Libro I · Canto XXVII
Il duello dei cugini
Orlando e Rinaldo si battono dall'alba a notte fonda, tra colpi tremendi e insulti feroci. E Angelica, in segreto, sospira per Rinaldo.
In breve
Comincia il duello più terribile di tutto il poema: Orlando contro Rinaldo, i due cugini più forti del mondo. Si colpiscono per un giorno intero, si stordiscono a vicenda, si fanno a pezzi scudi e armature, e tra un colpo e l'altro si rinfacciano le colpe del passato: per Orlando, Rinaldo è un ladro di strada; per Rinaldo, Orlando si vanta di imprese vinte con l'inganno. Smettono solo quando il cielo è pieno di stelle, e si danno appuntamento per l'alba.
Di sera Angelica viene a trovare Orlando, e scopre da lui che il suo avversario è Rinaldo, di cui lei è innamorata. Nasconde i suoi sentimenti, ottiene da Marfisa un salvacondotto per assistere al duello, mandando come messaggero Sacripante, e prima dell'alba sveglia Orlando: gli promette il suo amore, ma in cambio vuole che lui combatta una battaglia a suo comando. Orlando giura, si arma con cura e scende in campo, dove lo aspettano Rinaldo e Marfisa.
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Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
Cominciò allora il duello più terribile di tutti: Orlando contro Rinaldo, i due cugini più forti del mondo. Erano così arrabbiati che dai loro elmi sembrava uscire fuoco. Chi li guardava si spaventava, e qualcuno se ne andò senza neanche salutare.
Al primo colpo di Rinaldo, il cimiero di Orlando volò sul prato. Era la decorazione dell'elmo regalata da Angelica: un bambino con le ali, che ora erano spezzate. Poi i colpi si fecero sempre più tremendi, e pezzi di scudi e di armature cadevano sull'erba. Prima fu Orlando a restare stordito in sella, poi toccò a Rinaldo. Ma appena si riprendevano, tornavano a combattere più feroci di prima.
Tra un colpo e l'altro si dicevano anche parole cattive. «Tutti sanno che sei un ladro di strada!» gridava Orlando. «Credi di essere ancora in Francia?» rispondeva Rinaldo. «Qui l'imperatore Carlo non comanda. E io valgo molto più di te!» Ciascuno diceva che l'altro aveva vinto le sue vecchie imprese con l'inganno.
Combatterono dall'alba fino a sera, senza mai riposarsi. Nemmeno i più grandi eroi delle storie antiche avrebbero resistito tanto! Si fermarono solo quando il cielo era pieno di stelle, perché combattere al buio non era degno di un cavaliere. E si diedero appuntamento per il mattino dopo.
Quella sera Angelica andò a trovare Orlando, con frutta e dolci. Chiacchierando, a Orlando scappò detto che il suo nemico era Rinaldo. Angelica si turbò. Lei aveva un segreto: era innamorata di Rinaldo! Ma non lo fece capire. «Domani voglio guardarti combattere» disse a Orlando. Poi mandò il coraggioso Sacripante da Marfisa, a chiedere il permesso di assistere al duello, e Marfisa lo concesse.
Angelica non chiuse occhio per tutta la notte: pensava solo a Rinaldo e non vedeva l'ora di vederlo. Orlando invece dormiva profondamente, e in sogno continuava a combattere con una faccia feroce.
Prima dell'alba Angelica andò a svegliarlo. Gli promise il suo amore, ma in cambio gli chiese un dono: una battaglia, da combattere quando e contro chi avrebbe voluto lei. Orlando, innamoratissimo, giurò che l'avrebbe fatto. Che cosa avrà in mente Angelica?
Poi Orlando indossò l'armatura con grande cura, pezzo per pezzo, e scese in campo con Angelica al suo fianco. Dall'altra parte lo aspettava Rinaldo. Accanto a lui c'era Marfisa, senza elmo, bellissima, con i capelli biondi e gli occhi più luminosi di una stella. I corni suonarono la sfida.
La battaglia sta per ricominciare, ancora più feroce di prima. Vuoi sapere come andrà? Torna a leggere il prossimo canto.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
Il duello più fiero ott. 1–8
«Chi mi darà la voce e le parole?» si chiede il poeta. Sotto il sole non si è mai visto niente di più fiero: le altre battaglie, al confronto, erano rose e viole, perché qui si affrontano il valore e la gloria della terra intera.
I due cugini sono così arrabbiati che chi li guarda si spaventa, e molti se ne vanno senza salutare; dagli elmi esce un fiato rovente, l'aria trema quando parlano, e chi li osserva da lontano giura che hanno la faccia di fuoco. Se all'inizio sembravano lenti, era solo perché ciascuno dei due, superbo, voleva mostrare di non temere l'altro.
Ma quando Orlando sguaina Durindana gridando: «Ora vedremo se al mondo c'è qualcuno pari alla tua prodezza!», le cose non vanno più piano. Rinaldo, punto sul vivo, impugna Fusberta a due mani e sprona Rabicano contro il conte. Il primo colpo è così terribile che il cimiero con il dio d'amore vola sul prato con le ali spezzate. Per fortuna Orlando ha in testa l'elmo di Almonte, perché questa volta il suo incantesimo non basterebbe: Rinaldo lo colpisce con tanta furia che gli avrebbe spaccato la testa.
