Libro I · Canto XII
Tre amanti cortesi
In viaggio con Rinaldo, la dama racconta la storia di Prasildo, innamorato di Tisbina, e di una promessa che rischia di far morire tre persone.
In breve
Per far passare il tempo mentre attraversano una selva immensa, la dama che accompagna Rinaldo gli racconta una storia accaduta a Babilonia. Prasildo, nobile cavaliere, si innamora di Tisbina, che però ama il suo Iroldo. Per salvare Prasildo dalla disperazione, Tisbina gli promette il suo amore se le porterà un ramo del Tronco del Tesoro, un albero magico custodito da Medusa: un'impresa che sembra impossibile. Ma Prasildo, con l'aiuto di uno specchio, ci riesce.
Tisbina e Iroldo, disperati, decidono di bere il veleno: lei manterrà la promessa e poi morirà con lui. Quando Prasildo scopre la verità, scioglie Tisbina dal giuramento e si prepara a morire anche lui. Ma il medico rivela che quel «veleno» era soltanto un sonnifero. Allora Iroldo, vinto dalla cortesia di Prasildo, gli lascia Tisbina e parte per sempre. La storia finisce, e nella selva risuona un urlo spaventoso.
Ascolta il canto
Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
Rinaldo e la dama di Brandimarte dovevano attraversare una foresta immensa, larga cento leghe. Per far passare il tempo, la dama gli raccontò una storia vera, successa nella città di Babilonia.
Lì viveva un cavaliere di nome Iroldo, che amava la bella Tisbina, e lei amava lui. Vicino a loro abitava Prasildo, un barone generoso e coraggioso. Un giorno, durante un gioco in un giardino, Prasildo si innamorò di Tisbina. Da allora non dormiva più, diventò pallido e magro, e andava a piangere da solo in un boschetto.
Una mattina Iroldo e Tisbina lo sentirono lamentarsi e provarono tanta pena per lui. Così Tisbina ebbe un'idea. «Prasildo, se mi porterai un ramo del Tronco del Tesoro, ti prometto il mio amore.» Il Tronco del Tesoro era un albero magico, con i rami d'oro e i frutti di smeraldo. Cresceva in un giardino lontanissimo, custodito da una fanciulla di nome Medusa: chi la guardava dimenticava tutto. Tisbina e Iroldo speravano che, durante il lungo viaggio, Prasildo si dimenticasse di lei.
Ma Prasildo partì deciso. Lungo la strada un vecchio pellegrino gli diede un consiglio: «Copriti il viso con uno specchio.» Quando arrivò sotto l'albero, Medusa alzò gli occhi e vide il suo riflesso. Era bellissima, ma nello specchio credette di avere una faccia di serpente! Spaventata, volò via. Prasildo si arrampicò sull'albero e staccò il ramo d'oro.
Quando tornò a Babilonia, Tisbina e Iroldo si disperarono: la promessa andava mantenuta, ma loro non volevano separarsi. Allora chiesero a un vecchio medico una bevanda che credevano velenosa, e la bevvero tutti e due.
Tisbina andò da Prasildo e gli raccontò tutto, piangendo. Prasildo restò senza parole. «Non ho mai voluto il tuo dolore» disse. «Ti libero dalla promessa.» Poi si chiuse nella sua camera, disperato.
Ma ecco arrivare il vecchio medico, con una notizia sorprendente. «Non ho dato a Tisbina nessun veleno. Era solo una bevanda per dormire: fra cinque ore si sveglierà!» Prasildo corse a dirlo a Iroldo, che vegliava Tisbina addormentata.
Iroldo fu così colpito dalla gentilezza di Prasildo che volle ricambiarla. Si fece da parte e partì da Babilonia per sempre. Quando Tisbina si svegliò pianse molto, ma alla fine sposò Prasildo.
La dama stava ancora parlando quando, dal fondo del bosco, arrivò un urlo altissimo e spaventoso. Lei diventò pallida come un lenzuolo. Di chi era quella voce? Il poeta lo rivela solo nel prossimo canto.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
In groppa nella selva ott. 1–4
Ho raccontato abbastanza di battaglie crudeli, dice il poeta: ora parlerò dolcemente d'amore. Ricordatevi dove avevo lasciato Rinaldo.
La damigella scende da cavallo e vuole regalargli il suo palafreno. «Mi offendi, invitandomi a una simile villania» protesta Rinaldo; ma lei ribatte che non lo lascerà mai andare a piedi. Alla fine Rinaldo monta in sella e la porta in groppa. All'inizio la dama è un po' spaventata, perché teme per il suo onore; ma dopo un giorno intero di cavalcata in cui Rinaldo non le ha mai parlato d'amore, si tranquillizza e gli dice: «Cavaliere, ora dobbiamo entrare in una selva che è larga cento leghe. Perché il viaggio ti pesi meno, ti racconterò una storia vera, accaduta a Babilonia, dove ancora tutti la conoscono.»
Prasildo si innamora ott. 5–12
A Babilonia viveva un cavaliere di nome Iroldo, che amava una dama di nome Tisbina ed era riamato quanto Tristano dalla regina Isotta: dalla sera alla mattina pensava solo a lei. Vicino a loro abitava Prasildo, il barone più stimato della città, e a ragione: generoso, valoroso, spendeva tutte le sue ricchezze per farsi onore, era piacevole nelle feste, fiero in battaglia, elegante in amore.
Un giorno Prasildo viene invitato in un giardino dove Tisbina gioca con altri a un gioco curioso: uno tiene la testa china in grembo a lei e una mano aperta dietro la schiena, gli altri gli battono sulla mano e lui deve indovinare chi l'ha colpito. Tisbina invita Prasildo a giocare, e ben presto tocca a lui mettersi con la testa in grembo a lei. Sente nel cuore un fuoco che non avrebbe mai immaginato, e fa di tutto per non indovinare, perché ha paura di doversi alzare.
Finito il gioco, la fiamma non lo lascia più: lo tormenta di giorno e ancora di più di notte. Perde il colore, perde il sonno, si gira e rigira nel letto, che gli sembra più duro di un sasso. Non pensa più ai cavalli e ai cani da caccia che tanto gli piacevano: ora organizza feste e banchetti, compone versi e canta, partecipa a giostre e tornei con splendidi destrieri. Era già cortese, ma ora lo diventa cento volte di più, perché l'amore fa crescere ogni virtù: «In vita mia» dice la dama «non ho mai visto un bene diventare un male per colpa dell'amore.»
