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ORLANDO
INNAMORATO

Libro I · Canto IV

Giganti a Barcellona

Gradasso ha invaso la Spagna con un esercito sterminato. Rinaldo corre in aiuto di re Marsilio e si trova davanti giganti, elefanti e una giraffa.

In breve

Il duello tra Orlando e Feraguto è interrotto da Fiordespina: Gradasso ha invaso la Spagna, ha distrutto mezzo regno e assedia Barcellona. Feraguto corre a difendere la sua terra, Orlando riprende a cercare Angelica. A Parigi Carlo Magno decide di aiutare re Marsilio, che è saraceno ma suo cognato, e nomina Rinaldo capitano di cinquantamila cavalieri.

Sotto Barcellona si scatena una battaglia enorme. Gradasso, che vuole Baiardo, manda contro i cristiani giganti spaventosi: Alfrera, che cavalca una giraffa, Orione, che combatte nudo con un albero, e Balorza, che rapisce Ricciardetto. Rinaldo uccide due re e Balorza, mentre Grandonio difende da solo le mura della città. Alfrera cattura Feraguto. Alla fine Gradasso scende in campo: il suo scontro con Rinaldo è tremendo, ma nessuno dei due riesce a vincere. E quando Rinaldo vede Ricciardetto portato via da Orione, il canto si interrompe.

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Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.

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Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

Orlando e Feraguto combattevano ancora nella foresta. Le loro armature erano a pezzi, ma nessuno dei due riusciva a vincere. All'improvviso arrivò una ragazza vestita di nero, in lacrime. Era Fiordespina. «Feraguto!» gridò. «Mentre tu combatti qui, la tua terra va in rovina!»

Un re potentissimo, Gradasso, era sbarcato in Spagna con un esercito sterminato. Bruciava le città, faceva prigionieri e assediava Barcellona, cioè la circondava per conquistarla. Feraguto corse subito a difendere la sua patria. Orlando, invece, riprese a cercare Angelica.

Anche Carlo Magno seppe la notizia. Il re di Spagna, Marsilio, era saraceno, ma era suo cognato. E se Gradasso conquistava la Spagna, poi sarebbe toccato alla Francia! Così Carlo mandò cinquantamila cavalieri e scelse Rinaldo come capitano. Rinaldo si inginocchiò, con le lacrime di gioia agli occhi.

Sotto le mura di Barcellona scoppiò una battaglia enorme. Gradasso aveva con sé dei giganti spaventosi. Alfrera, invece del cavallo, cavalcava una giraffa: i cavalli dei nemici, a vederla, scappavano di traverso! Orione combatteva senza armatura, perché aveva la pelle più dura di un osso, e come bastone usava un albero intero. Balorza, in groppa a un elefante, afferrò il giovane Ricciardetto e se lo portò via sotto il braccio.

Rinaldo voleva un bene immenso a Ricciardetto. Ma Balorza stava troppo in alto, sul suo elefante. Allora Rinaldo scese da Baiardo, fece un gran salto e atterrò sulla groppa dell'elefante, alle spalle del gigante. Due colpi di spada, e Balorza crollò giù con un tonfo che fece tremare la terra.

Alla fine scese in campo Gradasso in persona. Era partito dal suo regno lontano per avere due cose: la spada di Orlando e Baiardo, il cavallo di Rinaldo. Indossava un'armatura che era stata dell'eroe Sansone e cavalcava una cavalla gigantesca. Lui e Rinaldo si scontrarono con un fracasso mai sentito. Baiardo finì seduto per terra, cosa che non gli era mai capitata. Poi Gradasso colpì Rinaldo sull'elmo così forte da stordirlo. Per fortuna l'elmo era fatato, e Baiardo portò in salvo il suo padrone.

Ma Rinaldo non si arrendeva mai. Appena si riprese, tornò all'attacco. Baiardo saltava di qua e di là come se avesse le ali, e Gradasso non riusciva più a colpirlo. «Questo è un vero demonio!» rideva il re.

Proprio allora Rinaldo vide passare il gigante Orione. Si portava via Ricciardetto tenendolo per i piedi, e il ragazzo gridava aiuto. Rinaldo si sentì salire dentro una rabbia tremenda...

