Libro I · Canto XVII
Rinaldo scambiato per un dio
Rinaldo salva Prasildo, che voleva morire al posto dell'amico, e i due lo adorano come un dio. Poi sul fiume incontra la terribile Marfisa.
In breve
Il cavaliere che piange nel giardino è Iroldo. Racconta a Rinaldo di aver ceduto la sua amata Tisbina all'amico Prasildo e di essere partito per il mondo. Catturato con l'inganno nel regno di Orgagna, è finito nelle prigioni della maga Falerina, che dà in pasto i prigionieri a un drago. Prasildo è venuto a salvarlo prendendo il suo posto, e oggi verrà portato a morire. Rinaldo, commosso, uccide il capo della scorta, il gigantesco Rubicone, mette in fuga gli altri e libera Prasildo e una damigella, Fiordelisa. I due amici lo credono un dio sceso dal cielo; lui ride, spiega chi è e li converte tutti e tre.
Rinaldo vorrebbe andare al giardino di Falerina, ma Fiordelisa gli descrive le sue quattro porte mortali e gli ricorda la promessa di liberare Orlando. Per strada incontrano un soldato in fuga da Albracca: dal suo racconto capiscono che Orlando è libero. Sul fiume Drada, però, trovano la terribile Marfisa, che li sfida tutti e tre.
Ascolta il canto
Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
Il cavaliere che piangeva nel giardino si chiamava Iroldo. Raccontò a Rinaldo una storia triste. Nel regno di Orgagna comandava Falerina, una maga malvagia. Chi arrivava in quella terra veniva catturato con l'inganno, e un po' alla volta i prigionieri venivano dati in pasto a un drago. Era successo anche a Iroldo.
Ma Iroldo aveva un amico fedelissimo, Prasildo. Per lui, tempo prima, aveva rinunciato perfino alla ragazza che amava. Quando Prasildo seppe che Iroldo era prigioniero, corse a Orgagna e prese il suo posto in prigione. «Oggi lo porteranno dal drago» singhiozzò Iroldo. «Non posso salvarlo, ma morirò con lui.»
Rinaldo si commosse. «Non temere» disse, «il tuo amico si salverà.»
Poco dopo arrivò una banda di furfanti con due prigionieri: Prasildo e una ragazza in catene. Rinaldo la riconobbe subito: era Fiordelisa, una damigella che conosceva bene. Il capo della banda si chiamava Rubicone. Era un gigante con le gambe grosse come travi, la barba nera come il carbone e un occhio solo. Appena Rinaldo saltò a cavallo, quasi tutti i furfanti scapparono a gambe levate. Restò solo Rubicone, e Rinaldo lo abbatté con un colpo tremendo.
Iroldo liberò l'amico e lo abbracciò piangendo di gioia. Poi i due guardarono il gigante a terra e pensarono che nessun uomo potesse dare un colpo così. Quando Rinaldo tornò, si inginocchiarono davanti a lui: «O dio Macone, sei sceso dal cielo per aiutarci!» Macone era il dio in cui credevano. Rinaldo prima si arrabbiò, poi gli venne da ridere. «Sono fatto di terra come voi!» disse. Spiegò chi era e parlò della sua fede, e alla fine tutti e tre, anche Fiordelisa, diventarono cristiani.
Rinaldo voleva andare subito al giardino di Falerina, ma Fiordelisa lo fermò. «Ha quattro porte, e ognuna ha un guardiano» spiegò. «Un drago che non dorme mai, un toro con un corno di ferro e uno di fuoco, un asinello con la coda tagliente come una spada. E un gigante che, se lo sconfiggi, diventa due, poi quattro, poi otto!» Poi gli ricordò la sua promessa: doveva aiutarla a liberare Orlando. Rinaldo voleva tanto bene a Orlando, e rimandò il giardino a un'altra volta.
Per strada incontrarono un soldato che fuggiva terrorizzato da Albracca. Raccontò di un cavaliere che, da solo, aveva sconfitto sette re. Era Orlando: dunque era libero!
Arrivati al fiume Drada, videro un cavaliere tutto armato che saliva a cavallo. «Quella è Marfisa» sussurrò Fiordelisa, «la guerriera più feroce del mondo. Scappiamo!» Ma Rinaldo rise e prese la lancia. Marfisa li guardò e sfidò tutti e tre insieme. Che cosa succederà sulla riva del fiume? Lo vedrai nel prossimo canto.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
La storia di Iroldo ott. 1–5
Ecco, come il poeta aveva promesso, la risposta del cavaliere che Rinaldo ha trovato a piangere vicino alla fontana.
«A venti giornate da qui» comincia il cavaliere tra le lacrime, «c'è una grande e nobile città che un tempo fu regina dell'Oriente: Babilonia. Lì viveva una dama di nome Tisbina, la più bella del mondo. Nella mia giovinezza fu mia, e il mio cuore era così unito al suo che sembrava nascosto nel suo petto. Alla fine la cedetti a un altro: immagina il mio dolore! Perdere una cosa così è molto peggio che desiderarla senza averla mai.
Era come se mi avessero strappato una parte dell'anima. Per due anni interi ho girato il mondo come un pellegrino, sempre piangendo. Il tempo e le fatiche hanno un po' calmato le mie pene; e poi Prasildo, l'uomo a cui l'avevo lasciata, si è dimostrato un cavaliere così valoroso e cortese che sono ancora contento di aver rinunciato a lei per lui, e lo sarò finché vivo.
