Vai al contenuto
ORLANDO
INNAMORATO

Libro I · Canto XXIX

La dama appesa al pino

Orlando libera una dama appesa per i capelli a un pino. Lei lo ringrazia scappando con il suo cavallo.

In breve

Orlando arriva a un ponte dove una dama è appesa per i capelli a un pino. Il cavaliere di guardia, Uldarno, gli spiega perché: la dama si chiama Origille e ha ingannato due innamorati, lui e Locrino, mandandoli in giro con le armature di altri due cavalieri, Oringo e Ariante. Ne è nato un tale pasticcio che il re di Batria ha condannato a morte tutti e quattro, e lei a restare appesa al pino. Origille però giura che Uldarno mente.

Orlando si lascia muovere dalla pietà: abbatte Uldarno e altri tre cavalieri chiamati dal corno di un nano, libera la dama e la porta via in groppa. Strada facendo se ne innamora, fino a dimenticare il suo vecchio amore. Ma lei lo convince a salire su un masso coperto di lettere d'oro, la tomba del re Nino, e scappa con il suo cavallo Brigliadoro. Orlando resta a piedi, mentre scende la notte. Qui finisce il primo libro: il poeta annuncia che adesso racconterà di Ruggiero.

Ascolta il canto

Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.

Apri l'audiolibro

Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

Durante il suo lungo viaggio, Orlando arrivò a un ponte sopra un fiume. Accanto al ponte c'era un grande pino, e al pino era appesa una dama, legata per i capelli. Piangeva e chiedeva aiuto.

Sul ponte faceva la guardia un cavaliere, Uldarno. «Lascia stare quella ragazza» gridò a Orlando. «Si merita la sua punizione.» Poi gli raccontò la storia. La dama si chiamava Origille. Uldarno e un altro giovane, Locrino, erano innamorati di lei, e lei faceva credere a tutti e due di essere il preferito. Un giorno li convinse a uscire con le armature di altri due cavalieri. Ne venne fuori un pasticcio enorme: nessuno capiva più chi fosse chi! Alla fine il re di quel paese scoprì l'imbroglio. Condannò i quattro cavalieri e fece appendere Origille al pino.

«Non è vero niente!» gridò lei. «È un bugiardo. Salvami, ti prego!»

Orlando non sopportava di vedere una dama trattata così. Sfidò Uldarno e lo fece cadere al primo colpo. Allora un nano, da una torre vicina, suonò un grande corno, e arrivò un altro cavaliere. Orlando buttò giù anche lui. Il nano suonò ancora, e ancora: alla fine i cavalieri a terra erano quattro. Orlando si arrampicò sul pino, liberò la dama e se la mise in groppa al suo cavallo, Brigliadoro.

Mentre cavalcavano, Origille gli parlava con dolcezza e gli sorrideva. Orlando si voltava spesso a guardarla, e piano piano si innamorò di lei. Se ne innamorò così tanto che si dimenticò perfino del suo vecchio amore per Angelica.

In mezzo a un prato trovarono un enorme masso coperto di lettere d'oro, con trenta gradini fino in cima. «Sali lassù» disse Origille. «Se guardi dentro, vedrai l'inferno e il paradiso.» Orlando le lasciò il cavallo e salì.

Appena fu in cima, lei scoppiò a ridere. «Cavaliere, non so se siete abituato ad andare a piedi. Ma adesso vi toccherà!» E scappò via al galoppo con Brigliadoro.

Orlando si sentì proprio uno sciocco. Lui, che aveva vinto tutti, era stato imbrogliato con un trucco da niente! Lesse le lettere d'oro: lì era sepolto Nino, un re antichissimo. Poi scese triste e si incamminò a piedi. Intanto scendeva la notte, e da lontano qualcuno veniva verso di lui.

Chi sarà? Dovremo aspettare per saperlo, perché qui finisce il primo libro del poema. Nel secondo libro il poeta comincerà a raccontare le imprese di un nuovo eroe: Ruggiero.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

Il cavaliere del ponte ott. 1–4

Nel canto precedente, ricorda il poeta, Orlando ha visto sulla riva del fiume il bel pino con la dama appesa, che piangendo farebbe pietà a una belva. Il cavaliere che difende il ponte gli grida: «Va' per la tua strada e non aiutare quella malvagia. Ora gira al vento leggera come una foglia, proprio come ha sempre fatto girare le sue promesse, tormentando chi l'amava.»

