Libro I · Canto XXV
Ritorno ad Albracca
Orlando rifiuta il tesoro di Morgana per correre da Angelica, che lo accoglie con un bacio. Ma fuori dalle mura lo aspetta Rinaldo.
In breve
Al terzo suono del corno incantato appare soltanto una cagnolina bianca. Orlando si arrabbia, ma la damigella gli spiega che è un dono preziosissimo della fata Morgana: con quella cagnolina si cattura il cervo dalle corna d'oro, che vale un tesoro immenso. Orlando non sa che farsene delle ricchezze e riparte verso la sua dama. Per strada incontra Ordauro, che rivuole la sua Leodilla: il conte gliela lascia senza discutere.
Sotto le mura di Albracca, intanto, Truffaldino scappa nella rocca e Rinaldo fissa la battaglia decisiva per il giorno dopo; Astolfo esce dalla fortezza e passa dalla parte del cugino. A sera Orlando arriva ad Albracca: Angelica lo accoglie con un bacio, gli prepara un bagno profumato e gli chiede di sconfiggere Marfisa, che la tiene assediata. Ma quando Aquilante e Grifone gli dicono che domani dovrà affrontare Rinaldo, Orlando si convince che il cugino sia venuto per Angelica, e passa la notte in bianco, roso dalla gelosia.
Ascolta il canto
Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
Orlando suonò il corno per la terza volta. Aspettò, aspettò... e alla fine sul prato arrivò, abbaiando, una cagnolina tutta bianca. «Tutta questa fatica per una cagnolina?» brontolò Orlando. Arrabbiato, buttò a terra il libro e se ne andò.
«Aspetta!» gli gridò dietro la damigella. «Questa cagnolina è un dono della fata Morgana, che custodisce tutto l'oro del mondo. Solo con lei si può catturare il cervo dalle corna d'oro. E quel cervo cambia le corna sei volte al giorno: diventerai ricchissimo!»
Orlando sorrise. «Io combatto per l'onore, non per l'oro» rispose. «Chi accumula ricchezze non è mai contento: più ha, più vuole. Riprenditi il corno. Io ho una dama che mi aspetta.» Pensava ad Angelica, che aveva lasciato nel suo castello di Albracca, circondata dai nemici.
Si rimise in viaggio con la dama che portava in groppa. Su un ponte incontrò un cavaliere, che gridò: «Questa è la mia dama! Lasciala subito, o morirai!» Era Ordauro, il giovane della galleria segreta. Orlando non aveva nessuna voglia di litigare. «Prenditela pure» rispose. «Anzi, grazie: mi togli un bel peso!» Ordauro rimase a bocca aperta: un cavaliere così feroce che non voleva combattere? Ma Orlando aveva fretta di arrivare da Angelica.
Intanto, sotto le mura di Albracca, il re traditore Truffaldino ebbe paura e scappò dentro la rocca. Allora Rinaldo fissò la battaglia finale per il mattino dopo. Quella sera Astolfo, che era dentro il castello, decise di passare dalla parte di suo cugino Rinaldo. Uscì dalle mura e i due si abbracciarono felici.
Al tramonto Orlando arrivò ad Albracca, con l'armatura tutta rovinata. Angelica gli corse incontro, gli tolse l'elmo e gli diede un bacio. Orlando si sentì in paradiso! Lei gli preparò un bagno profumato e una cena squisita. Poi, piangendo, gli chiese aiuto: «C'è una regina guerriera che mi tiene assediata. Ti prego, sconfiggila per me!» Era Marfisa. Orlando promise che l'avrebbe fatto.
Poco dopo arrivarono Aquilante e Grifone. «Domani dovrai combattere contro Rinaldo» gli dissero. Orlando cambiò faccia. Rinaldo era lì? Allora era venuto per Angelica, ne era sicuro! E diventò gelosissimo.
Quella notte non chiuse occhio. Si girava nel letto e se la prendeva con la luna e con le stelle, che non volevano tramontare. Molto prima dell'alba indossò l'armatura e si mise a camminare avanti e indietro, come una tempesta.
Orlando e Rinaldo erano cugini, ed erano tutti e due paladini di Carlo Magno, cioè i suoi cavalieri più fidati. Che cosa succederà quando si troveranno uno contro l'altro? Lo vedrai nel prossimo canto.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
Il terzo suono ott. 1–4
Come vi avevo lasciato, dice il poeta, Orlando si porta il corno alla bocca, deciso a non fermarsi finché non saranno apparse tutte le meraviglie promesse. Suona tanto da stancarsi, ma intorno non appare niente; il giorno sta finendo, e il conte comincia a temere di essere stato preso in giro. Ecco allora arrivare sul prato, abbaiando, una cagnolina tutta bianca.
«Che Dio mi mandi una grande avventura!» brontola il conte. «Mi dispiace proprio di aver patito tanta fatica per niente. È questo che doveva rendermi felice? È questa la ricompensa che la dama mi aveva promesso al terzo suono?» Arrabbiato, getta il libro a terra e se ne va di gran carriera. Ma la damigella gli grida dietro: «Aspetta, aspetta, valoroso barone! Non c'è al mondo re né imperatore che abbia una fortuna più grande della tua.»
