Libro I · Canto XXVIII
Angelica ferma Orlando
Orlando sta per uccidere il cugino, ma Angelica gli ferma il braccio e lo manda lontano, verso un giardino incantato. Tutto per Rinaldo, che la odia.
In breve
Il duello tra Orlando e Rinaldo ricomincia con un fiume di accuse: ciascuno rinfaccia all'altro tradimenti e morti del passato. Poi tornano a parlare le spade: Rinaldo resta stordito per quasi un'ora, Orlando quasi cade di sella, e alla fine Durindana cala sulla testa di Rinaldo con una forza che lo ucciderebbe, se la spada non lo colpisse di piatto. Mentre Orlando sta per finirlo, Angelica gli ferma il braccio: gli ricorda la promessa e lo manda subito nel regno di Orgagna, a distruggere un giardino incantato custodito da un drago.
In realtà Angelica lo ha mandato lontano per salvare Rinaldo, di cui è innamorata. Ma Rinaldo la odia e non vuole nemmeno ascoltarla: quando lei gli manda in dono Baiardo, le volta le spalle, e il cavallo se lo prende Astolfo. Anche Marfisa risponde con disprezzo alle minacce di Angelica. Intanto Orlando arriva a un ponte di marmo, dove un cavaliere armato gli impedisce di liberare una dama appesa per i capelli a un pino.
Ascolta il canto
Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Capitolo 07
Amici, rivali e promesse
5 scene su questo canto · 4 min
- Scena 01Albracca non è in pace0:48
- Scena 05Angelica vede il pericolo0:40
- Scena 06La promessa e l’incarico0:42
- Scena 07Un salvataggio amaro0:43
- Scena 08Una viaggiatrice da salvare0:42
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
Il duello ricominciò. Prima, però, i due cugini si gridarono addosso un mare di accuse. Orlando diceva che Rinaldo era un ladro e un traditore. Rinaldo rispondeva che Orlando aveva fatto morire tanti cavalieri cristiani. Poi parlarono le spade.
Si scontrarono come due venti in tempesta, e le lance volarono in pezzi fino al cielo. Orlando colpì Rinaldo sull'elmo, e Rinaldo restò stordito per quasi un'ora, mentre il suo cavallo correva per il campo. Ma appena si riprese, colpì Orlando in piena fronte, così forte che il conte per poco non cadde di sella.
Orlando guardò la sua spada, Durindana, e si chiese: «È ancora la mia spada? O sono io che sono cambiato?» Per provarla, colpì un masso di marmo e lo spaccò quasi in due. Poi si scagliò di nuovo contro Rinaldo. Il colpo era tremendo, ma la spada lo prese di piatto, non di taglio: il poeta dice che fu Dio a salvare Rinaldo. Anche così, Rinaldo restò immobile in sella, come addormentato. Tutti gridarono, e Marfisa piangeva in silenzio.
Orlando alzò di nuovo la spada... ma proprio allora Angelica gli prese il braccio. «Ricordi la tua promessa?» gli disse sorridendo. «Parti subito per il regno di Orgagna. Lì una regina malvagia ha costruito con la magia un giardino incantato. Sulla porta c'è un drago che cattura tutti quelli che passano. Distruggi quel giardino per me!» Orlando si inchinò e partì così in fretta che in un attimo sparì.
Perché Angelica lo aveva fermato? Per salvare Rinaldo, di cui era innamorata! Ma tempo prima Rinaldo aveva bevuto a una fontana magica, e da allora non sopportava più Angelica. Così Orlando amava Angelica, Angelica amava Rinaldo, e Rinaldo non voleva neanche guardarla. Un bel pasticcio!
Angelica, sperando di fargli cambiare idea, gli mandò in regalo Baiardo, il cavallo che lui amava più di ogni altra cosa. Ma appena Rinaldo seppe chi lo mandava, voltò le spalle e non volle ascoltare. Allora saltò fuori Astolfo: «Questo cavallo spetta a me!» E se lo prese lui. Angelica mandò anche un messaggio minaccioso a Marfisa, ma la regina guerriera rispose soltanto: «Minacciare è facile. Alla fine vince chi agisce e parla poco.»
Intanto Orlando arrivò a un ponte di marmo sopra un fiume, sorvegliato da un cavaliere armato. Lì vicino, legata per i capelli a un pino, c'era una dama che piangeva e chiedeva aiuto. Orlando andò a liberarla, ma il cavaliere del ponte gridò: «Fermo! È la ragazza più falsa del mondo. Per colpa sua sette cavalieri sono perduti. Lasciala stare!»
