Libro II · Canto I
Trentadue re a Biserta
Il giovane re d'Africa vuole invadere la Francia. I vecchi lo sconsigliano, Rodamonte li zittisce e un profeta svela il nome di Ruggiero.
In breve
Comincia il secondo libro, e il poeta annuncia che canterà di Ruggiero. Parte da lontano: da Alessandro Magno e dalla bella Elidonia discendono i re d'Africa, fino al giovane Agramante, figlio del re Troiano ucciso dai cristiani. Agramante, ventidue anni, convoca trentadue re nella sua reggia di Biserta, dove le pareti raccontano le imprese di Alessandro, e propone di invadere la Francia di Carlo Magno.
I vecchi re Branzardo e Sobrino lo sconsigliano: Sobrino ha già combattuto contro i paladini e sa quanto sono forti. Ma il gigantesco Rodamonte, re di Sarza, li deride e sfida chiunque si opponga. Il re di Garamanta, profeta del dio Apollino, predice la morte di tutti, eppure Agramante non cambia idea. Allora il profeta gli svela l'unico modo per vincere: portare con sé suo cugino Ruggiero, il miglior cavaliere del mondo, cresciuto dal mago Atlante sul monte di Carena. Agramante ordina di cercarlo.
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Capitolo 10
Agramante prepara la guerra
5 scene su questo canto · 4 min
- Scena 01Dall'altra parte del mare0:47
- Scena 02Il coraggio di dire aspetta0:44
- Scena 03La sfida di Rodomonte0:44
- Scena 04La voce di Garamanta0:51
- Scena 05Il cugino sconosciuto0:46
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
Qui comincia il secondo libro del poema. Il poeta promette una storia ancora più bella e un nuovo eroe: Ruggiero. Ma per arrivare a lui bisogna partire dall'Africa.
In Africa regnava un giovane re di ventidue anni, Agramante. Era bellissimo, ma aveva uno sguardo così fiero che quasi nessuno osava guardarlo in faccia. Suo padre era morto combattendo contro i cristiani.
Un giorno Agramante chiamò nella sua città, Biserta, i trentadue re che gli obbedivano. Arrivarono per terra e per mare, con la corona in testa. Sui muri della sala, tra l'oro e le pietre preziose, era scolpita la storia di Alessandro Magno, il re che aveva conquistato il mondo. Si vedeva Alessandro che volava in cielo portato da due grifoni, animali metà aquila e metà leone. E poi Alessandro calato in fondo al mare dentro un guscio di vetro, a guardare le balene.
Poi Agramante parlò. «La fama non si conquista andando a caccia o ballando. Si conquista con la spada. Venite con me in Francia, a fare guerra a Carlo Magno!»
Due vecchi re dissero di no. Il saggio Branzardo, che lo aveva tenuto in braccio da piccolo, ricordò che i suoi antenati erano già andati a combattere i cristiani, e non era tornato nessuno. Il vecchio Sobrino conosceva bene i paladini. «Ci sono Rinaldo, Orlando con la sua spada Durindana, il marchese Oliviero... Credimi, è meglio lasciarli stare.»
Allora si alzò Rodamonte, re di Sarza. Era un ragazzo alto come un gigante, fortissimo e superbo. «Questi vecchi hanno perso la testa!» disse. «Chi non segue il re è un traditore, e io lo sfido a duello.» Nessuno ebbe il coraggio di rispondergli.
Nessuno, tranne il re di Garamanta, un mago di più di novant'anni che passava le notti a contare le stelle. «Ascoltate le parole del dio Apollino» disse. «Chi andrà in Francia non tornerà più, e Rodamonte nemmeno.» Rodamonte rise a crepapelle: «A parlare non è il tuo dio, è il troppo vino!»
Agramante non cambiò idea. Anzi, disse che dopo la Francia voleva conquistare tutta la terra, e poi fare guerra perfino al paradiso! Tutti i re giurarono di seguirlo. Allora il vecchio indovino rivelò un segreto. «C'è un solo modo per vincere. Nel tuo regno vive tuo cugino, il miglior cavaliere del mondo. Si chiama Ruggiero. Lo ha cresciuto il mago Atlante, sul monte di Carena, in un giardino incantato. Lo ha nutrito con il midollo dei leoni e gli ha insegnato a usare ogni arma. Se lo porterai con te, vincerai.»
Agramante gli credette e ordinò di cercare Ruggiero su tutta la montagna. Ma come si fa a entrare in un giardino incantato? Lo scopriremo andando avanti con la storia.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
Torna la primavera ott. 1–4
In primavera, quando la terra si copre di verde e gli alberi di fiori, giovani, dame e ogni creatura fanno festa; poi arriva l'inverno e la gioia se ne va. Così, dice il poeta, ai tempi dei cavalieri antichi, quando la virtù fioriva, c'erano allegria e cortesia; poi sparirono per tanto tempo. Ora quell'inverno è finito, e il mondo rifiorisce di virtù.
Il poeta torna dunque a cantare «la più bella istoria», se lo ascolterete in silenzio: le imprese dei cavalieri antichi, le battaglie di Orlando innamorato e soprattutto il valore, la forza e la bellezza di Ruggiero, «il terzo paladino». La sua fama arrivò dappertutto, eppure la sorte gli fece un torto tremendo: il giovane morì per un tradimento.
Alessandro ed Elidonia ott. 5–9
Nel libro di Turpino è scritto che Alessandro, il grande re che aveva messo sottosopra il mondo, si innamorò in Egitto di una ragazza, e per amore di lei costruì sul mare una ricca città, chiamata col suo nome: Alessandria, che esiste ancora. Poi andò a Babilonia, dove un suo uomo di fiducia lo avvelenò, e il mondo intero precipitò nella guerra: ognuno voleva prendersene un pezzo.