Riuscirà a salvarlo? La battaglia non è ancora finita: continua nel prossimo canto.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

Un duello senza fine ott. 1–3

Nel canto precedente, ricorda il poeta, è cominciata la battaglia fra Orlando e Feraguto: forse il sole, che gira tutta la terra, non ha mai visto una coppia di cavalieri così valorosi. Per quanto ne sa lui, solo due avversari hanno resistito a Orlando fino al terzo giorno: don Chiaro e Feraguto.

I due tornano ad affrontarsi con sguardi minacciosi. Ognuno era convinto di non avere uguali, e ora si stupisce di aver trovato un rivale così forte: tra loro non c'è nessun vantaggio. Le spade sprizzano fuoco, gli scudi sono rotti e le armature in pezzi, tanto che a poco a poco tutti e due restano con le braccia scoperte. Siccome sono fatati, le spade non riescono a tagliarle, ma le hanno fatte diventare nere come il carbone.

Arriva Fiordespina ott. 4–13

Nessuno dei due riesce a vincere. Ed ecco arrivare per la pianura una ragazza vestita di seta nera, che si batte il bel viso e piange: «Povera me, sono rovinata! Quale uomo o quale dio mi aiuterà a trovare Feraguto in questa foresta?»

Vedendo i due cavalieri, spinge il palafreno in mezzo a loro, li saluta con rispetto e si rivolge a Orlando: «Cortese guerriero, non ci conosciamo, ma ti prego di non dirmi di no: lascia che la tua battaglia con Feraguto finisca qui. Mi trovo in un grande guaio e solo lui mi può aiutare. Se un giorno potrò, ti ricompenserò: non lo dimenticherò mai.»

Orlando, che è pieno di cortesia, accetta, e anzi le offre il suo aiuto: forse non vale quanto Feraguto, ma farà quello che farebbe qualunque altro cavaliere. La ragazza si inchina e si volta verso Feraguto: «Barone, non mi riconosci? Sono Fiordespina. Tu combatti con questo campione e intanto la tua patria va in rovina! Non sai niente: tuo padre e Falsirone sono prigionieri, Valenza è bruciata, l'Aragona distrutta, e Barcellona è assediata. Un re potente, Gradasso, signore di tutta la Sericana, è arrivato con un esercito infinito contro re Carlo e contro i pagani. Distrugge cristiani e saraceni, e non vuole né tregua né pace con nessuno. È sbarcato a Gibilterra, ha bruciato Siviglia, e tutta la Spagna è in fiamme. Re Marsilio conta solo su di te: ho visto il vecchio re battersi il viso e strapparsi i capelli bianchi, chiamando piangendo il tuo nome. Vieni a liberare tuo padre e a domare il superbo Gradasso: nessuna vittoria ti darà mai più gloria di questa!»

Feraguto resta sbalordito e dice a Orlando: «Paladino, la nostra sfida la finiremo un'altra volta. Ma ti giuro su Macone che non esiste nessuno come te: se riuscirò a batterti, potrò dire di essere il fiore del mondo.»

Così i due si separano. Orlando prende la strada dell'Oriente, perché vuole solo seguire Angelica; ma faticherà molto, perché quando lei è sparita dal prato è stata portata via dalla magia, senza che nessuno la vedesse. Feraguto invece attraversa la foresta come il vento, impaziente di trovarsi di fronte a Gradasso. Lasciamolo andare, dice il poeta, e torniamo a Carlo Magno, a cui è arrivata la notizia di quello che succede in Spagna.

Rinaldo capitano generale ott. 14–19

L'imperatore riunisce il consiglio, con Rinaldo e tutti i paladini. «Quando brucia il muro del vicino» dice, «bisogna temere per la propria casa. Marsilio è saraceno, ma non importa: è nostro cognato, e il suo regno confina con la Francia. Dobbiamo aiutarlo contro la potenza terribile di Gradasso, che, a quanto sento, non si accontenta della Spagna e minaccia anche la Francia: un vicino così potente non ci conviene di certo. Manderemo cinquantamila cavalieri, e il loro capitano generale sarà il signore di Montalbano.» Gli affida anche il governo di Bordeaux, del Rossiglione, della Linguadoca e della Guascogna finché durerà la guerra, e gli porge il bastone del comando.