Chi sarà mai questa dama? E Orlando darà retta al cavaliere? La risposta ti aspetta nel prossimo canto.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
La colpa è di Amore ott. 1–3
Chi non ha mai provato l'amore, dice il poeta, potrebbe biasimare questi due baroni dello stesso sangue che si affrontano con tanta furia, e soprattutto il figlio di Milone, primo responsabile della battaglia. Ma chi conosce la potenza dell'amore lo scuserà, perché l'amore vince il senno. Giovani e vecchi, poveri e signori, tutti ballano al suo ritmo: non c'è rimedio all'amore, come non c'è alla morte.
Lo si vede adesso: Orlando, così saggio, ha cambiato natura e se la prende con Rinaldo, a cui un tempo era tanto unito. Ora lo sfida a morte suonando il corno, e grida:
Orlando accusa ott. 4–7
«Qui non hai il tuo forte castello di Montalbano a proteggerti con le sue mura, né il fratello di Viviano ad aiutarti con le sue arti malvagie. Dove scapperai? Non c'è città o paese al mondo dove tu non abbia commesso un tradimento. In Barberia hai rapito Belisandra, presentandoti come un mercante: vuoi forse tornare da quella parte? O fuggire nel Levante, dove sette fratelli sono stati uccisi a tradimento per colpa tua e dei tuoi inganni? O in Tessaglia?
Hai catturato re Pantasilicor e lo hai impiccato quando era tuo prigioniero: non si è mai vista viltà più grande. E so che vicino a Montalbano la strada non è sicura né di notte né di giorno. Hai rubato il tesoro indiano, che spettava a me, perché il re dell'India Durastante l'ho ucciso io, non tu, ladrone. E durante la tregua di re Carlo hai rubato a re Marsilio la sua statua di Macone. Pentiti: oggi pagherai per tutto questo male.»
Rinaldo risponde ott. 8–11
Rinaldo risponde con il suo corno, poi grida: «Vieni pure quando vuoi: prima eri un paladino, adesso sei un vassallo. Tu vuoi vendicare ogni saraceno che ho ucciso o derubato? Io devo vendicare la morte ingiusta di ogni cristiano. Ricordo don Chiaro, il paladino, che hai ucciso in campo con le tue mani: per questo Girardo si disperò e, per colpa tua, divenne pagano. Ascolta, rinnegato: chi è causa del male ne porta la colpa.
Per colpa tua re Carlo uccise il padre di Oliviero; per mano tua Rinaldo di Bilanda fu ucciso davanti al vecchio padre. E tu, la mattina, credi di guadagnarti il paradiso con croci e paternostri? Per i fatti cattivi ci vuole altro che belle parole. Ricordati, crudele, di Monteforte: per prendere quel castello a tradimento fu ucciso il valoroso re Balante, e tu eri d'accordo, perché stavi a corte vicino a Carlo Magno. E siccome non avevi il coraggio di affrontarlo, mandasti altri, e morì Ruggiero.»
Di nuovo all'assalto ott. 12–20
Queste e altre parole grida Rinaldo. Orlando non sopporta più: si copre con lo scudo, abbassa la lancia e gli si scaglia contro, e i due cavalli sembrano il fulmine e il vento. Come due venti furiosi che si scontrano sul mare e rovesciano le navi, come un torrente che scende dal monte trascinando sassi e alberi, così i due baroni si urtano con un fragore altissimo. Le lance volano in pezzi fino al cielo, ma nessuno dei due si piega di un dito. Sguainano le spade, e quando si guardano in faccia, pieni d'ira, non c'è pagano intorno che non si spaventi.
Chi li guarda trema e suda: pensate chi combatte! Hanno ormai la carne scoperta in più punti, perché piastre e maglie sono a terra. Rinaldo colpisce lo scudo di Orlando, lo apre e arriva alla spalla, fracassandogli la piastra del braccio; Orlando, dolorante, gli si avventa addosso come una tempesta e gli spacca lo scudo fino alla spalla. Poi Rinaldo lo colpisce sull'elmo di Almonte, che è incantato e non si taglia: il conte resta stordito, ma si riprende presto, divorato dall'ira e dalla vergogna.
Digrignando i denti, Orlando colpisce Rinaldo sull'elmo che fu di Mambrino, con una violenza mai vista. Rinaldo si piega svenuto, e Rabicano fugge per il campo come se avesse le ali, tanto che Orlando non riesce a raggiungerlo. Fa pena vedere il valoroso Rinaldo abbandonato sulla sella, con la spada che striscia sul prato: per il colpo gli esce sangue dalla bocca e dal naso, e resta così, senza respiro, per quasi un'ora, mentre il cavallo corre a briglia sciolta. Ma quando si riprende, nessun drago o serpente è più furioso di lui.
