Libro I · Canto XXIV
I tori e il drago
Una damigella offre a Orlando un corno incantato: chi lo suona deve domare due tori fatati, uccidere un drago e affrontare un esercito nato dalla terra.
In breve
La battaglia tra Marfisa e i due fratelli Grifone e Aquilante continua furiosa, colpo su colpo, mentre poco lontano Rinaldo, ferito, tiene testa da solo a due avversari. Il poeta lascia gli scontri a metà e torna da Orlando, che passa la notte nel bosco con la dama della beffa a Folderico: lei si aspetta qualche attenzione, lui dorme russando fino al mattino.
All'alba una damigella offre al conte un corno prezioso e un libro magico: chi suona il corno tre volte affronta prove terribili, ma alla fine trova una grande fortuna. Al primo suono escono da una pietra due tori fatati dalle corna di ferro: Orlando li lega e ara un campo usando Durindana come aratro. Al secondo esce un drago che sputa fuoco: Orlando gli taglia la testa e ne semina i denti nel campo, da cui nasce un esercito di guerrieri armati. Il conte li uccide tutti e si prepara a suonare la terza volta.
Ascolta il canto
Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
La battaglia tra Marfisa e i due fratelli Grifone e Aquilante continuava, più furiosa che mai. I colpi cadevano fitti come la grandine in un temporale. Lì vicino Rinaldo, ferito, teneva testa da solo a due nemici. Ma lasciamoli lì e torniamo da Orlando.
Orlando aveva cercato Brandimarte nel bosco fino a notte fonda, senza trovarlo. Allora si sdraiò sull'erba e dormì fino all'alba. La dama che viaggiava con lui, invece, non chiuse occhio. Al mattino si lamentò: «Russavate così forte che non mi avete lasciato dormire!»
In quel momento da un boschetto uscì una damigella bellissima. Portava un libro e un corno bianco, pieno d'oro e di pietre preziose. «Cavaliere» disse a Orlando, «ecco la più grande avventura del mondo. Suonate il corno tre volte. Ogni volta uscirà un pericolo, e il libro vi dirà che cosa fare. Al terzo suono arriverà una grande fortuna. Ma attenzione: chi si spaventa resterà prigioniero per sempre.»
Orlando non ci pensò due volte e suonò. Una grande pietra si spaccò con un rumore di tuono, e ne uscirono due tori feroci, con le corna di ferro e il pelo che cambiava colore. Il libro diceva: «Non puoi ucciderli con la spada. Devi legarli e arare il campo con loro.»
I tori lo lanciarono in aria due volte, ma Orlando era fatato, cioè protetto da un incantesimo, e niente poteva ferirlo. Anche la sua spada Durindana, contro quei tori magici, sembrava di legno. Alla fine Orlando ne afferrò uno per un corno e poi li legò insieme con la briglia del cavallo. Attaccò Durindana dietro di loro come un aratro, prese un bastone e si mise ad arare, proprio come un contadino! Poi lasciò andare i tori, che scapparono muggendo.
Al secondo suono una collina si aprì e ne uscì un drago enorme, con le scaglie verdi e dorate, che sputava fuoco. Il libro diceva: «Tagliagli la testa, prendi i denti e seminali nel campo che hai arato.» Il drago gli fu subito addosso. Lo scudo di Orlando prese fuoco, il fumo gli entrava nell'elmo e non vedeva quasi niente. Ma lui continuò a menare colpi finché tagliò la testa al drago.
Orlando prese i denti, li mise nell'elmo e li seminò. Dalla terra spuntarono prima delle piume colorate, poi degli elmi, poi guerrieri interi, a piedi e a cavallo! Tutti gridavano «Guerra, guerra!» e puntavano le lance contro di lui. «Questo strano raccolto dovrò tagliarlo con la spada» pensò Orlando. Saltò a cavallo e li sconfisse tutti. Appena caddero, sprofondarono nella terra da cui erano nati.
Mancava il terzo suono, quello della grande fortuna. Orlando si portò il corno alla bocca... Che cosa uscirà questa volta? Te lo racconterà il prossimo canto.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
Marfisa contro i due fratelli ott. 1–9
Se la memoria non mi inganna, signori, dice il poeta, ora devo raccontare una battaglia grandissima: quella della dama terribile e fortissima, così superba che si sentirebbe disonorata e derisa da tutti se non sfidasse a morte il mondo intero. Dall'altra parte ci sono Aquilante e Grifone, così arditi che nessun barone, nemmeno Orlando o Rinaldo, potrebbe resistere a tutti e due insieme: ciascuno dei due, da solo, si batte alla pari con Rinaldo o con il conte.
