Libro I · Canto XXVI
Baiardo riconosce il padrone
Orlando scende in campo per Angelica contro il cugino Rinaldo, ma il cavallo Baiardo si rifiuta di combattere contro il suo vecchio padrone.
In breve
All'alba Orlando e Rinaldo, cugini e amici da sempre, si preparano a combattere sotto le mura di Albracca: Orlando per Angelica, che gli regala uno scudo e un cimiero, Rinaldo per uccidere il traditore Truffaldino. Nella grande giostra Astolfo cade subito, ma la vera sorpresa è un'altra: Baiardo, il cavallo che Orlando aveva conquistato, riconosce il suo vecchio padrone Rinaldo e si rifiuta di attaccarlo. Orlando, furioso, resta immobile in sella, mentre Rinaldo lo rimprovera di difendere un traditore.
Rinaldo insegue Truffaldino, abbatte uno dopo l'altro i cavalieri che cercano di proteggerlo e alla fine lo trascina legato alla coda del cavallo, finché il traditore muore. Intanto Orlando combatte con Marfisa, poi incontra Brandimarte e si riprende il suo cavallo Brigliadoro. Ora niente può più fermare il duello tra i due cugini: Rinaldo chiede pace, Orlando lo insulta, e Rinaldo gli intima di restituirgli Baiardo.
Ascolta il canto
Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
All'alba Orlando e Rinaldo non vedevano l'ora di combattere. Orlando era così impaziente che, prima che facesse giorno, fece a pezzi con la spada una grande statua di marmo. Giù nella pianura Rinaldo, per sfogarsi, tagliava alberi e cespugli. Però non voleva battersi proprio con Orlando: era suo cugino, e gli voleva bene come a un fratello. Ma aveva giurato di punire il traditore Truffaldino, e Orlando lo difendeva.
Prima che Orlando uscisse dal castello, Angelica gli venne incontro. Gli regalò uno scudo d'oro con un ermellino bianco e un cimiero, cioè una decorazione da mettere sull'elmo: un bambino con le ali, l'arco e le frecce. Era il dio dell'amore! Orlando, che fino a un attimo prima era furioso, a guardarla si sentì svenire dalla gioia.
Accanto a Rinaldo c'era Astolfo, che si vantava: «Se voi due cadete, ci penserò io a vendicarvi!» Poi cominciò la giostra, cioè lo scontro dei cavalieri con la lancia. E chi cadde per primo? Proprio Astolfo! Truffaldino si scansò all'ultimo momento e lo colpì di lato. Astolfo finì sul prato con un gran tonfo.
Intanto Orlando e Rinaldo si lanciarono uno contro l'altro. Ma successe una cosa stranissima. Orlando cavalcava Baiardo, che un tempo era stato il cavallo di Rinaldo. E Baiardo riconobbe il suo vecchio padrone! Proprio al momento dello scontro si girò di lato. Orlando lo spronava, tirava le redini, digrignava i denti per la rabbia: niente da fare. Il cavallo restava fermo, come se fosse sul prato a pascolare.
«Cugino, lascia perdere quel traditore, e anche quella donna che ti ha rubato il cuore» disse Rinaldo. «Senti chi parla!» rispose Orlando. «Adesso anche il lupo si mette a fare il pastore!»
Allora Rinaldo si lanciò all'inseguimento di Truffaldino, che scappava come un colombo davanti al falco. I suoi difensori arrivarono uno dopo l'altro, ma Rinaldo li buttò giù tutti. Alla fine raggiunse il traditore, lo legò stretto al suo cavallo e se lo portò dietro per tutto il campo. Per Truffaldino, che aveva ingannato tanta gente, fu la fine.
Orlando, intanto, combatteva con Marfisa. Poi vide arrivare il suo amico Brandimarte in sella a Brigliadoro, il cavallo di Orlando. Che fortuna! Orlando gli lasciò Baiardo e montò sul suo Brigliadoro. Adesso nessun cavallo gli avrebbe più impedito di combattere.
Corse dietro a Rinaldo. «Io non voglio litigare con te» gli disse il cugino. «Se ti ho offeso, ti chiedo scusa.» Ma Orlando lo insultò, e Rinaldo perse la pazienza: «Ridammi il mio Baiardo, o vedrai che non ho paura di te!» I due si guardarono con gli occhi di fuoco.
Chi vincerà tra i due cavalieri più forti del mondo? Non perdere il prossimo canto!
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
Due cugini impazienti ott. 1–6
Finora, dice il poeta, vi ho raccontato battaglie e colpi smisurati; ora devo salire più in alto del cielo, perché si affrontano due baroni che mi fanno tremare il pensiero. Ascoltate, signori, due guerrieri dall'animo di fuoco.
Orlando, come vi ho detto, aspetta il giorno disperandosi: va avanti e indietro digrignando i denti e, furioso, sguaina Durindana come se avesse davanti re Agolante e suo figlio Troiano. Lì c'è una grande statua di marmo di Macone, scolpita a forma di gigante: il conte la colpisce di dritto e di rovescio e la manda a terra in pezzi, dalla testa ai piedi. Giù nel campo Rinaldo non è più tranquillo di lui: tutto armato, con Fusberta in mano, taglia alberi e piante, tanta è la voglia di combattere.
