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ORLANDO
INNAMORATO

Libro I · Canto XI

Sacripante in camicia

Agricane e Sacripante si battono per Angelica. Poi il re tartaro resta chiuso dentro Albracca, e Sacripante, ferito, salta giù dal letto per fermarlo.

In breve

Agricane, furioso, si apre la strada tra amici e nemici e sfida il re Sacripante, a cui Angelica manda una spada dalle mura. I due si battono come tori finché Sacripante, sanguinante, sta per avere la peggio; allora il re Torindo rompe il duello e la battaglia ricomincia. Truffaldino, quando si trova di fronte Agricane, lo convince a smontare da cavallo e poi scappa. I Tartari inseguono i fuggiaschi fino ad Albracca: Angelica apre le porte per salvare i suoi, e Agricane resta chiuso dentro la città con trecento cavalieri.

Dentro le mura il re tartaro uccide Bordacco e fa una strage. Sacripante, che si sta curando le ferite, salta giù dal letto e lo affronta in camicia, con la spada e lo scudo: i suoi riprendono coraggio e Agricane, come un leone circondato, deve ritirarsi. Intanto Rinaldo incontra lungo il mare una dama disperata, che cerca un cavaliere capace di combattere contro nove, tra cui Orlando.

Ascolta il canto

Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.

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Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

Sotto le mura di Albracca la battaglia era sempre più furiosa. Agricane, il re dei Tartari, si fece largo tra i soldati e sfidò il re Sacripante. Sacripante accettò e chiese ad Angelica di salire sulle mura a guardarlo: così il suo coraggio sarebbe raddoppiato. Dall'alto, Angelica gli mandò una spada che tagliava ogni cosa.

I due re si scontrarono con un fragore che sembrava far crollare il cielo. Le lance si spezzarono, e allora presero le spade. Combattevano come due tori, colpo su colpo: si rendevano «pan per focaccia», come diciamo ancora oggi. A ogni colpo Sacripante chiamava il nome di Angelica. Ma piano piano le forze lo abbandonavano, e il suo viso diventava sempre più pallido.

Il re Torindo, suo alleato, non sopportò di vederlo perdere. Si lanciò contro i Tartari con tutti i suoi, e il duello si trasformò in una grande battaglia.

Nella mischia, il re Truffaldino si trovò davanti Agricane. Capì di non avere scampo e provò un trucco. «Non vale!» disse. «Tu hai un cavallo magnifico e io un ronzino da poco. Combattiamo a piedi!» Agricane, che ci teneva all'onore, smontò da cavallo. E Truffaldino? Girò il ronzino e scappò via!

Poco dopo i soldati di Angelica fuggirono verso la città, inseguiti dai Tartari. Angelica non voleva salvarsi da sola: aprì le porte per farli entrare. Ma insieme a loro entrò anche Agricane, con trecento cavalieri. Quando le porte si richiusero, il re tartaro restò chiuso dentro Albracca! Nessuno riusciva a fermarlo, e tutti scappavano.

Sacripante, intanto, era a letto, ferito, e lo stavano curando. Sentì le grida e saltò giù. Non c'era tempo per l'armatura: prese spada e scudo e corse fuori in camicia! «Vergogna!» gridò ai soldati in fuga. «Un cavaliere solo vi fa scappare tutti? Guardate me, che vado a combattere quasi nudo!» I soldati si fermarono e ritrovarono il coraggio.

Sacripante era agile e svelto, e con lo scudo parava anche i colpi diretti ai compagni. Agricane dovette ritirarsi, come un leone inseguito dai cacciatori: arretrava piano, e ogni trenta passi si girava a minacciare.

Lontano da lì, Rinaldo camminava lungo il mare. Incontrò una dama che piangeva disperata. «Cerco un cavaliere capace di combattere contro nove» gli disse. «E tra quei nove c'è perfino Orlando!» Era la dama di Brandimarte. Rinaldo le giurò che avrebbe liberato tutti quei cavalieri dall'incantesimo.

La dama però aveva una lunga storia da raccontare. Per ascoltarla, bisogna voltare pagina e passare al prossimo canto.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

Agricane sfida Sacripante ott. 1–9

Agricane si getta nella battaglia come un fiume in piena: come un cannone apre una schiera, così lui abbatte stendardi e bandiere, colpendo nemici e amici, Tartari o Circassi, chiunque gli ostacoli la strada. Finalmente arriva dove Sacripante sta facendo strage dei suoi, che fuggono urlando.