Il colpo di piatto ott. 21–27
Si strappa dal petto lo scudo e lo scaglia a terra, lascia le redini, stringe Fusberta a due mani e colpisce Orlando in piena fronte. Il conte non regge il colpo: batte la testa sulla groppa del cavallo, le braccia penzoloni, e ondeggia di qua e di là, con tutte e due le gambe fuori dalla sella; poco manca che cada.
Ma si riprende presto e, guardando Durindana, dice: «Questa è la mia spada, o mi sbaglio? È proprio quella che ebbi alla fontana, che ha fatto tanto danno ai saraceni. Voglio vedere se sono cambiato io, o se la spada non è più lei.» Vede lì vicino un masso di marmo e con un colpo lo spacca quasi fino in fondo. Poi si volta contro Rinaldo con gli occhi di fuoco, soffiando come un serpente, e mena un colpo a due mani.
O Dio del cielo, o Vergine regina, difendete Rinaldo! Quel colpo distruggerebbe una montagna di diamanti, e Durindana taglia qualunque armatura. Ma Dio, che vuole salvare il figlio di Amone, fa sì che la spada lo colpisca di piatto: di taglio lo avrebbe spaccato fino alla sella. Anche così il colpo è tremendo: Rinaldo resta stordito e sanguina dalle orecchie e dalla bocca. Tutta la gente intorno lancia un grido, e Marfisa piange in silenzio, credendolo perduto. Orlando alza di nuovo la spada a due mani per tagliarlo in due, e Rinaldo, come morto, non si muove.
Angelica ferma Orlando ott. 28–35
Ma il colpo non cade, perché Angelica è lì. Prende il conte per il braccio e gli dice sorridendo: «Barone, tra persone nobili la parola data basta, senza bisogno di giuramenti. Stamattina ti ho promesso di accontentarti, come e quando vorrai; ma prima, lo sai, devi compiere per me un'impresa che posso comandarti come voglio. Perciò mettiti subito in cammino, senza fermarti, finché arriverai nel regno di Orgagna. Lì una regina malvagia, che Dio la punisca, ha costruito con la magia un giardino che ha rovinato tutto il regno. Sulla porta, a guardia, sta un grande drago che ha divorato la gente del paese: nessun pellegrino, dama o cavaliere passa di là senza essere catturato e dato in pasto al drago. Se mi ami, come ho visto, toglimi questo dolore dal cuore. So che sei così forte e coraggioso che, per quanto pericolosa, alla fine vincerai.»
Orlando si inchina e, senza farsi pregare, parte così in fretta che in un attimo sparisce alla vista di tutti. Intanto Rinaldo si riprende e, furioso, stringe la spada a due mani per vendicarsi; ma il conte è già lontano più di una lega. Rinaldo vorrebbe inseguirlo, perché non vuole pace né tregua finché uno dei due non sarà morto; ma Marfisa, Astolfo e tutti gli altri lo pregano tanto che alla fine si calma e rinuncia.
Così finisce quella battaglia feroce. Rinaldo va a farsi curare. Angelica vorrebbe parlargli, ma lui non vuole ascoltarla: la odia tanto che riesce a stento a guardarla. Lei torna nella rocca, e Rinaldo alla sua tenda.
Il pianto di Angelica ott. 36–41
Nella rocca Angelica piange disperata e invoca la morte: «C'è mai stata sotto la luna una ragazza più infelice, o un'anima all'inferno che soffrisse quanto me? Quel cavaliere mi ha preso il cuore e non mi lascia né vivere né morire, ed è così crudele che non mi ascolta. Potessi almeno raccontargli una volta sola la mia pena, e poi morire!
Ma ogni anima dura, alla fine, si piega davanti all'amore e alle lacrime. Vincerò la sua scortesia; si placherà, anche se tardi, e avrà pietà del fuoco in cui brucio. Intanto gli manderò il suo Baiardo, che, a quanto dicono tutti, è la cosa che ama di più al mondo. Orlando non tornerà più dal pericolo mortale dove l'ho mandato, e del cavallo posso fare quello che voglio.
O re del cielo, che errore ho commesso, a mandare a morire un uomo così valoroso! Ma Dio sa che non potevo sopportare di veder morire chi amo tanto. Ora morirà il buon conte di Brava solo per salvare la vita al figlio di Amone: il primo mi amava più della sua vita, l'altro non ha pietà di me. La coscienza mi pesa, so che faccio contro ragione; ma la colpa è dell'Amore, che governa i suoi sudditi senza nessuna legge.»
