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ORLANDO
INNAMORATO

Libro I · Canto XX

Fiordelisa rapita

Un vecchio mago rapisce Fiordelisa mentre dorme, Orlando salva Brandimarte da tre giganti, e Rinaldo, alleato di Marfisa, sfida il traditore Truffaldino.

In breve

Il pellegrino che spia Brandimarte e Fiordelisa addormentati è un vecchio mago. Scende dal monte, addormenta la ragazza con una radice magica e se la porta via. Brandimarte si sveglia, la cerca e trova tre giganti che portano su un cammello una ragazza: crede che sia lei e li attacca, ma resta a piedi e sta per essere ucciso. Arriva Orlando, che solleva da terra il gigante Ranchiera e lo abbatte; Brandimarte finisce Oridante, ma il terzo gigante, Marfusto, lo stende con una mazzata. Orlando uccide anche lui e rianima l'amico.

Intanto Marfisa e Rinaldo mettono in fuga tutti i nemici, che si chiudono nella rocca di Albracca. Marfisa vuole distruggerla, uccidere Angelica e Truffaldino e poi conquistare il mondo intero; Rinaldo accetta di stare con lei finché non avranno preso Truffaldino. Nella rocca, Angelica fa liberare Sacripante e Torindo: Sacripante accetta di far pace con Truffaldino, Torindo no: esce furioso e va al campo di Marfisa. All'alba Rinaldo sfida Truffaldino, che chiama i cavalieri a difenderlo come hanno giurato.

Ascolta il canto

Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.

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Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

Mentre Brandimarte e Fiordelisa dormivano nel prato, dal monte qualcuno li guardava. Sembrava un pellegrino, ma era un vecchio mago. Scese piano piano, con in mano una radice magica che faceva addormentare. Quando vide quanto era grande e forte Brandimarte, fece tre passi indietro per la paura! Poi si fece coraggio, toccò Fiordelisa con la radice, la prese in braccio e la portò via nel bosco.

Brandimarte si svegliò e non la trovò più. Disperato, saltò a cavallo e corse verso un rumore lontano. Erano tre giganti con molti cammelli. Su un cammello c'era una ragazza che piangeva, e Brandimarte credette che fosse Fiordelisa. Senza pensarci, attaccò i giganti. Saltava di qua e di là come un uccello, ma loro erano enormi, e presto lo lasciarono a piedi, circondato.

Proprio allora arrivò Orlando, in sella a Baiardo. Il gigante Ranchiera lo guardò dall'alto e rise: «Nanerottolo! Non mi arrivi neanche al fianco! Con un calcio ti mando oltre la fine del mondo!» Orlando non rispose. La forza, però, non si misura a metri. Afferrò il gigante per i fianchi, lo sollevò da terra, lo fece girare e lo sbatté giù con un fracasso tremendo. Intanto Brandimarte sconfisse il secondo gigante.

Restava il terzo, Marfusto, il più feroce. Brandimarte volle affrontarlo da solo, ma il gigante lo colpì in testa con il bastone e lo fece cadere. Orlando si mise a piangere: credeva che l'amico fosse morto! Corse contro Marfusto con una faccia così furiosa che il gigante scappò. Orlando lo raggiunse e lo sconfisse. Poi tornò da Brandimarte, gli bagnò il viso con l'acqua fresca, e l'amico riaprì gli occhi.

Intanto, lungo il fiume, Marfisa e Rinaldo mettevano in fuga tutti i nemici. Scappò perfino Astolfo, che di solito non aveva paura di niente! Tutti si chiusero nella rocca di Albracca e alzarono il ponte.

Marfisa girava intorno alle mura, furiosa. «Lì dentro ci sono Angelica e Truffaldino, il traditore» disse a Rinaldo. «Li prenderò tutti e due. Poi farò guerra al mondo intero! O stai con me, o sei mio nemico.»

Rinaldo ci pensò. Voleva punire Truffaldino, che lo odiava. Angelica invece lo amava, ma lui non la sopportava, per colpa di un'acqua magica che aveva bevuto tempo prima. Così rispose: «Starò con te finché non avremo preso Truffaldino.»

La mattina dopo Rinaldo suonò il corno sotto le mura e sfidò Truffaldino, chiamandolo traditore. Truffaldino, pallido di paura, chiamò i cavalieri della rocca: avevano giurato di difenderlo, ricordate? Così i compagni di Orlando dovevano combattere contro Rinaldo per proteggere un traditore. Come se la caveranno? Te lo racconterà il prossimo canto.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

Il vecchio della montagna ott. 1–4

Vi ricorderete, signori, dice il poeta, che nel canto precedente i due innamorati si erano addormentati abbracciati accanto alla fontana. Sopra di loro, nascosto in una tana sul monte, c'è un vecchio maledetto che vede tutto il boschetto. È un incantatore pieno di malizia: fa penitenza per Maometto, convinto di andare in cielo con lui, conosce il potere di tutte le erbe e di tutte le pietre e, con le sue arti, sa spostare un monte e fermare un fiume.

