Libro I · Canto XXI
Le tre mele d'oro
Rinaldo sfida i difensori di Truffaldino e si trova a combattere contro Grifone. Intanto una principessa racconta una corsa persa per tre mele d'oro.
In breve
Rinaldo sfida tutti i cavalieri che difendono il traditore Truffaldino. Loro sanno di avere torto, ma hanno giurato, e devono uscire dalla rocca. Grifone e Aquilante riconoscono Rinaldo e provano a fare pace, ma non trovano una via d'uscita. Rinaldo abbatte Oberto con un colpo in faccia, poi fa cadere il re Adriano insieme al suo cavallo. Tocca a Grifone, che vorrebbe ancora trattare: Rinaldo lo deride, e i due si battono per cinque ore, protetti dalle armi incantate, pregando Dio ognuno di dargli la vittoria.
Nella foresta, intanto, la ragazza liberata dai giganti guarisce Brandimarte con un'erba magica. Ma lui scopre che non è Fiordelisa e si dispera, raccontando la sua vita sfortunata. La ragazza, figlia del re delle Isole Lontane, gli racconta la sua: per sposare il giovane Ordauro aveva voluto una gara di corsa, ma il vecchio e astuto Folderico l'ha battuta lanciandole tre mele d'oro. Brandimarte, che pensa solo a Fiordelisa, non ha sentito una parola, e tutti e tre partono a cercarla.
Ascolta il canto
Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
Sotto le mura, Rinaldo gridava: «Chi difende un traditore è un traditore anche lui! Vi sfido tutti!» I cavalieri della rocca sapevano che aveva ragione: Truffaldino era davvero un malvagio. Ma avevano giurato di difenderlo, e dovevano farlo. Così uscirono, ma con il cuore che tremava.
Tra loro c'erano due fratelli, Grifone e Aquilante, che riconobbero subito Rinaldo. Erano lontani parenti, e cercarono insieme un modo per fare pace. Ma non lo trovarono. «Siamo in sette contro di te» disse Grifone. «Non potrai resistere.» «Vedremo» rispose Rinaldo. «Prima che il sole passi quel monte, vi metterò giù uno per uno.»
Il primo a sfidarlo fu Oberto, un cavaliere fortissimo. Combatterono a lungo, ma alla fine Rinaldo lo stese sul prato con un colpo di spada. Poi arrivò al galoppo il re Adriano. I due cavalli si scontrarono petto contro petto, e quello di Adriano finì a terra insieme al suo padrone.
Toccò a Grifone. Lui voleva ancora parlare di pace, ma Rinaldo lo prese in giro: «Per combattere non bastano un cavallo bianco e una bella armatura. Ci vogliono fiato e coraggio!» Grifone diventò rosso come il fuoco. Tutti e due erano protetti da armi incantate, e i colpi rimbalzavano sugli elmi. Combatterono per quasi cinque ore, e intanto pregavano: Rinaldo chiedeva aiuto a Cristo, Grifone alla Madonna. Ognuno era sicuro di avere ragione!
Nella foresta, intanto, Brandimarte era ancora ferito alla testa. La ragazza liberata dai giganti andò a cercare un'erba magica, che di giorno sembrava d'oro e di notte mandava lampi. La mise sulla ferita, e in un attimo Brandimarte guarì. «Dov'è Fiordelisa?» chiese subito. «Eccola, è lei che ti ha salvato!» rispose Orlando, che non sapeva niente. Ma Brandimarte guardò la ragazza, capì che non era lei e si mise a piangere disperato.
Allora la ragazza, per consolarlo, gli raccontò la sua storia. Era la figlia del re delle Isole Lontane, ed era così veloce che una volta aveva preso una cerva con le mani. Due uomini volevano sposarla: Ordauro, giovane e bello, e Folderico, vecchio e furbissimo. Lei preferiva Ordauro. Così annunciò che avrebbe sposato soltanto chi l'avesse battuta in una gara di corsa.
Folderico corse per primo, ma aveva un trucco. Ogni volta che lei stava per superarlo, lanciava sul prato una mela d'oro lucente. Lei non resisteva e si fermava a raccoglierla. Una mela, due mele, tre mele... e Folderico arrivò primo!
Quando la ragazza smise di parlare, Brandimarte sospirò: «Scusami, ma pensavo solo a Fiordelisa e non ho capito una parola.» Così partirono tutti e tre a cercarla nel bosco. La troveranno? E chi vincerà tra Rinaldo e Grifone? Per saperlo, non perderti il prossimo canto.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
La sfida di Rinaldo ott. 1–6
Il poeta ricorda dove aveva lasciato la storia: Rinaldo sfida Truffaldino, mentre Sacripante, liberato, ha fatto pace con lui e Torindo se n'è andato. Ora Rinaldo suona il corno e grida: «Campioni che state nella rocca con quel malvagio, ascoltate! Chi può punire un oltraggio o un tradimento e non lo fa, ne ha la colpa anche lui. Ogni vero gentiluomo, per le leggi della cavalleria, deve essere nemico dei traditori e vendicare ogni malvagità; ma voi non avete pietà né nobiltà d'animo. Anzi, tenete con voi un assassino, quel cane maledetto da Dio, Truffaldino, re di Baldacca. Vi sfido tutti, grandi e piccoli, e vi aspetto sul campo: vi dimostrerò con la spada che siete tutti traditori e vigliacchi.»
I cavalieri si guardano in faccia: sanno tutti di prendere le parti del torto, perché considerano Truffaldino un malvagio e un traditore. Ma il giuramento li obbliga a uscire armati dalle porte; e anche se sono coraggiosi e non temono la morte, vanno alla battaglia spaventati: non c'è barone così forte che, vedendosi davanti Rinaldo, non si senta tremare fino ai piedi.
