico a un banchetto e gli presentò la sua nuova moglie: era proprio la dama, arrivata prima di lui per la galleria, con un altro vestito. Il vecchio corse alla torre a controllare, ma lei, ancora più svelta, era già là ad aspettarlo. Andò avanti così più volte, finché Folderico si convinse che fossero due sorelle gemelle, uguali come due gocce d'acqua. Alla fine la chiamava perfino «cognata»!

Così un giorno Ordauro e la dama partirono, portandosi dietro anche il tesoro del vecchio. Ma Folderico era furbo e li seguì. Con un tranello allontanò Ordauro e riprese la dama. E poco dopo, dal bosco, sbucarono tre giganti armati di bastoni...

Proprio in quel momento, sul prato apparve un cervo bianco come la neve, con le corna d'oro. Era il cervo della Fata del Tesoro. Orlando non lo guardò neanche: l'oro, per lui, non contava niente. Brandimarte invece volle prenderlo e lo inseguì per tutto il giorno. Ma il cervo era magico, e la sera sparì tra gli alberi.

E Fiordelisa, legata alla quercia? Brandimarte riuscirà a trovarla? Lo saprai nel prossimo canto.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

Fiordelisa e il palmiere ott. 1–5

Orlando, Brandimarte e la dama che hanno salvato sono entrati nella grande foresta, dice il poeta, e tendono l'orecchio sperando di sentire Fiordelisa. L'avevamo lasciata mentre gridava aiuto, inutilmente, tra le braccia del perfido palmiere, il vecchio pellegrino che l'aveva rapita nel sonno. Brandimarte non poteva soccorrerla: in quel momento combatteva contro i giganti Ranchera, Marfusto e Oridante.

La poveretta riempie il bosco di pianti e si batte il viso con le mani. Il vecchio la porta via di corsa, sempre col timore di essere scoperto, fino a una grotta buia, deciso ad approfittarsi di lei. Ma nella grotta vive un leone enorme e feroce, che sente le grida ed esce ruggendo. Il vecchio, pallido di paura, scappa e lascia lì la ragazza, morta di spavento. Per fortuna il leone non la tocca: passa oltre e insegue il fuggitivo.

Dal leone all'uomo selvaggio ott. 6–9

Il leone raggiunge il vecchio nel bosco e lo fa a pezzi. Fiordelisa, né morta né viva, si allontana quatta quatta lungo la riva e, scesa dal monte alla pianura, incontra uno strano essere deforme: grande quasi come un gigante, con una lunga barba, peloso dalla testa ai piedi, una corteccia per scudo e una mazza pesante. Non ha voce umana e non ragiona: è un uomo selvaggio.

Appena la vede la prende in braccio, la porta a una quercia lì vicino e ve la lega stretta con rami attorcigliati. Poi si sdraia sull'erba a guardarla. Lei piange e chiede di morire, ma quel bestione non la capisce.

Lasciamo questa sventurata, dice il poeta, caduta da un guaio in uno peggiore, e torniamo a chi la cerca: Orlando, Brandimarte e la dama che hanno salvato.

Il marito più geloso del mondo ott. 10–17

Orlando porta la dama in groppa e, strada facendo, la prega di continuare la sua storia. Lei sospira e comincia: «Ogni volta che senti raccontare di una nuova beffa fatta a un marito vecchio, credici senza chiedere prove. Se ne sono fatte tante che non mi vergogno di averne fatta una anch'io; anzi, mi torna il buonumore quando ricordo come ho conciato quel vecchio canuto che tutti credevano tanto furbo.

Ti ho raccontato, alla fontana, come mi conquistò. Io maledissi il cielo e la fortuna, ma il più triste doveva essere lui: il suo gran senno non gli bastò a capire che un vecchio non deve prendersi una ragazzina. Meglio sposarne una anziana, o restare senza.

Mi portò con grandi feste nella rocca di Altamura, dove teneva nascosto il suo tesoro, e geloso fin dal primo momento mi chiuse in una stanza peggiore di una prigione. La torre sorge su una spiaggia deserta, accanto al mare: si sale solo da un lato, per uno stretto sentiero, e ha sette cerchie di mura, sette torrioni e sette porte ben sprangate. Lì dentro, prigioniera in mezzo agli agi, invocavo la morte giorno e notte.

Avevo gioielli, oro e ogni piacere, tranne le gioie che una sposa si aspetta dal marito, che erano proprio quelle che desideravo di più. Il vecchio, che lo sospettava, teneva sempre le chiavi alla cintura. Era così geloso che, entrando nella torre, si scuoteva le pulci dai vestiti e le cacciava fuori; e se trovava una mosca nella mia stanza perdeva la pace: "Questa mosca è femmina o maschio? Non tenerla qui, o fammela conoscere!"»