Orlando risponde che non sopporta nemmeno di guardare una crudeltà simile e che la salverà in ogni modo: se il cavaliere vuole vendicarsi di un'offesa, non deve sfogarsi su una dama. «È stata condannata giustamente» ribatte l'altro. «Tu sei forestiero e non conosci la storia: per questo hai pietà di una più crudele di un orso.»

Due innamorati per una dama ott. 5–12

«Ascolta. È nata nella mia stessa terra ed era superba della sua bellezza più di un pavone che apre la coda al sole. Si chiama Origille, e la nostra città è Batria. Io l'ho amata fin da ragazzo, per mia sfortuna: lei, un po' con lo sdegno e un po' con una finta pietà, promettendo e negando, mi ha acceso finché sono diventato tutto un fuoco.

L'amava anche un altro giovane, Locrino, che piangeva giorno e notte e chiedeva soltanto di morire. Lei ci teneva tutti e due al laccio con belle parole e brutti fatti, mostrandoci le viole d'inverno e il ghiaccio d'estate. Capivamo l'inganno, eppure continuavamo ad amarla, perché ognuno si credeva il preferito.

Tante volte mi presentavo davanti a lei con il discorso preparato, ma appena la vedevo dimenticavo tutto e parlavo come uno che sogna. Alla fine l'amore mi diede il coraggio: "Questo fuoco mi ha roso fino all'osso: senza il vostro aiuto sono già morto. Ve lo giuro. Per chi è ingannato perfino la morte è più leggera, perché il tormento peggiore è vedere svanire l'ultima speranza. Dio sa che amo voi più di tutto: se non mi aiutate io muoio, e voi perdete un cuore fedele."»

La proposta di Origille ott. 13–19

«Le mie parole venivano dal cuore. Lei invece mi rispose con grande falsità: "Uldarno" (perché io mi chiamo Uldarno) "vi amo più della mia anima e dei miei occhi, e sono pronta ad accontentarvi, purché il nostro onore sia salvo.

C'è un solo modo. Sapete che Oringo, quel cavaliere spietato, ha ucciso in duello mio fratello Corbino, ingiustamente, perché Corbino era ancora inesperto e l'altro un guerriero già provato. Mio padre cerca un campione che lo vendichi e promette una ricompensa grandissima.

Voi mettetevi le armi di Oringo, con la sua insegna e il suo cimiero, e uscite dalla città: incontrerete un cavaliere. Dopo qualche colpo lasciatevi prendere. Lui vi porterà qui e starete legato sotto la mia custodia, senza temere nulla: vi lascerò andare quando vorrete. Mio padre ha fretta di vendicare il figlio, ma io ho deciso: staremo un po' insieme, poi farò credere che siete fuggito."

Così parlò quella bugiarda, e io accettai subito: per stare con lei sarei passato in mezzo a un mare di fuoco.»

Armature scambiate ott. 20–29

«Mi vestii con le armi e le insegne di Oringo. Ma appena partito, lei, che rideva delle mie disgrazie, chiamò Locrino. Con promesse e lusinghe gli disse che, se sperava in una ricompensa, doveva farle da campione per un giorno e portare a suo padre Oringo, morto o prigioniero. Gli indicò il prato dove aveva mandato me e lo fece armare con insegne false: scudo verde con due corna d'oro, ripetute sulla sopravveste e sul cimiero.

Erano le insegne di Ariante, un cavaliere fortissimo che forse non aveva uguali. Anche lui voleva sposare Origille, e aveva già fatto un patto con il padre: l'avrebbe avuta in moglie dopo avergli portato Oringo, morto o prigioniero. Per farla breve, fu proprio Ariante ad arrivare al prato dove aspettavo io. Credevo che mi avrebbe portato dalla mia bella, e mi arresi quasi senza difendermi.

Intanto Locrino incontrò per caso il vero Oringo. Uno combatteva per amore, l'altro per rabbia: Locrino fu ferito al petto, Oringo alla testa e al fianco, e ci lasciarono quasi la vita. Alla fine Oringo fu preso, perché un cuore innamorato vince ogni cosa.