Grifone riconosce Rinaldo ott. 7–14
Dalla rocca scendono nella pianura sei cavalieri: Aquilante e suo fratello Grifone, che hanno cavalli e armature fatate, Oberto, il re Adriano e Chiarione; in mezzo a loro, morto di paura, Truffaldino. Appena arrivati, Grifone riconosce Rinaldo. «Fratello» dice ad Aquilante, «se vedo bene, quello è il signore di Montalbano. Andiamo da lui e vediamo se si può fare pace, perché questa battaglia, a dirti la verità, la prendiamo a torto.» «Sembra anche a me» risponde Aquilante, «ma non ne sono certo, perché non ha sotto di sé Baiardo. Avviciniamoci.»
Si riconoscono, si appartano e ognuno racconta perché è arrivato lì; ma tutti e tre sono addolorati, perché non trovano un modo per evitare la battaglia. Appartengono alle casate di Chiaramonte e di Mongrana, nobili famiglie dello stesso sangue, e ora, per colpa di altri, si trovano a doversi uccidere. «Maledetta la sorte» dice Grifone, «che ti porta a morire per gli altri. Sette baroni famosi hanno giurato di difendere Truffaldino contro il mondo intero. Caro fratello, non te lo nascondo: ti vedo già morto sul prato, perché dopo il primo verrà il secondo, poi il terzo, poi il quarto, e contro tanti non potrai resistere.»
«Sulla mia lealtà» risponde Rinaldo, «combattere con voi mi pesa molto. E non lo dico per paura, perché finirete tutti a terra: siete così superbi da aver giurato contro il mondo intero, che non dovete meravigliarvi se io, da solo, ne affronto sette. Ma basta parole: non voglio stare armato tutto il giorno. Chi vuole difendere Truffaldino scenda in campo. Prima che il sole passi quel monte vi stenderò sul prato uno per uno, e vi farò vedere che state dalla parte sbagliata.»
Oberto e Adriano ott. 15–21
Detto questo, Rinaldo volta Rabicano, prende la rincorsa e si ferma sul campo con la lancia in mano. Gli altri capiscono che non c'è altro da fare che combattere; ma si vergognano di andargli addosso tutti insieme, e stabiliscono un ordine: prima andrà Oberto dal Leone da solo; se avrà la peggio, lo soccorrerà il re Adriano; poi, se serve, Grifone, aiutato dal fratello; e infine Chiarione.
Oberto è fortissimo, uno dei cavalieri più degni del mondo. Sprona il cavallo con la lancia in pugno, e i due si scontrano con una furia mai vista: il vantaggio è poco, e se c'è, è di Rinaldo. Poi passano alle spade e si battono come serpenti, finché scudi e corazze sono a pezzi; ma Rinaldo è più abile e più forte. Aspetta il momento giusto, e appena Oberto si scopre lo colpisce con Fusberta, gli apre l'elmo e lo ferisce crudelmente al viso, stendendolo sul prato come morto.
Il re Adriano, che era pronto a soccorrerlo, si lancia al galoppo con una lancia enorme. Rinaldo, che ha spezzato la sua al primo scontro, gli corre incontro con la spada sguainata. Adriano lo colpisce in mezzo allo scudo: la lancia vola in pezzi verso il cielo, e Rinaldo non si muove più di un sasso. I due cavalli si urtano petto contro petto come tuoni, e quello di Adriano finisce a terra. Allora Grifone afferra la spada.
Grifone contro Rinaldo ott. 22–31
Grifone non vuole usare la lancia, e quasi si vergogna di andare, perché Rinaldo gli sembra stanco. Ha armi e cavallo fatati e non teme niente, se non di non potersene andare senza uccidere Rinaldo. Così vorrebbe pregarlo con gentilezza di rinunciare all'impresa; ma Rinaldo lo interrompe: «Non fare prediche: scappa, oppure difenditi!» A Grifone la faccia diventa di fuoco: «Io non sono abituato a scappare, ma la tua superbia ti farà morire.»
Non ha finito di parlare che Rinaldo lo colpisce così forte da fargli perdere il senso del giorno e della notte. «Per essere un buon combattente» lo deride Rinaldo, «ci vuole altro che il cavallo bianco e la bella armatura: ci vogliono fiato e coraggio!» Grifone, offeso, gli cala a due mani un colpo sull'elmo: non lo danneggia, perché è incantato, ma gli stordisce la testa. Subito gliene dà un altro più forte, che gli fracassa il cimiero: «Ti farò vedere io se ho fiato e coraggio, e se mi serve altro che un cavallo bianco, mascalzone, ladro di strada!» E poi un terzo, ancora più forte, tanto in fretta che Rinaldo non sa come reagire. Per volontà di Dio lo colpisce sempre sull'elmo, che resiste: altrove, la battaglia sarebbe finita presto.
Grifone non è mai stato così furioso; ma pensate voi, dice il poeta, a come sta Rinaldo: l'Etna e Vulcano non bruciano tanto. Con gli occhi che sprizzano scintille e il fiato come una tempesta, afferra Fusberta a due mani e colpisce Grifone con un colpo che avrebbe passato sette armature, se non ci fosse stato l'incantesimo; ma la magia è così forte che salva il giovane dalla morte. Grifone resta stordito, piegato sulla criniera del cavallo, e Rinaldo lo colpisce ancora; ma appena si riprende risponde con colpi tremendi. È la battaglia più dura che si sia mai vista: hanno le facce così accese che, a guardarli da lontano, sembra che dagli elmi esca fuoco.
Due preghiere ott. 32–36
Nessuno dei due prevale, anche se Grifone è armato meglio, e il duello dura ormai da quasi cinque ore. Rinaldo prega: «Cristo onnipotente, anche se ho peccato in altre cose, non farmelo pagare adesso, perché ora difendo il giusto. Tu sai che la mia impresa è giusta: Grifone difende un saraceno contro di me, che sono cristiano. Fagli capire che la giustizia è difesa da te.»