Mentre prega Macone, vede i due amanti nel prato, e a guardarli lo prende una tale tentazione che gli cade di mano il libro di preghiere. Pensa a come portare via la dama al cavaliere e, deciso, scende dal monte con una radice. È una radice potentissima, che fa addormentare per forza; ma deve toccare la pelle nascosta dai vestiti, perché sul collo, sulla testa o sulle mani non ha effetto.

Fiordelisa rapita ott. 5–8

Arrivato nel prato, il vecchio vede in faccia Brandimarte, un cavaliere grande e robusto, e fa tre passi indietro: quasi si pente di essere sceso e non sa che fare per la paura. Poi si fa coraggio, va dalla ragazza, le solleva piano la veste e, trattenendo il fiato per non svegliare il cavaliere, le tocca una coscia con la radice.

Così Fiordelisa resta legata al sonno per un'ora. Il vecchio se la prende in braccio e risale verso il bosco, voltandosi ogni momento per vedere se il cavaliere si alza: lui non l'ha toccato con la radice, perché non ha nemmeno il coraggio di avvicinarglisi. Cammina tanto che si inoltra in una foresta più grande, e lì la ragazza si sveglia, col cuore che le trema. Il poeta racconterà più avanti come sarà liberata; ora torna a Brandimarte, che nel sonno ha sentito un gran rumore.

Brandimarte e i giganti ott. 9–16

Brandimarte si sveglia spaventato e, non vedendo più la dama accanto a sé, crede di morire di dolore. Si arma, monta a cavallo e corre verso quel rumore, perché gli sembra la voce di una ragazza che si lamenta. Trova tre giganti con molti cammelli: due vengono dietro e uno davanti, e conduce una ragazza scapigliata che dall'alto di un cammello grida e chiede a Dio di morire. A Brandimarte sembra che sia Fiordelisa.

Non gli importa più della sua vita: giura a Macone di liberarla o di morire. Ma morirà di sicuro, se nessuno lo aiuta, perché i giganti sono enormi, con facce orribili e barbute. Due di loro si voltano: «Dove vai, briccone? Butta la spada: sei morto o prigioniero!» Brandimarte non risponde e li attacca.

Uno dei giganti cala a due mani un bastone ferrato pesantissimo, ma Brandimarte, che conosce i tempi della scherma, si scansa come un uccello; il secondo gigante fa lo stesso, e lui salta di qua e di là come se avesse le ali. Poi ferisce con la spada il primo, che si chiama Oridante, rompendogli le piastre e aprendogli una gran ferita alla coscia. L'altro, Ranchiera, è ancora più forte e più brutto: tira un colpo basso, ma Brandimarte salta avanti e il bastone batte per terra. Oridante, invece, colpisce il cavallo sulla groppa e lo stende morto.

Brandimarte è subito in piedi e si difende con la spada, ma i giganti lo hanno in mezzo: al primo colpo che lo prende è morto, se Dio non gli manda un aiuto.

Arriva Orlando ott. 17–22

Ed ecco arrivare Orlando, proprio nel momento del bisogno, di ritorno dal bosco dove si era battuto con Agricane, come si è raccontato. Riconosce subito Brandimarte dalle armi e dall'insegna, e si lancia su Baiardo in suo aiuto. Ranchiera gli va incontro, mentre Oridante resta a combattere con Brandimarte, e la battaglia si fa ancora più feroce: sembra che l'aria si incendi e che il cielo tuoni.

Il terzo gigante resta in disparte a guardia della ragazza e del tesoro, che hanno rubato con la forza e con l'astuzia a un gran signore delle Isole Lontane. Brandimarte, ora che ha l'aiuto di Orlando, non teme più Oridante neanche un soldo: lo colpisce al fianco sinistro, attraverso la corazza, e gli apre una grossa ferita. Il gigante, urlando, alza il bastone, ma Brandimarte salta da parte. Così gli gira intorno, allungando la battaglia, e Oridante, perdendo sangue, a poco a poco resta senza fiato.

Orlando e Ranchiera ott. 23–30

Dall'altra parte, Ranchiera e Orlando si battono da più di quattro ore, bastone contro spada. A un tratto il gigante getta lo scudo, afferra il bastone a due mani e cala un colpo così tremendo che, se avesse preso Orlando in pieno, non lo si sarebbe più riconosciuto; invece prende un albero e lo fa a pezzi dalla cima alle radici.

