Libro I · Canto XIII
Il cavallo nato dal vento
Rinaldo affronta un gigante e due grifoni per conquistare Rabicano, il cavallo di Argalia, e giura di vendicare una dama uccisa a tradimento.
In breve
Il grido nel bosco viene da un gigante che, con due grifoni alla catena, fa la guardia a una grotta: dentro c'è Rabicano, il cavallo magico che era di Argalia. Rinaldo ferisce a morte il gigante, che libera i grifoni: uno lo porta su in cielo, l'altro attacca Rinaldo e perde gli artigli sotto i colpi di Fusberta. Poi il gigante precipita dall'alto e il secondo grifone attacca: Rinaldo lo vince solo fingendosi morto.
Nella grotta, sopra una porta preziosa, c'è una dama uccisa: chi vuole il cavallo deve giurare di vendicarla. Rinaldo giura, e un libro scritto col sangue gli racconta la storia di Albarosa e del suo innamorato Polindo, caduti in una trappola del perfido re Truffaldino, che tortura la fanciulla per costringerla a tradire il fratello. Rinaldo riparte su Rabicano con la sua dama, ma all'alba un centauro li assale e rapisce la fanciulla.
Ascolta il canto
Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
Quell'urlo spaventoso veniva da un gigante. Stava davanti a una grotta buia, con un bastone di ferro in mano. Ai lati dell'ingresso c'erano due grifoni incatenati alla roccia: uccelli giganteschi, così forti da portarsi via per aria un cavaliere.
Il gigante faceva la guardia a un cavallo magico, Rabicano. Era figlio del vento e di una cavalla fatta di fuoco e di scintille. Non mangiava erba né biada, ma soltanto aria! Vi ricordate Argalia, il fratello di Angelica? Rabicano era stato il suo cavallo.
Rinaldo affrontò il gigante e, dopo una dura lotta, lo colpì in pieno. Il gigante capì di essere vinto e liberò i grifoni. Il primo afferrò proprio il gigante e lo portò su in cielo, finché non si vide più. L'altro si lanciò su Rinaldo, ma Fusberta gli tagliò gli artigli, e l'uccellaccio scappò via strillando.
All'improvviso si sentì un gran rumore dal cielo: il primo grifone aveva lasciato cadere il gigante da altissimo! Rinaldo correva di qua e di là, ma il gigante sembrava cadergli sempre sulla testa. Alla fine piombò giù a un passo da lui, e tutto il prato tremò.
Poi il grifone scese in picchiata. Le sue unghie graffiarono l'elmo di Rinaldo, ma non riuscirono a romperlo, perché era un elmo fatato. L'uccello saliva e scendeva così veloce che Rinaldo non riusciva a colpirlo. Allora ebbe un'idea furba: si stese sul prato e fece finta di essere morto. Il grifone ci cascò e scese ad afferrarlo. Rinaldo era pronto: menò la spada e alla fine lo vinse.
Dentro la grotta c'era una porta di marmo, coperta di perle e smeraldi. In mezzo alla porta c'era una fanciulla morta, e sopra una scritta d'oro: chi voleva il cavallo doveva giurare di vendicarla. Rinaldo giurò. Un libro misterioso gli raccontò la sua storia. Si chiamava Albarosa e amava un cavaliere, Polindo. Il perfido re Truffaldino, quello scappato davanti ad Agricane, li aveva ingannati e fatti prigionieri, e voleva costringere Albarosa a tradire suo fratello. Ma lei non cedette mai, nemmeno quando il re la trattò con grande crudeltà. Rinaldo pianse, poi uscì dalla grotta in sella a Rabicano.
La notte dormì sotto un albero. All'alba arrivò un centauro, un mostro mezzo uomo e mezzo cavallo, con in mano un leone appena catturato. La dama lo vide e gridò, e Rinaldo si svegliò di colpo. Il centauro gli tirò tre dardi, poi lo assalì con un bastone, saltandogli intorno velocissimo. Rinaldo si appoggiò a un pino e lo teneva lontano con la spada.
Allora il centauro cambiò idea. Lasciò Rinaldo, afferrò la dama e la strappò dalla sella! Dove vorrà portarla? Qui il poeta si ferma, e ci lascia con il cuore in gola.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
Il guardiano della grotta ott. 1–8
Quel grido spaventoso non fa paura a Rinaldo. Smonta, lascia il palafreno alla dama, che trema di paura, imbraccia lo scudo e va avanti. A gridare è un gigante orribile, piantato su un sentiero davanti a una grotta buia, armato di maglia e con un bastone di ferro in pugno. Ai lati dell'ingresso ci sono due grifoni incatenati alla roccia. Rinaldo gli va incontro con la spada in mano, ma il gigante non si muove.