Vi avevo lasciati quando Grifone aveva colpito Marfisa sull'elmo. Lei si volta contro di lui con tanta furia che gli spezza lo scudo e lo fa cadere a terra; se l'armatura non fosse stata incantata dalla Fata Bianca, taglierebbe in due lui e il cavallo. Grifone risponde con un colpo a due mani sull'elmo che scende fino al petto. Si muove anche Aquilante, ma la regina si gira e lo colpisce in faccia così forte da fargli piegare la testa sulla groppa; poi torna su Grifone con un colpo che lo ucciderebbe, se non fosse fatato.
Intanto Aquilante la afferra per l'elmo e tira con tutte e due le braccia per buttarla giù, ma Marfisa lo agguanta sopra lo scudo e se lo strappa di dosso. Grifone accorre ad aiutare il fratello e con un colpo crudele le spezza lo scudo; lei lascia Aquilante e si rivolta contro di lui. Ora vince chi è più svelto di mano, senza un attimo di riposo: come in un temporale improvviso la grandine batte da ogni parte, distrugge l'erba e spoglia gli alberi, così fitti cadono i colpi. I due fratelli la colpiscono a turno, ma lei è così valorosa che il loro vantaggio conta poco. Venti fabbri col martello non farebbero tanto fracasso.
Le altre due battaglie ott. 10–11
Lì vicino Rinaldo combatte contro re Adriano e Chiarione: è ferito gravemente al braccio sinistro e al fianco, ma è così fiero ed esperto che contro i due ha sempre la meglio. Continua anche lo scontro tra il forte Oberto e Torindo, re di Turchia, che resiste anche se Oberto è più forte. In tutti e tre i punti si combatte sempre più ferocemente, ma con più ardore là dove c'è Marfisa.
Una notte tranquilla ott. 12–16
Di come finiscono le tre battaglie, promette il poeta, vi dirò più avanti. Ora torniamo a Orlando, che avevamo lasciato solo nel bosco fitto, tra spine e sassi, a cercare il compagno fino a notte fonda. Quando ormai splendono le stelle e non ha trovato Brandimarte, né qualcuno che ne sappia qualcosa, scende da Baiardo sul prato insieme alla damigella che aveva fatto la beffa al vecchio marito.
Lei si aspettava qualche attenzione da parte del cavaliere, e forse non l'avrebbe respinta; ma non ce n'era bisogno, perché Orlando non era tipo da queste cose. Turpino afferma che il conte di Brava fu casto per tutta la vita: credete quel che vi pare, dice il poeta, Turpino ne racconta tante. Orlando si sdraia sull'erba e dorme sodo fino all'alba, russando forte. La dama invece non chiude occhio, perché non riesce a credere che un cavaliere così valoroso abbia un cuore tanto duro da non pensare all'amore. Al mattino, delusa, gli monta in groppa in silenzio: se avesse saputo dove andare, se ne sarebbe andata volentieri.
La damigella del corno ott. 17–24
Orlando le chiede che cosa abbia, e lei risponde: «Il vostro russare non mi ha lasciato dormire, e per di più sentivo un gran prurito.» Sta per aggiungere altro, quando da un boschetto esce una damigella bellissima su un palafreno coperto di seta, con un libro in mano e un corno a tracolla. Il corno è bianco, lavorato a meraviglia, legato d'oro e di smalto e tempestato di pietre preziose: vale un tesoro infinito.
La damigella si inchina a Orlando e gli dice: «Cavaliere, stamattina avete trovato la più grande avventura della terra e del mare, ma ci vuole un cuore senza paura. Questo libro insegna come conquistarla. Dovete suonare il corno, poi aprire subito il libro e leggere che cosa fare con ciò che apparirà: al primo suono verrà fuori qualcosa di orribile e feroce, e dovrete usare la spada. Superato quel pericolo non indugiate, o perderete la libertà: suonate di nuovo, e uscirà un altro pericolo. Anche allora aprite il libro e seguitene i consigli.
Ma se avete l'anima paurosa lasciate stare, perché un inizio coraggioso e una brutta fine hanno rovinato molta gente. Il corno è incantato: il cavaliere tanto vile da spaventarsi dopo il primo suono sarà portato all'Isola del Lago e resterà prigioniero per sempre. Chi non vuole finire non deve cominciare. Il corno va suonato tre volte: ai primi due suoni toccano fatiche smisurate e battaglie; al terzo non serviranno spada né armatura, perché uscirà una cosa così fortunata da rendervi felice anche se viveste cent'anni.»
