Libro I · Canto XIX
La morte di Agricane
All'alba Orlando ferisce a morte Agricane, che gli chiede il battesimo. Intanto Rinaldo e Marfisa, da nemici, finiscono per combattere fianco a fianco.
In breve
Il duello notturno continua fino all'alba. Orlando, che si vergogna di non aver ancora vinto, colpisce Agricane con un fendente terribile. Il re, morente, chiede di essere battezzato, e Orlando, piangendo, lo battezza con l'acqua della fontana. Poi si accorge che il cavallo di Agricane è Baiardo, il cavallo di Rinaldo, e lo prende con sé. Senza il loro re, i Tartari fuggono; Galafrone li stermina, e dal campo nemico vengono liberati Astolfo, Ballano e Antifor.
Sul fiume, Rinaldo e Marfisa combattono ancora alla pari. Arriva Galafrone che, riconoscendo Rabicano, il cavallo del figlio morto, crede Rinaldo l'assassino e lo assale. Marfisa si infuria con il vecchio, e contro di lei si gettano Brandimarte e molti altri. A Rinaldo sembra un'ingiustizia, e si schiera con lei. Intanto Fiordelisa ritrova finalmente Brandimarte, e i due si ritirano in un prato nascosto; ma su un monte lì vicino c'è un pellegrino che porterà guai.
Ascolta il canto
Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
Il duello durò tutta la notte. All'alba Agricane diede a Orlando un colpo così forte sull'elmo che il conte quasi cadde da cavallo. Orlando si vergognò. «Sono quasi due giorni che combatto contro un cavaliere solo!» brontolò. «Se dura ancora un'ora, butto via le armi e mi faccio frate!» Poi alzò Durindana e colpì con tutta la sua forza.
Agricane era ferito a morte. Con un filo di voce chiamò Orlando: «Io credo nel tuo Dio. Battezzami, ti prego, prima che io muoia.» Il battesimo è il rito che fa diventare cristiani: era proprio quello che Orlando aveva sperato fin dall'inizio del duello. Piangendo, Orlando lo fece scendere da cavallo, lo distese sul marmo della fontana e lo battezzò con quell'acqua. Poco dopo il re morì, e Orlando lo lasciò lì, con la corona in testa e la spada in mano.
Poi guardò il cavallo del re e quasi non ci credeva: era Baiardo, il cavallo di Rinaldo! Baiardo lo riconobbe e gli andò incontro nitrendo. «Dov'è il tuo padrone?» gli chiese Orlando. Ma un cavallo, anche se magico, non sa parlare.
Senza il loro re, i Tartari scapparono da tutte le parti. Nella tenda di Agricane i vincitori trovarono tre prigionieri, e tra loro c'era Astolfo. Appena libero, Astolfo cominciò a vantarsi: «Datemi un cavallo! Un nemico lo lancerò così in alto che ci metterà tre giorni a ricadere!» Gli altri lo presero per matto. Ma quel giorno Astolfo fu fortunato: per strada ritrovò le sue armi e la lancia d'oro.
Intanto, sul fiume, Rinaldo e Marfisa combattevano ancora alla pari. Arrivò il vecchio Galafrone e vide il cavallo di Rinaldo, Rabicano. Era stato di suo figlio Argalia, che era morto in Francia. Galafrone pensò che Rinaldo l'avesse ucciso e lo assalì. Marfisa si arrabbiò: chi era quel vecchio che disturbava il suo duello? Lo buttò giù da cavallo. Allora più di cento cavalieri le si gettarono addosso.
A Rinaldo sembrò un'ingiustizia: tutti contro una! «Ti aiuto io» le disse, «anche a costo di morire con te.» «Se tu sei con me» rispose Marfisa, «non ho paura del mondo intero.» E i due nemici di prima combatterono fianco a fianco.
Intanto Fiordelisa cercava Brandimarte, e finalmente lo trovò. Lui si era fatto da parte, perché gli sembrava vergognoso attaccare in tanti una donna sola. Quando la vide, le corse incontro e la strinse forte: credeva di averla perduta per sempre! I due andarono in un prato nascosto tra due monti, parlarono a lungo e alla fine si addormentarono sull'erba.
Ma su un monte lì vicino c'era un pellegrino, e quel pellegrino stava per fare a Brandimarte un brutto tiro. Quale? Lo scoprirai nel prossimo canto.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
L'alba sul duello ott. 1–7
«Signori e cavalieri innamorati, gentili e graziose damigelle» comincia il poeta, «avvicinatevi e ascoltate le grandi avventure e le guerre d'amore dei cavalieri antichi; ma più di tutti, per amore, fecero grandi imprese Orlando e Agricane.»
I due si battono per una dama, e anche se è notte devono stare attenti e ben difesi, come se il sole fosse a mezzogiorno. Agricane combatte con più furia, il conte con più giudizio. Si battono da più di cinque ore, e a oriente si schiarisce l'alba, quando la zuffa si fa ancora più dura. Agricane, disperato perché Orlando gli resiste tanto, cala un colpo terribile di traverso: taglia lo scudo come fosse latte e, anche se non può ferire Orlando, che è fatato, gli fracassa piastre e maglia, con tanta violenza che al conte manca il fiato e gli sembra di avere le ossa rotte.
