Libro I · Canto XV
Nove contro due milioni
Orlando e otto compagni si aprono la strada tra due milioni di nemici per portare Angelica nella rocca. Ma alla porta li aspetta un traditore.
In breve
Comincia la grande battaglia sotto la rocca di Albracca: Orlando e otto compagni devono portarvi dentro Angelica attraversando un esercito di due milioni di uomini. Orlando e Agricane, re di Tartaria, si scontrano subito, ma la folla li separa. I compagni fanno meraviglie, però due di loro, Ballano e Antifor, restano indietro in mezzo ai nemici. Quando Angelica, rimasta senza difesa, chiama Orlando piangendo, il conte si scatena: abbatte uno dopo l'altro sette re e colpisce Agricane in testa, che si salva solo grazie al suo elmo incantato.
Due re rapiscono Angelica; Orlando la riprende, uccidendo l'ultimo rapitore con un pugno per non ferire lei, e galoppa fino alla porta del castello. Ma Truffaldino, il traditore chiuso là dentro, non vuole aprire. Cede solo quando Orlando minaccia di tagliare tutta la rupe con la spada, e in cambio pretende che tutti giurino di difenderlo contro chiunque. Orlando giura, perché glielo chiede Angelica. All'alba Agricane, da solo, sfida tutti i cavalieri della rocca.
Ascolta il canto
Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
Intorno alla rocca di Albracca, un castello in cima a una rupe, c'era un esercito enorme: due milioni di soldati! Li comandava Agricane, il re dei Tartari, che voleva Angelica a ogni costo. Orlando e otto compagni dovevano attraversarlo e portare Angelica al sicuro nella rocca. Nove contro due milioni!
Suonarono trombe e tamburi, e la battaglia cominciò. Orlando si lanciò subito contro Agricane, ma nessuno dei due cadeva, e la folla li separò. I compagni di Orlando combattevano come leoni, ma i nemici erano troppi.
Angelica tremava come una foglia. Al dito aveva un anello magico che poteva renderla invisibile, ma per la paura se ne dimenticò! Sapeva solo piangere e chiamare Orlando.
Quando Orlando sentì la sua voce, diventò una furia. Strinse le ginocchia così forte che il suo cavallo, Brigliadoro, crollò a terra, anche se si rialzò subito. Poi Orlando alzò la sua spada, Durindana, e abbatté un re dopo l'altro. I nemici scappavano gridando: «Attenti! Attenti!» Arrivò fino ad Agricane e gli diede un colpo fortissimo in testa. Il re si salvò solo grazie al suo elmo incantato, ma rimase stordito.
Proprio allora, però, alcuni re nemici afferrarono Angelica. Uno di loro, Santaria, se la mise sulla sella e si riparava dietro di lei come dietro uno scudo! Orlando aveva paura di colpirla per sbaglio. Allora rimise la spada nel fodero, cioè nella sua custodia, e lo affrontò a mani nude. Santaria lo colpì, ma un incantesimo proteggeva Orlando da ogni lama. Con un pugno sull'elmo il conte lo buttò giù, prese Angelica in braccio e galoppò fino alla porta del castello.
Ma la porta restò chiusa. Dentro c'era Truffaldino, un re traditore, che invece di aprire tirava sassi e frecce. Orlando lo pregò di avere pietà di Angelica. Niente da fare. Allora gridò così forte da spaventare il cielo: «Se non apri, taglierò questa rupe con la spada e butterò giù il tuo castello!»
Truffaldino aveva visto di che cosa era capace Orlando, e si spaventò. Disse che avrebbe aperto, ma a un patto: tutti i cavalieri dovevano giurare di difenderlo contro chiunque. Orlando non voleva. Ma Angelica, stretta al suo collo, lo pregò tanto che alla fine lui giurò, e con lui giurarono tutti i compagni.
Finalmente entrarono. Ma nella rocca da mangiare c'era solo mezzo cavallo salato e duro. Orlando aveva così fame che ne mangiò un quarto da solo... e aveva ancora fame!
All'alba Orlando suonò il corno, e nella pianura i soldati nemici si nascosero nei fossi. Agricane invece non aveva paura di nessuno. Suonò il corno anche lui e sfidò, da solo, tutti i cavalieri della rocca. Chi avrà il coraggio di uscire ad affrontarlo? Lo racconta il prossimo canto.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
Nove contro due milioni ott. 1–7
Il poeta invita i signori ad ascoltare la grande battaglia: i nove cavalieri del canto precedente stanno per scontrarsi con due milioni di nemici, tra corni, trombe e tamburi che sembrano spaccare il mondo e far crollare il cielo.