«Andatevene, vigliacchi, gente da niente!» grida Agricane ai suoi. «Non chiamatevi più miei vassalli: non voglio essere re di gente simile. Lasciatemi solo: vincerò meglio da solo che in compagnia di voi, brutta canaglia.» Si fa fare largo e sfida Sacripante, che naturalmente accetta e manda subito un messaggero in città a pregare Angelica di salire sulle mura, per raddoppiargli il coraggio.

La fanciulla compare sulle mura e manda al re di Circassia una spada che taglia ogni cosa. Agricane ne soffre, ma dice ghignando: «Non me ne importa: alla fine quella spada sarà mia, e anche Sacripante, il castello e quella svergognata. Brutta strega! Non si vergogna di preferire un altro a me, quando potrebbe essere felicissima e avere la parte più grande del mondo? Hanno ragione a dire che le donne scelgono sempre il peggio: poteva sposare il re dei re, e si prende un vile circasso per capriccio.»

Prende la rincorsa con la grossa lancia, mentre dall'altra parte arriva furioso Sacripante: lo scontro è così fragoroso che sembra crollare il cielo. Si colpiscono in fronte all'elmo, ma nessuno dei due si muove di sella, e le lance, grosse tre palmi, si spezzano fino all'impugnatura. Subito impugnano le spade e tornano a colpirsi, decisi a vincere o morire. Come due tori che per una mucca si affrontano fronte contro fronte con muggiti terribili, così combattono quei due guerrieri senza paura: per amore non tengono alla vita, e gettano a terra perfino gli scudi.

Combattere per Angelica ott. 10–14

Sacripante si lancia con tutto se stesso e mena un colpo terribile a due mani: colpisce Agricane in testa e gli taglia la corona, ma non l'elmo, che è incantato. Agricane lo ferisce gravemente a un fianco. I due si ripagano colpo su colpo, più fitti della pioggia e della neve, finché entrambi sono coperti di sangue e di cento ferite.

Sacripante però sta peggio, perché dal fianco perde molto sangue. Ma non gli importa della vita: guarda Angelica, il suo bel fiore, e pensa: «Re del cielo, ti chiedo soltanto che Angelica veda quello che faccio per troppo amore e me ne sia grata: poi morirò contento su questo prato. Oh, se lei dicesse: "Sono davvero troppo crudele, se lascio morire d'amore un cavaliere che per piacermi non tiene alla vita!" Se lo sapessi, sarei felice da vivo e da morto.»

A questo pensiero si infiamma ancora di più: a ogni colpo chiama Angelica, senza curarsi delle ferite. Ma le forze, a poco a poco, lo abbandonano, anche se lui non se ne accorge, e il suo viso diventa bianco.

Torindo rompe il duello ott. 15–21

Gli altri re guardano spaventati, e più di tutti non sopporta di veder morire Sacripante Torindo il Turco, che si rivolge ai cavalieri: «È un vero peccato veder morire così quel valoroso re. Gente ingrata, sopporterete di vedere morto chi vi ha salvato? Noi fuggivamo sconfitti, e lui ci ha ridato l'onore e la vita. Non abbiate paura dei Tartari, anche se sono tantissimi. E non crediate di fare un tradimento interrompendo il duello: non è tradimento quello che si fa per salvare il proprio signore. Se c'è una colpa, sia mia, e vostre tutte le lodi.»

Così dicendo sprona il cavallo con la lancia in resta e abbatte il primo, il secondo, il terzo e il quarto che gli vengono incontro. Dietro di lui si lanciano Turchi, Circassi, quelli di Trebisonda e di Siria e tutti gli altri, contro i Tartari, i Mongoli e i Russi. Ed ecco, da un lato si alza un polverone: arriva Truffaldino, il potente re di Baldacca, con centomila uomini in una sola schiera compatta.

Agricane vede i suoi travolti e dice a Sacripante: «Signore, i vostri uomini hanno commesso un grave errore, e te ne ricompenserò per bene. Adesso vediamo che cosa sai fare contro i miei.» I due baroni si separano, uno di qua e uno di là, e cominciano a sbaragliare le schiere: trenta falci in un prato non tagliano tanto quanto ciascuno di loro quel giorno.

