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ORLANDO
INNAMORATO

Libro III · Canto IX

Il canto interrotto

Fiordespina è innamorata di un bel cavaliere che in realtà è Bradamante. Ma mentre canta, il poeta vede l'Italia in fiamme, e si ferma.

In breve

Fiordespina, la figlia del re Marsilio, non riesce a staccare gli occhi da Bradamante, che dorme in riva al fiume e che lei crede un cavaliere. Quando Bradamante si sveglia e non trova più la sua cavalla, Fiordespina le regala il suo cavallo andaluso, velocissimo, senza dirle il suo segreto: quando prende il morso tra i denti non lo ferma nessuno, tranne chi gli grida «Sta!». Poi ordina al suo seguito di restare fermo e si lancia da sola con Bradamante dietro a un grande cervo.

Il cavallo andaluso scappa, e Bradamante si spaventa a morte finché Fiordespina non lo ferma con la parola magica e si scusa per la "dimenticanza". Le due dame si siedono sull'erba vicino a un ruscello, una innamorata dell'altra senza sapere la verità. Ma a questo punto il poeta si interrompe: vede l'Italia «tutta a fiama e a foco» per l'arrivo dei francesi. È il 1494, l'anno in cui il re di Francia Carlo VIII scende in Italia, e qui l'Orlando Innamorato resta incompiuto.

Ascolta il canto

Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

Vi ricordate di Fiordespina? Era la figlia del re Marsilio di Spagna, e aveva trovato Bradamante addormentata in riva a un fiume. Con i capelli corti, Bradamante sembrava proprio un bel cavaliere, e Fiordespina se n'era innamorata. Ora non riusciva a staccarle gli occhi di dosso.

Il chiasso dei cacciatori svegliò Bradamante. Lei salutò con garbo la dama e andò a cercare la sua cavalla, ma la cavalla era scappata nel bosco. Fiordespina vide subito l'occasione per restare sola con quel cavaliere.

Aveva un cavallo velocissimo, che veniva dall'Andalusia, in Spagna. Ma quel cavallo aveva un segreto. Quando stringeva tra i denti il morso, cioè il ferro che si mette in bocca ai cavalli, partiva al galoppo e nessuno riusciva più a fermarlo. Solo una parola lo fermava, e la conosceva soltanto Fiordespina. «Cavaliere, ti regalo il mio cavallo» disse, con la voce che le tremava.

Bradamante capì che la ragazza si era innamorata di lei, credendola un uomo. «Una di noi due resterà delusa» pensò. Ma accettò il regalo con gentilezza e, armatura e tutto, saltò in sella con un balzo che avrebbe superato una giraffa.

Fiordespina ordinò ai suoi compagni di restare fermi. «Tu, invece, vieni con me» disse a Bradamante. In quel momento dal bosco uscì un cervo enorme, e le due si lanciarono a inseguirlo. Il cavallo andaluso partì come il vento. Bradamante tirava le redini piano, poi forte, ma niente da fare. Il cavallo superò una collina e lasciò indietro perfino il cervo e i cani. Bradamante si credeva già spacciata.

Alla fine Fiordespina gridò: «Sta!» E il cavallo si fermò di colpo. «Scusami, mi ero dimenticata di dirtelo!» disse lei. Chissà se era vero... Poi le due ragazze si sedettero sull'erba fresca, all'ombra, vicino a un ruscello. E Fiordespina era sempre più innamorata.

A questo punto successe una cosa che non era mai successa prima: il poeta si fermò. Mentre scriveva, Boiardo vide la sua Italia «tutta in fiamme». Era l'anno 1494, e un grande esercito francese era sceso in Italia: era arrivata la guerra. «Un'altra volta, se potrò, vi racconterò tutto» promise. Ma non riuscì più a continuare, e alla fine di quello stesso anno morì.