Come una tempesta di tramontana sul mare, così si alza l'urlo nell'aria piena di polvere. Per primo Orlando mette la lancia in resta e carica Agricane. Lo scontro è tremendo, ma nessuno dei due si piega in sella. Si voltano come leoni e cominciano a battersi con le spade; ma arriva il resto della gente, e devono separarsi, malvolentieri, perché ognuno si sentiva in vantaggio.
Orlando torna dai suoi: al suo fianco c'è Brandimarte, alle spalle Oberto, Chiarione e Aquilante, poi il re Adriano, Antifor, Grifone e il re Ballano. Addosso a loro, da monti, valli e pianure, arriva una moltitudine senza fine. «Brutta canaglia» gridano i cavalieri, «le vostre urla non servono a niente: la vostra furia sarà un fuoco di paglia!» Orlando spezza le schiere, e Agricane bada solo a lui. Gli altri abbattono tanti nemici che sul campo si vedono solo morti, e arrivano a un tiro d'arco dalla rocca.
I re di Agricane ott. 8–16
Nel campo nemico c'è Radamanto, il gigante re di Comana alto venti piedi, quello che, come il poeta ha raccontato, aveva catturato Astolfo. Colpisce a tradimento il re Ballano alle spalle e lo fa cadere da cavallo. Grifone, indignato, lo affronta in una battaglia aspra. Ballano si rialza e combatte a piedi, perché la folla non gli permette di risalire in sella: con la spada a due mani incoraggia i compagni e si fa intorno un cerchio di nemici morti.
Santaria, re di Sueza, carica Antifor di Albarossia con una lancia grossa come un tronco, ma non lo smuove: Antifor gli taglia la lancia al primo colpo. Intanto il gigante Argante di Rossia vede Brandimarte che fa prodezze incredibili, tutto coperto di sangue, e lo assale su un cavallo enorme; Brandimarte non si spaventa affatto e lo affronta con la spada.
Turpino, dice il poeta, racconta ogni colpo di quel duello, ma lui lo salta: immaginate che ciascuno ci metta tutta la sua forza. La terra si copre di morti, eppure le schiere nemiche non diminuiscono: sembra che l'inferno rimandi su gli uccisi un'altra volta.
I nove avanzano verso la rocca aprendosi la strada con le spade, con duecentomila nemici addosso ciascuno. Ballano devono lasciarlo, perché liberarlo è impossibile. Contro gli altri otto si gettano i re più famosi: Lurcone, Radamanto, Agricane, Santaria, Brontino, Pandragone, Argante, lungo trenta spanne, Uldano, Poliferno e Saritrone. Tutti insieme riescono ad abbattere Antifor.
Il grido di Angelica ott. 17–26
I quattro cavalieri che proteggono Angelica fanno meraviglie, ma Agricane, che la vuole a ogni costo, ha con sé tanta gente che rischiano di doverla abbandonare. Angelica è così terrorizzata che si dimentica perfino dell'anello che ha al dito, con cui potrebbe rendersi invisibile e salvarsi: chiama soltanto Orlando, piangendo.
Orlando, poco lontano, sente quella voce. Gli sale un fuoco al viso, tanto che la vampa sembra uscirgli dall'elmo; batte i denti e stringe le ginocchia così forte che il suo cavallo Brigliadoro crolla a terra, anche se si rialza subito. Ora, dice il poeta, ascoltate colpi che fanno paura solo a raccontarli. Orlando getta via lo scudo, scuote la testa come un pazzo e alza Durindana a due mani.
Per primo vede Radamanto, il più alto di tutti, e lo taglia in due da un fianco all'altro. Poi spacca Saritrone dall'elmo fino alla sella, e colpisce Brontino, signore della terra Normanna, dalla spalla alla coscia. Arriva Pandragone, re dei Goti, sicuro di sé perché alle spalle ha il fortissimo Argante: Orlando gli tronca le spalle con un colpo di traverso, e lo stesso colpo ferisce alla pancia Argante, così alto che Pandragone gli arriva alla cintura. Il gigante fugge tra le schiere, ferito a morte.
Questa volta Orlando non ha pietà, come invece faceva di solito: chiedere grazia non serve, la rabbia lo acceca. Nessuna armatura resiste alla sua spada, i morti formano una montagna, nessuno osa guardarlo in faccia. Sembra che un fuoco gli bruci nell'elmo, e tutti fuggono gridando: «Attenti! Attenti!»