Le prigioni di Falerina ott. 6–11
Vagando disperato, la sorte maligna mi ha portato nel paese di Orgagna. Lo governa una dama, perché il re, Poliferno, è andato con Agricane a combattere per una figlia del re Galafrone. Questa dama conosce ogni inganno: con parole gentili accoglie tutti gli stranieri, ma poi non c'è modo di ripartire, e devono morire crudelmente.
La malvagia Falerina, così si chiama l'incantatrice che ora si fa chiamare regina di Orgagna, ha un giardino splendido. Non lo circonda un fossato né una siepe di spine, ma una parete di roccia viva tutta d'un pezzo: può entrarci solo chi vola. Verso oriente la roccia si apre in una porta altissima, e sulla soglia sta sempre un serpente che si nutre di sangue e carne umana. A lui vengono dati in pasto tutti quelli che vengono catturati in quella terra.
Anch'io sono stato preso con l'inganno e messo in catene. Sono rimasto quattro mesi in una prigione piena di cavalieri e di dame. Ogni giorno due di noi venivano dati al drago, secondo la sorte: i nomi erano segnati a coppie, una dama e un cavaliere, e veniva mandata a morire la coppia che era prima. Non avevo più speranza; ma la sorte, che mi aveva già colpito, per farmi ancora più male mi ha mandato un aiuto.
Prasildo al posto dell'amico ott. 12–16
Prasildo, il cavaliere cortese per cui avevo lasciato Tisbina e Babilonia, è venuto a sapere della mia sventura, non so come. Ha viaggiato giorno e notte e, senza farsi riconoscere, è arrivato ai confini di Orgagna con un gran tesoro. Ha offerto molto oro al guardiano perché mi lasciasse fuggire di nascosto; e quando ha visto che né preghiere né denaro bastavano, ha ottenuto, con i soldi o con le belle parole, di poter morire al posto mio.
Così io sono uscito di prigione e lui è stato incatenato al mio posto: per darmi la vita, vuole morire. Vedi quanto è cortese e generoso! E oggi è il giorno in cui verrà portato dal serpente: io lo aspetto qui da un momento all'altro. So bene di non poterlo salvare, ma per mostrargli la mia gratitudine, quando arriverà, attaccherò quelli che lo portano, anche se sono mille. E se mi uccideranno, morirò felice e volerò in paradiso, per stare con Prasildo nell'altro mondo. Mi tormenta solo pensare che lui sarà sbranato dal drago e che io, nemmeno morendo, posso risparmiargli quel supplizio.»
«Orlando non son io» ott. 17–22
Detto questo, il cavaliere abbassa il viso. Rinaldo, commosso, piange con lui e lo conforta: «Non temere, il tuo compagno si salverà. Anche se quegli sbirri fossero il doppio, per me valgono meno di un fascio di paglia: ti giuro sulla mia fede di cavaliere che li farò scappare fino alle porte di Orgagna.»
Il cavaliere lo guarda sospirando: «Vai per la tua strada! Qui non c'è il conte Orlando, né il figlio di Amone. Noi altri facciamo già molto se teniamo testa a un solo avversario: nessuno vale più di un uomo, chiunque sia, il resto sono chiacchiere. Vattene, per cortesia: non voglio che tu muoia per colpa mia. Dio ti renda merito della tua offerta.»
«Orlando non sono io» risponde Rinaldo, «ma farò quello che ho promesso. Non per gloria, né per avere una ricompensa, ma perché al mondo non c'è mai stata una coppia di amici così fedele: se potessi essere il terzo, mi sentirei beato. Starò con voi, da vivo o da morto: e se oggi dovete morire tutti e due, voglio morire per venire con voi.»
Rubicone e la sua banda ott. 23–29
Mentre parlano, vedono arrivare una gran folla con una bandiera in testa, che porta due persone a morire. Sono mezzi disarmati, tutta gentaglia da osteria, e il capo è il peggiore di tutti. Si chiama Rubicone: ha gambe più grosse di una trave, pesa seicento libbre, è superbo, bestiale e fortissimo, con la barba nera come il carbone, una cicatrice di traverso sul naso, gli occhi rossi, e ci vede da uno solo.
Rubicone si porta davanti una ragazza incatenata su un cavallo e un cavaliere dall'aria cortese, legato come lei. Rinaldo riconosce subito la poveretta: è la damigella che gli aveva raccontato la storia di Iroldo, e che poi gli era stata portata via nel bosco da quel mostruoso centauro. Non ci pensa due volte: con un salto è in sella a Rabicano. Appena lo vedono comparire, quasi tutti quei mille furfanti si danno alla fuga.
Anche l'altro cavaliere è già a cavallo con la spada sguainata, ma Rinaldo punta dritto su Rubicone, l'unico che si difende, e con un colpo tremendo lo taglia in due di traverso. Poi si getta tra gli altri, ma senza voglia di ucciderli: si ferma spesso, si diverte della loro paura e combatte ridendo, come per gioco; eppure sei di loro ci lasciano la pelle. Sul prato, tra bandiere, scudi e lance, resta solo il corpo del superbo Rubicone.
