Libro III · Canto VIII
L'assalto a Parigi
I saraceni scalano le mura di Parigi, Rodamonte le abbatte a mani nude. Ma Orlando è tornato. E Bradamante, intanto, perde i suoi capelli.
In breve
Agramante lancia l'assalto finale a Parigi, con torri, scale e macchine da guerra. Dentro la città tutti piangono, ma il Danese organizza la difesa e Carlo Magno è vivo. Orlando e Brandimarte, arrivati sulle colline, piombano sull'accampamento nemico e liberano i paladini prigionieri, tra cui Oliviero e Gano. Intanto Rodamonte è salito sulle mura e scaglia pezzi di torre sulla città: Orlando gli taglia la scala e lo fa precipitare, ma resta stordito da un merlo che gli cade in testa. Rodamonte uccide il re Salamone, poi Brandimarte lo abbatte. Carlo esce dalla città con i suoi, la battaglia infuria sul ponte, finché un temporale con il terremoto la interrompe.
Bradamante, ferita e sperduta, trova rifugio da un eremita, che le racconta di aver visto passare in cielo una barca di diavoli: dicevano di aver portato via dalla Francia Ruggiero, che stava per farsi cristiano. L'eremita la cura e le taglia i capelli come a un ragazzo. Mentre dorme in riva a un fiume, la vede Fiordespina, figlia del re Marsilio, che la crede un cavaliere e se ne innamora.
Ascolta il canto
Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
Quel giorno Agramante ordinò l'assalto a Parigi. I saraceni arrivarono da tutte le parti, con scale, torri di legno su ruote e macchine che lanciavano pietre. Orlando e Brandimarte guardavano dall'alto delle colline. «Scendiamo!» disse Brandimarte. Orlando chiuse l'elmo senza una parola, e i due piombarono sull'accampamento nemico. Liberarono i paladini prigionieri e diedero loro armi e cavalli. Poi più di cento cavalieri galopparono dietro a Orlando verso Parigi.
Sulle mura, intanto, c'era un pericolo terribile: Rodamonte. Era salito su una scala di ferro come se camminasse per strada, senza curarsi dei sassi e delle travi che gli tiravano addosso. Arrivato in cima, staccava pezzi di torre e li scagliava sulla città, distruggendo case e campanili.
Orlando accorse e con un colpo solo tagliò la scala. Rodamonte precipitò nel fossato, e dietro di lui crollò mezza torre. Ma un pezzo di muro cadde in testa a Orlando, che rimase svenuto. Il suo cavallo, Brigliadoro, non si allontanò mai da lui: era proprio un cavallo saggio. Rodamonte, invece, uscì dal fossato come se niente fosse e ricominciò a combattere, finché Brandimarte lo fece cadere con il fracasso di un albero abbattuto dal vento.
Quando la gente di Parigi vide l'insegna di Orlando, gridò di gioia. Re Carlo, che Orlando credeva morto, era vivo: uscì dalla città con i suoi cavalieri e buttò a terra perfino Agramante. Si combatteva sul ponte, quando all'improvviso arrivò un temporale. Il vento soffiava fortissimo, la terra tremava e scese una nebbia scura. Era sera, e tutti si ritirarono.
E Bradamante? Ferita e sperduta, trovò la casetta di un eremita, un vecchio che viveva da solo nel bosco per pregare. Da sessant'anni non vedeva nessuno, e al principio la prese per il diavolo! Poi le raccontò una cosa strana. Quella mattina aveva visto passare nel cielo una barca piena di diavoli, che remavano come sull'acqua. Gridavano di aver portato via Ruggiero dalla Francia, proprio quando stava per diventare cristiano. Bradamante diventò rossa come il fuoco: pensava solo a lui.
L'eremita le curò con le erbe la ferita alla testa. Per farlo dovette tagliarle i capelli, e glieli tagliò corti, come a un ragazzo. Bradamante ripartì e a mezzogiorno, stanca e accaldata, si tolse l'elmo e si addormentò sulla riva di un fiume.
Proprio lì arrivò a caccia Fiordespina, la figlia del re Marsilio di Spagna. Vide quel bel viso addormentato, con i capelli corti, e pensò che fosse un cavaliere. E se ne innamorò all'istante! Non osava svegliarlo, e restava lì a guardarlo.
Che cosa succederà quando Bradamante aprirà gli occhi? Lo vedremo nel prossimo canto.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
Auguri al pubblico ott. 1–2
Il poeta comincia con un augurio: Dio dia gioia a ogni innamorato, vittoria a ogni cavaliere, onore ai principi, gloria a chi ama la virtù, e pace e abbondanza dappertutto. E a voi che ascoltate questa storia, conceda subito tutto quello che saprete chiedere: fortuna, saggezza, bellezza, ricchezza e forza, quanto ne volete, visto che siete così gentili da ascoltare la bella storia che vi canta.
L'assalto a Parigi ott. 3–10
Il canto precedente si era fermato al grande clamore nell'accampamento dei pagani, tra tamburi, timpani e corni di bronzo, mentre Orlando e Brandimarte, dalle colline, guardavano un bosco di lance e di bandiere. Quel giorno, infatti, Agramante ha ordinato di assalire Parigi da tutte le parti. Gli africani fanno a gara a chi si vanta di più, e c'è chi giura a Maometto di saltare le mura in un balzo. Hanno scale con le ruote, torri mobili, tettoie di vimini e di legno, torri di cuoio e strane macchine che si aprono e si chiudono con fracasso e scagliano in città pietre e fuoco.
