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ORLANDO
INNAMORATO

Libro I · Canto XVI

Due elmi incantati

Orlando e Agricane si battono per ore senza riuscire a ferirsi, finché un esercito venuto dall'India interrompe il duello.

In breve

Agricane, re di Tartaria, sfida da solo i cavalieri della rocca di Albracca. Escono Orlando e quattro compagni, mentre Angelica guarda da un balcone. Orlando e Agricane si battono per tutta la mattina: le spade tagliano scudi e corazze, ma i colpi sulla testa non servono a niente, perché tutti e due hanno un elmo incantato. All'improvviso arriva l'esercito di Galafrone, il padre di Angelica, guidato dal gigante nero Archiloro e dalla regina guerriera Marfisa. Archiloro, con il suo martello, mette in fuga i Tartari.

Agricane, che non sa di combattere contro Orlando, gli chiede con cortesia di rimandare il duello all'indomani, e Orlando accetta. Il re torna dai suoi e sconfigge il gigante tagliandogli le mani. Marfisa, intanto, dorme in riva a un fiume: si farà svegliare solo se le cose andranno male. Galafrone è in pericolo e Angelica chiede a Orlando di aiutarlo. Il poeta torna poi a Rinaldo, che in un giardino trova un cavaliere disperato in lacrime.

Ascolta il canto

Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.

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Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

Dalla rocca di Albracca uscirono Orlando e quattro compagni. Angelica si affacciò a un balcone per guardarli. Sotto, nella pianura, li aspettava Agricane, il re dei Tartari, tutto solo. Quando li vide, quasi si vergognò: erano così pochi! Ai suoi soldati gridò: «Nessuno si muova per aiutarmi!»

Orlando gli corse incontro, veloce come il vento. I due si scontrarono come due fulmini, e le lance volarono in mille pezzi. Allora presero le spade. Colpo dopo colpo, si tagliarono scudi e corazze, ma nessuno dei due si faceva un graffio.

Orlando calò la spada sulla testa di Agricane con tutta la sua forza. La lama rimbalzò, tra le scintille. «Aspetta un po'» brontolò il re, «e vedrai chi di noi due ha l'elmo migliore!» Colpì anche lui, ma niente da fare. Tutti e due avevano un elmo incantato, che nessuna spada poteva spaccare.

Combatterono dall'alba per sei ore, senza stancarsi. Le spade risuonavano come martelli su un'incudine. A un certo punto Agricane colpì Orlando in piena faccia, e il conte vide le stelle, anche se era pieno giorno!

Proprio allora suonò la campana della rocca. Nella pianura arrivava un nuovo esercito, con bandiere, trombe e tamburi. Era Galafrone, il padre di Angelica, che veniva a riprendersi il suo castello. Con lui c'erano Archiloro, un gigante armato di un martello pesantissimo, e Marfisa, una regina guerriera che nessun cavaliere riusciva a battere.

Archiloro si gettò sui Tartari: a ogni colpo di martello ne buttava giù uno, e gli altri scappavano. Agricane vide la sua gente fuggire. Non sapeva di combattere proprio contro Orlando, e gli disse con gentilezza: «Cavaliere, sei il più forte che abbia mai incontrato. Rimandiamo la nostra sfida a domattina, così posso aiutare i miei.»

Orlando era ancora arrabbiato per quel colpo in faccia. Ma un cavaliere innamorato, dice il poeta, è sempre cortese, cioè gentile e generoso. Così lo lasciò andare. Agricane tornò dai suoi e sconfisse il gigante: il suo cavallo era così agile che il martello di Archiloro non lo prendeva mai.

E Marfisa? Dormiva tranquilla sotto un pino, in riva a un fiume, con l'armatura addosso: non se la toglieva da cinque anni! Alla sua cameriera aveva detto: «Svegliami solo se le cose vanno male. Per vincere basto io.» Intanto Galafrone era in pericolo, e Angelica pregò Orlando di salvare suo padre. Il conte sguainò subito la sua spada, Durindana.

Ma a questo punto il poeta lasciò la battaglia e tornò a Rinaldo. In un bel giardino, accanto a una fontana, Rinaldo trovò un cavaliere che piangeva disperato. Perché piangeva così? Lo racconterà lui stesso, nel prossimo canto.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

Cinque cavalieri escono dalla rocca ott. 1–8

Tutto ciò che sta sotto la luna, dice il poeta, ricchezze e regni, dipende dalla Fortuna, che apre e chiude le porte all'improvviso e, quando sembra bianca, diventa nera; e in guerra è più instabile e ingannevole che mai. Lo dimostra Agricane, imperatore di Tartaria, padrone di tanti regni: per avere una dama ha visto il suo esercito sconfitto e ha perso in un solo giorno sette re, tutti per mano di Orlando.

Per questo, disperato, suona il corno e sfida Orlando e i suoi compagni, vantandosi di aspettarli da solo. Dalla rocca si abbassa il ponte ed esce Orlando, seguito da Oberto dal Leone, Brandimarte, il re Adriano e Chiarione. Angelica si affaccia a un balcone, perché Orlando veda la sua bellezza, e i cinque scendono dal monte alla pianura con la lancia in mano.