Il conte, saldo come uno scoglio contro le onde, non se ne cura e colpisce Rinaldo sull'elmo che fu di Mambrino; ma anche lui non si muove. Rinaldo risponde con un colpo dove scudo e lancia lasciano scoperto, e Fusberta taglia piastre, maglia e giubba, fino a lasciargli la carne scoperta. Orlando, ancora più infuriato, lo colpisce al fianco sinistro: gli fa cadere mezzo scudo e gli fracassa corazza, panciera, giubba e camicia, lasciandogli il fianco nudo. La battaglia si fa sempre più crudele.
Colpo su colpo ott. 9–14
Rinaldo è preso da una rabbia mai provata e mena un rovescio a due mani che, se l'elmo di Orlando non fosse incantato, l'avrebbe spezzato del tutto. Il conte resta così stordito che non sa più dove si trova, e il cavallo se lo porta in giro svenuto in sella. «Questa storia non durerà tre giorni» dice Rinaldo, e gli tempesta addosso un altro colpo per finirlo. Ma, non so come, proprio allora il conte si riprende.
Vede Rinaldo sopra di sé e grida: «Furfante, è stata una brutta sorte a portarti qui: se resti sei morto, se scappi sei svergognato. Difenditi, perché non avrò più alcun riguardo per te!» Prende Durindana a due mani e colpisce l'elmo del cugino, che manda fuoco e fiamme. Rinaldo si rovescia sulla groppa del cavallo, con le braccia penzoloni e le mani aperte, e Rabicano se lo porta via.
Ma nessun drago o serpente ha mai avuto tanto veleno quanto Rinaldo quando si riprende: lascia le redini, prende la spada a due mani e torna contro Orlando, che gli viene incontro allo stesso modo. Si colpiscono con gran fragore, sempre più disperati; le armature cadono a pezzi sul prato, e non si capisce chi stia vincendo, perché il vantaggio cambia di continuo: ora li vedi colpire infuriati, ora rovesciati sulla groppa come morti.
Insulti tra cugini ott. 15–21
Mentre si feriscono, si provocano con parole aspre. «Oggi hai trovato la spada della giustizia!» dice Orlando. «Confessa tutte le tue colpe: tutti sanno che sei un ladro di strada.» «Credi di essere ancora in Francia, a minacciare la gente» risponde Rinaldo. «Chi cambia paese deve cambiare abitudini: qui re Carlo non comanda. E io sono molto meglio di te.»
E continua, insultandolo pesantemente, anche nella madre: «Di che cosa ti vanti? Di aver ucciso Almonte alla fontana, mentre era stretto tra le braccia di re Carlo? E porti Durindana come se l'avessi conquistata lealmente! Ti dà superbia re Troiano? Non ti vergogni che, ferito a morte e senza una mano, ti abbia tirato giù di sella? E poi lo uccideste in tanti, su quel piano. Va' a nasconderti, femminuccia!»
«Inutile discutere» ribatte Orlando, «tu sei un ladro e io un cavaliere, e il mondo intero lo sa. E ho ragione di essere fiero di Almonte e di Troiano, che erano di tale valore che tu non avresti osato guardarli in faccia. Con me c'erano Ruggiero e don Chiaro, il fiore dei paladini, che con uno come te non sarebbero mai stati, perché nessuno di loro era un brigante. Tu ti vanti di aver ucciso il forte re Mambrino, ma quella battaglia si combatté dietro un monte, senza testimoni. Chi può giurare che non sia stato il tuo Malagise, con l'aiuto del demonio, a darti quella vittoria? E ho anche sentito dire, se non lo sogno, che il fratello Costantino fu colpito alle spalle, tradito da te.»
Fino alle stelle ott. 22–29
Ora non servono più parole: l'ira e la vergogna li spingono ai colpi, e a ogni colpo le spade fanno scintille. Orlando colpisce Rinaldo a due mani, e poco manca che lo faccia cadere di sella svenuto. Quando Rinaldo si riprende ha la faccia così infuocata che una torcia accesa sembrerebbe spenta al confronto, e colpisce l'elmo di Orlando con tanta forza che il paladino perde i sensi e si rovescia sulla groppa, così fuori di sella che tutti lo credono già a terra.
Ma nessun leone ferito è mai stato feroce come Orlando quando si riprende. Mena un colpo che porta via più di un terzo dello scudo di Rinaldo, e Durindana continua, squarciando maglia, piastre, giubba e camicia, fino a ferirlo al fianco. Rinaldo, accecato dalla battaglia, non si accorge nemmeno della ferita: colpisce il conte, gli spacca lo scudo da cima a fondo e gli fracassa corazza e panciera; e se Orlando non fosse fatato, gli avrebbe aperto una gran piaga nel fianco.