Rinaldo si inginocchia: «Signore, farò di tutto per essere degno di questo onore.» Ha la faccia piena di lacrime di gioia e non riesce a dire altro. Carlo lo abbraccia forte e gli sussurra all'orecchio: «Figlio, metto nelle tue braccia il mio regno, che è in grande pericolo. Orlando se n'è andato, e non so dove: ti affido il mio stato.» Tutti vanno a congratularsi con Rinaldo, e lui ringrazia ognuno con gentilezza. Poi parte subito per la Spagna.

In Spagna ott. 20–29

Tutti i cavalieri esperti di guerra seguono Rinaldo. Salgono sulle montagne e vedono già fumare l'Aragona; passano il valico del Pertuso e in poco tempo arrivano a Girona, dove si trova re Marsilio. Il re ha mandato Grandonio a difendere Barcellona assediata, ma non spera più in niente: pensa che dovrà abbandonare il regno e, triste e stanco, se ne sta da solo senza voler parlare con nessuno. E proprio ora gli arrivano insieme l'aiuto di Carlo Magno e Feraguto.

Con Marsilio ci sono ancora Serpentino, Isolieri, Spinella, re Morgante, Matalista, l'Argalifa di Spagna e l'Amirante; tutti gli altri suoi baroni, compresi i suoi fratelli Balugante e Falsirone, sono morti o prigionieri. Gradasso, infatti, ha conquistato il mare dell'India, l'isola di Taprobana, la Persia, l'Arabia e la Terra dei Negri, e ha navigato attorno a mezzo mondo con più re e più popoli di quanti se ne siano mai visti insieme. Sbarcato in Spagna, ha preso Gibilterra, Granata, Siviglia e Toledo, ha rovinato Valenza e l'Aragona, e ora attacca Barcellona giorno e notte.

Marsilio accoglie Rinaldo con grandi onori; poi bacia con affetto Feraguto: «Figlio, sono sicuro che il tuo valore sconfiggerà quel malvagio di Gradasso e ci salverà il nostro antico regno.»

Il giorno dopo l'esercito parte verso Barcellona, perché Grandonio chiede aiuto senza sosta: in testa Spinella e Serpentino con ventimila guerrieri, poi Rinaldo con cinquantamila, poi le schiere di Matalista e Morgante, di Isolieri e dell'Amirante, di Feraguto, e per ultimo Marsilio con cinquantamila. Le bandiere sventolano al sole: mentre scende dal monte, l'esercito viene visto da Gradasso.

Gli ordini di Gradasso ott. 30–35

Gradasso chiama quattro re dell'India, Cardone, Francardo, Urnasso e Stracciaberra: «Attaccate le mura di Barcellona e abbattetele oggi stesso. Non lasciate vivo nessuno; ma quel Grandonio voglio averlo vivo, per farlo combattere con il mio cane.» I quattro hanno con sé una moltitudine di guerrieri neri e duemila elefanti con torri e castelli sulla schiena.

Poi chiama un gigante, il re di Taprobana, che invece del cavallo cavalca una giraffa: si chiama Alfrera, e non si è mai visto un viso più brutto del suo. «Portami la prima bandiera nemica» gli ordina. Al re d'Arabia, il robusto Faraldo, comanda di portargli prigioniero Rinaldo, e la bandiera di re Carlo: «Ma attento che non scappi il suo cavallo, o ti faccio impiccare come un villano: è proprio per quel cavallo, e per Durindana, che sono partito dalla Sericana.» A Framarte, re di Persia, ordina di catturare Matalista e re Morgante; a Orione, re di Macrobia, un gigante nero come il carbone che combatte sempre a piedi, Isolieri e l'Amirante; a Balorza, gigante re d'Etiopia con la bocca grossa quasi un palmo, Feraguto. In riserva lascia i suoi soldati della Sericana e tutti i suoi baroni. Lui non si arma e resta nella sua tenda.