Così la storia rimase senza finale. Nessuno sa come Boiardo avrebbe fatto finire le avventure di Orlando, di Angelica, di Ruggiero e di Bradamante. Qualche anno dopo, però, un altro poeta, Ludovico Ariosto, riprese la storia e la continuò in un poema nuovo: l'Orlando Furioso. Ma questa è un'altra avventura.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

Vieni, Amore ott. 1–3

«Visto che il mio canto vi piace tanto, e lo vedo dalle vostre facce» dice il poeta, «tirerò fuori la mia cetra migliore. Vieni, Amore, siediti qui con me: io non me lo merito, ma se lo meritano quelli che mi ascoltano.» Questa corte di cavalieri e di dame brilla come le stelle del mattino: qui Amore troverà un altro paradiso e non vorrà più andarsene. Che venga, allora, e lo aiuti a cantare di Fiordespina, che guardando Bradamante si scioglie di desiderio come la rugiada al sole.

Il risveglio di Bradamante ott. 4–7

Più la guarda, più vorrebbe guardarla, come le farfalle che non si staccano dalla fiamma finché non si bruciano. Ma i cacciatori chiamano i cani e i falchi con corni e grida, e la figlia di Amone si sveglia. Dai suoi occhi esce una luce che abbaglia Fiordespina e le arriva dritta al cuore, e lei diventa rossa come una rosa all'alba.

Bradamante, capendo di avere davanti una gran dama, la saluta con cortesia e va a cercare la cavalla che aveva legato vicino al fiume; ma la cavalla si è liberata e si è persa nel bosco. Bradamante quasi piange, e l'Amore suggerisce subito a Fiordespina come restare sola con quel cavaliere.

Un regalo con un segreto ott. 8–13

Fiordespina ha un cavallo andaluso velocissimo, con un solo difetto: se prende il morso tra i denti, porta via il cavaliere dove vuole lui. Lo si ferma solo con una parola, che conosce soltanto lei.

«Cavaliere» dice a Bradamante, «forse sei triste perché hai perso il tuo cavallo. Dal tuo viso capisco che non puoi essere malvagio: di solito chi è bello è anche buono. Ti regalo questo cavallo, il più perfetto del mondo. Regala davvero solo chi dà le cose care; il mio cuore, invece, non oso offrirtelo, perché vale troppo poco.» E le porge il cavallo per la briglia.

Bradamante vede che la ragazza ha il viso acceso d'amore e la voce che trema, e pensa: «Una di noi due resterà delusa.» Poi risponde: «Questo dono è così grande che non potrei meritarlo nemmeno dando tutta me stessa; ma voi, che avete un animo regale, mi accetterete come sono: vi dono il corpo e l'anima.» «Nessuna regina ha mai avuto una ricompensa così grande per un regalo» risponde Fiordespina. Bradamante si inchina e, armata com'è, salta in sella con un balzo che supererebbe una giraffa, senza toccare la staffa.

La caccia al cervo ott. 14–17

Fiordespina, incantata, ordina ai suoi: «Questa caccia è per me, non per voi. Restate tutti fermi e zitti al vostro posto: voglio inseguire le bestie da sola. E tu, barone, resta vicino a me.» Tutti obbediscono, mentre il bosco risuona di corni e latrati. Ed ecco uscire dalla selva un cervo enorme, il più grande mai visto, con le corna che gli arrivano alla groppa. Passa vicinissimo a Fiordespina con i cani alle calcagna, e lei, perché il cavaliere non resti indietro, gli dice: «Seguimi!»

Il cavallo impazzito ott. 18–21

Fiordespina monta un palafreno irlandese che corre quasi come un levriero, ma il cavallo andaluso è molto più veloce: appena parte la supera di un tiro d'arco. Bradamante capisce subito che ha preso il morso tra i denti: tira forte, tira piano, ma non riesce a trattenerlo. Il cavallo supera un monte pieno di cespugli come se fosse in pianura, lasciandosi alle spalle perfino il cervo. Alla discesa i cani raggiungono il cervo e lo abbattono, e Fiordespina, che non vuole lasciar andare oltre il suo innamorato, grida al cavallo la parola segreta e lo ferma.