Se dovessi raccontare tutti i colpi, dice il poeta, verrebbe sera, perché furono più di mille. Pensate voi: né Ettore di Troia né Achille, né il grande Ercole né il forte Sansone potrebbero stare alla pari con questi due, e Tristano, Galasso o qualunque altro cavaliere errante crollerebbero di stanchezza. Loro invece combattono dall'alba fino a notte fonda senza chiedere mai riposo, perché ciascuno crede di essere il migliore.
Appuntamento all'alba ott. 30–36
Il cielo è già pieno di stelle quando smettono, per vergogna, perché combattere al buio non era cosa da baroni. «Puoi ringraziare il giorno che se n'è andato» dice Orlando, «perché ha rimandato la tua morte, e me ne dispiace.» «Lasciamo stare» risponde Rinaldo. «Con le parole vinci tu, ma con i fatti non hai nessun vantaggio, e finché vivo non l'avrai mai. Anzi, sono pronto a continuare anche adesso: per me giorno o notte fa lo stesso.»
«Ladro scellerato» ribatte il conte, «si vede la tua natura: sei abituato a fare la guerra al buio, nascosto nei boschi. Io voglio combattere alla luce del giorno, perché tu veda bene la tua sconfitta e non possa scappare.» «Meno male che sono lontano da casa» risponde Rinaldo, «così almeno non darò questo dolore a mio padre, il duca Amone, visto che devo morire per forza! Io so combattere ovunque, di giorno e di notte. Tu invece sei l'unico glorioso al mondo, e tieni tanto al tuo onore che combatti solo col sole alto, convinto di spaventare tutti col tuo stemma.»
Gli altri baroni, quelli della rocca e quelli della regina, che quel giorno hanno lasciato le loro battaglie per guardare questa, decidono di tornare sul campo la mattina dopo per la battaglia finale. Orlando e i suoi rientrano nella rocca, gli altri nelle tende. Si sentono trombe e corni e grida di ogni genere; nel campo ardono grandi fuochi, sulle mura brillano fiaccole e suona la campana.
Il segreto di Angelica ott. 37–43
Angelica, accompagnata dalle sue dame, va a trovare Orlando nella sua stanza, con frutta, dolci e buon vino. Il conte ha la sopravveste stracciata, lo scudo d'oro con l'ermellino rotto e il cimiero del dio d'amore perduto, e ha il cuore spezzato: teme che lei gli chieda del cimiero e di come l'ha perso. Ma non ce n'è bisogno, perché Angelica, furbissima, gli parla solo di ciò che sa che gli fa piacere.
Mentre chiacchierano della battaglia, non so come, a Orlando scappa detto che là sotto c'è il signore di Montalbano. A sentire quel nome Angelica si turba; ma, saggia e astuta, nasconde i suoi pensieri con un'espressione falsa. «Sono triste» gli dice, «perché oggi sono stata tutto il giorno sulle mura e non ti ho mai riconosciuto, tanta gente ti stava intorno. Se potessi vederti combattere bene anche una volta sola, non chiederei altro a Dio. Marfisa è spietata, ma voglio provare a ottenere da lei un giorno di tregua, per guardare un combattimento. Chi mando a chiedere il salvacondotto? Manderò il coraggioso Sacripante.»
Subito Sacripante viene chiamato. Ha il cuore che brucia d'amore per Angelica, come sentirete nel libro seguente. La dama gli spiega che cosa deve chiedere a Marfisa, e lui, anche se è notte, va al campo e fa la proposta alla regina. Ottiene subito la risposta che voleva: la lettera è sigillata, e tutti avranno la garanzia di andare e tornare sicuri.
La promessa ott. 44–53
In cielo è rimasta solo la stella che precede il sole, la rugiada brilla come cristallo e l'alba si tinge d'oro e di rose: la notte è passata, ma il sole non è ancora sorto. Ed ecco Angelica, che si consuma d'amore per Rinaldo, saltare giù dal letto senza aspettare il giorno: ogni momento le sembra sprecato, se non lo passa a guardare il signore di Montalbano. Da quando ha saputo che lui è lì sotto non ha chiuso occhio, sospirando e sperando: vuole soltanto vedere Rinaldo, e poi morire.
Orlando invece dorme senza pensieri, e in sogno continua la battaglia del giorno prima, con una faccia così feroce da spaventare qualunque cavaliere. Angelica entra da sola e non osa svegliarlo; ma ha molta più fretta di lui di andare, e così lo sveglia accarezzandolo con il viso e con la mano. «Su, barone, non dormire più: il giorno sta spuntando, e mi è sembrato di sentire un corno giù nel campo. Voglio venire con te e, se Dio vuole, tornare con te. Sono venuta io stessa a svegliarti, perché voglio da te un dono che mi hai promesso.»
Orlando, guardando quel bel viso, si accende d'amore e la abbraccia tremando: sono soli. «Sono ai tuoi ordini» dice Angelica, «ma se mi ami, aspetta. Ti giuro che sarò tua come vorrai, qui, da sola, se prima mi prometti un dono, perché voglio capire se mi ami davvero. Ti chiedo soltanto una battaglia, a mio comando. Ma se tu fossi così crudele da non rispettare la mia volontà, saresti per sempre un villano, e la tua gioia finirebbe in pianto, perché mi ucciderei davanti a te con le mie mani. Dipende solo da te se io debba vivere o morire.»