Orlando non si spaventa e colpisce più forte: spacca lo scudo di Agricane, che vola a metà sul prato, gli spezza la corazza e lo ferisce al fianco sinistro, tagliandogli tre costole. Agricane ruggisce come un leone ferito dal cacciatore e risponde con un colpo in mezzo all'elmo, il più forte che Orlando abbia mai ricevuto. Il conte non vede più niente, gli fischiano le orecchie, e il cavallo spaventato lo porta in giro per il prato. Sta per cadere, ma proprio mentre scivola giù si riprende e si tiene alla sella.
Il colpo di Durindana ott. 8–11
Allora si vergogna di se stesso: «Con che faccia andrai da Angelica, coperto di vergogna? Non ti ricordi di quel viso amoroso che ti ha mandato a combattere? Chi tarda a servire chi gli chiede aiuto, poi ne perde la ricompensa. Sono quasi due giorni che combatto contro un solo cavaliere, e non ho più vantaggio del primo giorno. Ma se il duello dura ancora un'ora, abbandono le armi ed entro in convento: mi faccio frate, e che io sia dannato se mi si vedrà mai più una spada al fianco!»
La fine del discorso non si capisce, perché batte i denti e le parole gli si inceppano; il fiato gli esce dal naso e dalla bocca come fuoco. Si lancia contro Agricane e lo colpisce a due mani con Durindana, di rovescio, sulla spalla destra. La spada scende nel petto, spacca la corazza e la spessa cotta di maglia fino al fianco, e arriva fino alla sella, che è d'osso rinforzato col ferro, e la manda sul prato.
Il battesimo alla fontana ott. 12–17
Agricane è ferito a morte. Perde la vista, il viso gli diventa bianco; eppure, anche se gli mancano le forze, chiama Orlando e gli dice sottovoce, sospirando: «Io credo nel tuo Dio, che morì in croce. Battezzami alla fontana, cavaliere, prima che io perda la parola. Se la mia vita è stata malvagia, almeno la mia morte non sia ribelle a Dio. Colui che è venuto a salvare gli uomini accolga la mia povera anima: confesso di aver peccato molto, ma la sua misericordia è grandissima.»
Il re, che era stato così fiero, piange con il viso rivolto al cielo. Poi dice: «Cavaliere, oggi hai guadagnato il cavallo più forte che sia mai stato cavalcato al mondo: è stato tolto a un valoroso cavaliere che è prigioniero nel mio campo. Non mi reggo più: tirami giù dalla sella. Non lasciare che questa anima si perda, battezzami, perché sto morendo: se mi lasci morire così, te ne pentirai.»
Orlando ha la faccia piena di lacrime. Smonta, prende fra le braccia il re ferito e lo adagia sul marmo della fontana; piange con lui e gli chiede perdono. Poi lo battezza con l'acqua della fonte, pregando Dio per lui a mani giunte. Poco dopo lo trova freddo in viso e in tutto il corpo, e capisce che è morto. Lo lascia sul marmo così com'è, tutto armato, con la spada in mano e la corona in testa. Poi guarda il cavallo del re, e gli sembra Baiardo.
Baiardo e i tre giganti ott. 18–22
Non riesce a crederci, anche perché la gualdrappa copre il cavallo fino agli zoccoli. «Voglio sapere se è proprio Baiardo o se gli somiglia» dice tra sé il figlio di Milone. Si avvicina, e il cavallo, che lo riconosce subito, gli va incontro nitrendo. «Dimmi, buon cavallo, dov'è Rinaldo? Dov'è il tuo padrone? Non mentirmi!» chiede Orlando. Ma il cavallo, anche se è stato creato per magia, non sa parlare come un uomo.
Orlando, che l'aveva già cavalcato altre volte, gli sale in groppa e, tenendo Brigliadoro per le briglie, esce dal prato ed entra nella foresta. A un tratto sente un gran rumore, e lega subito Brigliadoro a una quercia. Sappiate, spiega il poeta, che quel rumore lo fanno tre giganti carichi di tesori, che hanno su un cammello una ragazza rapita con la forza nelle Isole Lontane. Un cavaliere molto forte si batte con loro per liberarla: uno dei giganti porta via la ragazza, gli altri due combattono con lui. Il poeta lo racconterà per bene più avanti: ora vuole raccontare il grande disastro del campo.
La fuga dei Tartari ott. 23–29
L'esercito di Agricane, come si è detto, è a pezzi: c'è strage dappertutto, e il re Adriano e Brandimarte lo inseguono tra grida e lamenti. Senza il loro re, che non rivedranno mai più, i Tartari fuggono in disordine; il vecchio Galafrone, pieno di furia, non ha pietà di nessuno e li fa passare tutti a fil di spada.
Arrivati alla tenda di Agricane, la buttano giù e dentro trovano tre prigionieri: Astolfo, il re Ballano e Antifor di Albarossia. Così come sono, legati, vengono portati davanti ad Angelica, che li riconosce, li fa liberare, li accoglie con grande onore e li ringrazia, con belle parole e sorrisi, di tutto quello che hanno fatto per lei.