Perché sta lì? Fa la guardia al cavallo che era di Argalia. È un cavallo nato per incantesimo: con il fuoco e le scintille fu creata una cavalla, che poi rimase incinta del vento, e ne nacque questo destriero velocissimo, che non mangia erba né biada ma si nutre soltanto d'aria. È nato e cresciuto in quella grotta. Argalia l'aveva avuto grazie a un libro magico, e lo tenne finché visse; quando Feraguto lo lasciò libero, l'ultimo giorno di Argalia, il cavallo tornò alla sua grotta.
Il gigante, superbo e ostinato, lo sorveglia con i due grifoni, legati da una catena che può sciogliere quando vuole: ognuno di loro è così forte da portarsi via per aria un cavaliere. Rinaldo avanza con prudenza, a passo lento, ma non per paura. Il gigante capisce subito di avere davanti un barone fortissimo: se ne intende, perché ne ha uccisi più di mille, e tutto il prato intorno biancheggia delle ossa dei morti. Comincia una battaglia senza risate: tutti e due sanno che uno dei due dovrà morire.
Il gigante e i grifoni ott. 9–12
Colpisce per primo Rinaldo, alla testa, ma l'elmo del gigante è così robusto che non sente nemmeno il colpo. Furioso, il gigante mena il bastone: Rinaldo para con lo scudo, che va in pezzi, ma resta illeso. Poi ferisce il gigante a un fianco, vicino al cuore, e subito, rapido come se avesse le ali, gli vibra una stoccata che sfonda la maglia e lo trapassa fino ai reni.
Il gigante, sconvolto dal dolore, capisce di dover morire e decide di trascinare con sé anche Rinaldo. Corre alla grotta e libera i due grifoni. Il primo afferra il gigante e lo porta su in cielo, finché non si vede più. L'altro si scaglia su Rinaldo per portarselo via, con le penne arruffate, le ali spiegate e gli artigli aperti.
Il gigante cade dal cielo ott. 13–18
Rinaldo non sbaglia il colpo: con Fusberta gli taglia di netto tutti e due gli artigli, e quell'uccellaccio scappa via gridando e non torna più. Ma ecco un gran rumore dal cielo: l'altro grifone ha lasciato andare il gigante da più di tremila braccia d'altezza. Precipita con un fracasso tremendo, e a Rinaldo sembra che gli stia cadendo proprio sulla testa: dovunque fugga, il gigante pare venire da quella parte. Alla fine cade a meno di un passo da lui, di testa, facendo tremare tutto il prato. Quel pericolo è passato come un sogno; ma ora, dice il poeta, che Dio lo aiuti, perché ne ha bisogno.
Il grifone infatti scende in picchiata ad ali chiuse, con un fragore che fa fremere il cielo, e la sua ombra copre il campo e oscura il sole: Turpino scrive che ogni sua ala, aperta, è lunga dieci braccia. Rinaldo lo aspetta fermo, e quando arriva come una saetta di fuoco lo colpisce sotto la gola, ferendolo al petto. Ma il colpo non è mortale: il grifone risale battendo le grandi ali, poi torna giù furioso e colpisce l'elmo con gli artigli. Strappa il cerchio, ma non riesce né a romperlo né a scalfirlo, perché l'elmo è fatato: era appartenuto a Mambrino.
Rinaldo si finge morto ott. 19–23
Il grifone vola su e piomba giù di continuo, e Rinaldo non riesce a prevedere le sue mosse per colpirlo anche una sola volta. La dama guarda la battaglia e muore di paura, non per sé, che nemmeno si ricorda di essere lì, ma per lui, e prega soltanto per lui.
Si avvicina la notte, e la battaglia non finisce. Rinaldo teme soltanto di non riuscire più a vedere la bestia volante, e pensa a tutti i modi per farla finita, visto che lui non può volare. Alla fine si stende sul prato a pancia in su, come se fosse morto. L'uccellaccio, che non si accorge dell'inganno, scende subito e lo afferra con gli artigli. Rinaldo è pronto: appena si sente ghermire, mena la spada.
Il colpo cade proprio sulla spalla: Fusberta spezza nervi e ossa e manda a terra un'ala intera. Ma la belva non lo lascia: con tutte e due le zampe lo stringe al petto, trapassa corazza, maglia e piastre, e lo serra così forte che a Rinaldo sembra di morire. Lui però non smette di colpire, alla pancia e al fianco, finché il grifone muore. Poi si rialza e ringrazia Dio con devozione per lo scampato pericolo. La dama lo invita a montare sul palafreno, convinta che sia tutto finito.