È ancora notte fonda quando Rinaldo monta a cavallo e suona il corno così forte che sembrano tremare il monte e la pianura. Orlando riconosce subito il corno del cugino e, con il cuore in fiamme, risponde con il suo, come se dicesse suonando: «Cane traditore, vieni pure quando vuoi: io scendo nel piano, e ti farò pentire di essere venuto.»
Il dono di Angelica ott. 7–13
L'aria si rischiara a poco a poco, arriva l'alba vermiglia e le stelle lasciano il posto al sole. Allora il conte, come se si vedesse il fuoco intorno, si allaccia l'elmo battendo i denti e scuotendo la testa, salta su Baiardo e, per la fretta, non prende né scudo né lancia. Ma la porta della rocca è chiusa: lì è usanza non calare il ponte e non aprire finché non è giorno pieno.
Orlando taglierebbe il ponte e sfonderebbe la porta, se non arrivasse Angelica. Appena vede quel viso d'angelo gli cade quasi la spada di mano; salta giù di sella e si inginocchia davanti a lei. Lei lo abbraccia: «Barone, dove vai? Me l'hai promesso, sei il mio cavaliere: oggi combatterai per me, e per amor mio porterai questo cimiero e questo scudo. Pensa sempre a chi te li dona.» E gli dà uno scudo con il campo d'oro e un ermellino bianco, e un bel cimiero: un bambino nudo con l'arco, le ali e le frecce al fianco. Il conte, poco prima così feroce, guardandola si sente svenire dalla gioia.
Intanto arriva Grifone, armato per la battaglia, con Aquilante, Chiarione e re Adriano con la corona sull'elmo. Oberto dal Leone non può venire: la ferita al viso, che aveva trascurato, si è gonfiata. Arriva invece Truffaldino, quello per cui si combatte la grande battaglia: pallido, non trova una scusa buona per restare dentro, e deve scendere per forza nella prateria. Pensando ai torti che ha fatto, ha la faccia stravolta di un morto.
Rinaldo esita ott. 14–20
Mentre aprono la porta e calano il ponte, torniamo a Rinaldo. Ha riconosciuto Orlando dal suono del corno e, anche se la ragione è dalla sua parte, non vorrebbe combattere con lui: lo ama come un fratello, perché è il suo cugino di sangue. È turbato: ha giurato di uccidere Truffaldino, e il conte ha preso le sue difese.
Mentre ci pensa arrivano Astolfo e Marfisa, e con loro Prasildo, Iroldo e Torindo, re di Turchia. «Su, non perdiamo tempo!» dice Astolfo. «Il ferro si batte finché è caldo.» «Piano si lavora bene» risponde Rinaldo. «Aspetta, cugino bello, tu non sai dove ti trovi: di fronte a noi vedrete armato il fiero conte di Anglante.»
Marfisa alza la testa quasi ridendo: «Chi è questo conte che ti fa paura prima ancora di arrivare? Se fosse quello che uccise Almonte, insieme a tutti i paladini, non me ne importerebbe niente; ma questo conte d'Angante che dici tu non l'ho mai sentito nominare.» Rinaldo non risponde: sta guardando i sei baroni che scendono dal monte, con Orlando in testa, terribile solo a vederlo. «Quel primo ha l'aria di un valoroso» osserva Marfisa.
«Non illuderti» le dice Astolfo, «al suo confronto tutte le tue battaglie sono state uno scherzo: quello è un osso duro. Se vuoi, andrai contro di lui per prima, Rinaldo per secondo e io per terzo. So che voi finirete a terra a gambe all'aria, ma state tranquilli, vi vendicherò io.» «Peccato non potermi misurare con quel giovane» risponde Marfisa, «perché devo combattere con altri. Ma se quei due non mi uccidono o mi prendono, ti giuro che lo metterò alla prova.» Mentre parlano, il conte è già arrivato nel piano.
La grande giostra ott. 21–25
Orlando abbassa la lancia, un grosso tronco; alla sua destra c'è Aquilante, alla sinistra Grifone, e con loro avanzano Truffaldino, a cui la paura ha cambiato il cuore, Chiarione e re Adriano, tutti spronando con le lance in pugno. Dall'altra parte si muovono Marfisa e Rinaldo, Prasildo e Iroldo, fortissimi, Torindo e il duca Astolfo, tutti con lance enormi. La giostra comincia, aspra e violenta.
Marfisa si scontra con Aquilante: sembrano due colonne di pietra, nessuno dei due si piega, e le lance vanno in pezzi. Astolfo si lancia contro Truffaldino con la sua lancia tutta d'oro; ma quello, che conosce ogni inganno, all'ultimo momento si scansa e lo colpisce di traverso, così forte che il coraggio e la forza non servono ad Astolfo: cade sul prato con un gran colpo. Prasildo si scontra con re Adriano, Iroldo con Chiarione: tutti rompono la lancia, e nessuno si può dire vincitore.
Baiardo non combatte ott. 26–34
Grifone colpisce Torindo e lo sbalza di sella. Orlando e Rinaldo si caricano con tale furia da volersi sprofondare a vicenda. Ma ecco una cosa strana: il buon Baiardo riconosce il suo padrone Rinaldo. Orlando lo aveva conquistato quando aveva ucciso re Agricane; ma il cavallo, come se ragionasse, non vuole andare contro Rinaldo, e proprio al momento dell'urto si volta di traverso. La lancia di Orlando cade sull'arcione, mentre Rinaldo lo colpisce al fianco e quasi lo rovescia dall'altra parte.
