Libro I · Canto XVIII
Due nemici sotto le stelle
Marfisa mette in difficoltà perfino Rinaldo. Orlando e Agricane passano la notte a parlare accanto a una fontana, finché scoprono di amare la stessa donna.
In breve
Sul fiume Drada, Marfisa disarciona Prasildo e Iroldo al primo colpo. Con Rinaldo è un'altra storia: la sua lancia, che aveva resistito a più di cento battaglie, si spezza, e lui resta in sella. Si battono con le spade, e Rinaldo le tronca la punta della spada e poi gliela fa cadere di mano; ma lei, furiosa, gli dà un pugno così forte da stordirlo. Rabicano porta via il suo padrone svenuto, e quando Rinaldo si riprende torna indietro, pieno di vergogna, per vendicarsi.
Intanto Orlando corre in aiuto di Galafrone e rovescia la battaglia. Agricane finge di fuggire per attirarlo lontano, in un prato nel bosco, e lì i due combattono fino a notte. Poi si sdraiano vicini, come vecchi amici, e parlano: di Dio e delle stelle, dei libri, dell'amore. Agricane scopre così che il suo avversario è Orlando e che ama Angelica, proprio come lui. Gli chiede di rinunciare a lei; Orlando rifiuta, e in piena notte, al chiaro di luna, il duello ricomincia.
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Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Capitolo 06
Una notte fra due rivali
6 scene su questo canto · 4 min
- Scena 01Lontano dalla battaglia0:45
- Scena 02Due uomini senza paura0:42
- Scena 03Una tregua sotto le stelle0:38
- Scena 04Il cielo e i libri0:38
- Scena 05Un nome nel silenzio0:43
- Scena 06La notte si spezza0:40
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
Sul fiume Drada, Marfisa non perse tempo. Prasildo la caricò per primo e volò giù da cavallo al primo colpo. Lo stesso successe a Iroldo. «Su, presto!» disse lei. «Ho fretta: mi aspetta il re Agricane.»
Poi toccò a Rinaldo. I due si scontrarono e le lance andarono in pezzi. Quella di Marfisa non si era mai rotta in più di cento battaglie! E Rinaldo era ancora in sella. Marfisa diventò furiosa e se la prese perfino con i suoi dèi: «Se trovo la strada per salire lassù, vi brucio il paradiso!»
Allora presero le spade. Rinaldo era bravissimo: con la sua spada, Fusberta, tagliò la punta di quella di Marfisa, e poi gliela fece cadere di mano. Ma lei non si arrese. Si scagliò su di lui come un cinghiale e gli diede un pugno sull'elmo così forte che Rinaldo svenne. Il suo cavallo, Rabicano, lo portò via di corsa, leggero come il vento.
Quando si risvegliò, Rinaldo si vergognò moltissimo. «Che cosa direbbe Orlando, se mi vedesse scappare così?» E tornò indietro, deciso a prendersi la rivincita.
Intanto Orlando era corso ad aiutare Galafrone, il padre di Angelica. Appena entrò nella battaglia, tutto si rovesciò: i Tartari, che prima inseguivano, adesso scappavano. Agricane allora ebbe un'idea. Finse di fuggire, e Orlando lo inseguì fino a un prato in mezzo al bosco, vicino a una fontana. Lì combatterono da mezzogiorno fino a notte.
Quando il cielo si riempì di stelle, Orlando chiese: «E adesso che è buio, che facciamo?» «Riposiamo» rispose Agricane, «e domattina ricominciamo.» Così i due nemici si sdraiarono sull'erba, vicini, come due vecchi amici.
Orlando guardò il cielo e disse che la luna e le stelle erano un'opera bellissima di Dio. Agricane rispose che lui di libri non sapeva niente: da bambino non voleva studiare, e aveva perfino rotto la testa al suo maestro! Orlando gli spiegò che il sapere fa bene a un cavaliere, come i fiori a un prato.
Poi Agricane gli chiese: «Sei davvero Orlando? E sei innamorato?» «Sono Orlando» rispose lui, «e amo Angelica, la figlia di Galafrone.» Agricane rimase senza fiato, perché anche lui amava Angelica. Al buio, nessuno vide che piangeva. «Rinuncia a lei» disse alla fine, «e lasciala a me. Nessuno lo saprà, tranne questo bosco.» Ma Orlando rispose che non l'avrebbe lasciata mai.