Il colpo sull'elmo incantato ott. 27–31
Intanto Agricane sta conciando male Aquilante, e Angelica, lì vicino, trema come una foglia. Orlando arriva travolgendo fanti e cavalieri, sente il pianto della dama, si alza sulle staffe giurando di spedire quel re all'inferno con un colpo solo e lo colpisce in mezzo alla testa. Senza l'elmo incantato, Agricane sarebbe tagliato in due. Stordito, piegato ora da una parte ora dall'altra, il re viene portato via dal cavallo per mezza lega, e Orlando lo insegue a briglia sciolta.
Proprio allora il re Lurcone e Santaria assaltano Angelica. I quattro la difendono bene, ma alla fine, sommersi dai nemici, devono lasciarla. Santaria se la porta via sulla sella, tenendola col braccio sinistro, con Lurcone davanti e Poliferno e Uldano dietro. La ragazza piange, scapigliata, e a ogni grido chiama Orlando.
Orlando riprende Angelica ott. 32–39
Oberto, Chiarione e Aquilante si gettano nella mischia per liberarla, ma non bastano. Agricane si riprende e, con in pugno Tranchera, la sua spada, torna furioso contro Orlando per vendicarsi. Ma Orlando vede Angelica che lo chiama e si volta verso di lei: nessuno al mondo potrebbe trattenerlo. Digrigna i denti così forte che lo si sente a un tiro d'arco.
Il primo che trova è il re Lurcone. La spada gli si gira in mano e lo colpisce di piatto, ma il colpo è così violento che lo butta giù morto: l'elmo vola in pezzi e, racconta il poeta come una cosa mai vista, della testa del re non resta più traccia.
Santaria, terrorizzato, sa difendersi in un modo solo: usa la dama come scudo. Orlando ha paura di colpirlo, per non uccidere anche lei. Angelica grida: «Se mi ami, cavaliere, dimostramelo! Uccidimi tu con le tue mani, ma non lasciare che mi porti via questo cane!»
Orlando, confuso, rimette la spada nel fodero e si getta su Santaria, deciso a riprendersi la dama con il solo pugno. Santaria, vedendolo senza spada, tiene Angelica col braccio sinistro e con la destra gli tira un gran colpo; ma la lama non scalfisce il conte fatato. Orlando gli sferra un pugno sull'elmo e lo butta a terra morto. Poi, mentre comincia un'altra mischia, afferra la dama e vola via con Brigliadoro fino alla porta del castello.
La porta chiusa ott. 40–47
Ma Truffaldino si affaccia alla torre e non apre: minaccia i cavalieri e li respinge con dardi e sassi. Angelica, pallida e tremante, si vede tradita e vorrebbe morire.
Arriva la grande schiera nemica, con Agricane e Uldano in testa, e copre il monte e la pianura. Orlando, con la dama in braccio e Durindana in mano, sbuffa di rabbia e geme di paura: non per sé, ma per lei. Dalle mura Truffaldino lo respinge, i nemici lo stringono contro la rocca, e piovono tante frecce che sembrano nascondere il sole. Adriano, Aquilante e Chiarione si difendono contro Agricane, Brandimarte sembra una torcia accesa tra i nemici, Oberto e Grifone fanno molte prodezze.
Sotto la rocca, Orlando prega umilmente Truffaldino di avere pietà di quella ragazza. Ma le belle parole non piegano quel cuore: sotto la luna, dice il poeta, non ci fu mai nessuno più malvagio e traditore. Allora la rabbia di Orlando cresce. Coprendo la dama con lo scudo, lui che è abituato a colpire e non a minacciare grida così forte da spaventare il cielo: «Traditore! Non ti salverai: in meno di quattro ore taglierò con la spada questa rupe tutta intorno, butterò la rocca giù nella pianura, distruggerò quell'accampamento e tu finirai schiacciato insieme a loro!»
Truffaldino, pauroso come tutti i traditori, ha visto con i suoi occhi la forza di Orlando: sette re fatti a pezzi.
I patti con il traditore ott. 48–52
Gli sembra già di vedere la rupe che crolla addosso ad Agricane e ai suoi. Così si affaccia a un merlo e dice: «Signore, ascolta le mie ragioni. Non nego di aver tradito Angelica, ma Dio mi è testimone che sono stato costretto. I miei due compagni, per una loro follia, sono venuti a litigare con me, e io li ho presi e messi in prigione. Hanno torto, ma non mi perdonerebbero mai: se uscissero, sarei morto, perché sono più forti di me. Perciò qui dentro non entrerai, se prima non giuri di proteggere la mia vita. E lo stesso vale per ogni altro cavaliere: dovrà giurare di essere il mio campione contro chiunque, per qualunque motivo, e tutti insieme giurerete di difendermi contro il mondo intero.»
Orlando rifiuta e lo minaccia. Ma Angelica, che lui tiene in braccio, lo prega stringendosi al suo collo, e alla fine quel cuore feroce si piega: Orlando giura come vuole lei, e tutti gli altri cavalieri giurano con lui.
