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ORLANDO
INNAMORATO

Libro I · Canto IX

Angelica salva Rinaldo

Angelica vola a salvare Rinaldo, che preferirebbe morire. Intanto Astolfo, in sella a Baiardo, arriva al giardino dove Orlando ha perso la memoria.

In breve

Angelica aspetta Rinaldo, ma vede tornare soltanto Malagise, che le racconta come il cugino sia finito alla Rocca Crudele, in pasto al mostro. Furiosa, lei vola in groppa a un demonio a salvarlo, con una corda a nodi, una lima e una pagnotta di cera e pece. Rinaldo, rifugiato su una trave sopra la belva, rifiuta il suo aiuto: preferisce morire. Angelica intrappola comunque il mostro e se ne va; Rinaldo lo strangola a mani nude, sega la grata con la lima e stermina tutti gli abitanti della rocca.

Intanto Astolfo, partito da Parigi su Baiardo, arriva in Circassia, dove il re Sacripante fa guerra ad Agricane per amore di Angelica. Lungo la strada Astolfo disarciona Brandimarte ma gli lascia la sua dama, poi abbatte Sacripante e regala il suo cavallo al nuovo amico. La dama li guida, evitando il fiume dell'oblio, nel giardino incantato di Dragontina, dove c'è anche Orlando, senza memoria: non riconosce Astolfo e lo insegue per ucciderlo.

Ascolta il canto

Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.

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Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

Vi ricordate Rinaldo, chiuso nel recinto con il mostro e senza spada? Per salvarsi fece un salto enorme e si aggrappò a una trave, in alto sul muro. Il mostro saltava e saltava, ma non riusciva a prenderlo.

Intanto Angelica aspettava Rinaldo. Quando il mago Malagise tornò da solo e le raccontò tutto, lei si disperò. Malagise le diede tre cose: una corda piena di nodi, una lima che tagliava il ferro senza far rumore e una pagnotta di cera e pece appiccicosa. Angelica partì subito, volando nel vento in groppa a un demonio.

Arrivò di notte, alla luce della luna. «Vieni in braccio a me, ti porto via per aria» disse a Rinaldo. «Forse non sono peggio del tuo cavallo Baiardo!» Ma Rinaldo, che la odiava per colpa della fontana magica, rispose: «Preferisco morire, piuttosto che farmi salvare da te!»

Angelica non si arrabbiò. Scese nel recinto, stese la corda per terra e lanciò la pagnotta al mostro. La bestia la addentò e restò con i denti incollati. Poi fece un salto e finì dritta nel laccio. Angelica se ne andò senza dire altro.

All'alba Rinaldo saltò giù dalla trave. La spada non tagliava la pelle del mostro, così gli balzò in groppa e lo vinse a mani nude. Poi trovò per terra la lima, segò la grata e uscì. Gli abitanti della rocca crudele lo attaccarono in seicento, ma Rinaldo li sconfisse tutti.

Ora la storia torna ad Astolfo, che cavalcava Baiardo verso l'Oriente. Lungo la strada sfidò un cavaliere saraceno, Brandimarte, che viaggiava con la sua dama. Brandimarte cadde e si disperò: aveva paura di perdere la dama, che amava più di ogni cosa. «Non temere» disse Astolfo. «A me l'onore, a te la dama.»

Proprio allora arrivò il re Sacripante, che voleva prendersi la dama. Astolfo lo fece cadere di sella e regalò il suo cavallo a Brandimarte, che aveva perso il proprio nello scontro. «Credeva di buttarmi giù, e ora se ne va a piedi!» rise Astolfo.

La dama li guidò per un sentiero segreto, lontano da un fiume magico: chi beveva la sua acqua dimenticava perfino il proprio nome. Così arrivarono nel giardino incantato della maga Dragontina. Lì c'erano tanti cavalieri che avevano perso la memoria. E tra loro c'era Orlando!

«Sono tuo cugino, ti ho cercato per tutto il mondo!» gridò Astolfo. Ma Orlando non lo riconobbe e lo assalì con la spada. Per fortuna Baiardo superò l'altissimo muro del giardino con un salto solo. Orlando lo inseguì, ma il suo cavallo non riusciva a stargli dietro.

Il poeta promette che nel prossimo canto Astolfo farà un'impresa straordinaria. Chissà quale!

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

Angelica aspetta ott. 1–3

Avete sentito, dice il poeta, com'era orribile la belva che ha strappato di mano Fusberta a Rinaldo. Lasciamolo lì, in quella grande paura: prima devo raccontarvi l'amore di una dama.

Ricorderete Angelica e come aveva lasciato libero Malagise. Da allora sta di vedetta giorno e notte, e quanto le pesi l'attesa lo sa solo chi aspetta una promessa d'amore: ogni altra attesa, al confronto, è rose e fiori. Se vede una vela lontana, si convince che a bordo ci sia Rinaldo; se vede un carretto, spera che sopra ci sia lui.

Malagise torna da solo ott. 4–10

Ed ecco tornare Malagise, ma senza Rinaldo: pallido, abbattuto, con gli occhi bassi e malvestito, come se uscisse allora di prigione. Appena lo vede così, Angelica grida: «Ahimè, il mio Rinaldo è morto!»

«Non ancora» risponde Malagise, «ma tra poco lo sarà. Maledetto il giorno in cui è nata un'anima così ribelle all'amore!» E le racconta come Rinaldo sia finito alla Rocca Crudele, destinato a essere divorato dal mostro. Angelica quasi sviene; quando si riprende, si scaglia contro di lui: «Traditore, crudele, perfido! Hai ancora il coraggio di starmi accanto, dopo aver portato tuo cugino Rinaldo in punto di morte? Se non lo aiuti subito, non ti salveranno né i demoni né i tuoi incantesimi: ti farò bruciare e getterò in mare le tue ceneri.

E non scusarti dicendo che l'hai fatto per me. Se qualcuno doveva morire, non era meglio che fossi io? Lui è il fiore della bellezza e del valore, io una povera disgraziata. E poi, senza di lui non potrei vivere!»