Astolfo dice: «Non posso restare qui: voglio vendicarmi di quella gente che mi è saltata addosso e mi ha buttato a terra a tradimento! Nessuno mi avrebbe smosso, e ne avrei ammazzati più di un milione, ma quel falso di Agricane mi ha tradito: oggi lo ucciderò con le mie mani. Dammi le armi e un cavallo: ti giuro che al primo colpo farò quindici pezzi di un uomo. Un altro cavaliere lo prenderò vivo, me lo farò girare intorno alla testa e lo lancerò così in alto che ci metterà tre giorni a ricadere giù.»
Ballano e Antifor, che non conoscono la sua fama, sentendolo parlare così lo prendono per matto. Ma anche loro chiedono le armi, e in un attimo sono armati e a cavallo.
La lancia d'oro ott. 30–32
Astolfo arriva per primo nella pianura, suonando il corno a tutto spiano, allegro ed elegante, senza nessuna paura. E ascoltate che bella fortuna gli manda Dio quel giorno: proprio sulla strada incontra un Tartaro che porta le sue armi preziose, il suo bello scudo e la lancia d'oro che era stata di Argalia. Astolfo lo butta a terra senza perdere un attimo, smonta e gli toglie le armi.
Rivestito delle sue armi, fa grandi prodezze, anche se i nemici non si difendono: nessuno ha il coraggio di aspettarlo. Ma vicino al fiume c'è una guerra ben diversa: quella tra Rinaldo e Marfisa.
Galafrone e Rabicano ott. 33–38
Hanno combattuto tutto il giorno, e nessuno dei due ha preso vantaggio. Rinaldo non ha più un pezzo d'armatura che non sia rotto o ammaccato, e muore di vergogna perché una dama lo fa ballare. Marfisa è ancora più sconvolta, e vorrebbe non essere mai nata, perché in tante ore non è riuscita a vincere quel cavaliere: ha lo scudo spezzato e la spada troncata, ed è tutta ammaccata e dolorante, anche se le armi fatate le impediscono di sanguinare.
Mentre combattono alla pari, arriva sulla riva la folla in fuga, inseguita da Galafrone. Il re si ferma a guardare: riconosce subito Marfisa, ma non il signore di Montalbano, anche se capisce che è un cavaliere straordinario. Poi vede il cavallo, Rabicano: era del suo figlio Argalia, ucciso in Francia, come sapete, da Feraguto nella foresta delle Ardenne.
Il vecchio padre si mette a gridare il nome del figlio: «O stella di valore, giglio del giardino, che amavo più della mia vita! È questo il traditore che ti ha ucciso? Me lo sento: è lui il malvagio che ti ha tolto la vita a tradimento. Che io sia squartato e dato in pasto ai cani, se questo furfante andrà in giro a vantarsi della tua morte!» E con la spada a due mani si scaglia contro Rinaldo, colpendolo così forte da piegarlo sul collo del cavallo.
Marfisa contro tutti ott. 39–46
Marfisa, vedendo quel vecchio che viene a disturbare il suo duello, si infuria: si getta contro Galafrone e lo butta giù da cavallo, e se la sua spada avesse ancora la punta l'avrebbe ucciso al primo colpo. Ma proprio allora arrivano Brandimarte e Antifor, che non la conoscono: la credono un cavaliere del campo di Agricane e difendono il vecchio re, anche se la pagano cara. Antifor arriva per primo, e Marfisa lo fa cadere a terra tramortito.
Con Brandimarte c'è molto più da fare, perché tra loro non c'è grande differenza: lui conosce meglio l'arte della guerra, lei è più forte. Rinaldo intanto si fa da parte, pensando che la Provvidenza voglia farli morire tutti e due, perché sono pagani. Guarda il duello e li giudica valorosi entrambi, ma la dama gli sembra più forte.
Ecco che Antifor si rialza, risale in sella e torna contro Marfisa insieme a Galafrone. Arrivano anche Oberto dal Leone, il re Ballano, il re Adriano e Chiarione: tre re e tre cavalieri si gettano addosso alla dama, che sta già combattendo con Brandimarte. Lei, come un cinghiale circondato dai mastini, che si gira furioso, rizza le setole e ha gli occhietti di fuoco, colpisce a destra e a sinistra e mette paura a più d'uno. Ormai i nemici sono più di trenta, poi più di cento, e lei li affronta tutti.
Rinaldo dalla parte di Marfisa ott. 47–52
A Rinaldo, che sta a guardare, sembra che la dama subisca una grande ingiustizia. «Ti voglio aiutare» le dice, «anche se dovessi morire con te.» Marfisa si riempie di coraggio: «Cavaliere gentile, se sei con me, non temo il mondo intero.»
E si getta tra i nemici: colpisce Oberto sull'elmo e gli spacca lo scudo, facendolo cadere di sella; poi afferra con la mano l'elmo del re Ballano, lo solleva dalla sella e lo sbatte a terra. Rinaldo fa prodezze ancora più grandi, contro avversari di cui nemmeno Turpino ha saputo i nomi: con dodici colpi tremendi ne abbatte dodici, e tutti hanno paura di lui.
Ma arriva sempre gente nuova, perché quelli dietro non sanno che cosa sta facendo Rinaldo a quelli davanti. «Non riuscirete a spostarmi di qui!» grida Marfisa. «Vi lascio il mio tesoro e il mio regno, se mi fate fare un solo passo indietro!» Ed ecco che lungo il fiume arriva di corsa una grande schiera con la bandiera della corona spezzata, l'insegna della regina: sono i soldati di Marfisa, che temono di trovarla morta o prigioniera. Comincia la battaglia più feroce di quel giorno: Marfisa si getta tra i nemici, furiosa, e Rinaldo non è da meno; chi li vede si raccomanda a Dio.
