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ORLANDO
INNAMORATO

Libro I · Canto X

La guerra di Albracca

Astolfo sfida da solo un esercito di oltre due milioni di cavalieri e perde Baiardo. Poi arriva Sacripante con sette re a difendere Angelica.

In breve

Orlando non riesce a raggiungere Astolfo e torna nel giardino di Dragontina, dove Brandimarte, su consiglio della sua dama, beve l'acqua dell'oblio e perde la memoria. Astolfo arriva invece in un immenso accampamento: è l'esercito di Agricane, re di Tartaria, che marcia contro il re del Catai perché vuole sposare sua figlia Angelica. Lei si è chiusa nella rocca di Albracca, dove accoglie Astolfo a braccia aperte.

Astolfo, spaccone come sempre, esce da solo a sfidare tutti i re tartari. Ne abbatte due con la lancia d'oro, ma tre colpi insieme lo buttano giù di sella: Radamanto lo fa prigioniero e Agricane si prende Baiardo. Poco dopo arriva in aiuto di Angelica il re Sacripante, con sette re e un imperatore: all'alba assaltano il campo tartaro e scoppia una battaglia furiosa. Agricane, vedendo i suoi fuggire, si getta nella mischia come un fiume in piena.

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Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Capitolo 04

Il giardino dell’oblio

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Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

Orlando inseguì Astolfo, ma Baiardo correva come se avesse le ali. Allora Orlando tornò nel giardino di Dragontina. Lì la dama di Brandimarte fece una scelta difficile: disse al suo cavaliere di bere l'acqua magica e di aspettarla, perché lei sarebbe tornata a salvarlo. Brandimarte bevve e dimenticò tutto. E Orlando, senza memoria, era così obbediente che anche un bambino avrebbe potuto comandarlo.

Astolfo intanto galoppava verso Oriente. Dopo due giorni vide una pianura piena di tende, a perdita d'occhio. Era l'esercito di Agricane, re di Tartaria: più di due milioni di cavalieri! Agricane voleva sposare Angelica, ma lei non ne voleva sapere. Così si era chiusa nella rocca di Albracca, un castello fortissimo.

Astolfo corse ad Albracca. Angelica lo riconobbe subito e lo abbracciò. Lui cominciò a vantarsi: «Ho battuto Rinaldo tante volte, e anche Orlando!» Vi ricordate come era caduto da cavallo a Parigi? Angelica non lo contraddisse: sapeva che gli piaceva scherzare.

Poco dopo suonarono le campane: arrivava il nemico. Tutti decisero di restare al sicuro dietro le mura. Tutti tranne Astolfo. Montò su Baiardo, uscì da solo e sfidò l'intero esercito, chiamando i re per nome. Un esercito sterminato contro un cavaliere solo: non si era mai vista una cosa così strana!

Il primo a farsi avanti fu il re Argante, un omone dal naso schiacciato. Con la lancia d'oro Astolfo lo buttò giù di sella. Poi fece cadere anche un secondo re. Ma gli altri persero la pazienza e gli corsero addosso in quattro. Tre colpi insieme lo sbalzarono di sella. Il gigante Radamanto lo fece prigioniero, e Agricane si prese Baiardo, che si lasciò portare via mansueto come una pecora. Sbagliando si impara, dice un proverbio: da quel giorno Astolfo diventò un po' più prudente.

Un giorno, dalle mura di Albracca, videro arrivare un grande esercito. Era il re Sacripante, innamorato di Angelica, con sette re e un imperatore venuti ad aiutarla. All'alba assaltarono il campo dei Tartari. Fu una battaglia confusa, con tanta polvere che nessuno riconosceva più nessuno.

Agricane, in sella a Baiardo, faceva cadere un nemico dopo l'altro. Ma anche Sacripante era fortissimo: con la lancia ne buttò giù quattro di fila, come in una danza. Quando Agricane vide i suoi soldati scappare, si morse le mani dalla rabbia. Poi si gettò nella mischia come un fiume in piena, che travolge tutto quello che trova.

Che cosa combinerà adesso il terribile Agricane? Il poeta ce lo racconterà nel canto seguente.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

Brandimarte dimentica tutto ott. 1–7

Orlando insegue Astolfo spronando a più non posso, ma è inutile: Baiardo corre così veloce che sembra avere le ali. Astolfo fugge verso levante. Gli dispiace lasciare Brandimarte, che è stato un buon compagno e ora resta in una situazione peggiore della prigionia, ma ha tanta paura di Durindana che avrebbe abbandonato anche un fratello. Orlando, quando capisce che lo insegue invano e ormai non lo vede quasi più, torna di corsa verso il giardino.