La ragazza, Elidonia, era incinta di sei mesi. Vedendo il mondo in rovina, salì da sola su una barchetta senza timoniere e si affidò alla sorte. Il vento, con il mare calmo, la spinse fino in Africa, dove un vecchio pescatore la accolse con bontà. Tre mesi dopo, nella sua povera capanna, Elidonia partorì tre figli. Lì sorse poi la città che, per quei tre figli, si chiama ancora Tripoli.
La stirpe dei re d'Africa ott. 10–17
I tre ragazzi, Sonniberra, Attamandro e Argante, bello come un giglio, crebbero così valorosi che sconfissero il re Gorgone, signore dell'Africa. Diventarono padroni di tutta l'Africa, dalla Barberia alla terra dei Neri, non con la forza o l'astuzia ma con la loro bontà: regalavano tutto quello che conquistavano, e i popoli venivano da soli a chiedere di obbedire loro. Così, senza combattere, ebbero tutta la costa dall'Egitto al Marocco e l'interno fino al deserto.
I due maggiori morirono senza figli e il regno passò ad Argante. Da lui discende la casata africana che fece tanto male ai cristiani: prese la Spagna e parte dell'Italia e portò la guerra in Francia. Da quella stirpe vennero il potente Barbante, ucciso in Spagna da Carlo Magno, e il re Agolante, padre del feroce Troiano, che fu ucciso combattendo contro Orlando, Don Chiaro e il buon Ruggiero vassallo.
Di Troiano rimase un bambino di sette anni, bellissimo ma con lo sguardo terribile: diventerà il flagello dei cristiani. Oggi ha ventidue anni e si chiama Agramante. In Africa nessuno osa guardarlo in faccia, tranne un giovane ancora più fiero, alto venti piedi, figlio del gigante Ulieno di Sarza: un guerriero che metterà a ferro e fuoco la Francia e sarà famoso da oriente a occidente.
Trentadue re a Biserta ott. 18–21
Agramante convoca i trentadue re che gli obbediscono. In quattro mesi arrivano tutti, per terra e per mare, a Biserta, che allora era una grande città: oggi, dice il poeta, è distrutta, perché in questa guerra Orlando la rase al suolo. L'esercito si accampa fuori, e i re entrano in città tra grandi feste, con la corona in testa.
Nel castello di Agramante, il più magnifico che il sole abbia mai visto, i re salgono le scale a due a due, vestiti d'oro, ed entrando credono di vedere il paradiso. La sala è lunga cinquecento passi e larga cento, con il soffitto d'oro e smalti colorati; sulle pareti, tra zaffiri e pietre preziose, è scolpita tutta la storia di Alessandro Magno.
Le imprese di Alessandro sui muri ott. 22–30
Si vede l'astrologo che, fuggito dal suo regno, aveva ingannato una regina presentandosi a lei in forma di serpente; poi la nascita di Alessandro, e il ragazzo che in una foresta cattura un cavallo con le corna in testa, Bucefalo. In sella a lui Alessandro passa il mare. Dario gli viene contro con tanta gente da coprire la terra, ma viene sconfitto, e quando torna più forte di prima è sbaragliato di nuovo. Poi Basso, il traditore che uccide il proprio signore, e Alessandro che glielo fa pagare.
Ecco Alessandro in India, che attraversa a nuoto il Gange; chiuso da solo in una città nemica, ne fa crollare le mura addosso agli avversari. Poi Poro, re dell'India, un gigante che va in groppa a un elefante perché nessun cavallo lo regge: Alessandro lo prende vivo e, da uomo di valore, lo lascia libero con onore. C'è anche il basilisco, il serpente che dal passo di una montagna spaventava tutti con il suo fischio e faceva male con lo sguardo: Alessandro, su consiglio di un sapiente, lo uccide mettendo uno specchio sullo scudo.
Conquistata la terra, si fa portare in cielo da due grifoni; poi si cala in mare dentro un vetro, vede le balene e i grandi pesci, e risale sano e salvo. Infine Alessandro, che ha vinto tutto, è vinto dall'amore per Elidonia. Poi la sua morte, avvelenato con una coppa d'oro dal traditore Antipatro, e il mondo in guerra; e ancora Elidonia accolta dal vecchio, i tre bambini nati sulla spiaggia tra le reti stese, e le imprese dei tre fratelli.
Agramante vuole la guerra ott. 31–37
I re entrano a bocca aperta, tra danze e musica di trombe, tamburi e pifferi. In alto, sul suo seggio, siede Agramante in abito regale. I re si inchinano fino a terra; lui li abbraccia e li bacia uno per uno, poi fa uscire tutti gli altri: restano solo i re, i consiglieri e i nobili. Appena il signore apre bocca, cala il silenzio.
«Signori» comincia Agramante, «più so che mi amate, più devo amarvi, e voglio che il vostro onore cresca insieme al mio. Ma la nostra fama non resterà nel mondo andando a caccia, ballando o corteggiando le dame nei giardini: la faranno conoscere i tamburi di guerra. Dopo la morte resta solo la fama, e la vita è breve. Alessandro, il capostipite della nostra casa, non ha conquistato il mondo con i banchetti: la sua storia, che vedete qui, dimostra che l'onore si guadagna sudando, con la spada in pugno. Perciò, se tenete al vostro onore e mi volete bene, venite con me in Francia a fare guerra a re Carlo, per allargare la legge di Macone.»
Il consiglio di Branzardo ott. 38–43
Il re tace e aspetta. Tutti guardano il vecchio Branzardo, re di Bugia, considerato il più saggio, e lui si alza: «Signore, le cose si conoscono con il ragionamento, con gli esempi o con l'esperienza, e io ti dico che questa spedizione sarà dannosa e inutile. Carlo si difenderà con i suoi vecchi guerrieri, abituati a combattere insieme e a non abbandonarsi mai; tu dovrai radunare soldati nuovi, che perderanno.