Fiordelisa ritrova Brandimarte ott. 53–57
Iroldo, Prasildo e Fiordelisa sono rimasti a due miglia di distanza, con la cameriera di Marfisa, che racconta loro quanto è forte la sua padrona e quanti cavalieri ha abbattuto. Fiordelisa si spaventa: teme che a Brandimarte tocchi provare la forza di Marfisa. Lascia subito gli altri e corre verso la battaglia: vede le schiere a pezzi che fuggono verso la rocca, e Rinaldo che le insegue fin dentro.
Ma lei cerca solo Brandimarte, e finalmente lo vede, da solo, nella pianura. Quando era cominciata la battaglia si era fatto da parte, perché gli sembrava una vergogna che tanti uomini attaccassero una donna sola, e guardava da lontano, rosso in viso per la vergogna dei compagni. Appena vede Fiordelisa le corre incontro e la stringe forte: non la vedeva da tanto tempo, credeva di averla perduta per sempre.
È così felice che si dimentica di tutto, di Marfisa, di Rinaldo e della guerra. Getta via lo scudo e l'elmo e la bacia mille volte, stringendola in mezzo alla campagna; ma lei protesta.
Il prato nascosto ott. 58–65
Fiordelisa, piena di vergogna, non vuole essere vista così, e con dolci parole convince Brandimarte ad andare con lei in un bosco ombroso, dove potranno stare insieme in pace, senza paura della guerra. Arrivano in un prato fiorito, chiuso tra due monti, fresco d'ombra e di fontane, e smontano sull'erba.
Fiordelisa comincia a togliergli l'armatura, ma lui la bacia mille volte prima che lei riesca a sfilargli un solo pezzo e, senza aspettare oltre, ancora con la maglia e le gambiere addosso, la stringe fra le braccia e si stende con lei sul prato. Restano così stretti che tra loro non passerebbe l'aria; la loro dolcezza, dice il poeta, la raccontino loro, perché lui non saprebbe.
Poi parlano delle pene passate. Il luogo invita al riposo: tra le fronde sospira un venticello, e un ruscello passa mormorando nel prato. Brandimarte, stanco per le fatiche della giornata, si addormenta pensando all'amore; e Fiordelisa, che non smette un attimo di guardarlo, si addormenta accanto a lui sull'erba verde.
Ma sopra uno dei monti intorno al prato c'è un pellegrino, che Dio lo punisca, che farà a Brandimarte un brutto tiro. Questo canto però è stato già abbastanza lungo, conclude il poeta: se tornerete ad ascoltare, ve lo racconterò un altro giorno. E che il Re della gloria vi protegga tutti.
Parole difficili
- si servava ott. 3: si difendeva con prudenza, si risparmiava.
- incocca ott. 10: «le parole incocca», cioè le parole gli si inceppano in bocca.
- pancirone ott. 11: corpetto di maglia di ferro che protegge il petto e la pancia.
- anguinaglia ott. 12: inguine.
- favella ott. 13: la parola, la capacità di parlare.
- figliol di Milone ott. 18: Orlando, figlio di Milone.
- senator romano ott. 20: Orlando, chiamato così con uno dei suoi titoli d'onore.
- gambelo ott. 21: cammello.
- fantina ott. 21: fanciulla, ragazza.
- rivaggio ott. 35: riva.
- selva de Ardena ott. 36: la foresta delle Ardenne, tra Francia e Belgio.
- ziglio de orto ott. 37: giglio di giardino.
- naro ott. 41: narro, racconto.
- Providenza ott. 42: la Provvidenza, il disegno di Dio sul mondo.
- sete ott. 45: setole, i peli duri del cinghiale.
- frezza ott. 57: fretta.
- palmier ott. 65: palmiere, pellegrino; si chiamava così chi tornava dalla Terra Santa con un ramo di palma.
Il testo di Boiardo
65 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Segnori e cavallieri inamorati, Cortese damiselle e grazïose, Venitene davanti et ascoltati L’alte venture e le guerre amorose Che fer’ li antiqui cavallier pregiati, E fôrno al mondo degne e glorïose; Ma sopra tutti Orlando et Agricane Fier’ opre, per amore, alte e soprane.
Sì come io dissi nel canto di sopra, Con fiero assalto dispietato e duro Per una dama ciascadun se adopra; E, benchè sia la notte e il celo oscuro, Già non vi fa mestier che alcun si scopra, Ma conviensi guardare e star sicuro, E ben diffeso di sopra e de intorno, Come il sol fosse in celo al mezo giorno.
Agrican combattea con più furore, Il conte con più senno si servava; Già contrastato avean più de cinque ore, E l’alba in orïente se schiarava: Or se incomincia la zuffa maggiore. Il superbo Agrican se disperava Che tanto contra esso Orlando dura, E mena un colpo fiero oltra a misura.
