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ORLANDO
INNAMORATO

Libro I · Canto XIV

Angelica libera Orlando

Albracca cade e Angelica fugge con l'anello magico: sfuggita a una torre-trappola, arriva nel giardino di Dragontina e libera Orlando e gli altri.

In breve

Rinaldo insegue il centauro in sella a Rabicano e lo uccide, ma la sua dama è stata gettata nel fiume e lui resta solo nella selva. Intanto ad Albracca i Tartari conquistano e incendiano la città: resiste solo la rocca, senza cibo. Angelica esce di notte a cercare aiuto, protetta dal suo anello magico, ma un vecchio la attira con l'inganno in una torre dove sono prigioniere molte fanciulle, tra cui Fiordelisa, la dama di Rinaldo, che le racconta di Orlando prigioniero di Dragontina.

Grazie all'anello, Angelica fugge invisibile, entra nel giardino incantato e infila l'anello al dito di Orlando, che ritrova la memoria. Insieme liberano gli altri cavalieri, e il giardino svanisce. Tutti giurano di difendere Angelica. Intanto il traditore Truffaldino fa prigionieri Sacripante e Torindo e offre la rocca ad Agricane, che rifiuta sdegnato. Orlando e i suoi compagni scendono verso Albracca: sono nove contro un esercito sterminato.

Ascolta il canto

Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

Il centauro scappava con la dama in braccio. Rinaldo saltò in sella a Rabicano, e gli sembrò di volare: il cavallo era così leggero che non piegava nemmeno l'erba. Raggiunse il centauro sulla riva di un fiume. Quel prepotente gettò la dama nell'acqua, e la corrente la portò via. Poi si voltò a combattere, ma Rinaldo lo sconfisse. Adesso però era rimasto solo, in una foresta che sembrava senza fine.

Intanto i Tartari di Agricane avevano conquistato Albracca. Resisteva soltanto la rocca, il castello in cima alla rupe, ma lì dentro c'era da mangiare appena per un giorno. Angelica decise di andare a cercare aiuto. Aveva un anello magico: se lo teneva in bocca, diventava invisibile. Di notte uscì da sola, al chiaro di luna, e nessuno la vide.

Lungo la strada incontrò un vecchio che piangeva. «Mio figlio ha la febbre alta, aiutami!» Angelica conosceva le erbe che curano, e lo seguì. Ma era un trucco! Il vecchio la portò in una torre su un ponte: appena entrata, la porta di ferro si chiuse da sola. Dentro c'erano tante fanciulle prigioniere. Una di loro era la dama di Brandimarte, che non era annegata perché sapeva nuotare. Finalmente scopriamo il suo nome: Fiordelisa. Fu lei a raccontare ad Angelica che Orlando era prigioniero nel giardino di Dragontina.

Quando la porta si riaprì, Angelica si mise l'anello in bocca e scivolò fuori invisibile. Poi andò dritta al giardino incantato. Lì i cavalieri senza memoria passavano il tempo in modo buffo: alcuni chiacchieravano d'amore, altri cantavano a tre voci, come un piccolo coro. Orlando faceva la guardia vicino a una fontana. Angelica lo prese per mano e gli infilò al dito l'anello, che spezzava ogni incantesimo. Orlando tornò in sé e quasi non credeva ai suoi occhi: davanti a lui c'era proprio Angelica!

Insieme liberarono anche gli altri cavalieri. Allora il palazzo di Dragontina sparì in una tempesta, e con lui il ponte, il fiume e la maga. Tutti i cavalieri giurarono di aiutare Angelica contro Agricane.

Ad Albracca, intanto, il traditore Truffaldino fece prigionieri all'improvviso Sacripante e Torindo, che erano feriti. Poi mandò a dire ad Agricane: «Ti consegno la rocca e due re.» Ma Agricane si infuriò. «Io voglio vincere con il coraggio, non con il tradimento!»

Orlando e i suoi compagni arrivarono in vista dell'accampamento. Erano nove cavalieri contro un esercito immenso. Orlando suonò il suo grande corno, fatto con una zanna di elefante. Tutti tremarono, tranne Agricane, che si mise un elmo magico e salì in sella a Baiardo.

Nove contro migliaia: come andrà a finire? Il poeta promette, per il canto che viene, un'impresa mai sentita al mondo.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

Rinaldo e il centauro ott. 1–10

Il centauro scappa con la dama in groppa, stretta tra le braccia: lei trema, pallida come una morta, e chiede aiuto con tutta la voce che ha. Rinaldo corre al suo cavallo, rimpiangendo Baiardo, perché il centauro è già così lontano che non spera di raggiungerlo. Ma appena prende le redini di Rabicano gli sembra di essere portato dal vento, quasi di volare: il cavallo è così leggero che non piega nemmeno l'erba tenera, e sulla rugiada del mattino non lascia traccia.

Arrivato a un fiume, Rinaldo vede il centauro proprio mentre entra in acqua. Il maledetto non lo aspetta: per cattiveria getta la bella dama nella corrente, che la trascina via (dove sia finita, promette il poeta, lo saprete in questo stesso canto). Poi si volta contro Rinaldo, e la battaglia comincia in mezzo al fiume. Rinaldo ha piastre e maglia, il centauro è nudo, ma è così abile nella scherma che si copre tutto con lo scudo; Rabicano invece è velocissimo nella corsa, ma poco pronto a obbedire alle redini.