Un dio sceso dal cielo ott. 30–37
Il cavaliere della fontana, che si chiama Iroldo, dopo averne abbattuti parecchi anche lui, corre a slegare i due prigionieri. Non è mai stato così felice: abbraccia Prasildo e non riesce a parlare, ma, come succede nelle grandi gioie, piange invece di dire parole. I due amici guardano Rubicone tagliato in due e, davanti a quel colpo smisurato, dicono che chi l'ha dato non è un uomo, ma un dio.
Quando Rinaldo torna giù dal monte, i due si inginocchiano a mani giunte e lo adorano: «O re del cielo, o dio Macone, che per pietà sei sceso in terra ad aiutarci! Rendici degni di stare con te nel regno eterno.»
All'inizio Rinaldo si arrabbia, vedendosi adorato sul serio; poi si diverte dell'ingenuità di quei due, che lo scambiano per Maometto. Risponde con umiltà: «Toglietevi dalla testa questa credenza sbagliata: sono di terra come voi. Il corpo è tutto di fango, l'anima no, perché l'ha creata Cristo. E non meravigliatevi della mia forza: me l'ha data lui, per sua bontà. E la fede, quando è pura e sincera, libera l'animo da ogni paura.»
Poi racconta di essere il signore di Montalbano, spiega la fede cristiana e alla fine li convince: Iroldo e Prasildo, per amor suo, lasciano Macone e diventano cristiani. Tutti e tre parlano poi alla damigella, mostrandole gli errori della vecchia fede; e lei, saggia quanto è bella, alla fontana diventa cristiana insieme ai due cavalieri.
Le quattro porte del giardino ott. 38–45
Rinaldo spiega che vuole andare al giardino che ha fatto tante vittime. Ma la damigella risponde subito: «Dio te ne guardi! Ci troveresti solo la morte, tanto è forte l'incantesimo. Ho un libro in cui è disegnato tutto il giardino, con le misure esatte, ma ora ti dirò solo come si entra. È circondato da una roccia così dura che mille scalpellini a colpi di piccone non riuscirebbero a staccarne un pezzetto grande come un bottone.
A oriente, in mezzo a un torrione, c'è una porta di marmo lucido, e sulla soglia sta il drago, che da quando è nato non ha mai dormito: chi vuole entrare deve combattere con lui. Ma se lo vince, il difficile comincia allora: quella porta si chiude per sempre e se ne apre un'altra a mezzogiorno, da cui esce un toro con un corno di ferro e uno di fuoco, così aguzzi che nessuna corazza serve a niente.
Se anche il toro morisse, e sarebbe una grande fortuna, si apre una porta a occidente, difesa da un asinello che ha la coda tagliente come una spada e piega le orecchie come vuole, legando chiunque. Ha la pelle coperta di piastre che sembrano d'oro e non si possono tagliare; quando muore, sparisce. Allora si apre la quarta porta, a nord, dove non servono né coraggio né forza umana.
Lì sta un gigante feroce con la spada in mano; e se un cavaliere lo uccide, dal suo sangue ne nascono due, poi quattro, poi otto, poi sedici, tutti armati, e così all'infinito. Lascia perdere quest'impresa, per Dio, che porta solo danno e vergogna! Molti cavalieri ci sono andati: sono tutti morti, e nessuno è mai tornato.
La promessa a Fiordelisa ott. 46–50
Se vuoi mostrare il tuo coraggio, fai meglio a venire con me per un'opera di pietà, come ti avevo già chiesto: mi avevi promesso di essere il mio campione per tirare fuori di prigione Orlando e gli altri.»
Rinaldo resta a lungo pensieroso, senza rispondere. Desidera più di ogni altra cosa entrare in quel giardino, e i pericoli non lo spaventano affatto: anzi, più un'impresa è difficile, più gli sembra degna d'onore. Ma la promessa fatta alla damigella lo lega, e non vede l'ora di ritrovare Orlando, a cui vuole tanto bene. E poi è sicuro di poter tornare un'altra volta al giardino, da solo, per entrare, conquistarlo e uscirne.
Così si mette in cammino con la damigella e i due cavalieri. Viaggiano da sera a mattina, per pianure, monti e sentieri sconosciuti, e arrivano dove sorgeva il bel giardino di Dragontina, sul fiume: ora è tutto distrutto, solo terra piatta. Era sparito quando Orlando e gli altri erano stati liberati; ma Fiordelisa, così si chiama la damigella, allora non c'era e non ne sa niente: spera ancora di trovare Brandimarte e di liberarlo con l'aiuto del figlio di Amone.
Un soldato in fuga ott. 51–57
Nel primo pomeriggio, nella foresta scura, vedono arrivare di corsa un uomo armato su un cavallo sfinito. L'uomo trema, pallido e terrorizzato. Gli chiedono notizie, ma lui continua a guardarsi indietro; alla fine, con la voce tremante, dice: «Maledetto l'amore di re Agricane, che ha fatto morire tanta gente!
Io ero accampato con molti altri intorno ad Albracca, con Agricane. Avevamo cacciato Sacripante dal campo e preso la città; resisteva solo la fortezza in cima. Una mattina torna la dama che difendeva la rocca, con nove cavalieri. Tra loro ho riconosciuto il re Ballano, Brandimarte e Oberto dal Leone; ma ce n'era uno che non conosco, un cavaliere senza uguali. Da solo ci ha cacciati dalla pianura: ha ucciso Radamanto, Saritrone e altri cinque re, tagliandoli in due.