Agricane li guarda di traverso: quasi si vergogna di battersi contro così pochi. Senza degnarsi di voltarsi verso la sua gente codarda, grida: «Che nessuno di voi, gentaglia, si muova per aiutarmi! Anche se venissero tutti gli uomini del mondo, con Ercole e Sansone, Ettore e Achille, li abbatterei tutti. E quando avrò ucciso questi cinque, guardatevi da me: prima del tramonto vi farò a pezzi, perché in Tartaria non nasca mai più gente che faccia una vergogna come la vostra.» I soldati tremano come foglie al vento, senza fiatare. Agricane esce da solo dalla schiera e suona il corno: il suono rimbomba e sa di sangue e di morte.

Due fulmini che si scontrano ott. 9–13

Orlando, vedendo il coraggio smisurato di Agricane, chiede a Gesù Cristo la grazia di poterlo convertire alla sua fede. Si fa il segno della croce, si raccomanda a Dio e gli corre incontro, veloce come il fuoco e il vento.

I due si scontrano come due fulmini nel cielo, e tutti e due si piegano all'indietro. Le lance vanno in pezzi con un tale fracasso che chi guarda pensa che il cielo stia per cadere. Brigliadoro sta per crollare, e Orlando a fatica lo tiene in piedi; invece Baiardo, il cavallo di Agricane, corre così forte che si vede solo la sua polvere, e alla fine della corsa si volta con un salto di sette piedi.

Orlando è già girato verso il nemico, con in mano la spada che fu del re Almonte; Agricane ha sguainato Tranchera. Di guerrieri così ce ne sono pochi al mondo. Nessuno dei due arretra, e come la grandine sfronda un alberello, così le spade tagliano le armature dappertutto, tranne che sulla testa: gli scudi sono rotti, le piastre spezzate, i cimieri volati via.

Elmo contro elmo ott. 14–19

Orlando, stanco di quel lungo gioco, decide di finirla con un colpo solo e cala la spada a due mani sull'elmo di Agricane, ma la lama rimbalza verso il cielo gettando scintille. Agricane borbotta fra i denti: «Aspetta un po', e ti farò vedere chi di noi due ha l'elmo migliore.» E vibra un gran colpo a due mani, convinto di spaccare Orlando fino alla sella. Ma la spada non fa presa: anche l'elmo di Orlando è incantato. Lo fece il negromante Albrizach e lo regalò al figlio di Agolante, che lo perse quando Orlando lo uccise presso una fonte.

«Ma basta chiacchiere» dice il poeta. Orlando suda dalla testa ai piedi e la rabbia gli cresce. Colpisce con tutta la sua forza: la spada scivola sul fianco dell'elmo, scende lungo la spalla sinistra, porta via più di un terzo dello scudo e taglia armatura e vestiti fino all'anca, mettendo a nudo il fianco senza ferire la pelle.

Agricane pensa: «Devo sbrigarmi, o non arriverò a stasera. Ma adesso lo mando all'inferno: non c'è corazza che resista a questo colpo.» Cala Tranchera sulla spalla sinistra di Orlando, gli fa volare a terra più di mezzo scudo e gli taglia la corazza sul fianco: piastre e maglia cadono, ma la carne resta intatta.

Come la fucina di Vulcano ott. 20–26

I quattro compagni di Orlando guardano e dicono che al mondo non ci sono due guerrieri così forti; i pagani esclamano: «Per Macone, nessuno è in vantaggio!» Tutti giudicano i colpi, perché è facile giudicare quando non fanno male a te; ma i due cavalieri non parlano, combattono. Si battono ormai da sei ore, dall'alba, e nessuno è stanco. Come Vulcano che nella fucina dell'Etna batte il martello per fabbricare fulmini, colpo dopo colpo, così risuonano le due spade, tra fiamme e scintille.

Orlando colpisce Agricane di rovescio, sotto la corona dell'elmo: la testa gli rimbomba, il re perde i sensi, si abbandona sul collo di Baiardo e si aggrappa alla sella. Lo salva l'elmo fatto da Salomone. Il cavallo lo porta via, ma presto Agricane si riprende e torna contro Orlando, velenoso come un serpente: lo colpisce con tutte e due le braccia, in mezzo alla faccia.

Orlando si piega all'indietro fino a battere la testa sulla groppa del cavallo. Non sa più se è sera o mattina: è pieno giorno, ma vede le stelle e il mondo tutto a fiammelle. Gli sale una furia estrema, stravolge gli occhi e stringe Durindana. Ma proprio allora nel campo si alza un grande clamore e nella rocca suona la campana: nella pianura arriva una folla infinita, con bandiere al vento, trombe, tamburi e corni.

Arriva l'esercito di Galafrone ott. 27–31

È l'esercito di Galafrone, il padre di Angelica, diviso in tre schiere enormi: viene a riprendersi la rocca, che è sua. Ha chiamato gente da ogni regione e mezza India è in armi, chi per avere tesori, chi per paura, perché il re è potentissimo e ricchissimo. Arrivano dal mare dell'oro, ai confini dell'India.