Anche Grifone, sempre combattendo, guarda il cielo con devozione: «Vergine Maria, regina del cielo, abbi pietà dei miei errori e non abbandonare questa povera anima. Anche se in altre cose ho peccato, in questo la ragione è dalla mia parte: ho sempre parlato di pace con Rinaldo, ma lui mi ha offeso tanto che devo combattere contro la mia volontà. Aspetto il tuo aiuto, perché tu aiuti sempre chi ne ha bisogno.»
Così pregano tutti e due, senza mai fermare le spade: sono così valorosi che, con la spada o con la lancia, a piedi o a cavallo, potrebbero tenere testa a chiunque.
L'erba che guarisce ott. 37–42
Ma per ora il poeta rimanda la fine del duello e torna a Orlando e Brandimarte, che sono nella foresta con la ragazza liberata dai tre giganti. Brandimarte giace sul prato, coperto di sangue, con l'elmo rotto e lo scudo fracassato dal colpo di Marfusto, e Orlando lo tiene fra le braccia piangendo. La ragazza scende dal cammello, corre alla fontana e gli getta l'acqua sulla fronte, facendolo rinvenire. Poi dice al conte che può fare di meglio: poco lontano ha visto un'erba capace di ridare la vita.
Va a cercarla nel bosco e torna poco dopo con l'erba, che non ha l'uguale al mondo: di giorno sembra d'oro, di notte manda lampi, ha il fiore rosso e la radice bianca come l'argento. Brandimarte ha la testa spaccata dal colpo; la ragazza ci mette dentro l'erba fatata e chiude la ferita con il dito. In un attimo la piaga si rimargina, senza lasciare traccia. Appena torna in sé, Brandimarte chiede a Orlando di Fiordelisa. «Eccola qui!» risponde Orlando. «È lei che ti ha salvato.» Lo dice perché dell'altra non sa niente. Brandimarte guarda la ragazza, vede che non è lei, e sente un dolore più forte di quello della morte.
Il lamento di Brandimarte ott. 43–48
Alzando al cielo gli occhi pieni di lacrime, si lamenta: «Chi mi ha salvato dalla morte per darmi un dolore così grande? Non era meglio morire? Anime che soffrite, abbiate pietà di me, che voglio venire con voi! Non voglio vivere senza di lei, che è il mio solo bene: vivendo, morirei mille volte. Fortuna crudele, perché mi fai la guerra? Quando sarò morto, non avrai più potere su di me.
Mi hai odiato fin da bambino: sono stato rapito dalla mia casa reale e venduto come schiavo quand'ero piccolo; non ricordo più il nome di mio padre né il mio paese, e mi resta in mente solo il nome di mia madre. Mi hai fatto servo di un barone, il conte di Rocca Silvana; poi, per farmi più male, hai finto di essere gentile: il conte mi ha liberato e, non avendo eredi, mi ha lasciato tutti i suoi beni e il suo castello. E per sembrarmi ancora più amica mi hai dato una donna bellissima, la stessa che adesso mi hai portato via per farmi morire. Non posso farti niente, ma ti maledirò per sempre, anche all'inferno.»
Piange così forte che spezzerebbe un sasso per la pietà. Orlando ne soffre molto, e la ragazza gli dice con dolcezza: «Mi dispiace molto della tua sventura, e ho anch'io motivo di piangere con te.
La principessa delle Isole Lontane ott. 49–57
Ascolta, e capirai che la Fortuna manda strane sorti anche agli altri. Mio padre è il re delle Isole Lontane, dove si raccolgono i tesori del mondo: nessuno sotto la luna ha tanto oro e argento, e io ero la sua erede. Ma non si può mai sapere che cosa sia meglio desiderare. Ero figlia di re, bella e ricca, e proprio questo mi ha portato molti guai: te lo racconto, perché tu capisca che nessuno è felice prima della morte.
La fama delle ricchezze di mio padre e della mia bellezza, vera o falsa che fosse, portò a chiedere la mia mano, nello stesso giorno, due pretendenti: Ordauro il biondo e il vecchio Folderico. Il primo era bellissimo dalla testa ai piedi, alto e forte; l'altro aveva più di sessant'anni ed era considerato così saggio e lungimirante che gli si credeva come a Dio. Io, che allora non chiedevo consiglio a nessuno, lasciai il vecchio e scelsi il giovane.
Ma non ero del tutto libera, perché anche mio padre aveva il suo peso; e la vergogna mi tratteneva dal fuggire subito per mare. Pensavo di ottenerlo facilmente con l'astuzia, ma mi sbagliavo. Dicono gli antichi proverbi, che risalgono a Salomone, che non c'è malizia più grande di quella di una donna; ma oggi si scopre che sono chiacchiere. L'ho provato a mie spese: fidandomi della mia astuzia ho perso ciò che volevo e ciò che avevo.
Facendomi rossa in viso, con gli occhi bassi e una voce quasi di pianto, mi inginocchiai davanti a mio padre: "Signore, se sono tua figlia e ho sempre messo la tua volontà davanti alla mia, non negarmi un ultimo dono: non darmi un marito che prima non abbia gareggiato con me nella corsa. Sia legge che il vincitore mi sposi, ma che il vinto perda la vita; e si sappia dappertutto: chi non sa correre, non mi chieda in sposa." Era una richiesta crudele, ma mio padre non seppe dirmi di no e la fece annunciare quasi in tutto il mondo. Io ero tranquilla, sicura di scegliermi il marito che volevo, perché corro così veloce che quasi nessun animale mi supera.