Vedendo quella forza smisurata, Orlando smonta subito da Baiardo, perché ha paura solo per il cavallo. Ranchiera ride: «Sia lodato Trivigante! Adesso non mi scappi più. Chi ti ha consigliato di combattere a piedi, razza di vigliacco? Non mi arrivi con la testa neanche al fianco, nanerottolo storpio! Se ti do un calcio in faccia, voli duecento braccia oltre la fine del mondo.»

Orlando non risponde a quella bestia vanitosa: colpisce con la spada e gli taglia tutte le armi che raggiunge. Poi i due si stringono faccia a faccia, così vicini che non riescono più a colpirsi. Il gigante è tanto più alto che Orlando non gli arriva con la faccia al petto; ma il conte ha più coraggio e più cuore, perché la forza non si vende a metri. Si afferrano, cercando di atterrarsi a vicenda: Orlando lo prende stretto per i fianchi, lo solleva da terra e lo tiene sospeso contro il petto, stringendo così forte che la corazza del gigante si spacca in più punti. Gli occhi gli brillano come braci; dopo averlo fatto girare a lungo, lo sbatte a terra con un fracasso tremendo, e poi lo finisce colpendolo in testa con il pomo della spada.

Così due anime scendono insieme all'inferno, perché proprio in quel momento anche Oridante cade a terra, per tutto il sangue che ha perso.

Il terzo gigante ott. 31–36

Brandimarte gli taglia la testa, poi corre da Orlando e gli fa grandi feste e grandi onori. Ma ecco muoversi il terzo gigante, Marfusto, più feroce degli altri due, e Brandimarte chiede a Orlando il favore di affrontarlo da solo. Marfusto grida: «Neanche Macone in persona potrebbe salvare te e quell'altro! Lui lo scuoierò con le mie mani, te ti squarterò come un montone. Consegna la spada: se ti difendi, ti prenderò lo stesso e ti arrostirò vivo sul fuoco.»

Brandimarte non risponde e gli si avvicina coraggioso, con la spada in pugno e coperto dallo scudo. Ma Marfusto prende bene la mira e con un solo colpo di bastone, a due mani, lo prende in testa, spaccandogli lo scudo e l'elmo. Brandimarte cade tremando, con il sangue che esce dall'elmo aperto.

Orlando piange, credendolo morto, e minaccia il gigante: «Ladrone, per questo affronto ti darò la morte in questo mondo e il fuoco nell'altro!» Salta giù, sguaina Durindana e imbraccia lo scudo. Il gigante, vedendolo con la faccia che sembra una fiamma viva, si spaventa tanto che si volta e scappa; ma Orlando lo raggiunge subito e con la spada gli taglia tutte e due le gambe, e poco dopo il gigante muore. Il conte trova Brandimarte ancora vivo, lo solleva, gli bagna il viso con l'acqua fresca e gli fa tornare il colore e i sensi.

Tutti in fuga verso la rocca ott. 37–42

Più avanti, promette il poeta, vi dirò come quella ragazza curò Brandimarte, e come lui invocò la morte credendo di aver perduto Fiordelisa. Ora torniamo a Marfisa che, con Rinaldo e la sua schiera, fa strage lungo il fiume.

Quel giorno il Drada scorre gonfio e rosso di sangue, pieno di cavalli e di cavalieri che fuggono da Marfisa: lei si fa largo con la spada come il fuoco nella paglia secca. Rinaldo spaventa i nemici a tal punto che scappano come storni davanti al falco. Davanti a tutti fuggono Galafrone e il re Adriano, poi Antifor, Oberto e il re Ballano. Il poeta non sa dire per quale sventura quel giorno tutti abbiano perso il coraggio: perfino Astolfo, che di solito non ha paura, è tra i primi a scappare, e anche Chiarione corre via a gambe levate, con molti altri baroni.

Tutti entrano nella rocca e alzano il ponte; chi non ha un cavallo veloce viene ucciso da Marfisa davanti al fossato. Lei è furiosa, perché ha visto che quel falso di Galafrone si è salvato dentro la rocca. Gira intorno alle mura minacciando di buttarla giù a calci, perché si vergogna di usarci la spada, e fa vanterie ancora più grosse; poi, visto che nessuno si fa vedere sulle mura, non si degna di entrare e torna nella pianura.