La porta della dama uccisa ott. 24–29
Ma Rinaldo ha visto il luogo dove sta il cavallo meraviglioso, e non se ne andrebbe mai senza sapere tutto. Entra nella grotta, e a cento passi dall'ingresso trova una porta di marmo scolpito, ornata di smalto, perle e smeraldi, la più preziosa che occhio umano abbia mai visto. In mezzo c'è una fanciulla morta, e sopra, a lettere d'oro, è scritto: «Chi passa di qui morirà, se non giura di vendicarmi. Ma chi giura di vendicare l'offesa che mi fu fatta a tradimento avrà quel buon destriero, più veloce del vento.» Rinaldo non ci pensa due volte: giura davanti a Dio che, finché avrà vita e forza, vendicherà la dama uccisa ingiustamente.
Entra e vede il cavallo, legato con una catena d'oro, bardato di tutto punto e coperto di seta bianca. È nero come il carbone, con peli bianchi sulla coda, una macchia bianca in fronte e lo zoccolo posteriore sinistro bianco. Al mondo solo Baiardo può stargli alla pari, e Baiardo è più forte e robusto; ma questo è così leggero che si lascerebbe dietro un sasso lanciato, un dardo, un uccello in volo, una freccia.
Rinaldo è felicissimo della sua fortuna. Ma la catena è fissata a un libro scritto tutto col sangue, che racconta a chi lo legge la storia oscura della dama uccisa sulla porta: come e da chi è stata uccisa.
Albarosa e Polindo ott. 30–40
Il libro narra che Truffaldino, re di Baldacca, falso e maledetto, aveva per vicino un conte valoroso e perfetto in ogni virtù, di nome Orrisello, signore del castello di Montefalcone, e lo odiava proprio perché era tanto lodato. Orrisello aveva una sorella, Albarosa, la più bella, graziosa e valorosa delle dame, innamorata di un cavaliere nobile, coraggioso e bellissimo, Polindo. Il sole non vedeva sulla terra un'altra coppia così: avevano una sola volontà, un solo amore, e si amavano ogni giorno di più.
Truffaldino non avrebbe mai potuto prendere Montefalcone con la forza: il castello stava in cima a una rupe, a un miglio d'altezza, con un sentiero strettissimo, un fossato profondo tutto intorno e ogni porta difesa da tre torri. Orrisello lo sorvegliava con cura incredibile, e Truffaldino, che lo aveva assalito più volte, se n'era sempre tornato indietro con vergogna. Ma sapeva che Albarosa amava Polindo sopra ogni cosa.
Un giorno Polindo, che girava il mondo in cerca di avventure, capitò alla corte di Truffaldino. Il re, maestro nel fingere, lo coprì di onori e di gentilezze e gli promise aiuto per conquistare Albarosa. Strana cosa l'amore, dice il poeta, che fa temere tutti e credere a tutti! Chi altri avrebbe creduto a quel traditore, famoso per non mantenere la parola? Ma Polindo non pensava ad altro che ad avere la bella Albarosa tra le braccia.
Albarosa rifiutò di far entrare gente nella rocca, ma promise a Polindo di fuggire con lui una notte, scendendo di nascosto ai piedi della rupe, e di seguirlo per sempre; lui le promise di sposarla. Così fecero. Truffaldino aveva regalato a Polindo un castello di villeggiatura, a una giornata da Montefalcone, e lì andarono i due innamorati. Ma mentre cenavano felici, ecco comparire all'improvviso Truffaldino. Sotto terra c'era una galleria segreta che portava dentro il castello: il malvagio la conosceva bene, ed era per questo che glielo aveva regalato. I due innamorati furono presi.
La crudeltà di Truffaldino ott. 41–46
Polindo non osava parlare, per non far uccidere anche lei, ma moriva di rabbia. Il re ordinò ad Albarosa di scrivere al fratello una lettera falsa: doveva dire che Polindo l'aveva rapita e la teneva prigioniera in una grande selva, sorvegliata da tre servi, e che se Orrisello fosse venuto di nascosto avrebbe potuto catturarli tutti, e poi lei gli avrebbe spiegato ogni cosa. Era una trappola per far cadere il conte nelle mani di Truffaldino.
Albarosa rispose che preferiva morire piuttosto che tradire il fratello, e né le minacce né le lusinghe la convinsero a prendere la penna. Allora il re fece portare un ferro rovente e la torturò sul viso. Lei non si lamentò, non gridò e non rispose. Quel tormento bruciava ancora di più Polindo, che era lì presente: per quanto fosse coraggioso, cadde a terra per la pietà.
Il libro raccontava tutto questo con molti più particolari, con parole commoventi e con i dolci discorsi che si scambiano le anime innamorate: Polindo soffriva più per Albarosa che per se stesso, e lei più per lui. Leggendo quella storia Rinaldo piange e si turba in volto. Giura di nuovo sul libro di vendicare quella crudeltà, ed esce dalla grotta con il cavallo, che si chiama Rabicano.