I tori dalle corna di ferro ott. 25–35
Orlando decide subito di affrontare quell'avventura meravigliosa. Senza chiedere consiglio a nessuno prende il libro e il corno, fa scendere a terra la dama che porta in groppa e suona con tutto il fiato: sembra un tuono. Alla fine del primo suono una grande pietra, a cento braccia di distanza, si spacca in due con fragore.
Dalla pietra escono due tori feroci e orribili, con le corna di ferro e il pelo rivolto verso la testa, di un colore che cambia di continuo, ora verde, ora nero, ora giallo, ora rosso, sempre luccicante. Orlando apre il libro e legge: «Cavaliere, se cerchi di uccidere quei due perderai, perché con la spada non otterresti niente. Devi catturarli, legarli insieme a una catena e arare tutto il campo intorno alla pietra spaccata. Al secondo suono guarda di nuovo il libro, e saprai come avere onore o morte. Forza, barone, coraggio!»
Orlando, già sceso da Baiardo, va incontro ai tori a passo fermo. Il primo abbassa la testa, lo colpisce al fianco e lo lancia in aria a più di otto braccia; il secondo gli spacca con il corno piastre e maglia e lo scaraventa di nuovo in alto, facendogli dolere carne e ossa. Ma nessuno dei due riesce a ferirlo, perché il cavaliere è fatato.
Immaginate la sua rabbia! Appena rimette i piedi a terra mena colpi così disperati da far fischiare Durindana; ma è come se la sua spada fosse di legno, perché i tori sono fatati e nessuna lama potrebbe smuovere un loro pelo. Lo colpiscono di qua e di là con le corna di ferro, finché il conte riesce a stento a respirare. Eppure lui picchia così forte che i tori muggiscono e spesso piegano a terra. Cominciano a indietreggiare a testa bassa; per tre volte si fermano e per tre volte tornano all'attacco. Alla fine Orlando, per farla finita, ne afferra uno per un corno.
Orlando contadino ott. 36–40
Lo tiene con la mano sinistra, mentre il toro muggisce e fa salti incredibili. Orlando aveva tolto a Baiardo la briglia, che ha le redini di catena, e la teneva alla cintura: con quella trascina il primo toro, mentre l'altro gli gira intorno colpendolo, fino a un pilastro di marmo che, come dice l'iscrizione, è la tomba del re Bavardo. Lì lega con la briglia prima un toro e poi l'altro, e li batte tanto che a tutti e due passa la superbia. Poi attacca la sua spada tra i due tori, con la punta in avanti e l'elsa all'indietro, come fosse un aratro.
Con un tronco si fa un bastone e, come un contadino, si mette ad arare: spinge avanti i tori e li fa camminare dritti nel solco, sempre minacciandoli col bastone. Non si è mai visto un lavoro più bello: Durindana, rasoterra, taglia radici e pietre. Arato tutto il campo, Orlando fa festa e ringrazia Dio per l'onore di quell'impresa. Poi lascia andare i tori, che fuggono muggendo oltre un monte e spariscono alla vista delle damigelle e del conte.
Il drago di fuoco ott. 41–52
Il conte ha faticato molto, ma ogni ora gli sembra un anno, tanta è la voglia di finire l'avventura. Senza riposarsi, riprende il corno e suona. La damigella del corno intanto è scesa dal palafreno e si è fatta una ghirlanda di fiori. Appena il suono finisce, la campagna trema tutta intorno, e una piccola collina si apre in cima e sputa fuori un gran fuoco.
Orlando resta fermo a guardare. Ed ecco dalla collina esce un drago terribile. La damigella del corno, che conosce l'incantesimo, trattiene l'altra, che vuole scappare: «Stai tranquilla vicino a me: la paura tocca solo al cavaliere. Questa faccenda non ci riguarda; ma quel barone è spacciato.» «Gli sta bene» risponde l'altra, «perché al mondo non c'è uomo peggiore!» E il poeta, con una battuta maliziosa, ne ricava che chi trascura la sua dama perde il merito di tutti i servizi che le ha reso.
Il serpente è il più grande mai visto: ha scaglie verdi e dorate, ali dipinte, tre lingue e denti aguzzi, e sputa fuoco dalla bocca e dalle orecchie. Il libro dice: «Nessuno al mondo ha mai sofferto una fatica come quella che soffrirai tu, barone; ma forse potrai salvarti. La battaglia deve essere rapida, perché il serpente è pieno di veleno e manda fumo e fiamme che presto ti farebbero svenire. Se riesci a tagliargli la testa, rompila e tirane fuori tutti i denti; poi seminali nella terra che hai arato, e vedrai nascere da quel seme gente armata, forte e coraggiosa. Se ti salverai anche questa volta, potrai dirti il fiore del mondo intero.»