Detto questo abbassa il viso piangendo. Orlando non resiste e piange più di lei; a voce bassa le chiede umilmente perdono, dando la colpa al suo cuore ardente e al troppo amore.
Di nuovo in campo ott. 54–62
Si giurano a vicenda di mantenere le loro promesse. La luna è tramontata e il sole esce dal mare quando il cavaliere si arma da capo a piedi. Pur non temendo il mondo intero, controlla con cura ogni pezzo dell'armatura, fino alle scarpe di ferro e ai guanti, per non lasciare alcun vantaggio al nemico. Angelica gli offre un alto cimiero e uno scudo d'oro, con un alberello innestato come insegna. Orlando si allaccia l'elmo, monta a cavallo e prende la lancia.
Gli altri lo accompagnano disarmati: Aquilante e Grifone, Brandimarte, re Ballano, poi il conte con Angelica accanto, su un palafreno bianco, e dietro re Adriano e Sacripante. Nella rocca restano Galafrone e Chiarione, che è ferito. Arrivato sul prato fiorito, Orlando sfida Rinaldo con il corno. Il figlio di Amone è già in campo, coperto di piastre e di maglia, e accanto a lui c'è la regina Marfisa.
Marfisa è senza elmo, e non si è mai vista una creatura più bella: capelli biondi raccolti intorno alla testa, occhi più vivi di una stella, gesti sicuri e parole ardite, la pelle un po' scura e la persona alta. Così la descrive Turpino, che la vide. Angelica non le somiglia: è più gentile e delicata, ha il viso candido e la bocca vermiglia, uno sguardo dolce e incantato che riempie il cuore di chiunque la guardi, i capelli biondi raccolti e una voce così dolce che rallegra ogni pensiero triste.
Angelica va accanto a Orlando, Marfisa accanto a Rinaldo, che arriva dall'altra parte su Rabicano, accompagnato da Torindo, dal duca Astolfo disarmato, da Prasildo e da Iroldo. Sui prati verdi ciascuno si ferma dalla sua parte, e i corni lanciano la sfida tra i due più valorosi del mondo. «Vi prego, bei signori, tornate ad ascoltarmi nel prossimo canto» conclude il poeta, «perché questa battaglia sarà ancora più fiera di tutte quelle che vi ho raccontato.»
Parole difficili
- dio d'amor ott. 5: il cimiero a forma di Amore che Angelica aveva regalato a Orlando.
- affatason ott. 5: l'incantesimo che rende Orlando invulnerabile.
- Mambrino ott. 6: re saraceno ucciso da Rinaldo, che ora ne porta l'elmo.
- giuppa ott. 7: giubba imbottita che si portava sotto l'armatura.
- pancirone ott. 8: panciera, la parte dell'armatura che protegge la pancia.
- camisone ott. 8: camicia.
- astizia ott. 15: stuzzica, provoca.
- amende ott. 15: colpe da confessare e da pagare.
- Chi cambia terra, die' cambiare usanza ott. 16: proverbio: chi cambia paese deve cambiare abitudini.
- Gallasso ott. 29: Galaad, cavaliere della Tavola Rotonda di re Artù, come Tristano.
- quartiero ott. 34: lo stemma dipinto sullo scudo.
- lumere ott. 36: lumi, fiaccole.
- ciocca ott. 36: rintocca.
- salvezza ott. 41: qui il salvacondotto, la promessa di non essere attaccati.
- sacramento ott. 54: giuramento.
- scarpette ott. 55: le scarpe di ferro dell'armatura.
- arboscello inserto ott. 56: alberello innestato.
- amblante ott. 57: che va all'ambio, un'andatura comoda e dolce del cavallo.
Il testo di Boiardo
62 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Chi mi darà la voce e le parole, E un proferir magnanimo e profondo? Chè mai cosa più fiera sotto il sole, Non fu mirata a lo universo mondo. L’altre battaglie fôr rose e viole: A ricontar di questa io mi confondo, Perchè il valor e il pregio della terra A fronte son condutti in questa guerra.
Era ciascun di lor tanto adirato, Che facean sbigotir chi gli guardava; E molti se partîr senza comiato, E poca gente se gli avicinava; Uscia rovente fuor de gli elmi il fiato, E nel suo ragionar l’aria tremava; E chiunque stava di lontano un poco, Giurava che lor volti eran di foco.
E si facean l’un l’altro orribil guardi, Parlando con voce aspra e minacciante; E benchè al cominciar paresser tardi, Come io ve dimostrai nel dir davante, Ciò fu che di persona sì gagliardi E di cor fu ciascun tanto arrogante, Che ragionando si stavano adaggio, Mostrando non curar alcun vantaggio.