Prasildo dispera ott. 13–22
Prasildo trova una messaggera, amica di Tisbina, che la assedia mattina e sera senza scoraggiarsi per i rifiuti. «Bella dama, cogli la tua fortuna» le dice. «Ti ama un barone che non ha uguali, e forse un giorno rimpiangerai questo tempo, perché la buona sorte non dura per sempre. La giovinezza va goduta, perché passa in un attimo: come il sole scioglie la neve, come una rosa perde il colore in un giorno, così fugge l'età, veloce come un lampo.» Ma tutto è inutile: Tisbina è altera, come capita spesso alle belle, e non si piega né alle preghiere né alla pietà.
Prasildo intanto si consuma come le viole nel freddo, come il ghiaccio al sole, e ormai spera solo nella morte. Non fa più feste, odia ogni divertimento e anche se stesso; è pallido e magro, irriconoscibile. Il suo unico sfogo è uscire dalla città e andare da solo in un boschetto a lamentarsi del suo amore crudele.
Una mattina Iroldo va a caccia proprio in quel boschetto, insieme a Tisbina, e tutti e due sentono un pianto disperato. È Prasildo, che si lamenta con parole così dolci da spezzare di pietà anche un sasso: «Ascoltatemi voi, fiori e boschi, sole, stelle e luna, poiché quella crudele non mi ascolta più: con queste ultime parole metterò fine al mio lungo tormento. Così farò contenta quella superba, a cui la mia vita dispiace tanto: le piace veder morire chi la serve, e io mi ucciderò per farle piacere. Ma la mia morte resti nascosta in questi boschi, perché nessuno possa accusarla di crudeltà: io l'amo, anche se è crudele, e l'amerò anche da morto.»
Così dicendo, pallido per la morte vicina, sfila la spada dal fianco, chiamando sempre il nome di Tisbina: con quel bel nome sulle labbra gli sembra di andare in paradiso.
L'impresa impossibile ott. 23–31
Iroldo, con il viso rigato di lacrime per la pietà, si mette d'accordo con Tisbina per rimediare. Lui resta nascosto, e lei arriva come per caso, fingendo di non aver sentito niente. Vedendo Prasildo disteso tra i rami si ferma, come sorpresa, e gli dice: «Prasildo, se mi ami come mi hai dimostrato, non abbandonarmi in questo momento, perché altrimenti non posso salvarmi. Se non fossi in pericolo di perdere la vita e l'onore non te lo chiederei, perché non c'è vergogna più grande che chiedere aiuto a chi si è trattato male. Sono stata spietata con te, ma ti sarò grata: te lo prometto sulla mia fede.
Oltre la selva di Barbaria c'è un bel giardino con le mura di ferro e quattro porte: una è della Vita, una della Morte, una della Povertà e una della Ricchezza, e chi entra da una deve uscire da quella opposta. In mezzo c'è un albero altissimo, alto quanto può salire una freccia, che quando fiorisce butta perle: si chiama il Tronco del Tesoro, ha i rami d'oro e i frutti di smeraldo. Io ho bisogno di un suo ramo, altrimenti sono perduta. Ora vedrò se mi ami davvero. Se mi farai questo favore, ti amerò più di quanto tu abbia amato me, e sarò tua: puoi starne certo.»
Sentendosi dare tanta speranza, Prasildo promette tutto senza paura: avrebbe promesso anche le stelle, il cielo, la terra e il mare. Senza indugiare si mette in cammino, vestito da pellegrino. In realtà, spiega la dama, Iroldo e Tisbina lo mandano al giardino che chiamano l'Orto di Medusa sperando che il lungo viaggio gli tolga Tisbina dalla mente. E se anche ci arrivasse, all'ombra del Tronco del Tesoro c'è una fanciulla, Medusa: chi vede il suo bel viso dimentica il motivo del suo viaggio, e chi la saluta, le parla, la tocca o le siede accanto dimentica tutto il suo passato.
Il giardino di Medusa ott. 32–41
Prasildo cavalca da solo, o meglio in compagnia dell'Amore. Attraversa in nave il braccio del Mar Rosso, poi tutto l'Egitto, e sui monti di Barca incontra un vecchio pellegrino a cui racconta il motivo del suo viaggio. «Ti ha portato qui la fortuna» gli dice il vecchio. «Non avere paura: ti farò conquistare quel ramo. Le porte della Vita e della Morte non si usano: da Medusa si arriva solo passando dalla Povertà. Chi la guarda perde la memoria, ma se lei vede la propria faccia dimentica il tesoro e fugge dal giardino. Perciò ti serve uno specchio al posto dello scudo. Devi entrare senza armi e senza vesti, come vuole la Povertà: è la porta più brutta del mondo, perché da quella parte si trovano tutti i mali e, peggio ancora, tutti ti prendono in giro. Alla porta opposta, da cui uscirai, siede la Ricchezza, odiata da tutti, anche se nessuno osa dirglielo, e lei disprezza tutti. Lì dovrai offrire una parte del ramo, perché accanto a lei siede l'Avarizia, che ha molto e chiede sempre di più.»
Prasildo ringrazia il pellegrino, attraversa il deserto e in trenta giorni arriva al giardino. Entra senza fatica dalla porta della Povertà, che non è mai chiusa per nessuno: anzi, c'è sempre qualcuno che invita a entrare. Il giardino sembra un paradiso di alberi, fiori e verde. Prasildo ha il viso coperto dallo specchio per non vedere Medusa, e con un po' di fortuna arriva all'albero d'oro. La dama, appoggiata al tronco, alza la testa e si guarda nello specchio. Vedendosi, crede di essere diversa da com'è: il suo viso bianco e rosso le sembra quello di un serpente orribile. Spaventata, fugge via leggera per l'aria.
Sentendola andare via, Prasildo scopre subito gli occhi, si arrampica sull'albero, strappa un ramo e scende felice. Arriva alla porta della Ricchezza, che non si cura di virtù né di nobiltà d'animo: è tutta di calamita, si apre con un gran fracasso e quasi sempre resta chiusa: ci si arriva solo con la Frode e con la Fatica. Quel giorno Prasildo la trova aperta, perché offre metà del ramo.
Una promessa da mantenere ott. 42–52
Pensate, dice la dama a Rinaldo, se Prasildo è contento! Non vede l'ora di arrivare a Babilonia, e ogni giorno gli sembra cento. Per fare prima passa dalla Nubia, attraversa il mare d'Arabia con il vento favorevole e, viaggiando giorno e notte, una mattina arriva in città. Fa sapere a Tisbina di aver compiuto l'impresa: scelga lei dove e quando vedere il ramo. Le ricorda però la sua promessa, e la avverte che se si tirasse indietro lo farebbe morire.