Là dentro si combatte ancora: Brandimarte, in sella, si batte contro Ballano e Chiarione. Ma la sua dama lo prega piangendo di smettere quella battaglia ingiusta, di fare pace con i due cavalieri e di obbedire a Dragontina: altrimenti non si salverà. Beva pure l'acqua incantata, e non si preoccupi di perdere la memoria: aspetti il suo ritorno, perché lei verrà di sicuro ad aiutarlo. Poi, senza indugiare, gira il palafreno verso la pianura e si allontana nella selva oscura.

La battaglia finisce subito. Dragontina prende Brandimarte e gli fa bere l'acqua del fiume incantato: da quel momento il cavaliere non capisce più niente, non ricorda come sia arrivato lì e diventa un altro. «Dolce bevanda e felice liquore» esclama il poeta, che toglie il senno! Brandimarte non soffre più per amore, non ha più speranze né paure di perdere l'onore: pensa solo a Dragontina e non gli importa d'altro.

Orlando, rientrato nel giardino, si inginocchia davanti a Dragontina e si scusa umilmente per non aver catturato l'altro cavaliere: è così sottomesso che basterebbe un bambino a comandarlo.

Le bandiere dei re tartari ott. 8–16

Torniamo ad Astolfo, che crede di avere ancora Orlando alle calcagna e cavalca giorno e notte. Il primo giorno attraversa un deserto selvaggio senza incontrare nessuno; il secondo vede una grande moltitudine accampata nella pianura e chiede a un araldo di chi si tratti.

L'araldo gli indica una bandiera nera con un cavallo bianco, ornata di perle, gioielli e oro, che occupa quasi il centro del campo: «Lì alloggia il re dei re, il signore di Tartaria.» Poi gli presenta tutti gli altri: il sole d'oro in campo bianco è di Saritrone, re di Mongolia; il leone bianco in campo verde è dello smisurato Radamanto, alto venti piedi, signore di Mosca e della Comania; le lune d'oro in campo rosso sono di Polifermo, re di Orgagna. E poi Pandragone re dei Goti, Argante imperatore di Russia, Lurcone re di Norvegia, Santaria re di Svezia, Brontino re di Normana, che porta un cuore nello stendardo verde, e Uldano re di Danna.

Vanno tutti verso l'India, perché Agricane è il loro signore e li conduce contro Galafrone, re del Catai. Galafrone ha una figlia più fresca di una rosa di maggio, e Agricane impazzisce per lei: non pensa ad altro che a conquistarla, e del regno non gli importa niente. Proprio la sera prima, racconta l'araldo, Galafrone ha mandato ambasciatori a scusarsi: non può consegnare la figlia, perché lei, contro ogni ragione, gli ha tolto la rocca di Albracca e dice che resterà chiusa lì fino alla morte. Così forse tutto l'esercito andrà ad assediare Albracca. «Ma secondo me la fanciulla non potrà resistere a lungo: le converrebbe arrendersi subito.»

Astolfo ad Albracca ott. 17–21

Appena capito il motivo di quella adunata, Astolfo si rimette in viaggio a gran velocità fino alla rocca di Albracca. Angelica lo riconosce al primo sguardo e lo abbraccia: «Mille volte benvenuto, valoroso paladino! Arrivi proprio quando c'è bisogno di aiuto. Se solo ci fosse anche tuo cugino Rinaldo! Darei questo castello e tutto il regno, che non mi importano un lupino, pur di averlo qui: lui da solo vale più del mondo intero.»

«Non nego che Rinaldo sia un buon cavaliere» risponde Astolfo, «ma in battaglia sono più forte io. Qualche volta ci siamo scontrati, e l'ho fatto sudare fino alle ossa, finché mi ha detto: "Mi arrendo, non ce la faccio più." Lo stesso vale per Orlando, che si crede il campione della forza: senza Durindana, come Rinaldo senza Baiardo, non andrebbe tanto in giro a vantarsi. Comunque, ogni volta che ho combattuto con lui l'ho buttato per terra.»

Angelica non lo contraddice, perché sa che ama scherzare, e non lo rimprovera per Rinaldo, anche se le dispiace sentirlo criticare: conosce bene la verità, perché a Parigi ha visto tutti i baroni e sa quanto vale ciascuno.