Il mare in tempesta, il fuoco, il terremoto non sono niente in confronto alla furia del conte. Non vede più nulla, anche se ha gli occhi di fiamma; batte i denti così forte che si sente da lontano, e dal naso gli esce un fiato rovente. Pianta gli speroni nel cavallo e tira le redini per farlo voltare, ma Baiardo non si muove di un passo, come se fosse sul prato a pascolare.
Rinaldo, capito che cosa succede, gli parla così: «Cugino gentile, sai che a Dio dispiace ogni ingiustizia. Dove hai lasciato l'animo nobile che avevi in Francia, quando difendevi la bontà e combattevi l'inganno? Ho paura che ti abbia cambiato una cattiva abitudine, e che quella donna malvagia ti abbia strappato il cuore dalle radici. Vorresti che a corte si sapesse che difendi un traditore? Lascia Truffaldino, barone, e lascia il falso amore di quella sciagurata: non so quale delle due cose ti faccia più vergogna.»
«Ecco un ladrone diventato un bravo predicatore!» risponde Orlando. «Adesso le pecore possono stare tranquille, visto che il lupo si è fatto pastore. Mi consigli di abbandonare l'amore di Angelica; ma prima di rimproverare gli altri bisogna essere puliti. Non sono venuto qui per parlare, anche se non posso combattere, e questo mi brucia più di tutto. Ma fammi pure il peggio che puoi: prima che tramonti il sole ti farò pagare caro quello che hai detto della mia dama.»
La caccia a Truffaldino ott. 35–41
Così restano ognuno dalla sua parte. Il conte non osa smontare, perché Baiardo scapperebbe via. Dopo un bel po', Rinaldo vede il falso Truffaldino che a cavallo sta colpendo Astolfo, rimasto a terra e difeso solo dalla spada, e gli piomba addosso. Appena lo vede arrivare, quel vigliacco scappa come il colombo davanti al falco, gridando: «Aiuto, aiuto, cavalieri! Mantenete la promessa!» E tutti gli altri guerrieri lasciano i loro duelli e si gettano contro Rinaldo.
Orlando non può seguirlo, perché non riesce a guidare Baiardo. Ma Grifone arriva proprio quando Truffaldino sta per essere raggiunto; Rinaldo si volta e lo colpisce con un tale rovescio che gli fa perdere i sensi. Poi riprende la caccia: Rabicano è già alle spalle di Truffaldino, quando interviene re Adriano, e Rinaldo lo butta a terra con un colpo. Truffaldino è mezzo miglio avanti, ma Rabicano corre come se avesse le ali. Arriva di traverso Aquilante, e Rinaldo lo colpisce in testa così forte da rovesciarlo stordito sulla groppa del cavallo; arriva Chiarione, e Rinaldo lo sbalza di sella. E riprende a inseguire Truffaldino, veloce come una freccia.
Orlando cambia cavallo ott. 42–45
Intanto il conte si batte con Marfisa: ora che Rinaldo non c'è, Baiardo gli obbedisce. Nessuno dei due cede ai colpi dell'altro, ma Orlando non si fida più del cavallo e combatte prudente, usando ogni astuzia; e anche se si sente ancora forte, chiede una pausa e si fa da parte. Guardandosi intorno vede arrivare Brandimarte, e se ne rallegra, perché il compagno cavalca Brigliadoro, il suo cavallo.
Gli corre incontro, si raccontano le loro disavventure e decidono che Brandimarte, che ha l'armatura a pezzi, torni nella rocca portando con sé Baiardo, mentre Orlando monta su Brigliadoro. Ora il signore di Anglante non vuole più riposo: con parole superbe sfida a morte la forte regina, e i due si lanciano l'uno contro l'altra, decisi a vincere o morire. Questo duello, dice il poeta, ve lo racconterò dopo: ora torno a Truffaldino.
La fine di Truffaldino ott. 46–50
Rinaldo lo raggiunge vicino alla rocca. Non vuole farlo prigioniero: lo prende vivo, lo lega stretto e lo attacca alla coda del cavallo, a testa in giù. Poi corre per il campo gridando: «E adesso, chi difende il traditore?»
Grifone si è ripreso, Chiarione e re Adriano sono di nuovo in sella, e sentendolo si mettono a inseguirlo; ma Rabicano corre così veloce, come se alla coda non avesse nessun peso, che lo inseguono invano. Rinaldo continua a gridare: «Dove sono quelli tanto coraggiosi che non bastava loro un solo cavaliere, ma volevano sfidare il mondo intero? Non gli dispiace vedere morire Truffaldino sotto i loro occhi? Se a qualcuno piace l'impresa, venga a slegarlo e lo difenda!»
Così Rinaldo trascina Truffaldino per il campo, tra sassi e spine, finché quel malvagio muore. E se lo meritava davvero, dice il poeta, perché, come la storia vi ha mostrato, era pieno di inganni e di falsità.
Orlando e Marfisa ott. 51–56
Torniamo al conte Orlando e a Marfisa, che nel secondo assalto, a spade nude, combattono con una tale violenza che sembra crollare il cielo e il mondo. Marfisa taglia l'armatura del conte in modo incredibile; lui, dal canto suo, non riesce a spezzarle né piastre né maglia, ma picchia così forte che la regina è costretta a piegarsi.