Il tesoro di Morgana ott. 5–12
«Ascolta che cosa vale questa cagnolina. Non lontano da qui c'è un'isoletta che si chiama del Tesoro, e lo è davvero. Ci vive una fata, Morgana, che distribuisce l'oro alla gente: tutto quello che c'è nel mondo bisogna chiederlo prima a lei. Lei lo manda sotto terra, nelle alte montagne, dove poi si scava con fatica; lo nasconde nei fiumi e nelle fonti, e in India, dove lo raccolgono le formiche. E tiene ben separati due pesci che vivono di oro fino: si chiamano il Timavo e il carpione.
La bella Morgana ha in suo potere ogni metallo, oro e argento, ed è lei che ti ha mandato la cagnolina, per renderti felice per tutta la vita, perché hai suonato il corno tre volte. Molti cavalieri ci hanno provato, ma nessuno è mai arrivato a suonarlo la seconda volta: sono morti tutti.
Morgana, regina delle cose belle, ha mandato per il mondo un suo cervo dal pelo bianco e dalle corna d'oro, fatato in modo da non fermarsi mai in nessun luogo: fugge sempre, e nessuno riesce a prenderlo. Con la forza non lo si può catturare, ma solo con l'aiuto di questa cagnolina. Lei lo scova e lo insegue abbaiando, veloce come una freccia, e bisogna seguire la sua voce. Lo caccia per sei giorni interi; il settimo il cervo arriva alla fonte dove si tuffa, e lì si lascia prendere senza difficoltà.
E il cervo cambia le corna sei volte al giorno: ogni paio ha trenta punte e pesa cento libbre. Accumulerai tanto tesoro da essere contento per sempre, se la ricchezza rende felici. E forse conquisterai anche l'amore di Morgana, che è più bella del sole a mezzogiorno.»
Il cavaliere non vuole oro ott. 13–17
Orlando l'ascolta sorridendo e a fatica la lascia finire, perché le ricchezze non gli interessano. «Dama, non mi dispiace di aver rischiato la vita, perché l'onore di un cavaliere si nutre solo di pericoli e fatiche. Ma per conquistare oro e argento non avrei mai sguainato la spada. Chi si mette ad accumulare non smette mai di affaticarsi: più guadagna, meno è contento, perché chi più ha più desidera. È una strada senza fine, senza onore e senza piacere: chi la percorre cammina sempre e non arriva mai. Io non ci voglio camminare finché vivo, e quindi il cervo non lo voglio cacciare.
Riprenditi il corno: questa ricchezza la lascio ad altri. Io non sono mai venuto meno alla cortesia, e vile è chi non tiene alla sua dama più che al proprio cuore. So che la mia dama mi aspetta, e mi pare di sentire la sua voce che mi chiama.» E tra sé ricorda di averla lasciata assediata nella rocca, quando abbandonò la battaglia per inseguire Agricane: chissà com'è finita quella guerra.
Leodilla torna a Ordauro ott. 18–22
Pensieroso, il conte invita la dama a salirgli in groppa, e lei ci sale controvoglia; lascia l'altra damigella e si rimette in cammino. A un ponte sopra un fiume incontra un cavaliere dall'aria sveglia e lo saluta con cortesia. Ma quello riconosce subito la dama: è Leodilla, la bella figlia del re Manodante. E dice a Orlando, minaccioso e arrogante: «Questa è la mia dama, che mi hai rubato! Lasciala subito, o morirai.»
«Se è tua, tienitela» risponde il conte, «non voglio certo litigare per lei. Prenditela, per Macone, e vattene, che mi pare di avere le ortiche sulla schiena! Anzi, grazie: mi liberi da una bella fatica.»
Il cavaliere resta di stucco davanti a tanta viltà in un uomo dall'aspetto così feroce. Prende la dama, e ognuno va per la sua strada: Orlando a levante, verso Albracca, l'altro a ponente, verso la Circassia. Quel cavaliere era Ordauro, e non si era ripreso la dama per la sua bravura, ma perché Orlando, che aveva in mente solo Angelica, non aveva voluto combattere: ogni ora gli sembrava un anno, finché non fosse arrivato da lei.
Truffaldino scappa ott. 23–30
Lasciamo il conte, che cammina in fretta, e torniamo alla battaglia, sempre più terribile. Marfisa si gira furiosa di qua e di là, perché Aquilante e suo fratello l'attaccano da ogni lato; il feroce Rinaldo, ferito e sanguinante, incalza re Adriano e Chiarione; il valoroso Torindo combatte contro Oberto dal Leone; Truffaldino se ne sta in disparte, a riposo.