La galleria segreta ott. 18–27

«Ordauro, quel bel giovane, venne molte volte alla rocca e le provò tutte, ma non vide mai altro che le mura. Però l'Amore non perde la speranza, e gli diede un'idea. Ordauro era ricchissimo, e senza ricchezze, si sa, il senno non vale un lupino: si comprò un palazzo a meno di due miglia dalla torre dove quel saputone mi teneva chiusa.

Immagina i sospetti di mio marito! Aveva paura del vento e del sole che venivano da quella parte, tappava ogni minimo buco e non si allontanava mai; se vedeva un uccello o una nuvola, era convinto che fosse Ordauro. Saliva da me col fiatone e diceva: "Ho paura che tu mi inganni. Capisco la vergogna e il danno, ma non oso parlare: oggi chi bada ai fatti suoi viene chiamato geloso e preso per matto." Poi andava a rodersi il fegato lungo la riva, o a spiare fino al palazzo di Ordauro, e gli diceva: "Chi si crede più saggio finisce beffato. Se una volta ti va bene, non fidarti: l'ultima paga per tutte."

Ordauro non gli dava retta. Furbo e innamorato, aveva scavato sotto terra una galleria segreta, e una notte, attraverso una grotta buia, sbucò dentro Altamura. Io non me lo aspettavo per niente, ma lo accolsi molto meglio di come accoglievo Folderico. Mi sembra ancora di essere in paradiso, quando ricordo come ci baciammo.»

La dama confida poi a Orlando, senza troppi giri di parole, che il vecchio non era mai stato davvero suo marito: lei era una ragazzina ingenua e lui l'aveva presa in giro con le sue chiacchiere. Solo con Ordauro scoprì che cos'è l'amore, una dolcezza tale da credere di morirne. «C'è chi cerca il potere, la ricchezza o la fama; chi è saggio apprezza il piacere e una vita allegra. Chi vuole onori e ricchezze a costo di fatiche, non mi ascolti, e si tenga il suo danno.»

La sorella gemella ott. 28–43

«Tornammo a vederci molte volte, ma quel geloso maledetto saliva da me così spesso che ci disturbava di continuo e non ci lasciava il tempo di fuggire. Alla fine fu l'Amore, che rende l'ingegno sottile, a darci il consiglio giusto.

Ordauro invitò Folderico a un banchetto nel suo palazzo, facendogli credere di essersi sposato. Il vecchio chiuse ben bene il castello e andò, inquieto senza sapere perché. Ma io ero arrivata lì prima di lui, per la galleria, vestita con altri abiti, come la sposa novella. Appena mi vide, il vecchio credette di morire: "Ahimè, me l'aspettavo! Non ho ucciso tuo padre, né bruciato la tua terra: perché mi sei così nemico? Povero Folderico, imbrogliato da una ragazzina! Il vecchio che ha moglie e crede di poterla sorvegliare impari a mie spese, e vada a farsi impiccare."

Ordauro fingeva di non capire e giurava per la luna e per il sole di avergli sempre fatto onore e cortesia. "Bella cortesia!" gridava il vecchio. "Mi hai rubato la moglie e il tesoro, e mi hai attirato qui con l'inganno perché io veda la mia vergogna e muoia di dolore, ladro, traditore!"

Ordauro faceva lo stupito: "O Dio, come hai fatto perdere il senno a un uomo così saggio? Ascolta, Folderico, e guarda bene: questa è mia moglie, la figlia del re Manodante, signore delle Isole Lontane. Forse ti inganna la somiglianza: ho sentito dire che erano due sorelle così uguali che nemmeno il padre e la madre riuscivano a distinguerle."

"Non raccontarmi storie, non sono cieco: questa è mia moglie" rispose il vecchio. "Ma per non sembrare un pazzo testardo vado alla torre e torno. Se non la trovo là, ti inseguirò in ogni terra; se la trovo, per Macone, mi scuserò. Intanto questa non si muova di qui."

Tornò di gran carriera alla torre, ma io, molto più svelta, ero già là, con la testa appoggiata sul braccio e l'aria malinconica. Lui restò di stucco: "Dio mi aiuti! Chi avrebbe creduto che la natura potesse fare due sorelle così uguali? Eppure giurerei che quella di là sia costei." E mi chiese: "Ti scongiuro, oggi sei uscita da queste mura? Chi ti ha aperto le porte? Dimmi la verità e non ti succederà niente; ma se mi menti, aspettati solo guai."