Ecco però passare Rinaldo, proprio davanti a loro, trascinando ciò che resta di Truffaldino, e gridando: «Cavalieri, non vi dispiace di non aver difeso questo re, che vi somigliava tanto in bontà? Dov'è il coraggio di quando avete sfidato il mondo intero?»
Orlando sente quelle parole di scherno e dice a Marfisa, che crede un cavaliere: «Cavaliere, io ho sfidato prima quell'altro e voglio finire con lui; quando l'avrò ucciso, se Dio mi aiuta, finirò la battaglia con te.» «Ti sbagli, se credi di ucciderlo presto» risponde Marfisa. «Io li ho provati tutti e due, e non lo stimo meno di te. Tu fai i conti senza l'oste: potrai vantarti, se stasera sarete ancora alla pari. Vai pure: io mi fermo a guardare chi di voi due è più forte. Ma se i tuoi compagni verranno ad aiutarti, come al solito, vi ricaccerò tutti dentro la rocca, e chissà se farete in tempo. Se combatti lealmente, da me non avrai offesa, parola mia.»
La sfida tra cugini ott. 57–64
Non so se Orlando la sente, perché si è già lanciato dietro a Rinaldo gridando: «Aspetta! Chi vuole spaventare gli altri non deve voltare le spalle, ma la faccia. Fai il coraggioso perché hai un buon cavallo e credi di non essere raggiunto!»
Rinaldo si volta irritato: «Io non voglio litigare con te, e tu vuoi farlo a tutti i costi. Quando ho ragione non mi tiro indietro davanti a nessuno; ma Dio mi è testimone che combattere con te mi dispiace.» «Lo credo bene» risponde Orlando, «perché stavolta non hai a che fare con un mercante, né puoi derubare un povero straniero. Basta parole: devi vincere o morire.»
«Io non ho guerra con te, cugino, e non la voglio» insiste Rinaldo. «Ti chiedo perdono se ti ho offeso, anche se, per Dio, non l'ho mai fatto. E se ti sembra un'offesa che io abbia preso e ucciso Truffaldino, dichiarerò davanti a tutti che non eri tu a difenderlo.» «Anima vile!» ribatte il conte. «Si vede di chi sei figlio: non del nobile Amone, ma del falso Gano di Maganza. Poco fa parlavi con tanta arroganza, e ora che sei alla prova chiedi pietà piangendo.»
A queste parole Rinaldo perde la pazienza e lo guarda con occhi terribili: «Sei così forte che tutti ti temono e ti onorano; ma se non mi rendi il mio Baiardo, vedrai presto che io non ti temo e non ti stimo un fico. Non m'importa come me l'hai rubato: ridammelo e ti farai onore. L'hai mandato via per paura; ma anche se fosse chiuso tra mura d'acciaio lo tirerei fuori. Lo voglio, a qualunque costo.»
«Lo vedremo subito» risponde Orlando, con un mezzo sorriso; ma la sua non è una faccia da ridere: gli tremano le labbra e ha gli occhi di fuoco. «E qui, bei signori, vi lascio» conclude il poeta. «Se tornerete, vi racconterò questa battaglia: non ce ne fu mai un'altra con un fracasso simile.»
Parole difficili
- ciera ott. 2: faccia, volto.
- Macon ott. 3: Maometto; nei poemi cavallereschi i saraceni lo adorano come un idolo, con statue.
- armelino ott. 11: ermellino.
- prataglia ott. 13: prateria.
- carnal cugino ott. 14: cugino di sangue, cugino stretto.
- Batter si vole il ferro, mentre è caldo ott. 16: bisogna battere il ferro finché è caldo, cioè agire subito.
- valetto ott. 20: giovane cavaliere.
- troncone ott. 21: grosso pezzo di legno; qui la lancia di Orlando.
- fuste ott. 22: fusto, l'asta della lancia.
- mala spina ott. 24: persona cattiva, che punge come una spina.
- arcione ott. 27: la parte rialzata della sella, davanti e dietro al cavaliere.
- piastra ott. 51: lamina di ferro dell'armatura.
- senza l'oste fai questa ragione ott. 55: fai i conti senza l'oste, cioè dai per sicuro un risultato che non dipende solo da te.
- mercadante ott. 59: mercante.
- Genamo di Maganza ott. 61: Gano di Maganza, il traditore per eccellenza.
- non te stimo un fico ott. 62: non ti stimo per niente.
Il testo di Boiardo
64 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Sin qui battaglie e colpi smisurati, Che fôr tra l’uno e l’altro cavalliero, E terribili assalti aggio contati; Or salir sopra ’l cel mi fa mestiero, Chè duo baroni a fronte sono armati, Che me fanno tremar tutto il pensiero. Se vi piace, Segnori, oditi un poco De’ duo guerreri uno animo di foco.
Di sopra vi contai sì come Orlando Solo aspettando il giorno si dispera; Di qua di là va sempre fulminando, E batte e’ denti quella anima fiera; Trasse con ira Durindana il brando, Come davante a lui fosse la ciera Del re Agolante e del figliol Troiano, Sì furïoso mena ad ambe mano.
Dice la istoria che a lui era davante Un gran Macon di pietra marmorina: Era intagliato a guisa d’un gigante. In questo gionse il conte a gran ruina, Sì che dal capo insin sotto le piante Tutto il fraccassa Durindana fina; Tanti colpi li dà dritto e a roverso, Che a terra in pezzi lo mandò disperso.