Il gigante sulla giraffa ott. 36–43

Marsilio e i suoi arrivano in vista della pianura e la vedono piena di armati fino al mare: non avrebbero mai creduto che il mondo intero potesse radunare tanta gente. I due eserciti si avvicinano; tutti sono saraceni, da una parte e dall'altra, tranne i soldati di re Carlo. Spinella e Serpentino scendono nel piano e si leva un grido che sembra far sprofondare il cielo; i monti e la riva rimbombano di trombe e tamburi.

Ora avanza Alfrera, alto trenta piedi sulla sua giraffa, con un bastone tutto di ferro, grosso tre palmi. Serpentino lo carica senza paura e gli rompe la lancia addosso, ma il gigante lo colpisce così forte da stenderlo a terra svenuto. Senza curarsi di lui, Alfrera entra nella schiera, afferra Spinella con un braccio e se lo porta via come niente; poi, menando bastonate, strappa la bandiera e la manda a Gradasso insieme a Spinella prigioniero.

Rinaldo, che ha lasciato la sua schiera a Ivone e a suo fratello Alardo, ha visto tutto. Ordina ad Alardo di muoversi e lui stesso parte con la lancia contro il gigante. Alfrera porta sopra la corazza una pelle di serpente, e la lancia non può fargli niente; ma Rinaldo lo colpisce con tanta furia che butta a terra lui e la giraffa. Poi spinge Baiardo in mezzo ai nemici e fa il vuoto con la sua spada, Fusberta. Arrivano tutti i cristiani e i saraceni scappano, anche se sono duecentomila. Alfrera si rialza, più terribile che mai, e vedendo i suoi in fuga li segue con la giraffa: chissà, dice il poeta, se per fermarli o per scappare anche lui.

Rinaldo all'attacco ott. 44–52

Rinaldo è sempre in mezzo ai nemici e li spinge davanti a sé come un branco di capre. Ora si muove Faraldo, il re d'Arabia; ma non fa in tempo a mostrare il suo valore, perché Rinaldo lo trapassa con un colpo di lancia e poi sprona Baiardo contro gli Arabi. Con lui ci sono buoni guerrieri, Guizardo, Ricciardetto, re Ivone, Alardo e Angelieri, e anche Serpentino, che si è ripreso ed è tornato in sella; ma il fiore di tutti è Rinaldo.

Gli Arabi cedono, cammelli e dromedari cadono, e Rinaldo li insegue per più di una lega. Ecco Framarte, il re di Persia, con la sua bandiera d'oro: Rinaldo lo trapassa con la lancia, il re cade morto e i suoi fuggono.

Ma ora arriva Orione, il gigante nero, una figura orribile: combatte nudo, perché la sua pelle è più dura di un osso, e brandisce un albero intero. Sbaraglia i cristiani, e né scudi né elmi servono a niente. Rinaldo deve ritirarsi un po' e suonare l'adunata, per tornare all'attacco più compatto. Ma mentre spiega il suo piano ai compagni, da una parte arriva Alfrera con una folla di guerrieri, dall'altra il gigante Balorza: sono così tanti da occupare sette miglia in ogni direzione, e gridano da far tremare la terra, il cielo e il mare.

Ivone, Serpentino e gli altri signori vorrebbero chiedere aiuto. «Non sarebbe un onore» risponde Rinaldo. «Voi potete ritirarvi: io, da solo, metterò in fuga tutto quel campo.» Stringe i denti e si butta in mezzo a loro; spezza la lancia, poi con Fusberta si fa largo da sé, gridando: «Via, plebaglia vile e senza capi! Oggi vi mando tutti all'inferno!»

La grande battaglia ott. 53–58

Dal monte, re Marsilio vede muoversi tutta quella moltitudine e manda a dire a Feraguto di portare in battaglia le sue schiere. Rinaldo ormai è sparito alla vista, in mezzo ai saraceni, coperto di sangue: non si è mai visto niente di più terribile.