Ma poi che Orlando trasse Durindana Forte cridando: Or se vedrà la prova, Se a tua prodezza, che è tanto soprana, Un altro pare in terra se ritrova! — La cosa più non va suave e piana; Ponto è Ranaldo: convien che si mova. Però prende Fusberta ad ambe mano, E verso il conte sprona Rabicano.
E menò un colpo terribile e fiero, Come colui che ha forza oltra misura; Il dio d’amor, che ha il conte per cimiero, Volò con l’ale rotte alla pianura. L’elmo d’Almonte ben gli fie’ mestiero, Chè qua la affatason non lo assicura, Poi che Ranaldo a tanta furia il tocca, Che gli avria posto le cervelle in bocca.
Ma il conte, che d’orgoglio è troppo caldo, Quella percossa non cura un lupino; E, stretto come un scoglio a l’onde saldo, Che non se crolla dal vento marino, Lui con gran forza percosse Ranaldo Sopra de l’elmo, che fu de Mambrino; Ma lui, che è tanto fiero e sì possente, Per quel gran colpo se mosse nïente.
E risposene un altro con roina, Dov’è il scudo e la lancia discoperta, E piastra non vi valse, o maglia fina, Chè via la tagliò tutta con Fusberta; Seco la giuppa alla terra dechina, Sì che fece mostrar la carne aperta. Per questo d’ira il conte più s’accese, Et a Ranaldo un gran colpo distese.
Gionse a traverso del manco gallone, E misse a terra gran parte del scudo, E usbergo e piastra e grosso pancirone Fraccassa con roina il brando crudo; Portò seco la giuppa e il camisone, Sì che mostrar li fece il fianco nudo. Ciascun de ira se accende e di mal fele, E la battaglia ognior vien più crudele.
Ranaldo prese un cruccio sì diverso, Che alla sua vita mai n’ebbe cotanto; E menò ad ambe mano un gran roverso, Tal che, se l’elmo non fosse de incanto, Tutto l’avrebbe spezzato e disperso; E per quel colpo orribile e tamanto Orlando se stordì per tal maniera, Che non sapea quel loco dove egli era.
Il suo destrier correndo andava intorno, Portandol stramortito in su la sella. Dicea Ranaldo: Io scio che al terzo giorno Non durarà fra noi questa novella. E per darli di morte ultimo scorno Un altro colpo adosso li martella; Io non saprebbi ben dir la cagione, Ma il conte alora uscì de stordigione.
E risentito, cognobbe Ranaldo, Qual gli era sopra per farlo morire. Turbato lo scridò: Giotton ribaldo, Mala ventura te ha fatto venire, Però che morto sei, se tu stai saldo, E vergognato, se prendi a fuggire. Or te diffendi, s’hai cotanto orgoglio, Chè averti alcun riguardo più non voglio.
Così dicendo il conte a due man prese, Forte turbato, Durindana dura, E percosse ne l’elmo, e quel se accese A foco e fiamma con molta paura. Ranaldo su le croppe se distese Per quel gran colpo fuor d’ogni misura: Pendon le braccia et ha aperta ogni mano; Via ne l’arcione il porta Rabicano.
Ma non fu giamai drago, ni serpente, Che racogliesse in sè tanto veleno, Quanto Ranaldo alor che si risente: Il cor avea di foco e il viso pieno. Verso de Orlando iniquitosamente Prende a due mano il brando e lascia il freno; E similmente il senator romano Contra lui vene, e mena ad ambe mano.
Ferîr l’un l’altro con alto romore, Ciascun più furïoso e disperato; E sempre cresce la zuffa maggiore, E l’arme a pezzi a pezzi vanno al prato; Nè scorger ben se può chi aggia il megliore, Chè in poco tempo cangiasi il mercato; Or se veggion ferir de animo accesi, Or su le croppe andar morti e distesi.
E si feriano con tanta nequizia Che a vendetta crudel serìa bastante, E con aspro parlar l’un l’altro astizia. Diceva al fio d’Amone il sir d’Anglante: Oggi hai trovato il brando di iustizia! Confessa le tue amende tutte quante; Che sei per fama publico ladrone, Io vo’ che tu ’l confessi, e far ragione.
Tu te credi tuttora essere in Franza, Disse Ranaldo, e gli altri minacciare. Chi cambia terra, die’ cambiare usanza; Re Carlo quivi non può comandare. Tu me di’ villania con arroganza, E credi ch’io te ’l voglia comportare? Et a farne la prova in ogni loco, Io son meglior di te molto, e non poco.
Di che hai superbia, dimme, bastardone? Perchè occidesti Almonte alla fontana, Che era legato in braccio al re Carlone, Ora te vanti, e porti Durindana Come acquistata per dritta ragione. Ben sei proprio figliol d’una puttana, Qual, perso che ha l’onor, più non lo stima, E più sfacciata è dopo il fal che in prima.
Datte forse arroganza il re Troiano? Nè ti vergogni di quella novella, Che, ancor ferito a morte e senza mano, Te trasse a tuo dispetto de la sella? Tu insieme lo occidesti in su quel piano: Va, ti nascondi, va, vil feminella! Tra gli omini apparere hai ardimento, E sei condutto a tanto tradimento?