Non chiedermi come giurai, per il cielo e per tutti i pianeti! Quello che si fa a fin di bene Dio non lo punisce, anzi, ride dei giuramenti falsi degli innamorati. Giurai sul Corano e sui libri santi che non ero mai uscita. Lui, senza più parole, se ne andò e richiuse le porte; io ripassai per la galleria e mi cambiai di nuovo d'abito. Quando arrivò al palazzo e mi ritrovò lì, disse: "Né il cielo né Dio potrebbero fare che questa sia quella che ho lasciato lassù."»

Fuga con il tesoro ott. 44–49

«Dopo che mi ebbe vista così più volte, il geloso perse ogni sospetto, tanto che mi chiamava "cognata". Un giorno Ordauro gli disse che l'aria di mare gli faceva male e che voleva tornare nel suo paese, a tre giornate di distanza. Folderico si offrì da solo di accompagnarci per un tratto: fece con noi circa sei miglia e poi tornò indietro in fretta.

Non so quanto si sia stupito di non trovarmi nella rocca! Si strappò la barba e le ciglia bianche maledicendo il cielo e, deciso ad avermi o a morire, si mise a seguirci: non aveva la forza né il coraggio di togliermi a Ordauro, ma era pieno di astuzia, quel maledetto.

Noi ce ne andavamo felici e senza pensieri, una trentina in tutto, scudieri e damigelle senza armi. Sui cammelli portavamo i viveri e tutto il tesoro del vecchio, che avevamo preso con calma passando per la galleria. La prima giornata passò tranquilla. Ordauro mi accompagnava cantando, con l'armatura e la spada al fianco; la lancia, lo scudo d'argento e l'elmo con il ricco cimiero glieli portava uno scudiero.»

Il tranello di Folderico ott. 50–56

«A un tratto ci venne incontro un giovane a cavallo che gridava: "Aiuto, aiuto, per il dio Macone!" Lo inseguiva, a briglia sciolta e con la lancia in mano, uno che aveva tutta l'aria di un brigante. Ordauro, che era di cuore pietoso, si lanciò dietro di loro nel bosco; ma quei due, senza armi, correvano leggeri come uccelli, mentre il suo cavallo era coperto di piastre e maglia. E oltre alla fatica arrivò il danno: come seppi poi, era stato Folderico a mandarli, proprio per attirare Ordauro lontano.

Quando Ordauro fu sparito, ecco comparire il vecchio con una ventina di uomini armati. I nostri fuggirono spaventati chi di qua chi di là, nessuno si difese, e il vecchio mi prese.

Immagina, cavaliere, quanto ero disperata. Per paura di Ordauro, Folderico mi portò di nascosto per sentieri pieni di rovi, attraverso cento macchie, fino a una valle buia. Ero sua prigioniera da due giorni e non avevo mai smesso di piangere, anche se lui cercava di consolarmi. Ed ecco uscire dal bosco tre giganti armati di grossi bastoni; uno gridò: "Butti giù le armi chi non vuole morire!"»

La dama vorrebbe continuare: raccontare come i giganti la catturarono, come il vecchio cercò di difenderla e fu ucciso con tutti i suoi uomini, e le sue avventure fino a quando Brandimarte l'ha salvata.

Il cervo dalle corna d'oro ott. 57–62

Ma qualcosa interrompe il racconto: sul prato un cervo bruca l'erba fresca, il più bello che si sia mai visto. Appartiene alla Fata del Tesoro: è bianco come la neve, ha due grandi corna d'oro fino e le cambia sei volte al giorno. Nessuno può catturarlo, se non lo aiuta la fata in persona; e lei è così bella e così ricca che rifiuta tutti gli uomini, perché bellezza e ricchezza, ciascuna da sola, rendono superba una donna.

Brandimarte vuole prenderlo. Orlando invece lo degna appena di uno sguardo, perché le ricchezze per lui non contano niente, anche se cavalca il buon Baiardo. Brandimarte, in sella a Brigliadoro, si stacca subito da lui; ma il cervo è fatato e nessuno lo raggiungerebbe nemmeno volando. Lo insegue invano per la pianura tutto il giorno e al calar della notte lo perde tra le fronde. Allora si sdraia a riposare sul prato con l'armatura addosso, e al mattino, col fresco, rimonta a cavallo e riprende la sua strada.