Dall'altra parte il nobile Danese, nominato capitano dall'imperatore, prepara le difese: arcieri, macchine lanciapietre, sassi, travi, zolfo, piombo e fuoco su ogni torre e ogni merlo. Corre di qua e di là lungo le mura, controllando tutto con i suoi occhi, mentre dalla pianura arriva il frastuono dei tamburi, dei corni e delle trombe dei pagani.
«O re del cielo, o Vergine!» esclama il poeta. Che spettacolo, quella città disperata! Bambini, donne scapigliate, vecchi e malati si battono il viso e chiedono a Dio di morire. La gente corre qua e là, i coraggiosi diventano timidi; le mogli, con i figli in braccio, pregano i mariti di difenderle, poi, disperate, vincono la paura e portano acqua e pietre sulle mura. Tutte le campane suonano a raccolta. Re Carlo percorre la città, seguito da tutti, pronti a morire con il loro signore, e manda ognuno dove serve.
Battaglia a ogni porta ott. 11–15
L'esercito pagano si avvicina, schiera dopo schiera. Alla porta San Celso c'è il re Sobrino con Bucifar, re dell'Algazera; dove la Senna entra in città attacca Baliverzo con i re di Arzila e di Fersa; a San Dionigi combattono i re di Nasamona e della Zumara, alla porta del mercato quelli di Cetta e di Tremisona. L'aria trema, la terra rimbomba, e da una parte e dall'altra volano fuoco, ferri e pietre.
Mai si è vista una furia simile tra cristiani e saraceni. Dalle mura piovono travi, zolfo e calce, le scale si spezzano, il fumo e la polvere oscurano tutto, come se il sole fosse caduto dal cielo. Ma la difesa non basta: come la mosca torna da chi la scaccia, o come le vespe e i calabroni infastiditi, così i nemici buttati giù dalle mura tornano all'attacco. I fossati sono così pieni di caduti che sopra l'acqua si è formato un ponte orribile. Lì ci sono Mandricardo e Rodamonte, impazienti di salire, e anche Feraguto e Agramante non stanno con le mani in mano: tra frecce e dardi, ognuno cerca di arrampicarsi per primo, senza curarsi della vita.
Orlando scende in campo ott. 16–23
Orlando, che guarda dall'alto, è smarrito e piange raccomandandosi a Dio: «Che devo fare, Brandimarte mio, se re Carlo è morto? Parigi è perduta, la vedo tra il fuoco e le fiamme, e i pagani sono già sulle mura!» «A guardar bene, laggiù si combatte ancora» risponde Brandimarte. «Lasciami scendere: brucio dalla voglia di fare un tale macello di questi cani che, se Parigi non può essere salvata, almeno non cadrà senza vendetta!»
Orlando non risponde, ma chiude di scatto la visiera, e Brandimarte lo segue giù per il pendio. Fiordelisa si nasconde in un boschetto vicino al fiume, mentre i due cavalieri attraversano l'acqua e piombano nell'accampamento. Tutti li riconoscono dalle insegne e gridano: «All'armi! Aiuto!» Ma loro sono già alla tenda principale, dove il re Marsilio, Falsirone e altri re fanno la guardia ai prigionieri cristiani: Oliviero, il re di Bretagna, Ricardo, il conte Gano di Pontieri, il re lombardo e molti tedeschi.
I due cavalieri non risparmiano nessuno. Marsilio, visto che non può difendersi e che gran parte dei suoi è morta, fa la cosa più saggia: scappa. Orlando fa a pezzi la tenda, e i prigionieri, vedendolo, si fanno il segno della croce per la meraviglia. Brandimarte spezza corde e catene; lì intorno ci sono tende piene di armi e cavalli, così i paladini si armano e montano in sella. Più di cento, tra cui Gano, Oliviero, il re Desiderio, il re Salamone, Ricardo, Berlengiere, Avorio, Avino, Ottone, il duca Namo e il duca Amone, seguono Orlando che galoppa verso Parigi, e con loro Brandimarte, rimasto un po' indietro per liberare tutti.
Rodamonte sulle mura ott. 24–30
Arrivano sotto le mura, dove la lotta è più feroce che mai, tra grida, morte e fuoco. Mandricardo ha già conquistato un ponte e spezzato la porta, e i suoi uomini sono pronti a seguirlo. Da un'altra parte Rodamonte, con dardi e sassi, ha ucciso tanti difensori che il sangue cola dai merli nel fossato.
Rodamonte guarda le torri disprezzandone l'altezza, digrigna i denti con la schiuma alla bocca come un cinghiale. Ha lo scudo al collo, una scala di ferro, pali, uncini, corde intrecciate e una torcia fatta con un tronco di quercia acceso. Arriva bestemmiando, appoggia la scala e sale senza fermarsi, come se camminasse per strada. Se Lucifero in persona fosse uscito dall'abisso per distruggere Parigi, non avrebbe fatto tanta paura. I difensori, che ormai si considerano morti, combattono per disperazione e gli scagliano addosso pali, dardi, sassi e travi; ma lui sale come se fossero piume o paglia. Quando arriva in cima e compare sulle mura, dalla città si leva un pianto che arriva fino al cielo. Rodamonte afferra una torre, ne stacca dei pezzi enormi e li scaglia sulla città, distruggendo case, campanili e chiese.