Baiardo rifiutato ott. 42–50
Poi chiama una damigella cresciuta con lei fin da piccola e le dice: «Monta in sella e scendi nel campo di quella regina che, per superbia, ci tiene assediati. Porta con te Baiardo, cerca la tenda del signore di Montalbano, dagli in mano le redini e digli che, se lui è tanto crudele da lasciarmi morire di desiderio, io non voglio che il suo cavallo muoia di fame. Non sopporterei che soffrisse, anche se lui è venuto ad assediarmi. Di una cosa sola può rimproverarmi: di amarlo troppo; e lo amerò finché avrò vita, che lui voglia o no, perché non posso fare altro. Cerca di farti rispondere. Poi va' da Marfisa, senza inchinarti e senza scendere da cavallo, e dille da parte mia: credevo che l'esempio di Agricane bastasse a spaventare chiunque dal farmi guerra; ma visto che lei non smette, saranno gli altri a imparare dal suo esempio. È così pazza che minaccia, quando avrebbe bisogno di aiuto.»
La damigella scende nel campo e, in ginocchio, con voce bassa e cortese, porta il messaggio a Rinaldo. Non so se lui abbia capito bene, perché appena sente chi la manda le volta le spalle e non l'ascolta più. Nella tenda c'è anche Astolfo, che vedendola andar via con il cavallo la insegue e le dice che, per diritto, Baiardo spetta a lui, visto che è stato lui a portarlo fin lì. La damigella non può opporsi e si lascia togliere le redini, e Astolfo si riporta indietro il cavallo.
Poi la messaggera cerca per tutto il campo Marfisa. Senza lasciarsi intimidire, le fa la proposta con fierezza e prudenza insieme. La regina, che ha l'animo ardente, l'ascolta con poca pazienza e risponde soltanto: «Minacciare è facile; ma alla fine del gioco vince chi agisce e parla poco.»
Il ponte e la dama appesa ott. 51–54
Lasciamo la damigella, che torna da Angelica con quella risposta, e torniamo al conte, che cammina tra i fiori e l'erba fresca ed esce da un bosco. Lì, nella pianura, un cavaliere armato con la lancia in pugno difende un ponte di marmo sopra un fiume. Sulla riva, a un bel pino, è appesa per i capelli una dama, che chiede aiuto e pietà con lamenti così disperati da far bruciare di dolore l'acqua del fiume.
Orlando ne ha molta compassione e va verso il pino per slegarla. Ma il campione sul ponte grida: «Non farlo, cavaliere! Offenderesti il mondo intero aiutando quell'anima malvagia: né i tempi antichi né quelli nuovi hanno mai visto una ragazza più falsa. Per la sua malizia e il suo tradimento sono perduti sette cavalieri. Ma è una storia troppo lunga: vattene per la tua strada e lasciala stare.»
«Cari signori e bella compagnia» conclude il poeta, «accontentatevi di quello che avete sentito: per questa volta il canto è finito.»
Parole difficili
- gesta ott. 1: stirpe, famiglia.
- fratel de Vivïano ott. 4: Malagise, il mago cugino di Rinaldo, fratello di Viviano.
- Barbaria ott. 5: la Barberia, cioè le coste dell'Africa del nord.
- Tesaglia ott. 5: la Tessaglia, regione della Grecia.
- impeso ott. 6: impiccato.
- menda ott. 7: ammenda, riparazione delle colpe.
- renegato ott. 9: rinnegato, chi ha tradito la propria fede.
- zanzando ott. 10: chiacchierando.
- patrinostri ott. 10: paternostri, preghiere.
- petron ott. 24: grosso masso.
- di piatone ott. 25: di piatto, con la parte larga della lama e non con il filo.
- non giovava uno aglio ott. 26: non serviva a niente.
- lega ott. 34: antica misura di distanza, di qualche chilometro.
- grama ott. 36: infelice, sventurata.
- creata ott. 42: cresciuta, allevata.
- alteramente ott. 50: con fierezza.
- impesa ott. 52: appesa.
- prava ott. 53: malvagia.
Il testo di Boiardo
54 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Chi provato non ha che cosa è amore, Biasmar potrebbe e due baron pregiati, Che insieme a guerra con tanto furore E con tanta ira se erano afrontati, Dovendosi portar l’un l’altro onore, Ch’eran d’un sangue e d’una gesta nati: Maximamente il figlio di Melone, Che più della battaglia era cagione.