Che cosa farà con l'uomo selvaggio che ha legato la sua Fiordelisa, dice il poeta, ve lo racconterò nel prossimo canto, insieme alla battaglia cominciata alla pari tra Rinaldo e Grifone. «Per Dio, tornate da me, bella compagnia: vi aspetto volentieri, per darvi con il mio canto gioia e piacere.»

Parole difficili

  • palmier ott. 1: palmiere, pellegrino; qui è un vecchio malvagio.
  • drudo ott. 2: innamorato.
  • tomba ott. 3: grotta, caverna.
  • salvatico ott. 7: selvaggio, che vive come una bestia.
  • rame ritorte ott. 8: rami attorcigliati, usati come corde.
  • croppa ott. 10: la groppa del cavallo.
  • girone ott. 13: cerchia di mura; qui la fortezza.
  • ciambra ott. 13: camera, stanza.
  • zeloso ott. 13: geloso.
  • barbasoro ott. 19: saputone, uno che si dà arie da sapiente; detto con ironia di Folderico.
  • fantina ott. 32: ragazzina.
  • germane ott. 36: sorelle.
  • Macone ott. 38: Maometto; nei poemi cavallereschi i pagani giurano per lui come per un dio.
  • Alcorano ott. 42: il Corano, il libro sacro dei musulmani.
  • gambeli ott. 48: cammelli.
  • cimero ott. 49: cimiero, l'ornamento sulla cima dell'elmo.
  • ronzone ott. 52: cavallo.

Il testo di Boiardo

62 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Erano entrati alla gran selva folta Quei tre, come di sopra io vi contai: Ciascun, dintorno remirando, ascolta Se Fiordelisa sentisse giamai, Che fo dal rio palmier dormendo tolta; E, di lei ragionando, io ve lasciai Che, essendo in braccio a quel palmier villano, Cridava, aiuto adimandando in vano.

2

Brandimarte il suo drudo allor non vi era, Che gli potesse soccorso donare; Anci era travagliato in tal maniera, Che per se stesso avea troppo che fare; Perchè in quel tempo alla battaglia fera Con quei giganti prese a contrastare, Con Ranchera e Marfusto et Oridante, Come io ve dissi nel cantar davante.

3

Senza soccorso, adunque, la meschina Empìa de pianti la selva dintorno, Nè mai de aiuto chieder se rafina, Battendosi con mano il viso adorno. Via la portava il vecchio a gran ruina, Sempre temendo averne onta e gran scorno, Nè mai sua mente al tutto ebbe sicura, Sin che fu gionto ad una tomba scura.

4

Nel sasso entrava quel falso vecchione, Cridando la donzella ad alta voce. Lui ha ben ferma e certa opinïone Di sfocar quel disio che il cor gli coce; Ma ne la tomba alor stava un leone Ismisurato, orribile e feroce; Il quale, odendo il crido e gran rumore, Uscì fremendo con molto furore.

5

Come lo vide il vecchio fuora uscire, Non domandati se egli ebbe paura; Pallido in faccia se pose a fuggire, Lasciando quella bella creatura, Che di spavento credette morire; Ma, come volse sua bona ventura, Lasciolla quel leone, e via passava, Seguendo il vecchio che fuggendo andava.

6

Lui gionse il vecchio, che al bosco fuggiva, E tutto quanto l’ebbe a dissipare. La dama non restò morta, nè viva, Nè di paura scia quel che si fare; Pur così quatta, per la verde riva Nascosamente prese a caminare, E già callato avendo il monte al piano, Ritrovò uno omo contrafatto e strano.

7

Questo era grande e quasi era gigante, Con lunga barba e gran capigliatura, Tutto peloso dal capo alle piante: Non fu mai visto più sozza figura. Per scudo una gran scorza avia davante, Et una mazza ponderosa e dura; Non avea voce de omo nè intelletto: Salvatico era tutto il maladetto.

8

Come la dama riscontrò nel prato, Presela in braccio; e, caminando forte, Ad una quercia che era lì da lato, La legò stretta con rame ritorte. Poi là vicino a l’erba fu colcato, Mirando lei, che ognior chiedea la morte; Lei chiedendo morir sempre piangea, Ma questo om bestial non la intendea.

9

Lasciamo il dir di quella sventurata, Che de l’un male in l’altro era caduta; Ella di stroppe alla quercia è legata, E sol piangendo il suo dolore aiuta. Ora ascoltati de l’altra brigata, Che per cercarla al bosco era venuta: Orlando e Brandimarte e la donzella Per lor campata da fortuna fella.