Orlando, che combatte da un'altra parte, non sa niente; ma le grida lo fanno accorrere.
Rodamonte nel fossato ott. 31–36
Arriva di corsa, furioso come non mai, e con un colpo solo taglia la grande scala di ferro: Rodamonte precipita nel fossato, e dietro di lui crolla mezza torre. Ma un merlo cade in testa a Orlando e lo stende a terra. Rodamonte si libera in fretta, come se tutto fosse stato un brutto sogno, mentre Orlando resta svenuto. Il saraceno esce dal fossato e assale i cristiani. Sull'orlo c'è Gano di Pontieri, che è falso e malvagio, ma quando vuole sa essere un buon guerriero: Rodamonte lo butta a terra con un colpo solo. Poi abbatte Rodolfone, parente di Namo, e colpisce in testa il re Desiderio; per volere di Dio lo prende di piatto, ma il re cade di sella a gambe all'aria, con gran vergogna.
I saraceni, che erano fuggiti all'arrivo di Orlando, tornano all'attacco più baldanzosi di prima, tutti intorno a Rodamonte: Balifronte di Mulga, il re Grifaldo, Baliverzo, Farurante di Maurina, Alzirdo re di Tremisona, il re Gualciotto di Bellamarina e molti altri. «Ma non tutti arriveranno a domattina» avverte il poeta, «perché Brandimarte e Oliviero ne manderanno qualcuno all'inferno.»
La morte di Salamone ott. 37–41
«State attenti, perché ora comincia davvero la danza.» Il re Salamone vede Rodamonte, che supera tutti gli altri di un braccio in altezza, e lo colpisce con la lancia in mezzo al petto: la lancia si spezza, e il pagano non si muove. Poi Rodamonte cala la spada: spezza lo scudo di Salamone, gli apre la corazza come fosse carta e lo colpisce a morte, tagliando perfino il collo al suo cavallo.
Proprio allora arriva Brandimarte, deciso a vendicarlo. Sprona il cavallo e colpisce Rodamonte nel fianco, che è protetto da una corazza di scaglie di serpente: la corazza lo salva, ma il re di Sarza cade lo stesso, con il fracasso di un albero sradicato dal vento che si abbatte su cespugli e arbusti. Brandimarte si volta allora contro il re Gualciotto e con un colpo a due mani gli taglia scudo e corazza come una tela marcia, abbattendolo. Anche Oliviero si mostra degno della sua famiglia e abbatte il re Grifaldo.
Intanto Orlando si riprende. Brigliadoro, il suo cavallo, gli è rimasto sempre vicino: è così saggio che non abbandona mai il suo padrone.
Carlo esce dalla città ott. 42–48
Orlando salta in sella ed esce dal fossato. Quando quelli in città vedono la sua insegna, sulle mura si leva un grido di gioia, e qualcuno corre a dire all'imperatore che Orlando è arrivato e che i cristiani prigionieri sono liberi e combattono i saraceni. Figuratevi la gioia di Carlo! Tutti vogliono uscire a combattere. Si spalanca la porta ed escono il Danese, Guido di Borgogna, Duodo d'Antona e Ivone di Bordella; e davanti a tutti c'è re Carlo in persona, che non vuole restare dentro. In città rimane solo Turpino, a fare la guardia.
Sul ponte il Danese carica con la lancia Mandricardo, che combatte a piedi accanto ad Agramante, e crede di buttarlo nel fossato; ma Mandricardo è un osso molto più duro di quel che pensa: resiste all'urto e afferra per la briglia il cavallo del Danese, Rondello. Agramante cerca di disarcionarlo, ma arriva Carlo e con la lancia butta a terra Agramante, che finisce calpestato dal cavallo.
La notizia che Agramante è a terra corre di bocca in bocca, e i saraceni si ammassano lì: Grandonio, Feraguto, Balugante; ma è soprattutto Mandricardo a difendere il suo re, ed è lui solo, con il suo valore, a salvarlo. La battaglia sul ponte è così sanguinosa che l'acqua dei fossati diventa rossa, e Carlo, il Danese e gli altri incalzano i pagani.
Il temporale ott. 49–52
I cristiani hanno già cacciato i nemici dal ponte, e si combatte ancora tra le sbarre, quando alle spalle dei pagani arrivano Orlando e Brandimarte con i loro. La mischia raddoppia. Rodamonte ha sempre seguito Orlando, e la folla è così fitta che solo loro due riescono a farsi un po' di spazio, largo quanto è lunga una spada.
Ma, forse per le preghiere della gente di Parigi, o per un altro destino che nessuno conosce, nel cielo si leva una tempesta di vento, la terra trema per il terremoto, e una pioggia terribile e una nebbia scura riempiono il mondo di paura. Il giorno sta finendo, e le due parti si ritirano. «Qui Turpino lascia la storia vera» dice il poeta, che afferma di aver tratto questi versi dalla sua prosa, «e torna a Bradamante.»
L'eremita ott. 53–58
L'avevamo lasciata quando aveva ucciso Daniforte, il saraceno che l'aveva ferita a tradimento; lui aveva perso la vita, lei la strada, perché la notte era buia. Cavalca senza sosta, sera e mattina, in quel deserto selvaggio, finché trova un eremo. Ha perso molto sangue ed è stanchissima, così smonta e bussa. L'eremita, nascosto, si fa il segno della croce: «Ave Maria! Che miracolo è questo, un uomo nella mia povera casa?»