Marfisa contro il mondo ott. 43–48

Tornando, dice a Rinaldo: «Cavaliere, in quella fortezza c'è una donna perfida, piena di inganni e di incantesimi; e, quel che è peggio, c'è un re che non ha uguali per tradimenti e malvagità: si chiama Truffaldino. La dama si chiama Angelica, ma ha un nome contrario alla sua natura, perché non conosce né fedeltà né pietà. Farò in modo che né il re né la ragazza si salvino. E quando avrò distrutto la rocca, farò guerra al mondo intero: prima a Gradasso, re di Sericana; poi ad Agricane, e conquisterò tutta la Tartaria; poi andrò in Occidente e distruggerò la Francia e Carlo Magno. Fino ad allora non posso togliermi l'armatura, perché l'ho giurato a Trivigante. Perciò, cavaliere, o ti togli di mezzo o prometti di stare con me: chi non è con me è mio nemico.»

Da queste parole Rinaldo capisce che nella rocca ci sono Angelica e Truffaldino: non ci sono due persone al mondo che vorrebbe di più avere in suo potere. Il re lo odia a ragione; la dama, invece, che lo ama più del suo cuore, la odia senza motivo, per colpa di un incantesimo: come sia andata, dice il poeta, lo sapete già. Così risponde a Marfisa: «Resterò volentieri con te, sotto la tua insegna, finché non avremo preso Truffaldino. Più in là non mi impegno: il luogo e il tempo mi consiglieranno.»

La sfida a Truffaldino ott. 49–55

Messi d'accordo, Marfisa e la sua gente si accampano intorno alla rocca. Quel giorno passa senza combattere; ma la mattina dopo Rinaldo si arma, suona il corno e chiama Truffaldino, gridando che è un rinnegato e un traditore. Il malvagio, sentendosi sfidato, scende dalle mura pallido e stravolto e chiama i cavalieri a difenderlo, ricordando a ciascuno il giuramento fatto quando sono entrati nella rocca.

In quel momento Angelica è a consiglio con il re Galafrone: si discute se liberare Sacripante e Torindo, il gran re turco, rinchiusi in prigione. Tutti sono d'accordo, purché facciano pace con Truffaldino, e Angelica fa da mediatrice. Sacripante, che è innamorato di lei, fa tutto quello che piace ad Angelica; Torindo, invece, rifiuta. Allora decidono di lasciarlo andare, a patto che esca dalle mura, perché là dentro tutti siano al sicuro e la guerra si faccia solo contro quelli di fuori.

Torindo esce furioso, chiamando Truffaldino traditore, e giura a Macone, mordendosi il dito, che lo punirà. Portato alla tenda di Marfisa, le spiega perché se n'è andato: giura che farà pentire Angelica, perché per lei è finito in prigione e ha rischiato di morire, e ora lei lo ripaga proteggendo il traditore. Intanto Rinaldo continua a suonare il corno, chiamando Truffaldino «cane rinnegato». Sta per cominciare una battaglia in cui Rinaldo farà più fatica che in qualunque altra: ma questo, dice il poeta, lo racconterò nel prossimo canto.

Parole difficili

  • libracciol ott. 3: libriccino; qui il libro di preghiere del vecchio.
  • gonella ott. 5: gonna, veste.
  • braccia ott. 5: antica misura di lunghezza, poco più di mezzo metro.
  • tien l'occhio al pennello ott. 13: sta attentissimo, non si lascia sfuggire niente.
  • cossa ott. 14: coscia.
  • barbasoro ott. 20: gran signore, personaggio importante.
  • dinarel minuto ott. 20: un soldino, una moneta da niente.
  • capello ott. 30: cappello d'arme, un tipo di elmo.
  • pomo ott. 30: la palla in fondo all'impugnatura della spada.
  • castrone ott. 32: montone castrato.
  • stoppia ott. 38: i resti secchi del grano rimasti nel campo dopo la mietitura.
  • storni ott. 39: piccoli uccelli che volano in grandi stormi.
  • scapinava ott. 40: scappava, correva via a gambe levate.
  • Siricano ott. 45: di Sericana, il regno di Gradasso.
  • domìno ott. 47: dominio, potere.
  • renegato ott. 49: rinnegato, chi ha tradito la propria fede o i propri compagni.
  • mezana ott. 52: mediatrice, chi tratta un accordo tra due parti.

Il testo di Boiardo

55 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Credo, Segnor, che ben vi racordati Che a l’altro canto io dissi del diletto Ch’ebbero insieme quegli inamorati, E come al prato, senza altro sospetto, Presso alla fonte giacquero abracciati. Stava a lor sopra un vecchio maledetto, Ad una tana nel monte nascoso, Che scopria tutto quel boschetto ombroso.