La prima schiera la guida il gigante nero Archiloro. La seconda una regina così forte che in tutto l'Oriente non c'è cavaliere capace di resisterle in sella, e non meno bella che forte: si chiama Marfisa. È così fiera che da cinque anni non si toglie l'armatura, perché ha giurato al suo dio Macone di non spogliarsi finché non avrà catturato in battaglia tre re: Gradasso di Sericana, Agricane di Tartaria e Carlo Magno, imperatore di Francia. Per ora il poeta non dice altro della sua forza e della sua superbia.

L'esercito attraversa con un frastuono tremendo il grande fiume Drada. L'ultima schiera la guida lo stesso re Galafrone, sotto la sua bandiera nera con un drago d'oro.

Il martello di Archiloro ott. 32–36

Archiloro è un gigante enorme che non adora nessuno: bestemmia Macone, disprezza Dio e li minaccia tutti e due. Assale per primo il campo tartaro, come un demonio uscito dall'inferno, con un martello più pesante di un'incudine: a ogni colpo stende un Tartaro.

Contro di lui si lanciano i re Uldano e Poliferno, con due schiere di quasi centomila uomini ciascuna. Lo colpiscono nello stesso momento, ognuno da una parte, senza accorgersi l'uno dell'altro: il gigante sta per cadere, ma i due colpi opposti lo tengono in piedi, perché Poliferno l'aveva appena piegato quando Uldano lo colpisce dall'altro lato. Archiloro afferra il martello a due mani e stende Poliferno con un colpo in testa; poi colpisce Uldano sull'elmo, alla guancia, e lo butta giù da cavallo.

I due re restano a terra, e Archiloro avanza come un drago che sputa fuoco, spaccando elmi, scudi e corazze. Nessuno gli resiste, tutti fuggono. E Agricane vede la sua gente scappare.

La tregua cortese ott. 37–43

Allora si rivolge a Orlando con parole gentili: «Cavaliere, per cortesia: se hai mai amato una ragazza, o se ne ami una adesso, ti scongiuro per il suo bel viso (e che Amore te la conceda!), sospendiamo la nostra battaglia, perché io possa soccorrere la mia gente. Non so chi sei, se non che sei un cavaliere straordinario; ma da questo momento ti regalo il grande regno di Mosca, fino al mare di Russia. Il suo re è all'inferno: ce l'hai mandato tu ieri sera, era Radamanto, quel gigante che hai tagliato in due alla cintura.

Te lo regalo volentieri, perché non c'è al mondo cavaliere più valoroso di te. E ti giuro che torneremo a batterci, per stabilire chi non ha uguali al mondo. Prima di provare la tua forza mi credevo più di un uomo; quando sentivo parlare di Orlando, che sta in Francia, non me ne importava niente. Questa battaglia mi ha fatto cambiare idea: ho capito che sono fatto di carne e ossa. Domattina faremo l'ultima prova, e uno di noi due sarà il fiore e la corona del mondo. Ma ora lasciami andare, ti prego per ciò che hai di più caro: guarda la mia gente sbaragliata da quel gigante. Se mi permetti di aiutarla, ti sarò grato per sempre.»

Orlando è ancora arrabbiato per il colpo ricevuto e si vendicherebbe volentieri; ma non sa dire di no, perché un uomo nobile e innamorato non può mai mancare di cortesia. Lascia andare Agricane e gli offre perfino il suo aiuto.

Agricane contro il gigante ott. 44–53

Agricane, superbo com'è, non vuole aiuti. Volta Baiardo e prende la lancia di un suo cavaliere. Vedendolo tornare, i suoi riprendono coraggio, e quelli che fuggivano tornano indietro. Il re dalla corona d'oro rimette in ordine le schiere e, davanti a tutti, si lancia su Baiardo, veloce come una freccia, contro Archiloro, che lo aspetta piantato sui due piedi, con lo scudo al braccio e il martello in mano.

Lo scudo del gigante è spesso un palmo, fatto di nervi di elefante intrecciati; Agricane lo trapassa con la lancia, ma Archiloro non si sposta di un dito e con il martello gli spezza la lancia a metà. Agricane sguaina la spada e gli gira intorno, attaccandolo ora alle spalle, ora di fronte, sempre attento a non farsi colpire. Il gigante sta fermo come una torre e usa solo il martello, ma Baiardo è così agile che sembra un uccello, e Archiloro manca ogni colpo.

Indiani e Tartari guardano senza muoversi, come se la cosa non li riguardasse. A un tratto Archiloro getta via lo scudo e cala un colpo a due mani: avrebbe ucciso Agricane, ma il martello affonda tutto nella sabbia. Il gigante non ha ancora rialzato le braccia che il re, pronto, gli taglia di netto tutte e due le mani, che restano attaccate al martello. Agricane non si degna di finirlo: lo uccidono i soldati semplici, con mille ferite, per vendicare i tanti compagni che aveva ammazzato quel giorno.

Agricane si getta con Baiardo nella folla e mette in rotta gli Indiani. Intanto si sono ripresi Uldano e Poliferno, rimasti a lungo a terra storditi dal martello, e si vendicano facendo a pezzi i guerrieri neri.

Marfisa dorme ott. 54–57

Gli Indiani non resistono più della paglia davanti al fuoco, e Agricane li guarda ridendo, perché non si degna di inseguire quella canaglia. E Marfisa? È a due leghe dalla battaglia e dorme all'ombra di un pino, sull'erba, in riva al fiume. È così superba che non vuole combattere contro nessuno che non porti in testa una corona.