10

In croppa la portava il conte Orlando, E dolcemente la prese a pregare Che gli contasse, così caminando, Quel che promesso avea di ragionare. Lei, prima leggiermente sospirando, Disse: D’ognior che senti racontare De alcun vecchio marito beffa nova, Tientela certa, e non chieder più prova.

11

Perchè [co]tante ne son fatte nel mondo Strane e diverse, come aggio sentito, Che per vergogna già non me nascondo, Se anch’io ne feci un’altra al mio marito; Anci mi torna l’animo iocondo D’ognior ch’io mi ramento a qual partito Fo da me scorto quel vecchio canuto, Che sì scaltrito al mondo era tenuto.

12

Sì come alla fontana io te contai, Quel vecchio di me fece il male acquisto; Il celo e la fortuna biastemai, Ma ad esso assai toccava esser più tristo, Chè ne dovea sentire eterni guai, Nè fu dal suo gran senno assai provvisto A prender me fanciulla, essendo veglio; Chè tuorla antica, o star senza era meglio.

13

Lui me condusse con solenne cura, Con pompa e con trionfo glorïoso, Ad una rocca che ha nome Altamura, Dove il suo gran tesor stava nascoso. Di quel che gli intravenne ebbe paura, Nè ancor vista m’avea, che era zeloso; Però me pose dentro a quel girone, Intro una ciambra, peggio che pregione.

14

Là mi stavo io, de ogni diletto priva, E’ campi e la marina a riguardare, Perchè la torre è posta in su la riva D’una spiaggia deserta, a lato al mare: Non vi puotria salir persona viva, Che non avesse l’ale da volare, E sol da un lato a quel castello altiero Salir se puote per stretto sentiero.

15

Ha sette cinte e sempre nova intrata Per sette torrïoni e sette porte, Ciascuna piccoletta e ben ferrata. Dentro a questo giron cotanto forte Fo’ io piacevolmente impregionata, Sempre chiamando, e notte e giorno, morte; Nè altro speravo che desse mai fine Al mio dolore e a mie pene meschine.

16

Di zoie e de oro e de ogni altro diletto Ero io fornita troppo a dismisura, Fuor de il piacer che si prende nel letto, Del quale avea più brama e maggior cura; E il vecchio, che avea ben de ciò sospetto, Sempre tenea le chiave alla cintura, Et era sì zeloso divenuto, Che avendol visto, non serìa creduto.

17

Perciò che sempre che alla torre entrava, Le pulice scotea del vestimento, E tutte fuor de l’uscio le cacciava; Nè stava per quel dì più mai contento, Se una mosca con meco ritrovava; Anzi diceva con molto tormento: È femina, over maschio questa mosca? Non la tenire, o fa ch’io la cognosca.

18

Mentre ch’io stavo da tanto sospetto Sempre guardata e non sperando aiuto, Ordauro, quel legiadro giovanetto, Più volte a quella rocca era venuto, E fatto ogni arte e prova; et in effetto Altro mai che il castel non ha veduto; Ma Amor, che mai non è senza speranza, Con novo antiveder li die’ baldanza.

19

Egli era ricco di molto tesoro, Chè senza quel non val senno un lupino; Onde con molto argento e con molto oro Fe’ comprare un palagio in quel confino Dove me tenìa chiusa il barbasoro, E manco de due miglia era vicino. Non dimandati mo se al mio marito Crebbe sospetto, e se fu sbigotito.

20

Esso temea del vento che soffiava, E del sol che lucea da quella parte, Dove Ordauro al presente dimorava; E con gran cura, diligenzia et arte Ogni picciol pertugio vi serrava, Nè mai d’intorno dal giron se parte; E se un occello, o nebbia nel ciel vede, Che quel sia Ordauro fermamente crede.

21

Ogni volta salia con molto affanno Sopra alla torre; e trovandomi sola, Diceva: Io temo che me facci inganno, Chè non scio che qua su de intorno vola. Io ben comprendo la vergogna e il danno, E non ardisco a dirne una parola: Chè oggi ciascun che ha riguardo al suo fatto, Nome ha zeloso, et è stimato un matto.

22

Così diceva; e poi che era partito, Rodendo andava intorno a quel rivaggio; E per spiare ancor tal volta è gito Dove abitava Ordauro al bel palaggio; E a lui diceva: Quel riman schernito, Che più stima sapere et esser saggio. Se una vien còlta, non te ne fidare, Chè l’ultima per tutte può pagare.

23

Queste parole e molte altre dicia Sempre fra denti, con voce orgogliosa. Ordauro al suo parlar non attendia, Ma con mente scaltrita et amorosa, Sotto la terra avea fatto una via, A ciascuno altro incognita e nascosa. Per una tomba chiusa intorno e scura, Gionse una notte dentro ad Altamura.