L'ho visto tagliare Pandragone di traverso: ce l'ho ancora davanti agli occhi. Da allora sono scappato per duecento miglia, e mi sarei buttato in mare, perché mi sembra sempre di averlo alle spalle. Addio, non voglio aspettare: non mi sentirò al sicuro finché non sarò nascosto a Roccabruna, con il ponte alzato.» E sparisce nel bosco.
Ragionando tra loro, Fiordelisa e i cavalieri capiscono che i prigionieri sono liberi e che quel cavaliere dai colpi tremendi è Orlando. Non sanno come siano stati liberati, ma decidono di andare a vederli.
Marfisa sul fiume Drada ott. 58–66
Usciti dal deserto, seguono la strada lungo il mar di Bacù e arrivano al grande fiume Drada. Lì vedono un cavaliere armato di tutto punto che sta montando in sella, mentre una damigella gli tiene il cavallo per le briglie. Fiordelisa si volta verso i compagni: «Se riconosco bene quell'insegna, quello non è un cavaliere ma una dama, Marfisa, la creatura più feroce del mondo. Non mettetevi a giostrare con lei: torniamo indietro, presto. Se non ci ha visti possiamo salvarci, ma se vi mette addosso i suoi artigli è morte sicura.»
Rinaldo ride e ringrazia la dama del consiglio, ma vuole provare a ogni costo: prende la lancia e imbraccia lo scudo. È mezzogiorno quando i due si trovano faccia a faccia, tutti e due così coraggiosi da non stimare l'altro per niente. Marfisa guarda il figlio di Amone, che le sembra un cavaliere ardito: già considera suo il cavallo di lui, ma sa che prima dovrà sudare. Si sistemano in sella e stanno già voltando i cavalli per la carica, quando lungo il fiume arriva un messaggero.
È un vecchio con una ventina di uomini armati. «Il tuo nemico» dice a Marfisa, «ci ha sbaragliati tutti. Archiloro è morto, e il suo martello non è servito a niente: l'ha ucciso Agricane, e tutti fuggono davanti a lui. Il re Galafrone si raccomanda a te, sei la sua ultima speranza: fa' che oggi Agricane, così superbo da credere di poter sfidare il mondo intero, sia catturato o ucciso da te.»
«Aspettami un momento» risponde Marfisa, «e vengo subito. Ora che ho in mano questi tre, te li consegnerò prigionieri in un attimo. Poi prenderò Agricane, e siano benedetti Macone e chi lo adora! Lo prenderò vivo, non dubitare, e lo porterò alla rocca.» Senza dire altro si volta verso Rinaldo e, con voce minacciosa, sfida tutti e tre insieme. La battaglia sul fiume sarà terribile, perché sono tutti fortissimi, come sentirete nel prossimo canto.
Parole difficili
- peregrino ott. 4: pellegrino, chi viaggia lontano da casa.
- medolle ott. 5: il midollo delle ossa.
- Orgagna ott. 6: il regno del re Poliferno, dove ora comanda la maga Falerina.
- recetto ott. 7: accoglienza, ospitalità.
- sepe ott. 8: siepe.
- guidardon ott. 15: ricompensa.
- sbiraglia ott. 18: sbirraglia, una banda di sbirri, di guardie (detto con disprezzo).
- gambiera ott. 23: la protezione di metallo per le gambe.
- libre ott. 24: libbre, antica misura di peso, poco più di un terzo di chilo.
- palafreno amblante ott. 25: cavallo da viaggio che va all'ambio, un'andatura comoda e tranquilla.
- Rabicano ott. 26: il velocissimo cavallo che era stato di Argalia, ora di Rinaldo.
- targhe ott. 29: scudi.
- Macometto ott. 34: Maometto.
- scorza ott. 35: la scorza, cioè il corpo, che avvolge l'anima.
- picone ott. 39: piccone.
- scuto ott. 41: scudo.
- divisa ott. 59: l'insegna, i colori e i simboli che un cavaliere porta sull'armatura.
Il testo di Boiardo
66 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Io vi promisi contar la risposta, Ne l’altro canto, di quel cavalliero Che avea l’alma a sospirar disposta, Quando Ranaldo lo trovò al verziero, Presso alla fonte di fronde nascosta; Ora ascoltati il fatto bene intiero. Quel cavallier in voce lacrimose Con tal parole a Ranaldo rispose:
Vinte giornate de quindi vicina Sta una gran terra de alta nobiltade, Che già de l’Orïente fo regina; Babilonia se appella la citade. Avia una dama nomata Tisbina, Che in lo universo, in tutte le contrade, Quanto il sol scalda e quanto cinge il mare, Cosa più bella non se può mirare.
Nel dolce tempo di mia età fiorita Fu’ io di quella dama possessore, E fu la voglia mia sì sieco unita, Che nel suo petto ascoso era il mio core. Ad altri la concessi alla finita: Pensa se a questo fare ebbi dolore! Lasciar tal cosa è dol maggiore assai Che desiarla, e non averla mai.