Agricane non lo sopportò. Anche se era mezzanotte, saltò a cavallo, e Orlando fece lo stesso. Sotto la luna, il duello ricominciò. Come finirà la sfida tra i due cavalieri più forti del mondo? Lo racconta il prossimo canto.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
Due cavalieri a terra ott. 1–3
Nel canto precedente, ricorda il poeta, Marfisa ha sfidato i tre cavalieri. Prasildo, svelto e coraggioso, si lancia per primo, senza chiedere il permesso, anche se il più onorato è Rinaldo. Spezza la lancia contro di lei, ma Marfisa non si muove nemmeno, e lui vola fuori di sella e cade pesantemente sul prato. «Su, presto, gli altri!» dice la dama. «Devo andare: vedete questo messaggero? Il re Agricane mi aspetta per combattere.»
Iroldo, vedendo il compagno a terra e portato via prigioniero, corre subito alla giostra, e cade anche lui. Ora, con il terzo, ci sarà più da fare: ascoltate, signori, che carica e che colpi.
Le armi di Marfisa ott. 4–6
Marfisa porta una lancia smisurata, fatta di osso e di nervo. Sullo scudo azzurro ha come insegna una corona spezzata in tre parti, ripetuta sulla sopravveste e sulla gualdrappa del cavallo; in cima all'elmo, un drago verde che sputa fuoco con un rumore di vento. Tutta la sua armatura è fatta per incantesimo e la protegge da capo a piedi. Il suo cavallo, rossiccio e robusto, con testa, coda e zampe scure, è il più grande che la natura abbia mai creato: non è fatato, ma è fortissimo e feroce.
Lancia contro lancia ott. 7–10
Rinaldo, cuore di leone, arriva di corsa con una lancia enorme e la colpisce in piena visiera: ma è come colpire una torre. Marfisa non si piega, e la lancia di Rinaldo va in mille pezzi. Lei invece lo colpisce sulla fronte dell'elmo con tanta forza che lo rovescia all'indietro sulla groppa del cavallo e gli fa rimbombare la testa. Ma anche la sua lancia si spezza, lei che l'aveva usata in centosei battaglie senza mai romperla.
Marfisa ne resta stupita, ma più ancora la rode la rabbia, perché Rinaldo è ancora in sella. Se la prende con i suoi dèi, Macone e Trivigante, e li copre di insulti: «Mascalzoni, perché tenete quel cavaliere in sella? Scenda uno di voi a difenderlo, e lo stendo sul prato! Non temete la mia forza perché lassù non posso salire; ma se trovo la strada, vi ammazzo tutti e brucio il paradiso!»
Spada contro spada ott. 11–17
Intanto Rinaldo, rimasto un bel po' stordito, si riprende e torna verso di lei. Marfisa ride con disprezzo: «Perché non sei scappato, disgraziato, mentre pensavo ad altro? Vuoi farti catturare per avere qualcuno che ti dia da mangiare? Quando ti avrò tolto le armi, ti caccerò via a bastonate.»
Rinaldo non perde tempo in chiacchiere con quella belva: risponde con la spada. Colpisce l'elmo di Marfisa con Fusberta, ma lei lo sente appena, e gli restituisce un colpo che gli fa sbattere il mento contro l'elmo, gli spacca lo scudo e lo ferisce crudelmente al fianco, attraverso maglia e corazza. Quando Rinaldo sente uscire il sangue, la rabbia e l'orgoglio gli crescono.
Mai si è trovato in una situazione così. Getta via quel che resta dello scudo e colpisce a due mani con tanta furia che fa volare a terra lo scudo di Marfisa e la colpisce al braccio sinistro, costringendola a lasciare le briglie. Lei, sbalordita, si alza sulle staffe, rossa di rabbia, e cala un gran colpo proprio mentre Rinaldo ne vibra un altro. Le due spade si incontrano e mandano fiamme: Fusberta taglia l'altra come legno, e più di un palmo di lama cade a terra.
Il pugno di Marfisa ott. 18–24
Marfisa tempesta Rinaldo di colpi, come una disperata; ma lui, che conosce l'arte della scherma, la tiene d'occhio e si difende. A un tratto lei tira un colpo che l'avrebbe ucciso; Rinaldo, prontissimo, si abbassa e con Fusberta la colpisce alla mano destra, facendole cadere la spada.
Allora Marfisa si scatena: sprona il cavallo, si scaglia contro Rinaldo come un cinghiale e gli sferra un pugno sul lato sinistro dell'elmo, più forte di un colpo di lancia. Il poeta stesso se ne meraviglia, ma così scrive Turpino: Rinaldo resta tramortito e coperto di sangue, e lo salva solo l'elmo fatato che era stato di Mambrino.