2

Era quel vecchio di mala semenza, Incantatore e di malizia pieno; Per Macometto facea penitenza, Credendo gir con lui nel ciel sereno. Sapea de tutte l’erbe la potenza, Qual pietra ha più virtute e qual n’ha meno; Per arte move un monte de legiero E ferma un fiume quel falso palmiero.

3

Standosi questo ad adorar Macone Vide li amanti solacciar nel piano, E prese a quel mirar tentazïone, Tal che li cadde il libracciol di mano; E sieco pensa il modo e la ragione Di tuor la dama al cavallier soprano. Poi che fatto ha il pensier, questo infelice Smonta la costa e porta una radice:

4

Una radice de natura cruda, Che fa l’omo per forza adormentare; Ma conviensi toccar la carne nuda, Quella che al sol scoperta non appare, Chi vol che la persona gli occhi chiuda: Nè si puote altramente adoperare, Perchè toccando il collo, o testa, o mano, Adoprarebbe sua virtute in vano.

5

Poi che fu al prato quel vecchio canuto, E vide Brandimarte nella faccia, Ch’era un cavallier grande e ben membruto, Tirossi adietro quel vecchio tre braccia, E già se pente de esser giù venuto, Nè per gran tema sa quel che si faccia; Pur prese ardire, e vanne alla donzella, E pianamente gli alcia la gonella.

6

Nè si attentava de spirare il fiato, Perchè non aggia il cavallier sentito. Parea la dama avorio lavorato In ogni membro, o bel marmo polito, Quando scoperta d’intorno e da lato Fu da quel vecchio, come aveti odito. Lui se chinava piano a terra, e poscia Con la radice li tocca una coscia.

7

Così legata al sonno per una ora Fu la donzella da quel rio vecchiaccio; E, per non fare al suo desio dimora, Subitamente se la prese in braccio. Salisce al bosco, e guarda ad ora ad ora Se il cavallier se leva a darli impaccio; Con la radice non l’avea tocco esso, Nè pur li basta il cor de girli apresso.

8

Ora il vecchio la dama ne portava, Et era entrato in un bosco maggiore. Tanto andò, che la dama se svegliava, E per gran novità tremava il core. Poi vi dirò la cosa come andava, E come tratta fu de tanto orrore, Ch’io vo’ tornare a Brandimarte ardito, Che un gran romor dormendo ebbe sentito.

9

A quel romore è il cavallier svegliato, E pauroso se ebbe a risentire; Come la dama non se vide a lato, Della gran doglia credette morire. Piglia il destriero e fu subito armato, E verso quel romor ne prese a gire, Chè proprio odir la voce gli assembrava De una donzella che se lamentava.

10

Come fo gionto, vide tre giganti Che avean molti gambeli in su la strata: Duo venian drietro, et un giva davanti, Menando una donzella scapigliata; E parve a Brandimarte ne’ sembianti Che Fiordelisa sia la sciagurata, Che sopra a quel gambel cridava forte, Chiedendo in grazia a Dio sempre la morte.

11

Più Brandimarte sua vita non cura, Poi che crede la dama aver perduta; Di scoterla o morire a Macon giura, Ma certo è morto, se altri non lo aiuta. Ciascun gigante è grande oltra misura Et ha la faccia orribile e barbuta; Duo di lor se voltarno al cavalliero Con aspra voce e con parlare altiero.

12

Dove ne vai, dicean, dove, briccone? Gietta la spada, chè sei morto o preso. Nulla risponde quel franco barone, Ma vagli adosso di furore acceso. Un de’ giganti alciava un gran bastone, Che era ferrato e de incredibil peso; Mena a due mani adosso a Brandimarte, Ma lui ben del scrimir sa il tempo e l’arte.

13

Da canto se giettò come uno uccello, Sì che gionger nol puote per quel tratto; L’altro gigante, con maggior flagello, Crede al suo colpo de averlo disfatto. Ma il cavallier, che tien l’occhio al pennello, Fanne al secondo come al primo ha fatto, Salta da questo e da quell’altro canto: Se l’ale avesse, non farebbe tanto.

14

Ma lui ferì di spada quel gigante, Che li avea data la prima percossa, Che li spezzò le piastre tutte quante, E feceli gran piaga entro una cossa. Questo superbo avea nome Oridante, Terribile e crudel e di gran possa; L’altro compagno avea nome Ranchiera: Del primo avea più forza e peggior ciera.

15

Questo Ranchiera, col bastone in mano, Menò un traverso a Brandimarte al basso Con gran ruina, e gionse al campo piano, Chè il cavallier saltò davante un passo. Oridante il crudel non menò in vano, Anci gionse il destriero, e con fraccasso Dietro alla sella su le groppe il prese, Sì che sfilato in terra lo distese.