L'acqua arriva a metà della sella, il fondo è pieno di sassi. Il centauro mena spesso il bastone, ma fa poco male al barone, che gioca di Fusberta così bene da tagliargli lo scudo e ferirlo in trenta punti. Il centauro, insanguinato, esce dal fiume, ma Rabicano lo raggiunge subito, e Rinaldo lo uccide sul prato.

Ora però Rinaldo non sa che fare, né dove andare: ha perso la dama che gli faceva da guida. Si guarda intorno: la selva è così grande da sembrare senza fine, e quasi vorrebbe tornare indietro. Ma desidera tanto liberare Orlando dall'incantesimo che decide di portare a termine l'impresa, o morire tentando. Prende la via del nord, dove lo guidava la dama, ed ecco che presso una fonte gli appare un cavaliere armato in sella. Ma qui Turpino lascia questa storia e torna al forte re Agricane, chiuso dentro Albracca.

La caduta di Albracca ott. 11–19

Albracca scende da un'alta rupe fino al fiume, ed è tutta cinta da un muro che parte dal castello in cima e arriva fino in pianura. Il muro finisce sul fiume, che si chiama Orada e non si può guadare né d'estate né d'inverno: lì un tratto di muro è crollato, ma la corrente è così forte che gli abitanti non temono attacchi da quella parte.

Avevamo lasciato Agricane a combattere dentro la città contro Sacripante, quando una nuova schiera gli era arrivata alle spalle. Il re non se ne cura e si volta, menando il brando a due mani. Quella schiera è guidata da Torindo il Turco, tornato con molti dei suoi da un'altra strada. Agricane spinge Baiardo contro i Turchi e li butta tutti a terra; ma ecco Sacripante, veloce più di un cervo, che lo insegue senza sosta, e tanta gente gli piomba addosso che la sua forza non basta più.

Le vie della città vengono sbarrate con travi, e tutti scendono dalle mura per combattere, senza lasciare nessuno alla difesa. Allora i Tartari dell'accampamento entrano chi dalle mura, chi dalle porte, gridando: «A morte! A morte!» Sacripante e Torindo devono rifugiarsi nella rocca, dove sono già Angelica e Truffaldino, il primo a fuggire. Tutti i loro uomini sono morti: fuori dalle porte sono caduti Varano e Savarone, re della Media; Radamanto ha ucciso con le sue mani Brunaldo e poi, dentro le mura, il valoroso Ungiano. I Tartari prendono la città, la incendiano e uccidono tutti. Resiste soltanto la rocca, sull'alta rupe.

Angelica esce di notte ott. 20–25

Angelica non sa che fare: nella rocca c'è da mangiare appena per un giorno. A vederla piangere e battersi il bel viso con le mani, anche un cuore di belva o di drago avrebbe pianto con lei. Nella rocca si sono salvati tre re con lei e una trentina di persone, quasi tutti feriti gravemente. Ma la rocca è fortissima, e decidono di uccidere i cavalli e di resistere ai Tartari finché Dio non manderà qualche aiuto.

Angelica allora decide di andare a cercare soccorso: ha al dito l'anello meraviglioso che, tenuto in bocca, rende invisibili. Calato il sole, chiama Torindo, Truffaldino e Sacripante e promette sulla sua parola di tornare entro venti giorni; li prega di difendere la rocca, perché va a chiedere aiuto a tutti i re del mondo, e ha molte speranze di ottenerlo. Poi, nella notte scura, monta sul palafreno e se ne va da sola al lume della luna. Nessuno la vede, anche se il campo intorno è pieno di gente, perché la fatica e la vittoria hanno fatto addormentare tutti. Non ha nemmeno bisogno dell'anello: quando sorge il sole è già a cinque leghe dal castello assediato. Lo guarda sospirando, e prosegue il cammino: attraversa l'Orcagna e arriva in Circassia.

La torre sul ponte ott. 26–36

Arriva proprio sulla riva del fiume dove Rinaldo ha ucciso il centauro. Lì le viene incontro un vecchio dall'aria disperata, che in ginocchio, a mani giunte, la supplica: «Il mio unico figlio, il solo conforto della mia vita, giace in una casa qui vicino con una febbre ardente, e non trovo medicine per salvarlo. Se non mi aiuti tu, rinuncio a ogni speranza e alla vita.» Angelica, che è tanto pietosa e conosce le erbe che curano la febbre, lo conforta e, ingenua, gira il palafreno per seguirlo. Povera lei, dice il poeta: solo un miracolo potrà salvarla!

Quel vecchio, infatti, sta nella selva per catturare dame come si prendono gli uccellini con la rete: ogni anno deve consegnare cento fanciulle in tributo a Poliferno, il forte re di Orgagna. A cinque miglia da lì, su un ponte, c'è una torre meravigliosa: chiunque ci entri si chiude in prigione da solo. Il vecchio ci tiene già molte fanciulle prese con l'inganno, e anche la dama di Brandimarte. Gettata nel fiume dal centauro, lei non è annegata perché sapeva nuotare: la corrente l'ha portata leggera come una piuma fino al ponte, il vecchio l'ha tirata fuori mezza morta, l'ha fatta curare dai medici che ha con sé e poi l'ha chiusa con le altre.