Rabicano porta via il suo padrone svenuto, ma ancora in sella, così leggero che non spezza nemmeno i fiori dell'erba: Marfisa non riesce a raggiungerlo. Torna indietro a riprendersi la spada e si rimette a inseguirlo. Rinaldo, ormai lontanissimo, si riprende, si sente la faccia piena di sangue e si rimprovera: «Anima vile, dove vuoi che si sappia di questa vigliaccheria? Una donnetta che ti fa scappare! Che cosa direbbe Orlando, se mi vedesse incapace di resistere a una dama?»
Orlando rovescia la battaglia ott. 25–29
E stringendo Fusberta torna furioso contro Marfisa. Ma ora il poeta torna a Orlando che, innamorato di Angelica, è andato su suo ordine ad aiutare Galafrone, che stava perdendo la battaglia.
Chi lo vede entrare nella mischia capisce subito chi è: abbatte questo, travolge quello, butta giù ogni bandiera. Gli Indiani fuggivano con i Tartari alle spalle, e Galafrone spronava il cavallo più di tutti; ma ora la battaglia si rovescia, e chi inseguiva si mette a fuggire, perché è arrivato Orlando, e con lui il re Adriano, Brandimarte, Chiarione e Oberto dal Leone. Fanno una strage, e Brandimarte butta giù da cavallo prima Poliferno e poi Uldano.
Orlando e Agricane hanno ricominciato a battersi, più ferocemente che mai. Agricane vede la sua gente sbaragliata, ma non può aiutarla, perché Orlando lo tiene impegnato.
La finta fuga ott. 30–35
Allora gli viene un'idea: portare Orlando lontano dalla battaglia, ucciderlo e poi tornare indietro; scacciare da solo quei vigliacchi gli sembra facilissimo. Così si mette a fuggire. Orlando crede che scappi per paura e lo insegue fino a una foresta buia, in mezzo alla quale c'è un bel prato intorno a una fontana.
Lì Agricane si ferma e smonta per riposare, senza togliersi l'armatura. Arriva Orlando: «Cavaliere, sei scappato, tu che sembravi così forte! Come puoi sopportare la vergogna di voltare le spalle a un solo cavaliere? Chi può morire con onore deve morire: spesso, per restare in vita, si guadagnano insieme la morte e la vergogna.»
Agricane rimonta in sella e risponde con voce gentile: «Sei il cavaliere più valoroso che abbia mai incontrato, e la cortesia che oggi mi hai usato, lasciandomi soccorrere la mia gente, ti salverà: ti lascio la vita. Per questo ho finto di fuggire: non avevo altro modo per risparmiarti. Ma se vuoi combattere, resterai morto su questo prato; e il cielo mi sia testimone che ucciderti mi dispiace.»
«Se tu sei cristiano, Orlando sei» ott. 36–40
Orlando, che ormai prova compassione per lui, risponde: «Più sei valoroso, più mi dispiace che morirai senza essere cristiano e andrai tra le anime dannate. Ma se vuoi salvare il corpo e l'anima, fatti battezzare, e ti lascerò andare.»
Agricane lo guarda in faccia: «Se sei cristiano, sei Orlando. Non cambierei questa fortuna nemmeno se mi facessero re del paradiso. Ma non parlarmi di faccende di dèi, perché predicheresti invano: ognuno difenda il suo con la spada in mano.» Sguaina Tranchera, e i due si battono da mezzogiorno fino a notte fonda, sempre più forti.
Quando il cielo si riempie di stelle, Orlando chiede: «Che facciamo, ora che il giorno se n'è andato?» E Agricane: «Riposiamo su questo prato, e domattina torniamo a combattere.» Ognuno lega il suo cavallo e si sdraia sull'erba, vicini, come se tra loro ci fosse un'antica pace: Orlando accanto alla fontana, Agricane all'ombra di un grande pino.
Parole sotto le stelle ott. 41–45
Parlano di cose degne di due cavalieri come loro. Orlando guarda il cielo: «Questa è un'opera bellissima, fatta dal Signore dell'universo: la luna d'argento, le stelle d'oro, la luce del giorno e il sole. Dio ha fatto tutto per gli uomini.»
«Ho capito che vuoi parlare della fede» risponde Agricane. «Io non so niente di nessuna scienza: da bambino non ho mai voluto imparare, e al mio maestro ho rotto la testa; poi nessuno ha più osato mostrarmi un libro, tanta paura avevano di me. Ho passato l'infanzia a cacciare, a cavalcare, a giocare con le armi. Stare tutto il giorno sui libri non è cosa da nobili: il cavaliere deve allenare la forza del corpo. La dottrina va bene per il prete e per il dottore: io so quanto mi serve.»