Orlando chiude il libro in fretta, perché il drago gli è già addosso con le ali spiegate e spalanca la bocca per inghiottirlo in un boccone. Per fortuna lo addenta nello scudo, che è di legno e brucia in un attimo; corazza ed elmo diventano roventi, la sopravveste è bruciata e il cimiero gli arde ancora in testa. Contro il fuoco non servono forza né arte della scherma, e il fumo gli entra nell'elmo e lo acceca. Eppure il conte continua a menare colpi a dritta e a rovescio, finché colpisce il drago al collo e gli taglia la testa. La guarda, orribile, rossa, dorata, verde e bruna, e ne tira fuori i denti uno per uno.
Un raccolto di guerrieri ott. 53–58
Il conte si toglie l'elmo, ci mette dentro i denti del drago e, come ha spiegato il libro, li semina nel campo arato, dove è sepolto il re Bavardo. E Turpino, che non mente mai, racconta che dalla terra spuntano a poco a poco delle piume: sono i pennacchi colorati dei cimieri. Poi escono gli elmi, i petti dei guerrieri e infine i corpi interi, prima fanti e poi cavalieri, tutti gridando «Guerra, guerra!», con trombe e bandiere, e ognuno punta la lancia contro Orlando.
Il conte pensa: «Questo cattivo raccolto dovrò mieterlo con Durindana. Ma se mi va male, la colpa è tutta mia: deve piangere due volte chi, per aver seminato male, raccoglie peggio.» Si allaccia l'elmo, anche se non ha più né scudo né lancia, salta su Baiardo con un balzo da terra e lo lancia contro quella gente appena nata, che deve morire quello stesso giorno.
Che bisogno c'è di raccontare i colpi uno per uno, dice il poeta, visto che contro Durindana non vale nessuna armatura? Orlando li uccide tutti, e appena sono morti armi, cavalli e corpi sprofondano nella terra: quella gente, vissuta pochissimo, resta sepolta proprio dove è nata. Allora il conte, senza indugiare, si porta il corno alla bocca per suonare la terza volta e concludere l'avventura, come vi racconterò nel prossimo canto.
Parole difficili
- boria ott. 1: superbia, presunzione.
- fata bianca ott. 4: la fata che ha incantato l'armatura di Grifone.
- fabri ott. 9: fabbri.
- re de Turchia ott. 11: Torindo, il re turco che combatte contro Oberto.
- conte de Brava ott. 14: Orlando, che è conte di Brava.
- sornachiando ott. 15: russando.
- piziccare ott. 17: pizzicare, sentire prurito.
- palafren ott. 17: palafreno, cavallo elegante da viaggio, adatto alle dame.
- Isola del Lago ott. 23: il luogo incantato dove finirebbe prigioniero il cavaliere che ha paura.
- usbergo ott. 31: la cotta di maglia di ferro che protegge il busto.
- Durindana ott. 32: la spada di Orlando.
- elzo ott. 38: l'elsa, l'impugnatura della spada.
- biolco ott. 39: bifolco, contadino che ara con i buoi.
- figlio di Melone ott. 43: Orlando, figlio di Milone.
- tossico ott. 47: veleno.
- sopravesta ott. 50: la veste di stoffa indossata sopra l'armatura.
- scrimaglia ott. 51: scherma, l'arte di combattere con la spada.
- semenza ott. 55: seme, semina.
Il testo di Boiardo
58 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Se non me inganna, segnor, la memoria, Seguir convene una zuffa grandissima, Chè a l’altro canto abandonai la istoria Della dama terribile e fortissima, Quale ha tanta arroganza e sì gran boria, Che vergognata se stima e vilissima E che beffando ogni om dietro gli rida, Se tutto il mondo a morte non disfida.
Da l’altra parte Aquilante e Grifone Eran duo cavallier di tanto ardire, Che lo universo non avea barone Qual gli potesse entrambi sostenire: Dico nè Orlando, nè il figlio de Amone, O di qual altro più se possa dire, Perchè ciascun di lor, fronte per fronte, Tiene battaglia al pro’ Ranaldo e al conte.
Onde una zuffa sì pericolosa Non fo nel mondo più fatta giamai, Come fu tra Marfisa valorosa E i duo guerrer, che avean prodezza assai. Per ordine vi voglio or dir la cosa, Chè, se ben mi ramento, io ve lasciai Come la dama ne l’elmo forbito Era percossa da Grifone ardito.
A lui se volta con tanta ruina, Che lo credette al tutto dissipare; Gionse nel scudo la forte regina, E quel spezzato fa per terra andare; E se non era l’armatura fina Che quella fata bianca ebbe a incantare, Tagliava lui con tutto il suo destriero, Tanto fu il colpo dispietato e fiero.