Diceva Orlando a lui: Non fa mestiero De la nostra bontade disputare; Chè tu sei ladro, et io son cavalliero, E tutto il mondo lo scia iudicare; E bene aggio ragion s’io sono altiero De Almonte e de Troian, che hai a contare, Che fur di tanto pregio e di tal raccia, Che non gli avresti tu guardati in faccia.
Fovi meco Rugiero e quel don Chiaro Che era corona d’ogni paladino, Quai stati non serian con un tuo paro, Chè alcun di lor non era malandrino. Or tu te vanti, e pôi bene aver caro, De avere occiso il forte re Mambrino; Ma non scia dir alcun come andò il fatto, Perchè tu pur fuggisti al primo tratto.
Quella battaglia fu molto nascosa Là dopo il monte, e senza testimonio; Chi giurarà come andasse la cosa, E se il tuo Malagise col demonio Te dette la vittoria sì pomposa? Et odito aggio ancora, o ch’io me insonio, Che il fratel Constantin pur fu ferito Dopo le spalle, e fu da te tradito.
Così l’un l’altro con grave rampogna Se oltraggiavano insieme e cavallieri; Ora altro che parole ivi bisogna, Perchè dal ragionare a i colpi fieri Eran venuti, e l’ira e la vergogna Gli avea spronati e fatti tropp’altieri; E se ferian con tanta crudeltade, Che ad ogni colpo fan foco le spade.
Ferì con ira Orlando ad ambe mano, Sopra Ranaldo gran colpo martella; Poco mancò che non andasse al piano E stramortito uscisse de la sella. Come rivenne il sir de Montealbano, Non se accese mai lampa, nè facella, Che non sembrasse del suo lume priva, Tant’ha di foco lui la faccia viva.
Ad Orlando ferì con gran furore Sopra di l’elmo, a forza sì diversa, Che ’l paladin, che avea tanto vigore, Ha il sentimento e la memoria persa; E per la passïone e gran dolore Sopra le croppe tutto si riversa; E for de l’arcion tanto se disserra, Che ogniom credette che l’andasse a terra.
E non fu più giamai leon ferito, Nè drago acceso tanto velenoso Come divenne Orlando risentito; E ben mostrava un viso furïoso, Chè non era a quel colpo sbigotito, Ma più fier divenuto et animoso; Verso Ranaldo lasciò un colpo crudo, E più del terzo gli tagliò del scudo.
Rotto a traverso il scudo andò nel prato, Nè in questo resta la tagliente spada, Ma la maglia gli strazia dal costato, E convien che ogni piastra a terra vada. La zuppa e il camison tutto è straziato, Par che ogni cosa Durindana rada, Sì spezza usbergo et ogni guarnisone; E feritte nel fianco il fio de Amone.
Ma non se avide alor de la ferita, Tanto era riscaldato alla battaglia; Ferisce al conte quella anima ardita, De cima al fondo il scudo gli sbaraglia. Ogni piastra de usbergo ebbe partita, E tutto il panciron fraccassa e smaglia; E se non fusse che il conte è fatato, Gran piaga gli avria fatto nel costato.
S’io conto tutti i colpi ad uno ad uno, Che facean sempre foco, e le faville, Verrà la sera e il cel si farà bruno, Perchè furon i colpi più di mille; Sì ch’io nol dico, e può pensar ciascuno Che non Ettor di Troia e non Achille, Nè Ercole il grande, nè il forte Sansone Potrian con questi star al parangone.
E qual misèr Tristano e qual Gallasso, Qual altro cavallier de la ventura, D’un tanto travagliar non serìa lasso, Per l’estrema battaglia orrenda e dura? Chè sempre combattero a gran fraccasso Da sol nascente insino a notte oscura, Nè mai chiesen riposo a quel furore, Chè l’un de l’altro crede esser megliore.
Et era il ciel de stelle tutto pieno Prima che alcun parlasse del partire, Però che aveano al cor tanto veleno, Che se credean l’un l’altro far morire. Poi che la luce venne al tutto meno, Restarno, per vergogna, di ferire, Perchè in quel tempo combattere al scuro Opra non era di baron sicuro.
Diceva Orlando: Pôi ringrazïare Il giorno che è partito, e il vivo sole, Che alquanto t’ha la morte a indugïare, E certamente me ne incresce e dole. Dice Ranaldo: Ciò lasciamo andare: Io vo’ che meco vinci di parole; Ma già di fatto vantaggio non hai, Nè creder, fin ch’io viva, averlo mai.
E fino ad ora io sono apparecchiato (Per mostrar ch’io non ho di te paura) Di trare al fin lo assalto cominciato, Ch’io non te stimo o giorno, o notte oscura. Rispose il conte: Ladro, scelerato, Che pur convien mostrar la tua natura: Come sei uso, tristo, doloroso, Far guerra al scuro, nel bosco nascoso.