La fuga di Truffaldino ott. 22–25

Agricane si scontra con Truffaldino. Il traditore capisce di non avere scampo e gli dice: «Bel vanto sarebbe, abbattermi mentre io sono su un ronzino e il tuo cavallo non ha uguali al mondo! Rinuncia al vantaggio, come è giusto: ti sfido a combattere a piedi.» Agricane, che tiene molto alla sua fama, smonta subito e affida il cavallo di Rinaldo a un conte. Ma Truffaldino gira la briglia e scappa, e prima che Agricane sia di nuovo in sella si è già confuso tra i suoi.

Ora la battaglia si rovescia verso la città. Fuggono i Circassi, i Turchi, quelli di Trebisonda e quella canaglia di Baldacca, gettando lance, scudi e faretre. Arrivati al fossato sotto le mura, ci si buttano dentro, perché il ponte è alzato e le porte sono chiuse. Che cosa deve fare Angelica, che vede morire tutti i suoi? Apre la porta e fa calare il ponte: non vuole salvarsi da sola.

Agricane dentro le mura ott. 26–33

Appena la porta si apre, ognuno si precipita dentro, e i Tartari che li inseguono si mescolano a loro. Poi cala la saracinesca, e il forte re Agricane resta dentro la città con trecento dei suoi cavalieri. È in sella a Baiardo, e nessuno ha mai visto un barone così fiero.

Bordacco di Damasco, rientrato anche lui in città, lo vede e gli dice con arroganza: «Ora sì che ti servirà la tua forza! Questa volta Baiardo non ti salverà: ci sei cascato, e devi morire.» Agricane ride: «Basta parole. Comincia tu, se hai un po' di coraggio: sarai il primo a scendere laggiù, dove ne manderò molti altri.» Bordacco gli scaglia a due mani una catena con in cima una palla di piombo, ma Agricane para con la spada e la taglia di netto, come se nemmeno la toccasse. «Adesso dimmi chi di noi due sa colpire meglio» dice il Tartaro, e con un colpo a due mani gli spacca l'elmo e lo fende fino al petto.

A quel colpo tutti fuggono, e Agricane li insegue minacciando. È così focoso che si lascia sempre trascinare dall'impulso: se avesse pensato a tornare indietro e aprire la porta, avrebbe preso facilmente la città e avuto Angelica, viva o morta. Ma l'ira, che toglie il senno a tutti, lo spinge dietro ai fuggiaschi.

Fuori la battaglia continua, così crudele che il sangue dei morti riempie il fossato fino all'orlo. Ma dentro la città c'è un terrore ancora peggiore: Agricane su Baiardo spaventa tutti, e ne uccide tanti che il cavallo riesce a stento a passare sopra i corpi.

Sacripante in camicia ott. 34–43

Prima che Agricane restasse chiuso in Albracca, Sacripante era già rientrato in città. Si stava facendo medicare, disarmato e così dissanguato da non reggersi in piedi, disteso sul letto. Sentendo le grida e i lamenti, chiede che cosa succede, e uno scudiero piangendo gli risponde: «È entrato quel maledetto di Agricane, e sta facendo strage in città.» Sacripante salta giù dal letto: i suoi vorrebbero trattenerlo, ma lui esce lo stesso, con la spada e lo scudo, in camicia e per il resto nudo.

Incontra le schiere spaventate e grida: «Gente svergognata! Un cavaliere solo vi mette tutti in fuga, e non vi sotterrate nel fango? Come osate mostrare la faccia? Buttate le armi e andate a poltrire, visto che non sapete che cosa sia la vergogna. Guardate me: vado a combattere disarmato e quasi nudo, per l'onore.» I fuggiaschi si fermano pieni di stupore e si voltano: la fama del suo valore è così grande che quei soldati spaventati ritrovano il coraggio.

Ed ecco Agricane, che insegue la gente in rotta, trovarsi davanti la nuova schiera guidata da Sacripante. Comincia una battaglia ancora più feroce: i Tartari sono pochi ma il loro signore li incoraggia, mentre quelli della città, spronati da Sacripante, si vergognerebbero a morte di cedere. Volano frecce, dardi, mazze e spade, e per terra si vedono solo morti.

Sopra tutti si distingue Sacripante: senz'armatura, sta davanti agli altri, ed è un miracolo che resista; ma è agile e svelto, e con lo scudo para anche i colpi diretti ai compagni. Ora scaglia un sasso, ora un dardo, ora combatte con la lancia, ora si fa sotto con la spada, coperto dallo scudo. Agricane usa tutta la sua forza invano: dei suoi ne sono già morti più di trecento. Sacripante da solo gli dà filo da torcere, e intanto gli altri lo tempestano di dardi e frecce: il cimiero è spezzato, lo scudo a pezzi, l'elmo risuona sotto i sassi e addosso ha piantate armi di ogni genere.