Tisbina si getta sul letto e piange giorno e notte: «Povera me, perché sono nata? Perché non sono morta in culla? La morte è il rimedio di ogni dolore, ma non del mio: se mi uccido mancando alla parola data, la mia colpa resta. Come è sciocco chi crede che l'Amore non possa tutto! Prasildo è tornato dal giardino di Medusa: chi l'avrebbe mai creduto? Povero Iroldo, che cosa farai senza la tua Tisbina? Anche se la colpa è tua. Perché ho parlato? Perché la lingua non mi si è bloccata quando ho fatto quella promessa?»
Iroldo, arrivato senza farsi sentire, ha ascoltato tutto. Senza dire una parola la stringe tra le braccia, e restano così abbracciati, piangendo, come due pezzi di ghiaccio al sole, convinti di morire. Alla fine Iroldo riesce a parlare: «Più di ogni altra cosa mi addolora vederti soffrire tanto. Tu sai che quando all'amore si unisce la gelosia non c'è sofferenza più grande al mondo; e la sfortuna ha voluto che fossi proprio io la causa del mio male, perché sono stato io a spingerti a fare quella promessa. Lascia che a soffrire sia io solo. Ti prego, per il tuo bel viso e per l'amore che mi hai voluto, mantieni la promessa per intero e ricompensa Prasildo della fatica e del pericolo che ha affrontato per te. Ma aspetta che io sia morto: sarà solo per oggi. Da vivo non sopporterei questa vergogna, e andrò all'inferno con il conforto di aver goduto soltanto del tuo bel viso.» Poi la voce gli manca per il dolore, e resta smarrito come se gli avessero strappato il cuore.
Il veleno ott. 53–61
Tisbina, pallida come lui, gli risponde: «Ingrato, credi davvero che io potrei vivere senza di te? Dov'è l'amore che mi giuravi, quando dicevi che non potresti stare nemmeno in cielo senza di me? Sono tua finché vivo, e sarò tua anche da morta. Non voglio che si dica mai: Tisbina si è consolata senza Iroldo. Rimanderò la mia morte solo quanto basta per mantenere la promessa a Prasildo, poi mi ucciderò e verrò con te nell'altro mondo, nello stesso sepolcro. Moriamo insieme: prendiamo un veleno dolce, preparato in modo che ci uccida tutti e due nello stesso momento dopo cinque ore. In quel tempo avrò mantenuto il giuramento, e poi una morte tranquilla spegnerà il male che ci ha fatto la nostra follia.»
Così decidono i due amanti leali e sfortunati, e restano abbracciati, guancia contro guancia, piangendo. Tisbina manda a chiedere il veleno a un vecchio medico, che consegna la coppa senza fare domande. Iroldo la guarda a lungo: «Non c'è altra via. La Fortuna non mi tormenterà più: solo la morte può domarla.» Ne beve metà senza paura e porge la coppa a Tisbina, ma non ha il coraggio di guardarla: le dà la coppa voltando il viso in lacrime verso terra, e per il dolore sta quasi per morire prima ancora che il veleno faccia effetto. Tisbina, con il cuore gelato e la mano tremante, maledicendo la Fortuna e l'Amore, beve fino in fondo. Iroldo si copre la testa e il viso per non vedere che gli viene tolta la sua amata. E Tisbina soffre più di tutto non per la morte, ma perché deve andare da Prasildo.
La cortesia di Prasildo ott. 62–74
Per mantenere la parola, Tisbina va a casa di Prasildo, di giorno e accompagnata, e chiede di parlargli in segreto. Prasildo quasi non ci crede: le va incontro sulla porta e la onora quanto più può, così emozionato da non sapere che cosa fare. Quando sono soli, con dolcezza cerca di rasserenarla, perché la vede in lacrime; pensa che pianga per la vergogna, e non sa quanto poco tempo le resti da vivere. Alla fine la scongiura, per ciò che ama di più al mondo, di dirgli perché è così triste, e si offre di morire per lei, se serve. Tanto insiste che sente quello che non avrebbe mai voluto sentire.
«L'amore che hai conquistato con tanta fatica» gli dice Tisbina «è tuo, e lo sarà ancora per quattro ore. Per mantenere il giuramento perdo la vita e l'onore, e soprattutto perdo colui che amo tanto. Se fossi stata libera, sarebbe stato scortese non amarti, visto quanto mi hai amata; ma non potevo, perché non si possono amare due persone, e tu lo sai. Non ti ho mai amato, barone: ho sempre avuto pietà di te. Ed è stata proprio la pietà per il tuo lamento nel bosco a portarmi a questa miseria: prima di sera saprò che cos'è la morte.» E gli racconta come lei e Iroldo hanno preso il veleno.
Prasildo resta senza parole, ferito al cuore: proprio quando si credeva felice, vede quasi morta davanti ai suoi occhi colei che è la sua vita. «Non è piaciuto a Dio, né a te, Tisbina, mettere alla prova la mia cortesia» dice. «Che due amanti morissero insieme non era una novità: stasera saremo in tre ad andare all'inferno. Donna di poca fede, perché non mi hai chiesto di scioglierti dalla promessa? Dici che hai avuto pietà di me nel bosco, ma non ti credo: per farmi morire, hai ucciso te stessa. Ti dispiaceva tanto che ti amassi, da preferire la morte? Allora dovevi lasciarmi nel bosco. Io non ho mai voluto il tuo dispiacere, ho chiesto solo il tuo amore. E per provartelo, ti sciolgo da ogni giuramento: puoi restare o andare, come vuoi.»
Tisbina, commossa, risponde: «Mi hai vinta in cortesia, tanto che solo per te non vorrei morire. Ma la Fortuna ha voluto altrimenti: mi resta poco da vivere, ma in questo poco tempo per te andrei nel fuoco.» Prasildo, ormai deciso a morire anche lui, sconvolto dal dolore, non capisce nemmeno quelle dolci parole. Prende da lei soltanto un bacio, poi la lascia andare, e si butta sul letto piangendo.
Il sonno di Tisbina ott. 75–79
Tisbina torna da Iroldo, che ha ancora la testa coperta, e gli racconta la cortesia di Prasildo, che le ha chiesto soltanto un bacio. Iroldo scende dal letto, si inginocchia a mani giunte e prega Dio di ricompensare Prasildo per quella cortesia senza misura. Ma mentre prega, Tisbina cade a terra e sembra addormentarsi: la pozione agisce prima su di lei, perché un cuore delicato sente prima la morte e ogni sofferenza. Iroldo si sente gelare: quel sonno dolce gli sembra la morte. Chiama crudele Dio e il cielo, dura la Fortuna e duro l'Amore, che non lo uccide nonostante tanto dolore.
Lasciamolo disperare, dice la dama, e pensa, cavaliere, come doveva sentirsi. Prasildo, chiuso nella sua camera, piange e si lamenta: «C'è mai stato un innamorato più sfortunato? Se voglio seguire la mia dama, tra poco devo morire. Godi pure del mio strazio, crudele Amore, saziati del mio dolore! Ma io ti sfuggirò, perché le pene dell'inferno sono molto minori di quelle del tuo falso regno.»