L'esempio ce lo dà proprio Alessandro: con veterani dai capelli bianchi, abituati a combattere fianco a fianco, sterminò l'esercito enorme e confuso di Dario, dove nessuno conosceva l'altro. E l'esperienza, purtroppo, viene dal nostro popolo: un discendente del tuo bisnonno passò in Italia con moltissimi guerrieri, e morirono tutti, Almonte, Agolante e infine tuo padre Troiano. Perciò, per Dio, lascia perdere. Se ti contraddico è perché ti voglio bene: ti ho portato in braccio da piccolo, per me sei un signore e un figlio.»
Sobrino conosce i paladini ott. 44–51
Si alza un altro vecchio saggio, Sobrino, re di Algoco, che il re Agolante aveva mandato a esplorare le terre cristiane. «Signore, la mia barba è bianca, ma il mio coraggio è lo stesso di quando andai a Risa ad affrontare Ruggiero. Non parlo per paura: la mia vita durerà poco comunque, e la spenderò come vorrai. Ma da vecchio servitore ti dico ciò che penso.
In Francia si arriva in due modi. Dritti per mare, verso Acquamorta, sarebbe da disperati: i cristiani ci aspetterebbero armati sulla riva, e dieci di loro valgono cento dei nostri. Meglio passare lo stretto di Gibilterra: Marsilio, re di Spagna, tuo parente, verrà volentieri con te. Così si dice; ma secondo me alla fine ci sarà più da fare che all'inizio.
In Guascogna, a Montalbano, troveremo il terribile Rinaldo a difendere il passo: Dio ci protegga dalla sua mano! E anche se lo caccerai, ti assalirà da un'altra parte. Poi verrà Carlo con tutta la corte, ad aspettarci in campo aperto. E verrà quel maledetto che ha il corno di Almonte e Durindana, Orlando: la sua spada taglia tutto quello che trova. Conosco Gano e il Danese, che sembra un gigante, re Salamone e il marchese Oliviero: li ho affrontati quando passò il mare tuo nonno Agolante. Credimi, la cosa migliore è lasciarli stare.»
Rodamonte non vuole sentire ragioni ott. 52–56
Ma si alza il re di Sarza, figlio di Ulieno: un giovane più grande e muscoloso del padre, coraggiosissimo e così superbo da disprezzare il mondo intero. «Ogni fiamma prima è piccola, poi diventa un gran fuoco, e alla fine si spegne a poco a poco. Così gli uomini: passata la giovinezza, perdono la vista, il senno e il coraggio. Questi due erano saggi, ora hanno perso la testa, e negano al re quello che ci ha chiesto addirittura pregando. Le teste bianche danno più volentieri consigli che aiuto.
Il re non vi chiede consiglio: vi chiede di seguirlo. Chi dice di no è un traditore, e io lo sfido a duello mortale.»
Questo giovane si chiama Rodamonte: non ci fu mai un ragazzo più fiero di lui, ha il corpo di un gigante, e delle sue prodezze, promette il poeta, si parlerà molto. Ora si guarda intorno con aria minacciosa, ma tutti tacciono, spaventati.
La profezia di Apollino ott. 57–62
Al consiglio c'è anche il re di Garamanta, sacerdote del dio Apollino, un vecchio di oltre novant'anni, mago, astrologo e indovino. Nella sua terra, una pianura sterminata, non è mai nata una pianta, e da lì vede il cielo fino all'orizzonte: conta le stelle e misura il cielo.
Il vecchio non si lascia intimidire: «Questo ragazzo vuole parlare solo lui. Mi faccia pure tutto il male che può: ascoltate voi le parole del dio, perché mi dispiace per voi, non per lui. Dice il grande Apollino: tutti quelli che andranno in Francia saranno uccisi e fatti a pezzi, grandi e piccoli. E Rodamonte diventerà cibo per i corvi di Francia.»
Rodamonte ascolta ridendo a crepapelle, poi risponde: «Finché siamo qui, profetizza quanto vuoi; ma quando distruggeremo la Francia a ferro e fuoco, non venirmi intorno, perché là il profeta sarò io. Spaventa gli altri, non me: a farti parlare a nome di Apollino sono il cervello vuoto e il troppo vino.» Molti ridono. I giovani sono impazienti di partire; ma i vecchi, che avevano provato i cavalieri cristiani al tempo di Agolante, sono convinti che sarà la rovina dell'Africa.
Tutti giurano ott. 63–67
Agramante alza la mano e ottiene il silenzio: «Signori, io andrò comunque contro Carlo Magno, e voglio che veniate tutti: sono abituato a comandare, non a obbedire. E non pensate di riposarvi dopo: vinti i cristiani, mi getterò sugli altri popoli finché avrò sottomesso tutta la terra. E poi voglio fare guerra anche al paradiso.»
Rodamonte si alza tutto contento: «Signore, ti seguirò sempre, in cielo e all'inferno, o ti passerò davanti!» Lo stesso giurano Alzirdo, re di Tremisona, il forte re di Orano, appena incoronato, e il re di Arzila, che giura su Maometto di seguire il suo signore fino alla morte. Giurano tutti, facendo a gara a chi è più fiero, e anche i vecchi promettono. Solo il re di Garamanta riprende la parola.
Il segreto di Ruggiero ott. 68–77
«Signore, verrò anch'io in Europa a morire, perché Saturno, signore dell'ascendente, ci farà perire comunque; tanto sono così vecchio che non vivrei ancora a lungo. Ma ascolta almeno questo, da parte di Apollino. Nel tuo regno vive un cavaliere che non ha uguali: le stelle dicono che è l'uomo migliore del mondo. Se lo avrai con te, in Francia conquisterai gloria e caccerai più volte re Carlo.