Una notte nel bosco ott. 47–50
Rinaldo monta in sella e riparte con la damigella, ma presto viene buio, e smontano tutti e due. Rinaldo si addormenta sotto un albero, e la bella dama dorme accanto a lui. L'incantesimo della fonte di Merlino ha cambiato le sue abitudini: un tempo né un fiume né il mare l'avrebbero fermato, e avrebbe abbattuto un muro o un monte per stare vicino a una fanciulla così; ora lei gli dorme accanto e non gliene importa niente. A lei, crede il poeta, la cosa dispiacque parecchio.
L'aria comincia a schiarirsi, anche se il sole non si vede ancora: in cielo c'è ancora qualche stella, gli uccellini cantano sugli alberi, non è più notte e non è ancora giorno. La damigella, già sveglia, guarda Rinaldo che dorme sull'erba. È bello, giovanissimo, asciutto e muscoloso, stretto di fianchi e robusto di petto, e la barba gli spunta appena. Lei lo guarda con tanta dolcezza che quasi muore di piacere, e non vede altro.
Il centauro ott. 51–58
Ma in quella selva selvaggia vive un centauro terribile: dal collo in giù ha il corpo di un cavallo, e dalle spalle in su busto, braccia e testa d'uomo. Vive solo di caccia, armato di tre dardi, uno scudo e un grosso bastone, e proprio adesso ha catturato un leone, che si porta in mano ancora vivo. Il leone ruggisce e si dimena, e per questo la dama si volta: altrimenti il mostro sarebbe arrivato all'improvviso e forse avrebbe ucciso Rinaldo nel sonno. «Aiutaci, Re del cielo!» grida lei, e Rinaldo si sveglia di colpo, mentre il centauro è già sopra di loro.
Rinaldo balza in piedi e imbraccia lo scudo, anche se il gigante gliel'ha fracassato. Il centauro getta via il leone, che ha già strangolato. Rinaldo lo attacca, quello fugge un poco, poi si volta e scaglia un dardo: Rinaldo lo evita. Il secondo lo colpisce in mezzo alla testa, e lo salva solo l'elmo; il terzo va a vuoto. Allora il centauro prende il bastone e gli salta intorno.
È così agile e veloce che Rinaldo si vede a mal partito: non riesce ad avvicinarsi al suo cavallo, e a forza di girare è quasi stordito. Si appoggia a un grosso pino, che gli protegge le spalle, e con Fusberta tiene a distanza il centauro. Il mostro capisce che si affatica invano, e allora guarda la dama dal viso sereno, che sta per svenire dalla paura. Di colpo lascia Rinaldo e strappa la fanciulla dalla sella: lei diventa fredda in viso e in tutto il corpo. «Ma questo canto non ne parla più» conclude il poeta: «nel prossimo vi racconterò la bella storia di questa dama, e tornerò ad Agricane e Sacripante.»
Parole difficili
- tomba ott. 2: qui vuol dire grotta, caverna.
- grifone ott. 3: animale favoloso, un enorme rapace con artigli potentissimi.
- ongiuto ott. 6: armato di grandi unghie, di artigli.
- anguinaglia ott. 10: inguine.
- branca ott. 12: zampa armata di artigli.
- braccia ott. 13: il braccio era un'antica misura di lunghezza, poco più di mezzo metro.
- gorga ott. 17: gola.
- Mambrino ott. 18: re saraceno delle storie dei paladini, primo padrone dell'elmo fatato di Rinaldo.
- ungion ott. 18: artiglio.
- gremito ott. 21: afferrato, ghermito.
- sbergo ott. 22: usbergo, corazza di maglia di ferro.
- gallone ott. 23: fianco.
- barbacane ott. 33: opera di difesa costruita davanti alla porta di un castello.
- famigli ott. 42: servitori armati.
- centauro ott. 51: creatura della mitologia antica, metà uomo e metà cavallo.
- cacciasone ott. 52: cacciagione, selvaggina.
Il testo di Boiardo
58 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Io vi dissi di sopra come odito Fu quel gran crido di spavento pieno. Di nulla se è Ranaldo sbigotito; Smonta alla terra, e lascia il palafreno A quella dama dal viso fiorito, Che per gran tema tutta venìa meno; Ranaldo imbraccia il scudo, e trasse avante. La cagion di quello era un gran gigante,
Che stava fermo sopra ad un sentiero, Dietro a una tomba cavernosa e oscura, Orribil di persona e viso fiero, Per spaventare ogni anima sicura. Ma non smarrite già quel cavalliero, Che mai non ebbe in sua vita paura, Anci contra gli va col brando in mano; Nulla si move quel gigante altano.