Ben gli rispuose il franco giovanetto Et a due man ne l’elmo la percosse, E callò il brando ne lo armato petto. Aquilante a quel tempo ancor se mosse; Ma la regina con molto dispetto Contra di lui turbata rivoltosse, E nel viso il ferì con tal tempesta, Che su le groppe il fie’ piegar la testa.
Nè pone indugia, che a Grifon se volta, E mena un colpo tanto disperato, Che al giovanetto avria la vita tolta, Se quel non fusse per incanto armato. Mentre a quel colpo è la dama disciolta, Aquilante arivò da l’altro lato, E con gran furia ne l’elmo la afferra, Credendo a forza metterla per terra.
Forte tira Aquilante ad ambe braccia; Marfisa abranca lui di sopra al scudo, E via dal petto con la mano il straccia. Allor Grifone, il giovanetto drudo, De aiutare Aquilante se procaccia, E menò un colpo dispietato e crudo, Tal che col brando il scudo gli fracassa; Lei se rivolta et Aquilante lassa.
Lascia Aquilante e voltasi al germano, E lo ferì de un colpo furïoso; Or chi più presto può, gioca de mano, Nè indugia vi si pone, o alcun riposo. Come in un tempo oscuro e subitano, Che vien con troni e vento ruïnoso, Grandine e pioggia batte in ogni sponda, Che l’erbe struggie e gli arbori disfronda;
Così son [sp]essi, et era il suo colpire: Nïun de’ duo quella dama abandona, Or l’uno or l’altro l’ha sempre a ferire. Lei da altra parte è sì franca persona, Che il lor vantaggio poco viene a dire. Alle spesse percosse il cel risuona; Nè vinti fabri a botta di martello Facean tanto rumore e tal flagello.
Vicino a questi, proprio in su quel piano, Era un’altra terribil questïone, Però che ’l franco sir de Montealbano Ha il re Adrïano adosso e Chiarïone. Benchè ferito è quel baron soprano Forte nel braccio manco e nel gallone, Pure è sì fiero e sì di guerra saggio, Che a’ duo combatte et ha sempre avantaggio.
Tra il forte Oberto e quel re de Turchia La zuffa cominciata ancor durava; Torindo la battaglia mantenia, A benchè Oberto forte lo avanzava. Più fier cresce lo assalto tutta via, In quei tre lochi ogni om se adoperava; Vero è che con più ardore et altra guisa Se combattea là dove era Marfisa.
Ma poi de tutte tre queste battaglie Vi contaraggio il fin, ciò vi prometto; Or convengo narrarvi altre travaglie De il conte Orlando, che giva soletto Tra l’aspre spine e le saxose scaglie, Dove il lasciai, in quel folto boschetto; Sol di trovare il suo compagno ha cura, Sempre cercando insino a notte scura.
Da poi che ’l giorno al tutto fu passato, E già splendia nel cel ciascuna stella, E non trova colui che egli ha cercato, Nè scontra che de quel sappia novella, Smonta Baiardo e discese nel prato, Et avea seco quella damigiella Di cui longo parlare aveti odito, Qual fie’ la beffa al suo vecchio marito.
Lei de essere assalita dubitava, E forse non gli avria fatto contrasto; Ma questo dubbio non gli bisognava, Che Orlando non era uso a cotal pasto. Turpino affirma che il conte de Brava Fo ne la vita sua vergine e casto. Credete voi quel che vi piace ormai; Turpin de l’altre cose dice assai.
Colcossi a l’erba verde il conte Orlando, Nè mai se mosse insino al dì nascente. Lui dormia forte, sempre sornachiando; Ma la donzella non dormì nïente, Perchè stava sospesa, imaginando Che questo cavallier tanto valente Non fosse al tutto sì crudo de core, Che non pigliasse alcun piacer de amore.
Ma poi che la chiara alba era levata, E vide del baron le triste prove, In groppa gli montò disconsolata, E, se saputo avesse andare altrove, Via volentieri ne serebbe andata; Ma, come io dico, non sapeva il dove. Malinconiosa e tacita si stava: Il conte la cagion gli domandava.
Ella rispose: Il vostro sornacchiare Non mi lasciò questa notte dormire, Et, oltra a ciò, me sentia piziccare. Dicendo questo e volendo altro dire, Avanti a loro una donzella appare, Che fuor de un bel boschetto ebbe ad uscire, Sopra de un palafren di seta adorno; Un libro ha in mano et alle spalle un corno.