Il medico ott. 80–85
Proprio allora arriva un vecchio medico e chiede di Prasildo, ma nessuno osa entrare nella sua camera. «Devo parlargli a ogni costo» insiste il vecchio, «altrimenti stasera il vostro signore sarà morto.» Il cameriere, che ha sempre un'altra chiave, entra e convince Prasildo ad ascoltarlo.
«Caro signore, ti ho sempre voluto bene e rispettato» dice il medico. «Ho paura che tu sia stato tradito: la gelosia, lo sdegno, l'amore e i capricci di una donna possono spingere a ogni male. Stamattina una cameriera di Tisbina mi ha chiesto un veleno segreto, e poco fa ho saputo che quella mala spina è venuta da te: ho capito tutto, lo voleva per te. Guardati da lei, anzi da tutte le donne! Ma stavolta non temere: in realtà non le ho dato del veleno, e se hai bevuto quella bevanda dormirai cinque ore, o poco meno.»
Sentendo queste parole, Prasildo rinasce. Come le viole, le rose e i fiori bianchi, piegati dalla pioggia, riaprono le foglie e ritrovano il colore quando torna il sole, così Prasildo si rallegra dentro e si illumina in viso.
Il dono di Iroldo ott. 86–90
Ringrazia il vecchio e corre a casa di Tisbina, dove trova Iroldo disperato e gli racconta come stanno le cose. Pensate quanto gli è grato Iroldo! Per ricompensare tanta cortesia, vuole che colei che ama più della vita sia tutta di Prasildo. Prasildo rifiuta a lungo, e tra i due cavalieri è una gara di cortesia; ma Iroldo resta fermo fino alla fine, gli lascia la bella dama e parte subito da Babilonia, deciso a non tornarci mai più.
Quando Tisbina si risveglia e viene a sapere com'è andata, soffre molto e sviene più di una volta. Ma capisce che Iroldo è partito e non c'è rimedio, e prende un'altra decisione. Noi donne, commenta la damigella, siamo tenere nel corpo e nell'animo, come la brina che non resiste al sole: siamo tutte come Tisbina, che non oppose nessuna resistenza, si arrese al primo assalto e sposò il bel Prasildo.
La damigella sta ancora parlando quando, nel bosco fitto davanti a loro, si sente una voce altissima e spaventosa. Lei impallidisce, anche se Rinaldo cerca di rassicurarla... «Questo canto è stato molto lungo» conclude il poeta, «ma a chi non piace la sua lunghezza, ne lasci una parte e ne legga la metà.»
Parole difficili
- onta ott. 2: offesa, vergogna.
- leghe ott. 3: la lega è un'antica misura di lunghezza, di qualche chilometro.
- in atto peregrino ott. 7: in modo raffinato e insolito.
- piuma ott. 10: il materasso di piume, il letto.
- messagiera ott. 13: intermediaria che porta i messaggi d'amore.
- Tronco del Tesoro ott. 27: l'albero magico con i rami d'oro e i frutti di smeraldo.
- merto ott. 28: ricompensa.
- peregrino ott. 30: pellegrino.
- palmier ott. 32: pellegrino, così chiamato dalla palma che portavano quelli di ritorno dalla Terrasanta.
- caleffato ott. 35: deriso, preso in giro.
- calamita ott. 41: magnete.
- cuna ott. 44: culla.
- dottor di medicina ott. 57: medico.
- toxico ott. 60: veleno.
- guiderdone ott. 76: ricompensa.
- ciambra ott. 78: camera, stanza da letto.
- camarier ott. 81: il servitore personale di un signore.
- intenza ott. 87: intenzione, proposito.
Il testo di Boiardo
90 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Io ve ho contato la battaglia oscura, Che ancor tornava in campo quel romore De Sacripante, che è senza paura, E de Agricane, il franco e alto segnore; Più quella cruda voce non me dura, E dolcemente contarò de amore: Teneti voi, Segnor, nel pensier saldo Dove io lasciai parlarvi de Ranaldo.
La damisella subito dismonta, E il palafreno a lui donar volìa. Dicea Ranaldo a lei: Tu mi fai onta Ad invitarme a tanta vilania. Lei rispondeva con parole, pronta, Che seco a piedi mai nol menaria: Al fin, per far questa novella corta, Lui montò in sella e quella in groppa porta.
La dama andava alquanto spaventata, Per la temenza che avea del suo onore; Ma poi che tutto il giorno ha cavalcata, Nè mai Ranaldo ragionò de amore, Alquanto nel parlar rasicurata, Disse a lui: Cavallier pien di valore, Or entrar nella selva si conviene, Che cento leghe di traverso tiene.
Acciò che men te incresca il caminare, Per questa selva orribile e deserta, Una novella te voglio contare, Che intravenne, et è ben cosa certa. In Babilonia potrai arivare, Dove la istoria manifesta è aperta; Però (quel ch’io ti narro è veritade) Fu fatto dentro da quella citade.
Un cavallier, che Iroldo era chiamato, Ebbe una dama nomata Tisbina; Et era lui da questa tanto amato, Quanto Tristan da Isotta la regina. Esso era ancor di lei inamorato, Che sempre, dalla sera alla mattina, E dal nascente giorno a notte oscura, Sol di lei pensa, e de altro non ha cura.
Vicino ad essi un barone abitava, Di Babilonia stimato il maggiore; E certamente ciò ben meritava, Che è di cortesia pieno e di valore. Molta ricchezza, de che egli abondava, Dispendea tutta quanta in farsi onore; Piacevol nelle feste, in l’arme fiero, Leggiadro amante e franco cavalliero.
Prasildo nominato era il barone. Quello invitato è un giorno ad un giardino, Dove Tisbina con altre persone Faceva un gioco, in atto peregrino. Era quel gioco di cotal ragione, Che alcun li tenea in grembo il capo chino; Quella alle spalle una palma voltava: Chi quella batte, a caso indivinava.
Stava Prasildo a riguardare il gioco: Tisbina alle percosse l’ha invitato; Et in conclusïon prese quel loco, Perchè fo prestamente indivinato. Standoli in grembo, sente sì gran foco Nel cor, che non l’avrebbe mai pensato; Per non indivinar mette ogni cura, Chè di levarse quindi avea paura.
Dapoi che il gioco è partito e la festa, Non parte già la fiamma dal suo core, Ma tutto ’l giorno integro lo molesta, La notte lo assalisce in più furore. Or quella cagion trova, et ora questa Che al volto li è fuggito ogni colore, Che la quïete del dormir gli è tolta; Nè trova loco, e ben spesso si volta,
Ora li par la piuma assai più dura Che non suole apparere un sasso vivo; Cresce nel petto la vivace cura, Che d’ogni altro pensiero il cor l’ha privo. Sospira giorno e notte a dismisura, Con quella affezïon ch’io non descrivo, Perchè descriver non se può lo amore A chi nol sente e a cui non l’ha nel core.