Angelica entra nella torre, mentre il vecchio resta sul ponte, e subito la porta di ferro si chiude da sola. Solo allora capisce l'inganno, e piange disperata battendosi il viso. Le altre fanciulle le si stringono intorno per consolarla e, come si fa in questi casi, ognuna racconta la sua sventura. Più di tutte piange la saggia dama di Brandimarte, che si chiama Fiordelisa. Racconta di Brandimarte, che ama tanto, e di come sia arrivato con Astolfo al giardino di Dragontina, dove ha perso la memoria ed è prigioniero insieme a Orlando e a molti altri. Poi racconta di aver incontrato Rinaldo mentre cercava aiuto, e tutto quello che le è capitato: il gigante, il grifone, la crudeltà subita da Albarosa e infine il centauro che l'ha gettata nel fiume.

Angelica nel giardino di Dragontina ott. 37–44

Mentre Fiordelisa piange al ricordo del suo amore perduto, si sente aprire la porta: un'altra dama è arrivata sul ponte. Angelica decide di fuggire e, resa invisibile dall'anello, esce appena la porta si apre, senza che nessuno la veda. Camminando, prende una decisione: andrà a quell'acqua fatata che fa perdere il senno, là dove Dragontina tiene Orlando e gli altri baroni nella sua dolce prigione.

Cammina senza riposo e una mattina arriva al bel giardino. Ha in bocca l'anello, perciò Dragontina non la vede. Lascia il palafreno nascosto fuori e avanza a piedi tra l'erba, finché vede accanto a una fontana Orlando, armato, perché quel giorno tocca a lui fare la guardia. Ha appeso lo scudo e il corno a un pino, e il suo cavallo Brigliadoro pascola lì intorno. Sotto una palma, a cavallo, c'è un altro cavaliere: il valoroso Oberto dal Leone, barone saggio ed esperto, che ha girato tutta la terra, come si legge nel libro che parla di lui.

Nella loggia il re Adriano e Grifone parlano d'amore; Aquilante e Chiarione cantano, uno la parte alta e l'altro quella del tenore, mentre Brandimarte aggiunge una terza voce; il re Ballano e Antifor di Albarosia discutono di armi e di guerra. Angelica prende Orlando per mano e gli infila al dito l'anello, quello che annulla ogni incantesimo. Il conte torna in sé e, vedendosi accanto il viso che gli ha ferito il cuore d'amore, non riesce a crederci: eppure è proprio Angelica. Lei gli spiega come è finito nel giardino e come Dragontina lo ha ingannato togliendogli la memoria; poi, con umili preghiere, gli chiede aiuto contro Agricane, che le ha distrutto e incendiato la città.

La fine del giardino incantato ott. 45–49

Ma Dragontina, dal palazzo, ha visto Angelica nel prato e chiama tutti i suoi cavalieri, che però sono disarmati. Orlando salta in sella, afferra Oberto, che non si aspetta nulla, e gli infila subito l'anello al dito. I due guerrieri si accordano per liberare tutti gli altri dall'incantesimo. Il poeta non sta a raccontare la lotta nel prato: i primi presi sono i figli di Oliviero, Aquilante e Grifone, che Orlando prima non riconosceva. Figuratevi la sua gioia! E grande è la festa dei due fratelli, quando si riconoscono a vicenda.

Dragontina si dispera vedendo perduto il suo giardino. L'anello annulla tutti i suoi incantesimi: il palazzo sparisce per sempre, e con lui spariscono lei, il ponte e il fiume, in una tempesta. I baroni si ritrovano in mezzo alla foresta, pieni di stupore, e si guardano in faccia: alcuni si riconoscono, altri no. Per primo parla il grande conte di Brava, Orlando, che li esorta ad aiutare la dama che li ha salvati da una sciagura così grande, e racconta come Agricane le abbia distrutto la città e assedi la rocca. I cavalieri, commossi, giurano tutti di aiutarla finché potranno tenere la spada in mano: o cacceranno Agricane, o moriranno tutti insieme ad Albracca. E si mettono subito in cammino.

Il tradimento di Truffaldino ott. 50–55

Torniamo al falso Truffaldino, rimasto nella rocca. Malvagio fin da piccolo, peggiorò sempre fino alla morte. Mentre i compagni non sospettano nulla, cattura nel sonno i Circassi e i Turchi. A Torindo e Sacripante non servono coraggio e valore, perché sono feriti e indeboliti dal sangue perduto nella battaglia del giorno prima: vengono presi all'improvviso, legati mani e piedi e gettati in fondo a una torre.

Poi Truffaldino manda un messaggero ad Agricane: tiene la rocca a suo nome, e ha due re prigionieri da consegnargli. Ma il Tartaro, a quelle parole, si rizza furioso, con gli occhi accesi: «Non piaccia al mio signore Trivigante che si dica mai che ho vinto grazie a un traditore! Voglio vincere con la forza e il coraggio, e farmi onore a viso aperto. E farò pentire te e il tuo signore di avermi parlato di tradimento. So bene che la rocca non può resistere a lungo: quando l'avrò presa, appenderò Truffaldino per un piede fuori da un balcone, te con un cappio legato al suo collo, e tutti i suoi complici intorno, appesi alle mura.» Il messaggero, che lo vede diventare ora bianco ora rosso come il fuoco, appena Agricane si volta scappa di nascosto, terrorizzato al punto da non controllarsi più.