Mezzo cavallo salato ott. 53–56
Truffaldino apre la porta, abbassa il ponte e tutti entrano. Ma nella rocca non c'è più niente da mangiare, a parte mezzo cavallo salato e duro. Orlando, che muore di fame, ne mangia un quarto e non è ancora sazio; gli altri finiscono il resto. Brandimarte, Adriano, Chiarione e Oberto, insieme a Orlando, si impegnano a procurare grandi provviste, mentre Aquilante e suo fratello Grifone restano a guardia della fortezza.
Nessuno si fida di Truffaldino, perciò si organizzano nuovi turni di guardia sulle mura. All'alba, prima ancora che il giorno sia chiaro, Orlando è già armato e suona forte il corno. Nella pianura i soldati impallidiscono: piangono, si battono le mani, scappano o si nascondono, perché il giorno prima hanno conosciuto la sua furia.
Agricane sfida tutti ott. 57–60
Gran parte dell'esercito si rintana tra i cespugli e nei fossi. Ma Agricane e gli altri signori radunano i soldati con le minacce, in un frastuono mai sentito. Il re mette in fila le sue schiere non col bastone, ma con la spada sguainata: chi trova disarmato o lontano dai ranghi lo uccide all'istante. Il suo esercito sterminato copre una pianura di quattro leghe per lato, dal monte fino al fiume.
Agricane si meraviglia che una folla così immensa tremi davanti a un solo cavaliere: lui, da solo, si sente di affrontarli tutti, e stima Orlando e i suoi compagni meno di un bambino. Si vanta di tenere il campo contro chiunque esca dalla rocca, e li sfida suonando forte il corno.
«Nel prossimo canto» promette il poeta, «sentirete un duello di spade come non se ne sono mai sentiti. Poi tornerò a raccontarvi di Rinaldo.»
Parole difficili
- aresta ott. 2: mette in resta, cioè appoggia la lancia al sostegno sulla corazza, pronta per la carica.
- arcioni ott. 3: le parti rialzate davanti e dietro la sella; per estensione, la sella.
- zinia ott. 7: genia, razza (detto con disprezzo).
- arcata ott. 7: la distanza a cui arriva una freccia tirata con l'arco.
- spane ott. 16: spanne, la misura di una mano aperta, dal pollice al mignolo.
- partito ott. 18: situazione, condizione.
- Brigliadoro ott. 19: il cavallo di Orlando.
- Durindana ott. 20: la spada di Orlando.
- ronzone ott. 25: cavallo.
- mercede ott. 25: grazia, pietà.
- Tranchera ott. 32: la spada di Agricane.
- di piatone ott. 34: di piatto, con la parte larga della lama invece che con il filo.
- affatato ott. 38: fatato, reso invulnerabile da un incantesimo.
- zambello ott. 39: zuffa, mischia.
- isnello ott. 39: snello, agile e veloce.
- merlo ott. 48: ciascuno dei rialzi di pietra in cima alle mura di un castello, dietro cui si riparano i difensori.
- girone ott. 54: cerchia di mura, fortezza.
Il testo di Boiardo
60 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Stati ad odir, Segnor, se vi è diletto, La gran battaglia ch’io vi vo’ contare. Ne l’altro canto di sopra ve ho detto De nove cavallier, che hanno a scontrare Due millïon de popol maledetto; E come e’ corni se odivan suonare, Trombe, tamburi e voce senza fine, Che par che il mondo se apra e ’l cel roine.
Quando nel mar tempesta con romore Da tramontana il vento furïoso, Grandine e pioggia mena e gran terrore, L’onda se oscura dal cel nubiloso. Con tal roina e con tanto furore Levasi il crido nel cel polveroso; Prima de tutti Orlando l’asta aresta, Verso Agrican viene a testa per testa.
E se incontrarno insieme e’ due baroni Che avean possanza e forza smisurata, E nulla se piegarno delli arcioni, Nè vi fo alcun vantaggio quella fiata. Poi se voltarno a guisa de leoni; Ciascun con furia trasse for la spata, E cominciâr tra lor la acerba zuffa. Or l’altra gente gionge alla baruffa;
Sì che fu forza a quei duo cavallieri Lasciar tra lor lo assalto cominciato, Benchè se dipartîr mal volontieri, Chè ciascun se tenea più avantaggiato. Il conte se retira ai suoi guerreri, Brandimarte li è sempre a lato a lato; Oberto, Chiarïone et Aquilante Sono alle spalle a quel segnor de Anglante.