«Si può ancora salvarlo, se vuoi» risponde Malagise, «ma devi essere tu ad andare. E vedrai che, anche se è più crudele di un orso, dovrà amarti per forza. Sbrigati, ogni ritardo può costargli caro.» Le consegna una corda piena di lacci annodati a ogni palmo, una grossa lima che sega senza far rumore e una pagnotta di cera impastata con la pece, e le spiega come usarle. Angelica vola via nel vento, in groppa a un demonio dalla faccia nera, e quella stessa sera arriva alla Rocca Crudele.

Rinaldo sulla trave ott. 11–13

Torniamo a Rinaldo, che senza la spada non ha più scampo. Fuggendo intorno al recinto, vede una trave conficcata nel muro a dieci piedi d'altezza: con un salto enorme l'afferra e ci si arrampica sopra, sospeso tra cielo e terra.

Il mostro è furioso e, per quanto sia grosso e pesante, gli salta spesso vicino, tanto che qualche volta quasi lo tocca: a Rinaldo sembra di avere sempre le sue fauci addosso. Scende la notte, e Rinaldo resta abbracciato alla trave. Ed ecco, alla luce della luna, sente qualcosa volare nell'aria: nell'ombra gli pare una dama.

L'aiuto rifiutato ott. 14–20

È Angelica, venuta a salvarlo. Ma appena Rinaldo la vede in faccia, pensa di buttarsi giù: la odia tanto che il mostro gli fa meno ribrezzo di lei, e morire gli sembra una pena minore che farsi salvare da lei.

Angelica, sospesa nell'aria, gli parla in ginocchio: «Barone, mi addolora più di tutto che tu sia qui per colpa mia. Ti amo da perdere la ragione, ma non ho mai voluto farti del male: pensavo che saresti venuto da me tra gioie e piaceri. Non temere, sono arrivata in tempo. Vieni in braccio a me, che ti porto via per l'aria: vedrai passare sotto i tuoi piedi terre infinite, e ti toglierai la voglia di volare, se mai l'hai avuta. Monta su di me, valoroso barone: forse non sono peggio del tuo Baiardo.»

Rinaldo, addolorato, a stento la ascolta, ma risponde: «Per Dio, preferisco morire piuttosto che essere salvato da te. E se non te ne vai, mi butto giù da qui. Resta o vattene, fa' come ti pare.»

Non c'è offesa più grande, osserva il poeta, per una donna che chiede amore, che vedersi disprezzata: nessuna sopporta di sentirsi rinfacciare il proprio desiderio. Ma Angelica non si infuria, perché ama così tanto Rinaldo che ogni sua offesa le sembra piccola. «Farò come vuoi» risponde. «Se sapessi di farti piacere morendo, mi ucciderei adesso con le mie mani. Mi odi più di quanto sia giusto. Puoi disprezzarmi, è l'unico male che puoi farmi: ma non puoi impedirmi di amarti.»

La belva in trappola ott. 21–25

Così dicendo, scende nel recinto dove la belva ruggisce, stende sul terreno la corda con i lacci e le getta la pagnotta di cera. Il mostro la azzanna subito, e i denti gli restano incollati dalla pece; muggisce e salta per liberarsi, e al primo salto finisce dentro il laccio. Angelica lo lascia così legato e se ne va.

Spunta la stella del mattino. Rinaldo vede la belva con la bocca piena di pece, legata così stretta che non riesce a muoversi. Salta giù, riprende in mano Fusberta e la assale, mentre il mostro lancia grida orrende e si scuote come per spezzare i legami.

Rinaldo lo colpisce in testa, alla pancia, a destra e a sinistra, ma per quella pelle i suoi colpi, che taglierebbero la pietra, sono uno scherzo. Allora gli salta in groppa, lo afferra alla gola con tutte e due le mani e lo stringe con le ginocchia: non si è mai vista una cavalcata più feroce. Rosso in faccia per lo sforzo, Rinaldo mostra tutto il suo valore e strangola il mostro a mani nude.

La lima di Angelica ott. 26–29

Morta la belva, Rinaldo pensa a come andarsene. Ma il recinto è chiuso da un muro altissimo, e dalla parte del castello c'è solo una grata di travi d'acciaio, così grosse che la spada non le scalfisce. Ora che si vede prigioniero, senza nessuna via di scampo, pensa che morirà di fame. Guardandosi attorno, però, vede per terra la grande lima portata da Angelica, e pensa che gliel'abbia mandata Dio.

Con quella lima sega la grata, e ormai gli manca poco per uscire quando le stelle scompaiono e comincia a fare giorno. Arriva un gigante, che appena lo vede non osa avvicinarsi e scappa gridando: «Aiuto! Aiuto!» Rinaldo intanto ha sfondato la grata, ma alle grida accorre tutta la gente crudele della rocca, e intorno a lui la mischia cresce: sono più di seicento.

La fine della Rocca Crudele ott. 30–36

Rinaldo non se ne preoccupa, nemmeno se fossero sei volte tanti. Davanti a tutti c'è proprio il gigante che l'aveva preso al laccio, il più falso vigliacco che si sia mai visto: Rinaldo lo sistema subito, con un colpo sotto le ginocchia che gli taglia le gambe. Poi si getta tra gli altri menando Fusberta, finché la piazza resta tutta per lui e i saraceni scappano.

La vecchia si è chiusa nel palazzo con molti dei suoi, e con lei c'è l'altro gigante. Rinaldo sfonda la porta, e il gigante, armato da capo a piedi, preso tra paura e vergogna, esce fuori e gli dà un gran colpo. Rinaldo ride: «Sono contento di farti questo onore: ti uccide il signore di Montalbano. All'inferno ti festeggeranno, perché ci troverai tanta compagnia, tutta mandata laggiù dalla mia Fusberta.» E con un colpo smisurato gli spacca la testa fino ai denti.

Gli altri fuggono, ma Rinaldo entra e li uccide. La vecchia spietata, seduta su un balcone alto cento piedi, appena lo vede si butta di sotto. «Va' al diavolo, che ti raccomando io!» le grida Rinaldo. Per farla breve, nel castello non resta anima viva.

Poi Rinaldo torna alla riva del mare. Sulla nave non vuole più salire, e cammina a piedi lungo la spiaggia, finché incontra una dama che si lamenta: «Povera me, disgraziata! Voglio morire...» Ma qui Turpino lascia questa storia, e torna a parlare del paladino Astolfo.