«Sono un cavaliere che si è perso ieri in questa selva» dice la dama. «Sono ferito e stanco, e ho bisogno di riposare.» «In questa valle non è mai venuta anima viva» risponde l'eremita. «In sessant'anni non ho visto un solo uomo. Il diavolo, invece, mi appare spesso, in mille forme, e anche tu all'inizio mi sembravi lui. Stamattina ho visto passare nel cielo una barchetta piena di spiriti, che remavano come sull'acqua. Quello al timone mi ha gridato: "Fratacchione, ti dispiacerà saperlo: il buon Ruggiero ha lasciato la Francia. Sarebbe diventato un perfetto cristiano e avrebbe voltato le spalle a Maometto, ma noi lo abbiamo portato via dalla retta strada, e non credo che cambierà più fede." Poi la barca è sparita, e io sono rimasto molto triste pensando a quel barone, che morirà dannato se Dio non lo aiuta o se qualcuno non lo convince a farsi battezzare.»
Capelli da ragazzo ott. 59–62
A queste parole Bradamante diventa rossa come il fuoco. Pensa al cavaliere che ama, non trova pace e vorrebbe rivederlo subito, tanto da non pensare nemmeno a riposarsi. Alla fine l'eremita la convince a farsi curare le ferite; ma quando le scopre la testa vede la treccia e si spaventa: «Povero me, sono perduto! È il diavolo, che ha preso questa forma per tentarmi!»
Toccandola, però, capisce che ha un corpo vero e non è un'ombra, e la cura con le erbe, guarendola in poco tempo. Per curare la ferita, che è grande, deve tagliarle i capelli, e glieli taglia corti come a un ragazzo. Poi le dà la sua benedizione e le dice di andarsene, perché una donna non può restare con un uomo senza dare scandalo. Bradamante riparte e arriva a un fiume che attraversa la foresta. È mezzogiorno, ha fame e sete e fa caldo: scende a bere sulla riva e poi si sdraia.
Fiordespina ott. 63–66
Visto che non c'è nessuno, si toglie l'elmo e lo scudo e si addormenta con la testa sulle braccia. Proprio in quel bosco è venuta a caccia, con cani, uccelli da caccia e un grande seguito, Fiordespina, la figlia di Marsilio, re di Spagna. Arrivata al fiume, vede Bradamante che dorme e pensa che sia un cavaliere. Guardando quel viso così bello, se ne innamora perdutamente: «Né Maometto né la natura potrebbero creare una creatura più bella! Se solo non ci fosse nessuno con me! Darei qualunque cosa per dargli un bacio mentre dorme così dolcemente. Ma devo avere pazienza: per vergogna si perdono i piaceri più grandi.»
Fiordespina non si stanca di guardarlo, ma non osa svegliarlo. «Abbiamo già superato la solita misura del canto» conclude il poeta, «ed è ora di riposare. Poi vi racconterò il seguito di questa bella storia. Dio ci conservi felici e gloriosi.»
Parole difficili
- Talabalachi ott. 3: grandi tamburi usati dai Mori.
- brongio ott. 3: bronzo.
- Gatti ott. 5: macchine d'assedio, tettoie mobili sotto cui gli assalitori si riparavano per avvicinarsi alle mura.
- cor' cotto ott. 5: cuoio cotto, indurito.
- mangani e petriere ott. 6: macchine da guerra che scagliano pietre.
- calavroni ott. 14: calabroni.
- cerro ott. 26: un tipo di quercia.
- graffie ott. 26: uncini, ganci di ferro.
- panciron ott. 40: la parte dell'armatura che protegge il ventre.
- tela marza ott. 40: tela marcia.
- Brigliadoro ott. 41: il cavallo di Orlando.
- Rondello ott. 45: il cavallo del Danese.
- romitaggio ott. 53: eremo, la casa di un eremita.
- lama ott. 55: valle, terreno basso.
- Fratacchione ott. 57: frataccione, modo poco rispettoso di chiamare un frate.
- nocchiero ott. 57: chi guida la nave.
Il testo di Boiardo
66 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Dio doni zoia ad ogni inamorato, Ad ogni cavallier doni vittoria, A’ principi e baroni onore e stato, E chiunque ama virtù, cresca di gloria: Sia pace ed abundanzia in ogni lato! Ma a voi, che intorno odeti questa istoria, Conceda il re del cel senza tardare Ciò che sapriti a bocca dimandare.
Donevi la ventura per il freno, E da voi scacci ogni fortuna ria; Ogni vostro desio conceda a pieno, Senno, beltade, robba e gagliardia, Quanto è vostro voler, nè più nè meno, Sì come per bontate e cortesia Ciascun di voi ad ascoltare è pronto La bella istoria che cantando io conto.
La qual lasciai, se vi racorda, quando Sorse il gran crido al campo de’ Pagani, Talabalachi e timpani suonando, Corni di brongio ed instrumenti istrani, Alor che Brandimarte e il conte Orlando, Gionti ne’ poggi e riguardando e piani, Vider cotanta gente e tante schiere, Che un bosco par di lancie e di bandiere.