Nove cavalieri contro un esercito ott. 56–66

Il messaggero torna tremando nella rocca e riferisce tutto a Truffaldino. Intanto Orlando, cavalcando giorno e notte con la sua ardita compagnia, arriva in cima a un monte da cui si vedono la città e l'accampamento nemico. Ci sono così tanti soldati, tende e bandiere che Angelica si spaventa, pensando a quante schiere bisogna attraversare per arrivare al castello. Ma i baroni, che non sanno nulla del tradimento di Truffaldino, decidono di portarla nella rocca con la forza delle spade, a dispetto di tutta quella gentaglia.

Stabiliscono l'ordine di battaglia. Davanti a tutti ci sono Orlando e Brandimarte; poi quattro baroni fanno da scudo intorno alla dama: Oberto, Aquilante, Chiarione e il re Adriano; in retroguardia ci sono Grifone, Antifor di Albarosia e il re Ballano. Questa schiera è così coraggiosa che non teme il resto del mondo.

Scendono dal monte con Angelica in mezzo, che trema e sembra morta dalla paura, e arrivano in pianura senza che nessuno se ne accorga. Allora Orlando, davanti a tutti, alza lo sguardo e suona con tutta la forza il suo grande corno, fatto di una zanna intera di elefante, sfidando Agricane, Poliferno, tutti i loro uomini e tutti i re. A quel suono non c'è re o cavaliere che non tremi, tranne Agricane, il più valoroso di tutti, che chiede in fretta le armi e fa schierare i suoi da ogni parte.

Indossa una corazza di grosse piastre, cinge al fianco la sua spada Tranchera e si allaccia un elmo fatto per magia, il più forte del mondo, che re Salomone fece fabbricare con il suo libro e forgiare nel fuoco dell'inferno. Agricane crede davvero che gli stia arrivando addosso un grande esercito, perché ha saputo che Galafrone sta radunando più soldati che può per riprendersi il castello, che gli appartiene. Pensa di scontrarsi con lui, non con Orlando. Si spiegano le bandiere, suonano gli strumenti di guerra, e Agricane avanza davanti a tutte le sue schiere su Baiardo, coperto di maglia dagli zoccoli alla criniera. «Nel prossimo canto» promette il poeta «vi racconterò questa battaglia, e un'impresa di nove baroni così audace come non se n'è mai sentita al mondo.»

Parole difficili

  • scrimaglia ott. 6: scherma, l'arte di combattere con la spada e lo scudo.
  • mal presto alla mano ott. 6: poco pronto a obbedire alle redini, difficile da manovrare.
  • Orada ott. 12: il fiume che scorre sotto Albracca.
  • vargare ott. 12: guadare, attraversare a piedi o a cavallo.
  • trapel ott. 14: drappello, gruppo di armati.
  • serraglia ott. 16: sbarramento.
  • zirone ott. 19: girone, la cerchia di mura più alta e interna.
  • a ragna ott. 29: con la rete; la ragna era la rete per catturare gli uccelli.
  • notare ott. 31: nuotare.
  • conte di Brava ott. 48: Orlando, che è signore di Brava.
  • attedio ott. 49: tormento, molestia.
  • Trivigante ott. 53: una delle divinità che i poemi cavallereschi attribuiscono ai pagani.
  • impender ott. 54: impiccare, appendere.
  • zinia ott. 58: genia, gentaglia.
  • drietoguarda ott. 60: retroguardia.
  • Tranchera ott. 64: la spada di Agricane.
  • collato ott. 64: fuso, forgiato nel fuoco.

Il testo di Boiardo

66 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Aveti inteso la battaglia dura Che fa Ranaldo, la persona accorta, E come la diversa creatura Prese la dama, e in groppa se la porta. Non domandati se ella avea paura: Tutta tremava, e in viso parea morta; Ma pur, quanto la voce li bastava, Al cavalliero aiuto dimandava.

2

Via va correndo lo animal legiero, Con quella dama in groppa scapigliata; A lei sempre ha rivolto il viso fiero; Et a sè stretta la tiene abracciata. Or Ranaldo se accosta al suo destriero; Ben se âgura Baiardo in quella fiata, Chè quel centauro è tanto longe assai, Che averlo gionto non se crede mai.

3

Ma poi che ha preso in man la ricca briglia Di quel destrier che al corso non ha pare, De esser portato da il vento asimiglia: A lui par proprio di dover volare. Mai non fu vista una tal meraviglia; Tanto con l’occhio non se può guardare Per la pianura, per monte e per valle, Quanto il destrier se il lascia dalle spalle.

4

E non rompeva l’erba tenerina, Tanto ne andava la bestia legiera; E sopra alla rugiada matutina Veder non puossi se passato vi era. Così, correndo con quella roina, Gionse Ranaldo sopra una rivera, Et allo entrar de l’acqua, a ponto a ponto, Vede il centauro sopra al fiume gionto.