«Sono d'accordo» dice Orlando, «che le armi sono il primo onore di un uomo. Ma il sapere non lo rende meno degno: anzi, lo adorna come i fiori adornano un prato. Chi non pensa al Creatore è come un bue, un sasso, un pezzo di legno; e senza studiare non si può pensare bene a Dio.»
«È una scortesia battersi con un vantaggio» ribatte Agricane. «Ti ho mostrato come sono, e tu sei dotto e saggio: se continui, non ti risponderò più. Se vuoi dormire, dormi; ma se vuoi parlare con me, parliamo di armi o d'amore.»
Lo stesso amore ott. 46–52
«Dimmi sinceramente, da uomo d'onore: sei davvero quell'Orlando di cui parla tutto il mondo? Perché sei venuto qui? E sei mai stato innamorato? Un cavaliere senza amore sembra vivo, ma vive senza cuore.»
«Sono quell'Orlando che uccise Almonte e suo fratello Troiano» risponde il conte. «È l'Amore che mi ha portato in questo paese straniero: il mio cuore è in mano alla figlia del re Galafrone, che abita nella fortezza di Albracca. Tu fai guerra a suo padre per prendergli terre e castelli; io sono qui per piacere a lei. Tante volte ho combattuto per l'onore e per la mia fede; ora combatto solo per conquistare la bella dama.»
Quando Agricane sente che quello è Orlando e che ama Angelica, si sconvolge in volto, ma il buio lo nasconde. Piange e sospira come un pazzo, e la gelosia gli batte così forte nel cuore che non si sente vivo e non muore di dolore. Poi dice: «Domattina dobbiamo combattere, e uno dei due resterà su questo prato. Prima di allora, rinuncia a quella ragazza e lasciala a me: finché sono vivo, non potrei sopportare che un altro ami quel bel viso insieme a me. Nessuno saprà che l'hai rifiutata, tranne questo ruscello e questo bosco.»
«Ho sempre mantenuto le mie promesse» risponde Orlando. «Ma se ti promettessi questo, anche giurandolo, non lo manterrei. Potrei strapparmi le braccia e gli occhi e vivere senza anima e senza cuore, piuttosto che lasciare l'amore di Angelica.»
Duello al chiaro di luna ott. 53–55
Agricane, che brucia di gelosia, non sopporta questa risposta. Benché sia mezzanotte, monta su Baiardo e grida: «Cavaliere, o lasci la bella dama, o combatti con me!» Ma Orlando, temendo un tradimento, è già saltato in sella anche lui: «Non posso lasciarla in nessun modo, e anche se potessi non vorrei. Dovrai averla in un altro modo.»
Come il mare in tempesta, i due cavalieri si lanciano all'assalto: nel prato, nella notte scura, al chiaro di luna, si scambiano colpi spietati, tutti e due forti e coraggiosi... «Ma non dico altro» si interrompe il poeta: «il canto finisce qui.»
Parole difficili
- combiato ott. 1: commiato, permesso.
- cotta d'arme ott. 4: la sopravveste di stoffa indossata sopra l'armatura, con i colori e lo stemma del cavaliere.
- cimer ott. 4: cimiero, l'ornamento in cima all'elmo.
- rosigno ott. 6: rossiccio.
- Trivigante ott. 9: uno degli dèi che i poemi cavallereschi attribuiscono ai saraceni, insieme a Macone.
- stordigione ott. 11: stordimento.
- zanzar ott. 13: chiacchierare, perdere tempo in parole.
- Fusberta ott. 13: la spada di Rinaldo.
- barbuta ott. 14: tipo di elmo che protegge anche le guance e il mento.
- malvaso ott. 15: cattivo, pericoloso.
- scrimire ott. 18: schermire, cioè l'arte di combattere con la spada, la scherma.
- cingiale ott. 20: cinghiale.
- Mambrino ott. 21: re saraceno, primo padrone dell'elmo fatato che ora porta Rinaldo.
- conte di Brava ott. 24: Orlando, che è anche signore di Brava.
- prataglia ott. 27: prateria, distesa di prati.
- divina monarchia ott. 41: Dio, signore di tutto l'universo.
- Troiano ott. 47: fratello di Almonte; Orlando dice di averli uccisi tutti e due.
- piato ott. 50: lite, combattimento.
Il testo di Boiardo
55 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Nel canto qua di sopra aveti odito Quando Marfisa, quella dama acerba, Tre cavallier in su il prato fiorito Avea sfidati con voce superba. Prasildo era omo presto e molto ardito, Subitamente se mise per l’erba: Benchè Ranaldo fosse il più onorato, Lui prima mosse, senza altro combiato.