Il leone in ritirata ott. 44–46

Come un leone incalzato dalla gente esce dalla foresta e si ritira a passo lento, vergognandosi di mostrare paura, voltando la testa e ruggendo a ogni grido, così fa Agricane: deve fuggire, ma anche fuggendo mostra un grande coraggio. Ogni trenta passi si gira e minaccia con voce superba; ma quelli che lo inseguono sono troppi, perché la notizia si è sparsa per tutta la città.

All'improvviso una schiera rimasta nascosta sbuca alle sue spalle. Ma nemmeno questo spaventa il re: si rizza furioso, butta a terra fanti e cavalieri e, disperato, impugna la spada a due mani. Qui il poeta lo lascia per un po', e torna a Rinaldo, che ha lasciato la Rocca Crudele e cammina a piedi lungo la riva del mare.

Rinaldo e la dama in lacrime ott. 47–53

Rinaldo ha incontrato una dama che sembra voler morire di dolore, e la prega con gentilezza, per Dio e per Macone, di dirgli perché piange. «Oh Dio, non fossi mai nata!» risponde lei. «Ho perduto ogni mio bene, e cerco per tutta la terra senza speranza, perché mi servirebbe un cavaliere capace di combattere contro nove.»

«Non mi vanto di battere due cavalieri, figurarsi nove» dice Rinaldo, «ma il tuo pianto mi fa tanta pena che il coraggio per provarci ce l'ho: o vincerò, o morirò.» «Grazie dell'offerta» risponde la dama, «ma non sei tu quello che cerco. Tra quei nove c'è il conte Orlando, che forse conosci di fama, e anche gli altri sono valorosi: in questa impresa non avresti onore.»

Sentendo nominare Orlando, Rinaldo la prega gentilmente di dirgli dove si trova. Così viene a sapere del fiume che fa perdere la memoria, e di come Orlando e gli altri siano finiti lì; e capisce che quella dama è proprio quella che ha lasciato Brandimarte. La supplica di accompagnarlo e le giura che, con la forza o con l'astuzia, combattendo o fingendo di essere innamorato, libererà tutti quei baroni dall'incantesimo.

La dama lo guarda: è ben fatto, ben armato, adatto a ogni grande impresa. «Ma questo canto ve lo faccio più breve» conclude il poeta, «perché il prossimo sarà più lungo: vi racconterò una lunga storia che questa damigella cominciò a narrare.»

Parole difficili

  • bombarda ott. 1: antico cannone.
  • intarda ott. 2: ritarda, ostacola.
  • resta ott. 8: il sostegno fissato all'armatura su cui si appoggia la lancia durante la carica.
  • rendonsi pan fresco per fogaccia ott. 10: si ripagano colpo su colpo.
  • dalmaggio ott. 15: danno, peccato.
  • aferrante ott. 18: cavallo da battaglia.
  • polvino ott. 19: polverone.
  • roncino ott. 22: ronzino, cavallo di poco valore.
  • turcassi ott. 24: faretre, astucci per le frecce.
  • porta gataia ott. 26: saracinesca, la grata che si cala dall'alto per chiudere la porta di una città o di un castello.
  • masnate ott. 26: schiere di armati al seguito di un signore.
  • palla impiombata ott. 29: palla appesantita con il piombo.
  • bacinetto ott. 30: elmo rotondo, a forma di bacino.
  • fortuna di marina ott. 35: tempesta di mare.
  • poltrogna ott. 37: poltroneria: «andate alla poltrogna» vuol dire «andate a poltrire».
  • cimer ott. 43: cimiero, l'ornamento in cima all'elmo.

Il testo di Boiardo

53 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Di sopra odisti il corso e la roina Del re Agricane, quella anima fiera. Come un gran fiume fende la marina, Sì come una bombarda apre una schiera, Così quel re col brando non afina, Ogni stendardo atterra, ogni bandiera; Taglia e’ nimici e spezza la sua gente, Nè l’un nè l’altro non cura nïente.

2

Nè Tartaro o Circasso lui riguarda, Nè de amici o nemici fa pensiero; A quel vol mal, che il camino gli intarda. Ora è pur gionto quel segnor altiero Dove discerne la prova gagliarda Che fa il re Sacripante in sul destriero: Vede fuggire e’ soi con alte stride, E il re circasso vede, che li occide.