Giunse a traverso il colpo disperato, E il scudo come un latte al mezzo taglia; Piagar non puote Orlando, che è affatato, Ma fraccassa ad un ponto e piastre e maglia. Non puotea il franco conte avere il fiato, Benchè Tranchera sua carne non taglia; Fu con tanta ruina la percossa, Che avea fiaccati i nervi e peste l’ossa.
Ma non fo già per questo sbigotito, Anci colpisce con maggior fierezza. Gionse nel scudo, e tutto l’ha partito, Ogni piastra del sbergo e maglia spezza, E nel sinistro fianco l’ha ferito; E fo quel colpo di cotanta asprezza, Che il scudo mezo al prato andò di netto, E ben tre coste li tagliò nel petto.
Come rugge il leon per la foresta, Allor che l’ha ferito il cacciatore, Così il fiero Agrican con più tempesta Rimena un colpo di troppo furore. Gionse ne l’elmo, al mezo della testa; Non ebbe il conte mai botta maggiore, E tanto uscito è fuor di cognoscenza, Che non scia se egli ha il capo, o se egli è senza.
Non vedea lume per gli occhi nïente, E l’una e l’altra orecchia tintinava; Sì spaventato è il suo destrier corrente, Che intorno al prato fuggendo il portava; E serebbe caduto veramente, Se in quella stordigion ponto durava; Ma, sendo nel cader, per tal cagione Tornolli il spirto, e tennese allo arcione.
E venne di se stesso vergognoso, Poi che cotanto se vede avanzato. Come andarai, diceva doloroso, Ad Angelica mai, vituperato? Non te ricordi quel viso amoroso, Che a far questa battaglia t’ha mandato? Ma chi è richiesto, e indugia il suo servire, Servendo poi, fa il guidardon perire.
Presso a duo giorni ho già fatto dimora, Per il conquisto de un sol cavalliero, E seco a fronte me ritrovo ancora, Nè gli ho vantaggio più che il dì primiero. Ma se più indugio la battaglia un’ora, L’arme abandono et entro al monastero: Frate mi faccio, e chiamomi dannato, Se mai più brando mi fia visto al lato.
Il fin del suo parlar già non è inteso, Chè batte e’ denti e le parole incocca; Foco rasembra di furore acceso Il fiato che esce fuor di naso e bocca. Verso Agricane se ne va disteso, Con Durindana ad ambe mano il tocca Sopra alla spalla destra de riverso; Tutto la taglia quel colpo diverso.
Il crudel brando nel petto declina, E rompe il sbergo e taglia il pancirone; Benchè sia grosso e de una maglia fina, Tutto lo fende in fin sotto il gallone: Non fo veduta mai tanta roina. Scende la spada e gionse nello arcione: De osso era questo et intorno ferrato, Ma Durindana lo mandò su il prato.
Da il destro lato a l’anguinaglia stanca Era tagliato il re cotanto forte; Perse la vista et ha la faccia bianca, Come colui ch’è già gionto alla morte; E benchè il spirto e l’anima li manca, Chiamava Orlando, e con parole scorte, Sospirando diceva in bassa voce: Io credo nel tuo Dio, che morì in croce.
Batteggiame, barone, alla fontana Prima ch’io perda in tutto la favella; E se mia vita è stata iniqua e strana, Non sia la morte almen de Dio ribella. Lui, che venne a salvar la gente umana, L’anima mia ricoglia tapinella! Ben me confesso che molto peccai, Ma sua misericordia è grande assai.
Piangea quel re, che fo cotanto fiero, E tenìa il viso al cel sempre voltato, Poi ad Orlando disse: Cavalliero, In questo giorno de oggi hai guadagnato, Al mio parere, il più franco destriero Che mai fosse nel mondo cavalcato; Questo fo tolto ad un forte barone, Che del mio campo dimora pregione.
Io non me posso ormai più sostenire: Levame tu de arcion, baron accorto. Deh non lasciar questa anima perire! Batteggiami oramai, chè già son morto. Se tu me lasci a tal guisa morire, Ancor n’avrai gran pena e disconforto. Questo diceva e molte altre parole: Oh quanto al conte ne rincresce e dole!
Egli avea pien de lacrime la faccia, E fo smontato in su la terra piana; Ricolse il re ferito nelle braccia, E sopra al marmo il pose alla fontana; E de pianger con seco non si saccia, Chiedendoli perdon con voce umana. Poi battizollo a l’acqua della fonte, Pregando Dio per lui con le man gionte.
Poco poi stette che l’ebbe trovato Freddo nel viso e tutta la persona, Onde se avide che egli era passato. Sopra al marmo alla fonte lo abandona, Così come era, tutto quanto armato, Col brando in mano e con la sua corona; E poi verso il destrier fece riguardo, E pargli di veder che sia Baiardo.
Ma creder non può mai per cosa certa Che qua sia capitato quel ronzone; Et anco nascondeva la coperta, Che tutto lo guarnia sino al talone. — Io vo’ saper la cosa in tutto aperta, Disse a se stesso il figliol di Milone, Se questo è pur Baiardo, o se il somiglia; Ma se egli è desso, io n’ho gran meraviglia.
Per saper tutto il fatto il conte è caldo, E verso del caval se pone a gire; Ma lui, che Orlando cognobbe di saldo, Gli viene incontra e comincia a nitrire. Deh dimme, bon destriero, ove è Ranaldo? Ove ene il tuo signor? Non mi mentire! Così diceva Orlando, ma il ronzone Non puotea dar risposta al suo sermone.