Perchè sappiati il fatto tutto quanto, L’ordine è dato a ponto per quel giorno Di combatter Parigi in ogni canto, E lo assalto ordinato intorno intorno. De li Africani ogni om se dà più vanto, L’un più che l’altro se dimostra adorno; Chi promette a Macone, e chi lo giura, Passar de un salto sopra a quella mura.
Scale con rote e torre aveano assai, Che se movean tirate per ingegno. Più nove cose non se vidder mai: Gatti texuti a vimine e di legno, Baltresche di cor’ cotto ed arcolai, Ch’erano a rimirare un strano ordegno, Qual con romor se chiude e se disserra, E pietre e foco trà dentro alla terra.
Da l’altra parte il nobile Danese, Che fatto è capitan per lo imperiere, Fa gran ripari ed ordina in diffese Saettamenti e mangani e petriere. Con gli occhi suoi veder vol lui palese, Chè con li altrui non guarda volentiere, E sassi e travi e solfo e piombo e foco Per torre e merli assetta in ciascun loco.
Sopra a ogni cosa egli ordina e procura La gente armata a piede ed a cavallo; Mo qua mo là scorrendo per le mura, Non pone a l’ordinar tempo o intervallo. Già se odeno e’ Pagani alla pianura Con tamburacci e corni di metallo, Sonando sifonie, gnacare e trombe, Che l’aria trema e par che ’l cel rimbombe.
O re del celo! O Vergine serena! Che era a veder la misera citate! Già non mi credo che il demonio apena Se rallegrasse a tanta crudeltate. De strida e pianti è quella terra piena: Piccoli infanti e dame scapigliate E vecchi e infermi e gente di tal sorte Battonsi il viso, a Dio chiedendo morte.
Di qua di là correa ciascuno a guaccio, Pallidi e’ rossi, e timidi li arditi; Le triste moglie co[n]i figlioli in braccio, Sempre piangendo, pregano e’ mariti Che le diffendan da cotanto impaccio; E, disperate a li ultimi partiti, Caccian da sè la feminil paura, Ed acqua e pietre portano alle mura.
Suonano a l’arme tutte le campane; De cridi e trombe è sì grande il rumore, Che nol potrian contar le voce umane. Va per la terra Carlo imperatore: Ogni omo il segue, alcun non vi rimane, Che non voglia morir col suo segnore; E lui qua questo e là quell’altro manda, Provede intorno ed ordina ogni banda.
Lo esercito pagano è già vicino, Che intorno se distende a schiera a schiera: Alla porta San Celso è il re Sobrino Con Bucifar, il re de la Algazera; E Baliverzo, il falso saracino, Là dove entra di Senna la riviera Se sforza entrar con sua gente perversa; E sieco è il re de Arzila e quel de Fersa.
A San Dionigi il re di Nasamona Col re de la Zumara era accostato: E il re di Cetta e quel di Tremisona Combatteno alla porta del mercato; L’aria fremisce e la terra risona, Chè la battaglia è intorno ad ogni lato, E foco e ferri e pietre con gran fretta Da l’una parte a l’altra se saetta.
Non sorse più giamai furor cotale Tra Cristïani e gente saracina: Ciascun tanto più fa quanto più vale. Giù vengon travi e solforo e calcina, E se sentiva un fraccassar di scale, Un suon de arme spezzate, una roina, E fumo e polve, e tenebroso velo, Come caduto il sol fosse dal celo.
Ma non per tanto par che satisfaccia La gran diffesa contra a quei felloni. Come la mosca torna a chi la scaccia, O la vespe aticciata, o i calavroni: Cotal parea la maledetta raccia, Da’ merli trabuccata e da’ torroni, Che dirupando al fondo giù ne viene; Già son de morti quelle fosse piene.
Onde era fatto su per l’acqua un ponte, Orribile a vedere e sanguinoso. Quivi era Mandricardo e Rodamonte, Ciascun più di salir voluntaroso; Ni Feraguto, quella ardita fronte, Nè il re Agramante si stava ocïoso: L’un più che l’altro di montar se afreza Tra frizze e dardi, e sua vita non preza.
Orlando, che attendeva il caso rio, Quasi era nella mente sbigotito; Forte piangendo se acomanda a Dio, Nè scia pigliare apena alcun partito. Che deggio fare, o Brandimarte mio, Diceva lui che il re Carlo è perito? Perso è Parigi ormai! Che più far deggio, Che ruïnato in foco e fiama il veggio?
Ogni soccorso, al mio parer, fia tardo: Su per le mura già sono e’ Pagani. Brandimarte dicea: Se ben vi guardo, Là se combatte, e sono anco alle mani. Deh lasciami callar, chè nel core ardo Di fare un tal fraccasso in questi cani, Che, se Parigi aiuto non aspetta, Non fia disfatta almen senza vendetta!
Orlando alle parole non rispose, Ma con gran fretta chiuse la visiera; E Brandimarte a seguitar se pose, Che vien correndo giù per la costiera. Fiordelisa la dama se nascose In un boschetto a canto alla riviera, E quei duo cavallier menando vampo Passarno il fiume e gionsero nel campo.
Ciascun di lor fu presto cognosciuto: Sua insegna avea scoperta e suo penone. Arme! arme! se cridava; aiuto! aiuto! Ma già son gionti al mastro pavaglione, Che era di scorta assai ben proveduto. Il re Marsilio vi era e Falsirone, Molta sua gente e re de altri paesi, Per far la guardia a’ nostri che son presi.