Quello scontrar che fie’ con la donzella, Roppe sua lancia, e lei già non ha mossa; Ma lui de netto uscì fuor della sella, E cadde al prato con grave percossa. Alor parlava quella dama bella: Su, presto, a li altri! che partir me possa. Vedete qua il messaggio che me affretta, Chè il re Agricane a battaglia me aspetta.
Iroldo, come vide il compagnone Al crudo scontro in su la terra andare, E tra li armati menarlo pregione, Corse alla giostra senza dimorare; E così cadde anco esso dello arcione. Ora nel terzo più serà che fare; Se vi piace, Segnor, state ad odire La fiera mossa e l’aspero colpire.
Una grossa asta portava Marfisa De osso e de nerbo, troppo smisurata; Nel scudo azuro aveva per divisa Una corona in tre parte spezzata; La cotta d’arme pure a quella guisa, E la coperta tutta lavorata; E per cimer ne l’elmo, al sommo loco, Un drago verde, che giettava foco.
Era il foco ordinato in tal maniera Che ardeva con romore e con gran vento; Quando essa entrava alla battaglia fiera, Più gran furor menava e più spavento; Ogni malia che ha in dosso e ogni lamiera, Tutti eran fatti per incantamento; Da capo a piedi per questa armatura Era diffesa la dama e sicura.
Fu il suo ronzone il più dismisurato Che giamai producesse la natura: Era tutto rosigno e saginato, Con testa e coda et ogni gamba scura; Benchè non fosse per arte affatato, Fu di gran possa e fiero oltra a misura. Sopra di questo la forte regina Con impeto se mosse e gran roina.
Da l’altra parte il franco fio de Amone Con una lancia a meraviglia grossa Vien furïoso, quel cor di leone, E proprio nella vista l’ha percossa; Ma, come avesse gionto a un torrïone, Non ha piegata Marfisa, nè mossa. A tronchi ne andò l’asta con romore, Nè restò pezzo de un palmo maggiore.
Gionse Ranaldo la dama diversa In fronte a l’elmo, con molta tempesta; Sopra alle groppe adietro la riversa, Tutta ne l’elmo gli intona la testa. Ora ha Marfisa pur sua lancia persa, Perchè se fraccassò sino alla resta; In cento e sei battaglie era lei stata Con quella lancia, e sempre era durata:
Ora se roppe al scontro furïoso. Ben se ne meraviglia la donzella, Ma più la pongie il crucio disdegnoso, Perchè Ranaldo ancora è in su la sella. Chiama iniquo Macone e doloroso, Cornuto e becco Trivigante appella: Ribaldi, a lor dicea, per qual cagione Tenete il cavalliero in su lo arcione?
Venga un di voi, e lasciasi vedere, E pigli a suo piacer questa diffesa, Ch’io farò sua persona rimanere Qua giù riversa e nel prato distesa. Voi non voliti mia forza temere, Perchè là su non posso esser ascesa; Ma, se io prendo il camino, io ve ne aviso, Tutti vi occido, et ardo il paradiso.
Mentre che la orgogliosa sì minaccia, E vuol disfare il celo e il suo Macone, Ranaldo ad essa rivolta la faccia, Che era stato buon pezzo in stordigione, E de gire a trovarla se procaccia; Ma lei, che non stimava quel barone, Quando contra di sè tornare il vide, Altieramente disdignando ride.
— Ora che non fuggivi, sciagurato, Mentre che ad altro il mio pensiero attese? Forse hai diletto indi esser pigliato, Perchè altrimente non trovi le spese? Ma, per mia fede! sei male incapato, Et al presente te dico palese, Come io te avrò tutt’arme dispogliate, Via cacciarotte a suon di bastonate.
Cotal parole usava quella altera; Il pro’ Ranaldo risponde nïente. Esso zanzar non vol con quella fera, Ma fa risposta col brando tagliente; E, come fu con seco alla frontera, Non pose indugia al suo ferir nïente, Ma sopra a l’elmo de Fusberta mena: Marfisa non sentì quel colpo apena.
Lei per quel colpo nïente se muta, Ma un tal ne dette al cavalliero ardito, Che batter li fie’ il mento alla barbuta: Calla nel scudo, e tutto l’ha partito. Maglia, nè piastra, nè sbergo lo aiuta, Ma crudelmente al fianco lo ha ferito. Quando Ranaldo sente il sangue ch’escie, L’ira, l’orgoglio e l’animo gli crescie.