Come una parte de l’anima mia Da il cor mi fosse per forza divisa, Fuor di me stesso vivendo moria, Pensa tu con qual modo et a qual guisa! Due volte tornò il sole alla sua via Per vinte e quattro lune, alla recisa, Et io, sempre piangendo, andai mischino Cercando il mondo, come peregrino.
Il lungo tempo e le fatiche assai Ch’io sosteneva al diverso paese, Pur me alentarno gli amorosi guai De che ebbi l’osse e le medolle accese; E poi Prasildo, a cui quella lasciai, Fo un cavallier sì prodo e sì cortese, Che ancor me giova avermi per lui privo, E sempre giovarà, se sempre vivo.
Or, seguendo la istoria, io me ne andava Cercando il mondo, come disperato, E, come volse la fortuna prava, Nel paese de Orgagna io fu’ arivato. Una dama quel regno governava, Chè il suo re Poliferno era asembrato Con Agricane insieme, a far tenzone Per una figlia de il re Galafrone.
La dama che quel regno aveva in mano, Sapea de inganni e frode ogni mistiero; Con falsa vista e con parlare umano Dava recetto ad ogni forastiero. Poi che era gionto, se adoprava in vano Indi partirse, e non vi era pensiero Che mai bastasse di poter fuggire, Ma crudelmente convenia morire.
Però che la malvaggia Falerina (Chè cotal nome ha quella incantatrice Che ora de Orgagna se appella regina) Avea un giardino nobile e felice; Fossa nol cinge, nè sepe di spina, Ma un sasso vivo intorno fa pendice, E sì lo chiude de una centa sola, Che entro passar non puote chi non vola.
Aperto è il sasso verso il sol nascente, Dove è una porta troppo alta e soprana; Sopra alla soglia sta sempre un serpente, Che di sangue se pasce e carne umana. A questo date son tutte le gente Che sono prese in quella terra strana: Quanti ne gionge, prende ciascuna ora, E là li manda; e il drago li divora.
Or, come io dissi, in quella regïone Fui preso a inganno, e posto a la catena; Ben quattro mesi stetti in la pregione, Che era de cavallieri e dame piena. Io non ti dico la compassïone Che era a vederci tutti in tanta pena; Duo ne eran dati al drago in ogni giorno, Come la sorte se voltava intorno.
Il nome de ciascuno era signato Insieme de una dama e cavalliero; E così ne era a divorar mandato Quel par che alla pregione era primiero. Or, stando in questa forma impregionato, Nè avendo de campare alcun pensiero, La ria fortuna che me avia battuto, Per farmi peggio ancor, mi porse aiuto.
Perchè Prasildo, quel baron cortese Per cui dolente abandonai Tisbina E Babilonia, il mio dolce paese, Ebbe a sentir de mia sorte meschina. Io non sapria già dir come lo intese; Ma giorno e notte lui sempre camina, E, con molto tesoro, iscognosciuto Fu ne’ confini de Orgagna venuto.
Ivi se pose quel baron soprano Per il mio scampo molto a praticare, E proferse grande oro al guardïano, Se di nascosto me lasciava andare; Ma poi che egli ebbe ciò tentato in vano, Nè a prieghi, o prezo lo pote piegare, Ottenne per danari o per bel dire Che, per camparmi, lui possa morire.
Così fui tratto della pregion forte, E lui fo incatenato al loco mio. Per darmi vita, lui vol prender morte: Vedi quanto è il baron cortese e pio! Et oggi è il giorno della trista sorte, Che lui serà condotto al loco rio Dove il serpente e’ miseri divora; Et io quivi lo aspetto ad ora ad ora.
E bench’io sappia e cognosca per certo Che bastante non sono a darli aiuto, Voglio mostrare a tutto il mondo aperto Quanto a quel cor gentile io sia tenuto A render guidardon di cotal merto; Però che, come quivi fia venuto, Con quei che il menan prenderò battaglia, Benchè sian mille e più quella canaglia.
E quando io sia da quella gente occiso, Seràmi quel morir tanto iocondo, Ch’io ne andarò di volo in paradiso, Per starmi con Prasildo a l’altro mondo. Ma quando io penso che serà diviso Lui da quel drago, tutto mi confondo, Poi ch’io non posso, ancor col mio morire, Tuorli la pena di tanto martìre.
Così dicendo, il viso lacrimoso Quel cavalliero alla terra abassava. Ranaldo, odendo il fatto sì pietoso, Con lui teneramente lacrimava, E con parlar cortese et animoso, Proferendo se stesso, il confortava, Dicendo a lui: Baron, non dubitare, Che il tuo compagno ancor puotrà campare.
Se dua cotanta fosse la sbiraglia, Che qua lo conduranno, io non ne curo; Manco gli stimo che un fascio di paglia, E per la fè di cavallier te giuro Ch’io te li scoterò con tal travaglia, Che alcun di lor non si terrà securo De aver fuggita da mia man la morte, Sin che sia gionto de Orgagna alle porte.
Guardando il cavalliero e sospirando, Disse: — Deh vanne a la tua via, barone! Chè qua non se ritrova il conte Orlando, Nè il suo cognato, che è figlio de Amone. Noi altri facciamo assai alora quando Tenemo campo ad un sol campïone; Niuno è più de uno omo, e sia chi il vuole: Lascia pur dir, chè tutte son parole.