Il padre di Origille, un vecchio crudele, stava sempre all'erta aspettando la vendetta. Vide arrivare Oringo disarmato, come un prigioniero, e quasi lo colpì; poi, da vicino, dalla voce e dall'aspetto capì che il vincitore era Locrino, non Ariante. Sapendo che il ragazzo amava sua figlia, gli disse: "Dammi il prigioniero e ti darò quello che desideri di più." Locrino, pazzo d'amore, accettò subito, anche se non gli faceva onore. Ma l'affare era appena concluso quando arrivammo Ariante e io, suo prigioniero.»

Quattro condannati ott. 30–37

«Lì venne fuori tutto. Oringo mi rimproverava di aver portato le sue insegne, Ariante se la prendeva con Locrino per le sue, e quasi sguainammo le spade. Nel nostro regno c'è una legge antica: chi porta lo scudo o il cimiero di un altro viene disonorato e, se non è perdonato, perde la testa. È crudele, la pena è più grande della colpa, ma si rispetta per tradizione.

Il re capì che tutto era partito da quella ragazza e ci condannò a morte tutti e quattro: Oringo perché aveva ucciso Corbino, che era solo un ragazzo; Ariante come un sicario, perché in cambio di una dama aveva promesso al vecchio la morte di un uomo; Locrino e io per le insegne degli altri.

Abbiamo giurato di non uscire da Batria finché la sentenza non sarà compiuta. Poi il re fece tirare a sorte chi dovesse portare la dama al castigo: lei, causa di tutto, avrà una pena peggiore della morte. Come vedi, è appesa per i capelli e si dondola al vento; perché resti viva non le fanno mancare il cibo. La sorte ha scelto me come primo guardiano, e da tre giorni combatto contro chiunque voglia aiutarla.

Ho ucciso sette cavalieri: guarda i loro scudi, gli elmi e i corni appesi intorno a quel tronco. E se io morissi, verranno uno dopo l'altro Oringo, Locrino e Ariante, ognuno più forte di me. Perciò non andare avanti: chi non si ferma al ponte deve combattere con me.»

Orlando contro quattro cavalieri ott. 38–44

Orlando ha ascoltato attento. Ma dal pino la dama, piangendo, grida che il cavaliere mente: la tormenta per pura cattiveria, approfittando che è una donna e non può difendersi, e i sette baroni li ha uccisi a tradimento. In nome di Dio e della pietà supplica Orlando di non lasciarla lì.

Il conte non ci pensa due volte: intima a Uldarno di tirarla giù, oppure di battersi. I due si caricano e al primo scontro Orlando lo butta a terra. Mentre si dirige al pino, un nano su una torre accanto al ponte suona un grande corno, e compare un altro cavaliere armato che gli grida la morte se si avvicina a meno di venti braccia.

Orlando, con la lancia ancora intera, lo colpisce così forte che gli fa battere la testa sul prato. Il nano suona di nuovo e arriva un terzo cavaliere, che finisce disteso come gli altri; suona ancora, e Orlando abbatte con un gran fracasso anche il quarto. Poi li lascia lì come morti, passa il ponte, si arrampica sul tronco e libera la dama.

La porta giù in braccio tra i rami. Lei lo prega di portarla via, perché se la trovano lì la faranno a pezzi. Orlando la rassicura, se la mette in groppa e parte.

Orlando si innamora di nuovo ott. 45–48

La dama è bellissima, maliziosa e piena di lusinghe, con le lacrime sempre pronte come l'acqua di una sorgente; non ha mai fatto una promessa sincera, e mille innamorati in un giorno li prenderebbe in giro tutti.

Con dolci parole accende Orlando a poco a poco. Lui si volta spesso a guardarla, prende sempre più fuoco e dimentica il suo vecchio amore. Lei se ne accorge e lo infiamma ancora di più con battute e sorrisi, mentre il conte, che di queste cose non ha esperienza, parla d'amore come uno che sogna. Non vede l'ora che venga sera: al buio si vergognerebbe meno, e se non trova le parole spera di farsi valere con i fatti. Quel giorno gli sembra il più lungo di tutti.

Il sasso di re Nino ott. 49–54

In mezzo a un prato trovano un grande masso scritto tutto intorno a lettere d'oro, con trenta gradini scolpiti fino alla cima; la pietra sembra una fiamma viva. «Se sei valoroso come credo» dice la dama, «qui c'è l'avventura più strana del mondo. Sali in cima: la pietra è aperta come una fontana. Affacciati e vedrai l'inferno e tutto il paradiso.»