Prima di smontare da cavallo ha detto alla sua cameriera: «Ascoltami bene. Quando vedrai fuggire la nostra schiera, il re Galafrone morto o prigioniero e la sua bandiera a terra, allora svegliami e portami il cavallo. Prima, non dirmi una parola: per vincere basto io da sola.» Poi si è sdraiata sul prato con l'armatura addosso, e dorme tranquilla come se fosse dentro un castello. Torniamo agli Indiani, che fuggono terrorizzati fino alla schiera dello stendardo reale.

Angelica chiede aiuto ott. 58–60

Galafrone ha la schiuma alla bocca vedendo fuggire i suoi: sprona il cavallo come un disperato, deciso a vincere o morire. Angelica, dalla rocca, vede il padre in pericolo di morte e manda a chiedere aiuto a Orlando: lo prega di soccorrere subito suo padre e, se spera qualcosa da lei, di mostrare quel giorno il suo valore; si ricordi che lei lo guarda dalla rocca, e che a giudicarlo sarà la sua dama.

L'innamorato conte non perde tempo: sguaina Durindana con furia e combatte una battaglia durissima, che il poeta racconterà per intero. Ma per ora la lascia e torna a Rinaldo che, come ha detto, in un bel giardino ha visto un cavaliere disteso accanto a una fontana.

Un cavaliere che piange ott. 61–64

Il cavaliere piange così disperatamente che farebbe pietà a un drago, e con il viso basso non si accorge di Rinaldo. Il principe lo osserva in silenzio, ma non riesce a capire le sue parole sommesse. Allora smonta, lo saluta con cortesia e gli chiede perché si lamenta così.

Il poveretto alza la faccia, guarda Rinaldo a lungo senza parlare, e poi dice: «Cavaliere, la mia triste sorte mi porta ad andare incontro alla morte di mia volontà. Ma ti giuro su Dio che non è questo a farmi soffrire: alla morte ci vado come se andassi a una festa. Mi addolora solo quello che dovrò vedere morendo: con me morirà un cavaliere valoroso e cortese, senza potersi difendere.»

«Ti prego, per Dio» dice Rinaldo, «raccontami come sono andate le cose: vedendoti così disperato, mi hai fatto venire voglia di saperlo.» Il cavaliere alza la fronte e risponde piangendo, come il poeta racconterà nel prossimo canto.

Parole difficili

  • zentaglia ville ott. 6: gentaglia vile.
  • Ercule e Sanson, Ettor e Achille ott. 6: Ercole, Sansone, Ettore e Achille, i più famosi forzuti ed eroi del mito greco, della Bibbia e della guerra di Troia.
  • troni ott. 10: tuoni, fulmini.
  • re Almonte ott. 12: re saraceno, figlio di Agolante, ucciso da Orlando; la sua spada era Durindana.
  • lamieri ott. 13: le lamiere, cioè le piastre di metallo dell'armatura.
  • cimieri ott. 13: gli ornamenti in cima all'elmo.
  • sbergo ott. 17: usbergo, la corazza.
  • spalla stanca ott. 17: la spalla sinistra.
  • gallon ott. 19: fianco.
  • Macone ott. 20: Maometto, che nei poemi cavallereschi è presentato come un dio dei saraceni.
  • ora sexta ott. 21: la sesta ora dopo l'alba, cioè verso mezzogiorno.
  • Mongibello ott. 22: l'Etna, il vulcano dove, secondo il mito, il dio Vulcano aveva la sua fucina.
  • ancude ott. 33: incudine.
  • guanciale ott. 35: la parte dell'elmo che protegge la guancia.
  • nerbo ott. 46: nervo, tendine; lo scudo di Archiloro è fatto di nervi di elefante intrecciati.
  • cameriera ott. 56: damigella al servizio di una signora.
  • verziero ott. 60: giardino.

Il testo di Boiardo

64 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Tutte le cose sotto della luna, L’alta ricchezza, e’ regni della terra, Son sottoposti a voglia di Fortuna: Lei la porta apre de improviso e serra, E quando più par bianca, divien bruna; Ma più se mostra a caso della guerra Instabile, voltante e roïnosa, E più fallace che alcuna altra cosa;

2

Come se puote in Agrican vedere, Quale era imperator de Tartaria, Che avia nel mondo cotanto potere, E tanti regni al suo stato obedia. Per una dama al suo talento avere, Sconfitta e morta fu sua compagnia; E sette re che aveva al suo comando, Perse in un giorno sol per man di Orlando.

3

Onde esso al campo, come disperato Suonando il corno, pugna dimandava, Et avea il conte Orlando disfidato, Con ogni cavallier che il seguitava; E lui soletto, sì come era, al prato Tutti quanti aspettarli se vantava. Ma della rocca già se calla il ponte, Et esce fuora armato il franco conte.

4

Alle sue spalle è Oberto da il Leone E Brandimarte, che è fior di prodezza, Il re Adrïano e il franco Chiarïone: Ciascun quella gran gente più disprezza. Angelica se pose ad un balcone, Perchè Orlando vedesse sua bellezza; E’ cinque cavallier con l’asta in mano Già son dal monte giù callati al piano.