È tuo cugino: sua madre Galaciella era la sorella di tuo padre. Per fortuna Macone ha voluto che fosse saraceno: da cristiano avrebbe distrutto il nostro popolo. Suo padre era il buon Ruggiero, fiore di tutti i cavalieri. Quando lui fu tradito e la città di Risa fu bruciata, la povera madre tornò tra noi e partorì due gemelli: uno è lui, che si chiama Ruggiero come il padre; l'altra è una bambina che io non ho visto, ma che somiglia al fratello ed è bellissima, perché lui è più bello del sole.
Galaciella morì di parto, e i bambini finirono nelle mani di Atlante, un negromante del tuo regno. Vive sul monte di Carena, in un giardino incantato dove credo che nessuno riesca a entrare. Sapendo dalle stelle quanta forza avrebbe avuto il bambino, lo ha nutrito solo con midollo e nervi di leone e gli ha insegnato ogni segreto delle armi. Fa' di tutto per averlo, anche se ti costerà fatica: è l'unico modo per sconfiggere Carlo. Altrimenti il tuo esercito sarà distrutto e tu morirai con lui.»
Agramante gli crede, perché tutti lo considerano un profeta: ha sempre letto le stelle e annunciato in anticipo abbondanza, guerra, pace e carestia. Si decide subito di frugare tutto il monte finché non si troverà quel giovane. «Il canto finisce qui» dice il poeta. «Signori, tornate al prossimo: vi prometto cose ancora più belle.»
Parole difficili
- manza ott. 5: innamorata.
- fantina ott. 7: ragazza, giovane donna.
- Barberia ott. 11: la costa dell'Africa del nord, la terra dei Berberi.
- gesta ott. 13: stirpe, casata.
- conte d'Anglante ott. 14: Orlando, signore di Anglante.
- citello ott. 15: bambino.
- ballassi ott. 21: balasci, pietre preziose rosse simili al rubino.
- ronzone ott. 23: cavallo.
- basilisco ott. 27: serpente leggendario che uccideva con lo sguardo.
- catafalco ott. 31: palco.
- Macone ott. 37: Maometto, come lo chiamano i poemi cavallereschi.
- zinia ott. 41: genia, gente da poco.
- Acquamorta ott. 47: Aigues-Mortes, porto sulla costa meridionale della Francia.
- Zibeltaro ott. 48: Gibilterra, lo stretto tra la Spagna e l'Africa.
- Apollino ott. 57: uno degli dèi che i poemi cavallereschi attribuiscono ai saraceni.
- ascendente ott. 68: in astrologia, la costellazione che sorge all'orizzonte in un certo momento e che, si credeva, ne decide il destino.
- barbasore ott. 73: sapiente, saggio.
- medolle ott. 74: midollo.
Il testo di Boiardo
77 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Nel grazïoso tempo onde natura Fa più lucente la stella d’amore, Quando la terra copre di verdura, E li arboscelli adorna di bel fiore, Giovani e dame et ogni creatura Fanno allegrezza con zoioso core; Ma poi che ’l verno viene e il tempo passa, Fugge il diletto e quel piacer si lassa.
Così nel tempo che virtù fioriva Ne li antiqui segnori e cavallieri, Con noi stava allegrezza e cortesia, E poi fuggirno per strani sentieri, Sì che un gran tempo smarirno la via, Nè del più ritornar ferno pensieri; Ora è il mal vento e quel verno compito, E torna il mondo di virtù fiorito.
Et io cantando torno alla memoria Delle prodezze de’ tempi passati, E contarovi la più bella istoria (Se con quïete attenti me ascoltati) Che fusse mai nel mondo, e di più gloria, Dove odireti e’ degni atti e pregiati De’ cavallier antiqui, e le contese Che fece Orlando alor che amore il prese.
Voi odireti la inclita prodezza E le virtuti de un cor pellegrino, L’infinita possanza e la bellezza Che ebbe Rugiero, il terzo paladino; E benchè la sua fama e grande altezza Fu divulgata per ogni confino, Pur gli fece fortuna extremo torto, Chè fu ad inganno il giovanetto morto.
Nel libro de Turpino io trovo scritto Come Alexandro, il re di gran possanza, Poi che ebbe il mondo tutto quanto afflitto E visto il mare e il cel per sua arroganza, Fu d’amor preso nel regno de Egitto De una donzella, et ebbela per manza; E per amor che egli ebbe a sua beltade, Sopra il mar fece una ricca citade.
E dal suo nome la fece chiamare, Dico Alexandria, et ancor si ritrova; Dapoi lui volse in Babilonia andare, Dove fu fatta la dolente prova, Che un suo fidato l’ebbe a velenare, Onde convien che ’l mondo si commova, E questo un pezzo e quello un altro piglia; Il mondo tutto a guerra se ascombiglia.
Stava in Egitto alora la fantina, Che fu nomata Elidonia la bella, Gravida de sei mesi la meschina, Quando sentitte la trista novella. Veggiendo il mondo che è tutto in ruina, Intrò soletta in una navicella, Che non avea governo di persona, Et a fortuna le vele abandona.
Lo vento in poppa via per mar la caccia, In Africa quel vento la portava. Sereno è il celo e il mar tutto in bonaccia, La barca a poco a poco in terra andava. Quella donzella, levando la faccia, Visto ebbe un vecchiarel che ivi pescava: A questo aiuto piangendo dimanda, E per mercede se gli racomanda.
Quel la ricolse con umanitate, E, poi che ’l terzo mese fu compito, Ne la capanna di sua povertate La dama tre figlioli ha parturito. Quivi fu fatta poi quella citate Che Tripoli è nomata, in su quel lito; Per gli tre figli che ebbe quella dama; Tripoli ancora la cità se chiama.