Quando Chiarione e Adriano cominciano a indietreggiare davanti a Rinaldo, quel vigliacco di Truffaldino, che ha una gran paura, scappa dentro le mura della rocca. Rinaldo, tutto preso dal combattimento, se ne accorge solo quando l'altro è già arrivato alla porta: altrimenti Rabicano l'avrebbe raggiunto in un attimo e non si sarebbe salvato. Allora Rinaldo dice furioso ai due baroni: «Quel traditore è scappato! Ascoltatemi bene, se non volete morire subito: se mi promettete di portarlo domani sul campo, per oggi la guerra finisce qui. E voi tutti, che difendete il vostro glorioso Truffaldino, scendete in campo domattina all'alba: lì finirà la nostra contesa, e morirà quel perfido assassino, oppure morirò io, se Dio non sa distinguere il giusto dall'ingiusto.»
L'accordo è fatto, anche se convincere Marfisa non è facile: con il cuore ancora in fiamme non vuole lasciare la battaglia, finché Aquilante e Grifone non le giurano di tornare il giorno dopo e di combattere fino al tramonto. Così i baroni rientrano nella rocca, stremati, con ogni pezzo d'armatura ammaccato e sporco di sangue; e nello stesso stato sono quelli rimasti fuori, Rinaldo, il re turco e la forte Marfisa.
Astolfo cambia parte ott. 31–34
Nella rocca hanno tutti paura, tranne Aquilante e Grifone, e si parla della dura battaglia. Astolfo dice: «Quello è Orlando travestito: si è preso gioco di tutti voi.» «No» risponde Aquilante, «tu non sai che quel cavaliere è il signore di Montalbano. Lo abbiamo pregato di non combattere contro di noi, ma non ha voluto sentire ragioni: domani o noi o lui finiremo morti.»
«Allora siete messi male» ribatte Astolfo, «perché perderete di sicuro: io mi schiererò dall'altra parte e vado subito da Rinaldo. Quando mi vedrete armato in campo, nessuno di voi avrà il coraggio di allontanarsi tre passi dalle mura.» Aquilante, che lo conosce bene, ride: «Alla buon'ora, se così dev'essere!» Astolfo esce subito dalla rocca e, prima che sia buio, i due cugini si ritrovano e si abbracciano con grande festa. Li lasciamo a riposare nella tenda fino al mattino.
Il bagno di Angelica ott. 35–46
Torniamo al figlio di Milone, che cammina con grande impazienza e arriva ad Albracca al tramonto. Non sembra certo tornare da una festa: ha l'armatura a pezzi, niente cimiero, la sopravveste bruciata, né lancia né scudo. Ma ha ancora un aspetto così fiero che chiunque lo veda su Baiardo direbbe: «Ecco il fiore dei valorosi.»
Angelica gli va incontro. Lui salta giù di sella con un balzo; lei lo disarma con le sue mani e, togliendogli l'elmo, lo bacia sulla bocca: Orlando crede di essere in paradiso. La dama gli ha preparato un bagno profumato; lo spoglia lei stessa, baciandolo spesso, e lo unge con un olio delicato che cancella i lividi e rende il vigore al corpo stanco. Il conte se ne sta fermo e impacciato, felice ma pieno di vergogna; poi entra nel bagno, si lava, si asciuga e si riposa un poco sul letto.
Più tardi Angelica lo conduce in una stanza riccamente addobbata, dove cenano con cibi squisiti. Alla fine lei gli getta le braccia al collo e lo supplica: «Mio conte, fammi una sola promessa, e sarò più tua che mia. Non ti chiedo niente di impossibile: solo che per amor mio tu mostri, in un giorno, tutto il tuo valore, senza riguardi per nessuno, finché non sarà a terra ogni stendardo nemico. Io starò a guardarti senza staccarti gli occhi di dosso. Una dama feroce e rabbiosa, che era venuta con mio padre a difendermi, si è ribellata senza motivo e ora mi tiene assediata. Se non mi aiuti mi prenderà, e mi odia tanto che mi farà morire tra i tormenti.»
Mentre parla piange, e le lacrime bagnano il viso del cavaliere. Orlando si trattiene a stento dall'armarsi subito; non risponde, e gira intorno gli occhi infuocati. Quando la furia si calma, volta verso di lei un viso che sembra di fuoco, tanto che Angelica non riesce a guardarlo. «Dama» dice, «servirti è per me una grazia del cielo. Quella dama sarà uccisa, presa o cacciata via, anche se il mondo intero si armasse con lei.» Angelica è felice, perché sa bene quanto lui valga in sella. Vengono portati frutta e dolci; arrivano Aquilante e Grifone, che abbracciano Orlando, e Angelica si congeda.
Rinaldo è qui ott. 47–50
Angelica se ne va contenta, così fiera di un innamorato simile che di Marfisa non si preoccupa più. Appena è uscita, Aquilante dice al conte: «Domani dovrai essere forte, perché avrai contro il signore di Montalbano. È venuto non so perché, e sembra uscito di senno: ci ha sfidati tutti, insultandoci. Io e Grifone lo abbiamo pregato, ma non si è lasciato parlare, e così siamo costretti a combattere con lui.»