Mai non fo gionto a così fatto caso, Come or se trova, il sir de Montealbano. Getta via il scudo che li era rimaso, E furïoso mena ad ambe mano: Benchè il partito vide aspro e malvaso, Non ha paura quel baron soprano; Ma con tal furia un colpo a due man serra, Che tutto il scudo li giettò per terra.
E sopra al braccio manco la percosse, Sì che li fece abandonar la briglia. Molto de ciò la dama se commosse, E prese del gran colpo meraviglia; Sopra alle staffe presto redricciosse, Tutta nel viso per furor vermiglia, Et un gran colpo a quel tempo menava, Quando Ranaldo l’altro radoppiava.
Perchè ancora esso già non stava a bada, Anci li rispondeva di bon gioco; Ora se incontra l’una a l’altra spada, E quelle, gionte, se avamparno a foco. Tagliente è ben ciascuna, e par che rada, Ma fie’ l’ultima prova questo loco; Fusberta, come un legno, l’altra afferra, Più de un gran palmo ne gettò per terra.
Quando Marfisa vide che troncata Era la ponta di sua spada fina, Che prima fu da lei tanto stimata, Rimena colpi de molta ruina Sopra Ranaldo, come disperata; Ma lui, che del scrimire ha la dottrina, Con l’occhio aperto al suo ferire attende, E ben se guarda e da lei se diffende.
Menò Marfisa un colpo con tempesta, Credendo averlo còlto alla scoperta; Se lo giongeva la botta rubesta, Era sua vita nel tutto deserta. Lui, che ha la vista a meraviglia presta, Da basso se ricolse con Fusberta, E gionse il colpo nella destra mano, Sì che cader li fece il brando al piano.
Quando essa vide la sua spada in terra, Non fu ruina al mondo mai cotale; Il suo destrier con ambi sproni afferra, Urta Ranaldo a furia di cingiale, E col viso avampato un pugno serra: Dal lato manco il gionse nel guanziale, E lo percosse con tanta possanza, Che assai minor fu il scontro de la lanza.
Io di tal botta assai me maraviglio, Ma come io dico, lo scrive Turpino; Fuor delle orecchie uscia il sangue vermiglio, Per naso e bocca a quel baron tapino. Campar lo fece dal mortal periglio Lo elmo afatato che fo de Mambrino; Chè se un altro elmo in testa se trovava, Longe dal busto il capo li giettava.
Perse ogni sentimento il cavalliero, Benchè restasse fermo in su la sella. Or lo portò correndo il suo destriero, Nè mai gionger lo puote la donzella, Chè quel ne andava via tanto legiero, Che per li fiori e per l’erba novella Nulla ne rompe il delicato pede; Non che si senta, ma apena si vede.
Marfisa de stupore alciò le ciglia, Quando vide il destrier sì presto gire; Ritorna adrieto e il suo brando repiglia, E poi di novo se il pose a seguire; Ma già longe è Ranaldo a meraviglia, E come prima venne a resentire, Verso Marfisa volta con gran fretta, Voluntaroso a far la sua vendetta.
E’ se sentia di sangue pien la faccia, Et a se stesso se lo improperava, Dicendo: Ove vorrai che mai se saccia La tua codarda prova, anima prava? Ecco una feminella che te caccia! Or che direbbe il gran conte di Brava, Se me vedesse qua nel campo stare Contro una dama e non poter durare?
Così dicendo il principe animoso Stringie Fusberta, il suo tagliente brando, E vien contra a Marfisa forïoso. Ora voglio tornar al conte Orlando, Qual, come io dissi, sì come amoroso De Angelica, se mosse al suo comando Per dare al prodo Galafrone aiuto, Che alla battaglia avea il campo perduto.
Chi lo vedesse entrare alla baruffa, Ben lo iudicarebbe quel che egli era; Lui questo abatte e quell’altro ribuffa, Atterra ogni pennone, ogni bandiera. Or se incomincia la terribil zuffa; Fuggìa degl’Indïan rotta la schiera, E va per la campagna in abandono: Sempre alle spalle i Tartari li sono.
Rotta e sconfitta la brutta canaglia A tutta briglia fuggendo ne andava; E Galafrone per quella prataglia Via più che li altri i sproni adoperava. Ora cangiosse tutta la battaglia, E fuggie ciascadun che mo cacciava, Chè Orlando è gionto, e seco in compagnia Il re Adrïano, fior de vigoria.
E Brandimarte e il forte Chiarïone, Ciascun di guerra più voluntaroso, E seco in frotta Oberto da il Leone. Ferno assalto crudel e furïoso, E de’ nemici tanta occisïone, Che tornò il verde prato sanguinoso: Già prima Poliferno e poscia Uldano Da Brandimarte fur giettati al piano.