E come il cel dispone gioso in terra, Fôrno quei figli di tanto valore, Che il re Gorgone vinsero per guerra, Qual de l’Africa prima era segnore. L’un d’essi fu nomato Sonniberra, Che fu il primo che nacque, e fu il maggiore; Il secondo Attamandro, e il terzo figlio Nome ebbe Argante, e fu bel come un giglio.
E’ tre germani preser segnoria De Africa tutta, come io ho contato, E la rivera della Barberia E la terra de’ Negri in ogni lato. Non per prodezza nè per vigoria, Non per gran senno acquistâr tutto il stato, Ma la natura sua, ch’è tanto bona, Tirava ad obedirli ogni persona.
Perchè l’un più che l’altro fu cortese, E sempre l’acquistato hanno a donare; Onde ogni terra e ciascadun paese Di grazia gli veniva a dimandare. E così subiugâr senza contese Dallo Egitto al Morocco tutto il mare, Et in fra terra, quanto andar si puote Verso il deserto, alle gente remote.
Morirno senza eredi e’ duo maggiori, E solo Argante il regno tutto prese, Che ebbe nel mondo triomfali onori; E di lui l’alta gesta poi discese, Della casa Africana e’ gran segnori, Che ferno a’ Cristïan cotante offese, E preser Spagna con grande arroganza, Parte de Italia, e tempestarno in Franza.
Nacque di questo il possente Barbante, Che in Spagna occiso fu da Carlo Mano; E fu di questa gente re Agolante, Di cui nacque il feroce re Troiano, Qual in Bergogna col conte d’Anglante Combattè, e con duo altri sopra il piano, Ciò fu Don Chiaro e ’l bon Rugier vassallo: Da lor fu morto, e certo con gran fallo.
Del re Troiano rimase un citello, Sette anni avea quando fu il patre occiso: Di persona fu grande e molto bello, Ma di terribil guardo e crudel viso. Costui fu de’ Cristian proprio un flagello, Sì come in questo libro io ve diviso. State, segnori, ad ascoltarme un poco, E vederiti il mondo in fiamma e in foco.
Vinti duo anni il giovanetto altiero Ha già passati, et ha nome Agramante, Nè in Africa si trova cavalliero Che ardisca di guardarlo nel sembiante, Fuor che un altro garzone, ancor più fiero, Che vinti piedi è dal capo alle piante, Di summo ardire e di possanza pieno; Questo fu figlio del forte Ulïeno.
Ulïeno di Sarza, il fier gigante, Fu patre a quel guerrier di cui ragiono, Qual fu tanto feroce et arrogante, Che pose tutta Francia in abandono; E dove il sol si pone e da levante, De l’alto suo valor odise il suono. Or vo’ contarvi, gente pellegrine, Tutta la cosa dal principio al fine.
Fece Agramante a consiglio chiamare Trentaduo re, che egli ha in obidïenzia; In quattro mesi gli fie’ radunare, E fuor’ tutti davanti a sua presenzia. Chi vi gionse per terra e chi per mare: Non fu veduta mai tanta potenzia; Trentadue teste, tutte coronate, Biserta entrarno, in quella gran citate.
Era in quel tempo gran terra Biserta, Che oggi è disfatta al litto alla marina, Però che in questa guerra fu deserta: Orlando la spianò con gran roina. Or, come io dissi, alla campagna aperta Fuor se accampò la gente saracina; Dentro a la terra entrarno con gran festa Trentaduo re con le corone in testa.
Eravi un gran castello imperïale, Dove Agramante avea sua residenzia: Il sol mai non ne vide uno altro tale, Di più ricchezza e più magnificenzia. A duo a duo montarno i re le scale, Coperti a drappi d’ôr per excellenzia; Intrarno in sala, e ben fu loro aviso Veder il celo aperto e il paradiso.
Lunga è la sala cinquecento passi, E larga cento aponto per misura: Il cel tutto avea d’oro a gran compassi, Con smalti rossi e bianchi e di verdura. Giù per le sponde zaffiri e ballassi Adornavan nel muro ogni figura, Però che ivi intagliata, con gran gloria, Del re Alexandro vi è tutta la istoria.
Lì si vedea lo astrologo prudente, Qual del suo regno se ne era fuggito, Che una regina in forma de serpente Avea gabbata, e preso il suo appetito. Poi se vedeva apresso incontinente Nato Alexandro, quel fanciullo ardito, E come dentro ad una gran foresta Prese un destrier che avea le corna in testa.
Buzifal avea nome quel ronzone: Così scritto era in quella depintura; Sopra vi era Alexandro in su l’arcione, E già passato ha il mar senza paura. Qui son battaglie e gran destruzïone: Quel re di tutto il mondo non ha cura; Dario gli venne incontra in quella guerra, Con tanta gente che coprì ogni terra.
Alexandro il superbo l’asta abassa, Pone a sconfitta tutta quella gente, E più Dario non stima et oltra passa; Ma quel ritorna ancora più possente, E di novo Alexandro lo fraccassa. Poi se vedeva Basso il fraudolente, Che a tradimento occide il suo segnore, Ma ben lo paga il re di tanto errore.
E poi si vede in India travargato, Natando il Gange, che è sì gran fiumana; Dentro a una terra soletto è serrato, Et ha d’intorno la gente villana. Ma lui ruina il muro in ogni lato Sopra a’ nemici e quella terra spiana; Passa più oltra e qui non se ritiene; Ecco il re d’India, che adosso gli viene.
Porone ha nome, et è sì gran gigante: Non ritrova nel mondo alcun destriero, Ma sempre lui cavalca uno elefante. Or sua prodezza non gli fa mestiero, Nè le sue gente, che n’avea contante, Perchè Alexandro, quel segnore altiero, Vivo lo prende; e, com’om di valore, Poi che l’ha preso, il lascia a grande onore.