5

Quel re feroce a traverso li guarda: Quasi contra a sì pochi andar se sdegna; Par che tutta la faccia a foco li arda, Tanto ha l’anima altiera de ira pregna. Voltasi alquanto a sua gente codarda, In cui bontade nè virtù non regna, Nè a lor se digna de piegar la faccia, Ma con gran voce comanda e minaccia:

6

— Non fusse alcun de voi, zentaglia ville, Che si movesse già per darmi aiuto! Se ben venisser mille volte mille Quanti n’ha ’l mondo, e quanti n’ha già auto, Con Ercule e Sanson, Ettor e Achille, Ciascun fia da me preso et abattuto; E come occisi ho quei cinque gagliardi, Ogni om di voi da me poi ben si guardi.

7

Chè tutti quanti, gente maledetta, Prima che il sole a sera gionto sia, Vi tagliarò col brando in pezzi e in fetta, E spargerove per la prataria; Perchè in eterno mai non se rasetta A nascer de voi stirpe in Tartaria, Che faccia tal vergogna al suo paese, Come voi fate nel campo palese.

8

Quel populaccio tremando se crola Come una legier foglia al fresco vento, Nè se avrebbe sentito una parola, Tanto ciascuno avea de il re spavento. Trasse Agricane sua persona sola Fuor della schiera, e con molto ardimento Pone alla bocca il corno e suona forte: Ribomba il suono e carne e sangue e morte.

9

Orlando, che ben scorgie in ogni banda Del re Agricane il smisurato ardire, A Iesù Cristo per grazia dimanda Che lo possa a sua fede convertire. Fassi la croce e a Dio si racomanda, E poi che vede il Tartaro venire, Ver lui se mosse con molto ardimento: Il corso de il destrier par foco e vento.

10

Se forse insieme mai scontrâr due troni, Da levante a ponente, al cel diverso, Così proprio se urtarno quei baroni; L’uno e l’altro a li colpi andò riverso. Poi che ebber fraccassato e’ lor tronconi Con tal ruina et impeto perverso, Che qualunque era d’intorno a vedere, Pensò che il cel dovesse giù cadere.

11

Del suo Dio se ricorda ogni om di loro, Ciascuno aiuto al gran bisogno chiede. Fu per cadere a terra Brigliadoro: A gran fatica il conte il tiene in piede; Ma il bon Baiardo corre a tal lavoro, Che la polver de lui sola se vede; Nel fin del corso se voltò de un salto, Verso de Orlando, sette piedi ad alto.

12

Era ancor già rivolto il franco conte Contra al nemico, con la mente altiera; La spada ha in mano che fu del re Almonte. Così tratto Agricane avea Tranchera; E se trovarno duo guerreri a fronte, E di cotali al mondo pochi ne era; E ben mostrarno il giorno, alla gran prova, Che raro in terra un par de lor se trova.

13

Non è chi de essi pieghi o mai se torza, Ma colpi adoppia sempre, che non resta; E come lo arboscel se sfronde e scorza Per la grandine spessa che il tempesta, Così quei duo baron con viva forza L’arme han tagliate, fuor che della testa; Rotti hanno e scudi e spezzati i lamieri, Nè l’un, nè l’altro ha in capo più cimieri.

14

Pensò finir la guerra a un colpo Orlando, Perchè ormai gli incresceva il lungo gioco, Et a due man su l’elmo menò il brando; Quel tornò verso il cel giettando foco. Il re Agrican fra’ denti ragionando, Fra lui diceva: Se me aspetti un poco, Io ti farò la prova manifesta Chi de noi porta megliore elmo in testa.

15

Così dicendo un gran colpo disserra Ad ambe mano, et ebbe opinïone Mandare Orlando in due parte per terra, Chè fender se ’l credea fin su lo arcione. Ma il brando a quel duro elmo non s’afferra, Chè anco egli era opra de incantazïone: Fiello Albrizach, il falso negromante, E diello in dono al figlio de Agolante.

16

Questo lo perse, quando a quella fonte Lo occise Orlando in braccio a Carlo Mano. Or non più zanze: ritornamo al conte, Che ricevuto ha quel colpo villano. Da le piante sudava insin la fronte, E di far sua vendetta è ben certano; A poco a poco l’ira più se ingrossa, A due man mena con tutta sua possa.

17

Da lato a l’elmo gionse il brando crudo, E giù discese della spalla stanca; Più de un gran terzo li tagliò del scudo, E l’arme e’ panni, insin la carne bianca, Sì che mostrar li fece ’l fianco nudo; Calla giù il colpo, e discese ne l’anca, E carne e pelle a ponto li risparma, Ma taglia il sbergo, e tutto lo disarma.

18

Quando quel colpo sente il re Agricane, Dice a se stesso: E’ mi convien spaciare. S’io non me affretto di menar le mane, A questa sera non credo arivare; Ma sue prodezze tutte seran vane, Ch’io il voglio adesso allo inferno mandare; E non è maglia e piastra tanto grossa, Che a questo colpo contrastar mi possa.

19

Con tal parole a la sinestra spalla Mena Tranchera, il suo brando affilato; La gran percossa al forte scudo calla, E più de mezo lo giettò su il prato. Gionse nel fianco il brando che non falla, E tutto il sbergo ha de il gallon tagliato; Manda per terra a un tratto piastre e maglia, Ma carne o pelle a quel ponto non taglia.