E’ correnti cavalli, e’ cani arditi, De che molto piacer prender suolia, Li sono al tutto del pensier fuggiti. Or se diletta in dolce compagnia; Spesso festeggia e fa molti conviti, Versi compone e canta in melodia; Giostra sovente, et entra in torniamenti Con gran destrieri e ricchi paramenti.
E benchè pria cortese fosse assai, Ora è cento per un multiplicato; Chè la virtude cresce sempre mai, Che se ritrova in l’omo inamorato: E nella vita mia già non trovai Un ben che per amor sia rio tornato; Ma Prasildo, che è tanto d’amor preso, Sopra a quel che se stima, fo corteso.
Egli ha trovato una sua messagiera, Che avea molta amicizia con Tisbina, Che la combatte e il mattino e la sera, Nè per una repulsa se rafina. Ma poco viene a dir, chè quella altiera A preghi nè a pietade mai se inchina; Perchè sempre interviene in veritate Che la alterezza è gionta con beltate.
Quante volte li disse: O bella dama, Cognosci l’ora della tua ventura, Dapoi che un tal baron più che sè te ama, Chè non ha il cel più vaga creatura. Forse anco avrai di questo tempo brama, Chè il felice destin sempre non dura; Prendi diletto, mentre sei su il verde, Chè lo avuto piacer mai non se perde.
Questa età giovenil che è sì zoiosa, Tutta in diletto consumar si deve, Perchè quasi in un ponto ce è nascosa. Come dissolve il sol la bianca neve, Come in un giorno la vermiglia rosa Perde il vago colore in tempo breve, Così fugge la età come un baleno, E non se può tenir, chè non ha freno.
Spesso con queste e con altre parole Era Tisbina combattuta in vano. Ma, quale in prato le fresche vïole Nel tempo freddo pallide se fano, Come il splendido giaccio al vivo sole, Cotal se disfacea il baron soprano, E condotto era a sì malvagia sorte, Che altro ristor non spera che la morte.
Più non festeggia, sì come era usato: In odio ha ogni diletto, e ancor sè stesso. Palido molto e macro è diventato, Nè quel che esser suolea, pareva adesso. Altro diporto non ha ritrovato, Se non che della terra usciva spesso, E suolea solo in un boschetto andare Del suo crudele amore a lamentare.
Tra l’altre volte avenne una matina Che Iroldo in quel boschetto a caccia andava, Et avea seco la bella Tisbina; E così andando, ciascuno ascoltava Pianto dirotto con voce meschina. Prasildo sì soave lamentava, E sì dolce parole al dir gli cade, Che avria spezzato un sasso di pietade.
— Odeti, fiori, e voi, selve, (dicia), Poi che quella crudel più non me ascolta; Dati odïenza alla sventura mia. Tu, sol, che hai mo del cel la notte tolta, Voi, chiare stelle, e luna che vai via, Oditi il mio dolor solo una volta: Chè in queste voce estreme aggio a finire Con cruda morte il lungo mio martire.
Così farò contenta quella altiera, A cui la vita mia tanto dispiace, Poi che ha voluto il celo un’alma fiera Coprire in viso de pietose face. Essa ha diletto che un suo servo pera, Et io me occiderò, poi che li piace; Nè de altre cose aggio io maggior diletto, Che di poter piacer nel suo cospetto.
Ma sia la morte mia, per Dio, nascosa Tra queste selve, e non se sappia mai Che la mia sorte è tanto dolorosa, (Nè mai palese non me lamentai); Chè quella dama in vista grazïosa Potria de crudeltà colparsi assai; Et io così crudel l’amo a gran torto, Et amarolla ancor poi che io sia morto.
Con più parole assai se lamentava Quel baron franco, con voce tapina, E dal fianco la spada nudava, Palido assai per la morte vicina; E il suo caro diletto ognior chiamava. Morir volea nel nome di Tisbina; Chè, nomandola spesso, gli era aviso Andar con quel bel nome in paradiso.
Ma essa col suo amante ha bene inteso Di quel barone il suo pianto focoso. Iroldo di pietate è tanto acceso, Che ne avea il viso tutto lacrimoso; E con la dama ha già partito preso Di riparare al caso doloroso. Essendo Iroldo nascoso rimaso, Mostra Tisbina agionger quivi a caso.
Nè mostra avere inteso quei richiami, Nè che tanto crudel l’abbia nomata; Ma, vedendol giacer tra i verdi rami, Quasi smarita alquanto se è firmata. Poi disse a lui: Prasildo, se tu me ami, Come già dimostrasti averme amata, A tal bisogni non me abandonare, Perchè altramente io non posso campare.
E se io non fossi a l’ultimo partito Insieme della vita e dello onore, Io non farebbi a te cotale invito, Chè non è al mondo vergogna maggiore Che a richieder colui che hai deservito. Tu m’hai portato già cotanto amore, Et io fui sempre a te tanto spietata; Ma ancor col tempo te serò ben grata.
Ciò ti prometto su la fede mia, E già de l’amor mio te fo sicuro, Pur quel ch’io cheggio da te fatto sia. Or odi, e non ti para il fatto duro: Oltra alla selva della Barbaria È un bel giardino, et ha di ferro il muro; In esso intrar si può per quattro porte, L’una la Vita tien, l’altra la Morte;
Un’altra Povertà, l’altra Ricchezza: Convien chi ve entra, alla opposita uscire. In mezo è un tronco a smisurata altezza, Quanto può una saetta in su salire; Mirabilmente quello arbor se apprezza, Chè sempre perle getta nel fiorire, Et è chiamato il Tronco del Tesoro, Che ha pomi de smeraldi e rami d’oro.
Di questo un ramo mi conviene avere, Altramente son stretta a casi gravi; Ora palese ben potrò vedere Se tanto me ami quanto demostravi. Ma se impetro da te questo apiacere, Più te amarò che tu me non amavi; E mia persona ti darò per merto Di tal servigio: tientine ben certo.
Quando Prasildo intende la speranza Esserli data di cotanto amore, De ardire e di desio sè stesso avanza, Promette il tutto senza alcun timore. Così promesso avria, senza mancanza, Tutte le stelle, il celo e il suo splendore; E l’aria tutta, con la terra e il mare, Avria promesso senza dubitare.
Senza altro indugio si pone a camino, Lasciando ivi colei che cotanto ama; In abito va lui de peregrino. Or sappiati che Iroldo e la sua dama Mandavano Prasildo a quel giardino, Che l’Orto di Medusa ancor se chiama, Acciò che il molto tempo, al longo andare, Li aggia Tisbina de l’animo a trare.