Ma chi cognosce amore e sua possanza, Farà la scusa di quel cavalliero; Chè amore il senno e lo intelletto avanza, Nè giova al provedere arte o pensiero. Giovani e vecchi vanno alla sua danza, La bassa plebe col segnore altiero; Non ha remedio amore, e non la morte; Ciascun prende, ogni gente et ogni sorte.
E ciò se vide alora manifesto, Chè Orlando, qual di senno era compito, Di sua natura si cangiò sì presto, E venne impazïente allo appetito; Et a Ranaldo se fece molesto, Col qual fu de amistà già tanto unito. Ora nel campo a morte lo desfida, Suonando il corno ad alta voce crida:
Non hai vicino il forte Montealbano, Che possa con sue mure ora camparte; Non è teco il fratel de Vivïano, Qual ti possa giovar con sua mala arte. Chi te potrà levar dalla mia mano? Come andarai fuggendo et in qual parte? Non è citade al mondo, o tenimento, Ove non abbi fatto un tradimento.
Belisandra robbasti in Barbaria, Quando gli andasti come mercadante. Vôi tu forse tornar per quella via, O fuggir per il regno de Levante, Dove sette fratei per tua folìa E per le fraude tue, che son cotante, A tradimento son condutti a morte? Forse in Tesaglia andar te riconforte?
Re Pantasilicor da te fo preso, Nè usata fu più mai tanta viltate, Perchè, essendo pregion, da te fu impeso, Sì che non passarai per sue contrate. E già non posso a pieno aver inteso Tutte le tue magagne e crudeltate; Ma scio che a Montalbano a notte scura Nè al chiaro giorno è la strata sicura.
So che robbasti il tesoro indïano, Che a me toccava per dritta ragione, Perchè il re de India, Durastante, al piano Fu da me morto, e non da te, ladrone. Sotto la tregua del re Carlo Mano Robbasti al re Marsilio il suo Macone. Ora te penti, e fa che ben m’intenda: Oggi di tanto mal farai la menda.
Ranaldo fece al conte aspra risposta, Forte suonando il suo corno bondino, Dicendo dopo il suon: Vieni a tua posta, Chè or sei vassallo, et eri paladino, E poi che la tua mente è pur disposta Far la vendetta d’ogni Saracino, Di qualunque sia morto in ogni lato, Preso o disfatto, o sia da me robbato.
Ma a te ramento che aggio a vendicare La morte iniqua d’ogni cristïano. Don Chiaro il paladin vo’ ricordare, Che l’occidesti in campo di tua mano; Perciò se ebbe Girardo a disperare, E per tua colpa divenne pagano. Ascolta, renegato e maledetto: Chi dà cagione al mal, lui n’ha il diffetto.
Il padre de Olivier, malvaggio cane, Venne per tua cagion da Carlo occiso; Ranaldo di Bilanda per tue mane Avanti al vecchio patre fo diviso. E tu quando ti levi la dimane, Credi acquistar zanzando il paradiso Con croce e patrinostri? Altro ci vole Che per rei fatti dar bone parole.
Ricordate, crudel, che a Monteforte, Per prender quel castello a tradimento, Il franco re Balante ebbe la morte, E ciò fu ben di tuo consentimento, Chè stavi apresso a Carlo Magno in corte; Nè ti bastando il core o l’ardimento Di scontrarti con lui sopra al sentiero, Altrui mandasti, e fu morto Rugiero.
Queste parole et altre più diverse Dicea Ranaldo con voce rubesta. Ora più oltra il conte non sofferse, Ma contra lui se mosse a gran tempesta; Ciascadun sotto il scudo si coperse, E con alto furor la lancia arresta, E vengonsi a ferir con ardimento: Sembrâr quei duo destrier folgor’e vento.
Come nel celo, o sopra la marina, Duo venti fieri, orribili e diversi Scontrano insieme con molta roina, E fan conche e navigli andar roversi; E come un rivo dal monte declina, Con sassi rotti et arbori dispersi; Così quei duo baron pien di valore Se urtano con altissimo rumore.
Non fu piegato alcun di loro un dito, A benchè delle lancie smisurate Ciascun troncone insino al celo è gito. Già son rivolti et han tratto le spate; Nè intorno fu Pagan cotanto ardito Che non se sbigotisse in veritate, Quando l’un l’altro rivoltò la faccia Piena de orrore e de ira e de minaccia.