Et è con loro il franco re Adrïano, Segue Antifor e lo ardito Grifone, Et in mezo di questi il re Ballano. Or la gran gente fora di ragione Per monte e valle, per coste e per piano, Seguendo ogni bandiera, ogni pennone, A gran roina ne vien loro adosso, E con tal crido, che contar nol posso.
Dicean quei cavallier: Brutta canaglia, E’ vostri cridi non varran nïente; Vostro furor serà foco di paglia, Tutti sereti occisi incontinente. Or se incomincia la crudel battaglia Tra quei nove campioni e quella gente; Ben se puotea veder il conte Orlando Spezzar le schiere e disturbar col brando.
Il re Agricane a lui solo attendia, E certamente assai li dà che fare; Ma Brandimarte e l’altra compagnia Fan con le spade diverso tagliare, E tanto uccidon di quella zinia, Che altro che morti al campo non appare. Verso la rocca vanno tutta fiata, E già presso li sono ad una arcata.
Nel campo de Agricane era un gigante, Re di Comana, valoroso e franco, Et era lungo dal capo alle piante Ben vinti piedi, e non è un dito manco: Di lui ve ho racontato ancor davante Che prese Astolfo e nome ha Radamanto. Costui se mosse con la lancia in mano, E riscontrò su il campo il re Ballano.
Ferì quel re di drieto nelle spalle Il malvaggio gigante e traditore, Che del destrier il fie’ cadere a valle, Nè valse al re Ballan suo gran valore. Allo ardito Grifon forte ne calle, E volta a Radamanto con furore; E comenciâr battaglia aspra e crudele, Con animo adirato e con mal fiele.
Levato è il re Ballan con molto ardire, E francamente al campo si mantiene; Ma già non puote al suo destrier salire, Tanto è la gente che adosso li viene. Esso non resta intorno de ferire, La spada sanguinosa a due man tiene; Lui nulla teme e i compagni conforta: Fatto se ha un cerchio della gente morta.
Il re de Sueza, forte campïone, Ch’è per nome chiamato Santaria, Con una lancia d’un grosso troncone Scontrò con Antifor di Albarossia; Già non lo mosse ponto dello arcione, Chè il cavalliero ha molta vigoria, E se diffende con molta possanza; A prima giunta li tagliò la lanza.
Argante di Rossia stava da parte, Guardando la battaglia tenebrosa; Et ecco ebbe adocchiato Brandimarte, Che facea prova sì meravigliosa, Che contar non lo può libro, nè carte. Tutta la sua persona è sanguinosa; Mena a due mane quel brando tagliente, Chi parte al ciglio, e chi perfino al dente.
A lui se driccia il smisurato Argante, Sopra a un destrier terribile e grandissimo, E ferì il scudo a Brandimarte avante. Ma lui tanto era ardito e potentissimo, Che nulla cura de l’alto gigante, Benchè sia nominato per fortissimo, Ma con la spada in mano a lui s’affronta; Ogni lor colpo ben Turpin raconta.
Ma io lascio de dirli nel presente: Pensati che ciascun forte se adopra. Ora tornamo a dir de l’altra gente; Benchè la terra de morti se copra, Quelle gran schiere non sceman nïente. Par che lo inferno li mandi di sopra, Da poi che sono occisi, un’altra volta, Tanto nel campo vien la gente folta.
Fermi non stanno e’ nove cavallieri, Ma ver la rocca vanno a più non posso; La strata fanno aprir coi brandi fieri, Ducento millia n’ha ciascuno adosso. Lasciar Ballano a forza li è mestieri, Chè fo impossibil de averlo riscosso; Li altri otto ancora son tornati insieme, Tutta la gente adosso di lor preme.
E detti re son con loro alle mane, Ciascun di pregio e gran condizïone. Lurcone e Radamanto et Agricane E Santaria e Brontino e Pandragone, Argante, che fo lungo trenta spane, Uldano e Poliferno e Saritrone; Tutti eno insieme, e con gran vigoria Atterrâr Antifor de Albarossia.
La schiera de quei quattro, che io contai Che copriva la dama, in sua diffesa Facea prodezze e meraviglie assai, Ma troppo è disegual la lor contesa. Agrican di ferir non resta mai, Chè vol la dama ad ogni modo presa, E gente ha seco di cotanto affare, Che a lor convien la dama abandonare.
Et essa, che se vede a tal partito, Di gran paura non scia che si fare, Scordase dello annel che aveva in dito, Col qual potea nascondersi e campare. Lei tanto ha il spirto freddo e sbigotito, Che de altra cosa non può racordare; Ma solo Orlando per nome dimanda, A lui piangendo sol se racomanda.