Comincia la battaglia grossa. Davanti a tutti c'è Feraguto, il pagano più forte che ci sia; con lui Isolieri, Matalista, re Morgante, l'Argalifa e l'Amirante, mentre prima di loro sono già entrati Alardo, Serpentino, Ivone, Ricciardetto e Angelino. Il re Balorza, con la faccia scura, si porta via Ricciardetto sotto il braccio sinistro e intanto continua a combattere; Alardo, Ivone e Angelino cercano di liberarlo, ma il gigante se ne fa beffe. Alfrera ha strappato di sella Isolieri; Feraguto lo incalza e non vuole lasciarglielo portare via, ma il suo cavallo, spaventato da quello strano animale, la giraffa, scappa all'indietro e di traverso. Orione non fa prigionieri: con il suo albero uccide molta gente, e né lance né spade lo scalfiscono.

Rinaldo è sconvolto nel vedere Ricciardetto portato via da Balorza: gli vuole così bene che per salvarlo darebbe la vita. Digrigna i denti, stravolge gli occhi. Ma qui, dice il poeta, lo lascio, per raccontarvi un'altra grande impresa.

Grandonio sulle mura ott. 59–62

Vi ho detto che Grandonio difende Barcellona, e che Gradasso ha ordinato ai re dell'India di prenderla. Turpino, dice il poeta, ne parla a lungo, perché non ci fu mai un'impresa più crudele. La città è forte e ben murata. Dal mare, a mezzogiorno, la attacca una flotta infinita; da terra avanzano gli elefanti con le torri di legno. I guerrieri neri lanciano tante frecce che in città tutti si nascondono per la paura: sulle mura resta solo Grandonio.

Ma Grandonio non si perde d'animo e si difende con ferocia: scaglia travi, pezzi di torre, merli e colonne intere, e a ogni colpo abbatte un elefante. Corre da una parte all'altra delle mura in un attimo, fracassa tutto quello che ha davanti e getta fuoco, spaventando i nemici: la gente rimasta giù in basso, vedendo il suo coraggio, gli passa zolfo e pece accesa, e lui li scaglia fuori tra le fiamme.

Rinaldo e il gigante Balorza ott. 63–69

Torniamo a Rinaldo, che si rode per liberare Ricciardetto e non trova il modo. Balorza è armato dalla testa ai piedi, ha un grosso bastone di ferro e cavalca un elefante: troppo in alto perché Rinaldo possa raggiungerlo. Allora Rinaldo scende da Baiardo e con un salto balza sulla groppa dell'elefante, alle spalle del gigante, che non se ne accorge. Gli spacca l'elmo e la cuffia d'acciaio e raddoppia subito il colpo, come un fabbro che batte il ferro: Balorza cade con un tonfo che fa tremare la terra. I saraceni fuggono davanti a Rinaldo come lepri davanti al leopardo.

Intanto Feraguto insegue Alfrera da più di quattro ore, furioso perché non riesce a liberare Isolieri. La giraffa corre fino alla tenda di Gradasso, e Feraguto la segue dentro. Alfrera, messo alle strette, butta giù Isolieri, colpisce Feraguto sull'elmo con il bastone e lo fa cadere di sella stordito; poi gli salta sul petto e lo cattura. E si riprende anche Isolieri.

«Signore» dice Alfrera a Gradasso, «la nostra gente è sconfitta, perché quel Rinaldo è troppo forte. Lodo malvolentieri un tuo nemico, ma sono i fatti a parlare: poco fa ha spaccato la testa al gigante Balorza. Io stesso l'ho visto trapassare re Faraldo da parte a parte con un colpo di lancia, e il re di Persia ha fatto la stessa fine. E devo tacere di me, che sono finito a terra, cosa che non mi era mai capitata?»

Gradasso scende in campo ott. 70–79

«Possibile che Dio abbia fatto questo Rinaldo così forte?» dice Gradasso. «Nemmeno se mi incoronassero re del cielo, visto che la terra per me non vale niente, sarei contento, se prima non scoprissi se quel barone è capace di difendere da me il suo Baiardo.» Si fa portare l'armatura che era stata di Sansone, la più sicura del mondo, e si arma dalla testa ai piedi. Deve sbrigarsi: i suoi fuggono, inseguiti dal figlio di Amone, e se aspettasse ancora un po' Rinaldo gli arriverebbe dentro la tenda.