Il cavaliere dallo scudo d'oro ott. 37–48

Astolfo è partito dalla Francia da solo, in sella a Baiardo, con le armi dorate e la lancia d'oro. Ha attraversato la Germania, l'Ungheria, la Transilvania e la Russia Bianca, ed è arrivato alla Tana. Lì gira verso destra ed entra in Circassia, dove tutti sono in armi: il re circasso Sacripante ha cominciato una grande guerra contro Agricane, re di Tartaria.

Non combattono per vecchi odi, confini o gloria: la causa è l'Amore. Agricane vuole a ogni costo sposare Angelica, e lei preferirebbe morire. Così ha chiesto aiuto in ogni paese, a re e a piccoli baroni, e molte migliaia di uomini hanno preso le armi per lei; primo fra tutti Sacripante, innamorato pazzo di lei da tanto tempo, anche se lei lo ama poco. Ma è la grande disgrazia dell'amore, dice il poeta: non essere amati non fa passare la voglia di amare.

Sacripante, accampato con il suo esercito, ha ordinato che chiunque passi per le sue terre gli sia portato davanti, per arruolarlo se gli serve. Così gli presentano Astolfo, che non porta più l'insegna dei leopardi ma scudo e sopravveste dorati: in quel paese lo chiameranno sempre il cavaliere dallo scudo d'oro. Sacripante lo ammira e gli chiede: «Che paga vuoi, valoroso cavaliere?» «Tutto il tuo esercito» risponde Astolfo. «O mi prendi così, o niente: io so comandare, non obbedire. E se mi credi pazzo, legami il braccio sinistro dietro la schiena, e ti conquisterò l'esercito intero, da te fino all'ultimo garzone.»

Il re dice ai suoi baroni che gli dispiace per quel cavaliere che ha perso il senno, e che forse curandolo guarirebbe; gli altri rispondono: «Lasciamolo andare, da un matto c'è poco da guadagnare.» Così Astolfo se ne va. Ma Sacripante ha messo gli occhi sulle armi dorate e su Baiardo, e decide di seguirlo da solo per toglierglieli, convinto che sarà facile. Per non farsi riconoscere toglie la corona dall'elmo e lascia lo scudo e le insegne che porta di solito. È un re grande e robusto, fortissimo ed esperto di guerra: delle sue prodezze, promette il poeta, parleremo nella grande guerra di Albracca.

La cortesia di Astolfo ott. 49–57

Astolfo, che ha una giornata di vantaggio, cavalca solo quando incontra un saraceno che non ha uguali al mondo: Brandimarte, conte di Rocca Silvana, famoso in tutta la Pagania, maestro di tornei e di giostre e soprattutto cortese, con un cuore sempre acceso di nobile amore. Con lui c'è una fanciulla più bella di tutte le belle, che gli è cara quanto è bella.

Appena lo vede, Astolfo lo sfida: «Prendi campo, oppure lasciami la dama e va' per la tua strada.» «Per Macone, prima ci lascio la vita!» risponde Brandimarte. «Ma ti avverto: se ti butto giù, visto che una dama da portare non ce l'hai, ti prenderò il cavallo e andrai a piedi. E non mi sembra di farti un torto: tu non hai una dama, e vuoi prenderti la mia.»

I due prendono la rincorsa e si colpiscono a metà del sentiero. Brandimarte cade rovinosamente, e i due cavalli si scontrano testa contro testa: quello di Brandimarte muore sul colpo, mentre Baiardo non se ne accorge nemmeno. Del cavallo a Brandimarte importa poco, ma all'idea di perdere la sua dama, che ama più del proprio cuore, si dispera e sguaina la spada per trafiggersi il petto.

Astolfo capisce, scende subito da Baiardo e lo conforta: «Credi davvero che io sia così scortese da toglierti la persona che ami tanto? Ho combattuto per la vittoria e per la fama: a me l'onore, a te la dama.» Brandimarte, che un attimo prima voleva morire di dolore, ora piange di gioia e non riesce a dire una parola. Bacia i piedi e le gambe di Astolfo e, singhiozzando, dice: «Signore, la mia vergogna raddoppia, perché mi hai vinto anche in cortesia. Ma sono felice di questa vergogna: mi hai salvato la vita, e per te sarò sempre pronto a perderla.»

Sacripante resta a piedi ott. 58–63

Proprio allora arriva Sacripante, che appena vede la fanciulla decide di conquistare lei invece delle armi e del cavallo. E grida: «Chiunque di voi sia il cavaliere della dama, me la lasci e se ne vada, oppure combatta con me.» «Tu non sei un cavaliere, sei un brigante!» ribatte Brandimarte. «Tu sei a cavallo, io a piedi, e mi sfidi per derubarmi.»

Poi si inginocchia davanti ad Astolfo e lo prega di prestargli il suo cavallo. Astolfo, ridendo, gli risponde: «Il mio non te lo do per niente al mondo, ma il suo te lo regalo volentieri: lo conquisterò per te. Tuo sarà il cavallo, mio l'onore.» E a Sacripante dice: «Barone, prima di prenderti la damigella devi vedertela con me. Se ti butto giù di sella, te ne andrai senza cavallo; se mi abbatti tu, prenditi questo destriero, e della dama ti occuperai poi.»

«Dio Macone, quanto mi aiuti!» esulta Sacripante. «Guadagno in un colpo solo la dama, il destriero e l'armatura!» I due si lanciano l'uno contro l'altro, lance in resta, ma è Sacripante a cadere, e batte la testa sul prato. Astolfo lo lascia lì per terra e regala il suo cavallo a Brandimarte.

Il fiume dell'oblio ott. 64–71

«Avete mai sentito una storia più divertente?» ride Astolfo. «Credeva di levarmi di sella, e ora deve andarsene a piedi!» Ma la fanciulla li avverte: «Cavalieri, a tre miglia da qui c'è il fiume dell'oblio, e se non stiamo attenti stasera siamo perduti, perché il coraggio e le armi non servono: quell'acqua fa dimenticare all'uomo chi era.