Orlando, convinto di vedere il demonio e Dio, le lascia il cavallo e sale. Appena è in cima, lei scoppia a ridere: «Cavaliere, non so se siete abituato ad andare a piedi, ma vi toccherà. Io vado di qua: che Dio vi accompagni!» E scappa via per il prato.

Orlando resta stordito e si dà del pazzo e dell'allocco, anche se chiunque ci sarebbe cascato, perché si crede facilmente a chi si ama. Non sa più che fare, senza il suo Brigliadoro. Legge le lettere d'oro: lì è sepolto Nino, antico re di quella terra, che fondò Ninive, la città lunga tre giornate di cammino. Ma ha poca voglia di guardare: scende triste e si incammina a piedi. Viene la notte, e poco lontano vede della gente che si avvicina, perché viene proprio verso di lui.

Fine del primo libro ott. 55–56

Che cosa gli capiterà, dice il poeta, ve lo racconterò poi, e sarà divertente; ora bisogna lasciare per un po' la storia d'amore e tornare da re Carlo, per cose molto più grandi. Mai si è scritto niente di più glorioso, perché si canterà del nuovo Ruggiero, il più perfetto in ogni virtù. «Perciò, signori, vi aspetto ad ascoltare, se Dio mi conserverà la grazia di sempre.»

Parole difficili

  • impesa ott. 1: appesa.
  • talento ott. 2: voglia, desiderio.
  • contrata ott. 4: contrada, paese.
  • Batria ott. 6: la città di Origille, in Oriente; il nome ricorda la Battriana, antica regione dell'Asia centrale.
  • germano ott. 15: fratello.
  • cimero ott. 17: cimiero, l'ornamento sopra l'elmo che permette di riconoscere un cavaliere.
  • insegna ott. 17: lo stemma dipinto sullo scudo, segno di riconoscimento di un cavaliere.
  • divisa ott. 20: i colori e i segni che distinguono un cavaliere.
  • guidardon ott. 21: guiderdone, ricompensa.
  • sopravesta ott. 22: la veste che il cavaliere porta sopra l'armatura.
  • gesta ott. 31: stirpe, famiglia.
  • disfamato ott. 31: disonorato, privato del buon nome.
  • barbute ott. 39: elmi.
  • in croppa ott. 44: in groppa, sul dorso del cavallo, dietro a chi lo guida.
  • insonnïato ott. 47: trasognato, come chi parla nel sonno.
  • locchio ott. 52: allocco, sciocco.
  • Brigliadoro ott. 53: il cavallo di Orlando.
  • Ninivè ott. 53: Ninive, antichissima città della Mesopotamia; secondo la leggenda la fondò il re Nino.

Il testo di Boiardo

56 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Ne l’altro canto io ve contai che Orlando Vide il bel pino a lato alla riviera, Dove la dama impesa lacrimando Avria mosso a pietate un cor di fiera; E, mentre che lui stava riguardando, Quello altro campïon con voce altiera Gli disse: Cavallier, va alla tua via, Nè dare aiuto a quella dama ria.

2

La quale adesso ha ben tutta sua voglia, Poi che sta impesa con le chiome al vento, E voltasi leggier come una foglia; E ben fo questo sempre il suo talento, Or con vana speranza, or certa doglia Tenir li amanti in extremo tormento. Come al vento si volge or per se stessa, Così sempre rivolse ogni promessa.

3

Rispose il franco conte: In veritate, Nella mia mente non posso pensare, Non che aprir gli occhi a tanta crudeltate; In ogni modo la voglio campare, Nè credo che abbi in te tanta viltate, Che a questa cosa debbi contrastare. Se offeso sei e di vendetta hai brama, Ciò non conviene oprar sopra a una dama.

4

— Questa donzella, disse il cavalliero Fo sempre sì crudele e dispietata, E tanto vana e d’animo leggiero, Che drittamente è quivi condennata. Ma tu forse, baron, tu forastiero, Non sciai la istoria di questa contrata, Però pietà te muove a dar soccorso A quella che è crudel più che alcuno orso.

5

Ascolta, ch’io te prego, in qual mainera, Ben iustamente e per dritta ragione Fosse nel pino impesa quella fiera. Lei nacque meco in una regïone, E fo per sua beltade tanto altiera, Che mai non fo mirato alcun pavone Che avesse più superbia nella coda, Quando la sparge al sole et ha chi ’l loda.