3

Fuggitevi de qui, vituperati! Disse Agricane, popol da nïente; Nè miei vasalli più vi nominati, Ch’io non voglio esser re de cotal gente. Via nel mal ponto! e me quivi lasciati; Chè io molto meglio restarò vincente Sol, come io sono, de questa battaglia, Che in compagnia de voi, brutta canaglia.

4

Così dicendo, si fa largo fare, E Sacripante alla battaglia invita. Or non doveti, Segnor, dubitare Se ben l’accetta quella anima ardita; E incontinente un messo ebbe a mandare Dentro alla terra, alla dama fiorita; Pregando lei che su la rocca saglia, Per radoppiarli il core alla battaglia.

5

Venne la damisella sopra al muro, E mandò un brando al re di Circasia, Ad ogni prova tagliente e sicuro. Il re Agricane gran doglia ne avia, Pur diceva ghignando: Io non mi curo, Chè quella spada al fin serà la mia, E Sacripante insieme, e quel castello, Con quella ria putana de bordello.

6

Non se vergogna, brutta incantatrice, Ad altro più che a me portare amore, Chè se puotea chiamar tanto felice E aver del mondo la parte maggiore. Certo il ver de le femine si dice, Che sempre mai se apprendeno al peggiore: Il re de’ re puotea aver per marito, E un vil circasso tol per appetito.

7

Così dicendo, turbato se volta, Et al nemico assai se è dilungato: La grossa lancia su la coscia ha tolta. E già da l’altra parte è rivoltato Re Sacripante, e vien con furia molta; E l’uno e l’altro insieme è riscontrato, Con tal romore e con tanta roina, Che par che il cel profondi e il mondo afina.

8

L’un l’altro in fronte a l’elmo se è percosso, Con quelle lancie grosse e smisurate, Nè alcun per questo se è de l’arcion mosso; L’aste fino alla resta han fraccassate, Benchè tre palmi ciascun tronco è grosso. Già fan rivolta, et hanno in man le spate, E furïosi tornansi a ferire, Chè ciascun vole o vincere, o morire.

9

Chi mai vide due tori alla verdura, Per una vacca accesi di furore, Che a fronte a fronte fan battaglia dura Con voce orrenda e piena di terrore; Veggia qui duo guerrer senza paura, Che non stiman la vita per amore, Anci hanno e scudi per terra giettati, E la lor guerra fan da disperati.

10

Or Sacripante al tutto se abandona: A due man mena un colpo dispietato. Gionselo in testa, e taglia la corona: Lo elmo non può tagliar, chè era incantato; Ma Agrican il colpisce alla persona, E sopra a un fianco l’ha forte piagato. Ciascun di vendicarse ben procaccia, E rendonsi pan fresco per fogaccia.

11

Nè sì spesso la pioggia, o la tempesta, Nè la neve sì folta da il cel cade, Quanto in quella battaglia aspra e molesta, Se odino spesso e’ colpi delle spade. E’ da l’arcion son sangue insin la testa: Mai non se vide tanta crudeltade. Ciascun de cento piaghe è sanguinoso, E cresce ognor lo assalto furïoso.

12

Vero è che Sacripante sta pur peggio, Perchè versa più sangue il fianco fore; Ma lui della sua vita fa dispreggio, E riguardando Angelica, il bel fiore, Fra sè diceva: O re del celo, io cheggio Che quel ch’io faccio per soperchio amore, Angelica lo veda, e siagli grato; Poi son contento di morir nel prato.

13

Io son contento al tutto de morire, Pur ch’io compiaccia a quella creatura. Oh se lei nel presente avesse a dire: Certo io son ben spietata e troppo dura, Facendo un cavallier de amor perire, Che per piacermi sua vita non cura! Se ciò dicesse, et io fossi acertato, E morto e vivo poi seria beato.

14

E sopra a tal pensier tanto se infiama, Chè non fu cor giamai così perverso; Ad ogni colpo Angelica pur chiama, E mena il brando a dritto et a roverso. Altro non ha nel cor che quella dama: Piaga non cura, o sangue che abbia perso; Ma pur il spirto a poco a poco manca, Benchè nol sente, et ha la faccia bianca.