Orlando et Agricane un’altra fiata Ripreso insiem avean crudel battaglia; La più terribil mai non fo mirata: L’arme l’un l’altro a pezo a pezo taglia. Vede Agrican sua gente sbaratata, Nè li pô dare aiuto che li vaglia, Però che Orlando tanto stretto il tene, Che star con seco a fronte li conviene.
Nel suo secreto fie’ questo pensiero: Trar fuor di schiera quel conte gagliardo, E poi che occiso l’abbia in su il sentiero, Tornar alla battaglia senza tardo; Però che a lui par facile e legiero Cacciar soletto quel popol codardo; Chè tutti insieme, e il suo re Galafrone, Non li stimava quanto un vil bottone.
Con tal proposto se pone a fuggire, Forte correndo sopra alla pianura; Il conte nulla pensa a quel fallire, Anci crede che il faccia per paura; Senza altro dubbio se il pone a seguire. E già son gionti ad una selva oscura; Aponto in mezo a quella selva piana Era un bel prato intorno a una fontana.
Fermosse ivi Agricane a quella fonte, E smontò dello arcion per riposare, Ma non se tolse l’elmo della fronte, Nè piastra, o scudo se volse levare; E poco dimorò che gionse il conte, E come il vide alla fonte aspettare, Dissegli: Cavallier, tu sei fuggito, E sì forte mostravi e tanto ardito!
Come tanta vergogna pôi soffrire A dar le spalle ad un sol cavalliero? Forse credesti la morte fuggire: Or vedi che fallito hai il pensiero. Chi morir può onorato, die’ morire; Chè spesse volte aviene e de legiero Che, per durare in questa vita trista, Morte e vergogna ad un tratto s’acquista.
Agrican prima rimontò in arcione, Poi con voce suave rispondia: Tu sei per certo il più franco barone Ch’io mai trovassi nella vita mia; E però del tuo scampo fia cagione La tua prodezza e quella cortesia Che oggi sì grande al campo usato m’hai, Quando soccorso a mia gente donai.
Però te voglio la vita lasciare, Ma non tornasti più per darmi inciampo! Questo la fuga mi fe’ simulare, Nè vi ebbi altro partito a darti scampo. Se pur te piace meco battagliare, Morto ne rimarrai su questo campo; Ma siami testimonio il celo e il sole Che darti morte me dispiace e duole.
Il conte li rispose molto umano, Perchè avea preso già de lui pietate: Quanto sei, disse, più franco e soprano, Più di te me rincresce in veritate, Che serai morto, e non sei cristïano, Et andarai tra l’anime dannate; Ma se vôi il corpo e l’anima salvare, Piglia battesmo, e lasciarotte andare.
Disse Agricane, e riguardollo in viso: Se tu sei cristïano, Orlando sei. Chi me facesse re del paradiso, Con tal ventura non lo cangiarei; Ma sino or te ricordo e dòtti aviso Che non me parli de’ fatti de’ Dei, Perchè potresti predicare in vano: Diffenda il suo ciascun col brando in mano.
Nè più parole: ma trasse Tranchera, E verso Orlando con ardir se affronta. Or se comincia la battaglia fiera, Con aspri colpi di taglio e di ponta; Ciascuno è di prodezza una lumera, E sterno insieme, come il libro conta, Da mezo giorno insino a notte scura, Sempre più franchi alla battaglia dura.
Ma poi che il sole avea passato il monte, E cominciosse a fare il cel stellato, Prima verso il re parlava il conte: Che farem, disse, che il giorno ne è andato? Disse Agricane con parole pronte: Ambo se poseremo in questo prato; E domatina, come il giorno pare, Ritornaremo insieme a battagliare.
Così de acordo il partito se prese. Lega il destrier ciascun come li piace, Poi sopra a l’erba verde se distese; Come fosse tra loro antica pace, L’uno a l’altro vicino era e palese. Orlando presso al fonte isteso giace, Et Agricane al bosco più vicino Stassi colcato, a l’ombra de un gran pino.
E ragionando insieme tuttavia Di cose degne e condecente a loro, Guardava il conte il celo e poi dicia: Questo che or vediamo, è un bel lavoro, Che fece la divina monarchia; E la luna de argento, e stelle d’oro, E la luce del giorno, e il sol lucente, Dio tutto ha fatto per la umana gente.