Il conte, ch’è alla dama longi poco, Ode la voce che cotanto amava; Nel core e nella faccia viene un foco, Fuor de l’elmo la vampa sfavillava; Batteva e denti e non trovava loco, E le genocchie sì forte serrava, Che Brigliadoro, quel forte corsiero, Della gran stretta cade nel sentiero;
Abenchè incontinente fo levato. Ora ascoltati fuora di misura Colpi diversi de Orlando adirato, Che pure a racontarli è una paura. Il scudo con roina ha via gettato, Chè tutto il mondo una paglia non cura; Scrolla la testa quella anima insana, Ad ambe man tiene alta Durindana;
Spezza la gente per tutte le bande. Or fuor delli altri ha scorto Radamanto (Prima lo vide, perchè era il più grande): Tutto il tagliò da l’uno a l’altro fianco, In duo cavezzi per terra lo spande; Nè di quel colpo non parve già stanco, Chè sopra a l’elmo gionse a Saritrone, E tutto il fese insino in su l’arcione.
Non prende alcun riposo il paladino, Ma fulminando mena Durindana, E non risguarda grande o piccolino, Li altri re taglia e la gente mezzana. Mala ventura lì mostrò Brontino, Che dominava la terra Normana: Dalla spalla del scudo e piastre e maglia, Sino alla coscia destra tutto il taglia.
Ora ecco il re de’ Goti, Pandragone, Che viene a Orlando crucïoso avante; Questo se fida nel suo compagnone, Perchè alle spalle ha il fortissimo Argante. Orlando verso lor va di rondone, Che già bene adocchiato avia il gigante; Ma perchè a Pandragone agionse in prima, Per il traverso delle spalle il cima.
A traverso del scudo il gionse a ponto, E l’una e l’altra spalla ebbe troncata. Argante era con lui tanto congionto, Che non puotè schiffarsi in questa fiata, Ma proprio di quel colpo, come io conto, Li fo a traverso la panza tagliata; Però ch’Argante fu di tanta altura, Che Pandragon li dava alla cintura.
Quel gran gigante volta il suo ronzone E per le schiere se pone a fuggire, Portando le budelle su lo arcione. Mai non se arestò il conte di ferire; Non ha, come suolea, compassïone, Tutta la gente intorno fa morire; Pietà non vale, o dimandar mercede: Tanto è turbato, che lume non vede.
Non ebbe il mondo mai cosa più scura Che fo a mirare il disperato conte; Contra sua spada non vale armatura, Di gente occisa ha già fatto un gran monte; Et ha posto a ciascun tanta paura, Che non ardiscon di mirarlo in fronte. Par che ne l’elmo e in faccia un foco gli arda: Ciascun fugge cridando: Guarda! guarda!
Agrican combattea con Aquilante Alor che Orlando mena tal roina; Angelica ben presso gli è davante, Che trema come foglia la meschina. Eccoti gionto quel conte de Anglante; Con Durindana mai non se raffina: Or taglia omini armati, ora destrieri, Urta pedoni, atterra cavallieri.
Et ebbe visto il Tartaro da canto, Che facea de Aquilante un mal governo, Et ode della dama il tristo pianto: Quanta ira allora accolse, io nol discerno. Su le staffe se riccia, e dassi vanto Mandar quel re de un colpo nello inferno; Mena a traverso il brando con tempesta, E proprio il gionse a mezo della testa.
Fu quel colpo feroce e smisurato, Quanto alcuno altro dispietato e fiero; E se non fosse per lo elmo incantato, Tutto quanto il tagliava de legiero. Sbalordisce Agricane, e smemorato Per la campagna il porta il suo destriero; Lui or da un canto, or dall’altro si piega, Fuor di se stesso andò ben meza lega.
Orlando per lo campo lo seguia Con Brigliadoro a redina bandita; In questo il re Lurcone e Santaria Con gran furor la dama hanno assalita. Ciascun de’ quattro ben la diffendia, Ma non vi fu rimedio alla finita: Tanto la gente adosso li abondaro, Che al mal suo grado Angelica lasciaro.
Re Santaria davante in su l’arcione Dal manco braccio la dama portava, E stava a lui davanti il re Lurcone; Poliferno et Uldano il seguitava. Era a vedere una compassïone La damigella come lacrimava; Iscapigliata crida lamentando, Ad ogni crido chiama il conte Orlando.
Oberto, Clarïone et Aquilante Erano entrati nella schiera grossa, E di persona fan prodezze tante, Quante puon farsi ad aver la riscossa; Ma le lor forze non eran bastante, Tutta è la gente contra de lor mossa. Ora Agricane in questo se risente: Tranchera ha in mano, il suo brando tagliente.