Non vide il mondo mai cosa più cruda Che il fiero assalto di questa battaglia, E ciascun, sol mirando, trema e suda: Pensati che fa quel che se travaglia! In più parte avean lor la carne nuda, Chè mandate han per terra piastra e maglia. Ranaldo sopra al conte se abandona, Nel forte scudo il gran colpo risuona.
Il scudo aperse e il brando dentro passa: Sopra la spalla gionse al guarnimento, La piastra del braccial tutta fraccassa. Sente a quel colpo il conte un gran tormento; Adosso de Ranaldo andar se lassa, E ben sembra al soffiar tempesta e vento; A man sinestra giongie il brando crudo, Sino alla spalla rompe e parte il scudo.
A poco a poco più l’ira s’accende: Ranaldo sopra l’elmo gionse il conte; Taglio del brando a questo non offende, Però che era incantato e fu de Almonte; Ma il cavallier stordito se distende Per quel colpo superbo che ebbe in fronte, E rivenne in se stesso in poco d’ora; Ira e vergogna al petto lo divora.
Stringendo e denti, il forte paladino Mena a Ranaldo un colpo nella testa; Gionse ne l’elmo che fu de Mambrino: Non fu veduta mai tanta tempesta. Quel baron tramortito andava e chino, Via fugge Rabicano, e non s’arresta, Intorno al campo, e par che metta l’ale; Al conte Orlando il suo spronar non vale.
Non fu veduto mai tanto peccato, Quanto era di Ranaldo valoroso, Ch’era sopra l’arcione abandonato, E strasinava il brando al prato erboso; Fuor de l’elmo uscia il sangue da ogni lato, Però che a quel gran colpo furïoso Tanta angoscia sofferse e tanta pena, Che ’l sangue gli crepò fuor d’ogni vena.
Fuor della bocca usciva e fuor del naso, Già ne era l’elmo tutto quanto pieno; Spirto nel petto non gli era rimaso, Correndo il suo destriero a voto freno. E così stette in quel dolente caso Quasi una ora compita, o poco meno; Ma non fu giamai drago, ni serpente Quale è Ranaldo, allor che se risente.
Non fu ruina al mondo mai maggiore, Chè l’altre tutte quante questa passa; Strazia dal petto il scudo, e con rumore Contro alla terra tutto lo fraccassa. Fusberta, il crudo brando, a gran furore Stringie a due mane e le redine lassa, E ferisce cridando al forte conte: Proprio lo gionse al mezo della fronte.
Non puotè il colpo sostenire Orlando, Ma su le croppe la testa percosse; Le braze a ciascun lato abandonando, Già non mostra d’aver l’usate posse. Di qua, di là se andava dimenando, Et ambe l’anche di sella rimosse; Poco mancò che ’l stordito barone Fuor non uscisse al tutto de l’arzone.
Ma come quel che avea forza soprana, Ben prestamente uscì di quello affanno, E, riguardando la sua Durindana, Dicea: Questo è il mio brando, o ch’io m’inganno; Questo è pur quel ch’io ebbi alla fontana, Che ha fatto a’ Saracin già tanto danno. Io me destino veder per expresso S’io son mutato, o pur se ’l brando è desso.
Così diceva: et intorno guardando, Vidde un petron di marmore in quel loco; Quasi per mezo lo partì col brando Persino al fondo, e mancòvi ben poco. Poi se volta a Ranaldo fulminando; Torcieva gli occhi, che parean di foco, D’ira soffiando sì come un serpente; Mena a due mani e batte dente a dente.
O Dio del celo, o Vergine regina, Diffendete Ranaldo a questo tratto; Chè ’l colpo fiero è di tanta ruina, Che un monte de diamanti avria disfatto. Taglia ogni cosa Durindana fina, Nè sieco ha l’armatura tregua o patto; Ma Dio, che campar volse il fio d’Amone, Fece che ’l brando colse di piatone.
Se gionto avesse la spada di taglio, Tutto il fendeva insino in su l’arcione; Sbergo, ni maglia non giovava uno aglio, Et era occiso al tutto quel barone. Ma fu di morte ancora a gran sbaraglio, Chè il colpo gli donò tal stordigione, Che da l’orecchie uscia il sangue e di bocca; Con tanta furia sopra l’elmo il tocca.
Tutta la gente che intorno guardava Levò gran crido a quel colpo diverso; E Marfisa tacendo lacrimava, Perchè pose Ranaldo al tutto perso. Il conte ad ambe mano anco menava, Per tagliar quel baron tutto a traverso; E ben puoteva usar di cotal prove: Ranaldo è come morto e non se move.