Con questa furia il senator romano Stava aspettando il giorno luminoso; Ma giù nel campo il sir de Montealbano Non prende già di lui maggior riposo, Chè è tutto armato et ha Fusberta in mano, E tempestando va quel furïoso: Arbori e piante con la spada taglia, Tanto desire avea di far battaglia.
Era ancora la notte molto oscura, Nè in alcun lato si mostrava il giorno, Quando Ranaldo, ch’è senza paura, Monta a destriero e pone a bocca il corno. Ben par che ’l monte tremi e la pianura, Sì forte suona quel barone adorno; Il conte Orlando cognobbe di saldo A quel suonare il corno di Ranaldo.
E tanta fiamma li soggionse al core, Che più non pose a l’ira indugio, o sosta, E prese il corno; e con molto romore Gli fece minacciando aspra risposta, Dicendo nel suonar: Can traditore, Come te piace ormai vieni a tua posta, Ch’io smonto al piano, e ben te sazio dire Che di tua gionta ti farò pentire.
Già l’aria se rischiara a poco a poco, E vien l’alba vermiglia al bel sereno; Le stelle al sol nascente donan loco, De le quali era il ciel prima ripieno. Alora il conte, come avesse il foco Veduto intorno a sè, nè più, nè meno, Battendo e’ denti e crollando la testa L’elmo s’allaccia con molta tempesta.
Prese Baiardo alla sella ferrata, Sopra gli salta con molta arroganza; E tanta fretta avea quella giornata, Che seco non portò scudo, nè lanza. Venne alla porta, e quella era serrata, Perchè la rocca avea cotale usanza, Che ponte non callava, o porta apriva, Sin che il sol chiaro e il giorno non usciva.
Avrebbe il conte quel ponte reciso E spezzata la porta e misso al piano, Se non che la sua dama n’ebbe aviso, E venne ad esso con sembiante umano. Quando lui vide l’angelico viso, Quasi li cadde il bon brando di mano, E, poi che fu saltato della sella, Ingenocchiosse avanti alla donzella.
Lei abbracciava quel franco guerriero, Dicendoli: Baron, dove ne vai? Tu m’hai promesso, e sei mio cavalliero; Questo giorno per me combattarai, E per l’amor di me questo cimiero E questo ricco scudo portarai. Abbi sempre il pensiero a cui te ’l dona, Adopra ben per lei la tua persona.
Così dicendo gli donava un scudo, Che ’l campo è d’oro e l’armelino è bianco, E un bel cimier, che è un fanciulletto nudo Con l’arco e l’ale, e le saette al fianco. Quel conte, che pur mo fu tanto crudo, Mirando la donzella venìa manco, E tanta zoia sentì e tal disire, Che d’allegrezza si sente morire.
In questo ragionar gionse Grifone Per gire alla battaglia tutto armato; Et Aquilante è seco e Chiarïone, Il re Adrïano [h]a l’elmo incoronato. Venir non puote Oberto dal Leone, Perchè la piaga il viso avea gonfiato, E per non la curare e farne stima Più noia n’ebbe ne la fin che prima.
Or lui restava, e venne Trufaldino, Per cui far si dicea la gran battaglia. Smarito era nel volto il malandrino, Ma non scia ritrovar scusa che vaglia, Chè pur gli convien fare il mal camino Là giù nel piano, alla aperta prataglia; E pensando di sè l’oltraggio e il torto, Parea nel volto sfigurato e morto.
Lasciàn costor, che del forte girone Aprian la porta, e il ponte fan callare; E ritornamo a Ranaldo de Amone, Qual cognosciuto ha Orlando a quel suonare; E, benchè egli abbia il dritto e la ragione, Già non voria con lui battaglia fare, Perchè lo amava di coraggio fino, Come germano, il suo carnal cugino.
E nel suo cor pensoso era turbato, Come dovesse terminar la impresa, Chè occider Trufaldino avea giurato, E il conte l’avea tolto in sua diffesa. Mentre lui pensa, ecco Astolfo arivato E la regina di valore accesa; Seco Prasildo et Iroldo venìa, Con lor Torindo, re della Turchia.
Come fôr giunti dove era Ranaldo, Su, disse Astolfo, non prendiam dimora! Batter si vole il ferro, mentre è caldo. Disse il principe: Pian ben se lavora. Stati, cugin mio bello, un poco saldo, Che voi non seti ove credeti ancora; Perch’io ve aviso che a noi qui davante Vedreti armato il fier conte de Anglante.
Marfisa a quel parlare alciò la fronte, Quasi ridendo, con vista sicura, E disse al fio d’Amon: Chi è questo conte, Qual non è gionto e già ti fa paura? Se proprio fosse quel che occise Almonte Con tutti e' paladin, non ne do cura; Ma quel conte d’Angante che detto hai, Io non lo oditi nominar più mai.
Non rispose Ranaldo al suo parlare, Che ad altra cosa avea maggior pensiero, Perchè vedea del monte giù callare Que’ sei baroni: Orlando era il primero, Che terribil parea solo a guardare, Aspro ne gli atti e ne l’aspetto fiero. Quando Marfisa a lui fece riguardo, Disse: Quel primo ha vista di gagliardo.