Oltra di ciò, quando pur gionto sia, Era quella Medusa una donzella, Che al Tronco del Tesor stava a l’ombria. Chi prima vede la sua faccia bella, Scordasi la cagion de la sua via; Ma chiunche la saluta, o li favella, E chi la tocca, e chi li sede a lato, Al tutto scorda del tempo passato.
Quello animoso amante via cavalca Soletto, o ver da Amore acompagnato. Il braccio de il mar Rosso in nave varca, E già tutto lo Egitto avea passato, Et era gionto nei monti di Barca, Dove un palmier canuto ebbe trovato; E ragionando assai con quel vecchione, Della sua andata dice la cagione.
Diceva il vecchio a lui: Molta ventura Or t’ha condotto meco a ragionare; Ma la tua mente pavida assicura, Ch’io te vo’ far il ramo guadagnare. Tu sol de entrare a l’orto poni cura; Ma quivi dentro assai è più che fare: Di Vita e Morte la porta non se usa, E sol per Povertà viense a Medusa.
Di questa dama tu non sciai la istoria, Chè ragionato non me n’hai nïente; Ma questa è la donzella che se gloria Di avere in guardia quel Tronco lucente. Chiunche la vede, perde la memoria, E resta sbigotito nella mente; Ma se lei stessa vede la sua faccia, Scorda il tesoro e de il giardin se caccia.
A te bisogna un specchio aver per scudo, Dove la dama veda sua beltade. Senza arme andrai, e de ogni membro nudo, Perchè convien entrar per Povertade. Di quella porta è lo aspetto più crudo Che altra cosa del mondo in veritade; Chè tutto il mal se trova da quel lato, E, quel che è peggio, ogni om vien caleffato.
Ma a l’opposita porta, ove hai a uscire, Ritrovarai sedersi la Ricchezza, Odiata assai, ma non se gli osa a dire; Lei ciò non cura, e ciascadun disprezza. Parte del ramo qui convienci offrire, Nè si passa altramente quella altezza, Perchè Avarizia apresso lei lì siede; Benchè abbia molto, sempre più richiede.
Prasildo ha inteso il fatto tutto aperto Di quel giardino, e ringraziò il palmiero. Indi se parte e, passato il deserto, In trenta giorni gionse al bel verziero; Et essendo del fatto bene experto, Intra per Povertate de leggiero. Mai ad alcun se chiude quella porta, Anci vi è sempre chi de entrar conforta.
Sembrava quel giardino un paradiso Alli arboscelli, ai fiori, alla verdura. De un specchio avea il baron coperto il viso, Per non veder Medusa e sua figura; E prese nello andar sì fatto aviso, Che all’arbor d’oro agionse per ventura. La dama, che apoggiata al tronco stava, Alciando il capo, nel specchio mirava.
Come se vide, fu gran meraviglia, Chè esser credette quel che già non era; E la sua faccia candida e vermiglia Parve di serpe terribile e fera. Lei paurosa a fuggir se consiglia, E via per l’aria se ne va leggiera; Il baron franco, che partir la sente, Gli occhi disciolse a sè subitamente.
Quinci andò al tronco, poi che era fuggita Quella Medusa, falsa incantatrice, Che, de la sua figura sbigotita, Avea lasciata la ricca radice. Prasildo un’alta rama ebbe rapita, E smontò in fretta, e ben si tien felice; Venne alla porta che guarda Ricchezza, Che non cura virtute o gentilezza.
Tutta de calamita era la entrata, Nè senza gran romor se puote aprire. Il più del tempo si vede serrata: Fraude e Fatica a quella fa venire. Pur se ritrova aperta alcuna fiata, Ma con molta ventura convien gire. Prasildo la trovò quel giorno aperta, Perchè de mezo il ramo fece offerta.
De qui partito torna a caminare; Or pensa, cavallier, se egli è contento, Che mai non vede l’ora de arrivare In Babilonia, e parli un giorno cento. Passa per Nubia, per tempo avanzare, E varcò il mar de Arabia con bon vento; Sì giorno e notte con fretta camina, Che a Babilonia gionse una matina.
A quella dama fece poi assapere Come a sua volontade ha bon fin messa; E, quando voglia il bel ramo vedere, Elegia il loco e il tempo per sè stessa. Ben gli ricorda ancor come è dovere Che li sia attesa l’alta sua promessa; E quando quella volesse disdire, Sappiasi certo di farlo morire.
Molto cordoglio e pena smisurata Prese di questo la bella Tisbina; Gettasi al letto quella sconsolata, E giorno e notte di pianger non fina. Ahi lassa me! dicea, perchè fui nata? Chè non moritti in cuna, piccolina? A ciascadun dolor rimedio è morte, Se non al mio, che è fuor d’ogni altra sorte.
Chè se io me uccido e manchi la mia fede, Non se copre per questo il mio fallire. Deh quanta è paccia quella alma che crede Che Amor non possa ogni cosa compire! E celo e terra tien sotto il suo piede, Lui tutto il senno dona, e lui lo ardire. Prasildo da Medusa è rivenuto: Or chi l’avrebbe mai prima creduto?
Iroldo sventurato, or che farai, Dapoi che avrai la tua Tisbina persa? Benchè tu la cagion data te ne hai: Tu nel mar di sventura m’hai sumersa. Ahi me dolente! perchè mai parlai? Perchè non fu mia lingua alor riversa Tutta in sè stessa, e perse le parole, Quando impromessi quel che ora mi dole?
Aveva Iroldo il lamento ascoltato Che facea la fanciulla sopra al letto, Però che egli improviso era arivato, Et avea inteso ciò ch’ella avea detto. Senza parlare a lei si fo accostato, Tiensela in braccio e strenge petto a petto; Nè solo una parola potean dire, Ma così stretti se credean morire.
E sembravan duo giacci posti al sole, Tanto pianto ne li occhi gli abondava; La voce venia meno a le parole, Ma pur Iroldo alfin così parlava: Sopra a ogni altro dolore al cor mi dole Che del mio dispiacer tanto ti grava, Perchè aver non potrebbi alcun dispetto Che a me gravasse, essendo a te diletto.
Ma tu cognosci bene, anima mia, Che hai tanto senno e tal discrezïone, Che, come amor se gionge a zelosia, Non è nel mondo maggior passione. Or così parve alla sventura ria Ch’io stesso del mio mal fossi cagione; Io sol te indussi la promessa a fare: Lascia me solo adunque lamentare.