Non avea quel destrier parlare umano, Benchè fosse per arte fabricato. Sopra vi monta il senator romano, Che già l’avea più fiate cavalcato. Poi che ebbe preso Brigliadoro a mano, Subitamente uscì fuora del prato, Et entrò dentro de la selva folta; Ma così andando un gran romore ascolta.
Senza dimora atacca Brigliadoro A un tronco de una quercia ivi vicina. Ma voglio che sappiate che coloro Che entro a quel bosco fan tanta roina, Son tre giganti; et han molto tesoro, E sopra de un gambelo una fantina Tolta per forza a l’Isole Lontane: Un cavallier con loro era alle mane.
Quel cavalliero è di soperchia lena, E per scoder la dama se travaglia. Un de’ giganti la donzella mena, E li altri duo con esso fan battaglia. Poi vi dirò la cosa integra e piena, Ma di saperla adesso non ve incaglia; Presto ritornarò dove io ve lasso: Or vo’ contar del campo il gran fraccasso.
Del campo, dico, che, come io contai, Andava a schiere in mille pezzi sparte; Più scura cosa non se vidde mai: Occisa è la gran gente in ogni parte, Con più roina ch’io non conto assai. Il re Adrïan li segue e Brandimarte; Risuona il celo e del fiume la foce Di cridi, de lamenti e de alte voce.
La gente de Agrican, senza governo, Poi che perduto è il suo forte segnore, Che mai nol vederanno in sempiterno, Fugge dal campo rotta con romore. Tutti son morti e callano allo inferno; Il vecchio Galafron, pien de furore, Di quella gente già non ha pietade, Anci li pone al taglio delle spade.
Non vôl che campi alcun di quella gente. Tutti li occide il superbo vecchione. E già son gionti ove primeramente Stava il re Agricane al paviglione. Giettato fo per terra incontinente, Dove trovarno Astolfo, che è prigione, E il re Ballano, pien de vigoria; Con seco è Antifor de Albarossia.
Tutti tre insieme, come eran legati, Fôrno condutti ad Angelica avanti; Ma la donzella li ha molto onorati, Chè ben li cognosceva tutti quanti. E poi che fôr disciolti e scatenati, Con bel parlare e con dolci sembianti, Mostrandoli carezze e bella faccia, Di ciò che han per lei fatto li ringraccia.
Diceva Astolfo: Star quivi non posso, Ch’io me vo’ vendicar con ardimento De quella gente, che mi venne addosso E mi giettarno in terra a tradimento. Io non serìa per tutto il mondo mosso, E più de un millïon n’avrebbi spento, Ma fui tradito da il falso Agricane: Oggi l’occiderò con le mie mane.
Fa che aggia l’arme e prestami un destriero, Chè incontinente giù voglio callare; E ben ti giuro che al colpo primiero, Quindeci pezzi de uno uomo vo’ fare. Prenderò vivo l’altro cavalliero, Intorno al capo me il voglio aggirare, Poi verso il cel tanto alto il lascio gire, Che penarà tre giorni a giù venire.
Ballano et Antifor, che eran presenti Quando in tal modo Astolfo braveggiava, Nol cognoscendo per fama altrimenti, Ciascun fuor de intelletto il iudicava. Ambi eran po[n]derosi, ambi valenti, E perciò ciascun l’arme adimandava. Nel castello era molta guarnigione; Presto se armorno e montarno in arcione.
Astolfo prima gionse alla pianura, Sempre suonando con tempesta il corno; Ben mostra cavallier senza paura, Sì zoioso veniva e tanto adorno. Ora ascoltati che bella ventura Li mandò avanti Dio del cel quel giorno; Chè proprio nella strata se incontrava In un che l’arme e sua lancia portava.
Quelle arme che valeano un gran tesoro, Un Tartaro le tiene in sua balìa, E il suo bel scudo, e quella lancia d’oro Che primamente fu dello Argalia. Il duca Astolfo, senza altro dimoro, Per terra a gran furor quello abattia, Fuor delle spalle sei palmi passato; Smontò alla terra et ebbel disarmato.
Esso fu armato et ha sua lancia presa, E fatta prova grande oltra misura, Benchè e’ nemici non faccian diffesa, Chè de aspettarlo alcun non se assicura. Tutti ne vanno in rotta alla discesa Quella gente del campo con paura; Ma presso al fiume è guerra de altra guisa Tra il pro’ Ranaldo e la forte Marfisa.
Già combattuto avian tutto quel giorno, Nè l’un, nè l’altro n’ha ponto avanzato. Non ha Ranaldo pezzo de arme intorno, Che non sia rotto e in più parte fiaccato. Mor di vergogna e pargli aver gran scorno, E sè del tutto tien vituperato, Poi che una dama lo conduce a danza, E più li perde assai che non avanza.
Da l’altra parte è Marfisa turbata Assai più de Ranaldo nella vista, E non vorrebbe al mondo esser mai nata, Poi che in tant’ore il baron non acquista. Spezzato ha il scudo e la spata troncata, Tutta ha dolente la persona e pista, Benchè le membre non abbia tagliate; Non giettan sangue per l’arme affatate.