6

Origille è il suo nome, e la citade Dove nascemmo, Batria è nominata. Io l’amai sempre dalla prima etade, Come piacque a mia sorte isventurata; Lei or con sdegni, or con finta pietade, Promettendo e negando alcuna fiata, Me incese di tal fiamma a poco a poco, Che tutto ardevo, anzi ero io tutto un foco.

7

Un altro giovanetto ancor l’amava; Non più di me, chè più non se può dire, Ma giorni e notti sempre lacrimava, Quasi condutto a l’ultimo morire. Locrino il cavallier si nominava, Qual soffrea per amor tanto martìre, Che giorno e notte, lacrimando forte, Chiedea per suo ristor sempre la morte.

8

Lei l’uno e l’altro con bone parole E tristi fatti al laccio tenìa preso, Mostrandoci nel verno le vïole, E il giaccio nella state al sole acceso; E benchè spesso, come far si suole, Fosse l’inganno suo da noi compreso, Non fo l’amor d’alcuno abandonato, Credendo più ciascuno essere amato.

9

Più volte avante a lei mi presentai, Formando le parole nel mio petto, Ma poi redirle non puote’ giamai, Chè, come io fu’ condutto al suo conspetto, Quel che pensato avea, domenticai, E sì perdei la voce e l’intelletto E tutti e sentimenti per vergogna, Ch’era il mio ragionar d’un om che sogna.

10

Pur mi diè amore al fin tanta baldanza, Che un tal parlare a lei da me fu mosso: Se voi credesti, dolce mia speranza, Ch’io potessi soffrir quel che io non posso, E che la vita mia fosse a bastanza Del foco che m’ha roso insino a l’osso, Lasciati tal pensiero in abandono, Chè se aiuto non ho, morto già sono.

11

Ciò vi giuro, et è vero, e non ve inganno; E pensar ben doveti in vostro core Che l’uom die’ sostener l’extremo danno Prima che ’l provi il suo amico maggiore; Perchè essendo ingannato, ogni altro affanno, Anci la morte è ben pena minore, Perchè alla fine ogni martire avanza Trovarsi vana l’ultima speranza.

12

Ben lo scia Dio che in altri non ho spene, E che voi seti quella che più amo; Soffrir non posso ormai cotante pene: A l’extremo dolor mercè vi chiamo. Camparme al vostro onor ben si conviene, Chè sol per voi servir la vita bramo, E, se aiuto non dati al mio gran male, Io moro, e voi perdeti un cor leale. —

13

Non son queste parole simulate, Anci tratte al mio cor della radice; Lei, che femina è bene in veritate, (Che tutte son peggior che non se dice), Fece risposta con gran falsitate, Per farme più dolente et infelice, Dicendo: Uldarno (chè così mi chiamo), Più che ’l mio spirto e più che gli occhi v’amo.

14

E se io potessi mostrarne la prova, Come io posso in voce proferire, Cosa non ho nel cor che sì me mova, Quanto al vostro desio poter servire; E se alcun modo o forma se ritrova, Ch’io possa contentar questo disire, Io sono apparecchiata a tutte l’ore, Pur che si servi insieme il nostro onore.

15

Ma certamente io vedo una sol via, Volendo, come io dico, riservare Nel vostro onor la nominanza mia, Che ce possiamo insieme ritrovare. Come sapete, la fortuna ria Fece a la morte insieme disfidare Oringo, il cavallier tanto inumano, Contra a Corbino, mio franco germano.

16

E fo quel damigiello al campo morto, Dico Corbino, e contra alla ragione, Chè ancor non era ben ne l’arme scorto, E l’altro fo più volte al parangone. Ora per vendicar cotanto torto, Mio patre va cercando un campïone, Proferendo a ciascuno extremo merto, Et hal trovato, o trovaral di certo.

17

Voi, che portate adunque l’arme indosso D’Oringo e la sua insegna e il suo cimero, Fuor de la terra vi serete mosso, Là dove scontrarete un cavalliero. Poi che l’un l’altro ve areti percosso, Pigliar vi lasciareti di legiero, E questo è solo il modo e la maniera A far contenta vostra voglia intiera.