Io vo’ teco azzuffarme al giorno chiaro, Perchè tu vedi il tuo dolor palese, E che prender non possi alcun riparo, Nè fuggirti da me, nè far diffese. Disse Ranaldo: Adunque e’ m’è ben caro Esser tanto lontano al mio paese, Per non dar quel dolore al duca Amone, Poi che morir convengo a ogni rasone.
Io scio combatter nel bosco nascoso, E nel monte alto e all’aperta pianura, E fo battaglia al giorno luminoso, Matina e sera e ne la notte scura. Or tu sei solo al mondo glorïoso, Et hai de l’onor tuo cotanta cura, Che non combatti se no’ al sole altiero, Credendo altrui smarir col tuo quartiero.
Stavan gli altri baroni a lor d’intorno, Quei de la rocca e quei de la regina, Che avean lasciata sua battaglia il giorno, Per mirar de costor l’alta ruina. Tra questi fo ordinato far ritorno Sopra quel campo ne l’altra matina, E diffinir la ultima battaglia, Chi più de ardire e di possanza vaglia.
Così tornorno questi nel girone, Orlando, dico, e la sua compagnia; E gli altri ciascadun al pavaglione. Or suonar trombe e gran corni se odia, Diversi cridi de istrane persone; Et alti fuochi al campo se vedia, E per le mura d’intorno alla rocca Spesse lumere; e la campana ciocca.
Angelica, di dame accompagnata, Venne a trovare Orlando paladino Dentro alla zambra ricca et apparata: Quivi son frutti, confetti e bon vino. La sopravesta il conte avea stracciata, E rotto il scudo d’ôr da l’armelino, E perduto il cimier del dio d’amore, Unde di doglia gli crepava il core.
Et aveva tal doglia nel pensiero, Che non scia dir se egli è morto nè vivo, Se quella dama chiedesse il cimiero, O domandasse come ne fo privo. Ma de ciò dubitar non fo mestiero, Chè lei, d[a] antiveder troppo cativo, Ciò che vedeva che al conte gradava, Quel gli chiedeva, e sol di ciò parlava.
Ma, così ragionando con diletto De la battaglia che era stata al piano, Non scio come, ad Orlando venne detto, Che là giuso era il sir de Montealbano. La dama se commosse nello aspetto, Odendol nominare a mano a mano; Ma come quella che era saggia e trista, Coperse il suo pensier con falsa vista.
E disse al conte: Io ho malenconia, Chè oggi stetti a le mura tutto ’l giorno, E mai tra gli altri io non te cognoscia, Cotanta gente ti stava d’intorno. Ma se volesse la ventura mia Che una sol fiata, de tutte arme adorno, Io te vedessi bene adoperare, Dio d’altra cosa non voria pregare.
Benchè spietata sia Marfisa e dura, Io certamente pur voglio provare Se pur un giorno mi farà sicura, Tanto ch’io possa una zuffa mirare; E solo or penso a cui doni la cura Che vada la salvezza ad impetrare. Qual serà quel che a lei ne vada avante? Io mandarò lo ardito Sacripante.
Così fu dimandato incontinente Re Sacripante ad Angelica bella. Questo avea il core e le medolle ardente D’amor soperchio per quella donzella, Come odireti nel libro sequente. Or, seguitando la nostra novella, La dama, ragionando a lui, divisa Quel che impetrar desidri da Marfisa.
E lui se parte, et al campo se accosta, Benchè sia oscuro il cel, come io vi conto; E fece alla regina la proposta, Come davante a lei fo prima gionto. Ebbe subito grata e tal risposta, Qual seppe dimandare a ponto a ponto; La littra è suggillata, e con bel dire Fu ogniom securo al ritornare e al gire.
Ogni stella del celo era partita, Fuor quella che va sempre al sol davante; E la rugiada per l’aria fiorita Se vedea cristallina e lustrigiante; Il celo, a la bell’alba ora apparita, D’oro e di rose avea preso sembiante; E, per dir questo in simplice parole, La notte è gita e non è gionto il sole,
Quando la dama, mossa di quel caldo Che agiaccia l’intelletto et arde il core, De Angelica dico io, che per Ranaldo Se consumava nel foco d’amore, Fuora del letto se levò di saldo, E non aspetta il giorno o il suo splendore; Chè ogni altro tempo li par speso invano Fuor che a vedere il sir de Montealbano.
E poi che seppe, come io ve contai, Che esso nel campo al basso dimorava, Tutta la notte non dormì giamai, Nè prese possa, e sol di lui pensava. Sperando in zoia e sospirando in guai, L’alba serena e il bel giorno aspettava, Però che ogni sua voglia e suo desire È di veder Ranaldo, e poi morire.
Ma il conte Orlando, senza altro pensiero, Era dormendo nel letto colcato, E sempre, in sogno, quello animo fiero Stava alla zuffa del giorno passato; Nè credo che sia al mondo cavalliero Che non si fosse alquanto spaventato Mirando il conte in quel sonno dissolto, Tanto feroce e orribile è nel volto.