«Sei sicuro che sia proprio lui?» chiede Orlando. «Che Dio mi aiuti!» risponde Aquilante. «L'ho avuto di fronte, gli ho parlato e ci ho combattuto spada contro spada: mi credi così smemorato da non riconoscere Rinaldo di Amone?» Grifone dice lo stesso. A sentire questo, il conte cambia faccia: è preso da una forte gelosia, perché teme che Rinaldo sia venuto lì soltanto per amore della bella Angelica.
La gelosia di Orlando ott. 51–58
Congeda in fretta i due fratelli, si chiude nella stanza torcendosi le mani, poi si getta vestito sul letto e si lamenta: «Che triste è la vita umana! Come alla luce del giorno segue la notte, così nessuna gioia è senza sventura: il piacere dura poco, il dolore resta. Quel viso divino mi ha accolto con tanto amore che credevo di non soffrire mai più; e invece soffro di più, perché perdere ciò che si è conquistato è peggio che non averlo mai avuto.
Sono venuto in capo al mondo per conquistare l'amore di una dama, e ieri sera ho avuto la giornata più felice che potessi immaginare; ma la Fortuna non vuole che io ne abbia una seconda, perché arriva Rinaldo a disturbarmi. Dio sa che ha torto: ma uno di noi due ci resterà. Io l'ho sempre aiutato alla corte dell'imperatore, e le mille volte che è stato bandito l'ho fatto perdonare. Lui non mi ha mai amato né rispettato; eppure sono più importante di lui: lui è signore di un piccolo castello, io sono conte e senatore romano. Ho sempre cercato di temperare la sua pazzia con la mia prudenza; ma ora la pazienza è finita. Due ghiottoni non possono stare allo stesso tagliere: né l'amore né il potere vogliono compagnia.
Se lui restasse vivo, è tanto furbo che sarei io a perdere la vita: conosce tutte le malizie della lusinga, ed è peggio di un demonio. Io invece, con una donna, sono così impacciato che, se lei non mi insegnasse e non mi desse coraggio, non saprei né cominciare né finire. Sarà dunque distrutta la parentela e l'amicizia che i nostri antenati hanno sempre mantenuto? Lo so, faccio male; ma l'amore mi allontana dalla ragione, e le spade decideranno della nostra amicizia e del nostro amore per questa ragazza.»
Una notte in bianco ott. 59–61
Il conte non dorme per tutta la notte: si gira da una parte e dall'altra e se la prende con la luna e le stelle, che non tramontano mai. Più di tre ore prima dell'alba si alza: sembra una tempesta, mentre cammina avanti e indietro tutto armato, con l'elmo di Almonte in testa e Durindana al fianco. Scende nella stalla a preparare Baiardo, poi torna su nella rocca a guardare se a oriente spunta il giorno, rodendosi le unghie per l'impazienza.
«Ora andate, signori, alla buon'ora» conclude il poeta, «perché nel prossimo canto vi aspetta uno scontro smisurato e terribile: quello tra il conte e il signore di Montalbano.»
Parole difficili
- segnor de Anglante ott. 1: Orlando, signore di Anglante.
- cucciarella ott. 2: cagnolina.
- guidardone ott. 3: ricompensa.
- carpïone ott. 6: carpione, pesce d'acqua dolce simile alla trota.
- bronchi ott. 11: rami, cioè le punte delle corna del cervo.
- libre ott. 11: libbre, antica unità di peso.
- brica ott. 20: briga, fastidio.
- Totila ott. 20: toglila, prenditela.
- Circasia ott. 21: la Circassia, regione a nord del Caucaso.
- stravestito ott. 31: travestito.
- cugini ott. 34: Astolfo e Rinaldo, che sono cugini.
- livore ott. 38: livido.
- zambra ott. 40: camera, stanza.
- confetti ott. 46: dolci.
- senator romano ott. 55: senatore di Roma, uno dei titoli d'onore di Orlando.
- a tal taglier non puon duo giotti stare ott. 56: due ghiottoni non possono mangiare dallo stesso tagliere; cioè due rivali non possono dividersi la stessa cosa.
- elmo d'Almonte ott. 60: l'elmo che era appartenuto ad Almonte, un guerriero saraceno.
Il testo di Boiardo
61 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Il conte Orlando il corno a bocca pose, Sì come a l’altro canto io vi lasciai, Chè trare al fine in tutto se dispose L’alte aventure, e non posarsi mai, Sin che quelle opre sì meravigliose Che apparevano al suon, come contai, Non fussero apparite tutte quante; Però suonava quel segnor de Anglante.
Tanto suonava, che al suonar si stanca Quel vago corno il cavallier ardito. Nulla d’intorno appare e il giorno manca, E già temeva lui d’esser schernito, Quando una cucciarella tutta bianca Gionse latrando nel prato fiorito; Il conte alla cuccietta pone cura, Dicendo: Dio me doni alta ventura!