La corsa delle mele d'oro ott. 58–68
Nel prato vicino alla città di Damosire, una volta ho preso una cerva correndo, con le mani. Ed ecco arrivare, come ho detto, Ordauro e Folderico: uno canuto e pieno d'anni, l'altro con un viso d'angelo. Puoi immaginare, cavaliere, da che parte andava il cuore di una ragazza. Il vecchio arrivò su una mula, con l'aria stanca come se portasse un gran carico, e una grossa borsa al fianco sinistro. Il giovane arrivò in festa, su un cavallo bardato d'oro. Tutti indicavano Folderico: "Il saggio ci lascerà la testa: qui l'astuzia non gli servirà. Per amore ha perso il senno."
Uscimmo dalla città in un prato; ripetuti i patti, davanti alla folla, al terzo squillo partimmo. Folderico passò avanti, e io lo lasciai fare, per prenderlo in giro. Ma quando vide che stavo per superarlo, tirò fuori dalla borsa una mela d'oro lucente, e io, incantata da quella meraviglia, lasciai la corsa e andai a prenderla. L'oro piace tanto che svia quasi tutto il mondo; e la mela era così liscia e rotonda che faticai ad afferrarla. Presi la prima, lui gettò la seconda, e con molta fatica presi anche quella e lo raggiunsi di nuovo.
Eravamo ormai alla fine della corsa, vicino alle tende bianche dove si arrivava. Pensavo: "Ora non torno indietro per niente al mondo: non voglio un vecchio per marito! Il giovane lo lascerò vincere, ma questo vecchio brutto ci lascerà la testa. Non vedo l'ora che Ordauro gareggi con me, per baciarlo e darmi vinta." Ma proprio allora quel vecchio traditore lanciò la terza mela, e il suo splendore mi abbagliò tanto che, anche se non avevo più tempo, tornai indietro a prenderla, e Folderico non lo raggiunsi più.
Arrivò alle tende ansimando, tra la gioia dei suoi, mentre la folla gridava: "La vecchia volpe ha usato una gran malizia!" Puoi immaginare se imprecavo: piansi lacrime di sangue dalla rabbia. E giurai dentro di me che, se lui era una volpe, io l'avrei ingannato a mia volta e reso ridicolo davanti a tutti: avrebbe potuto sorvegliarmi quanto voleva, e anche con un occhio su ogni dito non gli sarebbe servito.
Alla ricerca di Fiordelisa ott. 69–71
Così decisi, e così feci... Ma forse voi avete altro da fare: vedo che siete tutti e due in pensiero e vi guardate intorno. Verrò con voi, e vi racconterò il seguito strada facendo: prendete pure la via che volete.»
«La mia sventura mi ha fatto perdere la testa» risponde Brandimarte. «Sono così disperato per la mia dama che mi sembra di aver perso il cuore: voglio solo andare a cercarla, e il ritardo mi dà tanto dolore che non ho capito niente di quello che mi hai detto.»
Così tutti e tre si accordano per cercare Fiordelisa in quella terra deserta, decisi a non fermarsi finché non sapranno che cosa le è successo, e si avviano nel bosco ombroso. Ma il loro cammino, le loro avventure e i loro discorsi, promette il poeta, ve li racconterò nel prossimo canto.
Parole difficili
- afferrante ott. 1: ferrante, cavallo da battaglia.
- diveta ott. 3: vieta, impedisce.
- Baldaca ott. 4: Baldacca, cioè Baghdad, il regno di Truffaldino.
- germano ott. 8: fratello.
- Chiaramonte ott. 11: con Mongrana, una delle due grandi famiglie di paladini, imparentate tra loro, da cui discendono Rinaldo da una parte e Grifone e Aquilante dall'altra.
- fermato il chiodo ott. 15: ha preso una decisione e non la cambia.
- guarnimenti ott. 18: ornamenti e parti dell'armatura.
- barbuta e il guancial ott. 19: le parti dell'elmo che proteggono il mento e le guance.
- Mongibel ott. 28: Mongibello, cioè l'Etna, il vulcano dove secondo il mito lavorava il dio Vulcano.
- fatasone ott. 29: fatagione, incantesimo che rende invulnerabili.
- zuffo ott. 51: ciuffo; «dal zuffo alla pianta» vuol dire dalla testa ai piedi.
- sarte ott. 53: sartie, le corde che reggono l'albero della nave; «trarre in nave le sarte» significa partire per mare.
- cianze ott. 54: ciance, chiacchiere.
- mulla ott. 59: mula.
- scaltrito ott. 60: astuto, furbo.
- pomo d'oro ott. 62: mela d'oro.
- bacinetto ott. 65: elmo; «lasciare la forma del bacinetto» vuol dire perdere la testa.
- volpone ott. 67: persona molto furba, vecchia volpe.
Il testo di Boiardo
71 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Cantando qui di sopra, io vi lasciai Come Ranaldo è sopra allo afferrante, E con vergogna e vituperio assai Disfida Trufaldino a sè davante; E nella fin del canto io vi contai Come fu spregionato Sacripante, E fece pace col re Trufaldino; Ma il re Torindo tenne altro camino.
Ora pone Ranaldo il corno a bocca, E tal parole al tintinar risuona: O campioni, che seti nella rocca In compagnia della mala persona, Oditi quel che a tutti quanti tocca, Sia cavalliero, o sia re de corona: Chi non punisce oltraggio e tradigione, Potendo farlo, lui ne ha la cagione.
Ciascun che puote, e non diveta il male, In parte del deffetto par che sia; Et ogni gentilomo naturale Viene obligato per cavalleria Di esser nemico ad ogni disleale, E far vendetta de ogni villania; Ma ciascuno de voi questo dispreza, Chè pietà non aveti, o gentileza.