Gradasso salta sulla sua alfana, una cavalla enorme, fatta proprio come Baiardo. Ecco Rinaldo che arriva nella pianura, facendosi largo con la spada. Gradasso, che non stima il mondo intero più di un soldo, abbassa la lancia e carica con un tale fracasso che perfino Baiardo si spaventa e fa un salto di sedici piedi: non se n'è mai visto uno così.

Gradasso resta stupito, ma fa finta di niente e passa oltre: abbatte Ivone e re Morgante, che Alfrera, sempre alle sue spalle, fa prigionieri; poi butta giù Spinella, Guizardo e Angelino. Rinaldo si fa dare una lancia grossa: «Baiardo, per Dio, questa volta non sbagliare. Non che io abbia paura, ma questo è un uomo forte oltre misura.» Abbassa la visiera e parte. Gradasso è felicissimo, perché pensa che buttarlo giù di sella sarà facile; ma faticherà più di quanto crede.

È lo scontro più tremendo che si sia mai sentito raccontare. Baiardo finisce con la groppa per terra, cosa che non gli era mai successa, anche se si rialza subito; Rinaldo resta stordito; l'alfana crolla con gran fracasso. Gradasso la fa rialzare a colpi di sperone e ordina ad Alfrera di catturare Rinaldo e di portargli il cavallo con cura. Ma Baiardo porta via il suo padrone, che in poco tempo si riprende e, credendo di essere ancora davanti a Gradasso, sguaina la spada. Alfrera lo insegue inutilmente sulla giraffa, mentre Rinaldo cerca dappertutto, in pianura e sui monti, solo per ritrovarsi faccia a faccia con Gradasso.

Rinaldo contro Gradasso ott. 80–89

Eccolo: Gradasso ha appena buttato giù di sella Alardo, il fratello di Rinaldo, e non si accorge che Rinaldo gli arriva addosso. Rinaldo lo colpisce a due mani, convinto di spaccarlo fino alla sella; ma il re non si muove nemmeno, l'armatura non si rompe e non esce una goccia di sangue. «Adesso vedremo» gli dice Gradasso, «e se qualcuno te lo chiede, potrai dire chi di noi due colpisce meglio. Se sopravvivi a questo, l'onore è tuo.» E mena un colpo così forte che Rinaldo crolla sul collo del cavallo, stordito: lo salva solo l'elmo fatato che era stato di Mambrino. Baiardo si volta e lo porta via, con Rinaldo abbracciato al collo.

Gradasso lo insegue per quasi un miglio, ma quando lo perde di vista torna indietro. Rinaldo intanto si è ripreso e vuole vendicarsi: appena Gradasso si volta, gli molla sull'elmo un colpo a due mani che gli fa battere i denti. Il re ride: «Questo è un vero demonio! Che vinca o che perda, cerca sempre la lite. Ma non sempre gli andrà bene: se non ora, lo prenderò un'altra volta.»

E gli va addosso con gli occhi in fiamme. Ma Rinaldo sta all'erta: quando Gradasso mena un colpo a due mani, a denti stretti, lui con un salto si scansa. Gradasso ci riprova, e Baiardo si butta dall'altra parte. «Possibile che Dio non mi faccia colpire nemmeno una volta?» grida il re disperato. Prova la terza volta, ma niente da fare: Baiardo sembra avere le ali.

Stanco di faticare a vuoto, Gradasso decide di mostrare la sua forza altrove e si butta tra i nemici, rovesciando cavalli e cavalieri. Ma non fa cento passi che Rinaldo torna a tormentarlo, e anche se non riesce a ferirlo davvero, lo costringe a non pensare ad altro.

Ricomincia la lotta, e Rinaldo non può permettersi errori. Ed ecco arrivare il gigante Orione, che si porta via Ricciardetto prigioniero, tenendolo per i piedi, mentre il ragazzo grida aiuto. A quella vista Rinaldo crede di morire di dolore: le lacrime gli riempiono gli occhi tanto che non vede più niente, e in vita sua non è mai stato così sconvolto. Ora sente salire una rabbia tremenda... «Ma la fine di questa battaglia incerta» dice il poeta, «cominciata all'alba e durata tutto il giorno, ve la racconterò nel prossimo canto: perché dura ancora.»