Il fiume non si può attraversare, perché su ogni riva c'è un monte, e un muro unisce le due rocche. In mezzo, sotto una torre che fa la guardia al ponte, sta una dama che con una coppa lucente invita chiunque arrivi a bere l'acqua del fiume. Chi beve perde la memoria, tanto da dimenticare il proprio nome. E se qualcuno, per superbia, volesse passare il ponte con la forza, non potrebbe vincere, perché quella dama tiene sempre qualche cavaliere valoroso senza memoria, pronto a vendicarla. Sarebbe meglio tornare indietro.»

Ma i cavalieri non hanno paura, anzi non vedono l'ora di provare quell'avventura. Verso sera arrivano al ponte. La guardiana va loro incontro e, con aria gentile, li invita a bere. «Via, imbrogliona!» le grida Astolfo. «La tua arte malvagia è finita: il tuo inganno è scoperto, e devi morire.» La damigella lascia cadere la coppa di cristallo, e sul ponte divampa un fuoco così grande che passare è impossibile.

La dama di Brandimarte, che conosce tutti gli inganni di quella guardiana, prende per mano i due cavalieri e li guida lungo la riva, per un sentiero stretto, fino a un ponte che porta al giardino. Nessuno usa mai quella porta, ma lei la conosce bene.

Nel giardino di Dragontina ott. 72–79

Brandimarte butta giù la porta e appare il giardino incantato, dove sono rinchiusi tanti cavalieri: Orlando, il re Ballano, il saraceno Chiarione, Oberto dal Leone, Aquilante e suo fratello Grifone, il forte re Adriano e Antifor di Albarosia. Vanno in giro insieme senza riconoscersi, senza sapere chi sono né se sono cristiani o saraceni: tutti hanno perso la memoria per magia, per colpa di una dama ingannatrice che si chiama Dragontina.

Appena Astolfo e Brandimarte entrano scoppia una gran battaglia: il re Ballano e Chiarione, armati per Dragontina, li affrontano. Orlando, arrivato proprio quella mattina e ancora armato, sta ammirando la loggia, con il cavallo Brigliadoro legato a un cespuglio di rose. Ecco arrivare Dragontina: «Cavaliere, per amor mio, non vai a vedere che cos'è quel rumore?»

Orlando non pensa ad altro: salta in sella, abbassa la visiera e va alla mischia con la spada in pugno. Brandimarte ha già buttato a terra Chiarione e Astolfo ha abbattuto il re Ballano. Ma appena arriva Orlando, Astolfo riconosce la sua spada, Durindana, e grida: «Fiore e corona dei paladini! Sia lodato Dio! Non mi riconosci? Sono tuo cugino, ti ho cercato per tutto il mondo!»

Orlando non lo ascolta e non si ricorda di averlo mai visto: con furia gli vibra un colpo tremendo a due mani. Astolfo sarebbe morto, se Baiardo non fosse così intelligente e forte: nonostante il muro del giardino sia altissimo, lo supera con un salto solo. Orlando, deciso a prendere quel nemico, esce dal ponte e lo insegue; ma Brigliadoro, per quanto corra, non riesce a stare dietro a Baiardo. «Basta per ora» dice il poeta: «nel prossimo canto, se tornerete ad ascoltare, sentirete un'impresa straordinaria del duca Astolfo.»

Parole difficili

  • querella ott. 8: causa, interesse: «per la mia querella» vuol dire «per amor mio».
  • lima, che segava sorda ott. 10: lima che taglia il metallo senza far rumore.
  • cera impegolata ott. 10: cera impastata con la pece, appiccicosissima.
  • travo ott. 11: trave.
  • ritorte ott. 23: funi, legami.
  • cianza ott. 24: chiacchiera, scherzo.
  • accialin ott. 26: d'acciaio.
  • Tana ott. 37: il fiume Don, ai confini orientali dell'Europa.
  • Circasia ott. 38: la Circassia, regione tra il Mar Nero e il Caucaso.
  • soldo ott. 44: la paga di un soldato.
  • ragaccio ott. 45: garzone, servo di più basso grado.
  • Macone ott. 52: Maometto, che nei poemi cavallereschi i saraceni invocano come un dio.
  • afferante ott. 62: cavallo da battaglia.
  • pedone ott. 64: a piedi.
  • oblivïone ott. 64: oblio, dimenticanza.
  • vargava ott. 71: si varcava, si attraversava.
  • Brigliadoro ott. 75: il cavallo di Orlando.
  • visera ott. 76: visiera, la parte mobile dell'elmo che protegge il viso.

Il testo di Boiardo

79 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Odito aveti la sozza figura Che avea la fiera orribile e deserta, Qual con Ranaldo ha la battaglia dura, E come li ha di man tolto Fusberta. E lui lasciamo in quella gran paura, Chè bisogna che altrove io mi converta: Or de una dama lo amoroso caldo Contar conviensi, e poi torno a Ranaldo.

2

Voi vi doveti, segnor, racordare Di Angelica, la bella giovanetta, E come Malagise ebbe a lasciare; E giorno e notte stava alla vedetta. Or quanto gli rencresce lo aspettare, Sappialo dir colui che il tempo aspetta: Dico che aspetta promessa d’amore, Perchè ogni altro aspettare è rose e fiore.

3

Ella guardava verso la marina, Verso la terra, per monte e per piano; Se alcuna nave vede, la meschina, O scorge vela molto di lontano, Lei, compiacendo a sè stessa, indivina Che dentro vi è il segnor di Montealbano; Se vede in terra bestia, over carretta, Sopra di quella il suo Ranaldo aspetta.

4

Et ecco Malagise a lei ritorna (E già non ha Ranaldo in compagnia), Pallido, afflitto e con barba musorna: Gli occhi battuti alla terra tenia; Non ha di drappo la persona adorna, Ma par che n’esca alor di pregionia. La dama, che in tal forma l’ebbe scorto, — Ahimè, cridava, il mio Ranaldo è morto!

5

— Anzi non è già morto per ancora, Rispose Malagise alla donzella; Ma non puotrà già far lunga dimora, Che non sia occisa la persona fella. Che maledetto sia quel giorno e l’ora Che fece una alma sì de amor ribella! Poi conta tutto a lei, di ponto in ponto, Come alla rocca crudel l’avea gionto;

6

E come ad ogni modo vol che ’l mora, E che quel mostro l’abbia divorato. Non domandati se la dama acora, Che quasi il spirto al tutto li è mancato. Ella parea di vita al tutto fora, Con gli occhi vòlti e col viso agiacciato; Ma, poi che fu tornata in suo vigore, A Malagise disse: Ahi traditore!