20

Stanno a veder quei quattro cavallieri Che venner con Orlando in compagnia, E mirando la zuffa e i colpi fieri, E tutti insieme e ciascadun dicia Che il mondo non avia duo tal guerreri Di cotal forza e tanta vigoria. Gli altri pagan, che guardan la tenzone, Dicean: Non ce è vantaggio, per Macone!

21

Ciascun le botte de’ baron misura, Chè ben iudica e’ colpi a cui non dole; Ma quei duo cavallier senza paura Facean de’ fatti, e non dicean parole. E già durata è la battaglia dura A l’ora sexta da il levar del sole, Nè alcun di loro ancor si mostra stanco, Ma ciascun di loro è più che pria franco.

22

Sì come alla fucina in Mongibello Fabrica troni il demonio Vulcano, Folgore e foco batte col martello, L’un colpo segue a l’altro a mano a mano; Cotal se odiva l’infernal flagello Di quei duo brandi con romore altano, Che sempre han sieco fiamme con tempesta; L’un ferir suona a l’altro, e ancor non resta.

23

Orlando gli menò d’un gran riverso Ad ambe man, di sotto alla corona, E fu il colpo tanto aspro e sì diverso, Che tutto il capo ne l’elmo gli intona. Avea Agricane ogni suo senso perso; Sopra il col di Baiardo se abandona, E sbigotito se attaccò allo arcione: L’elmo il campò, che fece Salamone.

24

Via ne lo porta il destrier valoroso; Ma in poco de ora quel re se risente, E torna verso Orlando, furïoso, Per vendicarse a guisa di serpente. Mena a traverso il brando roïnoso, E gionse il colpo ne l’elmo lucente: Quanto puote ferire ad ambe braccia, Proprio il percosse a mezo della faccia.

25

Il conte riversato adietro inchina, Chè dileguate son tutte sue posse; Tanto fo il colpo pien di gran roina, Che su la groppa la testa percosse; Non scia se egli è da sera, o da matina, E benchè alora il sole e il giorno fosse, Pur a lui parve di veder le stelle, E il mondo lucigar tutto a fiammelle.

26

Or ben li monta lo estremo furore: Gli occhi riversa e strengie Durindana. Ma nel campo se leva un gran romore, E suona nella rocca la campana. Il crido è grande, e mai non fo maggiore: Gente infinita ariva in su la piana Con bandiere alte e con pennoni adorni, Suonando trombe e gran tamburi e corni.

27

Questa è la gente de il re Galafrone, Che son tre schiere, ciascuna più grossa. Per quella rocca, che è di sua ragione, Vien con gran furia ad averla riscossa; Et ha mandato in ogni regïone, E meza la India ha ne l’arme commossa; E chi vien per tesor, chi per paura, Perchè è potente e ricco oltra a misura.

28

Dal mar de l’oro, ove l’India confina, Vengon le gente armate tutte quante. La prima schiera con molta roina Mena Archiloro il negro, che è gigante; La seconda conduce una regina, Che non ha cavallier tutto il Levante Che la contrasti sopra della sella, Tanto è gagliarda, e ancor non è men bella.

29

Marfisa la donzella è nominata, Questa ch’io dico; e fo cotanto fiera, Che ben cinque anni sempre stette armata Da il sol nascente al tramontar di sera, Perchè al suo dio Macon se era avotata Con sacramento, la persona altiera, Mai non spogliarse sbergo, piastre e maglia, Sin che tre re non prenda per battaglia.

30

Et eran questi il re de Sericana, Dico Gradasso, che ha tanta possanza, Et Agricane, il sir de Tramontana, E Carlo Mano, imperator di Franza. La istoria nostra poco adietro spiana Di lei la forza extrema e la arroganza, Sì che al presente più non ne ragiono, E torno a quei che gionti al campo sono.

31

Con romor sì diverso e tante crida Passato han Drada, la grossa riviera, Che par che il cel profondi e se divida. Dietro alle due venìa l’ultima schiera; Re Galifrone la governa e guida Sotto alle insegne di real bandiera, Che tutta è nera, e dentro ha un drago d’oro. Or lui vi lascio, e dico de Archiloro,

32

Che fo gigante di molta grandezza, Nè alcuna cosa mai volse adorare, Ma biastema Macone e Dio disprezza, E a l’uno e l’altro ha sempre a minacciare. Questo Archiloro con molta fierezza Primeramente il campo ebbe assaltare; Come un demonio uscito dello inferno, Fa de’ nemici strazio e mal governo.

33

Portava il Negro un gran martello in mano: Ancude non fu mai di tanto peso; Spesso lo mena, e non percote in vano, Ad ogni colpo un Tartaro ha disteso. Contra di lui è mosso il franco Uldano E Poliferno, di furore acceso, Con due tal schiere, che il campo ne è pieno; Ciascuna è cento millia, o poco meno.

34

E quei duo re, non già per un camino, Chè l’un de l’altro alora non se accorse, Ferirno al Negro nel sbergo acciarino, E quel si stette di cadere in forse, E fu per traboccar disteso e chino; Ma quel ferir contrario lo soccorse, Chè Poliferno già l’avea piegato, Quando il percosse Uldano a l’altro lato.