Eravi ancora come il basilisco Stava nel passo sopra una montagna, E spaventa ciascun sol col suo fisco, E con la vista la gente magagna; Come Alexandro lui se pose a risco Per quella gente ch’era alla campagna, E, per consiglio di quel sapïente, Col specchio al scudo occise quel serpente.
In somma ogni sua guerra ivi è depinta Con gran ricchezza e bella a riguardare. Possa che fu la terra da lui vinta, A duo grifon nel cel si fa portare Col scudo in braccio e con la spada cinta; Poi dentro a un vetro se calla nel mare, E vede le balene e ogni gran pesce, E campa, e ancor quivi di fuora n’esce.
Dapoi che vinto egli ha ben ogni cosa, Vedesi lui, che è vinto da l’amore; Perchè Elidonia, quella grazïosa, Con soi begli occhi gli ha passato il core. Evi da poi sua morte dolorosa, Come Antipatro il falso traditore, L’ha avelenato con la coppa d’oro; Poi tutto ’l mondo è in guerra e gran martoro.
Fugge la dama misera tapina, Et è ricolta dal vecchio cortese, E parturisce in ripa alla marina Tre fanciulletti alle rete distese; Et evi ancor la guerra e la roina Che fanno e’ tre germani in quel paese, Sonniberra, Attamandro e il bello Argante: L’opre di lor sono ivi tutte quante.
Intrarno e' re la gran sala mirando, Ciascun per meraviglia venìa meno; Genti legiadre e donzelle danzando Aveano il catafalco tutto pieno. Trombe, tamburi e piffari, sonando, Di romor dolce empian l’aer sereno: Sopra costoro ad alto tribunale Stava Agramante in abito reale.
Ad esso fier’ quei re gran riverenzia, Tutti chinando alla terra la faccia; Lui gli racolse con lieta presenzia, E ciascadun di lor baciando abraccia. Poi fece a l’altra gente dar licenzia. Incontinente la sala se spaccia: Restarno i re con tutti e’ consiglieri, Duci e marchesi e conti e cavallieri.
Di qua di là da l’alto tribunale, Trentadue sedie d’ôr sono ordinate; Poi l’altre son più basse e diseguale, Pur vi sta gente di gran dignitate. Là più si parla, chi bene e chi male, Secondo che ciascuno ha qualitate; Ma, come odirno il suo segnor audace, Subitamente per tutto si tace.
Lui cominciò: Segnor, che qui adunati Seti venuti al mio comandamento, Quanto cognosco più che voi me amati, Come io comprendo per experimento, Più debbo amarvi et avervi onorati; E certamente tutto il mio talento È sempre mai d’amarvi, e il mio disio Che ’l vostro onor se exalti insieme e il mio.
Ma non già per cacciare, o stare a danza, Nè per festeggiar dame nei giardini, Starà nel mondo nostra nominanza, Ma cognosciuta fia da tamburini. Dopo la morte sol fama ne avanza, E veramente son color tapini Che d’agrandirla sempre non han cura, Perchè sua vita poco tempo dura.
Nè vi crediate che Alexandro il grande, Qual fu principio della nostra gesta, Per far conviti de optime vivande Vincesse il mondo, nè per stare in festa. Ora per tutto il suo nome si spande, E la sua istoria, che è qui manifesta, Mostra che al guadagnar d’onor si suda, E sol s’acquista con la spada nuda.
Onde io vi prego, gente di valore, Se di voi stessi aveti rimembranza, E se cura vi tien del vostro onore, S’io debbo aver di voi giamai speranza, Se amati ponto me, vostro segnore, Meco vi piaccia di passare in Franza, E far la guerra contra al re Carlone Per agrandir la legge di Macone.
Più oltra non parlava il re nïente, E la risposta tacito attendia. Fu diverso parlar giù tra la gente, Secondo che ’l parer ciascuno avia. Tenuto era fra tutti il più prudente Branzardo, quel vecchion, re di Bugia, E, veggiendo che ogni om solo a lui guarda, Levasi al parlamento e più non tarda.
Magnanimo segnor, disse il vecchione, Tutte le cose de che se ha scïenzia, O ver che son provate per ragione, O per exempio, o per esperïenzia; E così, rispondendo al tuo sermone, Dapoi ch’io debbo dir la mia sentenzia, Dirò che contra del re Carlo Mano Il tuo passaggio fia dannoso e vano.
Et evi a questo ragion manifesta. Carlo potente al suo regno si serra, Et ha la gente antiqua di sua gesta, Che sempre sono usati insieme a guerra; Nè, quando la battaglia è in più tempesta, Lasciarìa l’un compagno l’altro in terra; Ma a te bisogna far tua gente nova, Qual con l’usata perderà la prova.
Exempio ben di questo ci può dare Il re Alexandro, tuo predecessore, Che con gente canuta passò il mare, Ma insieme usata con tanto valore. Dario di Persia il venne a ritrovare, E messe molta gente a gran romore: Perchè l’un l’altro non recognoscia, Morta e sconfitta fu quella zinia.
La experïenzia voria volentieri Poterla dimostrare in altra gente Che nella nostra, perchè Caroggieri, Qual del bisavol tuo fu discendente, Passò in Italia con molti guerreri. Tutti fôr morti con pena dolente: Fu morto Almonte e Agolante il soprano, E dopo tutti il tuo patre Troiano.
Sì che lascia per Dio! la mala impresa, E frena l’ardir tuo con tempo e spaccio. Dolce segnor, s’io te faccio contesa, Sicuramente più de gli altri il faccio, E d’ogni danno tuo troppo mi pesa, Chè piccoletto t’ho portato in braccio; E tanto più me stringe il tuo periglio, Ch’io te ho come segnore e come figlio.