15

Li altri re intorno stavano a guardare La gran battaglia piena di spavento. A ciascaduno un gran dalmaggio pare Veder morir quel re pien de ardimento. Ma sopra a tutti nol può comportare Torindo il Turco, et ha molto tormento Di veder Sacripante in tal travaglia, Nè sa come sturbar quella battaglia.

16

E tra li cavallier comincia a dire Come egli è certamente un gran peccato Veder quel franco re così morire. E seguia poi: Ahi populaccio ingrato! Potrai tu forse con gli occhi soffrire Di veder morto quel che t’ha campato? Noi fuggivamo in rotta et in sconfita: Esso ce ha reso e l’onore e la vita.

17

Deh non abbiate di color spavento, Benchè sia innumerabil quantitate. Diamo pur dentro a lor con ardimento, Che poco lì faren noi con le spate. Nè vi crediati di far tradimento, Perchè questa battaglia disturbate, Chè tradimento non si può appellare Quel che si fa per suo segnor campare.

18

Sia mia la colpa, se colpa ne viene, E vostre sian le lode tutte quante. Così dicendo più non se ritiene, Ma con ruina sprona il suo aferrante. La grossa lancia alla resta sostiene; Primo e secundo che li viene avante, E il terzo e il quarto abatte con furore: Or se comincia altissimo romore.

19

Chè ciascun turco e ciascadun circasso Ciascun di Tribisonda e di Soria, E gli altri tutti che al presente lasso, Perchè dietro a Torindo ognun seguia, Ne’ Tartari ferirno con fraccasso, Contra a quei de Mongalia e di Rossia. Ecco di sopra si lieva un polvino, Chè da quel canto gionge Trufaldino,

20

Quel di Baldache, ch’è tanto potente. Or comincia la zuffa smisurata, Chè cento millia è tutta la sua gente, Che in una schiera vien stretta e serrata. Agricane a tal cose pone mente, E vede la sua gente sbarattata; E, vòlto a Sacripante, disse: Sire, Le vostre gente han fatto un gran fallire.

21

A te ben ne darò bon guidardone: Tu prova contra a’ mei quel che pôi fare. L’un va di qua, di là l’altro barone, E comincia le schiere a sbarattare, Menando i brandi con distruzïone. Mai tanta gente se ebbe a consumare; Chè trenta falcie più non fan nel prato, Quanti ciascun di loro oggi ha tagliato.

22

Agricane inscontrò con Trufaldino. Vede quel falso che non può campare; Fassegli inanzi sopra del camino, Dicendo: Ben di me ti pôi vantare, Se tu me abatti sopra de un roncino, E il tuo destriero al mondo non ha pare! Lascia il vantaggio, come il dover chiede, Che alla battaglia te desfido a piede.

23

Era Agricane assai di fama caldo: Subito smonta alla verde campagna; A un conte dà il destrier del bon Ranaldo, Chè già non vol che altrui quel se guadagna. Ben colse il tempo Trufaldin ribaldo: Volta la briglia, e mena le calcagna; E prima che Agrican sia rimontato, Lui tra sua gente è già remescolato.

24

Or si riversa tutta la battaglia Verso la terra, e fuggono e’ Circassi. Quei di Baldache, la brutta canaglia, Fuggono e furïan dolenti e lassi, Giettan per terra lancie e scudi e maglia, E gettan le saette con turcassi. Non vi è chi contra a’ Tartari risponde: Fuggono i Turchi e quei di Trebisonde.

25

E già son gionti ove il fosso confina Sotto alla terra, che è cotanto forte. Là gioso ogni om se getta con roina, Chè il ponte è alciato, e chiuse son le porte. Che debbe fare Angelica meschina, Che vede le sue gente tutte morte? Apre la porta e il ponte fa callare, Chè già soletta lei non vol campare.

26

Come la porta in quel ponte se apria, Sia maledetto chi adrieto rimane. La gente tartaresca che seguia, È mescolata con loro alle mane. Or la porta gataia giù cadia, E restò dentro il forte re Agricane; Trecento cavallier de sue masnate Fôr con lui chiusi dentro alla citate.

27

Egli era in su Baiardo copertato: Mai non fu visto un baron tanto fiero. Bordaco il Damaschino era tornato Dentro alla terra, e vede il cavalliero; E con molta arroganza li ha parlato: Or tua possanza ti farà mestiero: Non te varrà Baiardo a questo ponto. Ve’ che una volta pur vi fosti gionto!