Astolfo sfida tutti ott. 22–28

Angelica accoglie Astolfo con grandi onori e lo ospita nella rocca. Ma ecco arrivare un messaggero coperto di polvere e di sudore, che grida: «All'armi! All'armi!» Tutte le campane suonano a martello e in città ognuno si arma. Dentro ci sono tremila cavalieri, e nella rocca mille fanti. Angelica si consiglia con Astolfo e con i suoi baroni, e alla fine decidono di difendere mura e torri: la città è così forte da essere imprendibile, e ha provviste per quindici anni.

Ma Astolfo dice: «Se dovessi passare qui anche un solo giorno senza mettere alla prova quei re uno per uno, vorrei piuttosto morire. Che io vada all'inferno se oggi non li faccio armare!» Prende le armi, monta su Baiardo e si lancia verso il campo, dicendo cose da far strabiliare: «Forse vi farò smontare le tende, da solo come sono! Non si salverà nessuno: vi ucciderò tutti con le mie mani.»

Nel campo, racconta Turpino, ci sono due milioni e duecentomila cavalieri, ma Astolfo non li considera e continua a fare lo spaccone. Sbagliando si impara, dice il proverbio: quel giorno Astolfo inciampò in modo tale da cambiare un po' idea, e da allora si comportò con più giudizio. Ma per ora li sfida tutti, chiamandoli per nome uno per uno, Agricane per primo, e li copre di insulti.

Tutto il campo si arma furioso. Non si è mai vista una cosa più assurda: un esercito sterminato che si mobilita contro un solo cavaliere! Le grida fanno risuonare monti e pianure, si spiegano le bandiere e dieci re avanzano insieme.

La caduta di Astolfo ott. 29–36

Vedendolo solo, i re si vergognano un po', ma gli vanno addosso lo stesso. Esce per primo l'imperatore Argante, un bruto con il petto largo sei palmi, una testa enorme, il naso schiacciato, gli occhi piccoli e il mento aguzzo. Avanza a testa alta su un grande cavallo sauro, ma Astolfo, con la lancia d'oro, lo sbalza netto di sella, tra lo stupore di tutti. Poi si fa avanti Uldano, signore valoroso e cortese, cugino del paladino Uggiero il Danese: Astolfo butta a terra anche lui.

I re, stupiti, non aspettano più il loro turno: «Addosso! Addosso!» gridano, e tutti insieme gli si scagliano contro. Astolfo li aspetta sul suo Baiardo, saldo come una rocca cinta di mura, mentre la polvere oscura il cielo. Arrivano in quattro: Saritrone, Radamanto, Agricane e Pandragone. Saritrone, colpito per primo, finisce con i piedi all'aria. Ma quasi nello stesso istante Radamanto colpisce Astolfo al fianco destro, Agricane al sinistro e Pandragone sulla fronte dell'elmo: tre colpi insieme lo sbalzano di sella.

Astolfo resta a terra svenuto. Radamanto smonta e lo fa prigioniero, senza che lui possa difendersi; ma Agricane è più furbo: lascia stare Astolfo e si prende Baiardo. Il poeta non sa dire se il cavallo, avendo perso il suo primo padrone, non fosse più così fiero tra i pagani, o se in un paese straniero non pensasse a fuggire: fatto sta che si lascia prendere docile come un castrone, e Agricane ha in mano senza fatica il cavallo fatato.

Così Astolfo è prigioniero, e con lui sono perduti Baiardo, la ricca armatura e la lancia d'oro. In Albracca nessuno osa più uscire: tutti stanno di guardia sulle mura, con il ponte alzato e la porta sbarrata. E mentre stanno così, un giorno vedono arrivare un grande esercito.

Arriva Sacripante ott. 37–41

È il re di Circassia, Sacripante, dal cuore coraggioso, con sette re e un imperatore venuti ad aiutare Angelica. Il poeta li presenta uno per uno. Primo è Varano, re d'Armenia, cristiano anche se macchiato di eresia, pieno di ardore, con trentamila arcieri. Poi Brunaldo, imperatore di Trebisonda, con ventiseimila uomini scelti; Ungiano, re di Roaso, con cinquantamila; Savarone, re della Media, con trentaseimila, e Torindo il Turco con quarantamila.

Da Babilonia e dalla grande Baldacca arriva il re Truffaldino, il traditore, con centomila uomini in una sola schiera. Bordacco, re di Damasco, di stirpe di giganti, ne porta ventimila. Infine Sacripante, re dei Circassi, forte di corpo e saggio d'animo, ne guida ottantamila.