Fu il re Branzardo a terra ingenocchiato, Poi nel suo loco ritorna a sedere. In piede un altro vecchio fu levato, Ch’è ’l re d’Algoco, et ha molto sapere: Nostro paese avea tutto cercato, Però che fu mandato a provedere Dal re Agolante ogni nostro confino, Et è costui nomato il re Sobrino.
Segnor, disse costui, la barba bianca, Qual porto al viso, dà forse credenza Che per vecchiezza l’animo mi manca; Ma per Macon ti giuro e sua potenza, Che, a bench’io senta la persona stanca, De l’animo non sento differenza Da quel ch’egli era nel tempo primiero, Che andai a Rissa a ritrovar Rugiero.
Sì che non creder che per codardia Il tuo passaggio voglio sconfortare, Nè per la tema della vita mia, Che in ogni modo poco può durare. Benchè di piccol tempo e breve sia, Spender la voglio sì come ti pare; Ma, come quel che son tuo servo antico, Quel che meglio mi par, conseglio e dico.
Sol per duo modi in Franza pôi passare: Quei lochi ho tutti quanti già cercati. L’uno è verso Acquamorta il dritto mare: Partito serìa quel da disperati, Chè, come in terra vogli dismontare, Staranno al litto e' Cristïani armati, Tutti ordinati nel suo guarnimento: Dece di lor varran de’ nostri cento.
Par l’altro modo più convenïente, Passando giù nel stretto Zibeltaro: Marsilio re di Spagna, il tuo parente, Avrà questa tua impresa molto a caro, E teco ne verrà con la sua gente, Nè avrà Cristianitate alcun riparo. Così se dice, ma il mio core estima Che più serà che fare al fin, che prima.
Nella Guascogna scenderemo al piano, E quella gente poneremo al basso; Ma qui ritrovaremo a Montealbano Ranaldo il crudo, che diffende il passo. Dio guardi ciascadun dalla sua mano! Non si può contrastare a quel fraccasso; Poi che l’avrai sconfitto e discacciato, Ancor te assalirà da un altro lato.
Carlo verrà con tutta la sua corte: Non è nel mondo gente più soprana. Nè stimar che sian dentro da le porte, Ma sotto alle bandiere, in terra piana. Verrà quel maladetto che è sì forte, Che ha il bel corno d’Almonte e Durindana: Non è riparo alcuno a sua battaglia, Chè ciò che trova, con la spada taglia.
Cognosco Gano e cognosco il Danese, Che fu pagano, e par proprio un gigante; Re Salamone e Oliviero il marchese, Ad uno ad un lor gente tutte quante. Nui se trovamo seco alle contese, Quando passò tuo avo, il re Agolante; Io gli ho provati: possote acertare Che ’l bon partito è de lasciargli stare.
Parlò in tal forma quel vecchio canuto, Quale io ve ho racontata, più nè meno. Il re de Sarza fu un giovane arguto: Questo era il figlio del forte Ulïeno, Maggiore assai del patre e più membruto. Nullo altro fu d’ardir più colmo e pieno; Ma fu superbo et orgoglioso tanto, Che disprezava il mondo tutto quanto.
Levossi in piede e disse: In ciascun loco Ove fiamma s’accende, un tempo dura, Piccola prima, e poi si fa gran foco; Ma come viene al fin, sempre se oscura, Mancando del suo lume a poco a poco. E così fa l’umana creatura, Che, poi che ha di sua età passato il verde, La vista, il senno e l’animo si perde.
Questo ben chiar si vede nel presente Per questi duo che adesso hanno parlato, Perchè ciascun di lor già fu[r] prudente, Ora è di senno tutto abandonato, Tanto che niega al nostro re potente, Quel che, pregando ancor, gli ha dimandato; Così dà sempre ogni capo canuto Più volentier consiglio che lo aiuto.
Non vi domanda consiglio il segnore, Se ben la sua proposta aveti intesa, Ma per sua riverenza e vostro onore Sieco il passaggio alla reale impresa. Qualunche il niega, al tutto è traditore, Sì che ciascun da me faccia diffesa, Qual contradice al mandato reale, Ch’io lo disfido a guerra capitale.
Così parlava il giovanetto acerbo, Che è re di Sarza, come io vi contai. Rodamonte si chiama quel superbo, Più fier garzon di lui non fu giamai; Persona ha de gigante e forte nerbo: Di sue prodezze ancor diremo assai. Or guarda intorno con la vista scura, Ma ciascun tace et ha di lui paura.
Era in consiglio il re di Garamanta, Quale era sacerdote de Apollino. Saggio, e de gli anni avea più de nonanta, Incantatore, astrologo e indovino. Nella sua terra mai non nacque pianta, Però ben vede il celo a ogni confino: Aperto è il suo paese a gran pianura, Lui numera le stelle e il cel misura.
Non fu smarito il barbuto vecchione, A benchè Rodamonte ancor minaccia, Ma disse: Bei segnor, questo garzone Vol parlar solo e vol che ogni altro taccia. Pur [che] esso non ascolti il mio sermone, Il mal che mi può far, tutto mi faccia; Ascoltati de Dio voi le parole, Chè non di lui, ma de gli altri mi dole.
Gente devota, odeti et ascoltati Ciò che vi dice il dio grande Apollino: Tutti color che in Francia fian portati, Dopo la pena del lungo camino Morti seranno e per pezzi tagliati, Non ne camparà grande, o picciolino: E Rodamonte con sua gran possanza Diverrà pasto de’ corbi de Franza.