Mentre che l’uno e l’altro combattia, Nè tra lor se cognosce alcun vantaggio, La dolorosa gente che fuggia, Gionge sopra di loro in quel rivaggio. Re Galafron, che sempre li seguia Con animo adirato e cor malvaggio, Fermosse riguardando il crudo fatto: Marfisa ben cognobbe al primo tratto.
Ma non cognosce il sir de Montealbano, Che sieco combattea con arroganza; Iudica ben che egli è un omo soprano, Di summo ardire e di molta possanza. Guardando iscorse il destrier Rabicano, Che fu del suo figliolo occiso in Franza; Feraguto lo occise con gran pena, Come sapeti, alla selva de Ardena.
Il vecchio patre assai si lamentava, Come ebbe Rabicano il destrier scorto. Per nome l’Argalia forte chiamava: — O stella de virtute, o ziglio de orto, Che più che la mia vita assai te amava: È questo il traditor che ti m’ha morto? Questo è ben quel malvaggio, a naso il sento, Che ti tolse la vita a tradimento.
Ma sia squartata e sia pasto di cane La mia persona, e sia polver di saldo, Se de tua morte per le terre istrane, Vantando se andarà questo ribaldo! Così dicendo col brando a due mane Va furïoso adosso di Ranaldo, E lo ferisce con tanta ruina, Che sopra al collo a quel destrier l’inchina.
Quando Marfisa vede quel vecchione, Che sua battaglia viene a disturbare, Forte se adira, e pargli che a ragione Se debba de tal onta vendicare; Vanne turbata verso a Galafrone. Or Brandimarte quivi ebbe arivare, E con esso Antifor de Albarossia; Nïun di lor la dama cognoscia.
Stimâr che quella fosse un cavalliero Del campo de Agrican, senza contesa, E veggendo lo assalto tanto fiero, Del vecchio re se posero in diffesa, Chè già l’avea battuto de il destriero Quella superba di furore accesa; E se sua spada se trovava ponta, Morto era Galafrone a prima gionta.
Morto era Galafron, come io vi naro, Che già fuor de lo arcione era caduto; Ma Brandimarte vi pose riparo Et Antifor, che gionse a darli aiuto, Benchè costasse a l’uno e a l’altro caro. Gionse Antifor in prima, e fo abattuto; Marfisa d’un tal colpo l’ha ferito, Che il fece andare a terra tramortito.
Assai fu più che far con Brandimarte, Chè non era tra lor gran differenza; Ben meglio ha il cavallier di guerra l’arte, Ma questa dama ha grande soa potenza. Ranaldo alora se trava da parte, Pensando che la eterna Providenza Voglia che l’uno e l’altro insieme mora, Chè son pagani e di sua leggie fuora.
E la battaglia fiera riguardava, E chi meglio de il brando se martella; E l’uno e l’altro prodo iudicava, Ma più forte stimava la donzella. Ecco Antifor de terra se levava E saliva ben presto in su la sella, E seco è Galafron col brando in mano: Verso Marfisa ratti se ne vano.
Ecco venire Oberto da il Leone E il forte re Ballan, che alora è gionto, E il re Adrïano e il franco Chiarïone, Che tutti quanti arivano ad un ponto: Ciascadun segue lo re Galafrone. Tre re, tre cavallier, come io vi conto, Ne vanno adosso alla dama pregiata, Che già con Brandimarte era attaccata.
Essa, come un cingial tra can mastini, Che intorno se ragira furïoso, E nel fronte superbo adriccia e’ crini, E fa la schiuma al dente sanguinoso; Sembrano un foco gli occhi piccolini, Alcia le sete e, senza alcun riposo, La fiera testa fulminando mena; Chi più se gli avicina, ha magior pena:
Non altramente quella dama altiera De dritti e de riversi oltra misura Facea battaglia sì crudele e fiera, Che a più de un par de lor pose paura. Già più de trenta sono in una schiera, Lei contra a tutti combattendo dura; Crescono ogniora e già son più de cento: Contra a questi altri va con ardimento.
Al pro’ Ranaldo, che stava a guardare, Par che la dama riceva gran torto, Et a lei disse: Io te voglio aiutare, Se ben dovessi teco esserne morto. Quando Marfisa lo sente arivare, Ne prese alta baldanza e gran conforto, Et a lui disse: Cavallier iocondo, Poi che sei meco, più non stimo il mondo.
Così dicendo la crudel dongiella Dà tra coloro e tocca il franco Oberto, E tutto l’elmo in capo li flagella; Gionse nel scudo, e in tal modo l’ha aperto, Che da due bande il fe’ cader di sella. Non valse al re Ballano essere experto: Marfisa con la man l’elmo gli afferra, Leval di arcione e tral contra alla terra.
Fie’ maggior prova ancora il fio de Amone, Ma non se ponno in tal modo contare, Chè con lui se afrontarno altre persone, Che Turpin non le seppe nominare. Cinque ne fese insin sopra al gallone, Et a sette la testa ebbe a tagliare; Dodeci colpi fe’ fuor di misura, Onde ciascun di lui prese paura.