La battaglia sotto Albracca ott. 42–47

Arrivati ad Albracca, all'alba assaltano il campo di Agricane, anche se il suo esercito è sterminato. Chi potrebbe raccontare, chiede il poeta, anche solo un quinto di quella battaglia crudele, dei colpi, delle grida dei morenti, della terra insanguinata, delle bandiere stracciate e del campo pieno di lance spezzate?

Il primo ad attaccare è re Varano, che guida i suoi in silenzio e ordina di non fare prigionieri. L'assalto è improvviso: nel campo si grida all'armi, chi si difende, chi corre a prendere l'armatura, chi si nasconde e scappa. Ma i nemici sono già dentro le tende, e gli Armeni non risparmiano nessun Tartaro: tutti fuggono per boschi e campi. Poi arriva l'imperatore di Trebisonda, che sbaraglia i Tartari; seguono Ungiano, Torindo e Savarone. Sacripante resta di riserva sotto il suo stendardo, e Bordacco rimane indietro con il malvagio Truffaldino.

La battaglia diventa una mischia confusa: si fugge di qua e di là, e la polvere è così alta che nessuno riconosce più nessuno. In tanto disordine non serve a nulla la forza del re Agricane, che si vede morire i suoi uomini davanti.

Agricane e Sacripante ott. 48–53

Agricane, per il dolore, vorrebbe morire. Esce da solo davanti alle schiere e chiama a gran voce i suoi baroni: Uldano, Saritrone, Argante, Pandragone, Lurcone, Radamanto, Polifermo, Brontino, Santaria. Poi, in sella a Baiardo e con la lancia in pugno, apre ogni schiera e abbatte chiunque incontri: affronta re Varano, lo colpisce alla testa e lo butta a terra.

Polifermo disarciona Brunaldo, Argante abbatte Savarone e il gigante Radamanto getta Ungiano sulla sabbia. Sacripante vede che i suoi sono morti o spaventati, e che senza di lui sono perduti. Lascia la sua schiera, abbassa la lancia e atterra Polifermo, poi Brontino, Pandragone e l'imperatore Argante, che finiscono tutti per terra uno dopo l'altro come in una danza. Quando poi impugna la spada, i Tartari si danno alla fuga.

Agricane intanto combatte da un'altra parte, facendo meraviglie. Quando vede i suoi fuggire per colline e pianure, si morde le mani per la rabbia e sprona furioso da quella parte, colpendo e uccidendo chiunque gli si pari davanti, che sia dei suoi o di Sacripante. Arriva come d'inverno un fiume che scende da una montagna, gonfio di pioggia e di neve sciolta, e straripa travolgendo tutto. «La grande impresa che fece allora» promette il poeta, «ve la racconterò nel prossimo canto.»

Parole difficili

  • a tutta briglia ott. 1: al galoppo più sfrenato.
  • carnal germano ott. 2: fratello di sangue.
  • palafreno ott. 4: cavallo da viaggio, adatto alle dame.
  • beveraggio ott. 5: bevanda.
  • fantin ott. 7: bambino.
  • araldo ott. 8: messaggero esperto di stemmi e bandiere.
  • coraio ott. 14: cuore.
  • non daria un lupino ott. 18: non me ne importerebbe niente; il lupino è un legume di pochissimo valore.
  • solaccevole ott. 21: scherzoso, amante delle burle.
  • a martello ott. 22: con rintocchi fitti e veloci, per dare l'allarme.
  • inexpugnabile ott. 23: inespugnabile, impossibile da conquistare con le armi.
  • sficar le tende ott. 25: staccare i picchetti delle tende, cioè levare il campo e andarsene.
  • sôro ott. 30: sauro, di pelo rossiccio.
  • il Danese ott. 30: Uggiero il Danese, uno dei paladini di Carlo Magno.
  • castrone ott. 35: montone castrato, animale docile e mansueto.
  • penone ott. 46: stendardo, bandiera.
  • guazoso ott. 53: piovoso, fangoso.

Il testo di Boiardo

53 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Orlando segue Astolfo a tutta briglia, Forte spronando, ma nulla gli vale; Corre Baiardo più che a meraviglia: Giurato avria ciascun che l’avesse ale. Il duca in ver Levante il camin piglia, Benchè di Brandimarte gli par male, Che gli era stato un pezo compagnone; Or lo lasciava peggio che pregione.