5

Quel maledetto già non l’aspettava, Ma, via fuggendo, nequitosamente La bella dama nel fiume giettava: Giù ne la porta il fiumicel corrente. Che di lei fosse, e dove ella arivava, Poi lo odirete nel canto presente; Ora il centauro a quel baron se volta, Poi che di groppa se ha la dama tolta;

6

E cominciorno a l’acqua la battaglia, Con fiero assalto, dispietato e crudo; Vero è che il bon Ranaldo ha piastra e maglia, E quel centauro è tutto quanto nudo: Ma tanto è destro e mastro de scrimaglia, Che coperto se tien tutto col scudo; E il destrier del segnor de Montealbano Corrente è assai, ma mal presto alla mano.

7

Grosso era il fiume al mezo dello arcione, De sassi pieno, oscuro e roïnoso. Mena il centauro spesso del bastone, Ma poco noce al baron valoroso, Che gioca di Fusberta a tal ragione, Che tutto quello ha fatto sanguinoso; Tagliato ha il scudo il cavalliero ardito, E già da trenta parte l’ha ferito.

8

Esce del fiume quello insanguinato, Ranaldo insieme, con Fusberta in mano; Nè se fu da lui molto dilungato, Che gionto l’ebbe quel destrier soprano; Quivi lo occise sopra al verde prato. Or sta pensoso il sir de Montealbano, Non sa che far, nè in qual parte se vada: Persa ha la dama, guida de sua strada.

9

A sè d’intorno la selva guardava, E sua grandezza non puotea stimare; La speranza de uscirne gli mancava, E quasi adrieto volea ritornare; Ma tanto ne la mente desïava Da quello incanto il conte Orlando trare, Che sua ventura destina finire, O questa impresa seguendo, morire.

10

Ver Tramontana prende la sua via, Dove il guidava prima la donzella; Et ecco ad una fonte li apparia Un cavalliero armato in su la sella. Or Turpin lascia questa diceria, E torna a raccontar l’alta novella Del re Agricane, quel tartaro forte, Che è chiuso in Albracà dentro alle porte.

11

Dentro a quella citade era rinchiuso, E fa soletto quella ardita guerra: Il popol tutto quanto ha lui confuso. Sappiati che Albracà, la forte terra, Da uno alto sasso calla al fiume giuso, E da ogni lato un mur la cingie e serra, Che se dispicca da il castello altano, Volgendo il sasso insino al monte piano.

12

Sopra del fiume ariva la murata, Con grosse torre e belle a riguardare. Quella fiumana Orada è nominata, Nè estate o verno mai se può vargare. Una parte del muro è qui cascata: Quei della terra non hanno a curare, Chè il fiume è tanto grosso e sì corrente, Che di battaglia non temon nïente.

13

Ora io vi dissi sì come Agricane, Fa la battaglia dentro alla citate; Re Sacripante è con seco alle mane, Con gente della terra in quantitate. Prove se fier’ dignissime e soprane Per l’uno e l’altro, e sopra l’ho narrate; E lasciai proprio che una schiera nova Dietro alle spalle de Agrican se trova.

14

Nulla ne cura quel re valoroso, Ma con molta roina è rivoltato; Mena a due mane il brando sanguinoso. Questo novo trapel che ora è arivato, Era un forte barone et animoso, Torindo il Turco, che era ritornato Con molta di sua gente in compagnia; Per altre parte gionse a questa via.

15

Quel tartaro ne’ Turchi urta Baiardo, Gietta per terra tutta quella gente; Ora ecco Sacripante, il re gagliardo, Che l’ha seguito continüamente. Tanto non è legier cervo ni pardo, Quanto è quel re circasso veramente; Non vale ad Agrican sua forza viva, Tanta è la gente che adosso gli ariva.

16

Già son le bocche delle strate prese, Chiuse con travi et ogni altra serraglia; Le schiere dalle mure son discese, E corre ciascaduno alla battaglia: Non vi rimase alcuno alle diffese. Or quei del campo, quella gran canaglia, Chi per le mure intrò, chi per le porte, Tutti cridando: Alla morte! alla morte!

17

Onde fu forza a l’aspro Sacripante Et a Torindo alla rocca venire; Angelica già dentro era davante, E Trufaldin, che fo il primo a fuggire. Morte son le sue gente tutte quante; La grande occisïon non se può dire: Morto è Varano, e prima Savarone, Re della Media, franco campïone.

18

Morirno questi fora delle porte, Dove la gran battaglia fo nel piano. Brunaldo ebbe sua fine in altra sorte: Radamanto lo occise de sua mano. Quel Radamanto ancor diede la morte Dentro alle mura al valoroso Ungiano; Tutta la gente di sua compagnia Fo il giorno occisa alla battaglia ria.

19

E tutta la citate hanno già presa: Mai non fu vista tal compassïone. La bella terra da ogni parte è incesa, E sono occise tutte le persone; Sol la rocca di sopra se è diffesa Ne l’alto sasso, dentro dal zirone: Tutte le case in ciascuno altro loco Vanno a roina, e son piene di foco.