La damigella venne a lui soletta, E ponto non l’ardiva risvegliare; Ma come fa qualunche il tempo aspetta, Che l’ora un giorno, e il giorno un mese pare, Così la dama, che avea maggior fretta Che ’l conte Orlando assai, de cavalcare, Or col viso suave, or con la mano, Svegliò, toccando, il cavallier soprano.
Su, disse ella, baron! Non più dormire, Chè da ogni parte già se scopre il giorno; Io me levai, chè me parve de odire Là giù nel campo al basso uno alto corno; E perchè io voglio con teco venire E, se a Dio piace, far teco ritorno, Son venuta a svegliarti per me stessa, E da te voglio un dono in tua promessa.
Il conte, al suo bel viso remirando, Tutto se accese de amoroso foco, E la dama abracciò tutto tremando, Benchè soletti fussero in quel loco. Dicea la dama: Io son al tuo comando; Ma se me ami, barone, aspetta un poco, Chè quel ch’io dico per farti sicuro, Su la mia fede ti prometto e giuro.
Io ti prometto che a ogni tuo volere, Soletta in questo loco, come io sono, Ti lasciarò di me prender piacere, Se me prometti et attendi un sol dono; Perch’io voglio comprendere e vedere Stu me ami come mostri in abandono. E quel ch’io voglio e quel ch’io ti dimando, È una battaglia sola al mio comando.
Ma se tu forse sei tanto inumano, Che prenda il tuo piacere al mio dispetto, Tenuto ne sarai sempre villano, E tornarate in pianto quel diletto; Perch’io me occiderò con la mia mano, E passaromme in tua presenza il petto; Sì ch’in te solo e in tuo arbitrio dimora Se vôi ch’io mora, o vôi che viva ancora.
Al fin delle parole lacrimando Abassò il viso con molta pietate; Non puotè più soffrire il conte Orlando, Ma più di lei piangeva in veritate; E con somessa voce ragionando, Sempre chiedea perdon con umiltate, Dando la colpa del passato errore Al core ardente et al superchio amore.
Poi l’un promesse a l’altro in sacramento Di servar le dimande tutte a pieno. Il lume della luna era già spento, E il sole uscia del mare al ciel sereno, Quando quel cavallier pien de ardimento, Che mai di sua bontà non venne meno, Per provvederse alla cruda battaglia, Tutto di piastra si copre e di maglia.
E benchè fusse d’animo virile, E non temesse il mondo tutto quanto, Pur tutte l’arme guarda per sotile, Ambedue le scarpette e ciascun guanto; Chè ben cognosce il cavallier gentile Che ’l suo inimico si donava il vanto D’alta prodezza in ogni baronaggio; Però non vôl ch’egli abbia alcun vantaggio.
Poi che di piastra fu tutto coperto Et ebbe il suo bon brando al fianco cinto, Angelica la bella gli ebbe offerto Un cimiero alto e un scudo d’ôr destinto. Era il cimiero uno arboscello inserto, E il scudo a tale insegna ancor dipinto. L’elmo s’allaccia quel baron soprano, Monta a destriero e prende l’asta in mano.
Li altri, per fare ad esso compagnia, Senza arme in dosso giù calarno al piano; Quivi Aquilante e Grifon se vedìa, Brandimarte vien presso e il re Ballano; Il conte dopo questi ne venia, Et Angelica sieco a mano a mano, Sopra d’un palafren bianco et amblante; Il re Adrïan vien dietro e Sacripante.
Rimase nella rocca Galafrone, E seco Chiarïon, che era ferito. Or diciamo de Orlando campïone: Come fo gionto nel prato fiorito, Sonando il corno sfida il fio d’Amone, Qual già nella campagna era apparito Tutto coperto a piastra e maglia fina; E sieco al par Marfisa la regina.
Lei senza l’elmo el viso non nasconde: Non fu veduta mai cosa più bella. Rivolto al capo avea le chiome bionde, E gli occhi vivi assai più ch’una stella; A sua beltate ogni cosa risponde, Destra ne gli atti, et ardita favella, Brunetta alquanto e grande di persona: Turpin la vide, e ciò di lei ragiona.
Angelica a costei già non somiglia, Che era assai più gentile e delicata: Candido ha il viso e la bocca vermiglia, Suave guardatura et affatata, Tal che a ciascun mirando il cor gli empiglia: La chioma bionda al capo rivoltata, Un parlar tanto dolce e mansueto, Ch’ogni tristo pensier tornava lieto.
Questa ne andava con Orlando a mano, Come poco di sopra io ve ho contato; E quella col segnor de Montealbano, Che incontra gli venìa da l’altro lato, Con l’arme in dosso sopra Rabicano. Torindo e il duca Astolfo disarmato, Prasildo e Iroldo pien di vigoria, Fanno a Ranaldo onore e compagnia.
Ma poi che fôrno gionti a i verdi prati, Ciascun si stette dal suo lato alquanto; Suonando il corno si fôrno sfidati Quei duo che han di prodezza al mondo il vanto. Pregovi, bei Segnor, che ritornati Ad ascoltarme nel seguente canto, Perchè de l’altre zuffe ch’io contai Questa è più fiera et è maggior assai.