Soletto portar debbo questa pena, Chè ti feci fallire al tuo mal grato; Ma pregoti, per tua faccia serena E per lo amor che un tempo m’hai portato, Che la promessa attendi integra e piena, E sia Prasildo ben remeritato Della fatica e del periglio grande A che se pose per le tue dimande.
Ma piacciati indugiar sin ch’io sia morto, Che serà solamente questo giorno. Facciami quanto vol Fortuna torto, Ch’io non avrò mai, vivo, questo scorno, E nello inferno andrò con tal conforto, De aver goduto solo il viso adorno; Ma quando ancor saprò che me sei tolta, Morrò, se morir pôssi un’altra volta.
Più lungo avria ancor fatto il suo lamento, Ma la voce mancò per gran dolore; Stava smarito e senza sentimento, Come de il petto avesse tratto il core. Nè avea di lui Tisbina men tormento, Et avea perso in volto ogni colore; Ma, avendo esso la faccia a lei voltata, Così rispose con voce affannata:
Adunque credi, ingrato a tante prove, Ch’io mai potessi senza te campare? Dove è l’amor che me portavi, e dove È quel che spesso solevi iurare, Che, se tu avesti un celo, o tutti nove, Non vi potresti senza me abitare? Ora te pensi de andar nello inferno, E me lasciare in terra in pianto eterno?
Io fui e son tua ancor, mentre son viva, E sempre serò tua, poi che sia morta, Se quel morir de amor l’alma non priva, Se non è in tutto di memoria tolta. Non vo’ che mai se dica, o mai se scriva: Tisbina senza Iroldo se conforta. Vero è che de tua morte non mi doglio, Perchè ancora io più in vita star non voglio.
Tanto quella convengo differire Ch’io salva di Prasildo la promessa, Quella promessa che mi fa morire; Poi me darò la morte per me stessa. Con te ne l’altro mondo io vo’ venire, E teco in un sepolcro serò messa. Così ti prego ancora, e strengo forte, Che morir meco vogli de una morte.
E questo fia de un piacevol veneno, Il qual sia con tale arte temperato, Che il spirto nostro a un ponto venga meno, E sia cinque ore il tempo terminato; Chè in altro tanto fia compiuto e pieno Quel che a Prasildo fo per me giurato. Poi con morte quïeta estinto sia Il mal che fatto n’ha nostra pacìa.
Così della sua morte ordine dànno Quei duo leali amanti e sventurati, E col viso apoggiato insieme stanno, Or più che prima nel pianto afocati, Nè l’un da l’altro dipartir se scianno, Ma così stretti insieme et abbracciati. Per il venen mandò prima Tisbina Ad un vecchio dottor di medicina.
Il qual diede la coppa temperata, Senz’altro dimandare alla richiesta. Iroldo, poi che assai l’ebbe mirata, Disse: Or su, chè altra via non c’è che questa, A dar ristoro a l’alma adolorata. Non mi serà Fortuna più molesta, Chè morte sua possanza al tutto serba: Così se doma sol quella superba.
E poi che per mitade ebbe sorbito Sicuramente il succo venenoso, A Tisbina lo porse sbigotito. Lui non è di sua morte pauroso, Ma non ardisce a lei far quello invito; Però, volgendo il viso lacrimoso, Mirando a terra, la coppa gli porse, E de morire alora stette in forse,
Non del toxico già, ma per dolore, Che il venen terminato esser dovia. Ora Tisbina con frigido core, Con man tremante la coppa prendia, E biastemando la Fortuna e Amore, Che a fin tanto crudel li conducia, Bevette il succo che ivi era rimaso, Insino al fondo del lucente vaso.
Iroldo se coperse il capo e il volto, E già con gli occhi non volìa vedere Che il suo caro desio li fosse tolto. Or se comincia Tisbina a dolere, Chè non è il suo cordoglio ancor dissolto; Nulla la morte li facea, al parere Il convenirgli da Prasildo gire: Questa gran doglia avanza ogni martire.
Nulla di manco, per servar sua fede, A casa del barone essa ne è andata, E di parlare a lui secreto chiede: Era di giorno, e lei accompagnata. Apena che Prasildo questo crede, E fattosegli incontro in su la entrata, Quanto più puote, la prese a onorare, Nè di vergogna scia quel che si fare.
Ma poi che solo in un loco secreto Se fo con lei ridotto ultimamente, Con un dolce parlare e modo queto, E quanto più sapea piacevolmente, Se forza de tornarli il viso lieto, Che lacrimoso a sè vede presente. Lui per vergogna ciò crede avenire, Nè il breve tempo scia del suo morire.
Essa da lui al fin fu scongiurata, Per quella cosa che più al mondo amava, Che li dicesse perchè era turbata, E di tal doglia piena si mostrava, Ad essa proferendo tutta fiata Voler morir per lei, se il bisognava; Et a risposta tanto la stringia, Che odete quel che odir già non volìa.
Perchè Tisbina li disse: Lo amore Che con tanta fatica hai guadagnato, È in tua possanza, e serà ancor quattr’ore. Per mantenirte quel che te ho giurato, Perdo la vita, et ho perso l’onore; Ma, quel ch’è più, colui che tanto ho amato Perdo con sieco, e lascio questo mondo; E a te, cui tanto piacqui, me nascondo.
S’io fossi stata in alcun tempo mia, Avendomi tu amata, sì come hai, Avrei commessa gran discortesia A non averte amato pur assai; Ma io non puotevo, e non se convenia: Duo non se ponno amare, e tu lo sciai; Amor non ti portai giammai, barone, Ma sempre ebbi di te compassïone.
E quello aver pietà della tua sorte, M’ha di questa miseria centa intorno; Chè il tuo lamento mi strense sì forte, Allora che te odiva al bosco adorno, Che provar mi convien che cosa è morte, Prima che a sera gionga questo giorno. Con più parole poi raconta a pieno Sì come Iroldo e lei preso ha il veleno.
Prasildo ha di tal doglia il cor ferito, Odendo questo che la dama dice, Che sta senza parlargli sbigotito; E dove se credeva esser felice, Vedese gionto a l’ultimo partito. Quella che del suo core è la radice, Colei che la sua vita in viso porta, Vedesi avanti agli occhi quasi morta.
— Non è piaciuto a Dio, nè a te, Tisbina, Della mia cortesia farne la prova, Dice il barone, acciochè una roina De amor crudele il nostro tempo trova. Gionger duo amanti di morte tapina Non era al mondo prima cosa nova; Ora tre insieme, sì come io discerno, Seran sta sera gionti nello inferno.
Di poca fede, or perchè dubitasti Di richiedermi in don la tua promessa? Tu dici che nel bosco me ascoltasti Con gran pietade. Ahi fiera! il ver confessa, Chè già nol credo; e questa prova basti, Che, per farme morir, morta hai te stessa. Or che me sol almanco avessi spento, Ch’io non sentissi ancor di te tormento!