Anzi teneti vosco uno assassino, Quel falso cane de Dio maledetto, Dico il re di Baldaca, Trufaldino, Malvaggio, traditor, pien de diffetto. Ora me intenda il grande e il piccolino: Tutti ve isfido e nel campo vi aspetto; E vo’ provarvi, con la spada in mano, Che ognom de voi è perfido e villano.
Con tal parole e con altre minaccia Tutti quei cavallieri il fio de Amone; Lor se guardavan l’uno e l’altro in faccia, Chè chiaro aveano inteso quel sermone; De loro alcun non è che ben non saccia Che a torto prenderà la questïone; Chè Trufaldin da tutti era stimato Iniquo, traditore e scelerato.
Ma la promessa fede e il giuramento Li fece uscire armati de le porte; E benchè avessen tutti alto ardimento, E non stimassen, per onor, la morte, Andarno alla battaglia con spavento; E non vi fu baron cotanto forte Che, vedendo Ranaldo a sè davante, Non se stordisse insin sotto le piante.
Sei cavallieri uscîr di quel girone, E calarno de il sasso alla pianura: Primo Aquilante e il suo fratel Grifone, Che hanno e’ destrier fatati e l’armatura, Oberto e il re Adrïano e Chiarïone; In mezo è Trufaldin con gran paura. Come nel campo fôr gionti di saldo, Grifon cognobbe in vista il bon Ranaldo.
Verso Aquilante disse: Odi, germano: Se io vedo drittamente, ora mi pare Che questo sia il segnor di Montealbano; E ben serebbe de girlo a trovare, E con carezze e con parlare umano Veder se pace se puote trattare; Però che, a dirti il vero, io me sconforto Per la battaglia che prendiamo a torto.
Disse Aquilante: A me pare ancora esso, E più proprio me par, quanto più guardo; Ma non ardisco a dirlo per espresso, Chè non ha sotto il suo destrier Baiardo. Or cavalchiam pur, chè, gionti da presso Ben lo cognosceremo senza tardo: E parla poi con lui, come te piace, De accordo, o di battaglia, o guerra, o pace.
Così van verso lui, sempre parlando, E già l’un l’altro se recognoscia; Unde andarno da parte, e ragionando La sua sorte avenire, ogni om dicia Perchè qua fosse gionto, e come, e quando; Ma ciascadun de’ tre gran pena avia, Poi che trovar non scian ragion che vaglia, Che tra lor cessi la mortal battaglia.
Di Chiaramonte sono e di Mongrana, Gentile ischiatte e de un sangue discese; Or per altrui e per cagione istrana Vengono insieme alle mortale offese. Dicea il franco Grifon con voce umana Verso Ranaldo: Deh baron cortese! Mal aggia la fortuna e trista sorte, Che per altrui te adduce a prender morte.
Perchè sette baroni hanno giurato Diffender Trufaldin da tutto il mondo, Ciascuno d’alto pregio e nominato. Caro fratello, io non te me nascondo: Morto ti veggio e disteso nel prato, Chè dopo il primo venirà il secondo, E il terzo e il quarto senza dimorare: Contra de tanti non puotrai durare.
Disse Ranaldo: A fede di leanza, Aver guerra con voi molto me pesa; E ciò non dico già per dubitanza, Chè tutti andreti in terra alla distesa; Et è la vostra sì grande arroganza, Poi contra a tutto il mondo aveti impresa, Che non doveti già meravigliare Se io solo a sette voglio contrastare.
Ma noi facciamo ormai troppo parole, Et io non voglio star tutto oggi armato; Qualunche Trufaldin diffender vole, Prenda del campo, chè io l’ho desfidato. Certo non passarà quel monte il sole, Che ad uno ad un vi stenderò sul prato, E mostrarovi chiaro il parangone Che ve moveti contra alla ragione.
Poi che ebbe così detto, il cavalliero Più non aspetta e volta Rabicano: E, dilungato con sembiante altiero, Fermossi al campo con la lancia in mano. Or vedon li altri al tutto esser mestiero De insanguinar le spade in su quel piano, Perchè Ranaldo ha qui fermato il chiodo; Alla battaglia danno ordine e modo.
E, vergognando andarli tutti adosso, Ordinorno che Oberto dal Leone Fosse contra de lui soletto mosso; E quando avesse il peggio alla tenzone, Il re Adrïano l’avesse riscosso; E, bisognando, movesse Grifone, Al qual donasse aiuto il suo germano; E Chiarïone a lui, de mano in mano.
Aveva Oberto una extrema possanza, E fu de’ digni cavallier del mondo; Sprona il destriero et impugna la lanza. Non fu mai corso tanto foribondo, Quanto hanno e' duo baron pien de arroganza Credendo metter l’uno [e] l’altro al fondo; Poco vantaggio fu nel gionger saldo, Me se gli ne fu alcun, fu de Ranaldo.
E ritornarno con brandi taglienti Alla terribil zuffa, inanimati Per darsi morte, a guisa de serpenti, Sempre menando colpi disperati. Avean tagliati tutti e’ guarnimenti, E rotti e’ scudi e li usberghi spezzati; Ma Ranaldo con lui de maestria E ancor di forza vantaggio avia.
Menando le botte aspere e diverse, Ranaldo, che aspettava, il tempo ha còlto; Però che, come Oberto se scoperse, Gionse Fusberta, e l’elmo ebbe disciolto. La barbuta e il guancial tutto li aperse, E crudelmente lo ferì nel volto; E fu il colpo sì fiero e smisurato, Che come morto lo distese al prato.
Questo veggendo il franco re Adrïano, Che stava apparecchiato alla riscossa, Mosse a gran furia, correndo nel piano Con una lanza smisurata e grossa. Era senza asta il sir de Montealbano, Chè l’avea rotta alla prima percossa, Ma correndo ne vien col brando nudo; Il re Adrïano il gionse a mezo il scudo.