Rispose Astolfo a lei: Non fare estima, Che ogni zuffa che hai fatta, è stata un scherzo. Benchè èi d’ardire e di prodezza in cima, Io ti saggio acertar ch’egli è un mal guerzo. Tu, se te piace, andrai contra a lui prima, Questo serà il secondo, io serò il terzo. Scio che seriti a terra riversati, Ma ben vi scoderò, non dubitati.
Disse Marfisa: Certo assai mi pesa Ch’io non possa provarme a quel valetto, Perchè mi convien fare altra contesa. Ma sopra la mia fede io ti prometto, Se io non son da quei duo morta, ni presa, Ch’io vederò de lui l’ultimo effetto. Così stan questi ragionando in vano, Ma il conte Orlando è già gionto nel piano.
Come fu gionto alla ripa del prato, Sua lancia arresta, che è grosso troncone. Stava Aquilante da lui al destro lato, Et al sinistro veniva Grifone. Trufaldino, che ’l core avea mutato Per la paura, e possa Chiarïone, Tutti di para insieme, e il re Adrïano Vengon spronando con le lancie in mano.
Da l’altra parte Marfisa se mosse: Seco Ranaldo, et un gran fuste arresta; Prasildo e Iroldo, che hanno estreme posse, Torindo e il duca Astolfo con tempesta. Tutti han le lancie smisurate e grosse: La giostra se incomincia, aspra e robesta. Ad uno ad uno e’ scontri vi vo’ dire, E tutto il fatto, come ebbe a seguire.
Marfisa se scontrò con Aquilante, Ciascun parve di pietra una colona; Nè a drieto se riversa o piega avante, Tanto avevan quei duo franca persona. Le lancie fraccassarno tutte quante; Il duca Astolfo ratto se abandona, E quella lancia che è tutta d’ôr fino, Spronando abassa contra a Trufaldino.
Ma lui, che d’ogni inganno sapea l’arte, Come l’un l’altro al scontro se avicina, Malvagiamente se piegò da parte; Poi da traverso, quella mala spina (Come scrive Turpino alle sue carte) Feritte Astolfo con tanta roina, Che suo ardir non gli valse, nè sua possa, Ma cadde al prato con grave percossa.
Lasciamo Astolfo, che è rimaso in terra, Ch’io voglio adesso agli altri seguitare, Poi che contar convien tutta la guerra. Prasildo al re Adrïan s’ebbe a incontrare; Contra de Iroldo Chiarïon si serra, Nè bon iudicio si potrebbe dare Se tra lor quattro fu vantaggio alcuno, Ma ben sua lancia ruppe ciascaduno.
Torindo fo colpito da Grifone, E netto se n’andò fuor della sella; Il franco Orlando e il forte fio d’Amone Se vanno addosso con tanta flagella, Che profondar l’un l’altro ha opinïone. Ora ascoltate che strana novella: Il bon Baiardo cognobbe di saldo, Come fu gionto, il suo patron Ranaldo.
Orlando il guadagnò, come io ve ho detto, Allor che il re Agrican fece morire; E quel destrier, come avesse intelletto, Contra Ranaldo non volse venire; Ma voltasi a traverso a mal dispetto De Orlando, proprio al contro del ferire. Sua lancia cadde al conte in su l’arcione, Ranaldo lo colpì sopra al gallone;
E fu per roversarlo a l’altro lato. Or chi saprebbe a ponto ricontare L’alto furor di quel conte adirato? Chè, quando a più tempesta mugia il mare, E quando a maggior foco è divampato, E quando se ode la terra tremare, Nulla serebbe a l’ira smisurata Che in sè raccolse Orlando in quella fiata.
Non vedea lume per li occhi nïente, Benchè gli avesse come fiamma viva; E sì forte battea dente con dente, Che di lontan il gran romor se odiva. Del naso gli uscia fiato sì rovente, Che proprio il riguardar foco appariva. Or più di ciò contar non è mestiero: Con ambi sproni afferra il bon destriero.
Et a quel tempo ben ricolse il freno, Credendolo a tal guisa rivoltare; Non si muove Baiardo più, ni meno, Come fosse nel prato a pascolare. Poi che Ranaldo vidde il fatto a pieno, Comincia al conte in tal modo a parlare: Gentil cugin, tu sciai che a Dio verace Ogni iniustizia e mal fatto dispiace.
Ove hai lasciata quella mente pura E l’animo gentil che avevi in Franza, Diffensor di bontade e di drittura, E di fraude nemico e dislianza? Caro mio conte, io ho molta paura Che cambiato non sii per mala usanza, E che questa malvaggia meretrice T’aggia stirpato il cor de la radice.
Voresti mai che si sapesse in corte Che hai la diffesa per un traditore? Or non te serìa meglio aver la morte, Che avere in fronte tanto disonore? Deh lascia Trufaldino, o baron forte, E di quella ribalda il falso amore! Che in veritate, a non dirti menzogna, Non scio de qual acquisti più vergogna.
Orlando gli dicea: Ecco un ladrone, Che è divenuto bon predicatore. Or può ben star sicuro ogni montone, Da poi che il lupo si è fatto pastore. Tu mi conforti con bella ragione Abandonar de Angelica lo amore; Ma guardar die’ ciascun d’esser ben netto, Prima che altrui riprenda de diffetto.