28

In ogni modo te convien morire, Nè pôi mostrar valor nè far deffesa. Il re Agrican ridendo prese a dire: Non facciam di parole più contesa, Ma tu comincia, se hai ponto de ardire: Della mia morte pigliane l’impresa; Chè tu serai il primo a caminare Là giù, dove molti altri aggio a mandare.

29

Portava il re Bordaco una catena, Che avea da capo una palla impiombata; Con quella ad Agricane a due man mena, Ma lui riscontra al colpo con la spata, Nè parve pur che lo toccasse apena, Chè quella cadde alla terra tagliata. Dicea il Tartaro a lui: Sapra’ mi dire Qual sappia de noi duo meglio ferire.

30

Così dicendo, quel baron possente A due man mena sopra al bacinetto, E quel fraccassa, e mette il brando al dente, E parte il mento e il collo insino al petto. Veggiendo quel gran colpo, l’altra gente Tutti fuggian, turbati nello aspetto, E tutti in fuga se pongono in caccia; Il re Agrican li segue e li minaccia.

31

Egli è di core ardente e tanto fiero, Che sempre voluntate lo trasporta; Però che, se egli aveva nel pensiero Tornare adrieto, et aprir quella porta, Prender la terra assai gli era leggiero, Et Angelica avere, o presa o morta. Ma la ira, che ciascun di senno priva, Dietro il pose alla gente che fuggiva.

32

Battaglia è ancora di fuor tutta fiata, Molto crudele, orribile e diversa; Qui l’una e l’altra gente è radunata: Chi more, e chi del ponte s’è sumersa. Tanto è quivi de’ morti la tagliata, Che il sangue che de’ corpi fuor riversa, Sparge per tutto e corre tanto grosso, Che insino a l’orlo ha già cresciuto il fosso.

33

Ma dentro dalla terra altro terrore E più crudel partito se apresenta. Quel re sopra Baiardo con furore, Terribile a vedere, ogniun spaventa. Non fu battaglia al mondo mai maggiore, Nè dove tanta gente fosse spenta; Tanti ne occise quel pagan gagliardo, Che a pena e’ corpi passa con Baiardo.

34

Prima che fosse in Albraca serrato, Come intendesti, il re de Tartaria, Già se era prima dentro recovrato Re Sacripante, pien di gagliardia. Medicar se faceva disarmato, E tanto sangue già perduto avia, Che di star dritto non avea potere, Ma sopra al letto stavasi a giacere.

35

Ora torniamo al potente Agricane, Che assembra una fortuna di marina. Il brando sanguinoso ha con due mane: Mai non fo vista cotanta roina. Oditi e’ gran lamenti e voce strane, Chè tutta è occisa la gente tapina, Re Sacripante, [e] in letto, con dolore, Dimanda la cagion di quel romore.

36

Piangendo un suo scudier li prese a dire: Intrato è re Agricane, il maledetto, Che la citade pone a gran martire. Ciò odendo Sacripante, esce del letto. Ciascun de’ suoi ben lo volea tenire, Ma lui saltò di fuora al lor dispetto; Nè altre arme porta che il sol brando e il scudo, Vestito di camisa, e il resto nudo.

37

E riscontra le schiere spaventate: Nïun per tema scia quel che se faccia. Lui li cridava: Ah gente svergognate! Poi che un sol cavallier tutti vi caccia, Come nel fango non vi sotterrate? Come osati ad alcun mostrar la faccia? Giettati l’arme, e andati alla poltrogna, Poi non sapeti quel che sia vergogna.

38

Vedeti come io vado disarmato E quasi nudo, per avere onore. Il popol che fuggiva, se è firmato, Di meraviglia pieno e di stupore: Ciascuno alle sue spalle è rivoltato, Perchè la fama del suo gran valore Era tanto alta, e i fatti a non mentire, Che a questi spaventati dava ardire.

39

Ecco Agricane in mezo della strata, Che mena in rotta quella gente persa, Et ha quest’altra schiera riscontrata Con Sacripante, che il passo attraversa. Nova battaglia qui se è cominciata, Più de l’altra feroce, e più diversa, Benchè e’ Tartari sono poca gente; Ma dà a lor core il suo segnor valente.

40

Da l’altra parte tanto eran spronati Quei della terra da quel re circasso, Che se stimano al tutto svergognati, Se son cacciati adesso di quel passo. Quivi de frezze e de dardi lanciati, Di mazze e spade ve era tal fraccasso, Qual più giamai stimar se puote in guerra; Altri che morti non se vede in terra.