16

Subito è in piede lo ardito guerrero, Nè de esser vinto per questo se crede. A terra morto rimase il destriero, Lui con la spada se diffende a piede; Ma ad ogni modo è occiso il cavalliero, Se Dio de darli aiuto non provede, Perchè i giganti l’hanno in mezo tolto: È morto al primo colpo che egli è còlto.

17

Ma gionse Orlando al ponto bisognoso, Come io contai (non so se il ricordati), Quando tornava dal bosco frondoso, Dove Agricane e lui se eran sfidati. Or quivi gionse quel conte animoso, E vide e duo giganti inanimati Intorno a Brandimarte a darli morte, E del suo affanno gli rencrebbe forte;

18

Chè incontinente l’ebbe cognosciuto, A l’arme et alla insegna che avea indosso, Onde destina de donarli aiuto: Sopra a Baiardo subito fu mosso. Ranchiera vide Orlando che è venuto, Venneli incontra quel gigante grosso; Con Brandimarte Oridante se aresta: Or cresce la battaglia, e più tempesta.

19

La battaglia comincia più orgogliosa Che non fu prima, e de un’altra maniera. Oridante ha la coscia sanguinosa, E di far la vendetta al tutto spera; Orlando de altra parte non se posa, Ma presa ha una gran zuffa con Ranchera; Par che l’aria se accende e il celo introna, De sì gran colpi quel bosco risuona.

20

L’altro gigante se fermò da parte, Et alla dama attende et al tesoro, Che tolto avean per forza e con grand’arte De le Isole Lontane a un barbasoro. Ora ascoltati come Brandimarte Con Oridante fa crudel lavoro: Più non li appreza un dinarel minuto, Poi che de Orlando se vede lo aiuto.

21

Menò un gran colpo quel cavallier franco, E gionse ad Oridante in su il gallone, E tagliò tutto il sbergo al lato manco, E le piastre de acciaro e il pancirone, E gran ferita gli fece nel fianco. Il gigante, gridando, alciò il bastone, E mena ad ambe mani a Brandimarte; Ma lui di salto se gettò da parte.

22

Così li va de intorno tutta via, E sempre la battaglia prolungava; Ad Oridante, che il sangue perdia, A poco a poco la lena mancava. Lui furïoso non se ne avedia, E sempre maggior colpi radoppiava; Il cavallier, di lui molto più experto, Li andava intorno e tenia l’occhio aperto.

23

Da l’altra parte è la pugna maggiore Tra il feroce Ranchera e il conte Orlando. Quel mena del bastone a gran furore, E questo li risponde ben col brando. Già combattuto avean più de quattro ore, L’un sempre e l’altro gran colpi menando, Quando Ranchera giettò il scudo in terra E ad ambe mano il gran bastone afferra.

24

E menò un colpo sì dismisurato Che, se dritto giongeva quel gigante, Non si serìa giamai raffigurato Per omo vivo quel segnor de Anglante; Gionse ad uno arbor, che era ivi da lato, E tutto lo spezzò sino alle piante, Le rame e il tronco, dalla cima al basso; Odito non fu mai tanto fraccasso.

25

Vide la forza quel conte gagliardo Che avea il gigante fuor d’ogni misura; Subitamente smontò di Baiardo, Chè sol di quel destriero avea paura. Quando Ranchera li fece riguardo, Veggiendolo pedone alla verdura: Ben aggia Trivigante! prese a dire Chè oramai questo non puotrà fuggire.

26

Prima che rimontar possi in arcione, Te augurerai sei leghe esser lontano. Or chi t’ha consigliato, vil stirpone, Smontar a piede e combatter al piano? E non mi giongi col capo al gallone, Stroppiato bozzarello e tristo nano! Che, se io te giongo un calcio ne la faccia, De là del mondo andrai ducento braccia.

27

Così parlava quel superbo al conte: Lui non rispose a quella bestia vana; Menò del brando, e quante arme ebbe gionte, Mandò tagliate in su la terra piana. Or se strengono insieme a fronte a fronte: Questo mena il baston, quel Durindana; Sta l’uno e l’altro insieme tanto stretto, Che colpir non se puon più con effetto.

28

Tanto è il gigante de Orlando maggiore, Che non li giongie al petto con la faccia; Ma il conte avea più ardire e più gran core, Chè gagliardezza non se vende a braccia. Pigliârsi insieme con molto furore, Ciascun de atterrar l’altro se procaccia; Stretto ne l’anche Orlando l’ebbe preso, Leval da terra, e in braccio il tien sospeso.