20

La damisella non scia che si fare, Poi che è condotta a così fatto scorno; In quella rocca non è che mangiare, Apena evi vivande per un giorno. Chi l’avesse veduta lamentare E battersi con man lo viso adorno, Uno aspro cor di fiera o di dragone, Seco avria pianto di compassïone.

21

Dentro alla rocca son tre re salvati Con la dongiella, e trenta altre persone, Per la più parte a morte vulnerati. La rocca è forte fora di ragione, Onde tra lor se son deliberati Che ciascuno occidesse il suo ronzone, E far contra de’ Tartari contesa, Sin che Dio li mandasse altra diffesa.

22

Angelica dapoi prese partito Di ricercare in questo tempo aiuto; Lo annel meraviglioso aveva in dito, Che chi l’ha in bocca, mai non è veduto. Il sol sotto la terra ne era gito, E il bel lume del giorno era perduto: Torindo e Trufaldino e Sacripante La damisella a sè chiama davante.

23

A lor promette sopra alla sua fede In vinti giorni dentro ritornare, E tutti insieme e ciascadun richiede Che sua fortezza vogliano guardare; Che forse avrà Macon di lor mercede, Perchè essa andava aiuto a ricercare Ad ogni re del mondo, a ogni possanza, Et ottenerlo avia molta speranza,

24

E così detto, per la notte bruna La damisella monta al palafreno, Via camminando al lume della luna, Tutta soletta, sotto al cel sereno. Mai non fo vista da persona alcuna, Benchè di gente fosse intorno pieno; Ma a questi la fatica e la vittoria Li avea col sonno tolto ogni memoria.

25

Nè bisogno ebbe di adoprar lo annello, Chè, quando il sol lucente fo levato, Ben cinque leghe è longe dal castello, Che era da’ suoi nemici intornïato. Lei sospirando riguardava quello Che con tanto periglio avea lasciato; E così caminando tutta via, Passata ha Orcagna, e gionse in Circasia.

26

Gionse alla ripa di quella rivera, Dove il franco Ranaldo occiso avia Lo aspro centauro, maledetta fiera. Come la dama nel prato giongia, Un vecchio assai dolente nella ciera Piangendo forte contro a lei venìa; E con man gionte ingenocchion la chiede Che del suo gran dolore abbia mercede.

27

Diceva quel vecchione: Un giovenetto, Conforto solo a mia vita tapina, Mio unico figliolo e mio diletto, Ad una casa che è quindi vicina, Con febre ardente se iace nel letto, Nè per camparlo trovo medicina; E se da te non prende adesso aiuto, Ogni speranza e mia vita rifiuto.

28

La damigella, che è tanto pietosa, Comincia il vecchio molto a confortare: Che lei cognosce l’erbe et ogni cosa Qual se apertenga a febre medicare. Ahi sventurata, trista e dolorosa! Gran meraviglia la farà campare. La semplicetta volge il palafreno Dietro a quel vecchio, che è de inganni pieno.

29

Ora sappiati che il vecchio canuto, Che in quella selva stava alla campagna, Per prender qualche dama era venuto, Come se prende lo uccelletto a ragna; Per ciò che ogni anno dava di tributo Cento donzelle al forte re de Orgagna. Tutte le prende con inganno e scherno, E prese poi le manda a Poliferno.

30

Però che ivi lontano a cinque miglia Sopra de un ponte una torre è fondata: Mai non fo vista tanta meraviglia; Chè ogni persona che è quivi arivata, Dentro a quella pregion sè stesso piglia. Quivi n’avea il vecchio gran brigata, Che tutte l’avea prese con tale arte, Fuor quella sol che fu di Brandimarte.

31

Però che quella, come io vi contai, Fo dal centauro giettata nel fiume. Essa nel fondo non andò giamai, Però che de notare avea costume. Quella onda, che è corrente pur assai, Giù ne la mena, come avesse piume; Al ponte la portò, che mai non tarda, Dove la torre è de quel vecchio in guarda.

32

Lui dal fiume la trasse meza morta, E fecela curar con gran ragione Da quella gente che avea seco in scorta, Chè medici lì aveva, e più persone; Poi la condusse dentro a quella porta, Dove con l’altre stava alla pregione. De Angelica diciamo, che venìa Con quel falso vecchione in compagnia.

33

Come alla torre fo dentro passata, Quel vecchio fora nel ponte restava. Incontinente la porta ferrata, Senza che altri la tocchi, se serrava. Alor se avide quella sventurata Del falso inganno, e forte lamentava; Forte piangia, battendo il viso adorno: L’altre donzelle a lei son tutte intorno.

34

Cercano tutte con dolce parole La dolorosa dama confortare; E, come in cotal caso far si sole, Ciascuna ha sua fortuna a racontare; Ma sopra a l’altre piangendo si dole, Nè quasi può per gran doglia parlare, De Brandimarte la saggia donzella, Che Fiordelisa per nome se appella.

35

Lei sospirando conta la sciagura Di Brandimarte da lei tanto amato: Come, andando con essa alla ventura, Fo con Astolfo al giardino arrivato, Dove tra fiori, a la fresca verdura, L’ha Dragontina ad arte smemorato; E, in compagnia de Orlando paladino, Sta con molti altri presi nel giardino.