Parole difficili

  • fatasone ott. 3: incantesimo che rende invulnerabili.
  • samito ott. 4: stoffa di seta pregiata.
  • Sericana ott. 9: il lontano regno orientale di Gradasso. Il nome ricorda i Seri, il popolo della seta.
  • Zebeltaro ott. 9: Gibilterra.
  • Sibilia ott. 9: Siviglia.
  • Levante ott. 12: l'Oriente, dove sorge il sole.
  • bastone ott. 17: il bastone del comando, simbolo del capitano dell'esercito.
  • passo del Pertuso ott. 20: il valico del Perthus, sui Pirenei, tra Francia e Spagna.
  • Sirona ott. 20: Girona, città della Catalogna.
  • Taprobana ott. 23: l'antico nome dell'isola di Ceylon, oggi Sri Lanka.
  • alfana ott. 31: grossa cavalla da guerra.
  • Fusberta ott. 42: la spada di Rinaldo.
  • gambili e dromendarij ott. 47: cammelli e dromedari.
  • bacinetto ott. 49: elmo leggero, a forma di bacinella.
  • beltresche ott. 60: bertesche, ripari di legno da cui si combatte stando al coperto.
  • pegola ott. 62: pece.
  • scoffia ott. 64: cuffia di maglia d'acciaio portata sotto l'elmo.
  • tenere l'occhio al tavoliero ott. 85: stare all'erta, come un giocatore attento alla scacchiera.

Il testo di Boiardo

89 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

L’altro cantar vi conta la travaglia Che fu tra’ duo baroni incominciata; E forse un altro par di tanta vaglia Non vede il sol che ha la terra cercata. Orlando con alcun mai fe’ battaglia Che al terzo giorno gli avesse durata, Se non sol duo, per quanto abbia saputo: L’un fu don Chiaro, e l’altro Feraguto.

2

Or se tornano insieme ad afrontare, Con vista orrenda e minacciante sguardo. Ogniun di lor più se ha a meravigliare De aver trovato un baron sì gagliardo. Prima credea ciascun non aver pare; Ma quando l’uno a l’altro fa riguardo, Iudica ben e vede per certanza Che non v’è gran vantaggio di possanza.

3

E cominciarno il dispietato gioco, Ferendose tra lor con crudeltate. Le spade ad ogni colpo giettan foco, Rotti hanno i scudi e l’arme dispezzate; E ciascadun di loro a poco a poco Ambe le braccie se avean disarmate. Non pôn tagliarle per la fatasone, Ma di color l’han fatte di carbone.

4

Così le cose tra quei duo ne vano, Nè v’è speranza de victoria certa. Eccoti una donzella per il piano, Che de samito negro era coperta. La faccia bella se battia con mano; Dicea piangendo: Misera! diserta! Qual omo, qual Iddio me darà aiuto, Che in questa selva io truovi Feraguto?

5

E come vide li duo cavallieri, Col palafreno in mezo fu venuta. Ciascun di lor contiene il suo destrieri; Essa con riverenzia li saluta, E disse a Orlando: Cortese guerreri, Abenchè tu non m’abbi cognosciuta, Nè io te cognosco, per mercè te prego Che alla dimanda mia non facci nego.

6

Quel ch’io te chiedo si è che la battaglia Sia mo compiuta, ch’hai con Feraguto, Perch’io mi trovo in una gran travaglia, Nè me è mestier d’altrui sperare aiuto. Se la fortuna mai vorà ch’io vaglia, Forse che un tempo ancor serà venuto Che di tal cosa te renderò merto. Giamai nol scordarò: questo tien certo.

7

Il conte a lei rispose: Io son contento (Come colui che è pien di cortesia), E se de oprarme te viene in talento, Io te offerisco la persona mia; Nè me manca per questo valimento. Abenchè Feragù forse non sia, Nulla di manco per questo mistiero Farò quel che alcun altro cavallero.

8

La damisella ad Orlando se inchina, E, volta a Feragù, disse: Barone, Non me cognosci ch’io son Fiordespina? Tu fai battaglia con questo campione, E la tua patria va tutta in ruina; Nè sciai, preso è tuo patre e Falsirone; Arsa è Valenza e disfatta Aragona, Et è lo assedio intorno a Barcellona.