Come sapeti, il nobile Olivieri Quivi è legato e il bon re di Bertagna, Ricardo e ’l conte Gano da Pontieri, E ’l re lombardo e molti de Alemagna. Or qua son gionti e’ franchi cavallieri: Ben dir vi so che alcun non se sparagna. Chi se diffende, e chi fugge, e chi resta: Tutti li mena al paro una tempesta.
Al pavaglione, ove era la battaglia, Non puote il re Marsilio aver diffese; Gran parte è morta de la sua canaglia, Lui bon partito via fuggendo prese. Orlando il pavaglion tutto sbaraglia, Squarzato in pezi a terra lo distese; Ma quando quei pregion viddero il conte, Per meraviglia se signâr la fronte.
Oh che spezzar de corde e di catene Faceva Brandimarte in questo stallo! De arme e ronzoni ivi eron tende piene, Onde èno armati e montano a cavallo. L’un più che l’altro a gran voglia ne viene Per seguitare Orlando in questo ballo, Qual ver Parigi a corso se distese, E sieco è Gano e Oliviero marchese;
Re Desiderio e lo re Salamone E Brandimarte (che era dimorato Alquanto per disciorre ogni pregione), Ricardo e Belengieri apresïato. Seguiva apresso Avorio, Avino e Ottone, Il duca Namo e il duca Amone a lato, Ed altri, tutti gente da gorzera, Che più di cento sono in una schiera.
E’ già son gionti presso a quelle mura, Ove la zuffa è più cruda che mai, Che era cosa a vedere orrenda e scura, Come di sopra poco io ve contai. Grande era quel rumor fuor di misura De cridi estremi e de istrumenti assai, E facevan tremar de intorno il loco, Nè altro se odìa, che morte e sangue e foco.
Già Mandricardo avea pigliato un ponte, Rotte le sbarre e spezzata la porta, Ed avea gente a seguitar sì pronte, Che ciascun dentro molto se sconforta. Da un’altra parte il crudo Rodamonte Su per le mura ha tanta gente morta Con dardi e sassi, e tanta n’ha percossa, Che vien da’ merli il sangue nella fossa.
Guarda le torre e spreza quella altezza, Battendo e denti a schiuma come un verro. Non fu veduta mai tanta fierezza: Il scudo ha in collo e una scala di ferro E pali e graffie e corde fatte in trezza, E il foco acceso al tronco de un gran cerro; Vien biastemando e sotto se acosta, La scala apoggia e monta senza sosta.
Come egli andasse per la strata a passo, Cotal saliva quel pagano arguto. Quivi era il ruïnare e il gran fraccasso: Adosso a lui ciascun cridava aiuto. Se Lucifero uscito o Satanasso Fosse giù da lo abisso, e qua venuto Per disertar Parigi e ogni sua altura, Non avria posto a lor tanta paura.
E nondimanco in tanti disconforti Se adiffendiano per disperazione, Chè ad ogni modo se reputan morti, Nè stiman più la vita o le persone. Poi che, condotti a dolorosi porti, Veggion palese sua destruzïone, E pali e dardi tranno a più non posso Con sassi e travi a quel gigante adosso.
Lui pur salisce e più de ciò non cura, Come di penne o paglia mosse al vento; Già sopra a’ merli è sino alla cintura, Nè ’l contrastar val, forza, nè ardimento. Come egli agionse in cima a quelle mura, E nella terra apparve il gran spavento, Levossi un pianto e un strido sì feroce, Sino al cel credo io gionse quella voce.
Ma quel superbo una gran torre afferra, E tanta ne spiccò quanta ne prese; Quei pezzi lancia dentro dalla terra, Dissipa case e campanili e chiese. Orlando non sapea di tanta guerra, Chè in altra parte stava alle contese; Ma la gran voce che di là si spande Venir lo fece a quel periglio grande.
Gionse correndo ove è l’aspra battaglia: Non fo giamai da l’ira sì commosso; La gran scala di ferro a un colpo taglia, E Rodamonte roinò nel fosso, E dietro a lui gran pezzi de muraglia, Chè gli è caduta meza torre adosso; E un merlo gionse Orlando nella testa, Qual lo distese a terra con tempesta.
Fo Rodamonte sviluppato e presto. Tanta fierezza avea il forte pagano, Che non mostrava più curar di questo, Come se stato fosse un sogno vano. Ma il franco conte non era ancor desto, Qual tramortito se trovava al piano; Or Rodamonte già non se ritiene, Esce dal fosso e contro a i nostri viene.
De esser gagliardo ben li fa mestiero, Chè a lui de intorno sta la nostra gente: Su l’orlo aponto è Gano da Pontiero. Benchè sia falso e tristo della mente, Purchè esser voglia, è prodo e bon guerrero; Ma la sua forza alor giovò nïente, Chè Rodamonte, che de l’acqua usciva, De un colpo a terra il pose in su la riva.
Questo abandona e ponto non se arresta. Chè sopra ’l campo afronta Rodolfone; Parente era di Namo e di sua gesta: Tutto il fende il pagan sino allo arcione. Poi mena al re lombardo ne la testa: Come a Dio piacque, colse di piatone, Ma pur cadde di sella Desiderio A gambe aperte e con gran vituperio.