24

E benchè egli arivasse d’improviso, Ch’io non stimavo quella cosa mai, Io il ricevetti ben con meglior viso Ch’io non facevo Folderico assai. Ancora esser mi par nel paradiso, Quando ramento come io lo baciai, E come lui baciomme nella bocca; Quella dolcezza ancor nel cor mi tocca.

25

Questo ti giuro e dico per certanza, Ch’io ero ancora vergine e polzella; Chè Folderico non avea possanza, Et, essendo io fanciulla e tenerella, Me avea gabata con menzogna e zanza, Dandomi intender con festa e novella, Che sol baciando e sol toccando il petto De amor si dava l’ultimo diletto.

26

Alora il suo parlar vidi esser vano, Con quel piacer che ancor nel cor mi serbo. Noi cominciammo il gioco a mano a mano; Ordauro era frezzoso e di gran nerbo, Sì che al principio pur mi parve strano, Come io avessi morduto un pomo acerbo; Ma nella fin tal dolce ebbi a sentire, Ch’io me disfeci e credetti morire.

27

Io credetti morir per gran dolcezza, Nè altra cosa da poi stimai nel mondo. Altri acquisti possanza o ver ricchezza, Altri esser nominato per il mondo. Ciascun che è saggio, il suo piacere aprezza E il viver dilettoso e star iocondo; Chi vôle onore o robba con affanno, Me non ascolti, et abbiasene il danno.

28

Più fiate poi tornammo a questo gioco, E ciascun giorno più crescia il diletto; Ma pur il star rinchiusa in questo loco Mi dava extrema noia e gran dispetto; E il tempo del piacer sempre era poco, Però che quel zeloso maladetto Me ritornava sì ratto a vedere, Che spesso me sturbò di gran piacere.

29

Unde facemmo l’ultimo pensiero Ad ogni modo de quindi fuggire; Ma ciò non puotea farsi de legiero, Chè avea quel vecchio sì spesso a salire Là dove io stava nel castello altiero, Che non ci dava tempo di partire. Al fin consiglio ce donò lo amore, Che dona ingegno e sotigliezza al core.

30

Ordauro Folderico ebbe invitato Al suo palagio assai piacevolmente, Mostrandoli che se era maritato, Per trarli ogni sospetto della mente. Lui, da poi che ebbe il castel ben serrato, Ch’io non potessi uscirne per nïente, Nè sapendo di che, pur sbigotito, Ne andò dove era fatto il gran convito.

31

Io già prima de lui ne era venuta Per quella tomba sotterra nascosa, E d’altri panni ornata e proveduta, Sì come io fossi la novella sposa; Ma come il vecchio m’ebbe qui veduta, Morir credette in pena dolorosa; E vòlto a Ordauro disse: Ahimè tapino! Chè ben ciò mi stimai, per Dio divino!

32

Io non occisi già il tuo patre antico, Nè abruciai la tua terra con roina, Che esser dovessi a me crudel nemico E far la vita mia tanto meschina. Ahi tristo e sventurato Folderico, Che sei gabato al fin da una fantina! Ora a mio costo vadase a impiccare Vecchio che ha moglie, e credela guardare.

33

Mentre che lui dicea queste parole De ira e de sdegno tutto quanto acceso, Ordauro assai de ciò con lui se dole, Mostrando in vista non averlo inteso; E giura per la luna e per il sole, Che egli è contra ragion da lui ripreso; E che per il passato e tutta via Gli ha fatto e falli onore e cortesia.

34

Cridava il vecchio ognior più disperato: Questa è la cortesia! questo è l’onore! Tu m’hai mia moglie, mio tesor robbato, E poi, per darmi tormento maggiore, M’hai ad inganno in tua casa menato, Ladro, ribaldo, falso, traditore, Perch’io veda il mio danno a compimento E la mia onta, e mora di tormento.

35

Ordauro se mostrava stupefatto, Dicendo: O Dio, che reggi il cel sereno, Come hai costui de l’intelletto tratto, Che fu de tal prudenza e senno pieno? Or de ogni sentimento è sì disfatto, Come occhi non avesse, più nè meno. Odi (diceva), o Folderico, e vedi: Questa è mia moglie, e che sia tua credi.

36

Essa è figliola del re Manodante, Che signoreggia le Isole Lontane; Forse che in vista te inganna il sembiante, Perchè aggio inteso che fôr due germane Tanto di faccia e membre simigliante, Che, veggendole ’l patre la dimane E la sua matre, che fatte le avia, L’una da l’altra non ricognoscia.