Tanta fatica adunque e tanto stento Aver durato me incresce per certo; Ma tardo ormai et indarno mi pento, Ch’indarno un tanto affanno aggio sofferto. È questo ciò che me die’ far contento? È questo il guidardone? È questo il merto, Qual promise la dama in abandono, Che doveva apparire al terzo suono?
Così dicendo ratto si voltava Per girne altrove, tutto disdegnoso; Il conte il libro per terra giettava E via fugiva a corso roïnoso. Ma la donzella a gran voce il chiamava: Aspetta, aspetta, baron valoroso! Chè non è al mondo re, nè imperatore, Che abbia ventura di questa maggiore.
Ascolta adunque il mio parlar, che spiana Di questa cucciarella il bel lavoro. Una isoletta non molto lontana Ha il nome et ha lo effetto del tesoro; Ivi è una fata, nomata Morgana, Che alle gente diverse dona l’oro; Quanto per tutto il mondo or se ne spande, Convien che ad essa prima se dimande.
Lei sotto terra il manda a l’alti monti, Dove se cava poi con gran fatica; E ne’ fiumi l’asconde e dentro a’ fonti, E in India, dove il coglie la formica. Abada e guarda ben che sian disgionti, Che ciascaduno un pesce ne nutrica; E vo’ che sappi il nome per ragione: Timavo è l’uno, e l’altro è il carpïone.
Questi due pesci viveno d’ôr fino. Ora, per seguitar la mia novella, Dico che ogni metallo ha in suo domìno De oro e de argento Morgana la bella; Et è venuto per questo confino Da lei mandata quella cucciarella, Per farte sempre in tua vita beato, Poichè tre volte il suo corno hai suonato.
Chè non fo al mondo mai più cavalliero, Qual lo suonasse la seconda volta, Benchè molti provarno tal mestiero, Ma sempre a tutti fu la vita tolta. Or lascia adunque ogni tristo pensiero, Franco barone, e il mio parlare ascolta, Acciochè sappi la cosa compiuta, Perchè la cuccia al corno sia venuta.
Morgana, della quale io t’ho parlato, Quale è regina delle cose adorne, Ha per il mondo un suo cervo mandato, Che ha bianco il pelo e d’oro ambe le corne. Quel per incanto a modo è fabricato, Che in alcun loco mai non si soggiorne, Ma sempre, via fuggendo a meraviglia, Cerca la terra e non trova chi ’l piglia.
Nè se potrebbe per forza pigliare, Senza l’aiuto di quella cuccietta; Lei primamente lo scia ritrovare, Poi lo caccia cridando con gran fretta. Conviensi quella voce seguitare, Perchè lor van legier come saetta; La cuccia il caccia in pista con tempesta Sei giorni integri, e al settimo s’arresta.
Perchè quel giorno, giongendo alla fonte Dove se tuffa il cervo pauroso, Quivi si prende senza oltraggio et onte, E fa il suo cacciatore aventuroso, Però che muta e’ corni dalla fronte Sei volte il giorno, e ciascuno è ramoso Di trenta bronchi; e la rama distesa Con bronchi insieme cento libre pesa.
Sì che tanto tesoro adunarai, Come abbi preso quel cervo afatato, Che ne serai contento sempre mai, Se la ricchezza fa l’omo beato. Forse che ancor l’amore acquisterai Di quella fata che t’aggio contato: Dico Morgana da quel viso adorno, Più bella assai che ’l sole a megio giorno.
Orlando sorridendo l’ascoltava Et a gran pena la lasciò finire, Perchè esso le ricchezze non curava, Qual gli ebbe la donzella a proferire, Sì che rispose: Dama, non mi grava Avermi posto a rischio de morire, Però che di periglio e di fatica L’onor de cavallier sol se nutrica.
Ma l’acquisto de l’oro e de l’argento Non m’avria fatto mai il brando cavare; Però chi pone ad acquistar talento, Lui se vôl senza fine affaticare; E come acquista più, manco è contento, Nè si può lo appetito sazïare; Chè qualunche n’ha più, più ne desia: Adunque senza capo è questa via.
Senza capo è la strata et infinita, De onore e de diletto al tutto priva. Chi va per essa, a caminar s’aita, Ma dove gionger vol, mai non ariva; Sì che la voglio al tutto aver smarita, Nè gli vo’ caminar per sin ch’io viva; E, acciochè meglio intendi il mio parlare, Dico che ’l cervo non voglio cacciare.
Prendi il tuo corno, ch’io lascio ad altrui Questa ventura di tanta ricchezza, Perch’io ora non sono e mai non fui Da cortesia partito e gentilezza; E vile e discortese è ben colui Qual la sua dama più che ’l cor non prezza; Et io scio che m’aspetta or la mia dama, E parmi odir la voce che mi chiama.
Ben me ricordo come io la lasciai Con guerra nella rocca assedïata: Ora che indovinar me sapria mai Come sia quella zuffa aterminata? Il campo e la battaglia abandonai Per seguire Agrican quella giornata; E combatteva l’una e l’altra gente, Sì che non scio di lor chi sia perdente.