29

Sopra del petto il tien sempre levato, E sì forte il stringea dove lo prese, Che il sbergo in molte parte fu crepato. Sembravan gli occhi al conte bragie accese; E, poi che intorno assai fu regirato, Quel gran gigante alla terra distese, Con più ruina assai ch’io non descrivo; Non scia Ranchera se egli è morto o vivo.

30

Avea il gigante in capo un gran capello, Ma nol diffese dal colpir del conte, Che col pomo del brando a gran flagello Roppe il capello e l’osso de la fronte. Per naso e bocca uscir fece il cervello; Due anime a l’inferno andar congionte, Perchè Oridante allor, nè più nè meno, Pel sangue perso cadde nel terreno.

31

E Brandimarte li tagliò la testa, Lasciando in terra il smisurato busto; Poi corse al conte e fecegli gran festa E grande onor, come è dovuto e iusto. L’altro gigante è mosso con tempesta, Più fier de’ primi, et ha nome Marfusto: Brandimarte dal conte ottenne graccia Far con costui battaglia a faccia a faccia.

32

Crida Marfusto: Se proprio Macone Te con quello altro volesse campare, Non vi varrebbe suo aiuto un bottone; Quel de mia mano voglio scorticare, E te squartarò a guisa de castrone. Rendi la spada senza dimorare, Perchè se te diffendi, io te avrò preso, E vivo arrostirotti al foco acceso.

33

Brandimarte non fece altra risposta Alle parole del gigante arguto, Ma con molto ardimento a lui se accosta Col brando in mano, e coperto del scuto. Marfusto un colpo solamente aposta, E gionsel proprio dove avria voluto; Col bastone a due man il colse in testa, E spezzò il scudo e l’elmo con tempesta.

34

Esso tremando alla terra cascava, Usciva il sangue fuor de l’elmo aperto. Piangeva il conte forte, chè pensava Che Brandimarte sia morto di certo. A quel gigante crudo minacciava: Ladron, diceva, io ti darò per merto De l’onta che m’hai fatto in questo loco, Morte nel mondo e nello inferno il foco.

35

Così cridando salta alla pianura, Trà Durindana e il forte scudo imbraccia. Quando il gigante vide sua figura, Che parea vampa viva ne la faccia, Prese a mirarlo con tanta paura, Che le spalle voltò fuggendo in caccia; Ma in poco spazio lo ebbe giunto Orlando: Ambe le coscie li tagliò col brando.

36

Poi morite il gigante in poco d’ora, Il sangue e il spirto a un tratto li è mancato. Lasciamo lui, che in sul prato adolora: Diciam del conte, che avia ritrovato Che il franco Brandimarte è vivo ancora. Molto fu lieto et ebbel rilevato; Dando acqua fresca al viso sbigotito, Torna il colore e il spirto che è fuggito.

37

Poi vi dirò come quella donzella Medicò Brandimarte, e con qual guisa; Come lui di dolor la morte appella, Credendo aver perduta Fiordelisa: Ma nel presente io torno alla novella Che davanti lasciai, quando Marfisa Col pro’ Ranaldo insieme e con sua schiera Mena fraccasso per quella rivera.

38

Correva grossa e tutta sanguinosa La rivera de Drada per quel giorno, E piena è della gente dolorosa, Cavalli e cavallier, con tanto scorno, Che fuggian da Marfisa furïosa. Lei con la spada fulminava intorno; Come il foco la stoppia secca spazza, Così col brando se fa far lei piazza.

39

Da l’altra parte il franco fio de Amone Avea smariti sì quei sciagurati, Che, come storni a vista de falcone, Fuggiano, or stretti insieme, or sbaragliati. Davanti a tutti fuggia Galafrone E il re Adrïano; e tra li spaventati Antifor et Oberto se ne vano; A spron battuti fuggie il re Ballano.

40

Io non vi sapria dir per qual sciagura Perdesse ogni omo quel giorno lo ardire; Chè Astolfo, che non suole aver paura, Fu a questo tratto de’ primi a fuggire. Chiarïon scapinava oltra misura, E molti altri baron che non scio dire; Ciascuno a tutta briglia il destrier tocca, Sin che son gionti al ponte della rocca.

41

Intrò ciascun barone e gran signore, Levando il ponte con molto sconforto; Ma, chi non ebbe destrier corridore, Fu sopra al fosso da Marfisa morto; La quale era montata in gran furore, Perchè essa aveva chiaramente scorto Che il falso Galafrone era campato Dentro la rocca, e il ponte era levato.