37

Sì che ben guarda e iudica con teco, Prima che a torto cotanto ti doglie, Perchè contra al dover turbato èi meco. Diceva il vecchio: Non mi vender soglie, Ch’io vedo pur di certo, e non son ceco, Che questa è veramente la mia moglie: Ma pur, per non parer paccio ostinato, Vado alla torre, e mo serò tornato.

38

E se non la riveggio in quel girone, Non te stimar di aver meco mai pace: In ogni terra, in ogni regïone Te perseguitarò, per Dio verace; Ma se io la ritrovo, per Macone De averti detto oltraggio mi dispiace; Ma fa che questa quindi non si mova Insin ch’io torni e vedane la prova.

39

Così dicendo, con molta tempesta, Trottando forte, alla torre tornava; Ma io, che era de lui assai più presta, Già dentro dalla rocca lo aspettava; E sopra il braccio tenendo la testa, Malanconosa in vista me mostrava. Come fu dentro et ebbemi veduta, Meravigliosse e disse: Iddio me aiuta!

40

Chi avria creduto mai tal meraviglia, Nè che tanto potesse la natura, Che una germana sì l’altra somiglia De viso, de fazione e di statura? Pur nel cor gran sospetto ancor mi piglia, Et ho, senza cagione, alta paura, Però che io credo, e certo giurarei, Che quella che è là giù, fosse costei.

41

Poi verso me diceva: Io te scongiuro, Se mai speri aver ben che te conforte: Fosti oggi ancor di for da questo muro? Chi te condusse, e chi aperse le porte? Dimmi la verità, ch’io te assicuro Che danno non avrai, pena, nè morte; Ma stu mentisci, et io lo sappia mai, Da me non aspettare altro che guai.

42

Ora non dimandar come io giurava Il celo e’ soi pianeti tutti quanti: Quel che si fa per ben, Dio non aggrava, Anzi ride il spergiuro degli amanti. Così te dico ch’io non dubitava Giurare e l’Alcorano e’ libri santi, Che dapoi ch’era intrata in quel girone, Non era uscita per nulla stagione.

43

Lui, che più non sapea quel che se dire, Torna di fora, e le porte serrava. Io d’altra parte non stavo a dormire, Ma per la tomba ascosa me ne andava, E a nova guisa m’ebbi a rivestire. Quando esso gionse, e quivi mi trovava: Il cel, diceva, e Dio non faria mai Che questa è quella che là su lasciai.

44

Così più volte in diversa maniera Al modo sopradetto foi mostrata, E sì for di sospetto il zeloso era, Che spesso me appellava per cognata. Fo dapoi cosa facile e legiera Indi partirsi; perchè una giornata Ordauro a Folderico disse in breve Che quella aria marina è troppo greve;

45

E che non era stato una ora sano, Dapoi che venne quivi ad abitare; Sì che al giorno sequente e proximano Nel suo paese volea ritornare, Ch’era da tre giornate indi lontano. Or Folderico non se fie’ pregare, Ma per se stesso se fo proferito A farce compagnia for de quel sito.

46

E con noi venne forse da sei miglia, E poi con fretta adietro ritornava. Ora io non scio s’egli ebbe meraviglia, Quando alla rocca non me ritrovava. La lunga barba e le canute ciglia, Maledicendo il cel, tutte pelava; E destinato de averme o morire, Nostro camino se pose a seguire.

47

E non avendo possa, nè ardimento Di levarme per forza al giovanetto, Veniaci dietro con gran sentimento, Del qual troppo era pieno il maledetto. Ora ciascun di noi era contento, Io, dico, e Ordauro, quel gentil valletto, Che senza altro pensier ne andamo via; Forse da trenta eramo in compagnia.

48

Scudieri e damiselle eran costoro, Tutti senza arme caminando adaggio; Emo la vittualia e argento et oro, Posto sopra gambeli al carrïaggio; Perchè tutta la robba e il gran tesoro Che possedeva quel vecchio malvaggio, Avevamo noi tolta alla sicura, Là dove io venni per la tomba oscura.

49

Già la prima giornata caminando Aveàn passata senza impedimento; Ordauro meco ne venìa cantando, Et avea indosso tutto il guarnimento Di piastre e maglia, e cento al fianco il brando; Ma la sua lancia e il bel scudo d’argento, E l’elmo adorno di ricco cimero, Gli eran portati apresso da un scudero:

50

Quando davanti, in mezo del camino, Scontramo un damigiello in su l’arcione. Quel veniva cridando: Ahimè tapino! Aiuto! aiuto! per lo Dio Macone; Et era alle sue spalle uno assassino (Così sembrava in vista quel fellone); Correndo a tutta briglia per il piano Seguiva il primo con la lancia in mano.