2

Ma lui tanto temeva Durindana, Che avria lasciato un suo carnal germano. Or poi che Orlando per la selva strana Vede averlo seguìto un pezo invano, E che da lui più sempre se alontana (Già quasi più nol vede sopra al piano), Nella campagna lui non fe’ dimora: Verso il giardin correndo torna ancora.

3

La battaglia là dentro ancor durava, Però che Brandimarte stava in sella, Et or Ballano, or Chiarïone urtava, E ciascadun di loro a lui martella. Ma la sua dama piangendo il pregava Ch’el lascia la battaglia iniqua e fella, E coi duo cavallier faccia la pace, Facendo quel che a Dragontina piace;

4

Perchè altramente non puotrà campare, Quando non beva de l’acqua incantata; Nè se curi al presente smemorare, Ma così aspetti la sua ritornata, Che certamente lo verrà aiutare. Nè più nïente se fu dimorata, Ma volta il palafreno alla pianura, E via camina per la selva oscura.

5

Or la battaglia subito se parte, E son finite le crudel contese; E Dragontina piglia Brandimarte, E dàgli il beveraggio lì palese Della fiumana che è fatta per arte. Più oltra il cavallier mai non intese, Nè se ricorda come qui sia gionto: Tutto divenne un altro in su quel ponto.

6

Dolce bevanda e felice liquore, Che puote alcun della sua mente trare! Or sciolto è Brandimarte dello amore Che in tanta doglia lo facea penare. Non ha speranza più, non ha timore Di perder lodo, o vergogna acquistare; Sol Dragontina ha nel pensier presente, E de altra cosa non cura nïente.

7

Orlando è ritornato nel giardino, Avanti a Dragontina è ingenocchiato, E fa sua scusa con parlar tapino, Se quell’altro baron non ha pigliato. Tanto li sta sumesso il paladino, Che ad un piccol fantin serìa bastato. Ora tornamo de Astolfo a contare, Che de aver drieto Orlando ancor li pare;

8

Unde camina continuamente, E notte e giorno, il cavallier soprano. Il primo giorno non trovò nïente Per quel diserto inospite e silvano; Ma nel secondo vede una gran gente, Che era attendata sopra di quel piano: Ad uno araldo Astolfo dimandava Che gente è questa che quivi accampava.

9

Lo araldo gli mostrava una bandera, Che quasi il mezo de il campo tenia, E dice: Quivi aloggia con sua schera Il re de’ re, segnor de Tartaria. Era quella bandera tutta nera, Un caval bianco dentro a quella avia, D’intorno ornato a perle, a zoie e ad oro: Non avea il mondo più ricco lavoro.

10

Quell’altra c’ha il sol d’oro in campo bianco, È del re de Mongalia, Saritrone, Che non ha il mondo un baron tanto franco. Vedi la verde da il bianco leone? Quella è del smisurato Radamanto, Che vinti piedi è lungo il campïone, E signoreggia sotto tramontana Mosca la grande e la terra Comana.

11

Quella vermiglia, che ha le lune d’oro, È del gran Polifermo, re de Orgagna, Che di stato è possente e di tesoro, Et è gagliardo sopra a la campagna. Io te vo’ racontar tutti costoro, Nè vo’ che alcun stendardo vi remagna, Che nol cognoschi e nol possi contare, Se in altre parte forse hai arrivare.

12

Vedi là il forte re della Gotìa, Che Pandragon per nome era chiamato. Vedi lo imperator de la Rossia, Che ha nome Argante, et è sì smisurato. Vedi Lurcone et il fier Santaria; Il primo è di Norvega incoronato, Il secondo de Sueza; e proximana Ha la bandera del re de Normana.

13

Quel re per nome è chiamato Brontino, Che porta nel stendardo verde un core. Il re di Danna li aloggia vicino, Che ha nome Uldano, et ha molto valore. Costoro a l’India prendono il camino, Perchè Agricane è de tutti il segnore, E tutti sottoposti a sè li mena, Per dare a Galifrone amara pena.

14

Quel Galifrone in India signoreggia Una gran terra, che ha nome il Cataio, Et ha una figlia, a cui non se pareggia Rosa più fresca de il mese de maio. Ora Agricane per costei vaneggia, Nè tiene altro pensiero intro il coraio Che de acquistar quella bella fanciulla; Di regno o stato non si cura nulla.