Disse Agricane: Io comprendo per certo Che tu vôi de la fede ragionare; Io de nulla scïenzia sono experto, Nè mai, sendo fanciul, volsi imparare, E roppi il capo al mastro mio per merto; Poi non si puotè un altro ritrovare Che mi mostrasse libro, nè scrittura, Tanto ciascun avea di me paura.
E così spesi la mia fanciulezza In caccie, in giochi de arme e in cavalcare; Nè mi par che convenga a gentilezza Star tutto il giorno ne’ libri a pensare; Ma la forza del corpo e la destrezza Conviense al cavalliero exercitare. Dottrina al prete et al dottore sta bene: Io tanto saccio quanto mi conviene.
Rispose Orlando: Io tiro teco a un segno, Che l’arme son de l’omo il primo onore; Ma non già che il saper faccia men degno, Anzi lo adorna come un prato il fiore; Et è simile a un bove, a un sasso, a un legno, Chi non pensa allo eterno Creatore; Nè ben se può pensar, senza dottrina, La summa maiestate alta e divina.
Disse Agricane: Egli è gran scortesia A voler contrastar con avantaggio. Io te ho scoperto la natura mia, E te cognosco che sei dotto e saggio. Se più parlassi, io non risponderia; Piacendoti dormir, dòrmite ad aggio, E se meco parlare hai pur diletto, De arme, o de amore a ragionar t’aspetto.
Ora te prego che a quel ch’io dimando, Rispondi il vero, a fè de omo pregiato: Se tu sei veramente quello Orlando Che vien tanto nel mondo nominato; E perchè qua sei gionto, e come, e quando, E se mai fosti ancora inamorato; Perchè ogni cavallier che è senza amore, Se in vista è vivo, vivo è senza core.
Rispose il conte: Quello Orlando sono Che occise Almonte e il suo fratel Troiano; Amor m’ha posto tutto in abandono, E venir fammi in questo loco strano. E perchè teco più largo ragiono, Voglio che sappi che ’l mio core è in mano De la figliola del re Galafrone, Che ad Albraca dimora nel girone.
Tu fai col patre guerra a gran furore, Per prender suo paese e sua castella, Et io qua son condotto per amore, E per piacere a quella damisella. Molte fiate son stato per onore E per la fede mia sopra alla sella; Or sol per acquistar la bella dama Faccio battaglia, et altro non ho brama.
Quando Agricane ha nel parlare accolto Che questo è Orlando, et Angelica amava, Fuor di misura se turbò nel volto, Ma per la notte non lo dimostrava; Piangeva sospirando come un stolto, L’anima, il petto e il spirto li avampava; E tanta zelosia gli batte il core, Che non è vivo, e di doglia non muore.
Poi disse a Orlando: Tu debbi pensare Che, come il giorno serà dimostrato, Debbiamo insieme la battaglia fare, E l’uno o l’altro rimarrà sul prato. Or de una cosa te voglio pregare, Che, prima che veniamo a cotal piato, Quella donzella che il tuo cor disia, Tu la abandoni, e lascila per mia.
Io non puotria patire, essendo vivo, Che altri con meco amasse il viso adorno; O l’uno o l’altro al tutto serà privo Del spirto e della dama al novo giorno. Altri mai non saprà, che questo rivo E questo bosco che è quivi d’intorno, Che l’abbi riffiutata in cotal loco E in cotal tempo, che serà sì poco.
Diceva Orlando al re: Le mie promesse Tutte ho servate, quante mai ne fei; Ma se quel che or me chiedi, io promettesse, E se io il giurassi, io non lo attenderei; Così potria spiccar mie membra istesse, E levarmi di fronte gli occhi miei, E viver senza spirto e senza core, Come lasciar de Angelica lo amore.
Il re Agrican, che ardea oltra misura, Non puote tal risposta comportare; Benchè sia al mezo della notte scura, Prese Baiardo, e su vi ebbe a montare; Et orgoglioso, con vista sicura, Iscrida al conte et ebbelo a sfidare, Dicendo: Cavallier, la dama gaglia Lasciar convienti, o far meco battaglia.
Era già il conte in su l’arcion salito, Perchè, come se mosse il re possente, Temendo dal pagano esser tradito, Saltò sopra al destrier subitamente; Unde rispose con l’animo ardito: Lasciar colei non posso per nïente, E, se io potessi ancora, io non vorria; Avertila convien per altra via.
Sì come il mar tempesta a gran fortuna, Cominciarno lo assalto i cavallieri; Nel verde prato, per la notte bruna, Con sproni urtarno adosso e’ buon destrieri; E se scorgiano a lume della luna Dandosi colpi dispietati e fieri, Ch’era ciascun di lor forte et ardito.... Ma più non dico: il canto è qui finito.