Bianco era il corno e d’un ricco lavoro, Troppo mirabilmente fabricato; Di smalto colorito e splendido oro Da ciascun capo e in mezo era legato; E ben valeva infinito tesoro, De tante ricche pietre era adornato: E, come io dissi, il porta una donzella Sopra de l’altre grazïosa e bella.
Come fu giunta, ad Orlando se inchina, E con parlar cortese e voce pura Gli disse: Cavallier, questa matina Trovato aveti la maggior ventura Che abbia la terra tutta e la marina; Ma a ciò bisogna un cor senza paura, Quale aver debbe un cavallier perfetto, Sì come voi mostrati nello aspetto.
Questo libro la insegna ad acquistare, Ma il modo e la maniera convien dire. Prima il bel corno vi convien suonare, Poi de improviso questo libro aprire, E leggeriti quel che avriti a fare Di quella cosa che abbia ad apparire; Perchè, suonando il corno, a prima voce Verrà qualcosa orribile e feroce.
Ma il libro chiarirà, quale io ve ho detto, Come vi abbiate in quella a governare; E non crediati già di aver diletto, Ma converravi il brando adoperare. Come sereti fuor di quel sospetto, Non vi bisogna ponto indugïare, Chè vostra libertà vi serìa tolta; Ma il corno suonareti un’altra volta.
Et a quel suono ancor qualche altra cosa Vedreti uscire e qualche gran periglio; E voi, come persona valorosa, Aprite il libro e prendite consiglio; Ma se teneti l’alma paurosa, A tal ventura non dati de piglio; Perchè ardito principio e mala fine Fatto ha più volte assai gente tapine.
E ciò ve dico per questa ragione: Il corno per incanto è fabricato, E se alcun cavalliero è sì fellone, Che dopo il primo suon sia spaventato, Sempre seranne in sua vita pregione, Chè a la Isola del Lago fia menato; Nè a cui spiace il finir, die’ cominciare: Tre volte il corno se convien sonare.
Alle due prime incontra gran travaglia, Pena e fatica troppo smisurata, Et a ciascuna convien far battaglia; Ma, suonando da poi la terza fiata, Non bisogna adoprar brando nè maglia, Che uscirà cosa tanto aventurata, Qual, se campasti ancor de li anni cento In vostra vita, vi farà contento.
Da poi che il conte dalla dama intese L’alta ventura e la gran meraviglia, De trarla al fine entro al suo cor se accese, Nè fra sè pensa o con altrui consiglia, Ma con gran voluntà la man distese, E prestamente il libro e il corno piglia; E per meglio acconciarse a quella guerra, La dama che avea in groppa pose a terra.
Poi messe a bocca il corno in abandono, Come colui che ciò ben far sapiva. Sembrava quasi quella voce un trono, E ben da longe de intorno se odiva; Et ecco nella fin del primo suono Una gran pietra in due parte se apriva; La pietra a cento braccia era vicina: Tutta se aperse con molta ruina.
Rotta che fo la pietra per traverso, Duo tori uscirno con molto rumore, Ciascun più fiero orribile e diverso, Con vista cruda e piena di terrore. Le corne avian di ferro, e il pel riverso Tutto alla testa, e di strano colore, Però che or verde, or negro se mostrava, Or giallo, or rosso, e sempre lustrigiava.
Aperse Orlando il libro incontinente; Così diceva a ponto la scrittura: Cavallier, sappi che serai perdente, Se ad occider quei duo tu poni cura, Chè con la spada faresti nïente; Ma se vôi trare a fin questa ventura, Pigliarli te convien con molta pena E legarli ambi insieme a una catena.
Poi che sian gionti, ti conviene andare Là dove vedi la pietra intagliata, E il campo ivi de intorno tutto arare; E questo è quanto alla prima sonata. Nella seconda torna a riguardare, Perchè il modo e la via te fia mostrata De aver de questa impresa onore o morte. Via! via! barone; e fa che te conforte.
Non fece Orlando al libro più riguardo, Ma se rivolse al fraccassato sasso; Nè certo bisognava esser più tardo, Però che e’ tori uscirno a gran fracasso. Esso era già smontato di Baiardo, E lor contra ne andava a fermo passo. Or gionse il primo et abassa la testa E ferì in fianco il conte a gran tempesta.
Più de otto braccia ad alto l’ha giettato, E cade in terra con grave percossa. Gionse il secondo, e col corno ferrato Ruppe le piastre, usbergo e maglia grossa, E un’altra fiata al cel lo ebbe levato, E ben gli fe’ doler le polpe e l’ossa; Vero è che alcun di lor non l’ha ferito, Perchè è fatato il cavalliero ardito.