35

Sopra alle lancie il Negro se suspese, Ma già per questo di colpir non resta; Però che il gran martello a due man prese, E ferì il Poliferno nella testa, E tramortito per terra il distese. Poi volta l’altro colpo con tempesta, E nel guanciale agionse il forte Uldano, Sì che de arcione il fie’ cadere al piano.

36

Quei re distesi rimasero al campo. Passa Archiloro e mostra gran prodezza; Come un drago infiammato adduce vampo, Et elmi, scudi, maglie e piastre spezza, Nè a lui si trova alcun riparo, o scampo: Tutta la gente occide con fierezza; Fugge ciascuno e non lo può soffrire. Vede Agricane sua gente fuggire.

37

E vòlto a Orlando con dolce favella Disse: Deh! cavalliero, in cortesia, Se mai nel mondo amasti damisella, O se alcuna forse ami tuttavia, Io te scongiuro per sua faccia bella, (Così la ponga Amore in tua balìa!), Nostra battaglia lascia nel presente, Perch’io doni soccorso alla mia gente.

38

E benchè te più oltra non cognosca, Se non per cavallier alto e soprano, Da or ti dono il gran regno di Mosca, Sino al mar di Rossia, che è l’Oceano. Il suo re è nello inferno a l’aria fosca: Tu ve il mandasti iersira con tua mano; Radamanto fo quel, di tanta altura, Che col brando partisti alla cintura.

39

Liberamente il suo regno ti dono, Nè credo meglio poterlo alogare; Chè non ha il mondo cavallier sì bono, Qual di bontate ti possa avanzare: Et io prometto e giuro in abandono Che un’altra volta me voglio provare Teco nel campo, per far certo e chiaro Qual cavalliero al mondo non ha paro.

40

Più che omo me stimava alora quando Provata non avea la tua possanza; Nè mi credetti aver diffesa al brando, Nè altro contrasto al colpo de mia lanza; Et odendo talor parlar de Orlando, Che sta in Ponente nel regno di Franza, Ogni sua forza curavo io nïente, Me sopra ogni altro stimando potente.

41

Questa battaglia e lo assalto sì fiero Che è tra noi stato, e l’aspere percosse, Me hanno cangiato alquanto nel pensiero, E vedo ch’io sono om di carne e d’osse. Ma domatina sopra de il sentiero Farem la ultima prova a nostre posse; E tu in quel ponto o ver la mia persona Serà del mondo il fiore e la corona.

42

Ma or ti prego che per questa fiata Andar me lascia, cavallier, sicuro; Se alcuna cosa hai mai nel mondo amata, Per quella sol te prego e te scongiuro. Vedi mia gente tutta sbaratata Da quel gigante smisurato e scuro, E s’io li dono, per tuo merto, aiuto, Serò in eterno a te sempre tenuto.

43

A benchè il conte assai fosse adirato Pel colpo recevuto a gran martìre, E volentier se avesse vendicato, Alla dimanda non seppe disdire, Perchè uno omo gentil e inamorato Non puote a cortesia giamai fallire. Così lo lasciò Orlando alla bona ora, Et aiutarlo se proferse ancora.

44

Esso, che aiuto non cura nïente, Come colui che avea molta arroganza, Volta Baiardo ch’è tanto potente, Et a un suo cavallier tolse una lanza. Quando tornare il vide la sua gente, Ciascun riprese core e gran baldanza; Levasi il crido e risuona la riva: Tutta la gente torna, che fuggiva.

45

Il re Agricane alla corona d’oro Ogni sua schiera di novo rasetta; Lui davanti se pone a tutti loro Sopra a Baiardo, che sembra saetta, E forïoso si è vòlto ad Archiloro; Fermo il gigante in su duo piè lo aspetta Col scudo in braccio e col martello in mano, Carco a cervelle e rosso a sangue umano.

46

Il scudo di quel negro un palmo è grosso, Tutto di nerbo è di elefante ordito. Sopra di quello Agrican l’ha percosso, Et oltra il passa col ferro polito; Per questo non è lui de loco mosso, Per quel gran colpo non se piega un dito, E mena del martello a l’asta bassa: Giongela a mezo e tutta la fraccassa.

47

Quel re gagliardo poco o nulla il stima, Benchè veggia sua forza smisurata; Nè fo sua lancia fraccassata in prima, Che egli ebbe in mano la spada affilata, E col destrier che di bontade è cima, Intorno lo combatte tutta fiata, Or dalle spalle, or fronte, e mai non tarda; Spesso lo assale, e ben de lui se guarda.

48

Sopra a duo piedi sta fermo il gigante, Come una torre a cima de castello; Mai non ha mosso ove pose le piante, E solo adopra il brando da il martello. Or gli è lo re di drieto, ora davante, Sopra a quel bon destrier, che assembra uccello; Mena Archiloro ogni suo colpo in fallo, Tanto è legiero e dextro quel cavallo.

49

Stava a vedere e l’una e l’altra gente, Dico quei de India e quei di Tartaria, Sì come a lor non toccasse nïente, Ma sol fosse da duo la pugna ria. Così sta ciascadun queto e pon mente, Lodando ogniuno il suo di vigoria: Mentre che ciascun guarda e parla e cianza, Mena Archiloro un colpo di possanza.