Ma crescìa ognora più la gente nova, E sopra de lor duo sempre abondava, Chè quei di drieto non sapean la prova Qual sopra a’ primi Ranaldo mostrava. — Voi non potreti far che indi mi mova! Ad alta voce Marfisa cridava Il mio tesoro e il mio regno vi lasso, Se me forzati a ritornare un passo.
Or vien distesa sopra alla riviera Una gran gente con molta roina, Che han la corona rotta alla bandiera, Com’è la insegna di quella regina; Et era di Marfisa questa schiera, Che vien correndo e mai non se raffina, E voglion sua madama aver diffesa, Temendo di trovarla o morta, o presa.
Qui cominciosse la fiera battaglia, Nè stata vi era più crudel quel giorno. Intrò Marfisa tra questa canaglia, E furïosa se voltava intorno; Spezza la gente in ogni banda e taglia; Nè men Ranaldo, il cavalliero adorno, Braccie con teste e gambe a terra manda; Ciascun che ’l vede, a Dio se racomanda.
Iroldo con Prasildo e Fiordelisa Stavan discosti, con quella donzella Qual era cameriera de Marfisa, Longe due miglie alla battaglia fella. La cameriera alli altri tre divisa Quanto sua dama è forte in su la sella; E quanti cavallieri ha messo al fondo Et in qual modo, gli raconta a tondo.
Per questo Fiordelisa fu smarita, Temendo che non tocca a Brandimarte Provar la forza de Marfisa ardita. Subitamente da gli altri se parte; Dove è la gran battaglia se ne è gita; Vede le schiere dissipate e sparte, Che ver la rocca in sconfitta ne vano; Dentro li caccia il sir de Montealbano.
Ma lei sol Brandimarte va cercando, Chè già de tutti gli altri non ha cura; E mentre che va intorno remirando, Vedel soletto sopra alla pianura. Tratto se era da parte alora quando Fu cominciata la battaglia dura; Chè a lui parria vergogna e cosa fella Cotanta gente offender la donzella.
Però stava da largo a riguardare, E di vergogna avea rossa la faccia. De’ compagni se aveva a vergognare, Non già di lui, che di nulla se impaccia; Ma come Fiordelisa ebbe a mirare, Corsegli incontra e ben stretta l’abbraccia; Già molto tempo non l’avea veduta: Credia nel tutto di averla perduta.
Egli ha sì grande e subita allegrezza, Che ogni altra cosa alor dimenticava; Nè più Marfisa, nè Ranaldo aprezza, Nè di lor guerra più si racordava. Il scudo e l’elmo via gettò con frezza, E mille volte la dama baciava; Stretta l’abbraccia in su quella campagna: De ciò la dama se lamenta e lagna.
Molto era Fiordelisa vergognosa, Et esser vista in tal modo gli duole. Impetra adunque questa grazïosa Da Brandimarte, con dolce parole, De gir con esso ad una selva ombrosa, Dove eran l’erbe fresche e le vïole; Staran con zoia insieme e con diletto, Senza aver tema, o di guerra sospetto.
Prese ben presto il cavallier lo invito, E, forte caminando, forno agionti Dentro a un boschetto, a un bel prato fiorito, Che d’ogni lato è chiuso da duo monti, De fior diversi pinto e colorito, Fresco de ombre vicine e de bei fonti. Lo ardito cavalliero e la donzella Presto smontarno in su l’erba novella.
E la donzella con dolce sembiante Comincia il cavalliero a disarmare. Lui mille volte la baciò, davante Che se potesse un pezzo d’arme trare; Nè tratte ancor se gli ebbe tutte quante, Che quella abraccia, e non puote aspettare; Ma ancor di maglia e de le gambe armato, Con essa in braccio si colcò su il prato.
Stavan sì stretti quei duo amanti insieme, Che l’aria non potrebbe tra lor gire; E l’uno e l’altro sì forte se preme, Che non vi serìa forza a dipartire. Come ciascun sospira e ciascun geme De alta dolcezza, non saprebbi io dire; Lor lo dican per me, poi che a lor tocca, Che ciascaduno avea due lingue in bocca.
Parve nïente a lor il primo gioco, Tanto per la gran fretta era passato; E, nel secondo assalto, intrarno al loco Che al primo ascontro apena fu toccato. Sospirando de amore, a poco a poco Se fu ciascun di loro abandonato, Con la faccia suave insieme stretta, Tanto il fiato de l’un l’altro diletta.
Sei volte ritornarno a quel danzare, Prima che il lor desir ben fosse spento; Poi cominciarno dolce ragionare De’ loro affanni e passato tormento; Il fresco loco gli invita a posare, Perchè in quel prato sospirava un vento, Che sibillava tra le verde fronde Del bel boschetto che li amanti asconde.
E un ruscelletto di fontana viva Mormorando passava per quel prato. Brandimarte, che stava in quella riva, Per molto affanno in quel giorno durato, Nel bel pensar de amor qui se adormiva; E Fiordelisa che gli era da lato, Che di guardarlo uno attimo non perde, Se dormentò con lui su l’erba verde.
Sopra de l’un de’ monti ch’io contai Che al verde praticello eran d’intorno, Stava un palmier, che Dio gli doni guai! Che dette a Brandimarte un grave scorno. Ma questo canto è stato lungo assai, Et io vi contarò questo altro giorno, Se tornati ad odir, la bella istoria: Tutti vi guardi il re de l’alta gloria.