15

Vero è c[he] iersera il vecchio Galifrone Mandò nel campo una sua ambasciaria, Facendo molto d’excusazïone, Se non li dava la figlia in balìa; Però che quella, contro ogni ragione, La rocca de Albracà tolto li avia, E che, radotta in quella terra forte, Dicea volervi star fino alla morte.

16

Or potrebbe esser che tutta la gente Andasse a Albraca per porvi l’assedio; Chè il patre non ha colpa de nïente, Se la sua figlia ha il re Agricane a tedio. Ma io m’estimo bene certamente Che la fanciulla non vi avrà remedio A far con questo già lunga contesa: Meglio è per lei che subito sia resa.

17

Dapoi che Astolfo la cagione intende Perchè era quivi la gente adunata, Subitamente il suo vïaggio prende; Forte cavalca ciascuna giornata, Fin che alla rocca di Albraca discende, Dove stava la dama delicata; La qual, sì come Astolfo vide in faccia, Subito lo cognobbe, e quello abbraccia.

18

— Per mille volte tu sia il benvenuto, Dicea la dama, franco paladino, Che sei giunto al bisogno dello aiuto! Teco fosse Ranaldo, il tuo cugino! Questo castello avessi io poi perduto, E tutto il regno (io non daria un lupino), Pur che qua fosse quel baron iocondo, Che più val sol, che tutto l’altro mondo.

19

Diceva Astolfo: Io non ti vo’ negare, Che un franco cavallier non sia Ranaldo; Ma questo ben ti voglio racordare, Che a la battaglia son di lui più saldo. Alcuna fiata avemmo insieme a fare, Et io gli ho posto intorno tanto caldo, Che io l’ho fatto sudare insino a l’osso, E dire: Io te mi rendo, e più non posso.

20

E il simil ti vo’ dire ancor de Orlando, Che della gagliardia se tien stendardo; Ma se mancasse Durindana il brando, Come a quell’altro è mancato Baiardo, Non se andarebbe pel mondo vantando, Nè se terrebbe cotanto gagliardo; Non con meco però; chè in ogni guerra Che ebbi con seco, lo giettai per terra.

21

La dama non sta già seco a contendere, Perchè sapea come era solaccevole; Nè di Ranaldo lo volse reprendere, Benchè odirlo biasmar li è dispiacevole; E ben ne sapea lei la ragion rendere, Perchè era di quel tempo racordevole Quando vide a Parigi ogni barone, E di lor tutti la condizïone.

22

La dama fa ad Astolfo un grande onore, E dentro dalla rocca lo aloggiava. Et eccoti levare un gran romore, Per un messagio che quivi arivava: Di polvere era pieno e di sudore; A l’arme! a l’arme! per tutto cridava. Dentro alla terra se arma ogni persona, Perchè a martello ogni campana suona.

23

Eran qui dentro cavallier tre millia, Dentro alla rocca avea mille pedoni. La dama con Astolfo se consiglia, E con li principal de’ soi baroni; Et alla fine il partito se piglia De diffender le mure e’ torrïoni. La terra è di fortezza sì mirabile, Che per battaglia al tutto è inexpugnabile.

24

Delibrâr che la terra se guardasse, Che per ben quindeci anni era fornita. Diceva a loro Astolfo: Se io pensasse Perdere un giorno qui della mia vita, Che quei re ad uno ad un non assaggiasse, Voria che l’alma mia fosse finita; Et allo inferno me voglio donare, Se questo giorno non li faccio armare.

25

E così detto le sue arme prende, Sopra Baiardo al campo se abandona; Dice cose mirabile e stupende, Da far meravigliare ogni persona. Forsi ch’io vi farò sficar le tende, Soletto come io son! così ragiona. Nïun non camparà, questo è certano: Tutti vi voglio occider di mia mano.

26

Vintidue centenara di migliara De cavallier avia quel re nel campo; Turpino è quel che questa cosa nara. Astolfo non li estima, e gietta vampo. Dice il proverbio: Guastando se impara: Cadde quel giorno Astolfo a tale inciampo, Che alquanto se mutò de opinïone, Governandosi poi con più ragione.

27

Ma nel presente tutti li disfida, Chiamando Radamanto e Saritrone; Polifermo et Argante forte iscrida, E Brontino dispreza e Pandragone; Ma più Agricane, che de li altri è guida, E il forte Uldano, e il perfido Lurcone; Con quisti il re di Sueza, Santaria: A tutti dice oltraggio e vilania.