7

Traditor, crudo, perfido, ribaldo, Che ancora ardisci a dimorarmi a canto, Et hai condotto il tuo cugin Ranaldo Vicino a morte, con periglio tanto! Ma se l’aiuto non gli dài di saldo, Non ti valran demonii, nè tuo incanto; Chè incontinente ti farò bruciare, E la tua polver giettarò nel mare.

8

Non pigliar scusa, falso truffatore, De aver ciò fatto per la mia querella. Ora non era partito megliore Che, avendo uno a morire, io fossi quella? Lui di beltate e di prodezza è il fiore, Io vile e sciagurata feminella. Ma, oltra a questo, non debbi pensare Che senza lui io non puotria campare?

9

Diceva Malagise: Ancor soccorso, Volendo tu, se li potrà donare; Ma te bisogna prender questo corso, E tu sia quella che il vada a campare; Che, benchè sia crudel più che alcuno orso, A suo dispetto converratti amare; Sì che spazzati pure e sii ben presta, Chè nostra indugia forse lo molesta.

10

Così dicendo li porgie una corda, Di lacci ad ogni palmo ragroppata, E una gran lima, che segava sorda, E uno alto pan di cera impegolata: Come le debbia adoprar, li racorda. Angelica dal vento è via portata, Sopra a un demonio, che ha la faccia nera; A Crudel Rocca gionse quella sera.

11

Ora voglio a Ranaldo ritornare, Che era condutto a caso tanto scuro, Che della morte non potea campare: Perduto ha il brando, che ’l facea sicuro. Fuggendo intorno, ogni cosa ha a guardare; Et ecco avanza, quasi a mezo ’l muro, Un travo fitto dece piedi ad alto. Prese Ranaldo un smisurato salto,

12

E gionse al travo, e con la man l’ha preso, Poi con gran forza sopra li montava; Così tra celo e terra era sospeso. Or quel monstro crudel ben furïava; Avenga che sia grosso e di tal peso, Spesso vicino a Ranaldo saltava, E quasi alcuna volta un poco il tocca: Pare a Ranaldo sempre esserli in bocca.

13

Era venuta già la notte bruna. Stassi Ranaldo a quel legno abracciato, Nè scia veder qual senno, o qual fortuna Lo possa di quel loco aver campato. Et ecco, sotto il lume de la luna, Però che era sereno e il cel stellato, Sente per l’aria non scia che volare: Quasi una dama ne l’ombra li pare.

14

Angelica era quella, che venia Per dar soccorso al franco cavalliero; Poi che in faccia Ranaldo la vedia, Giettarsi a terra prese nel pensiero, Perchè tanto odio a quella dama avia, Che più non li dispiace il monstro fiero: Ello esser morto stima minor pene Che veder quella che a campare il viene.

15

Ella si stava ne l’aria sospesa, E ingenocchiata diceva: Barone, Sopra d’ogni altra doglia il cor mi pesa Che tu sia gionto qui per mia cagione. Ben ti confesso ch’io son tanto accesa, Ch’io potrebbi uscir fuor d’ogni ragione; Ma che nocer potessi a tua persona, Questo pensiero al tutto lo abandona.

16

Fu la mia stima che con tuo diletto, Con apiacere e riposo e con zoglia Fussi condotto avanti al mio cospetto; Ora te vedo de cotanta noglia E da periglio estremo sì constretto, Che quasi mi ne uccido di gran doglia; Ma sia ogni timor pur da te rimosso, Ch’io il seppi ad ora che campar ti posso.

17

Non te rincresca de venirmi in braccio, Che via per l’aria te possa portare. Vedrai di terra uno infinito spaccio Sotto a’ tuoi piedi in un punto passare; Te potrai far de un alto disio saccio, Se mai ti venne voglia di volare. Vien, monta sopra a me, baron gagliardo: Forse non son peggior del tuo Baiardo.

18

Era Ranaldo tanto addolorato, Che con gran pena la puoteva odire. Pur li rispose: Per lo Dio beato, Più son contento di dover morire, Che per tuo mezo vederme campato; E quando non ti vogli pur partire, Di questo loco me voglio giettare: Or statte e vanne, e fa come ti pare.

19

Non crediati che sia maggior iniuria Che, alla donna che chiede, esser sprezzata. Tutte hanno in odio che la sua luxuria Gli possa essere in viso improperata; Ma questa dispettosa e trista furia Angelica non mosse in questa fiata: Tanto portava a quel barone amore, Che ogni sua ingiuria a lei parea minore.

20

Ella rispose: Io farò il tuo volere, E se altro far volessi, io non potrei; S’io pensassi morendo a te piacere, Adesso con mia man me occiderei. Ma tu m’hai bene in odio oltra al dovere! A ciò me en testimonii omini e Dei; Sol il sprezarmi è ’l mal che mi pôi fare, Ma che io [non] te ami, non me pôi vetare.

21

Così dicendo nel campo discende, Ove rugiava lo animal spietato, E la corda alaciata giù distende, Poi quel pan della cera ebbe giettato. Quel crudel monstro in bocca presto il prende: L’un dente e l’altro insieme è impegolato; Mugia saltando e cerca uscir de impaccio: Al primo salto fu gionto nel laccio.

22

Così legato il lasciò la donzella, E lei si dipartì subitamente. Era levata già la chiara stella Che vien davanti al sole in orïente: Vede Ranaldo quella bestia fella, Che ha la bocca di pece piena e il dente; È poi legata per cotal maniera, Che mover non si può dal loco ove era.

23

Subitamente salta gioso al piano, Dove è la fiera fera di natura, Che facea un crido tant’orrendo e strano, Che al mur de intorno potea far paura. Ranaldo prende sua Fusberta in mano, E de assalire ’l monstro si assicura; Ma quella bestia si scote sì forte, Che par che debbia romper le ritorte.