Verso de Orlando nequitoso torna, Per vendicare il colpo ricevuto; Ma il conte vede quella dama adorna, Che ad alta voce li domanda aiuto. Là se rivolta, che già non soggiorna, Chè tutto il mondo non l’avria tenuto; Più de una arcata se puotea sentire L’un dente contra a l’altro screcienire.
Il primo che trovò, fo il re Lurcone, Che avanti a tutti venìa per lo piano. Il conte il gionse in capo di piatone, Però che ’l brando se rivolse in mano; Ma pur lo giettò morto dello arcione, Tanto fo il colpo dispietato e strano. L’elmo andò fraccassato in sul terreno, Tutto di sangue e di cervello pieno.
Or ascoltati cosa istrana e nova, Che il capo a quel re manca tutto quanto, Nè dentro a l’elmo o altrove se ritrova, Così l’aveva Durindana infranto. Ma Santaria, che vede quella prova, Di gran paura trema tutto quanto, Nè riparar se scia da il colpo crudo, Se non se fa de quella dama scudo.
Però che Orlando già gli è gionto adosso, Nè diffender se può, nè può fuggire; Temeva il conte di averlo percosso, Per non far seco Angelica perire. Essa cridava forte a più non posso: Se tu me ami, baron, famel sentire! Occidi me, io te prego, con tue mane; Non mi lasciar portare a questo cane.
Era in quel ponto Orlando sì confuso, Che non sapeva apena che se fare. Ripone il brando il conte di guerra uso, E sopra a Santaria se lascia andare, Nè con altra arma che col pugno chiuso Se destina la dama conquistare; Re Santaria, che senza brando il vede, Di averlo morto o preso ben se crede.
La dama sostenia da il manco lato, E nella destra mano avea la spada. Con essa un aspro colpo ebbe menato; Ma benchè il brando sia tagliente e rada, Già non se attacca a quel conte affatato. Esso non stette più nïente a bada: Sopra a quel re ne l’elmo un pugno serra, E morto il gettò sopra della terra.
Per bocca e naso uscia fuora il cervello, Et ha la faccia di sangue vermiglia. Or se comincia un altro gran zambello, Però che Orlando quella dama piglia, E via ne va con Brigliadoro isnello, Tanto veloce, che è gran meraviglia. Angelica è sicura di tal scorta, E del castello è già gionta alla porta.
Ma Trufaldino alla torre se affaccia, Nè già dimostra di volere aprire; A tutti e cavallier crida e minaccia Di farli a doglia et onta ripartire; Con dardi e sassi a giù forte li caccia. La dama di dolor volea morire; Tutta tremava smorta e sbigotita, Poi che se vede, misera! tradita.
La grossa schiera de’ nemici ariva: Agricane è davante e il fiero Uldano; Quella gran gente la terra copriva Per la costa del monte, e tutto il piano. Chi fia colui che Orlando ben descriva, Che tien la dama e Durindana in mano? Soffia per ira e per paura geme, Nulla di sè, ma de la dama teme.
Egli avea della dama gran paura, Ma di se stesso temeva nïente. Trufaldin li cacciava dalle mura, Et alla rocca il stringie l’altra gente. Cresce d’ogni ora la battaglia dura, Perchè da il campo continüamente Tanta copia di frezze e dardi abonda, Che par che il sole e il giorno se nasconda.
Adriano, Aquilante e Chiarïone Fanno contra Agrican molta diffesa; E Brandimarte, che ha cor di leone, Par tra’ nemici una facella accesa. Il franco Oberto e l’ardito Grifone Molte prodezze ferno in quella impresa. Sotto la rocca stava il paladino, Et umilmente prega Trufaldino,
Che aggia pietade di quella donzella Condotta a caso di tanta fortuna; Ma Trufaldino per dolce favella Non piega l’alma di pietà digiuna, Chè un’altra non fu mai cotanto fella, Nè traditrice sotto della luna. Il conte priega indarno: a poco a poco L’ira gli cresce, e fa gli occhi di foco.
Sotto la rocca più se fu appressato, E tien la dama coperta col scudo, E verso Trufaldin fu rivoltato, Con volto acceso e con sembiante crudo. Ben che non fusse a minacciare usato, Ma più presto a ferire, il baron drudo, Or lo scridava con tanta bravura, Che, non ch’a lui, ma al cel mettea paura.
Stringeva e’ denti e dicea: Traditore! Ad ogni modo non puotrai campare, Chè questo sasso in meno de quattro ore, Voglio col brando de intorno tagliare, E pigliarò la rocca a gran furore, E giù nel piano la vo’ trabuccare; E struggerò quel campo tutto quanto, E tu serai con loro insieme afranto.