«Sta!» ott. 22–25

Bradamante, che si era già data per morta, salta giù con il cuore che batte. «Perdonami, è stata una dimenticanza» le dice Fiordespina. «Sbaglia solo chi fa qualcosa! Non ti ho detto che questo cavallo, se gli si dice "Sta!", non fa un passo di più.» Lo provano più volte, e il cavallo, anche lanciato al galoppo, si ferma di colpo.

Alla fine le due damigelle si siedono sull'erba fresca, all'ombra del monte, vicino a un ruscello con un ponticello. Bradamante ha ancora l'armatura; Fiordespina un vestito azzurro a stelle d'oro, e d'oro sono anche l'arco, le frecce e il corno. Sono così belle che basterebbero ad abbellire il mondo. Una delle due arde di desiderio per l'altra, «e che cosa le manchi» dice il poeta con malizia, «saprei ben dirvelo io».

L'Italia in fiamme ott. 26

Ma qui il poeta si ferma: «Mentre canto, o Dio, vedo l'Italia tutta in fiamme per questi francesi, che vengono a devastare non so quale luogo. Perciò vi lascio con il vano amore di Fiordespina. Un'altra volta, se mi sarà concesso, vi racconterò tutto.»

È il 1494: il re di Francia Carlo VIII è sceso in Italia con il suo esercito. Quell'altra volta non arriverà mai: Boiardo muore alla fine di quello stesso anno, e l'Orlando Innamorato resta incompiuto.

Parole difficili

  • citera ott. 1: cetra, antico strumento a corde.
  • mirti ott. 1: piante di mirto, sacre a Venere, la dea dell'amore.
  • fia de Amon ott. 4: la figlia di Amone, cioè Bradamante.
  • Andologia ott. 8: Andalusia, regione della Spagna famosa per i suoi cavalli.
  • morso ott. 8: il ferro che si mette in bocca al cavallo per guidarlo con le redini.
  • ronzone ott. 9: cavallo.
  • ziraffa ott. 13: giraffa.
  • abagli ott. 16: abbai, latrati dei cani.
  • lapola ott. 17: làppola, pianta con frutti spinosi che si attaccano al pelo.
  • cubito ott. 17: antica misura di lunghezza, quella dell'avambraccio.
  • trapola ott. 17: trappola.
  • amblante palafreno ott. 18: cavallo da viaggio che va all'ambio, un'andatura comoda.
  • veltro ott. 18: levriero.
  • arcata ott. 19: la distanza di un tiro d'arco.
  • biavo ott. 25: azzurro chiaro.
  • Galli ott. 26: i Francesi, chiamati con il nome degli antichi abitanti della Francia.

Il testo di Boiardo

26 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Poi che il mio canto tanto a voi diletta, Chè ben ne vedo nella faccia il signo, Io vo’ trar for la citera più eletta E le più argute corde che abbia in scrigno. Or vieni, Amore, e qua meco te assetta, E se io ben son di tal richiesta indigno, Perchè e’ mirti al mio capo non se avoltano, Degni ne son costor che intorno ascoltano.

2

Come nanti l’aurora, al primo albore, Splendono stelle chiare e matutine, Tal questa corte luce in tant’onore De cavallieri e dame peregrine, Che tu pôi ben dal cel scendere, Amore, Tra queste genti angelice e divine; Se tu vien’ tra costoro, io te so dire Che starai nosco e non vorai partire.

3

Qui trovarai un altro paradiso; Or vieni adunque e spirami, di graccia, Il tuo dolce diletto e ’l dolce riso, Sì che cantando a questi satisfaccia De Fiordespina, che mirando in viso A Bradamante par che se disfaccia E del disio se strugga a poco a poco, Come rugiada al sole o cera al foco.