La gente saracina, che è fuggita Per la gionta de Orlando, ora tornava, Più assai che prima mostrandosi ardita; Chè Rodamonte sì se adoperava, Che ciascuno altro volentier lo aita. Di qua di là gran gente se adunava: Balifronte di Mulga e il re Grifaldo E Baliverzo, il perfido ribaldo.
Quivi era Farurante di Maurina E il franco Alzirdo, re di Tremisona, Il re Gualciotto di Bellamarina Ed altri assai che ’l canto non ragiona; Tutti non giongeranno a domatina, Chè Brandimarte, la franca persona, Ne mandarà qualcun pur allo inferno, E qualcuno Olivier, se ben discerno.
Stati ad odire il fatto tutto a pieno, Chè or se incomincia dadover la danza. Salamon vide il figlio de Ulïeno, Qual più de un braccio sopra alli altri avanza: Ove il colpo segnò, nè più nè meno, A mezo il petto il colse con la lanza; Quella se ruppe, e ’l Pagan non se mosse, Ma con la spada il Cristïan percosse.
Il scuto gli spezzò quel maledetto, Le piastre aperse, come fosser carte, E crudelmente lo piagò nel petto; Gionse allo arcione e tutto lo disparte, Il collo al suo ronzon tagliò via netto. Ora a quel colpo gionse Brandimarte, E, destinato di farne vendetta, Sprona il destriero e la sua lancia assetta.
A tutta briglia il cavallier valente Percosse Rodamonte nel costato, Che era guarnito a scaglie di serpente; Quel lo diffese, e pur giù cade al prato. Come il romor d’uno arboro si sente, Quando è dal vento rotto e dibarbato, Sotto a sè frange sterpi e minor piante, Tal nel cader suonò quello africante.
Or Brandimarte volta al re Gualciotto, Poi che caduto è il franco re di Sarza; Ad ambe man lo percosse di botto, Per mezo il scudo lo divide e squarza. Lo usbergo e panciron che egli avea sotto Partitte a guisa de una tela marza; Per il traverso il petto li disserra, E in duo cavezzi il fece andare a terra.
Ed Olivieri, il franco combattente, Mostra ben quel che egli era per expresso; Alla sua gesta il cavallier non mente, Chè il re Grifaldo insino al petto ha fesso. In questo tempo Orlando se risente; Stato gli è sempre Brigliadoro apresso, Tanto era savio quella bestia bona! Sta col suo conte e mai non lo abandona.
Onde salito è subito a destriero, Esce del fosso la anima sicura. Quando quei dentro videro il quartiero, Levase il crido intorno a quelle mura. Fu reportato insino allo imperiero Come apparito è Orlando alla pianura, E che scampati sono e’ Cristïani Da’ Saracini, e son sieco alle mani.
Non domandati se lo imperatore Di tal novella zoia e festa prese; A tutti quanti sfavillava il core, Brama ciascun de uscire alle contese. Aperta fu la porta a gran furore, E salta fuori armato il bon Danese, E Guido de Borgogna è sieco in sella, Duodo de Antona e Ivone de Bordella.
Avanti a tutti è il figlio de Pipino, Chè non vol restar dentro il re gagliardo; Solo in Parigi rimase Turpino, Per aver della terra bon riguardo. Or torniamo al Danese paladino, Che sopra al ponte scontra Mandricardo, Qual, come io dissi su, poco davante, Là combatteva, e sieco era Agramante.
Correndo viene Ogier con l’asta grossa, E gionse Mandricardo, che era a piede; Gettar se ’l crede de urto nella fossa, Ma quello è ben altro om che lui non crede. Fermosse il saracin con tanta possa, Che al scontro della lancia già non cede; Via passava Rondello a corso pieno, Ma quel pagan gli dà di man nel freno.
Ed Agramante, che era lì da lato, Se sforza scavalcarlo a sua possancia; Ma Carlo Mano, che ivi era arivato, Percosse il re Agramante con la lancia Trabuccandolo a terra riversato, E passolli il destrier sopra la pancia. Or qua la zuffa grossa se rinova, Chè ogniom se affronta e vol vincer la prova.
Raportato era già di voce in voce Come abattuto se trova Agramante, Onde ciascun se aduna in quella foce, E un più che l’altro vol ficcarse avante. Quivi è Grandonio, il saracin feroce, E sieco è Feraguto e Balugante; Ma sopra tutti Mandricardo è quello Che fa diffesa e mena gran flagello.
Sol fu quel lui che Agramante riscosse Per sua prodezza e ’l trasse di travaglia. Oh quanti morti andarno in quelle fosse, Perchè era sopra al ponte la battaglia! E l’acque dentro diventorno rosse Per tanto sangue che la vista abaglia; Re Carlo, Ogieri e li altri tutti insieme Adosso a quei pagan con furia preme.
E già cacciati for gli avea del ponte. Pur tra le sbarre ancor se contrastava; Ecco alle spalle de’ Pagani il conte E Brandimarte, che lo seguitava, Con l’altre gente vigorose e pronte. Or la baruffa terribile e brava Qua se radoppia, e tanto dispietata, Che simigliante mai non fu contata.
Però che Rodamonte, quello altiero, Sempre ha seguìto Orlando alla spiegata; Più non si tien nè strata nè sentiero, Tutta la zuffa è in sè ramescolata; Nè adoperarse ormai facea mestiero: Tanto è la gente stretta ed adunata, Che Rodamonte solo e solo Orlando Fan piazza larga quanto è lungo il brando.