Di ferro aveva in pugno un gran bastone, De fina maglia è tutto quanto armato; Da ciascun lato li stava un grifone, Alla bocca del sasso incatenato. Or, se volete saper la cagione Che tenea quivi quel dismisurato, Dico che quel gigante in guardia avia Quel bon destrier che fu de l’Argalia.
Fu il caval fatto per incantamento, Perchè di foco e di favilla pura Fu finta una cavalla a compimento, Benchè sia cosa fuora de natura. Questa dapoi se fie’ pregna di vento: Nacque il destrier veloce a dismisura, Che erba di prato nè biada rodea, Ma solamente de aria se pascea.
Dentro a quella spelonca era tornato, Sì come lo disciolse Ferraguto: Però che in quella prima fu creato, E chiuso in essa sempre era cresciuto. Dapoi, per forza de libro incantato, L’Argalia un tempo l’avea posseduto Fin che fu vivo; e quello ultimo giorno Fece il cavallo al suo loco ritorno.
E quel gigante in sua guardia si stava, Con fronte altiera, crudo e pertinace; E seco due grifoni incatenava, Ciascun più ongiuto, orribile e rapace. Quella catena a modo se ordinava, Che solver li può ben quando a lui piace; Ogni grifon di quelli è tanto fiero, Che via per l’aria porta un cavalliero.
Ranaldo alla battaglia se appresenta Con grande aviso e con molto riguardo; Nè crediati però che il se spaventa, Perchè vada sospeso, a passo tardo. L’alto gigante nel core argumenta Che questo sia un baron molto gagliardo; Lui scorgìa ben ciascun, se è vile o forte, Chè a più de mille avea data la morte;
E tutto il campo intorno biancheggiava De ossi de morti dal gigante occisi. Or la battaglia dura incominciava: Preso è il vantaggio e li apensati avisi. Ma colpi roïnosi se menava: Non avea alcun di lor festa, nè risi; Anci cognoscon ben, senza fallire, Che l’uno o l’altro qui convien morire.
Il primo feritor fo il bon Ranaldo, E gionse a quel gigante in su la testa. Ma egli avea uno elmo tanto forte e saldo, Che nulla quel gran colpo lo molesta. Ora esso di superbia e de ira caldo Mena il bastone in furia con tempesta; Ranaldo al colpo riparò col scuto: Tutto il fraccassa quel gigante arguto.
Ma non li fece per questo altro male; Ranaldo colpì lui con gran valore, De una ferita ben cruda e mortale, Che fo nel fianco, assai vicina al core. Subitamente par che metti l’ale; Rimena l’altra con più gran furore, Rompe di ponta quella forte maglia, Sino alle rene passa la anguinaglia.
Per questo fo il gigante sbigotito, E vede ben che li convien morire; De le due piaghe ha un dolore infinito, Nè quasi in piedi se può sostenire; Onde turbato prese il mal partito Di far con sieco Ranaldo perire: Corre alla tana, e con molto fracasso Dislega i duo grifon dal forte sasso.
Il primo tolse quel gigante in piede, E via per l’aria con esso ne andava; Tanto è salito, che più non se vede. L’altro verso Ranaldo se aventava, Chè di portarsi il baron forse crede; Con le penne aruffate zuffellava, L’ale ha distese et ogni branca aperta; Ranaldo mena un colpo di Fusberta.
E già non prese in quel ferire errore: Ambe le branche ad un tratto tagliava. Sentì quello uccellaccio un gran dolore; Via va cridando, e mai più non tornava. Ecco di verso il celo un gran romore: L’altro grifone il gigante lasciava. Non scio se camparà di quel gran salto: Più de tre mila braccia era ito ad alto.
Roïnando venìa con gran tempesta: Ranaldo il vede giù del cel cadere; Pargli che al dritto venghi di sua testa, E quasi in capo già sel crede avere. Lui vede la sua morte manifesta, Nè sa come a quel caso provedere; Per tutto ove egli fuggie, o sta a guardare, Sembra il gigante in quella parte andare.
E già vicino a terra è gionto al basso: Poco è Ranaldo da lui dilungato, Che li cade vicino a men d’un passo. Percosse al capo quel dismisurato, E mena nel cader sì gran fraccasso, Che tremar fece intorno tutto il prato. Tal periglio a Ranaldo è stato un sogno; Ora aiutilo Dio, chè egli è bisogno.
Però che quel grifone in giù venìa Ad ale chiuse, con tanto romore, Che il celo e tutta l’aria ne fremia, Et oscurava il sole il suo splendore, Così grande ombra quel campo copria: Mai non fo vista una bestia maggiore. Turpin lo scrive lui per cosa certa, Che ogni ala è dece braccia, essendo aperta.