41

Sopra a tutti l’ardito Sacripante Di sua persona fa prova sicura. Senz’arme indosso agli altri sta davante, Che meraviglia è pur che ancora dura. Ma tanto è destro, e di gambe aiutante, Che alcuna cosa non gli fa paura; Nè con il scudo copre sol se stesso, Ma li altri colpi ancor ripara spesso.

42

Ora un gran sasso mena, or getta un dardo, Ora combatte con la lancia in mano; Or coperto del scudo, con riguardo, Col brando sta a’ nemici proximano; E tanto fa, che Agricane il gagliardo Ogni sua forza adoperava in vano, Nè vi vale il vigor, nè lo ardimento; Già morti sono e’ soi più de trecento.

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Nè lui se può da tanti riparare, Dardi e saette adosso li piovia; Re Sacripante sol gli dà che fare, E li altri lo tempestan tutta via. Rotto è il cimer, chè penne non appare, E il scudo fraccassato in braccio avia; L’elmo di sasso al capo li risuona, De arme lanciate ha piena la persona.

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Qual, stretto dalla gente e dal romore, Turbato esce il leon della foresta, Che se vergogna di mostrar timore, E va di passo torciendo la testa; Batte la coda, mugia con terrore, Ad ogni crido se volge et arresta: Tale è Agricane, chè convien fuggire, Ma ancor fuggendo mostra molto ardire.

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Ad ogni trenta passi indietro volta, Sempre minaccia con voce orgogliosa; Ma la gente che il segue è troppo molta, Chè già per la cità se scia la cosa, E da ogni parte è qui la gente acolta. Ecco una schiera che se era nascosa, Esce improviso, come cosa nova, Et alle spalle a quel re se ritrova.

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Ma ciò non puote quel re spaventare, Che con furia e roina se è adricciato. Pedoni e cavallier fa a terra andare; Prende il brando a due mane il disperato. Or quivi alquanto lo voglio lasciare, Et a Ranaldo voglio esser tornato, Che da Rocca Crudele è già partito, E sopra al mar camina a piè sul lito.

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Ciò me sentisti ben di sopra dire, E come riscontrato ha quella dama, Che par che di dolor voglia morire. Cortesemente quel baron la chiama, E prega lei per ogni suo desire, Per quella cosa che più nel mondo ama, E per lo Iddio del celo, e per Macone, Che del suo dol li dica la cagione.

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Piangendo respondia la sconsolata: Io farò tutto il tuo voler compiuto. Oh Dio! che al mondo mai non fossi nata, Dapoi che ogni mio bene ho io perduto! Tutta la terra cerco, et ho cercata, Nè ancor cercando spero alcuno aiuto; Però che ritrovarme è di mestieri Un che combatta a nove cavallieri.

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Dicea Ranaldo: Io non mi vo’ dar vanto, Già de duo cavallier, non che di nove; Ma il tuo dolce parlare e il tuo bel pianto Tanta pietate nel petto mi move, Che, se io non son bastante a un fatto tanto, L’ardir mi basta a voler far le prove; Sichè del caso tuo prendi conforto, Chè certo o vincer aggio, o serò morto.

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Disse la dama: A Dio ti racomando! Della proferta ti ringrazio assai; Ma tu non sei colui ch’io vo cercando, Ch’io credo ben che nol trovarò mai. Sappi che tra quei nove è il conte Orlando: Forse per fama cognosciuto l’hai; E gli altri ancor son gente de valore: Di questa impresa non avresti onore.

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Quando Ranaldo ascolta la donzella, Et ode il conte Orlando nominare, Piacevolmente ancora a sè l’appella, Prega che Orlando li voglia insegnare. Così da lei intese la novella De il fiume che non lascia ricordare; E il tutto li contò de ponto in ponto, Come Orlando con gli altri lì fo gionto.

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Intende che la dama che parlava, È quella che partì da Brandimarte. Ranaldo strettamente la pregava Che lo voglia condure in quella parte; E prometteva in sua fede, e giurava, Che faria tanto, o per forza o per arte, O combattendo o simulando amore, Che traria quei baron tutti di errore.

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Vedea la dama quel barone adatto, E di persona sì bene intagliato, Che aconcio li pareva a ogni gran fatto, Et era ancora non vilmente armato. Ma questo canto più breve vi tratto, Però che l’altro vi fia prolongato Nel racontar d’una lunga novella Che a narrar prese questa damigiella.