4

E non potea da tal vista levarsi: Quanto più mira, de mirar più brama, Sì come e’ farfallin, sin che sono arsi, Non se scianno spiccar mai dalla fiama. Erano e’ cacciatori intorno sparsi, E qual suo cane e qual suo falcon chiama, Con corni e cridi menando tempesta; Onde al romor la fia de Amon se desta.

5

Sì come gli occhi aperse, incontinente Una luce ne uscitte, uno splendore, Che abbagliò Fiordespina primamente, Poi per la vista li passò nel core; E ben ne dimostrò segno evidente, Tingendo la sua faccia in quel colore Che fa la rosa, alorchè aprir se vole Nella bella alba, allo aparir del sole.

6

Già Bradamante se era rilevata, E perchè a gli atti e allo abito comprese Quest’altra esser gran dama e pregïata, La salutò con modo assai cortese; E dove la iumenta avia legata, Quando da prima in su il fiume discese, Ne venne, chè trovarvela vi crede; Ma non la trova ed ove sia non vede.

7

Perchè a sè stessa avia tratta la briglia, E nel bosco più folto errando andava. Or tal sconforto la dama se piglia, Che quasi gli occhi a lacrime bagnava; Ma amor, che ogni intelletto resviglia, A Fiordespina subito mostrava Con qual facilitate de legiero Se trovi sola con quel cavalliero.

8

Essa aveva un destrier de Andologia, Che non trovava parangone al corso; Forte e legiero, un sol diffetto avia, Che, potendo pigliar co’ denti il morso, Al suo dispetto l’om portava via, Nè si trovava a sua furia soccorso. Sol con parole si puotea tenire: Ciò sa la dama e ad altri nol vol dire.

9

Per questo crede lei di fare acquisto Di Bradamante, che stima un barone, E dice: Cavallier, tanto stai tristo Forse per aver perso il tuo ronzone. Se ben non te abbia cognosciuto o visto, La ciera tua mi mostra per ragione Che non pôi esser di natura fello: Alle più volte bono è quel che è bello.

10

Onde non credo poter collocare In altrui meglio una mia cosa eletta; Però questo destrier ti vo’ donare, Che non ha il mondo bestia più perfetta. Sol colui dà, qual dà le cose care; Ciascun privar se sa de cosa abietta: E, per stimarme di poco valore, Io non ardisco di donarti il core.

11

Così dicendo salta della sella E il corsier per la briglia li presenta. Bradamante, che vide la donzella Nel viso di color de amor dipenta, E gli occhi tremolare e la favella, Dicea tra sè: Qualche una mal contenta Serà de noi e ingannata alla vista, Chè gratugia a gratugia poco acquista.

12

Così tra sè pensando, Bradamante Disse alla dama: Questo dono è tale Che a meritarlo io non serìa bastante: Se ben tutto mi dono, poco vale. Ma il dar per merto, è cosa di mercante, E voi, che aveti lo animo regale, Degnareti accettarmi quale io sono, Che il corpo insieme e l’anima vi dono.

13

— Ciò non rifiuto, disse Fiordespina Nè di cosa ch’io tengo, più me exalto; Non fece mai, che io creda, un don regina, Che ne pigliasse guidardon tanto alto. Bradamante tacendo a lei se inclina, E sì come era armata prese un salto, Che avria passato sopra una ziraffa; Salì a destriero, e non toccò la staffa.

14

La Saracina a quello atto se affisse, Con gli occhi fermi e di mirar non saccia, Poi chiamando e’ compagni intorno, disse: Per me, non per voi fatta è questa caccia. Se al mio comando alcun disobidisse, Serà caduto nella mia disgraccia, Che meglio vi serà cader nel foco: Vo’ che ciascun stia fermo nel suo loco.

15

Stativi quieti e come gente mute, E lasciate venir le bestie fuora, Però che io sola le vo’ seguir tute; E tu, barone, apresso a me dimora. Piacer non ho maggior, se Dio m’aiute, Che quando un forastier per me se onora, E non è cosa, a mia fè te prometto, Che io non facessi per darti diletto.