Or se lui se turbò, non dimandate, Chè contar non puotria la voce umana; Come ebbe in terra le piante fermate, Ben dimostrava sua forza soprana, Botte menando tanto desperate, Che sibillar faceva Durindana; E per le corne e pel dosso peloso Mena a traverso il conte furïoso.
Ma, come il brando suo fosse de un fusto, Non li puotea tagliar la pelle adosso; Così fatato avean quei tori il busto, Che tutti e’ brandi un pel no’ gli avrian mosso; E benchè ’l conte fosse aspro e robusto, L’avean di qua, di là tanto percosso, Con le corne di ferro sì disfato, Che a gran fatica puotea trar il fiato.
Pur, come quel che è fiero oltra a misura, Facea del suo dolore aspra vendetta; Sempre combatte con vista secura, E de ferire a l’uno e a l’altro afretta; E benchè abbian la pelle e grossa e dura, Muggiavan molte fiate per gran stretta, Chè lui feriva con tanta roina, Che spesso a terra or questo or quello inchina.
E cominciavan già de rinculare, A testa bassa facendo diffesa; Ma, come il conte gli andava a trovare, Era di novo sua superbia accesa. Così tre volte se ebbero a fermare, E tre volte tornarno alla contesa: Al fine Orlando, per finir la guerra, Un d’essi in fronte per un corno afferra.
Con la sinistra man nel corno il piglia, E quel, forte mugiando, furïava, Facendo salti grandi a meraviglia, E già per questo Orlando nol lasciava. Esso avea tratto a Baiardo la briglia E sotto la cintura la portava. Questa era aredinata di catena: Prendela il conte e il toro intorno mena.
E mentre che così questo ragira, Tenendol tuttavia preso nel corno, Quell’altro toro, acceso de molta ira, Sempre ferendo a lui giva d’intorno. Il conte con gran forza il primo tira, Dove è un pilastro de marmore adorno, Che fu del re Bavardo sepultura, Come mostrava intorno la scrittura.
Con questa briglia il primo ebbe legato, E similmente ancor prese il secondo; E poi che l’ebbe a quel sasso menato, Tanto gli batte al colpo furibondo, Che a l’uno e l’altro è l’orgoglio mancato. Non se indugia il guerrer, che è fior del mondo, Ma sì fra e’ tori attacca la sua spada, Che ’l stocco avanti e l’elzo adrieto vada.
Poi se fece d’un tronco una gran mazza, E come biolco se pone ad arare; Quei duo feroci tori avanti cazza E dritto il solco li fa caminare. Sempre col tronco li batte e minazza: Mai non fu visto il più bel lavorare. Per terra è Durindana e par che rada, Radice e pietre taglia quella spada.
Poi che fu il campo nelle sue confine Arato tutto, Orlando fie’ gran festa, Dio ringraziando e sue virtù divine, Che gli avea dato onor de tanta inchiesta. Poi lasciò e’ tori, e non se vidde il fine De lor, che se ne andarno con tempesta; Muggiando forte via passarno un monte, E uscîr de vista alle donzelle e al conte.
Benchè sofferto avesse molto affanno Il franco conte alla battaglia dura, A lui pareva ciascuna ora uno anno De poter trare a fin tanta ventura; Nè stima che per forza o per inganno Possa esser vinta sua mente sicura. Senza altramente adunque riposare, Prende il bel corno e comincia a suonare.
Era smontata giù del palafreno Quella donzella che portava il corno, E nel bel prato de fioretti pieno Se avea d’una ghirlanda il capo adorno; Ma, come il suon del conte venne meno, Tremò quella campagna tutta intorno, E un piccol monticel ch’era in quel loco, Se aperse in cima e fuor giettò gran foco.
Stavasi queto il figlio di Melone, Per veder ciò che al fine avesse a uscire. Ecco fuor di quel monte esce un dragone, Terribil tanto, ch’io nol posso dire. La dama, che sapea la fatasone, Tenne quell’altra, che volea fuggire, Dicendo: Sopra me sta’ti sicura, Chè solo al cavallier tocca paura.
Questa facenda a noi non apartiene, Ma quel barone al tutto fia deserto. Rispose l’altra: Ben se gli conviene, Chè un più malvaggio al mondo non è certo. Adunque ciascadun m’intenda bene, Perchè il caso de Orlando mostra aperto Che ogni servigio di dama si perde Chi non adacqua il suo fioretto verde.
Or torno a ragionar di quel serpente Che un altro non fu mai visto maggiore. Di scaglie verde e d’oro era lucente, L’ale ha depinte in diverso colore. Tre lingue avea et acuto ogni dente, Battea la coda con molto rumore, Sempre giettava foco e fiamma viva, Che da l’orecchie e di bocca li usciva.