Così con seco istesso ragionava Il conte, assai pensoso ne la ciera, E la donzella alla croppa invitava, La qual pur vi salì mal volentiera. Lasciò quell’altra, e già via caminava; Ecco ad un ponte, sopra una rivera, Passava un cavalliero in vista arguta: Cortesemente Orlando lo saluta.
Ma il cavallier, che vide la donzella, Ben tosto la cognobbe nel sembiante, Che questa è Leodilla, quella bella, Quale è figliola del re Manodante; Onde ad Orlando subito favella Con minaccievol voce et arrogante: Questa è mia dama, che robbata m’hai! Presto la lascia, o presto morirai.
— Se l’è tua, disse il conte, e tua si sia, Chè già per lei non voglio prender brica; Totila per Macone! e vanne via, Che me pare alle spalle aver l’ortica; E te ringrazio di tal cortesia, Poi che me assolvi di tanta fatica. Con essa ove te piace ne puoi gire, Pur che con meco non voglia venire.
Il cavalliero, odendo il ragionare Che facea Orlando, di tanta viltade, Qual ne la vista sì feroce appare, Gran meraviglia ne ebbe in veritade. Prese la dama, e senza altro parlare Via caminarno per diverse strade; L’uno a levante, ad Albraca ne gia, L’altro a ponente, verso Circasia.
Ordauro era nomato il cavalliero, Questo che al conte la donzella tolse, Nè tolta già l’avria per esser fiero, Ma perchè Orlando contrastar non volse, Quale avea ad Angelica il pensiero; Però dalla battaglia se disciolse, E parli più d’uno anno ciascuna ora, Che arivi dove Angelica dimora.
Lasciamo lui, che ben forte camina, Ch’io vo’ seguir la zuffa dolorosa, Qual più sempre s’accende a gran ruina, Nè mai se vide più terribil cosa. Vedevasi Marfisa la regina Di qua di là voltar sì furïosa, Perchè Aquilante e ’l suo fratel pregiato La combatteano atorno in ciascun lato.
E vedeasi il feroce fio de Amone, Ferito crudelmente e sanguinoso, Cacciare il re Adrïano e Chiarïone; Vedevasi Torindo valoroso Combatter contra Oberto dal Leone: Stavasi Trufaldin solo in riposo. Questo ne l’altro canto io vi contai: Ora voglio finir quel ch’io lasciai.
Come andasse la cosa in su quel piano De le tre zuffe, vi voglio contare. Sì come io dissi, Trufaldin villano Stava da parte la guerra a guardare; E quando Chiarïone et Adrïano Cominciâr per Ranaldo a rinculare, Come colui che avea molta paura Ne la rocca fuggì dentro alle mura.
Ranaldo non lo vide in su quel ponto, Chè certamente non serìa campato, Ben presto Rabican l’avrebbe gionto; Ma tanto era alla zuffa riscaldato, Che nol vide partir, come io vi conto; Ma solo il vide alla porta arivato, E, vòlto ai duo baron, con gran furore Disse: Fuggito è pur quel traditore.
Sì che ascoltati quel che vi vo’ dire, E procurati metterlo ad effetto, Se non voleti al presente morire, Chè ben ve occiderò senza rispetto; Ma se me prometteti far venire Con voi doman nel campo il maledetto, Voglio che questa guerra cominciata Or sia fornita per questa giornata.
E tutti voi, che aveti la difesa Del vostro glorïoso Trufaldino, Come serà del sol la luce accesa, Verriti giù nel campo al bel matino E quivi finirà nostra contesa, E morirà quel perfido assassino; O veramente ch’io vi serò morto, Se Dio dal dritto non riguarda il torto.
Queste parole diceva Ranaldo, Et altro ch’io non curo a ricontare; Onde l’accordo fo fatto di saldo, A benchè con Marfisa fo da fare, Perchè essa aveva il core acceso e caldo, Nè la battaglia mai volse lasciare, Sin che Aquilante non giura e Grifone Tornar per l’altro giorno alla tenzone;
E mantener battaglia per un giorno, Sin che serà nel mare il sole ascoso. Così dentro alla rocca fier’ ritorno Ciascun barone afflitto e doloroso, E non avevan pezzo d’arme intorno Che non fosse percosso e sanguinoso; Nè stavan quei di fuori ad altra guisa, Ranaldo e il Turco e la forte Marfisa.
Ciascuno attese con solenne cura A sua persona et a sua guarnisone. Quei della rocca tutti avean paura, Fuor che Aquilante e l’ardito Grifone; E ragionavan della guerra dura, Come era stato ciascun compagnone. Diceva Astolfo: Orlando è, stravestito; In tal forma ha ogniom de voi schernito.
— Non, rispose Aquilante; tu non sai Che ’l cavalliero è il sir de Montealbano. Noi lo pregammo con parole assai Che non venisse con noi alle mano; Ma lui non se lasciò parlar giamai, Tanto è feroce e di cor subitano; E così da mattina a l’altra guerra O noi, on esso andrà morto alla terra.