La lancia ne andò al ciel, rotta a tronconi, Nè se mosse Ranaldo più che un sasso. Or ben vi sazo dir che e’ due ronzoni Non venian di galoppo nè di passo; Anci se urtarno insieme come troni, Petto per petto, con molto fraccasso; Ma quel del re Adrïano andò per terra: Grifone incontinente il brando afferra.
Non volse lancia il cavallier pregiato, E quasi ancor de andar se vergognava, Parendoli Ranaldo affaticato. Or, come io dissi, la spada pigliava; L’arme avea tutte e il destriero affatato, Nè d’altra cosa lui se dubitava, Salvo de non potersi indi partire Che non facesse Ranaldo morire.
E dolcemente lo volea pregare Che li piacesse de lasciar la impresa. Disse Ranaldo a lui: Non predicare, Fuggi in mal’ora, o prendi tua diffesa. Quando Grifone intese quel parlare, La faccia li vampò di foco accesa, Et a lui disse: Io non soglio fuggire, Ma tua superbia ti farà morire.
Compìto non avea queste parole, Che il principe il ferì con tal roina, Che veder non sapea se è luna, o sole, Nè se gli era da sera, o da matina. Ranaldo a lui diceva: Altro ce vole Che il destrier bianco e l’armatura fina, A voler esser bon combattitore! Lena bisogna et animoso core.
Quando Grifone intese con oltraggio Dal sir de Montealbano esser schernito, Turbato oltra misura nel coraggio Ferilli ad ambe man l’elmo forbito; E benchè a quel non facesse dannaggio, Chè era incantato, come avete odito, Fu il colpo di tal furia e tal tempesta Che tutta quanta gli stordì la testa.
Non pone indugia, che un altro li mena, Con più roina assai de quel primiero; Non sentì mai Ranaldo maggior pena, E tutto fraccassato avea il cimiero. — Io ti farò sentir se ho core e lena, E se altro vôlsi che un bianco destriero, Vil ribaldo, di strata rio ladrone! Queste parole diceva Grifone.
E menò il terzo colpo assai maggiore, Così come era, tutto invelenito, E tanta fretta mena e tal furore, Che Ranaldo non può prender partito. Ma come piacque a l’alto Creatore, Sempre ne l’elmo l’aveva ferito, Chè, se l’avesse gionto in altro loco, Seria durata la battaglia poco;
Però che avria spezzata ogni armatura: Ma l’elmo stette alle percosse saldo. Turbato era Grifone oltra misura, Nè mai fu de grande ira tanto caldo; Ma d’altra parte a voi lascio la cura Di pensar come stesse il pro’ Ranaldo; Chè Mongibel non arde nè Vulcano, Più che facesse il sir de Montealbano.
Sembravan gli occhi suoi faville accese, E parea nel soffiar tempesta e vento; Cridando ad ambe man Fusberta prese, E ferisce a Grifon con ardimento. Sette armature non serian diffese, Se non vi fosse stato incantamento; Ma quella fatasone era sì forte, Che campò il giovanetto dalla morte.
Abenchè se stordì della percossa, Et alle crine del destrier s’inchina; E non avendo ancor l’alma riscossa, Ranaldo lo ferì con gran ruina. Ma il giovanetto, che avea tanta possa, Et è guarnito di armatura fina, Come risente, di nulla si cura, E mena colpi grandi oltra misura.
E sì crudel battaglia han cominciata, Che un’altra non fu mai cotanto dura; Nè mai chiesen riposo alcuna fiata, Nè di doglia o de affanno alcun si cura. La faccia avea ciascun tanto infiammata, Che solo a riguardarli era paura; E, chi mirava da lontano un poco, Parea che fuor de l’elmi uscisse foco.
Nè si scorgìa vantaggio di nïente, Benchè meglio Grifone fosse armato. Cresce d’ognor lo assalto più fervente, Qual già presso a cinque ore avea durato. Dicea Ranaldo: O Cristo onnipotente, Se bene in altra cosa aggio peccato, Non ne volere in questo far amendo, Chè adesso il dritto e la ragion diffendo!
Tu sciai, Segnor, se iusta è la mia impresa, Chè a te menzogna se direbbe in vano; Grifon de un Saracino ha la diffesa Contra di me, che pur son cristïano. Per un can Saracin lui fa contesa, Crudele, iniquo, perfido e inumano: Fa, re del ciel, che chiaro ora comprenda Che la iustizia per te se diffenda.
Così parlava; et ancora Grifone, Tuttavia combattendo a gran ruina, Mirava al celo con devozïone. Vergine (dicea lui), del cel regina, Abbi del mio fallir compassïone, Nè abandonar questa anima tapina! Che, benchè in altre cose aggia peccato, In questo è pur il dritto dal mio lato.
Sempre parlai con Ranaldo de pace, E lui me oltraggia con tal villania, Che adoprar mi convien quel che me spiace E far battaglia contra a voglia mia. Suo tanto orgoglio e suo parlar mordace Me hanno condutto a questa pugna ria; E il tuo soccorso aspetto, che è dovuto, Chè sempre a’ bisognosi doni aiuto.
In tal forma pregavan con pietate, Tuttavia combattendo, quei guerreri; Nè mai se vedean ferme le sue spate, Ma colpi sopra colpi ognor più fieri; Nè se temean l’un l’altro in veritate, Tanto eran prodi e de virtute altieri, Che a brando, a lancia, a piedi e su l’arcione, Potean con ciascun stare al paragone.
Ma nel presente io voglio differire Il fin di questa pugna sì rubesta; De Orlando e Brandimarte vi vo’ dire, Che son con quella dama alla foresta, Quale han campata da crudel martire, E tre giganti occisi con tempesta, Come doveti aver nella memoria; Or de quel fatto io vo’ seguir la istoria.