24

Ranaldo non li lascia prender fiato, Or lo ferisce in capo, or nella panza, Or da il sinestro, ora da il destro lato; Il ferir de quel mostro era una cianza. Egli avrebbe una pietra, un fer tagliato, Ma quella pelle ogni durezza avanza. Per ciò non è Ranaldo sbigotito, Ma subito pigliò questo partito:

25

A quella bestia salta sopra al dosso, La gola ad ambe man gli ebbe a pigliare, E le genocchie strengie a più non posso: Mai non se vide il più fier cavalcare. Era il barone in faccia tutto rosso: Quivi ogni suo valor convien mostrare; E quivi più che altrove l’ha mostrato, Chè con le mani il mostro ha strangolato.

26

Poi che la bestia al tutto è suffocata, Pensa Ranaldo della sua partita; Ma quella piazza intorno era serrata De un grosso muro e de altezza infinita. Sol di verso il castello era una grata, Che de travi accialin tutta era ordita; Ben la assagiò Ranaldo con la spata, Ma troppo è sua grossezza smisurata.

27

Ora Ranaldo se vide pregione, Che già di questo non pensava in prima, E del suo scampo manca ogni ragione, Chè di morir di fame lui se estima. Guarda d’intorno per ogni cantone, Et ha veduta in terra la gran lima, La lima che la dama avea portata; Stima il baron che Dio l’abbia mandata.

28

Con quella lima la pregione apriva, E poco manca che non possa uscire. Ciascuna stella nel cel se copriva, E cominciava il giorno ad apparire; Et eccoti un gigante quivi ariva, Ma de venire a lui non ebbe ardire; Anzi, come il barone ebbe veduto, Fugge, forte cridando: Aiuto! aiuto!

29

In questo avea Ranaldo sbarattato Tutto il serraglio, e quella grata aperta; Ma per il crido di quel smisurato Gionge la gente crudele e diserta. E già Ranaldo fuora era saltato; Or li conviene adoperar Fusberta, Chè intorno a lui de gente crescìa il ballo: Già son più che seicento senza fallo.

30

Nulla ne cura quel franco barone, Se ben sei tanto fosse il populaccio. Davanti a gli altri stava un gigantone, Quel proprio che Ranaldo prese al laccio. Mai non fu visto il più falso poltrone; Ma ben presto Ranaldo gli diè il spaccio: Sotto il genocchio un colpo li disserra, E senza gambe il fie’ cadere in terra.

31

Quivi lo lascia, e tra gli altri se caccia, E sua Fusberta mena con ruina; Presto a lui sol rimase quella piaccia, Via ne fuggia la gente saracina. Chi senza capo va, chi senza braccia, Piena è di sangue la piaza meschina. La vecchia nel palazo era serrata, E dentro ha con lei molta brigata.

32

L’altro gigante ancora è dentro chiuso; Gionge Ranaldo, e già non sta a guardare; Rompe la porta e favi entro un gran buso, Poi con la man la prende a dimenare. Il gran gigante se vede confuso, Tema e vergogna il fanno dubitare. Da capo a piedi egli era tutto armato: Apre la porta, e fuora fu saltato.

33

E nella gionta mostra molto ardire, Sopra a Ranaldo un gran colpo ha donato. Ridendo quel baron li prese a dire: Io son contento di averti onorato. Il sir de Montealban te fa morire: Giù nello inferno tu serai lodato; Chè ben lì trovarai gran compagnia, Che io lì ho mandato con Fusberta mia.

34

Così dicendo quel baron valente Mena un gran colpo fuor de ogni misura, Fende al gigante il capo insino al dente; Or fuggon gli altri tutti con paura. Intra Ranaldo, e occide l’altra gente; Ma quella vecchia dispietata e scura Stava assettata sopra de un balcone; Giù si giettò, come vide il barone.

35

Ben cento pedi quel balcone era alto: Se la vecchia se occise, io nol domando. Quando Ranaldo vide quel gran salto, Va, disse, al diavol, ch’io te racomando. Fatta è la sala già di sangue un smalto: Sempre mena Ranaldo intorno il brando. Acciò che tutto il fatto a un ponto scriva, Non rimase al castello anima viva.

36

Da poi se parte, e torna alla marina: Non ha più voglia nel naviglio entrare, Ma così a piedi nel litto camina; Et una dama venne a riscontrare, Che dicea: Lassa! misera! tapina! La vita voglio al tutto abandonare... Ma parlar più di ciò lascia Turpino, E torna a dir de Astolfo paladino.

37

Era partito Astolfo già di Franza: Baiardo il buon destrier menato avia; L’arme ha dorate, e dorata ha la lanza, E va soletto e senza compagnia. Già passato ha il paese di Maganza, E già Lamagna grande e la Ongaria; Passa il Danubio nella Transilvana, La Rossia bianca, et è gionto alla Tana.

38

Alla man destra volta giuso al basso, E ne la Circasia fece la intrata. Or quella regïone era in conquasso, Tutta la gente se vedeva armata; Però che Sacripante, il re circasso, Una gran guerra aveva incominciata Contra Agricane, re di Tartaria; L’uno e l’altro segnor gran possa avia.

39

La cagione era di questo rumore Non odio antiquo o zelosia di stato, Nè lo confin di regno, o disonore, Nè lo esser per vittoria reputato; Ma l’arme li avea posto in mano Amore, Perchè Agricane al tutto è destinato Angelica per moglie di ottenire: Essa ha proposto più presto morire.

40

Et ha mandato in ogni regïone, Presso e lontano, e per ogni paese; O sia re grande, o sia picciol barone, Invita ciascaduno a sue diffese; E già molte migliaia di persone, Per aiutar la dama, han le armi prese; Ma prima assai de gli altri, Sacripante, Che lungamente li era stato amante.

41

Egli era innamorato oltra a misura Della donzella, e lei lui poco amava; Ma questa è più d’amor la gran sciagura, Che il non essere amato non disgrava. Or, per non far più lunga la scrittura, Re Sacripante sua gente adunava, E già se stava nel campo attendato, Quando li venne Astolfo apresentato;

42

Perchè aveva quel re fatto ordinare Per ogni passo e per ogni sentiero Dove persone potea capitare, Che ciascun, paesano o forastiero, Avanti a lui se debba appresentare; E se de lui li faceva mestiero, Con bono accordio seco il retenia; Non se accordando, andava alla sua via.