Rispose Astolfo: E’ t’è male incontrato, Chè ad ogni modo rimarrai perdente, Perchè io me trovarò da l’altro lato, E vado da Ranaldo incontinente. Quando nel campo me vedriti armato, Scio ben che non voriti per nïente, Nè serà alcun di voi tanto sicuro, Che esca tre passi fuor longe dal muro.
Rise Aquilante che lo cognoscia, Et al duca rispose: Alla bon’ora, Dapoi che esser convene, e così sia! Astolfo non fie’ già lunga dimora, Chè della rocca fuora se ne uscia; Nè oscurato era in tutto il giorno ancora, Quando e’ cugini insieme se trovaro, E con gran festa insieme se abracciaro.
Lasciamo questi insieme al pavaglione, Che se posarno insino alla matina, E ritornamo al fïo di Melone, Qual con gran voluntà sempre camina, Tanto che ad Albracà gionse al girone; E già il sole alla sera se dichina, Quando quel cavallier cotanto forte Gionse alla rocca dentro dalle porte.
E già non par che venga dalla danza; L’arme ha spezzato et è senza cimiero, Arsa è la sopravesta, e non ha lanza E non ha scudo l’ardito guerrero; Ma pur mostrava ancor grande arroganza, Tanto superbo avea lo aspetto fiero, E qualunche il mirasse in su Baiardo Direbbe: Questo è il fior d’ogni gagliardo.
Come fo gionto dentro a l’alta rocca, Angelica la bella l’incontrava. Lui salta de l’arcion, che nulla tocca; La dama di sua mano il disarmava, E nel trargli de l’elmo il bacia in bocca: Non dimandati come Orlando stava; Chè, quando apresso si sentì quel viso, Credette esser di certo in paradiso.
Avea la dama un bagno apparecchiato, Troppo gentile e di suave odore, E di sua mano il conte ebbe spogliato, Baciandol spesse fiate con amore. Poi l’ungiva d’uno olio delicato, Che caccia de la carne ogni livore; E quando la persona è afflitta e stanca, Per quel ritorna vigorosa e franca.
Stavasi ’l conte quieto e vergognoso, Mentre la dama intorno il maneggiava; E benchè fosse di questo gioioso, Crescere in alcun loco non mostrava. Intra nel fine in quel bagno odoroso, E sè dal collo in giù tutto lavava, E poi che asciutto fu, con gran diletto Per poco spazio se colca nel letto.
E dopo questo la donzella il mena Intro una ricca zambra et apparata, Dove posarno con piacere a cena, Chè vi era ogni vivanda delicata. Nel fin la dama con faccia serena, Standosi al collo a quel conte abracciata, Lo prega e lo scongiura con bel dire Chè d’una cosa la voglia servire.
— D’una sol cosa, il mio conte, dicia, Fammi promessa, e non me la negare, Se vôi che più sia tua ch’io non son mia, Chè a tal servigio me puoi comparare; Nè creder che aggia tanta scortesia, Che da te voglia quel che non puoi fare; Ma sol cheggio da te che per mio amore Mostri ad un giorno tutto il tuo valore.
E che non abbi al mondo alcun riguardo, Ma ch’io veda di te l’ultima prova, Perch’io starò a veder se sei gagliardo, Nè creder che d’adosso occhio te mova, Sin che a terra non vada ogni stendardo De la gente che in campo se ritrova; E ben so che farai ciò, se tu vôi, Perchè io conosco quel che vali e pôi.
Una dama feroce, arabïata, Qual venne col mio patre in mia diffesa, Senza cagione alcuna è ribellata, Di mal talento e di furore accesa; Come vedi, m’ha quivi assedïata, E, se tu non me aiuti, io serò presa Da la crudel, che tanto odio mi porta, Che con tormento e strazio serò morta.
Così disse la dama, e lacrimando Il viso al cavallier tutto bagnava. Apena se ritenne il conte Orlando Che alor alora tutto se armava; E rispondea nïente, e fulminando Gli occhi abragiati d’intorno voltava. Poi che la furia fu passata un poco, Il volto a lei rivolse, e parea foco.
Nè già puote la dama sofferire Di riguardare alla terribil faccia. Dissegli il conte: Dama, a te servire Mi reputo dal cel a tanta graccia; E quella dama che me avesti a dire, Fia da me morta, o presa, o messa a caccia; E quando fosse il mondo tutto quanto Con seco armato, ancor de ciò me vanto.
Rimase assai contenta la donzella Veggendo il proferir di quel barone, Chè ben sapea quel che lui vale in sella. Frutti e confetti di molta ragione Furno portati a quella zambra bella; Gionsero in questa Aquilante e Grifone, E ciascun con Orlando s’è abracciato; Angelica di poi tolse combiato.