Pàrtite in cortesia, chè già non voglio Che tu per mia cagion sia quivi gionto; Parte non hai di quel grave cordoglio Che me induce a morir, come io t’ho conto; Et io non posso mo, sì come io soglio, Renderti grazia, a questo extremo ponto, Del tuo bon core e de la tua proferta: Dio te la renda, et a chiunque il merta.
Disse Ranaldo: — Orlando non son io, Ma pure io farò quel che aggio proferto; Nè per gloria lo faccio o per desio D’aver da te nè guidardon, nè merto; Ma sol perchè io cognosco, al parer mio, Che un par de amici al mondo tanto certo Nè ora se trova, nè mai se è trovato: S’io fossi il terzo, io me terria beato.
Tu concedesti a lui la donna amata, E sei del tuo diletto al tutto privo; Egli ha per te sua vita impregionata, Or tu sei senza lui di viver schivo. Vostra amistate non fia mai lasciata, Ma sempre serò vosco, e morto e vivo; E se pur oggi aveti ambo a morire, Voglio esser morto per vosco venire.
Mentre che ragionarno in tal maniera, Una gran gente viddero apparire, Che portano davanti una bandiera, E due persone menano a morire. Chi senza usbergo, chi senza gambiera, Chi senza maglia si vedea venire, Tutti ribaldi e gente da taverna; E peggio in ponto è quel che li governa.
Era colui chiamato Rubicone, Che avia ogni gamba più d’un trave grossa; Seicento libre pesa quel poltrone, Superbo, bestïale e di gran possa; Nera la barba avea come un carbone, Et a traverso al naso una percossa; Gli occhi avia rossi, e vedea sol con uno: Mai sol nascente nol trovò digiuno.
Costui menava una donzella avante, Incatenata sopra un palafreno, E un cavallier cortese nel sembiante, Legato come lei, nè più nè meno. Guarda Ranaldo al palafreno amblante, E ben cognobbe quel baron sereno Che la meschina è quella damisella Che gli contò de Iroldo la novella;
Poi li fo tolta ne la selva ombrosa Da quel centauro contrafatto e strano. Lui più non guarda, e senza alcuna posa De un salto si gettò su Rabicano. Diciamo della gente dolorosa, Che erano più de mille in su quel piano: Come Ranaldo viddero apparire, Per la più parte se derno al fuggire.
Già l’altro cavalliero era in arcione, Et avia tratta la spada forbita; Ma il principe se driccia a Rubicone, Chè tutta l’altra gente era smarita, E lui faceva sol deffensïone. Questa battaglia fo presto finita, Perchè Ranaldo de un colpo diverso Tutto il tagliò per mezo del traverso;
E va tra li altri con molta tempesta, Benchè de occider la gente non cura, E spesso spesso de ferir se arresta, Et ha diletto de la lor paura; Ma pur a quattro giettò via la testa, Duo ne partite insino alla cintura; Lui ridendo e da scherzo combattia, Tagliando gambe e braccie tuttavia.
Così restarno al campo e’ due pregioni, Ciascun legato sopra il suo destriero, Poi che fuggiti fôrno quei bricconi, Che de condurli a morte avian pensiero. Su il prato, tra bandiere e gonfaloni E targhe e lancie, è Rubicone altiero, Feso per mezo e tagliato le braccia: Ranaldo gli altri tutta fiata caccia.
Ma Iroldo, il cavallier ch’io vi contai Che stava alla fontana a lamentare, Poi che anco egli ebbe de lor morti assai, Corse quei duo pregioni a dislegare. Più non fu lieto alla sua vita mai; Prasildo abraccia, e non puotea parlare: Ma, come in gran letizia far si suole, Lacrime dava in cambio di parole.
Il principe era longe da due miglia, Sempre cacciando il popol spaventato, Quando quei duo baron con meraviglia Guardano a Rubicon, che era tagliato Per il traverso, alla terra vermiglia. Così, mirando il colpo smisurato, Dicean che non era omo, anzi era Dio, Che sì gran busto col brando partio.
Callava già Ranaldo giù del monte, Avendo fatta gran destruzïone; Ciascun de’ due baron con le man gionte Come idio l’adorarno ingenocchione, E a lui devotamente, in voce pronte, Diceano: O re del celo, o Dio Macone, Che per pietate in terra sei venuto In tanta nostra pena a darci aiuto!
Per cagion nostra giù del cel lucente Or sei disceso a mostrarci la faccia; Tu sei lo aiuto de l’umana gente Nè mai salvarli il tuo volto si saccia; Fa ciascadun di noi recognoscente, Dapoi che ce hai donata cotal graccia, Sì che per merto al fin se troviam degni Di star con teco nelli eterni regni.
Ranaldo se turbò nel primo aspetto, Veggendosi adorare in veritate; Ma, ascoltandoli poi, prese diletto Del paccio aviso e gran simplicitate De questi, che il chiamavan Macometto, E a lor rispose con umilitate: Questa falsa credenza via togliete, Ch’io son di terra, sì come voi sete.
Tutto è di fango il corpo e questa scorza: L’anima non, che fo da Cristo expressa; Nè ve maravigliati di mia forza, Chè esso per sua pietà me l’ha concessa. Lui la virtute accende, e lui la smorza, E quella fede, che il mio cor confessa, Quando si crede drittamente e pura, De ogni spavento l’animo assicura.