28

Or se arma tutto il campo a gran furore. Non fo mai vista cosa tanto oscura Quanto è quel populaccio, pien de errore, Che de un sol cavallier se mette in cura. Tanto alto è il crido e sì grande il romore, Che ne risuona il monte e la pianura, E spiegan le bandiere tutte quante; Dece re insieme a quelle vanno avante.

29

E quando Astolfo viderno soletto, Pur vergognando andârli tutti adosso, Argante imperator, senza rispetto, Fuor della schiera subito se è mosso. Largo sei palmi è tra le spalle il petto: Mai non fo visto un capo tanto grosso; Schizzato il naso e l’occhio piccolino, E il mento acuto, quel brutto mastino.

30

E sopra un gran destrier, che è di pel sôro, Con la testa alta Astolfo riscontrava. Il franco duca con la lancia d’oro For della sella netto il trabuccava: Ben fe’ meravigliar tutti coloro. Il forte Uldano sua lancia abassava, Che fu segnor gagliardo e ben cortese: Cugin carnale è questo de il Danese.

31

Astolfo con la lancia l’ha scontrato; Disconzamente in terra il trabuccava. Ciascun dei re ben se è meravigliato, E più l’un l’altro già non aspettava. Movesi un crido grande e smisurato: Adosso! Adosso! ciascadun cridava; E tutti insieme quella gran canaglia Contra de Astolfo viene alla battaglia.

32

Lui d’altra parte sta fermo e securo, E tutta quella gente solo aspetta, Come una rocca cinta de alto muro; Sopra Baiardo a gran fatti se assetta. Per la polvere il celo è fatto scuro, Che move quella gente maledetta; Quattro vengono avanti: Saritrone, Radamanto, Agricane e Pandragone.

33

Or Saritrone fu il primo incontrato, E verso il cel rivolse ambe le piante; Ma Radamanto da il dritto costato Percosse il duca; e quasi in quello instante Agricane il ferì da l’altro lato; E nella fronte de l’elmo davante Pur in quel tempo il gionse Pandragone: Questi tre colpi lo levâr d’arcione.

34

E tramortito in terra se distese, Per tre gran colpi che avea ricevuti. Radamanto è smontato, e lui lo prese, Benchè sian l’altri quivi ancor venuti. Vero è che Astolfo non fece diffese, Chè era stordito, e non vi è chi lo aiuti. Ebbe Agricane assai meglior riguardo, Chè lasciò Astolfo, e guadagnò Baiardo.

35

Io non scio dir, Segnor, se quel destriero, Per aver perso il suo primo patrone, Non era tra’ Pagan più tanto fiero; O che lo essere in strana regïone Gli tolse del fuggire ogni pensiero; Ma prender se lasciò come un castrone: Senza contesa il potente Agricane Ebbe il caval fatato in le sue mane.

36

Or preso è Astolfo e perduto Baiardo, E il ricco arnese e la lancia dorata; In Albraca non è baron gagliardo Che ardisca uscir di quella alcuna fiata. Sopra le mura stan con gran riguardo, Col ponte alciato e la porta serrata; E mentre che così stanno a guardare, Vedeno un giorno gran gente arivare.

37

Se volete saper che gente sia Questa che gionge con tanto romore, Questo è quel gran segnor di Circasia, Re Sacripante, lo animoso core; Et ha seco infinita compagnia: Sette re sono, et uno imperatore, Che vengon la donzella ad aiutare; Il nome de ciascun vi vo’ contare.

38

Il primo che è davanti, è cristïano, Benchè macchiato è forte de eresia: Re de Ermenia, et ha nome Varano, Che è de ardir pieno e d’alta vigoria. Sotto sua insegna trenta millia vano, Che tutti al saettare han maestria: E l’altro, che a la schiera sua seconda, È l’alto imperator de Tribisonda,

39

Et è per nome Brunaldo chiamato: Vintisei millia ha di fiorita gente. Il terzo è di Roaso incoronato, Che ha nome Ungiano, et è molto possente: Cinquanta millia è il suo popul armato. Poi son duo re, ciascuno è più valente: Ogniom di loro ha molta signoria, L’un tien la Media, e l’altro la Turchia.

40

Quel de la Media ha nome Savarone: Torindo il Turco per nome si spande. Questo ha quaranta millia di persone, E il primo trentasei dalle sue bande. Odito hai nominar la regïone Di Babilonia, e Baldaca la grande: Di quella gente è venuto il segnore, Re Trufaldino, il falso traditore.