Ella se parte zoiosa e festante Per la promessa di quel cavalliero, Tanto superba di cotale amante, Che di Marfisa più non ha pensiero. Come partita fu, disse Aquilante Al conte Orlando: Il ti farà mestiero Domane esser gagliardo sopra il piano, Perchè avrai contra il sir de Montealbano.
Egli è venuto e non scio la cagione, Ma fuor de l’intelletto al tutto pare, Chè tutti quanti qua dentro al girone Ci ha preso con vergogna a disfidare. Io lo pregai, et ancora Grifone, Ma lui non si lasciò giamai parlare, Nè dir se li può mai ragion che vaglia, Onde c’è forza far sieco battaglia.
— Sciai certo che ’l sia desso, disse Orlando E che per lui non abbi altro avisato? Disse Aquilante: A Dio mi racomando, Stato son sieco a fronte e gli ho parlato, E combattei con lui brando per brando; E tu me stimi tanto smemorato, E sì fuor d’intelletto e di ragione, Ch’io non cognosca Ranaldo d’Amone?
Grifone quel medesimo dicia, Che senza dubio alcun l’ha cognosciuto; E quando il conte tal cosa intendia, Tutto cambiosse nel sembiante arguto, E prese nel pensier gran zelosia, Che qua non fusse Ranaldo venuto Sol per amor de Angelica la bella; Onde gran doglia dentro il cor martella.
Presto dette combiato ai duo germani, E ne la zambra se chiuse soletto, E giva intorno stringendo le mani, Ardendo di gran sdegno e di dispetto; E con lamenti e con sospiri insani Senza spogliarse se giettò sul letto, Ove con pianti e dolente parole In cotal forma si lamenta e dole.
Ahi vita umana, trista e dolorosa, Nella qual mai diletto alcun non dura! Sì come a la giornata luminosa Vien drieto incontinente notte oscura; Così non fu giamai cosa gioiosa, Che non fusse meschiata di sventura; Ma ogni diletto è breve e via trapassa: La doglia sempre dura e mai non lassa.
E questo si può dir per me, tapino, Qual con tanto piacere e tanto onore Accolto fui da quel viso divino, Ch’io non credetti aver più mai dolore; Ma poi fu ciò per farme più meschino, E che la pena mia fusse maggiore; Chè perder l’acquistato è maggior doglia, Che il non acquistar quel de che s’ha voglia.
Io son venuto nella fin del mondo Per l’amor d’una dama conquistare, Et ebbi iersira un giorno sì iocondo, Quanto m’avria saputo imaginare: Non vol Fortuna ch’io gionga al secondo, Perchè Ranaldo me viene a sturbare. E ben cognosce Iddio, ch’egli ha gran torto: Ma certo l’un de noi rimarrà morto.
Sempre a mia possa l’aggio favorito Nella gran corte de lo imperatore; E mille volte che è stato bandito, L’ho ritornato in grazia al mio segnore. Lui amato non m’ha, nè reverito; Pur, a sua onta, io son di lui maggiore, Chè egli è di piccol terra castellano, Et io son conte e senator romano.
Lui non mi porta amore o riverenza, Bench’io m’abbia de ciò poco a curare, E sempre io volsi che la mia prudenza La sua pacìa dovesse temperare; Or romper mi convien la pacïenza, Chè a tal taglier non puon duo giotti stare, Sì che finirla io son deliberato, Chè compagnia non vole amor, nè stato.
Se lui campasse, egli ha tanta malizia, Ch’io resterebbi di mia vita privo; Lui scia del lusingare ogni tristizia, E più che alcun demonio egli è cattivo; E se io volessi alciare una pelizia Di donna, io non serìa morto nè vivo: Se lei non m’insegnasse o desse ardire, Cominciar non saprebbi io, nè finire.
Deh! dico io, adunque fia abattuta La lunga parentezza et amistade, Che fu da’ nostri antiqui mantenuta? Mal faccio, e lo cognosco in veritade; Ma da dritta ragione amor mi muta, E fia partita al tutto con le spade Nostra amistade antiqua e parentella, E l’amor nostro di questa donzella.
Così col cor di doglia tutto ardente Il conte seco stesso ragionava, E quella notte non dormì nïente, Ma spesso a ciascun lato si voltava. Il tempo via trapassa e lui non sente, Ma la luna e le stelle biasimava, Che al suo occidente non faccian ritorno, Per donar loco al luminoso giorno.
Più de tre ore avanti al matutino Il conte a gran ruina fu levato; Una tempesta sembra il paladino, Passeggiando d’intorno tutto armato. L’elmo ha d’Almonte, che fu tanto fino, E Durindana il suo buon brando a lato; Giù nella stalla va il conte gagliardo, E ben guarnisce il bon destrier Baiardo.
E su ritorna nella rocca ancora, Guardando se il giorno esce a l’orïente, E non può comportar nulla dimora, Ma rodendo si va l’ongie col dente. Ora andati, Segnori, alla bona ora, Perchè io riservo nel canto sequente Un smisurato assalto et inumano, Qual fu tra il conte e il sir de Montealbano.