Con più parole poi li racontava Sì come egli era il sir de Montealbano; E tutta nostra fede predicava, E perchè Cristo prese corpo umano; Et in conclusïon tanto operava, Che l’uno e l’altro se fie’ cristïano, Dico Iroldo e Prasildo, per suo amore, Macon lasciando et ogni falso errore.
Poi tutti tre parlarno alla donzella, A lei mostrando diverse ragione Che pigliar debba la fede novella, La falsità mostrando di Macone. Essa era saggia sì come era bella, Però, contrita e con devozïone, Coi cavallieri insieme, a la fontana Fo per Ranaldo fatta cristïana.
Esso da poi con bel parlare expose Che egli intendeva de andare al giardino, Qual fatto ha tante gente dolorose, E con lor se consiglia del camino. Ma la donzella subito rispose: Da tal pensier te guarda Dio divino! Non potresti acquistare altro che morte, Tanto è lo incanto a meraviglia forte.
Io aggio un libro, dove sta depinto Tutto il giardino a ponto, con misura; Ma nel presente solo avrò distinto Della sua entrata la strana ventura; Però che quello è de ogni parte cinto De un’alta pietra, tanto forte e dura, Che mille mastri a botta de picone Non ne puotrian spezzar quanto un bottone.
Dove il sol nasce, a mezo un torrïone, Evi una porta de marmo polito; Sopra alla soglia sta sempre il dragone, Qual, da che nacque, mai non ha dormito, Ma fa la guarda per ogni stagione; E quando fosse alcun d’entrare ardito, Convien con esso prima battagliare: Ma poi che è vinto, assai lì è più che fare;
Chè incontinente la porta se serra, Nè mai per quella si può far ritorno, E cominciar conviensi un’altra guerra, Perchè una porta se apre a mezo giorno; Ad essa in guardia n’esce della terra Un bove ardito, et ha di ferro un corno, L’altro di foco: e ciascun tanto acuto, Che non vi giova sbergo, piastre o scuto.
Quando pur fosse questa fiera morta, Che serìa gran ventura veramente, Come la prima, è chiusa quella porta, E l’altra se apre verso lo occidente, Et ha diffesa niente a la sua scorta: Uno asinel, che ha la coda tagliente Come una spada, e poi l’orecchie piega Come li piace, e ciascuno omo lega.
E la sua pelle è di piastre coperta, E sembra d’oro, e non si può tagliare; Sin che egli è vivo, sta sua porta aperta: Come egli è morto, mai più non appare. Ma poi la quarta, come il libro acerta, Subito s’apre, e là conviensi andare; Questa risponde proprio a tramontana, Dove non giova ardire o forza umana.
Chè sopra a quella sta un gigante fiero, Quella difende con la spada in mano; E se egli è occiso de alcun cavalliero, Della sua morte duo ne nasce al piano. Duo ne nasce alla morte del primiero; Ma quattro del secondo a mano a mano, Otto del terzo, e sedici del quarto Nascono armati del lor sangue sparto.
E così crescerebbe in infinito Il numero di lor, senza menzogna; Sì che lascia, per Dio! questo partito, Che è pien d’oltraggio, danno e di vergogna. Il fatto proprio sta come hai sentito, Sì che farli pensier non ti bisogna. Molti altri cavallier lì sono andati: Tutti son morti, e mai non son tornati.
Se pur hai voglia di mostrare ardire, E di provare un’altra novitate, Assai fia meglio con meco venire A fare una opra di molta pietate, Come altra fiata io t’ebbi ancora a dire; E tu mi promettesti in veritate Venir con meco, et esser mio campione, Per trare Orlando e li altri di pregione.
Stette Ranaldo un gran pezzo pensoso, E nulla alla donzella respondia, Perchè entrare al giardin meraviglioso Sopra ogni cosa del mondo desia, E non è fatto il baron paüroso Del gran periglio che sentito avia; Ma la difficultà quanto è maggiore, Più li par grata e più degna d’onore.
Da l’altra parte, la promessa fede Alla donzella, che la ricordava, Forte lo strenge; e quella ora non vede Ch’el trovi Orlando, che cotanto amava. Oltra di questo, ben certo si crede Un’altra volta, come desïava, A quel giardino soletto venire, Et entrar dentro, e conquistarlo, e uscire.
Sì che nel fin pur se pose a camino Con la donzella e con quei cavallieri. Sempre ne vanno, da sira al matino, Per piano e monte e per strani sentieri; E della selva già sono al confino, Dove suolea vedersi il bel verzieri Di Dragontina, sopra alla fiumana, Che ora è disfatto, e tutto è terra piana.
Come io vi dissi, il giardin fu disfatto, E il bel palagio, e il ponte, e la riviera, Quando fo Orlando con quelli altri tratto; Ma Fiordelisa a quel tempo non vi era, E però non sapea di questo fatto, E trovar Brandimarte ella se spera, E con lo aiuto del figliuol de Amone Trarlo con li altri fuor della pregione.
E cavalcando per la selva scura, Essendo mezo il giorno già passato, Viddon venir correndo, alla pianura, Sopra un cavallo uno omo tutt’armato, Che mostrava alla vista gran paura; Et era il suo caval molto affannato, Forte battendo l’uno e l’altro fianco; Ma l’omo trema, et è nel viso bianco.