16

Acquetossi ciascun per obedire: Chi stende lo arco, e chi suo cane agroppa; Già tutto il bosco si sentia stromire De corni e abagli, e ’l gran romor se incoppa. Eccoti un cervo de la selva uscire, Che avea le corne insino in su la groppa, Un cervo per molti anni cognosciuto, Perchè il maggior giamai non fu veduto.

17

Questo uscì al prato de un corso sì subito, Che non par che lo aresti pruno o lapola, E venne presso a Fiordespina un cubito, Sì che aponto alla coda e’ can li scappola; E fra se stessa diceva: Io me dubito Che costui resti e non senti la trapola, Se, pregando che segua, non impetro; E poi se volse e disse: Vienmi dietro.

18

Nel fin de le parole volta il freno, Seguendo il cervo, e pur costui dimanda. Benchè avesse uno amblante palafreno (Quale era nato nel regno de Irlanda, E correa come un veltro, o poco meno, Come tutti i roncin di quella banda; Non già che fosse in corso simigliante A l’altro, che avea dato a Bradamante),

19

Quello andaluzo correva assai più Che non volea il patrone alcuna fiata. Ora apena nel corso posto fu, Che varcò Fiordespina de una arcata. Già se pente la dama esservi su, E vede ben che la bocca ha sfrenata; Ora tira di possa, or tira piano, Ma a retenerlo ogni remedio è vano.

20

Era davanti un monte rilevato, Pien di cespugli e de arboscelli istrani, Ma non ritenne il cavallo affogato: Questo passò, come ha passato e’ piani. Il cervo alle sue spalle avia lasciato; Ben lo ha vicino, e presso a questo e’ cani, E poco longe a’ cani è Fior de spina, Che studia il corso e quanto può camina.

21

Nella scesa del monte a ponto a ponto Fo preso il cervo da un can corridore; E come fu da questo primo agionto, Li altri poi lo aterrarno a gran furore. Ora faceva Fiordespina conto De non lasciar più gire il suo amatore, E scridando al destrier, come far suole, Fermar lo fa ben presto come vole.

22

Non dimandar se Bradamante alora, Vedendo il destrier fermo, se conforta, E smontò de lo arcion senza dimora, Che quasi già se avea posta per morta, Tanto che li batteva il core ancora. E Fiordespina, che è di questo accorta, Gli disse: O cavallier, vo’ che tu imagine Che un fal commesso ho sol per smenticagine.

23

Ben si suol dir: non falla chi non fa; Non so come mi sia di mente uscito Di farti noto che il destrier, che te ha Quasi condutto di morte al partito, Qualunche volta se gli dice: Sta! Non passarebbe più nel corso un dito; Ma, come io dissi, me dimenticai Farlo a te noto, e ciò mi dole assai.

24

Rimase Bradamante satisfatta Per le parole et anco per le prove, Chè, correndo il cavallo a briglia tratta, Come odiva dir: Sta! più non se move. La esperïenza fo più volte fatta; Al fin smontarno in su l’erbette nove, Sottesso l’ombra del fronzuto monte, Ove era un rivo e sopra a quello un ponte.

25

Quivi smontarno le due damigielle. Bradamante avia l’arme ancora intorno, L’altra uno abito biavo, fatto a stelle: Quelle eran d’oro, e l’arco e i strali e ’l corno; Ambe tanto legiadre, ambe sì belle, Che avrian di sue bellezze il mondo adorno. L’una de l’altra accesa è nel disio, Quel che li manca ben sapre’ dir io.

26

Mentre che io canto, o Iddio redentore, Vedo la Italia tutta a fiama e a foco Per questi Galli, che con gran valore Vengon per disertar non so che loco; Però vi lascio in questo vano amore De Fiordespina ardente a poco a poco; Un’altra fiata, se mi fia concesso, Racontarovi il tutto per espresso.