Io non venni già qui per dir parole, A ben ch’io non mi possa adoperare, E sopra ogni sventura ciò mi dole; Ma fami al peggio ormai che tu pôi fare, Chè non serà nascoso il giorno il sole, Che molta pena ti farò portare Di quel villan parlare e discortese, Qual de mia dama avesti ora palese.
Così parlando ogniun sta dal suo lato. Non era il conte a dismontare ardito: Chè, prima a terra fosse dismontato, Via ne serebbe Baiardo fuggito. Sendo bon pezzo ciascun dimorato, Che l’uno a l’altro non avea ferito, Ranaldo, riguardando in quel confino, Ebbe veduto il falso Trufaldino,
Che aveva Astolfo abattuto nel piano. Esso a destriero d’intorno il feriva: Quel se deffende con la spada in mano; Ecco Ranaldo che sopra gli ariva. Quando venire il vidde quel villano, Che avea d’ogni virtù l’anima priva, Come fugge il colombo dal falcone Così prese a fuggir dal fio d’Amone.
Esso fuggendo a gran voce cridava: Aiuto! aiuto! o franchi cavallieri! E la promessa fede adimandava; E ben soccorso gli facea mestieri, Chè già quasi Ranaldo lo arivava. Ma tutti quanti quelli altri guerreri Abandonarno sua prima tenzone, Tirando tutti adosso al fio d’Amone.
Orlando nol seguia, come io vi conto, Perchè Baiardo non puotea guidare; Ma ben gionse Grifone a ponto a ponto Che apena Trufaldin dovea campare. Come Ranaldo lo vidde esser gionto, Subitamente se ebbe a rivoltare, E ferisce a Grifon sì gran riverso, Che quello ha il spirto e l’intelletto perso.
Qua non se indugia, e segue Trufaldino, Che tuttavia fuggiva per quel piano; Ma fece in quel fuggir poco camino, Chè ebbe a le spalle il destrier Rabicano, E venuto era di morte al confino: Ma soccorso gli dava il re Adrïano. Ranaldo lo ferì con tanta possa, Che a terra lo fe’ andar quella percossa.
Trufaldin se ne andava tuttavia Ben mezo miglio a Ranaldo davante; Ma Rabicano a tal modo seguia, Come avesse ale in loco delle piante. Ranaldo gionto il traditore avia, Ma di traverso ancor gionse Aquilante, E l’un ferisce l’altro con tempesta. Ranaldo colse lui sopra la testa,
Sì che alle croppe lo mandò roverso, Fuor di se stesso e pien di stordigione; Nè ancora ha Trufaldin di vista perso, Quando alla zuffa è gionto Chiarïone. Menò Ranaldo un colpo sì diverso, Che giettò quel ferito de l’arcione; E segue Trufaldin con tanta fretta, Che apena è più veloce una saetta.
Mentre che così caccia quel ribaldo, Il conte con Marfisa s’azuffava, Però che, mentre che non vi è Ranaldo, A suo piacer Baiardo governava. Ciascuno alle percosse era più saldo, Nè alcun vantaggio vi se iudicava; Vero è che ’l conte avea suspizïone, Non se fidando al tutto del ronzone.
E però combattea pensoso e tardo, Usando a suo vantaggio ciascuna arte: E benchè se sentisse ancor gagliardo, Chiese riposo e trassese da parte. Mentre che intorno faceva riguardo, Vidde nel campo gionto Brandimarte, E ben se rallegrò nel suo pensiero, Chè Brigliadoro ha questo, il suo destriero.
Subitamente a lui se ne fu andato; Ciascun raconta la sua disventura, E fu tra loro alfin deliberato (Chè Brandimarte ha rotto l’armatura) Che nella rocca lui sia ritornato, E là meni Baiardo a bona cura. Su Brigliadoro il conte valoroso È già montato, e non vol più riposo.
Non vôl riposo più quel sir d’Anglante, Anci si mosse con molta roina; E con parlar superbo e minacciante Isfida a morte la forte regina. L’un mosse verso l’altro lo afferrante, Ciascun morire, o vincer se destina: Questa zuffa dirò poi tutta aponto, Ma torno a Trufaldin, ch’era già gionto.
Ranaldo il gionse a la rocca vicino, E non crediati che ’l voglia pregione, Benchè vivo, pigliò quel malandrino, E legòl stretto con bona ragione; Indi con le gambe alto e il capo chino Alla coda lo attacca del ronzone; Poi per il campo corre a gran furore Cridando: Or chi diffende il traditore?
Era il franco Grifon già risentito, E Chiarïon montato e il re Adrïano, Quando Ranaldo fu da loro odito, E posensi a seguirlo per quel piano. Ma sì presto ne andava et expedito, Ch’era seguìto da costoro in vano; Così ne andava Rabicano isteso, Come alla coda non avesse il peso.
Sempre Ranaldo a gran voce cridava: Ove son quei che avean cotanto ardire, Che de un sol cavallier non li bastava, Ma volean tutto il mondo sostenire? Or vedon Trufaldino, e non li grava Che in sua presenzia lo faccio morire? Se alcun v’è ancora a cui piaccia l’impresa, Venga a staccarlo e prenda sua diffesa.
Così diceva il barone animoso, Via strasinando Trufaldino al basso, Che era già mezo morto il doloroso, Percotendo la testa ad ogni sasso; Et era tutto il campo sanguinoso, Dove correa Ranaldo a gran fraccasso; Et ogni pietra acuta e ciascun spino Un pezzo ritenia de Trufaldino.