43

Venne Astolfo da lui sopra Baiardo, E fu da Sacripante assai mirato; E ben lo stimò fior de ogni gagliardo, Tanto lo vede gentilmente armato. Già non aveva la insegna da il pardo, Ma sopravesta e scudo avea dorato; E perciò sempre per quel tenitoro Nomossi il cavallier da il scudo d’oro.

44

Disseli Sacripante: Sir valente, Che soldo chiedi per la tua persona? Rispose Astolfo: Tutta la tua gente, Quanta ne è in campo sotto tua corona. Altro partito non voglio nïente: Così mi piglia, o così me abandona; In altro modo non sapria servire, Perchè io scio comandar, non obedire.

45

Ma acciò che pensi se me la dei dare (Perchè forse me stimi per un paccio), Voglio una prova nel presente fare: Che me leghi di dietro il manco braccio; Questo exercito poi voglio pigliare, Da tua persona a l’ultimo ragaccio; E perchè meraviglia non te mova, Adesso adesso ne farò la prova.

46

Il re, rivolto a’ soi baron, dicia Che li incresciva di quel cavalliero, Che a tal partito il senno perso avia; E che potrebbe anco esser de legiero Che lo intelletto li ritornaria, Quando di lui se pigliasse pensiero. Altri diceva: Deh! lasciamlo andare! Poco de un paccio se può guadagnare.

47

E così Astolfo fu licenzïato, E via cavalca senza altro pensiero. Quel re di Circasia molto ha guardato L’arme dorate e Baiardo il destriero; E ne l’animo suo si ha destinato De andar soletto dietro al cavalliero: Poca fatica a quello alto re pare L’arme ad Astolfo e quel caval levare.

48

De sopra a l’elmo trasse la corona, Chè già non voleva esser cognosciuto; Lo usato scudo e le insegne abandona. Era questo re grande e ben membruto, E forte a meraviglia di persona, Molto avisato in guerra e proveduto: Ma poi racontaremo sue prodece Nella gran guerra che a Albraca se fece.

49

Lui segue Astolfo, come è sopra detto, Che era davanti bene una giornata, E cavalcava via tutto soletto. Et ecco scontra a mezo della strata Un Saracin, che un altro sì perfetto Non ha la terra, che è dal mar voltata; Sua gran virtù conviene che se scopra A quella guerra ch’io dissi di sopra.

50

Quel saracino ha nome Brandimarte, Et era conte di Rocca Silvana; In tutta Pagania per ogni parte Era sua fama nobile e soprana. Di torniamenti e giostra sapea l’arte; Ma, sopra tutto, la persona umana Era cortese, e il suo leggiadro core Fu sempre acceso di gentile amore.

51

Costui menava seco una donzella, Alor che con Astolfo se scontrava, Che tanto cara gli è quanto era bella, E di bellezza le belle avanzava. Or come Astolfo il vide in su la sella, Subitamente a giostra lo invitava: Prendi del campo, Astolfo li dicia, Over lascia la dama, e va a tua via.

52

Diceva Brandimarte: Per Macone, Prima vi voglio la vita lasciare; Ma io te aviso, franco campïone, Poi che donzella non hai a menare, Che, se io te abato, te torò il ronzone, E converratti a pedi caminare; E già non stimo farti villania: Tu non hai dama, e vôi tormi la mia.

53

Aveva quel barone un gran destriero, Che fu ben certo delli avantaggiati. Or volta l’uno e l’altro cavalliero, Da poi che insieme fôrno desfidati; E ritrovârsi al mezo del sentiero, E de gran colpi se fôrno atrovati. Ma Brandimarte cadde con tempesta, E scontrarno e’ destrier testa per testa.

54

Morì quel del barone incontinente: Baiardo non curò di quella urtata. Ciò non estima il cavallier valente; Ma di perder la dama delicata Al tutto se dispera nella mente, Chè più che ’l proprio cor l’aveva amata. Poi che ha perso ogni bene, ogni diletto, Trasse la spada per darse nel petto.

55

Astolfo, che a quello atto ben comprese Che il cavallier moriva disperato, Subitamente di Baiardo scese, E con parole assai l’ha confortato. Credi, diceva, ch’io sia sì scortese, Ch’io te toglia quel ben che hai tanto amato? Teco giostrai per vittoria e per fama: Mio sia l’onore, e tua sia questa dama.

56

Il cavallier che a piedi l’ascoltava, E prima di dolor volea morire, Or di tanta allegrezza lacrimava, Che non poteva una parola dire, Ma e’ piedi al duca e le gambe baciava, E forte singiottendo disse; Sire, Or se radoppia la vergogna mia, Poi ch’io son vinto ancor di cortesia.

57

Et io ben son contento tutta fiata Di avere ogni vergogna per tuo onore; Tu m’hai la vita al presente campata: Sempre perder la voglio per tuo amore. Io non posso mostrarti mente grata, Chè di servirti non aggio valore; E tu sei de ogni cosa sì compiuto, Che l’altri servi, e tu non chiedi aiuto.

58

Mentre che stanno in questo ragionare, Re Sacripante ariva alla foresta; E quando la fanciulla ebbe a mirare, Destina di lasciar la prima inchiesta, Chè quella dama volìa conquistare, Fra sè dicendo: Oh che ventura è questa! Io feci aviso avere arme e destriero; Or far meglior guadagno è di mestiero.

59

Con alta voce crida il Saracino: Di qualunche di voi la dama sia, A me la lascia, e vada al suo cammino, O che si prova alla persona mia. — Tu non sei cavallier, ma sì assassino, Il franco Brandimarte li dicia, Chè tu sei su il destriero, io sono a piedi, Et a robarme a battaglia mi chiedi.

60

E poi a[d] Astolfo se ebbe ingenocchiare, E li dimanda con ogni preghere Che il suo destrier li piaccia di prestare. Ridendo Astolfo con piacevol ciere Disse: Il mio per nïente non vo’ dare, Ma il suo ti donerò ben voluntiere; E guadagnar lo voglio per tuo amore: Tuo fia il cavallo, e mio serà l’onore.

61

A Sacripante poi disse: Barone, Prima che acquisti questa damigiella, Convienti fare un’altra questïone; E se io ti gietto fora de la sella, Io te farò partir senza ronzone; Se tu me abbatti, serò pure a quella, E tu te pigliarai questo destriero; Poi della dama a te lascio il pensiero.