Quel colpo sopra lui già non discese, Chè Angelica alla zuffa era presente. Lei tenne il conte, e per il braccio il prese, Et a lui volta con faccia ridente, Disse: Barone, egli è chiaro e palese Che tra gentile e generosa gente Solo a parole se observa la fede: Senza giurare l’uno a l’altro crede.
Questa matina promisi e giurai Per una volta di farti contento, E come e quando tu comandarai; Ma prima tu dèi trare a compimento Una impresa per me, come tu sciai, La qual comandar posso a mio talento; Sì che io te dico, franco paladino, Incontinente pòneti a camino.
Prendi la strata per questa campagna, Nè te curar de indugia, nè de posa, Sin che sei gionto nel regno de Orgagna, Là dove trovarai mirabil cosa; Chè una regina piena di magagna (Così Dio ne la faccia dolorosa!) Ha fabricato un giardin per incanto, Per cui destrutto è il regno tutto quanto.
Perchè alla guarda del falso giardino Dimora un gran dragone in su la porta, Qual ha deserto intorno a quel confino Tutta la gente del paese, e morta; Nè passa per quel regno peregrino, Nè dama o cavalliero alla sua scorta, Che non sian presi per quelle contrate, E dati al drago con gran crudeltate.
Onde te prego, se me porti amore, Come ho veduto per experïenza, Che questa doglia me levi del core, De la qual più non posso aver soffrenza; E scio ben che cotanto è il tuo valore E ’l grande ardire e l’alta tua potenza, Che, abenchè il fatto sia pericoloso, Pur nella fin serai vittorïoso.
Orlando alla donzella presto inchina, Nè se fece pregar più per nïente, E con tanto furor ratto camina, Che uscito è già di vista a quella gente. Or, menando fraccasso e gran roina, Il fio d’Amon turbato se risente; Strengie a due mano il furïoso brando, Credendo vendicarse al conte Orlando.
Ma quello è già lontan più de una lega: Ranaldo se ’l destina di seguire, Chè mai non vôl con lui pace nè trega, Sin che l’un l’altro non farà morire. Marfisa, Astolfo e ciascuno altro il prega, E tanto ogniom di lor seppe ben dire, Che Ranaldo, che avea la mente accesa, Pur fu acquetato e lasciò quella impresa.
Questo fin ebbe la battaglia fella. Tornò Ranaldo a farse medicare; Parlar li volse Angelica la bella, Lui per nïente la volse ascoltare, Chè tanto odio portava a la donzella, Che apena la puoteva riguardare. Or lei si parte e vien sopra al girone; Ranaldo in campo torna al paviglione.
Su nella rocca ritornò la dama, E de amor si lamenta e di fortuna; Piange dirottamente e morte chiama, Dicendo: Or fo giamai sotto la luna Per l’universo una donzella grama, O nello inferno passò anima alcuna, Che avesse tanta pena e tale ardore, Quale io sostengo a l’affannato core?
Quel gentil cavallier l’alma m’ha tolta, Nè vôl ch’io campa, e non mi fa morire, Et è tanto crudel, che non m’ascolta. Che al manco gli potessi io fare odire Li affanni che sostengo, una sol volta, E di poi presto mia vita finire! Chè dopo morte ancor sarei contenta, Se egli ascoltasse il dôl che mi tormenta.
Ma ciascuna alma disdegnosa e dura Amando e lacrimando al fin se piega, Sì che speranza ancor pur mi assicura Che a un tempo mi darà quel che or mi niega; E sol di quello è la bona ventura, Che pacïenzia segue e piange e prega; E, s’io son fuor di tal condizïone, Pur stato non serà per mia cagione.
Io vincerò la sua discortesia; Ancor se placherà, se ben fia tardo, Faràgli ancor pietà la pena mia, E ’l fuoco smisurato ove io dentro ardo. Poi che seguir conviensi questa via, Io vo’ mandarli adesso il suo Baiardo, Chè, come intendo e per ciascun se nara, Cosa del mondo a lui non è più cara.
Orlando più non tornarà giamai, Chè non giovarà forza nè sapere, Allo extremo periglio ove il mandai: Far posso del destriero il mio parere. Ahi re del cel! come forte fallai, A far perir colui che ha tal potere! Ma Dio lo scia ch’io non puote’ soffrire Quel che tanto amo, vederlo morire.
Ora fia morto il bon conte di Brava, Sol per campar la vita al fio d’Amone; Quel molto più che sua vita me amava, Questo non ha di me compassïone; E certo conscïenza assai me grava, E vedo ch’io fo pur contra ragione: Ma la colpa è d’Amor, che senza legge E’ soi subietti a suo modo corregge.