Come il serpente in tutto si scoperse, Il conte, che teniva il libro in mano, Gli vide scritto ove prima lo aperse: Nel mondo tutto, per monte e per piano, Tanta fatica mai altrui sofferse Come tu soffrirai, baron soprano; Ma forse ancora potresti campare, Se quel ch’io dico, te amenti di fare.
Questa battaglia conviene esser presta, Perchè il serpente è di tossico pieno, E gietta fumo e fiamma sì molesta, Che ti farebbe tosto venir meno; Ma stu potesti tagliarli la testa, Non dubitar di foco o di veleno, E piglia pur quel capo arditamente: Rompilo sì, che ne traggi ogni dente.
E questi denti tu seminerai In questa terra per te lavorata, E poi mirabil cosa vederai: Di tal semente nascer gente armata, Forte et ardita, e tu lo provarai. Or va, che se tu campi a questa fiata E se tu porti di tal guerra onore, Di tutto il mondo pôi chiamarti il fiore.
Non par che in quel libro altro più se scriva: Il conte prestamente lo serrava, Perchè il serpente già sopra gli ariva Con l’ale aperte, e gran furia menava, Giettando sempre foco e fiama viva. Con alto ardire Orlando l’aspettava; La bocca aperse il diverso dragone, Credendosi ingiottirlo in un boccone.
Ma, come piacque a Dio, nel scudo il prese, E tutto quanto l’ebbe dissipato. Era di legno, e sì forte se accese, Che presto e incontinente fu bruciato; E così il sbergo e l’elmo e ogni altro arnese Venne quasi rovente et affocato: Arsa è la sopravesta, e il bel cimiero Ardea tuttora in capo al cavalliero.
Non ebbe il conte mai cotal battaglia, Poi che a quel foco contrastar conviene; Forza non giova, o arte di scrimaglia, Perchè gran fumo, che con fiamma viene, Gli entra ne l’elmo e la vista li abaglia, Nè apena vede il brando che in man tiene; Ma, ben che abbia il veder quasi già perso, Pur mena il brando a dritto et a roverso.
Così di qua, di là sempre menando In quella zuffa oscura e tenebrosa, Nel collo il gionse pure al fin col brando, E via tagliò la testa sanguinosa; Quella poi prese il conte e, remirando, Ben gli parve quel capo orribil cosa, Ch’era vermiglio, d’oro, e verde e bruno; Fuor di quel trasse e' denti ad uno ad uno.
L’elmo se trasse poi quel conte ardito E dentro i denti di quel drago pose; Dapoi nel campo arato se ne è gito, Sì come il libro nel suo canto espose. Dove Bavardo il re fu sepellito, Seminò lui le seme venenose; Turpin, che mai non mente in alcun loco, Dice che penne uscirno a poco a poco.
Penne depinte, dico, de cimieri Uscirno a poco a poco de la terra, E dapoi gli elmi e’ petti de’ guerreri E tutto il busto integro si disserra. Prima pedoni, e poscia cavallieri Uscîr, tutti cridando: Guerra, guerra! Con trombe e con bandiere, a gran tempesta: Ciascun la lancia verso Orlando arresta.
Veggendo il conte la cosa sì strana, Disse fra sè: Questa semenza ria Mieter mi converrà con Durindana, Ma, s’io n’ho mal, la colpa è tutta mia, Perchè diletto ha pur la gente umana Lamentarsi d’altrui per sua follia: Ma colui pianger debbe a doppie doglie Che per mal seminar, peggio raccoglie.
Così dicendo il conte non fu tardo, Perchè a guarnirsi tempo non gli avanza; L’elmo se alaccia il cavallier gagliardo, E non aveva più scudo nè lanza. Di piana terra salta su Baiardo E quel percote con molta arroganza Contra alla gente che gli ariva intorno, Che, pur mo nata, die’ morir quel giorno.
Or che bisogna ch’io vada contando E’ colpi ad un ad uno e il lor ferire, Dapoi che contra a Durindana il brando Non val coperta, nè arme, nè scrimire? Però concludo in fin che il conte Orlando Tutti li fece in quel giorno morire; Come nel campo fur morti e dispersi, L’arme e i cavalli e i corpi fôr somersi.
Da poi che il conte per tutto ivi intorno Vide la gente morta e dissipata, Che in vita fatto avea poco soggiorno, E dove nacque, se era sotterrata, Lui non indugia e pone a bocca il corno, Per donar fine alla terza suonata, E darsi a tal ventura ultimo vanto, Come io vi contarò ne l’altro canto.