18

Però che quivi sereti menato Da l’altro cavallier, che ve avrà preso; Sotto mia guarda stareti legato, E non temeti già de essere offeso, Chè a vostra posta vi darò combiato. E benchè ’l patre mio sia d’ira acceso, Et abbia molta voluntate e fretta Di far del suo figliolo aspra vendetta,

19

Nulla di manco ho già preso partito Di poter vosco alquanto dimorare, Poi mostrarò che via siati fuggito. Così la falsa m’ebbe a ragionare, Et io ben presto presi questo invito, Nè a periglio, o fatica ebbi a pensare, Chè, per trovarme seco ad un sol loco, Passato avria per mezo un mar di foco.

20

Addobbato mi fu’ subitamente L’arme de Oringo et ogni sua divisa; Ma, come io fu’ partito, incontinente Costei, che del mio mal facea gran risa, Come quella che è troppo fraudolente E perfida e crudel for d’ogni guisa, Partito, come io dico, a lei davante, Fece chiamare a sè quell’altro amante.

21

Ciò fu Locrino, de chi ragionai, Che a un tempo meco questa falsa amava, E con promesse e con parole assai, Come sapea ben far, lo alosingava, Dicendo, se sperar dovea giamai Guidardon de l’amor che gli mostrava, Che per un giorno sia suo campïone: Dïagli Oringo morto, o ver pregione.

22

Il loco li raconta, ove mandato M’avea lei stessa fuor de la citate, E tanto fece al fin, che l’ebbe armato De insegne contrafatte e divisate, E fuora venne per trovarmi al prato. Nel scudo verde ha due corne dorate E nella sopravesta e nel cimiero, Come portava un altro cavalliero.

23

Quel cavallier avea nome Arïante, Che per insegna le corne portava, Tanto animoso e di membre aiutante, Che forse un altro par non ritrovava. Questo era d’Origille anco esso amante, Et averla per moglie procacciava; E già col patre de essa stabilito Avea per patto d’esser suo marito.

24

Ma prima Oringo dovea conquistare, Et a lui presentarlo, o morto, o preso. Or, per far breve il nostro ragionare, Questo ne venne a quel prato, disteso, Là dove io stava armato ad aspettare: Dopo lieve battaglia io mi fui reso. Credendo a questa falsa esser menato, Feci poca diffesa e fui pigliato.

25

Locrino, in questo tempo, il giovanetto, Nel vero Oringo a caso fu inscontrato, Nè menarno la zuffa da diletto, Questo d’amore, e quel d'ira infiammato. Fu ferito Locrino a mezo il petto, Oringo nella testa e nel costato; E fu l’assalto lor sì crudo e forte, Che ciascun d’essi quasi ebbe la morte;

26

Abench’al fine Oringo fu pregione, Chè uno amoroso cor vince ogni cosa. Ora intervenne che ’l crudo vecchione, Il quale è patre a questa dolorosa, Avea di far vendetta il cor fellone, E notte e giorno mai non stava in posa. Sempre guardando, cerca con gran pena Se ’l suo campione Oringo ancor li mena.

27

Et ecco avanti lo vide venire, Con la man disarmata e senza brando, Come colui ch’è preso, a non mentire. Andògli incontra pallido e tremando, E apena se ritenne de ferire; Ma poi, dapresso con lor ragionando, Cognobbe nella voce e nel sembiante Che Locrino era quel, non Arïante.

28

Ben sapea il vecchio che quel giovanetto La sua figliola avea molto ad amare, E però gli diceva: Io ti prometto, Se questo tuo pregion me vôi donare, Contento ti farò di quel diletto Qual più nel mondo mostri desïare. Se vero è che mia figlia cotanto ami, Io te contentarò di quel che brami.

29

Locrino paccio fu presto accordato, Benchè darli il pregion non gli era onore; Tanto già lui d’amore era spronato, Che gli avria dato parte del suo core. Essendo già tra lor fatto il mercato, La nostra gionta gli pose in errore, Perchè Arïante et io, che ero pregione, Giongemmo avanti a quel crudo vecchione.

30

Quivi la cosa tutta fu palese E la cagion de l’arme tramutate. Alora Oringo molto me riprese, Che in dosso le sue insegne avea portate; E tra noi quattro fur molte contese, E quasi ne venemmo a trar le spate, Perchè Arïante ancor se lamentava Pur de Locrin, che sua insegna portava.

31

Nel regno nostro è legge manifesta Che chiunque porta scudo o ver cimero D’un altro campïone, o d’altra gesta, È disfamato con gran vitupero, E se non ha perdon, perde la testa. Benchè ’l statuto sia crudele e fero, Chè la pena è maggior che la fallanza, Pur è servato per antiqua usanza.