Così dicendo chiede una donzella, Che fu con lei creata piccolina, Di aria gentile e di dolce favella; Alla sua dama davanti se inchina. Disse Angelica a lei: Va, monta in sella, Calla nel campo di quella regina, Qual per suo orgoglio, contra ogni ragione, Sta nello assedio di questo girone.
Tu montarai sopra il tuo palafreno: Baiardo, quel destrier, menalo a mano. Di tende e paviglioni il campo è pieno: Cerca tu quel del sir de Montealbano. A lui del bon destrier dà in mano il freno, E digli, poi ch’egli è tanto inumano Che comporta ch’io pèra in tante brame, Non vo’ che il suo ronzon mora di fame.
Io non potrebbi mai già comportare, Che ’l suo destrier patisse alcun disaggio, A benchè lui mi venne assedïare, E femmi oltra al dover cotanto oltraggio. Sol d’una cosa me può biasimare: Ch’io l’amo oltra misura; et ameraggio Sin che avrò spirto in core e sangue adosso, O voglia, o non, però che altro non posso.
A lui ragionarai in cotal guisa, Et a trarne risposta abbi lo ingegno; Chè tanto è la pietà da quel divisa, Che forse di parlarti avria disdegno. Partendoti da lui, vanne a Marfisa, Nè far de onore, o reverenzia un segno; Senza smontar d’arcione a lei te accosta, E da mia parte fa questa proposta.
Diragli ch’io credetti che Agricane Dovesse per suo exempio spaventare E le genti vicine e le lontane Dal non dover con me guerra pigliare; Ma da poi ch’essa ancor non se rimane, Che gli altri se potranno ammaestrare Per lo exempio di lei, che tanto è paccia, Che bisogno ha d’aiuto e pur minaccia.
La damisella uscì di quel girone, E giù nel campo subito discese; La sua ambasciata fece al fio d’Amone Con bassa voce e ragionar cortese: Sempre parlando stette ingenocchione. Io non scio dir se ben Ranaldo intese, Chè, come prima odì chi la mandava, Voltò le spalle e più non l’ascoltava.
Era con lui Astolfo al paviglione, Il qual, veggiendo la dama partire, Che seco ne menava il bon ronzone, Subitamente la prese a seguire, Dicendo a lei che per dritta ragione Questo destrier potrebbe ritenire Come sua cosa, poi che era palese Che esso l’avea condutto in quel paese.
A concluder, la dama puotea meno, E il modo non avea da contrastare, Onde se lasciò tuor di mano il freno: Adietro l’ebbe Astolfo a remenare. Or per quel campo d’arme tutto pieno La messagiera se pone a cercare: Cerca per tutto, e mai non se rafina, Sin che fu gionta avanti alla regina.
E non se sbigotì di sua presenzia, Ma fece sua proposta alteramente, Con ardire mestiato di prudenzia. Quella regina, che ha l’animo ardente, La odìa parlar con poca pacïenzia, E sol rispose: Bene è tostamente Il minacciar d’altrui; ma il fin del gioco È di cui fa de’ fatti e parla poco.
Lasciamo il ragionar della donzella, La qual, nel modo che aviti sentito, Tornò davanti ad Angelica bella; E ragionamo di quel conte ardito, Che per li fiori e per l’erba novella Via caminando è de una selva uscito; Fuor della selva, a ponto in su quel piano, Armato è un cavallier con l’asta in mano.
Sopra d’una acqua un ponte marmorino Tenia quel cavallier in sua diffesa; Alla ripa del fiume, ad un bel pino Stava una dama per le chiome impesa, La qual facea lamento sì tapino, Che avrebbe di dolor quella acqua accesa; Sempre soccorso e mercede domanda, Di pianto empiendo intorno in ogni banda.
Di lei molta pietà si venne al conte, E per ella sligare al pino andava. Ma il campïon, che armato era sul ponte, — Non andar, cavallier! forte cridava; Chè fai a tutto il mondo oltraggio et onte, Dando soccorso a quella anima prava; Perchè l’antiqua etade e la novella Non ebbe mai più falsa damigella.
Per sua malizia sette cavallieri Sono perduti e per sua fellonia. Ma ciò contarti non mi fa mestieri, Che troppo è lungo: vanne alla tua via; Lasciala stare e prendi altri pensieri. Cari Segnori e bella baronia, Stati contenti a quel che aveti odito: Per questa fiata il canto è qui finito.