Ranaldo fermo il grande uccello aspetta, Ma poco tempo bisogna aspettare, Perchè, quale è di foco una saetta, Così vide il grifon sopra arivare. Lui si stava ben scorto alla vendetta; Nella sua gionta un colpo ebbe a menare: Sotto la gorga, a ponto al canaletto Gionse un traverso, e fese assai nel petto.
Non fu quel colpo troppo aspro e mortale, Però che al suo voler non l’ebbe còlto; Quel torna al cel battendo le grande ale, E furïoso ancor giù se è rivolto. Gionse ne l’elmo quel fiero animale, E il cerchio con lo ungion tutto ha disciolto, Nè ’l rompe, nè lo intacca, tanto è fino! Lo elmo è fatato, e già fo di Mambrino.
Su vola spesso, e giù torna a ferire; Ranaldo non lo puote indovinare, Che una sol volta lo possa colpire. Stava la donna la pugna a guardare, E di paura se credea morire, Non già di sè, che non gli avia a pensare, Nè de esser quivi lei se ricordava: Del baron teme, e sol per lui pregava.
Per la notte vicina il giorno oscura, E la battaglia ancora pur durava. Di questo sol Ranaldo avea paura: De non veder la bestia che volava; Onde per trarne fin pone ogni cura, Ogni partito in l’animo pensava; Al fin non trova quel che debba fare, Poi che per l’aria lui non puote andare.
Alfin su il prato tutto se distende Giù riversato, come fusse morto; Quello uccellaccio subito discende, Chè non si fu di tale inganno accorto, Et a traverso con le branche il prende. Stava Ranaldo in su lo aviso scorto; Non fu sì presto da l’uccel gremito, Che menò il brando il cavalliero ardito.
Proprio sopra alla spalla il colpo serra, E’ nervi e l’osso Fusberta fraccassa; Di netto una ala li mandò per terra, Ma per questo la fiera già nol lassa. Con ambedue le grife il petto afferra, E sbergo e maglia e piastra tutte passa: E l’uno e l’altro ungion strengie sì forte, Che pare a quel baron sentir la morte.
Ma non per tanto lascia de ferire; Or nella pancia il passa or nel gallone, Di tante ponte, che il fece morire; Poi si levava in piede quel barone. Gran periglio ha portato, a non mentire; Lui Dio ringrazia con devozïone; E già la dama al palafren lo invita, Parendo a lei la cosa esser finita.
Ma Ranaldo quel loco avia veduto, Dove stava il destrier meraviglioso; Se non avesse il fatto a pien saputo, Serìa stato in sua vita doloroso. Era quel sasso orribile et arguto: Dentro vi passa il principe animoso; Da cento passi vicino alla intrata Era di marmo una porta intagliata.
Di smalto era adornata quella porta, Di perle e di smiraldi, in tal lavoro Che non fu mai da uno occhio d’omo scorta Cosa de un pregio di tanto tesoro. Stava nel mezo una donzella morta, Et avea scritto sopra in lettre d’oro: Chi passa quivi, arà di morte stretta, Se non giura di far la mia vendetta;
Ma se giura lo oltraggio vendicare, Che mi fu fatto con gran tradimento, Avrà quel bon destriero a cavalcare, Che di veloce corso passa il vento. Or non stette Ranaldo più a pensare, Ma a Dio promette, e fanne giuramento, Che quanta vita e forza l’avrà scorto, Vendicherà la dama occisa a torto.
Poi passa dentro, e vede quel destriero, Che de catena d’oro era legato, Guarnito aponto a ciò che fa mestiero, Di bianca seta tutto copertato. Egli come un carbone è tutto nero, Sopra la coda ha pel bianco meschiato; Così la fronte ha partita de bianco, La ungia di dietro ancora al pede manco.
Destrier del mondo con questo si vanta Correre al paro, e non ne tro Baiardo, Del qual per tutto il mondo oggi si canta. Quello è più forte, dextro e più gagliardo; Ma questo aveva leggierezza tanta, Che dietro a sè lasciava un sasso, un dardo, Uno uccel che volasse, una saetta, O se altra cosa va con maggior fretta.
Ranaldo fuor di modo se allegrava Di aver trovato tanto alta ventura; Ma la catena a un libro se chiavava, Che avea di sangue tutta la scrittura. Quel libro, a chi lo leggie, dichiarava Tutta la istoria e la novella oscura Di quella dama occisa su la porta, Et in che forma, e chi l’avesse morta.