Brandimarte giacea sopra a quel prato, Come io vi dissi, tutto sanguinoso, Con l’elmo rotto e scudo fraccassato, Pel colpo di Marfusto furïoso. Orlando in braccio se l’avea recato, E piangea forte quel conte pietoso; Ma quella damisella a mano a mano Giù del gambelo discese nel piano.
Et andò prestamente ivi alla fonte, Ch’era nel mezo del prato fiorito, E giettando acqua a Brandimarte in fronte Ritornar fece il spirto sbigotito: E dolcemente ragionando al conte Dicea voler pigliare altro partito, Chè poco longe una erba avea veduta, Qual racquista la vita ancor perduta.
Dentro alla selva che girava intorno La damisella se pone a cercare, Nè stette molto, che fece ritorno Con l’erba che a virtute non ha pare. Ad ôr simiglia quando è chiaro il giorno, La notte poi se vede lampeggiare; Il fior vermiglio ha la pianta felice, E come argento è bianca sua radice.
Avea il baron la testa dissipata Per il gran colpo, come aveti odito; Posevi dentro quella erba fatata La damisella, e chiusela col dito. Fu incontinente la piaga saldata, Nè pur se vede dove era ferito; Ma, come il spirto li fu ritornato, Di Fiordelisa il conte ha dimandato.
Eccola quivi! a lui rispose Orlando Lei sola ti campò veracemente. Così rispose il conte al suo dimando, Perchè de l’altra non sapea nïente. Brandimarte mirò la dama, e quando Vide che non è quella, un dolor sente Sì smisurato e sì nocivo al core, Che quel del trapassar serìa minore.
Volgendo al cel le luce lacrimose: Chi mi campò, dicea, da mortal sorte Per darmi pene tanto dolorose? Or non me era assai meglio aver la morte? Spirti dolenti et anime piatose Che stati del morir sopra le porte, Pietà vi prenda della pena mia, Ch’io vo’ venir con vosco in compagnia!
Non voglio viver, non, senza colei, Che sola ene il mio bene e ’l mio conforto; Vivendo, mille volte io morirei. Ahi, Fortuna crudel, come a gran torto Presa hai la guerra contro a’ fatti miei! Or che te giovarà poi che sia morto? Che farai poi, crudel, senza lïanza? Chè morte finirà la tua possanza.
Tolto m’hai del paese ove fui nato, Chè ancor me odiasti essendo fanciullino; Di mia casa reale io fui robato, E venduto per schiavo piccolino; Il nome de mio patre aggio scordato E il mio paese, misero! tapino! Ma solo il nome de mia matre ancora Fermo nella memoria mi dimora.
Fortuna dispietata, iniqua e strana, Tu me facesti servo ad un barone, Quale era conte di Rocca Silvana; E poi, per darmi più destruzïone, Con falso viso ti mostrasti umana: E il conte, che mi desti per padrone, Franco mi fece; e, non avendo erede, Ogni sua robba e il suo castel mi dede.
E per fingerti a me più grata e sciolta, Dama me desti de tanta beltate: Quella me desti che adesso m’hai tolta, Per farmi ora morir con crudeltate. Odi, fallace, e il mio parlare ascolta: Nocer non posso alla tua vanitate, Ma sempre biasmarotti et in eterno Di te me andrò dolendo nello inferno.
Così parlando sì forte piangia, Che avria spezzato un sasso di pietate. Il conte Orlando gran dolor n’avia, E quella dama, con umanitate, Dolcemente parlando gli dicia: Molto me incresce di tua aversitate, E debbo averte assai compassïone, Perchè a dolermi teco aggio cagione.
E vo’ che intendi se le cose istrane Son date ad altri ancor dalla Fortuna. Mio padre è re delle Isole Lontane, Dove il tesor del mondo se raduna; E tanto argento et oro ha in le sue mane, Che altro tanto non è sotto la luna, Nè ricchezza maggior al sol si vede; Et io restavo a tanto bene erede.
Ma non se puote indivinar giammai Quel che sia meglio a desïare al mondo. Di re figliola e bella mi trovai, Ricca de avere e de stato iocondo; E ciò mi fu cagion de molti guai, Come te contaraggio il tutto a tondo, Perchè cognosci a quel che emmi incontrato, Che anzi alla morte alcun non è beato.
Era la fama già sparta de intorno Della ricchezza del mio patre antico; E nominanza del mio viso adorno, O vera, o falsa, pur come io te dico, Menò duo amanti a chiedermi in un giorno, Ordauro il biondo e il vecchio Folderico; Bello era il primo dal zuffo alla pianta, L’altro de li anni avea più de sessanta.
Ricco ciascuno e de schiatta gentile; Ma Folderico sagio era tenuto E de uno antiveder tanto sotile, Che come a Dio del cel gli era creduto. Ordauro era di forza più virile, E grande di persona e ben membruto; Io, che a quel tempo non chiedea consiglio, Il vecchio lascio, e il giovine me piglio.
Non era tutta mia la libertate, Però che il patre mio vi tenea parte; Vergogna rafrenò la voluntate, Che presto in nave avria tratto le sarte. Et anco mi stimava in veritate Poter mandar mia voglia al fin con arte, Et ottenire Ordauro di leggiero; Ma fallito me andò questo pensiero.
Nelli antichi proverbii dir se suole Che malizia non è che donna avanze; Salamon disse già queste parole, Ma al nostro tempo se ritrovan cianze. Provato l’ho a mio costo, e ben mi dole, Ch’aggio perduto l’ultime speranze, Per confidarme alla malizia mia; Perso ho quel ch’io volevo e quel ch’io avia.