36

E come essa dapoi, cercando aiuto, Se gionse con Ranaldo in compagnia; E tutto quel che gli era intravenuto, Senza mentire, a ponto lo dicia; E del gigante, e del grifone ungiuto, E de Albarosa la gran villania, E del centauro al fin, bestia diversa, Che l’avia dentro a quel fiume sumersa.

37

Piangeva Fiordelisa a cotal dire, Membrando l’alto amor de che era priva. Eccoti odirno quella porta aprire, Che un’altra dama sopra al ponte ariva. Angelica destina di fuggire, Già non la può veder persona viva; Lo incanto dello annel sì la coperse, Che fuora uscì, come il ponte se aperse.

38

Non fo vista da alcuno in quella fiata, Tanta è la forza dello incantamento; E fra sè stessa, andando, èssi apensata E fatto ha nel suo cor proponimento Di voler gire a quella acqua fatata Che tira l’omo fuor de sentimento, Là dove Orlando et ogni altro barone Tien Dragontina alla dolce prigione.

39

E caminando senza alcun riposo, Al bel verzier fo gionta una matina. In bocca avia lo annel meraviglioso: Per questo non la vede Dragontina. Di fora aveva il palafreno ascoso, Et essa a piede fra l’erbe camina, E caminando, a lato ad una fonte, Vede iacerse armato il franco conte.

40

Perchè la guarda faceva quel giorno, Stavasi armato a lato alla fontana. Il scudo a un pino avea sospeso e il corno; E Brigliadoro, la bestia soprana, Pascendo l’erbe gli girava intorno. Sotto una palma, a l’ombra proximana, Un altro cavallier stava in arcione: Questo era il franco Oberto dal Leone.

41

Non scio, Segnor, se odisti più contare L’alta prodezza de quel forte Oberto; Ma fu nel vero un baron de alto affare, Ardito e saggio, e de ogni cosa experto. Tutta la terra intorno ebbe a cercare, Come se vede nel suo libro aperto. Costui facea la guarda alora quando Gionse la dama a lato al conte Orlando.

42

Il re Adrïano e lo ardito Grifone Stan ne la loggia a ragionar de amore; Aquilante cantava e Chiarïone, L’un dice sopra, e l’altro di tenore. Brandimarte fa contra alla canzone; Ma il re Ballano, ch’è pien di valore, Stassi con Antifor de Albarosia: De arme e di guerra dicon tutta via.

43

La damisella prende il conte a mano, Et a lui pose quello annello in dito, Lo annel che fa ogni incanto al tutto vano. Or se è in sè stesso il conte risentito, E scorgendosi presso il viso umano, Che gli ha de amor sì forte il cor ferito, Non sa come esser possa, e apena crede Angelica esser quivi, e pur la vede.

44

La damisella tutto il fatto intese: Sì come nel giardino era venuto, E come Dragontina a inganno il prese, Alor che ogni ricordo avia perduto. Poi con altre parole se distese, Con umil prieghi richiedendo aiuto Contra Agricane, il qual con cruda guerra Avea spianata et arsa la sua terra.

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Ma Dragontina, che al palagio stava, Angelica ebbe vista giù nel prato. Tutti e' suoi cavallier presto chiamava, Ma ciascun se ritrova disarmato. Il conte Orlando su l’arcion montava, Et ebbe Oberto ben stretto pigliato, Avengachè da lui quel non se guarda; Lo annel li pose in dito, che non tarda.

46

E già son accordati i duo guerrieri Trar tutti gli altri de incantazïone. Or quivi racontar non è mestieri Come fosse nel prato la tenzone. Prima fôr presi i figli de Olivieri, L’uno Aquilante, e l’altro fo Grifone; Il conte avante non li cognoscia: Non dimandati se allegrezza avia.

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Grande allegrezza ferno i duo germani, Poi che se fo l’un l’altro cognosciuto. Or Dragontina fa lamenti insani, Chè vede il suo giardino esser perduto. Lo annel tutti e’ suoi incanti facea vani: Sparve il palagio, e mai non fo veduto; Lei sparve, e il ponte, e il fiume con tempesta: Tutti e’ baron restarno alla foresta.

48

Ciascun pien di stupor la mente avia, E l’uno e l’altro in viso si guardava; Chi sì, chi non, di lor se cognoscia. Primo di tutti il gran conte di Brava Fece parlare a quella compagnia, E ciascadun, pregando, confortava A dare aiuto a quella dama pura, Che li avea tratti di tanta sciagura.

49

Raconta de Agricane il grande attedio, Che avea disfatta sua bella citade, Et intorno alla rocca avia lo assedio. Già son quei cavallier mossi a pietade, E giurâr tutti di porvi rimedio, In sin che in man potran tenir le spade, E di fare Agricane indi partire, O tutti insieme in Albraca morire.

50

Già tutti insieme son posti a camino, Via cavalcando per le strate scorte. Ora torniamo al falso Trufaldino, Che dimorava a quella rocca forte. Lui fu malvagio ancor da piccolino, E sempre peggiorò sino alla morte; Non avendo i compagni alcun suspetto, Prese e’ Cercassi e i Turchi tutti in letto.