Narrava il libro come Trufaldino, Re di Baldaco, falso e maledetto, Aveva un conte al suo regno vicino, Ardito e franco, e de virtù perfetto; Et era tanto de ogni lodo fino, Che il re malvaggio n’avea gran dispetto. Fo quel baron nominato Orrisello; Montefalcone ha nome il suo castello.
Avea il conte Orrisello una sorella, Che de tutt’altre dame era l’onore, Perchè è di viso e di persona bella; Di leggiadria, di grazia e di valore: Se alcuna fo compita, lei fu quella. Essa portava a un cavalliero amore, Nobil di schiatta e famoso de ardire, Leggiadro e bello a più non poter dire.
Il sol, che tutto ’l mondo volta intorno, Non vedea un altro par de amanti in terra Sì de beltade e de ogni lode adorno. Una voglia, uno amor questi duo serra, E cresce ogniora più di giorno in giorno. Or Trufaldino a possanza di guerra Mai non puotria pigliar Montefalcone, Chè sua fortezza è fuor de ogni ragione.
Sopra de un sasso terribile e duro, Un miglio ad alto, per stretto sentiero, Se perveniva al smisurato muro; Nè a questo s’apressava di leggiero, Perchè un profondo fosso e largo e scuro Volgie il castello intorno tutto intiero; Ciascuna porta ove dentro si vane, Ha di tre torre fuora un barbacane.
Con incredibil cura si guardava Questa fortezza dal franco Orrisello; Lui temea Trufaldin, che lo odïava, E fatto ha già più assalti a quel castello, E con vergogna sempre ritornava. Or sapeva quel re de ogni altro fello Che la sorella del conte, Albarosa, Polindo amava sopra ogni altra cosa.
Polindo il cavallier è nominato, Albarosa la dama delicata, Quella de che aggio sopra ragionato, Che amava tanto, et era tanto amata. Ora quel cavalliero inamorato Andava alla ventura alcuna fiata, Cercando e’ regni per ogni confino: In corte si trovò di Trufaldino.
Era quel re malvaggio e traditore, Ciascuna cosa sapea simulare: A Polindo faceva molto onore, Con gran proferte e cortese parlare; E prometteli aiuto e gran favore, Quando Albarosa voglia conquistare. Diversa cosa è lo amor veramente! Teme ciascuno, e crede ad ogni gente.
Chi altri mai che Polindo avria creduto A quel malvaggio mancator di fede, Che così da ciascuno era tenuto? Il cavallier nol stima e ciò non crede; Anzi di avere il proferito aiuto Sempre procaccia, e mai l’ora non vede Che Albarosa la bella tenga in braccio; E de altra cosa non se dona impaccio.
Poi che la dama fu tentata in vano, Che dentro dalla rocca toglia gente, A Polindo promette e giura in mano Una notte partirse quietamente; Al piè del sasso scender gioso al piano, Et esserli in sua vita obedïente, Andar con lui, e far tutte sue voglie: Esso promette a lei tuorla per moglie.
L’ordine dato se pone ad effetto. Avea già Trufaldin prima donata A Polindo una rocca da diletto, Longe a Montefalcone una giornata. Qui dentro intrarno senza altro rispetto Quel cavalliero e la giovene amata. Cenando insieme con gran festa e riso, Eccoti Trufaldin quivi improviso.
Vaga fortuna, mobile et incerta, Che alcun diletto non lascia durare! Sotto la terra è una strata coperta, Per quella nella rocca se può andare. Avea il malvaggio questa cosa experta, Perciò li volse la rocca donare. Così cenando, e’ doi de amore accesi Fuor de improvviso crudelmente presi.
Polindo di parlar già non ardiva, Per non far seco la dama perire; Ma di grande ira e rabbia se moriva, Chè non può a Trufaldin sua voglia dire. Quel re comanda alla dama che scriva Al suo german che a lei debba venire, Fingendo che Polindo l’ha menata Dentro a una selva grande e smisurata;
E quivi a forza rinchiusa la tene, Sotto la guarda di tre suoi famigli; Ma se lui quivi secreto ne viene, Vol che Polindo e quelli insieme pigli; Che le cagion diragli intiere e piene Di sua partita, e non se meravigli; Che poi lo chiarirà che il suo camino Campato ha lui di man di Trufaldino.
La dama dice de voler morire Più presto che tradire il suo germano; Nè per minaccie o per piacevol dire Può far che prenda pur la penna in mano. Il re fa incontinente qui venire Un tormento aspro, crudo et inumano, Che con ferro affocato e' membri straccia: Quella fanciulla prende nella faccia.
Nella faccia pigliò col ferro ardente: Non se lamenta lei, nè gietta voce; Alla richiesta risponde nïente. Quel focoso tormento assai più coce Polindo, che vi stava di presente; E benchè fosse de animo feroce, E de uno alto ardir pieno in veritate, Pur cade in terra per molta pietate.