62

O Dio Macon, diceva Sacripante, Quanto aiutarme tua mente procura! Per l’arme venni e per quello afferante, E trovai questa bella creatura! Et ora mi guadagno in uno instante La dama col destriero e l’armatura! Così dicendo da Astolfo si scosta, E, vòlto, disse a lui: Vieni a tua posta.

63

Ora son mossi con molto furore; Nel corso ciascadun sua lancia aresta: L’un se crede de l’altro esser megliore, E vannose a ferir con gran tempesta. Ma Sacripante cadde con dolore, Sopra del prato percosse la testa. Astolfo quivi in terra lo abandona: Il suo destriero a Brandimarte dona.

64

— Odisti mai più piacevol novella, Diceva Astolfo, di questo barone, Che se credette levarmi di sella, Et esso ne convien andar pedone? Così ne va parlando; e la donzella Gli dice: Il fiume della oblivïone È qui davanti; sicchè, cavallieri, Pigliati al nostro aiuto bon pensieri.

65

Se ogni om de noi non è cauto e prudente, Noi siam tutti perduti questa sera; Lo ardir, nè l’arma non varrà nïente, Chè qui presso a tre miglia è una rivera, Che trà l’omo a sè stesso de la mente: Non se può racordar più quel che egli era. Onde io mi penso che assai meglio sia Tornare a dietro e lasciar questa via;

66

Chè la rivera non si può passare, Perchè ciascuna ripa ha uno alto monte; Da l’uno a l’altro una muraglia appare, Che le due rocche tiene insieme agionte. Stavi una dama nel mezo a mirare, Sotto una torre, ch’è in guardia del ponte; Con una coppa lucida e pulita, Ciascun che ariva, a ber del fiume invita.

67

Come ha bevuto, perde ogni memoria, Tanto che il proprio nome ha smenticato; Ma se alcun più superbo, per sua boria, Volesse a forza il ponte esser passato, Seria impossibil lu[i] acquistar vittoria, Chè sempre alcun barone appregïato Tien quella dama fuora d’intelletto, Per far vendetta d’ogni suo dispetto.

68

Con tal parole la dama procura Che il suo vïaggio si debba mutare. Ciascun de’ cavallier non ha paura, Et ha diletto tal cosa trovare; E per veder questa strana ventura, De esser là gionti mille anni li pare; E cavalcando, vicino alla sera Gionsero al ponte sopra alla rivera.

69

La damisella ch’era guardïana, A loro incontra sopra al ponte è gita, E con gentil sembiante, in voce umana, A ber del fiume ciascadun invita. Ahi! disse Astolfo. Via, falsa, puttana! Chè l’arte tua malvaggia è pur finita: Morir convienti, tientene ben certa, Chè la tua fraude al tutto è discoperta.

70

La damisella che il parlare intese, Lascia cader il cristal che avea in mano. Un sì gran foco nel ponte se accese, Che il volervi passar serebbe vano. L’altra donzella ben quello atto intese, Et ambi i cavallier prese per mano: L’altra dama, dico io, di Brandimarte, Che scia di questa ogni malizia et arte.

71

Lei prese a mano ciascun cavalliero, E quanto ne pô gir, tanto ne andava, Drieto alla ripa, per stretto sentiero. L’acqua incantata quivi si vargava Sopra de un ponte, che passa al verziero. Per altrui quella porta non se usava, Ma la nova donzella, che è ben scorta, Di questo incanto sapea quella porta.

72

Brandimarte gettò la porta in terra, E già se vede quel falso giardino, Che tanti cavallier dentro a sè serra. Quivi era chiuso Orlando paladino, E il re Ballano, quel mastro di guerra, E Chiarïone, il franco saracino; Era lì dentro Oberto dal Leone, Con Aquilante e il suo fratel Grifone.

73

Eravi ancora il forte re Adriano, Et eravi Antifor de Albarosia; Non cognoscon l’un l’altro, e insieme vano, Nè sapria dire alcun quel che lui sia, Nè se egli è saracino, o cristïano: Tutti son persi per negromanzia. Tutti li ha persi quella falsa dama, Che Dragontina per nome se chiama.

74

Or se incomincia una gran questïone, Chè Astolfo e Brandimarte sono entrati. Il re Ballano e il forte Chiarïone Per Dragontina stan quel giorno armati. Adrïano trafiero e ogni barone Son tutti insieme, li altri smemorati: Tutti en nel prato, il conte Orlando excetto, Che la logia mirava per diletto.

75

Era ancor tutto armato il cavalliero, Perchè gionto era pur quella matina; E Brigliadoro, il suo franco destriero, Legato è tra le rose ad una spina. Lui de altra cosa non avea pensiero; Et eccoti qui gionge Dragontina, Dicendo: Cavallier, per lo mio amore Non anderai dove odi quel rumore?

76

Altro non pensa il cavallier soprano, Salta in arcione e la visera serra: Alla zuffa ne va col brando in mano. Già Brandimarte ha Chiarïon per terra, Et Astolfo ha abbattuto il re Ballano, Et a cavallo e a pedi se fan guerra. Ma, come prima gionse il conte Orlando, Cognobbe Astolfo Durindana el brando;

77

E crida forte: O cavallier pregiato, Fiore e corona de ogni paladino! Oh sempre Dio del cel ne sia lodato! Non me cognosci ch’io son tuo cugino, Che tanto per il mondo te ho cercato? Chi te condusse per questo giardino? Il conte de nïente non lo ascolta, Nè se ricorda vederlo altra volta;

78

Ma con gran furia e senza alcun riguardo Un grandissimo colpo a due man mena; E se non fosse che il destrier Baiardo È di tal senno e di cotanta lena, Serebbe ucciso quel duca gagliardo, Chè morto l’avria Orlando con gran pena: Ben che il mur del giardin fosse molto alto, Baiardo a un tratto lo passò de un salto.

79

Orlando fuor del ponte se ne uscia, Chè quel nemico al tutto vol pigliare; E benchè Brigliador forte corria, Già con Baiardo non puotea durare, Ma pur lo segue quanto più puotia. Or non più adesso per questo cantare; Ne l’altro avreti, se tornati a odire, Del duca Astolfo un smisurato ardire.