41

E le sue gente mena tutte quante, Che son ben cento millia, in una schiera. Re di Damasco, schiatta di gigante, Ne ha vinti millia sotto sua bandiera. Bordacco ha nome, e segue Sacripante, Re de’ Cercassi, quella anima fiera, Di corpo forte, de animo prudente; Ottanta millia è tutta la sua gente.

42

Giunsero ad Albracà quella matina Che la presa di Astolfo era seguìta; Et assalirno il campo con roina, Benchè Agricane ha una gente infinita. Era nella prima ora matutina, E l’alba pur allora era apparita, Quando se incominciò la gran battaglia, Che a l’una e l’altra gente diè travaglia.

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Or chi potrà la quinta parte dire Della battaglia cruda e perigliosa? E l’aspro scontro, e il diverso colpire, E il crido della gente dolorosa, Che d’una e da altra parte hanno a morire? Chi mostrarà la terra sanguinosa, L’arme suonante e bandiere stracciate, E il campo pien di lancie fraccassate?

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La prima zuffa fu del re Varano, Che senza alcun romor sua schiera guida. Comandamento fa di mano in mano Che pregion non si pigli, e ogni om se occida. Fu lo assalto improviso e subitano, Il campo tutto A l’arme! a l’arme! crida; Chi si diffende, e chi prende armatura, Chi se nasconde e fuggie per paura.

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Ma non bisogna già star troppo a bada, Chè li inimici entro alle tende sono; Vanno e’ Tartari al taglio de la spada, Nè trovan delli Ermeni alcun perdono; Per boschi e per campagna, e fuor di strada Fuggie tutta la gente in abandono. Ecco la furia adosso più li abonda: Gionto è lo imperator de Trebisonda.

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Con la sua gente e’ Tartari sbaraglia. Ora ecco Ungiano, il forte campïone, Ch’è gionto con quest’altri alla battaglia; E già Torindo e il franco Savarone La gente tartaresca abatte e taglia; Alla riscossa sta sotto il penone Re Sacripante, e Bordaco è rimaso Con Trufaldino, il traditor malvaso.

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La battaglia era tutta inviluppata: Chi qua, chi là per lo campo fuggia. La polvere tanto alto era levata, Che l’un da l’altro non se cognoscia; Et è la cosa sì disordinata, Che non giova possanza, o vigoria Del re Agricane, che è cotanto forte; Ma a lui davanti son sue gente morte.

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Quel re di gran dolor la morte brama; Soletto fuor de schiera se tra’ avante, Ciascun de’ soi baron per nome chiama: Uldano, e Saritrone, e il fiero Argante, E Pandragone, degno di gran fama, Lurcone, e Radamanto, che è gigante; Polifermo e Brontino e Santaria, Ad alta voce chiama tutta via.

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Montato era Agrican sopra Baiardo; Davanti a tutti vien con l’asta in mano. Apre ogni schiera quel destrier gagliardo, Con tanta furia vien sopra del piano; Abatte ciascadun senza riguardo: Et ecco riscontrato ha il re Varano. Avanti lo colpisce entro la testa, Giettalo a terra con molta tempesta.

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Brunaldo fu cacciato dello arcione Da Polifermo; et ecco il forte Argante, Che con la lancia atterra Savarone; E Radamanto, quel crudo gigante, Abatte Ungiano sopra del sabbione. Or vede bene il franco Sacripante Tutta sua gente morta e sbigotita, Se sua persona non li porge aita.

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Lascia sua schiera il re pien di valore Sopra il destriero, et abassa la lanza, E Polifermo atterra con furore; Brontino e Pandragon poco li avanza, E questo Argante, che era imperatore, Chè tutti in terra vanno ad una danza; E poi ch’egli ha la spada in sua man tolta, La gente tartaresca fugge in volta.

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In altra parte combatte Agricane, E meraviglia fa di sua persona; Vede sua gente per coste e per piane Fuggire in rotta, e che il campo abandona. Per la grande ira morde ambe le mane, E in quella parte crucïoso sprona; Urta et occide chi li viene avante, O sia de’ suoi, o sia de Sacripante.

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Come di verno, nel tempo guazoso, Giù de un gran monte viene un fiume in volta, Che va sopra a la ripa ruinoso, Grosso di pioggia e di neve disciolta: Cotal veniva quel re furïoso, Con ira grande e con tempesta molta. Una gran prova poi, che egli ebbe a fare, Vi vo’ ne l’altro canto racontare.