Moritte quel malvaggio a cotal guisa, E ben lo meritava in veritate, Come la istoria sopra vi divisa, Ch’era d’inganni pieno e falsitate. Or torno al conte Orlando et a Marfisa, Che nel secondo assalto a nude spate Fan sì crudel battaglia e sì diversa, Che par che ’l celo e il mondo se sumersa.
A disusato modo e troppo orribile Tra loro era inasprita la battaglia; Et al contar serìa cosa incredibile Quelle arme che Marfisa al conte taglia. Lui d’altra parte ognior vien più terribile, Benchè romper non può piastra, nè maglia; Pur mena colpi di tanta roina, Che a forza fa piegar quella regina.
Cresce ogni ora lo assalto più diverso, E’ crudel colpi fuor d’ogni misura. Ecco passar Ranaldo in sul traverso, Proprio davanti alla battaglia scura; E Trufaldino avea tutto disperso La testa e il busto insino alla cintura; Chè per le spine e’ sassi in quel distretto Rimase eran le braccia, il capo e il petto.
A gran furor Ranaldo trapassava, Cridando sì, che intorno è bene inteso, E dicea: Cavalliero, or non vi grava Che non abbiati questo re diffeso, Qual di bontate vi rasomigliava? Ove è lo ardire e quello animo acceso Che dimostraste ne l’extremo vanto, Quando sfidasti il mondo tutto quanto?
Orlando intese quel parlare altiero, Che lo spronava in tanta villania, Onde a Marfisa disse: Cavalliero (Perchè altramente non la cognoscia), Io me sfidai con quello altro primiero, Compir voglio con lui l’impresa mia; Come io lo occido, se ’l mio Dio mi vaglia, Con teco finirò l’altra battaglia.
Disse Marfisa a lui: Tu sei errato, Se presto credi occider quel barone, Perchè io, che l’uno e l’altro aggio provato, Di te nol tengo in manco opinïone. Tu de la vita altrui hai bon mercato, E senza l’oste fai questa ragione; Ma tu pôi ben vantarti et aver caro Se questa sera vi trovati al paro.
Or vanne, ch’io mi fermo a riguardare Qual abbia di voi duo maggior possanza; Ma se i compagni tuoi per aiutare Vengano a te, come è la lor usanza, Quell’alta rocca vi farò trovare, Nè scio se avreti ben tempo a bastanza: Se tu combatti come il dritto chiede, Offeso non serai su la mia fede.
Non scio se Orlando il tutto puote odire, Che già dietro a Ranaldo è posto in caccia; Sempre cridando l’aveva a seguire: Aspetta, chè chi fugge mal minaccia; E chi desid[e]ra gli altri sbigotire, Non die’ voltar le spalle, ma la faccia; Ma tu sei ben gagliardo a questo ponto, Chè hai bon destriero e non credi esser gionto.
A quel cridar del conte il fio d’Amone Iratamente se ebbe a rivoltare, Dicendo: Io non vo’ teco questïone, E tu per ogni modo la vôi fare; Unde te dico che, avendo ragione, Omo del mondo non voglio schiffare; Ma siami testimonio Dio verace Che aver guerra con te m’incresce e spiace.
— Ben ne son certo, disse il sir d’Anglante Che te rincresce di tal guerra assai, Chè non avrai a far con mercadante, Nè un pover forastier dispogliarai. Or non usiamo parole cotante: Mostra pur tuo valor, se ponto n’hai; Perchè io te acerto e sazote ben dire Che a te bisogna vincere o morire.
Dicea Ranaldo a lui: Guerra non aggio, Nè voglio aver con teco, il mio cugino; Perdon ti cheggio, s’io t’ho fatto oltraggio, Ben ch’io nol feci mai, per Dio divino! E se onta ti repùti o ver dannaggio Ch’io abbia preso e morto Trufaldino, A ciascun tuo piacer farò palese Che non te ritrovasti in sue diffese.
Rispose il conte ad esso: Animo vile, Che ben de chi sei nato hai dimostranza, Mai non fusti figliol d’Amon gentile, Ma del falso Genamo di Maganza. Pur mo te dimostravi sì virile E ragionavi con tanta arroganza: Or che condutto al paragon ti vedi, Mercè piangendo e perdonanza chiedi.
Perse la pazïenza a quel parlare Il fio de Amone, e con terribil guardo Verso de Orlando gli occhi ebbe a voltare, Et a lui disse: Tanto sei gagliardo, Che ogni om ti teme e convienti onorare; Ma se tu non mi rendi il mio Baiardo, Presto potrai veder, come io ti dico, Ch’io non ti temo e non te stimo un fico.
Come l’abbi robbato io non ho cura: Rendime il mio destriero, e fiate onore. Tu ne l’hai via mandato per paura, Chè di tenerlo non ti dava il core; Ma, se egli avesse de intorno le mura Tutte de acciaro, lo trarò di fore; Et odi come io parlo chiaro e sodo: Io lo voglio per forza ad ogni modo.
— La prova vederemo incontinente, Rispose Orlando, sorridendo un poco: E non avea già faccia de ridente, Ma battea labre e gli occhi come foco. Or, bei Segnori, io vi lascio al presente, E se voi tornareti in questo loco, Dirò questa battaglia dove io lasso, Che un’altra non fu mai di tal fraccasso.