Poi che ebbe detto, se pose a sedere Quel re, che ha molta tela al capo involta. Ridendo Rodamonte a più potere La profezia di quel vecchione ascolta. Ma quando quieto lo vide e tacere, Con parlare alto e con voce disciolta — Mentre che siam qua, disse, io son contento Che quivi profetezi a tuo talento;
Ma quando tutti avrem passato il mare, E Franza struggieremo a ferro e a foco, Non me venistù intorno a indovinare, Perch’io serò il profeta di quel loco. Male a quest’altri pôi ben minacciare, A me non già, che ti credo assai poco, Perchè scemo cervello e molto vino Parlar te fa da parte de Apollino.
Alla risposta di quello arrogante Riseno molti e odirla volentieri. Giovani assai della gente africante A quell’impresa avean gli animi fieri; Ma e’ vecchi, che passâr con Agolante E che provarno e’ nostri cavallieri, Mostravan che questo era per ragione De Africa tutta la destruzïone.
Grande era giù tra quelli il ragionare, Ma il re Agramante, stendendo la mano, Pose silenzio a questo contrastare; Poi con parlar non basso e non altano Disse: Segnor, io pur voglio passare In ogni modo contra a Carlo Mano, E voglio che ciascun debbia venire, Ch’io soglio comandar, non obedire.
Nè vi crediate, poi che la corona Serà di Carlo rotta e dissipata, Aver riposo sotto a mia persona. Vinta che sia la gente battizata, Adosso gli altri il mio cor se abandona, Fin che la terra ho tutta subiugata; Poi che battuta avrò tutta la terra, Ancor nel paradiso io vo’ far guerra.
Or chi vedesse Rodamonte il grande Levarsi allegro con la faccia balda, — Segnor, dicendo, il tuo nome si spande In ogni loco dove il giorno scalda; Et io te giuro per tutte le bande Tenir con teco la mia mente salda; In celo e ne l’inferno il re Agramante Seguirò sempre, o passarogli avante.
Questo affirmava il re di Tremisona, Sempre seguirlo per monte e per piano: Alzirdo ha nome, et ha franca persona. Questo affirmava il forte re de Orano, Che pur quello anno avea preso corona; E ’l re de Arzila, levando la mano, Promette a Macometto e giura forte Seguire il suo segnor sino alla morte.
Che bisogna più dir? chè ciascun giura: Beato chi mostrar si può più fiero! Non vi si vede faccia di paura, Ciascun minaccia con sembiante altiero. Benchè a quei vecchi par la cosa dura, Pur ciascadun promette di legiero; Ma il re di Garamanta, quel vecchione, Comincia un’altra volta il suo sermone,
— Segnor, dicendo, io voglio anch’io morire Poi che al tutto è disfatta nostra gente; Teco in Europa ne voglio venire. Saturno, che è segnor dello ascendente, Ad ogni modo ci farà perire; Sia quel che vole, io non ne do nïente, Chè in ogni modo ho tanti anni al gallone, Che campar non puotria lunga stagione.
Ma ben ti prego per lo Dio divino, Che al manco in questo me vogli ascoltare. Ciò te dico da parte de Apollino, Da poi che hai destinato di passare. Nel regno tuo dimora un paladino, Che di prodezza in terra non ha pare; Come ho veduto per astrologia, Il megliore omo è lui che al mondo sia.
Or te dice Apollino, alto segnore, Che, se con tieco avrai questo barone, In Francia acquistarai pregio et onore, E cacciarai più volte il re Carlone. Se vuoi sapere il nome e il gran valore Del cavalliero e la sua nazïone, Sua matre del tuo patre fu sorella, E fu nomata la Galacïella.
Questo barone è tuo fratel cugino, Che ben provisto t’ha Macon soprano De far che quel guerrier sia saracino, Chè, quando fusse stato cristïano, La nostra gente per ogni confino Tutta a fraccasso avria mandato al piano. Il patre di costui fu il bon Rugiero, Fiore e corona de ogni cavalliero.
E la sua matre misera, dolente, Da poi che fu tradito quel segnore, E la città de Rissa in foco ardente Fu ruïnata con molto furore, Tornò la tapinella a nostra gente, E parturì duo figli a gran dolore; E l’un fu questo di cui t’ho parlato: Rugier, sì come il patre, è nominato.
Nacque con esso ancora una citella, Ch’io non l’ho vista, ma ha simiglianza Al suo germano, e fior d’ogni altra bella, Perchè esso di beltate il sole avanza. Morì nel parto alor Galacïella, E’ duo fanciulli vennero in possanza D’un barbasore, il quale è nigromante, Che è del tuo regno, et ha nome Atalante.
Questo si sta nel monte di Carena, E per incanto vi ha fatto un giardino, Dove io non credo che mai se entri apena. Colui, che è grande astrologo e indovino, Cognobbe l’alta forza e la gran lena Che dovea aver nel mondo quel fantino, Però nutrito l’ha, con gran ragione, Sol di medolle e nerbi di leone;
Et hallo usato ad ogni maestria Che aver se puote in arte d’armeggiare; Sì che provedi d’averlo in balìa, A bench’io creda che vi avrai che fare. Ma questo è solo il modo e sola via A voler Carlo Mano disertare; Et altramente, io te ragiono scorto, Tua gente è rotta, e tu con lor sei morto.
Così parlava quel vecchio barbuto: Ben crede a sue parole il re Agramante, Perchè tra lor profeta era tenuto E grande incantatore e nigromante, E sempre nel passato avea veduto Il corso delle stelle tutte quante, E sempre avanti il tempo predicia Divizia, guerra, pace e caristia.
Incontinente fu preso il partito Quel monte tutto quanto ricercare, Sin che si trovi quel giovane ardito, Che deggia seco il gran passaggio fare. Questo canto al presente è qui finito; Segnor, che seti stati ad ascoltare, Tornati a l’altro canto, ch’io prometto Contarvi cosa ancor d’alto diletto.