32

Avanti al re fu tratta la querella; Il qual, veggendo tutta la cagione Essere uscita da questa donzella, Qual li avea indotto a quella guarnisone, E con le insegne altrui montare in sella, Prese consiglio, con molta ragione, Che, avendo ogniom di noi fatto gran male, Tutti dian voce a pena capitale:

33

Oringo, perchè morto avea Corbino, Ch’era garzone, e lui già di gran fama; Et Arïante, sì come assassino, Qual per avere il prezo d’una dama, Avea promesso a quel vecchio mastino La morte di colui che tanto brama. Così meco Locrino ad una guisa, Chè avevamo portata altrui divisa.

34

Sì iudicati tutti quattro a morte, Fummo obligati sotto a sacramento Non uscir for de Batria delle porte, Sin che non è il iudicio a compimento; E fece il re da poi ponere a sorte Chi menar debba la dama al tormento, Perchè lei, che è cagion di tanto errore, Non ha già morte, ma pena maggiore.

35

Come tu vedi, per le chiome impesa Sopra a quel pino al vento se trastulla, E per farla campare è bene attesa D’ogni vivanda, e non gli manca nulla. La prima sorte a me dètte la impresa De stare in guardia alla falsa fanciulla, E così già tre giorni ho combattuto Contra a ciascun che gli vuol dare aiuto.

36

E sette cavallieri ho tratto a fine: E’ nomi tutti non te vo’ contare; Mira quei scudi e l’armi peregrine, Qual ciascadun di lor suolea portare. Tutti han perduto l’anime tapine, Per voler questa dama liberare; Il scudo de ciascuno e l’elmo e ’l corno Sono attaccati a quel troncon d’intorno.

37

E se caso averrà ch’io pur sia morto, Oringo e poi Locrino et Arïante Verran l’un dopo l’altro a questo porto, Ciascun di me più fiero et aiutante; E però, cavalliero, io te conforto Che non te curi di passare avante, Perchè qualunche al ponte non se attiene, Aver battaglia meco li conviene.

38

Orlando stava attento al cavalliero Che avea contata lunga diceria; Ma la donzella da quel pino altiero Forte piangendo, il cavallier mentia, Dicendo che malvaggio era e sì fiero, Che la tormenta sol per fellonia, E, perchè è dama e non può far diffesa, La tien per crudeltate al pino appesa.

39

E che sette baroni a tradimento Aveva occiso, e non per sua virtute, E per dar tema agli altri e gran spavento, Tenea quei scudi in mostra e le barbute. Così dicea la dama, e con lamento Parlava al conte per la sua salute, Per Dio pregando e, sempre, per pietate, Che non la lasci in tanta crudeltate.

40

Non stette Orlando già molto a pensare, Perchè pietà lo mosse incontinente, Dicendo a Uldarno o che l’abbia a spiccare, O che prenda battaglia di presente. Così l’un l’altro s’ebbe a disfidare; Ciascadun volta il suo destrier corrente, E vengonsi a ferir con cruda guerra: Al primo incontro Orlando il pose in terra.

41

Poi che fu il cavallier caduto al piano, Il conte prestamente al pino andava. Sopra una torre a quel ponte era un nano, Che incontinente un gran corno suonava; Dopo quel suono apparve a mano a mano Un cavalliero armato, che cridava, E morte al conte e gran pena minaccia, Se s’avicina al pino a vinte braccia.

42

Il conte aveva integra ancor sua lanza; Presto se volta, e quella al fianco arresta, E ferisce al baron con tal possanza, Che sopra al prato il fie’ batter la testa. Ma far nova battaglia ancor gli avanza, Chè ’l nano suona il corno a gran tempesta, E gionge il terzo cavalliero armato: Sì come gli altri, andò disteso al prato.

43

Sopra la torre il nano il corno suona: Il quarto cavallier ne vien palese. Orlando contra lui forte sperona, E con fraccasso a terra lo distese. Poi tutti, come morti, li abandona, E passa il ponte senza altre contese, E gionge al pino e smonta della sella: Salisce al tronco e spicca la donzella.