Perchè, fingendo la faccia vermiglia E gli occhi quanto io pote’ vergognosi, Con quel parlar che a pianto se assomiglia, Nanti al mio patre ingenocchion mi posi, E dissi a lui: Segnor, s’io son tua figlia, Se sempre il tuo volere al mio preposi, Come fatto ho di certo in abandono, Non mi negare a l’ultimo un sol dono.
Questo serà che non me dia marito Che prima meco al corso non contenda; E sia per legge fermo e stabilito Che il vincitor per sua moglie mi prenda; Ma fa che ’l vinto sappia che il partito Sia di lasciar la vita per amenda, E sia palese per tutte le bande: Chi non è corridor, non me domande.
Questa richiesta fu crudele e dura, Ma non la seppe il mio patre negare, E fecela per voce e per scrittura Quasi per l’universo divulgare. Ora me tenni lieta e ben secura Poter marito a mia voglia pigliare, Perchè io son tanto nel corso legiera, Che apena è più veloce alcuna fiera.
E mi ricordo che nel prato piano Che è presso alla città di Damosire, Presi una cerva, correndo, con mano, Et altre cose assai che non vo’ dire. Or, come io dissi, Ordauro, quel soprano, Con Folderico insieme ebbe a venire. L’uno è canuto e di molti anni pieno, L’altro nel viso angelico e sereno.
Pensa tu, cavalliero, a qual s’accosta Lo amoroso voler de una fanciulla. Io tutta al giovanetto ero disposta, E di quel vecchio mi curavo nulla. Più non se dette al fatto indugia o sosta; Venne il vecchiardo sopra ad una mulla, E de alto carco se mostrava stanco; Una gran tasca avea dal lato manco.
Il giovanetto viene con gran festa Sopra il destrier, che de oro era guarnito; Salta su il campo et al corso s’apresta. Ciascun mostrava Folderico al dito, Dicendo: Il saggio perderà la testa, Chè qua non gioveralli esser scaltrito; Di tanta astuzia al mondo era tenuto, Or per amore egli ha il senno perduto.
Fuor della terra smontamo ad un prato, Per far di nostro corso ultima prova: Folderico la tasca avea da lato: E prima che dal segno alcun se mova, Fu il patto nostro ancora ricontato, E la condizïon qui se rinova; La turba sta d’intorno alla vedetta, E sol la mossa al terzo suono aspetta.
Ciascun di noi dal segno fo partito. Folderico davanti via passava: Io il comportai, per averlo schernito. Come lui vide che a passarlo andava, Un pomo d’oro lucido e polito Fuor della tasca subito cavava; Io, che invaghita fui di quel lavoro, Lasciai la corsa e venni al pomo d’oro.
Chè quel metallo in vista è sì iocondo, Che la più parte del mondo disvia; Et era sì volubile e ritondo, Che de pigliarlo gran fatica avia. Io presi il primo, e lui giettò il secondo, Fuggendomi davanti tuttavia, Dove ebbi assai fatica, et ad un ponto Questo pigliai et ebbilo ancor gionto.
Io l’ebbi gionto, et eravamo al fine Della affannata corsa e faticosa; E già le tende bianche eran vicine, Dove, compìto il corso, se riposa. Fra me dicea: Convien che io me destine A dietro non tornar per altra cosa; Non tornaria per tutto il mondo un dito, Chè un vecchio non voglio io per mio marito.
Passar me lassaraggio al giovanetto, E lui davante vo’ lasciare andare; E questo brutto vecchio e maledetto, Che è sì canuto e vôlsi maritare, La forma lasciarà del bacinetto; E già questa ora mille anni a me pare Che Ordauro meco nel corso contenda, Et io lo baci e per vinta mi renda.
Così parlava meco nel mio core, Alegra, già vicina alla speranza, Quando il vecchio malvaggio e traditore Il terzo pomo della tasca lanza; E tanto me abagliò col suo splendore, Che, benchè tempo al corso non me avanza, Pur venni adietro e quel pomo pigliai, Nè Folderico più gionsi giamai.
Lui forte ansando alle tende arivava; E' soi gli sono intorno con letizia. Tutta la gente di fuora cridava: Adoprata ha il volpone alta malizia. Or tu pôi mo pensar se io biastemava, Ch’io piansi il sangue vivo per gran stizia; E nel mio cor dicea: Se egli è volpone, Farollo essere un becco, per Macone.
Che mai non intrò a giostra cavalliero, Nè a torniamento per farsi vedere, Che avesse in capo tanto alto il cimiero, Come io farò di corne al mio potere. Ponga a guardarme tutto il suo pensiero, Che non gli giovarà lo antivedere; E s’egli avesse uno occhio in ciascun dito, Ad ogni modo rimarrà schernito.
Feci il pensiero e missilo ad effetto.... Ma voi aveti forse altro che fare, Perchè io vedo entrambi nello aspetto Esser sospesi e de intorno guardare; Sì che io verrò con voi, e con diletto La mia novella voglio seguitare, Qual or vi piace, Prendìte la via, Ch’io serò presta a farvi compagnia.
Rispose Brandimarte: Il danno mio M’ha tratto della mente al tutto fuore, E de mia dama tanto mi scia rio, Come perduto avessi proprio il core; Sì che a cercarla è tutto il mio desio; E sento per la indugia tal dolore E tanta pena e tanta angoscia e guai, Ch’io non ho inteso ciò che detto m’hai.
E così tutti tre fôrno accordati Di cercar Fiordelisa in quel deserto, E non posar giamai son destinati, Sin che di lei non scianno al tutto il certo; E cavalcando se fôrno invïati Nel bosco ombroso e di rame coperto.... Ma il lor camino e i fatti e il ragionare, Dirovi a ponto in questo altro cantare.