Cridava il conte in voce sì orgogliosa, Che non sembrava de parlare umano. Trufaldino avia l’alma timorosa, Come ogni traditore ha per certano; E vista avia la forza valorosa, Che mostrata avea il conte sopra al piano; Chè sette re mandati avia dispersi, Rotti e spezzati con colpi diversi.
E già pareva a quel falso ribaldo Veder la rocca de intorno tagliata, E roïnar il sasso a giù di saldo Adosso ad Agricane e sua brigata, Perchè vedeva il conte de ira caldo, Con gli occhi ardenti e con vista avampata. Onde a un merlo se affaccia e dice: Sire, Piacciati un poco mia ragione odire.
Io non lo niego, e negar non sapria, Ch’io non abbia ad Angelica fallito; Ma testimonio il celo e Dio me sia Che mi fu forza a prender tal partito, Per li duo miei compagni e sua folìa, Benchè ciascun da me si tien tradito; Chè vennerno con meco a questïone, Et io li presi, e posti li ho in pregione.
E benchè meco essi abbiano gran torto, Da loro io non avria perdon giamai; E come fosser fuora, io serìa morto, Perchè di me son più potenti assai; Onde per questo io te ragiono scorto Che mai qua dentro tu non intrarai, Se tua persona non promette e giura Far con sua forza mia vita sicura.
E simil dico de ogni altro barone, Che voglia teco nella rocca entrare: Giurarà prima de esser campïone Per mia persona, e la battaglia fare Contra a ciascuno, e per ogni cagione Che alcun dimanda o possa dimandare; Poi tutti insieme giurareti a tondo Far mia diffesa contra tutto il mondo.
Orlando tal promessa ben li niega, Anzi il minaccia con viso turbato; Ma quella dama, che egli ha in braccio, il prega, E stretto al collo lo tiene abracciato; Onde quel cor feroce al fin se piega. Come volse la dama, ebbe giurato; E similmente ogni altro cavalliero Giura quel patto a pieno e tutto intiero.
Sì come dimandar si seppe a bocca, Fu fatto Trufaldin da lor sicuro. Lui poi apre la porta e il ponte scocca, Et intrò ciascun dentro al forte muro. Or più vivande non son nella rocca, Fuor che mezo destrier salato e duro. Orlando, che di fame venìa meno, Ne mangiò un quarto, et anco non è pieno.
Li altri mangiorno il resto tutto quanto, Sì che bisogna de altro procacciare. Brandimarte e Adrïan se tran da canto; Chiarïone et Oberto de alto affare, Col conte Orlando insieme se dan vanto Gran vittualia alla rocca portare: Ad Aquilante e il suo fratel Grifone Restò la guarda de il forte girone.
Perchè alcun cavallier non se fidava Di Trufaldin, malvaggia creatura, Però la guardia nova se ordinava, E la diffesa intorno a l’alte mura. E già l’alba serena se levava, Poi che passata fo la notte oscura, Nè ancora era chiarito in tutto il giorno, Che Orlando è armato, e forte sona il corno.
Ode il gran suono la gente nel piano, Che a tutti quanti morte li minaccia. Ben se spaventa quel popol villano; Non rimase ad alcun colore in faccia. Ciascun piangendo batte mano a mano; Chi fugge, e chi nasconder se procaccia, Però che il giorno avanti avian provato Il furor crudo de Orlando adirato.
Per questo il campo, la parte maggiore, Per macchie e fossi ascosi se apiatava; Ma il re Agricane e ciascun gran segnore, Minacciando, sua gente radunava. Non fu sentito mai tanto rumore Per la gran gente che a furor se armava; Non ha bastone il re Agrican quel crudo, Ma le sue schiere fa col brando nudo.
E come vede alcun che non è armato, O che se alonghi alquanto della schiera, Subitamente il manda morto al prato. Guarda de intorno la persona altiera, E vede il grande exercito adunato, Che tien da il monte insino alla riviera. Quattro leghe è quel piano in ogni verso: Tutto lo copre quel popol diverso.
Gran maraviglia ha il re Agricane il fiero Che quella gente, grande oltra misura, Sia spaventata da un sol cavalliero; Perchè ciascun tremava di paura, Et esso per se solo in sul destriero Di contrastare a tutti si assecura; Quei cavallieri e Orlando paladino Manco li stima che un sol fanciullino.
E sol se avanta il campo mantenire A quanti ne uscirà di quella rocca; Tutti li sfida e mostra molto ardire, Forte suonando col corno alla bocca. Ne l’altro canto potereti odire Come l’un l’altro col brando se tocca, Che mai più non sentisti un tal ferire: Poi di Ranaldo tornarovi a dire.