Ma fusse o per quel populo devoto Che in Parigi pregava con lamento, O per altro destino al mondo ignoto, Ne l’aria se levò tempesta e vento, E sopra al campo sorse un terremoto, Dal qual tremava tutto il tenimento; Terribil pioggia e nebbia orrenda e scura Ripieno aveano il mondo di paura.
E già chinava il giorno ver la sera, Che più facea la cosa paventosa; Di qua, di là se ritrasse ogni schiera, E mancò la battaglia tenebrosa..... Ma Turpin lascia qua la istoria vera, (Che questi versi ho tratto di sua prosa). E torna a ragionar di Bradamante, De la qual vi lasciai poco davante,
Quando ella occise al campo Daniforte, Quello avisato e falso saracino Che a tradimento la feritte a morte: Ma lui perse la vita, essa il camino, Chè era la notte ombrosa e scura forte. Lei sempre via passò sera e matino Per quel deserto inospite e selvaggio, Ove atrovò nel mezo un romitaggio.
E, gran bisogno avendo di riposo, Per molto sangue che perduto avia, E per il camin lungo e faticoso, Smontava a terra e alla porta battia; E quel romito, che stava nascoso, Signosse il viso e disse: Ave Maria! Chi condotto ha costui? O che miracolo Fa che omo arivi al povero abitacolo?
Io sono un cavallier, disse la dama, Ch’ier me smaritti in questa selva oscura, Ed ho de riposar bisogno e brama, Chè son ferito e stracco oltra misura. Rispose quel romito: In questa lama Mai non discese umana creatura; Da sessanta anni in qua che vi son stato, Non vidi una sol volta uno omo nato.
Ma spesse fiate il demonio me appare, In tante forme ch’io non saprei dirti, E poco avante io presi a dubitare Che fosti quello, e stei per non aprirti. Questa matina qua viddi passare Una barchetta carica de spirti, Che ne andava per l’aria alla seconda Battendo e’ remi come fusse in onda.
Colui che stava in poppa per nocchiero, Mi disse: Fratacchione, al tuo dispetto Partito è già di Francia il bon Rugiero, Qual serìa stato un cristïan perfetto. Tolto lo abbiamo dal dritto sentiero, Chè vòlto avria le spalle a Macometto; Ma di sua legge ormai non credo che esca, Ed hollo detto acciò che ti rincresca.
Passò la barca, poi che ebbe parlato Quel tristo spirto, e più non fu veduta; Et io rimasi assai disconsolato, Pensando che era l’anima perduta Di quel baron, che morirà dannato, Se Dio per sua pietate non lo aiuta, O se persona non li mette in core Di batezarse e uscir di tanto errore.
Quando queste parole udì la dama, Tutta se accese in viso come un foco; Pensando al cavallier che cotanto ama, Nella sua mente non ritrova loco; E sì desia di rivederlo e brama, Che cura di riposo o nulla, o poco, A benchè quel romito assai la invita A medicarse, perchè era ferita.
E tanto ben la seppe confortare, Che pur al fine ella pigliò lo invito; Ma, volendoli il capo medicare, Vide la trezza e fo tutto smarito. Battese il petto e non sa che si fare, Tapino me, dicendo, io son perito! Questo è il demonio, certo (il vedo a l’orma), Che per tentarmi ha preso questa forma.
Pur cognoscendo poi per il toccare Ch’ella avea corpo e non era ombra vana, Con erbe assai la prese a medicare, Sì che la fece in poco de ora sana; Benchè convenne le chiome tagliare Per la ferita, che era grande e strana: Le chiome li tagliò, come a garzone, Poi li donò la sua benedizione,
Dicendo: Vanne altrove a ogni maniera, Chè donna non può star con omo onesta. Lei se partitte e gionse a una riviera, Qual traversava per quella foresta. Il sole a mezo giorno salito era: E fame e sete e ’l caldo la molesta, Onde alla ripa discese per bere; Bevuto avendo, posese a giacere.
Lo elmo si trasse e il scudo se dislaccia, Chè qua persona non vede vicina; Prese a posar col capo in su le braccia. Così dormendo quella peregrina, Era venuta in questo bosco a caccia Una dama, nomata Fiordespina, Figliola di Marsilio, re di Spagna, Con cani e occelli e con molta compagna.
Questa cacciando gionse in su la riva De la fiumana che io dissi primiero, E vide Bradamante che dormiva: Pensò che fosse un qualche cavalliero. Mirando il viso e sua forma giuliva, De amor se accese forte nel pensiero, Macon, fra sè dicendo, nè natura Potria formar più bella creatura.
Oh che non fosse alcun meco rimaso! Fosse nel bosco tutta la mia gente, O partita da me per qualche caso, O morta ancora, io ne daria nïente, Pur che io potessi dare a questo un baso, Mentre che el dorme sì suavemente, Ora aver pazïenza mi bisogna, Chè gran piacer se perde per vergogna.
Parlava Fiordespina in cotal forma, Nè se puotea mirando sazïare. Sì dolcemente par che colui dorma, Che non se atenta ponto a disvegliare. Ma già vargata abbiam la usata norma Del canto nostro, e convien riposare; Apresso narrarò la bella istoria: Dio ce conservi con piacere e gloria.