Tanto ti spiacque ch’io te volsi amare, Crudel, che per fuggirme hai morte presa? Sciasselo Idio ch’io non puote’ lasciare, Benchè io provassi, di amarte l’impresa. Me nel bosco dovevi abandonare, Se de amarme cotanto al cor ti pesa; Chi te sforzava de quel proferire Che poi con meco al fin te fa morire?
Io non volevo alcun tuo dispiacere, Nè lo volsi giamai, nè il voglio adesso; Che tu me amassi cercai di ottenere, Nè altro da te mai chiesi per expresso. E se altrimenti ti desti a vedere, Di scoprirne la prova sei apresso, Perch’io te asolvo da ogni giuramento, E stare e andar ne puoi a tuo talento.
Tisbina, che il baron cortese odìa, Di lui fatta pietosa, prese a dire: Da te son vinta in tanta cortesia, Che per te solo io non voria morire. Volse Fortuna che altrimenti sia, Nè posso farti un lungo proferire, Però che il viver mio debbe esser poco; Ma in questo tempo andria per te nel foco.
Prasildo di gran doglia sì se accese, Avendo già sua morte destinata, Che le dolci parole non intese, E con mente stordita e adolorata Un bacio solamente da lei prese, Poi l’ebbe a suo piacer licenzïata. E lui se levò ancor dal suo cospetto: Piangendo forte se pose su il letto.
Poi che Tisbina ad Iroldo fo gionta, Ritrovandol col capo ancora involto, La cortesia di quel baron li conta, E come solo ha un bacio da lei tolto. Iroldo dal suo letto a terra smonta, E con man gionte al celo adriccia il volto; Ingenocchiato, con molta umiltate Prega Dio per mercede e per pietate,
Che Lui renda a Prasildo guiderdone Di quella cortesia dismisurata. Ma, mentre che lui fa la orazïone, Cade Tisbina, e pare adormentata; E fece il succo la operazïone Più presto ne la dama delicata; Chè un debil cor più tosto sente morte Et ogni passïon, che un duro e forte.
Iroldo nel suo viso viene un gelo, Come vede la dama a terra andare, Che avea davanti a gli occhi fatto un velo: Dormir soave, e non già morte appare. Crudel chiama lui Dio, crudel il celo, Che tanto l’hanno preso ad oltraggiare; Chiama dura Fortuna, e duro Amore, Che non lo occida, et ha tanto dolore.
Lasciàn dolersi questo disperato: Stimar puoi, cavallier, come egli stava. Prasildo nella ciambra se è serrato, E così lacrimando ragionava: Fu mai in terra un altro inamorato, Percosso da fortuna tanto prava? Chè, se io voglio la dama mia seguire, In piccol tempo mi convien morire.
Così quel dispietato avrà solaccio, Che è tant’amaro e noi chiamiamo Amore. Prèndeti oggi piacer del mio gran straccio; Vien, sàziati, crudel, del mio dolore! Ma al tuo mal grato io ne uscirò d’impaccio, Chè aver non posso un partito peggiore, E minor pene assai son nello inferno Che nel tuo falso regno e mal governo.
Mentre che se lamenta quel barone, Eccoti quivi un medico arivare. Dimanda di Prasildo quel vecchione, Ma non ardisce alcuno ad esso entrare. Diceva il vecchio: Io, stretto da cagione, Ad ogni modo li voglio parlare; Et altramente, io vi ragiono scorto, Il segnor vostro questa sera è morto.
Il camarier, che intese il caso grave, Di entrar dentro alla zambra prese ardire (Questo teneva sempre un’altra chiave, Et a sua posta puotea entrare e uscire); E da Prasildo con parlar soave Impetra che quel vecchio voglia odire. Benchè ne fece molta resistenza, Pur lo condusse nella sua presenza.
Disse il medico a lui: Caro segnore, Sempremai te aggio amato e reverito; Ora ho molto sospetto, anzi timore Che tu non sia crudelmente tradito; Però che zelosia, sdegno et amore, E de una dama il mobile appetito, Chè è raro a tutte il senno naturale, Possono indurre ad ogni extremo male.
E ciò te dico, perchè stamatina Me fo veneno occulto dimandato Per una cameriera de Tisbina. Or poco avanti me fu racontato Che qua ne venne a te la mala spina. Io tutto il fatto ho bene indivinato; Per te lo tolse, e tu da lei ti guarda: Lasciale tutte, che il mal fuoco l’arda.
Ma non sospicar già per questa volta, Chè in veritade io non gli diè veneno: E se quella bevanda forse hai tolta, Dormirai da cinque ore, o poco meno. Così quella malvaggia sia sepolta, Con tutte l’altre de che il mondo è pieno! Dico le triste, chè in questa citade, Una vi è bona, e cento scelerate.
Quando Prasildo intende le parole, Par che se avivi il tramortito cuore. Come dopo la pioggia le vïole Se abatteno, e la rosa e il bianco fiore; Poi, quando al cel sereno appare il sole, Apron le foglie, e torna il bel colore: Così Prasildo alla lieta novella Dentro se allegra e nel viso se abella.
Poi che ebbe assai quel vecchio ringraziato, A casa de Tisbina se ne andava; E, ritrovando Iroldo disperato, Sì come stava il fatto li contava. Ora pensati se costui fu grato! Colei che più che la sua vita amava, Vuol che nel tutto de Prasildo sia, Per render merto a sua gran cortesia.
Prasildo ne fie’ molta resistenza, Ma mal se può disdir quel che se vole; E benchè ciascun stesse in continenza, Come tra duo cortesi usar se suole, Pur stette fermo Iroldo alla sua intenza Sino alla fine, et in poche parole Lascia a Prasildo la dama piacente; Lui de quindi se parte incontinente.
Di Babilonia se volse partire, Per non tornarvi mai nella sua vita. Da poi Tisbina se ebbe a resentire, La cosa seppe, sì come era gita; E benchè ne sentisse gran martire, E fosse alcuna volta tramortita, Pur cognoscendo che quello era gito Nè vi è remedio, prese altro partito.
Ciascuna dama è molle e tenerina Così del corpo come della mente, E simigliante della fresca brina, Che non aspetta il caldo al sol lucente. Tutte siàn fatte come fu Tisbina, Che non volse battaglia per nïente, Ma al primo assalto subito se rese, E per marito il bel Prasildo prese.
Parlava la donzella tutta fiata, Quando davanti a lor nel bosco folto Odirno una alta voce e smisurata. La damigella sbigotita è in volto, Benchè Ranaldo l’abbia confortata.... Or questo canto è stato lungo molto; Ma a cui dispiace la sua quantitate, Lasci una parte, e legga la mitate.