50

Gettato ha il scudo, e il colpo a due man mena, Ma non gionse Agrican, chè l’avrìa morto; Tutto il martello ascose ne l’arena. Ora il gigante è ben gionto a mal porto: Callate non avea le braccie apena, Che il re, qual stava in su lo aviso scorto, Con tal roina il brando su vi mise, Che ambe le mane a quel colpo divise.

51

Restâr le mane al gran martello agionte, Sì come prima a quello eran gremite; Fu po’ lui morto di taglio e di ponte, Chè ben date li fôr mille ferite; E parve a ciascun vendicar sue onte, Perchè egli uccise il dì gente infinite. Agricane il lasciò, quel segnor forte, Non se dignando lui darli la morte.

52

Sì che fo occiso da gente villane, Come io ve ho detto, e ogniom fésseli adosso. Poi che l’ebbe lasciato, il re Agricane, Urta Baiardo tra quel popol grosso, E pone in rotta le gente indïane, Con tal ruina che contar nol posso. Quel re li taglia e sprezali con scherno, E già son gionti Uldano e Poliferno.

53

Questi duo re gran pezzo sterno al prato Sì come morti e fuor di sentimento, Chè ciascuno il martello avea provato, Come io ve dissi, con grave tormento. Or era l’uno e l’altro ritornato, E sopra all’Indïan, con ardimento, De il colpo ricevuto fan vendetta, E chi più può, col brando e’ Nigri affetta.

54

Non fanno essi riparo, ad altra guisa Che se diffenda da il fuoco la paglia; Agrican lor guardava con gran risa, Chè non degna seguir quella canaglia. Or sappiati che la dama Marfisa Ben da due leghe è longi alla battaglia; Alla ripa del fiume sopra a l’erba, Dormia ne l’ombra la dama superba.

55

Tanto il core arrogante ha quell’altiera, Che non volse adoprar la sua persona Contra ad alcuno, per nulla mainera, Se quel non porta in capo la corona; E per questo ne è gita alla rivera, E sotto un pin dormendo se abandona; Ma prima, nel smontar che fie’ di sella, Queste parole disse a una donzella

56

(Era questa di lei sua cameriera: Disse Marfisa): Intendi il mio sermone; Quando vedrai fuggir la nostra schiera, E morto, o preso lo re Galafrone, E che atterrata fia la sua bandiera, Alor me desta e mename il ronzone; Nanzi a quel ponto non mi far parola, Chè a vincer basta mia persona sola.

57

Dopo questo parlare il viso bello Colcasi al prato, e indosso ha l’armatura; E come fosse dentro ad un castello, Così dormiva alla ripa sicura. Ora torniamo a dire il gran zambello De li Indïani, che di alta paura Vanno a roina, senza alcun riguardo, Sino alla schiera de il real stendardo.

58

Re Galafrone ha la schiuma alla bocca, Poi che sua gente sì vede fuggire; Ben come disperato il caval tocca, E vol quel giorno vincere, o perire. La figlia sua, che stava nella rocca, Lo vide a quel gran rischio di morire, E temendo de ciò, come è dovuto, Al conte Orlando manda per aiuto.

59

Manda a pregarlo che senza tardanza Gli piaccia aiuto al suo patre donare; E se mai de lui debbe aver speranza, Voglia quel giorno sua virtù mostrare; E che debbia tenire in ricordanza Che dalla rocca lo puotria guardare; Sì che se adopri, se de amore ha brama, Poichè al iudicio sta della sua dama.

60

Lo inamorato conte non si posa, E trasse Durindana con furore, E fie’ battaglia dura e tenebrosa, Come io vi conterò tutto il tenore. Ma al presente io lascio qui la cosa, Per tornare a Ranaldo di valore, Qual, come io dissi, dentro un bel verziero Vide giacersi al fonte un cavalliero.

61

Piangea quel cavallier sì duramente, Che avria fatto un dragon di sè pietoso; Nè di Ranaldo si accorgea nïente, Perchè avea basso il viso lacrimoso. Stava il principe quieto, e ponea mente Ciò che facesse il baron doloroso; E ben che intenda che colui se dole, Scorger non puote sue basse parole.

62

Unde esso dismontava dello arcione, E con parlar cortese il salutava; E poi li adimandava la cagione Perchè così piangendo lamentava. Alciò la faccia il misero barone: Tacendo, un pezzo Ranaldo guardava, Poi disse: Cavallier, mia trista sorte Me induce a prender voluntaria morte.

63

Ma per Dio vero e per mia fè ti giuro, Che non è ciò quel che mi fa dolere; Anzi alla morte ne vado sicuro, Come io gissi a pigliare un gran piacere; Ma solo ene al mio cor doglioso e duro Quel che morendo mi convien vedere; Però che un cavallier prodo e cortese Morirà meco, e non vi avrà diffese.

64

Dicea Ranaldo: Io te prego, per Dio, Che me raconti il fatto come è andato, Poi de saperlo m’hai posto in disio, Veggendo il tuo languir sì sterminato. Alciò la fronte con sembiante pio Quel cavallier che giacea sopra il prato, E poi rispose con doglioso pianto, Come io vi conterò ne l’altro canto.