44

Giù per le rame la portava in braccio, E quella dama lo prese a pregare, Poichè tratta l’avea di tale impaccio, Che via con seco la voglia portare, Perchè di lei serìa fatto gran straccio, Se quivi se lasciasse ritrovare. Orlando la assicura e la conforta, In croppa se la pone, e via la porta.

45

Era la dama di extrema beltate, Malicïosa e di losinghe piena; Le lacrime teneva apparecchiate Sempre a sua posta, com’acqua di vena. Promessa non fie’ mai con veritate, Mostrando a ciascadun faccia serena; E se in un giorno avesse mille amanti, Tutti li beffa con dolci sembianti.

46

Come io dissi, la porta il conte Orlando, E già partito essendo di quel loco, Lei, con dolci parole ragionando, Lo incese del suo amore a poco a poco. Esso non se ne avide e, rivoltando Pur spesso il viso a lei, prende più foco, E sì novo piacer gli entra nel core, Che non ramenta più l’antiquo amore.

47

La dama ben s’accorse incontinente, Come colei che è scorta oltra misura, Che quel baron d’amore è tutto ardente, Onde a infiamarlo più pone ogni cura; E con bei motti e con faccia ridente, A ragionar con seco lo assicura; Però che ’l conte, ch’era mal usato, D’amor parlava come insonnïato.

48

Mille anni pare a lui che asconda il sole, Per non avere al scur tanta vergogna; Perchè, benchè non sappia dir parole, Pur spera de far fatti alla bisogna; Ma sol quel tempo d’aspettar gli dole, E fra se stesso quel giorno rampogna, Qual più de gli altri gli par longo assai, Nè a quella sera crede gionger mai.

49

E così cavalcando a passo a passo, Ragionando più cose intra di loro, A mezo un prato ritrovarno un sasso, Che è scritto tutto intorno a littre d’oro, E trenta gradi, dalla cima al basso, Avea tagliato con netto lavoro; Per questi gradi in cima se saliva A quel petron, che asembra fiamma viva.

50

Disse la dama al conte: Or te assicura, Se hai, come io credo, la virtù soprana, Che in questo sasso è la maggior ventura Che sia nel mondo tutto, e la più strana. Monta quei gradi e sopra quella altura: La pietra è aperta a guisa di fontana; Ivi te appoggia, e giù callando il viso Vedrai l’inferno e tutto il paradiso.

51

Il conte non vi fece altro pensiero: Certo il demonio e Dio veder si crede, Et alla dama lascia il suo destriero. Lei, come gionto sopra il sasso il vede, Forte ridendo disse: Cavalliero, Non scio se seti usato a gire a piede, Ma scio ben dir che usar ve gli conviene: Io vado in qua: Dio ve conduca bene.

52

Così dicendo volta per quel prato, E via fuggendo va la falsa dama. Rimase il conte tutto smemorato, E sè fuor d’intelletto e paccio chiama, Benchè serìa ciascun stato ingannato, Chè di legier si crede a quel che s’ama; Ma lui la colpa dà pure a se stesso, Locchio e balordo nomandosi spesso.

53

Non scia più che se fare il paladino, Poi che perduto è il suo bon Brigliadoro. Torna a guardare il sasso marmorino, E va leggendo quelle littre d’oro. Quivi ritrova che sepolto è Nino, Qual fu già re di questo tenitoro, E fece Ninivè, l’alta citate, Che in ogni verso è lunga tre giornate.

54

Ma lui, che de guardare ha poca cura, Poi che ha perduto il suo destrier soprano, Smonta dolente della sepoltura; E, caminando a piede per il piano, La notte gionge e tutto il cel se oscura. Vede una gente, e non molto lontano; E così andando ognior più s’avicina, Perchè la gente verso lui camina.

55

Dirovi tutta quanta poi la cosa, Qual gli incontrò, quando fu gionto al gioco, E serà di piacere e dilettosa; Ma poi la contaremo in altro loco, Perchè il cantar della storia amorosa È necessario abandonare un poco, Per ritornare a Carlo imperatore, E ricontarvi cosa assai maggiore.

56

Cosa maggior, nè di gloria cotanta Fu giamai scritta, nè di più diletto, Chè del novo Rugier quivi si canta, Qual fu d’ogni virtute il più perfetto Di qualunche altro che al mondo si vanta. Sì che, Segnori, ad ascoltar vi aspetto, Per farvi di piacer la mente sazia, Se Dio mi serva al fin la usata grazia.