51

Per il traverso di quel bosco ombroso Passarno e duo, correndo a gran flagello. Ordauro de natura era pietoso, Onde gli increbbe di quel damigello, E posesi a seguir senza riposo; Ma ciascun di color parea uno uccello, Ch’eran senza arme e scarchi e’ lor destrieri, Però veloci andavano e legieri.

52

Ordauro il suo ronzone avea coperto Di piastra e maglia, onde ebbe molto affanno: E, per esser lui di malizia experto, Ebbe oltra alla fatica ancor gran danno; Perchè, come io conobbi poi di certo, Sol Folderico avea fatto ad inganno Quel giovanetto e quel ladron venire, Acciò che Ordauro gli avesse a seguire.

53

E come fu da noi sì dilungato, Che di gran lunga più non si vedia, Il falso vecchio se fu dimostrato, Con circa a vinti armati in compagnia. Ciascun de’ nostri se fu spaventato, Chi qua, chi là per lo bosco fuggia, Nè fu chi se ponesse alle diffese, Onde il vecchiardo subito me prese.

54

Se io ero in quel ponto dolorosa, Tu lo puoi, cavallier, fra te pensare. Per una strata de bronchi spinosa, Dove altri non suolea mai caminare, Me conducea quel vecchio alla nascosa, E cento macchie ce fe’ traversare, Perchè de Ordauro avea molta paura; Or noi giongemo ad una valle oscura.

55

Stata ero io presa duo giorni davanti, Quando giongemmo a l’ombroso vallone; Io non avea giamai lasciato e’ pianti, Benchè me confortasse quel vechione. Eccote uscir del bosco tre giganti, Ciascuno armato e con grosso bastone; Un d’essi venne avanti e cridò forte: Gietti giù l’arme chi non vôl la morte.

56

Stava la dama in questo ragionare Col conte Orlando, et ancora seguia, Però che li voleva racontare, Come e' giganti l’ebbero in balia, E come il vecchio la volse aiutare; E lui fu morto e la sua compagnia, E sua ventura poi de parte in parte, Sin che soccorsa fu da Brandimarte;

57

Ma nova cosa [che] ebbe ad apparire, Qual sturbò il ragionar della donzella; Chè un cervo al verde prato vedean gire, Pascendo intorno per l’erba novella. Come era vago non potrebbi io dire, Chè fiera non fu mai cotanto bella; Quel cervo è della Fata del Tesoro, Ambe le corne ha grande e de fino oro.

58

Lui come neve è bianco tutto quanto, Sei volte il giorno di corno se muta; Ma de pigliarlo alcun non se dà vanto, Se forse quella fata non lo aiuta; Et essa è bella et è ricca cotanto, Che omo non ama e ciascadun riffiuta; Chè beltate e ricchezza a ogni maniera Per sè ciascuna fa la donna altiera.

59

Or questo cervo pascendo ne andava, Quando fo visto dai duo cavallieri E dalla dama, che ancor ragionava. Brandimarte a pigliarlo ebbe in pensieri, Ma non già il conte, perchè egli estimava Quelle ricchezze per cose legieri; E però apena li fece riguardo, Abenchè avesse il bon destrier Baiardo.

60

Ma sopra a Brigliadoro è Brandimarte, Qual, come il cervo vide, in su quel ponto Dal conte Orlando subito se parte, Chè de acquistarlo avea l’animo pronto; Ma quello era fatato con tal arte, Che non l’arìa volando alcuno agionto; Però il seguiva Brandimarte in vano Quel giorno tutto quanto per il piano.

61

Poichè venuta fu la notte oscura, Lui perse il cervo per le fronde ombrose, E veggendosi al fin de sua ventura, Poscia che ’l giorno la luce nascose, Vestito sì come era de armatura Nel verde prato a riposar se pose; E poi nel tempo fresco, al matutino, Monta il destriero e torna al suo camino.

62

Quel che poi fece con l’omo selvaggio Che la sua Fiordelisa avea legata, Nel canto che vien drieto conteraggio, E dirò la battaglia cominciata Tra Ranaldo e Grifon senza vantaggio. Per Dio, tornate a me, bella brigata, Chè volentieri ad ascoltar vi aspetto, Per darvi al mio cantar zoia e diletto.