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Onde essa andava intorno, minacciando Con calci quella rocca dissipare, Chè avea vergogna di adoprarvi il brando. L’altro bravare io non puotria contare, Ch’era[n] assai maggior di questo; e quando Più gente viva intorno non appare, Chè ogni om per tema fugge dalle mura, Sdegna de intrarvi, e torna alla pianura.

43

E giù tornando, a Ranaldo parlava Dicendo: Cavalliero, in quel girone Stavvi una meretrice iniqua e prava, Piena di frode e de incantazïone; Ma quel che è peggio et ancor più m’agrava, Un re vi sta, che non ha paragone De tradimenti, inganni e di mal fele: Trufaldino è nomato quel crudele.

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E quella dama Angelica se appella, Che ha ben contrario il nome a sua natura, Perchè è di fede e di pietà ribella. Onde io destino mettere ogni cura Che non campi nè ’l re, nè la donzella, Che pur son chiusi dentro a quelle mura; Poi che disfatto avrò la rocca a tondo, Vo’ pigliar guerra contra a tutto il mondo.

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Primo Gradasso voglio disertare, Che è re del gran paese Siricano; Poi Agricane vado a ritrovare, Che tutta Tartaria porrò per mano. Sin in Ponente mi conviene andare, E disfarò la Franza e Carlo Mano; Nanti a quel tempo levarmi di dosso Maglia nè usbergo nè piastra non posso.

46

Chè fatto ho sacramento a Trivigante Non dispogliarme mai di questo arnese, Insin che le provincie tutte quante, E castelle e citade non ho prese; Sì che, barone, tuoteme davante, O prometti esser meco a queste offese, Chè chiaramente e palese te dico: Chi non è meco, quello è mio nemico.

47

Per tal parole intese il fio de Amone Che Angelica è la dentro e Trufaldino; E in vero al mondo non ha due persone Chè più presto volesse a suo domìno. Al re ben portava odio per ragione, Alla dama non già, per Dio divino! Perchè essa amava lui più che ’l suo core; Ma incanto era cagion di tanto errore.

48

Voi la maniera sapeti e la guisa, Però qua non la voglio replicare. Ora rispose il principe a Marfisa: Con teco son contento dimorare, E star sotto tua insegna e tua divisa, Sin che abbi Trufaldino a conquistare; Ma già più oltra il partito non piglio, Chè il loco e il tempo mi darà consiglio.

49

Così acordati, se accamparno intorno L’alta Marfisa e tutta la sua gente. Senza far guerra via passò quel giorno, Ma come a l’altro uscitte il sol lucente, Ranaldo armosse e pose a bocca il corno, Chiamando Trufaldino il fraudolente; Crida nel suono, e con molto rumore Renegato lo appella e traditore.

50

Quando il malvaggio da la rocca intese Che giù nel campo a battaglia è appellato, De l’alte mure subito discese Pallido in viso e tutto tramutato, Chiamando e’ cavallieri in sue diffese, Racordando a ciascun quel che han giurato, Di combatter per lui sino alla morte, Alor che prima intrarno a quelle porte.

51

Angelica la dama in questo istante [Che] era in consiglio col re Galafrone, Tratando di trar fuora Sacripante E Torindo il gran Turco di pregione; Fur le ragione udite tutte quante, E ciascun disse la sua opinïone; De trarli di pregione a tutti piace, Purchè al re Trufaldin faccian la pace.

52

E così fu concluso e statuito: La dama fu mezana al praticare. Sacripante de amore era ferito, Quel che piace ad Angelica, vol fare. Ma il re Torindo non volse il partito, Pur parve a tutti di lasciarlo andare, Con questo: che egli uscisse fuor del muro, Perchè ciascun là dentro sia securo;

53

E che tra lor non nasca più rumore, E solo a quei di for guerra si faccia. Uscì Torindo adunque a gran furore, Et aspramente a Trufaldin minaccia, Chiamandolo per nome traditore. Presto del poggio scender se procaccia; Et a Macon giura, mordendo il dito, Che punirà colui che l’ha tradito.

54

Venne nel campo, e disse la cagione Che l’avea fatto de là su partire; E giura a Trivigante et a Macone Che ne farebbe Angelica pentire; Perchè a sua posta fu messo in pregione, Et era stato al rischio de morire; Ora tal guidardon glie n’avia reso, Che tenìa il traditor là sù diffeso.

55

Queste parole a Marfisa dicia, Perchè al suo pavaglion fu apresentato. Ranaldo suona il corno tuttavia, Chiamando Trufaldin can renegato. Or se apresenta la battaglia ria, Tal che Ranaldo, il sire aprezïato, Non ebbe in altra mai più affanno tanto; Ma questo narrarò ne l’altro canto.