51

Non valse al bon Torindo esser ardito, Nè sua franchezza a l’alto Sacripante, Chè ciascadun de loro era ferito Per la battaglia de il giorno davante, E per sangue perduto indebilito; E fur presi improvisi in quello istante. Legolli Trufaldino e piedi e braccia, E de una torre al fondo ambi li caccia.

52

Poi manda un messagiero ad Agricane, Dicendo che a sua posta et a suo nome Avia la rocca e il forte barbacane, E che due re tenia legati; e come Volea donarli presi in le sue mane. Ma il Tartaro a quel dire alciò le chiome; Con gli occhi accesi e con superba faccia, Così parlando, a quel messo minaccia:

53

Non piaccia a Trivigante, mio segnore, Nè per lo mondo mai se possa dire Che allo esser mio sia mezo un traditore: Vincer voglio per forza, o per ardire, Et a fronte scoperta farmi onore. Ma te con il segnor farò pentire, Come ribaldi, che aviti ardimento Pur far parole a me di tradimento.

54

Bene aggio avuto avviso, e certo sciollo, Che non se può tenir lunga stagione; A quella rocca impender poi farollo Per un de’ piedi, fuora de un balcone, E te col laccio ataccarò al suo collo; E ciascadun li è stato compagnone A far quel tradimento tanto scuro, Serà de intorno impeso sopra al muro.

55

Il messagier, che lo vedea nel volto Or bianco tutto, or rosso come un foco, Ben se serebbe volentier via tolto, Chè gionto si vedeva a strano gioco; Ma, sendosi Agricane in là rivolto, Partisse de nascoso di quel loco. Par che il nabisso via fuggendo il mene; De altro che rose avea le brache piene.

56

Dentro alla rocca ritorna tremando, E fece a Trufaldin quella ambasciata. Ora torniamo al valoroso Orlando, Che se ne vien con l’ardita brigata. E giorno e notte forte cavalcando, Sopra de un monte ariva una giornata: Dal monte se vedea, senza altro inciampo, La terra tutta e de’ nimici il campo.

57

Tanta era quivi la gente infinita, E tanti pavaglion, tante bandiere, Che Angelica rimase sbigotita, Poi che passar convien cotante schiere, Prima che nel castel faccia salita. Ma quei baron dricciâr le mente altiere, E destinarno che la dama vada Dentro alla rocca per forza di spada.

58

E nulla sapean lor del tradimento, Che il falso Trufaldin fatto li avia; Ma sopra al monte, con molto ardimento, Dànno ordine in qual modo et in qual via La dama se conduce a salvamento A mal dispetto di quella zinia. Guarniti de tutte arme e’ suo’ destrieri, Fan lo consiglio li arditi guerreri.

59

Et ordinâr la forma e la maniera Di passar tutta quella gran canaglia. Il conte Orlando è il primo alla frontera Con Brandimarte a intrare alla battaglia: Poi son quattro baroni in una schiera, Che de intorno alla dama fan serraglia: Oberto et Aquilante e Chiarïone, E il re Adrïano è il quarto compagnone.

60

Quelli hanno ad ogni forza e vigoria Tenir la dama coperta e diffesa. Poi son tre, gionti insieme in compagnia, Che della drietoguarda hanno la impresa: Grifone et Antifor de Albarosia, E il re Ballano, quella anima accesa. Or questa schiera è sì de ardire in cima, Che tutto il resto del mondo non stima.

61

Calla de il monte la gente sicura, Con Angelica in mezo di sua scorta, La qual tutta tremava de paura, E la sua bella faccia parìa morta; E già son giunti sopra alla pianura, Nè si è di loro ancor la gente accorta. Ma il conte Orlando, cavalliero adorno, Alcia la vista, e pone a bocca il corno.

62

A tutti quanti li altri era davante, E suonava il gran corno con tempesta: Quello era un dente integro di elefante. Lo ardito conte de suonar non resta; Disfida quelle gente tutte quante, Agrican, Poliferno e ogni sue gesta: E tutti insieme quei re di corona Isfida a la battaglia, e forte suona.

63

Quando fu il corno nel campo sentito, Che in ciel feriva con tanto rumore, Non vi fu re, nè cavalliero ardito Che non avesse di quel suon terrore; Solo Agricane non fu sbigotito, Che fu corona e pregio di valore; Ma con gran fretta l’arme sue dimanda, E fa sue schiere armar per ogni banda.

64

Fu in gran fretta il re Agricane armato. Di grosse piastre il sbergo se vestia, Tranchera la sua spada cense al lato; E uno elmo fatto per nigromanzia Al petto et a le spalle ebbe alacciato: Cosa più forte al mondo non avia. Salomone il fie’ far col suo quaderno, E fu collato al foco dello inferno.

65

E veramente crede il campïone Che una gran gente mo li viene adosso, Però ch’inteso avia che Galafrone Exercito adunava a più non posso, Perchè era quel castel di sua ragione, E destinava di averlo riscosso. Costui stimava scontrare Agricane, Non con Orlando venire alle mane.

66

Già son spiegate tutte le bandiere, E suonan li instromenti da battaglia, Il re Agricane ha Baiardo il destriere, Da le ungie al crine coperto di maglia, E vien davanti a tutte le sue schiere. Ne l’altro canto dirò la travaglia, E de nove baroni un tale ardire, Che mai nel mondo più se odette dire.