Narrava il libro tutte queste cose, Ma più destinto, e con altre parole; Chè vi erano atti con voci pietose, E quel dolce parlar che usar se suole Tra l’anime congionte et amorose. Eravi che Polindo assai se dole Più de Albarosa che del proprio male; E lei fa del suo amante un altro tale.
Leggie Ranaldo quella istoria dura, E molto pianto da gli occhi li cade; Nel viso se conturba sua figura Per quell’extremo caso de pietade. Una altra fiata sopra al libro giura Di vendicar quella aspra crudeltade; E torna fuora il cavallier soprano Con quel destrier che ha nome Rabicano.
Sopra di quello è il cavallier salito, E via cavalca con la damisella, Ma poco andâr, e il giorno fo sparito: Ciascun di lor dismonta dalla sella. Sotto ad uno albro è Ranaldo adormito, Dorme vicino a lui la dama bella; Lo incanto della Fonte de Merlino Ha tolto suo costume al paladino.
Ora li dorme la dama vicina: Non ne piglia il barone alcuna cura. Già fo tempo che un fiume e una marina Non avrian posto al suo desio misura; A un muro, a un monte avria data roina Per star congionto a quella creatura; Or li dorme vicina e non gli cale: A lei, credo io, ne parve molto male.
Già l’aria se schiariva tutta intorno Abenchè il sole ancor non se mostrava; Di alcune stelle è il cel sereno adorno, Ogni uccelletto agli àrbori cantava; Notte non era, e non era ancor giorno. La damisella Ranaldo guardava, Però che essa al mattino era svegliata; Dormia il barone a l’erba tutta fiata.
Egli era bello et, allor, giovenetto, Nerboso e asciutto, e de una vista viva; Stretto ne’ fianchi e membruto nel petto: Pur mo la barba nel viso scopriva. La damisella il guarda con diletto, Quasi, guardando, di piacer moriva; E di mirarlo tal dolcezza prende, Che altro non vede et altro non attende.
Sta quella dama di sua mente tratta, Guardandosi davanti il cavalliero. Or dentro quella selva aspra e disfatta Stava un centauro terribile e fiero; Forma non fo giamai più contrafatta, Però che aveva forma di destriero Sino alle spalle, e dove il collo uscia, E corpo e braccie e membra d’omo avia.
De altro non vive che di cacciasone, Per quel deserto che è sì grande e strano; Tre dardi aveva, e un scudo e un gran bastone, Sempre cacciando andava per quel piano; Alora alora avea preso un leone, E così vivo sel portava in mano. Rugge il leone e fa gran dimenare; Per questo se ebbe la dama a voltare,
Et altramenti sopra li giongìa Tutto improviso il diverso animale, E forse che Ranaldo occiso avria: Molto comodo avia di farli male. La damisella un gran crido mettia: Donaci aiuto, o Re celestïale! A quel crido se desta il baron pronto, E già il centauro è sopra di lor gionto.
Ranaldo salta in piede e il scudo imbraccia, Benchè il gigante l’avea fraccassato; E quel centauro di spietata faccia Getta il leon, che già l’ha strangolato. Ranaldo adosso a lui tutto se caccia: Quel fuggie un poco, e poi se è rivoltato, E con molta roina lancia un dardo; Stava Ranaldo con molto riguardo,
Sì che nol puote a quel colpo ferire. Or lancia l’altro con molta tempesta; L’elmo scampò Ranaldo dal morire, Chè proprio il gionse a mezo della testa; L’altro ancor getta, e nol puote colpire. Ma già per questo la pugna non resta, Perchè il centauro ha preso il suo bastone, E va saltando intorno al campïone.
Tanto era destro, veloce e leggiero, Che Ranaldo se vede a mal partito; Lo esser gagliardo ben li fa mestiero. Quello animal il tien tanto assalito, Che apressar non se puote al suo destriero; Girato ha tanto, che quasi è stordito. A un grosso pin se accosta, che non tarda: Questo col tronco a lui le spalle guarda.
Quello omo contrafatto e tanto strano, Saltando va de intorno tuttavia; Ma il principe, che avia Fusberta in mano, Discosto a sua persona lo tenia. Vede il centauro afaticarsi in vano, Per la diffesa che il baron facìa; Guarda alla dama dal viso sereno, Che di paura tutta venìa meno.
Subitamente Ranaldo abandona, E leva dello arcion quella donzella; Fredda nel viso e in tutta la persona Alor divenne quella meschinella. Ma questo canto più non ne ragiona; Ne l’altro contarò la istoria bella Di questa dama, e quel ch’io dissi avante, Tornando ad Agricane e Sacripante.