Ciascadun di novelle il dimandava, Ma lui non respondeva alcuna cosa, E pure adietro spesso risguardava. Dopo, alla fine, in voce paürosa, Perchè la lingua col cor li tremava, Disse: Male aggia la voglia amorosa Del re Agricane, chè per quello amore Cotanta gente è morta a gran dolore!
Io fui, segnor, con molti altri attendato Intorno ad Albracà con Agricane; Fo Sacripante de il campo cacciato, Et avemmo la terra nelle mane; Solo il girone ad alto fo servato. Et ecco ritornare una dimane La dama, che la rocca diffendia, Con nove cavallieri in compagnia:
Tra i quali io vi conobbi il re Ballano E Brandimarte e Oberto da il Leone; Ma non cognosco un cavallier soprano, Che non ha di prodezza parangone. Tutti soletto ce cacciò del piano; Occise Radamanto e Saritrone Con altri cinque re, che in quella guerra Tutti in duo pezi fece andar per terra.
Io vidi (e ancor mi par ch’io l’aggia in faccia) Giongere a Pandragone in sul traverso; Tagliolli il petto e nette ambe le braccia. Da poi ch’io vidi quel colpo diverso, Dugento miglia son fuggito in caccia, E volentier me avria nel mar sumerso, Perchè averlo alle spalle ognior mi pare. A Dio sïàti; io non voglio aspettare;
Ch’io non mi credo mai esser sicuro, Sin ch’io non sono a Roccabruna ascoso; Levarò il ponte, e starò sopra al muro. Queste parole disse il paüroso, E fuggendo nel bosco folto e scuro, Uscì de vista nel camino umbroso. La damisella e ciascun cavalliero Rimase del suo dire in gran pensiero.
E l’un con l’altro insieme ragionando Compreser che e’ baroni eran campati, E che quel cavalliero è il conte Orlando, Che facea colpi sì disterminati; Ma non scianno stimare o come, o quando, E con qual modo e’ siano liberati; Ma tutti insieme sono de un volere: Indi partirsi et andarli a vedere.
Fuor del deserto, per la dritta strada, Sopra il mar del Bacù van tuttavia. Essendo gionti al gran fiume di Drada, Videro un cavallier, che in dosso avia Tutte arme a ponto, et al fianco la spada: Una donzella il suo destrier tenia; Però che alor montava in arcïone, Quella teniva il freno al suo ronzone.
Ai compagni se volse Fiordelisa Dicendo: S’io non fallo al mio pensiero, E se io ramento ben questa divisa, Quel che vedeti, non è un cavalliero, Anci una dama, nomata Marfisa, Che in ogni parte, per ogni sentiero, Quanto la terra può cercarsi a tondo, Cosa più fera non si trova al mondo.
Unde a voi tutti scio ben racordare Che non entrati di giostra al periglio: Spacciànci pur de adrieto ritornare. Credeti a me, che bene io vi consiglio: Se non ci ha visto, potremo campare, Ma se adosso vi pone il fiero artiglio, Morir conviensi con dolore amaro, Chè non si trova a sua possa riparo.
Ride Ranaldo di quelle parole, E del consiglio la dama ringraccia, Ma veder quella prova al tutto vole; Prende la lancia, il forte scudo imbraccia. Era salito a mezo il celo il sole, Quando quei duo fôr gionti a faccia a faccia, Ciascun tanto animoso e sì potente, Che non stimava l’un l’altro nïente.
Marfisa riguardava il fio de Amone, Che li sembrava ardito cavalliero; Già tien per guadagnato il suo ronzone, Ma sudar prima li farà mestiero. Fermosse l’uno e l’altro in su lo arcione, Per trovarse assettato al scontro fiero; E già ciascuno il suo destrier voltava, Quando un messaggio in su il fiume arivava.
Era quel messagiero vecchio antico, E seco avea da vinti omini armati. Gionto a Marfisa, disse: Il tuo nemico Ce ha tutti al campo rotti e dissipati. Morto è Archiloro, e non vi valse un fico Il suo martello e i colpi smisurati; E fo Agricane che occise il gigante: Tutta la gente a lui fuggie davante.
Re Galafrone a te se racomanda, Et in te sola ha posta sua speranza, L’ultimo aiuto a te sola dimanda. Fa che il tuo ardire e la tua gran possanza In questo giorno per nome si spanda; E il re Agricane, che ha tanta arroganza Che crede contrastare a tutto il mondo, Sia per te preso, o morto, o messo al fondo.
Disse Marfisa: Un poco ivi rimane, Ch’io vengo al campo senza far dimora; Ora che questi tre mi sono in mane, Darotegli prigioni in poco de ora; Poi prenderaggio presto il re Agricane, Che bene aggia Macone e chi lo adora! Vivo lo prenderò, non dubitare, Et alla rocca lo farò filare.
E più non disse la persona altiera, Ma verso il cavallier se ebbe a voltare; E poi con voce minacciante e fiera Tutti tre insieme li ebbe a disfidare. Fo la battaglia sopra alla rivera Terribile e crudele a riguardare, Chè ciascun oltra modo era possente, Come odirete nel canto seguente.