9

Uno alto re, che è nomato Gradasso, Qual signoreggia tutta Sericana, Con infinita gente ha fatto il passo Contra al re Carlo e la gente pagana. Cristiani e Saracin mena a fracasso, Nè tregua o pace vôl con gente umana. Discese a Zebeltaro, arse Sibilia; Tutta la Spagna del suo foco impiglia.

10

Il re Marsilio a te solo è rivolto, E te piangendo solamente noma; Io vidi il vecchio re battersi il volto, E trar del capo la canuta chioma. Vien; scodi il caro patre che ti è tolto, E il superbo Gradasso vinci e doma. Mai non avesti e non avrai victoria Che più de ora te acquisti fama e gloria.

11

Molto fu stupefatto il Saracino, Come colui che ascolta cosa nova; E, volto a Orlando, disse: Paladino, Un’altra volta farem nostra prova. Ma ben te giuro per Macon divino Che alcun simile a te non se ritrova; E se io te vinco, io non te mi nascondo, Ardisco a dir ch’io sono il fior del mondo.

12

Or se parton de ’sieme i cavallieri; Orlando se dricciò verso Levante, Chè tutto il suo disire e il suo pensieri È di seguir de Angelica le piante; Ma gran fatica li farà mestieri, Perchè, come se tolse a lor davante La damigiella, per necromanzia Portata fu, che alcun non la vedia.

13

Va Feraguto con molto ardimento Per quella selva menando fracasso, Chè ciascuna ora li parea ben cento Di ritrovarse a fronte con Gradasso; Però ne andava ratto come un vento. Ma il ragionar di lui ora vi lasso, E tornar voglio a Carlo imperatore, Che della Spagna sente quel rumore.

14

Il suo consiglio fece radunare: Fuvi Ranaldo et ogni paladino; E disse loro: Io odo ragionare Che, quando egli arde il muro a noi vicino, De nostra casa debbiam dubitare. Dico che, se Marsilio è saracino, Ciò non attendo; egli è nostro cognato, Et ha vicino a Francia gionto il stato.

15

Et è nostro parere e nostra intenza Che si li dona aiuto ad ogni modo, Contra alla extrema et orribil potenza Del re Gradasso, il qual, sì come io odo, Minaccia ancor di Francia a la excellenza, Nè della Spagna sta contento al sodo. Ben potemo saper che per nïente Non fa per noi vicin tanto potente.

16

Vogliamo adunque per nostra salute Mandar cinquanta millia cavallieri; E cognoscendo l’inclita virtute Del pro’ Ranaldo, e come è buon guerreri, Nostro parer non vogliam che si mute, Chè a megliorarlo non faria mestieri: In questa impresa nostro capitano Sia generale il sir di Montealbano.

17

Vogliam che abbia Bordella e Rosiglione, Linguadoca e Guascogna a governare, Mentre che durarà questa tenzone; E quei segnor con lui debbiano andare. Così dicendo, gli porge il bastone. Ranaldo si ebbe in terra a ingienocchiare, Dicendo: Forzaromme, alto segnore, Di farme degno di cotanto onore.

18

Egli avea pien di lacrime la faccia Per allegrezza, e più non può parlare; Lo imperator strettamente lo abbraccia, E dice: Figlio, io ti vo’ racordare Ch’io pono il regno mio nelle tue braccia, Il quale è in tutto per pericolare. Via se ne è gito, e non scio dove, Orlando: Il stato mio a te lo racomando.

19

Questo li disse ne l’orecchia piano. Ciascun se va con Ranaldo allegrare: Ivone et Angelin, che con lui vano, E gli altri ancor, che seco hanno a passare. Ranaldo a tutti con parlare umano Proferir si sapeva e ringraziare. Subitamente se pose in vïaggio, E fu ordinato in Spagna il suo passaggio.

20

Ciascun bon cavallier, ch’è di guerra uso, Segue Ranaldo e la Francia abandona. Montano l’alpe, sempre andando in suso, E già vedon fumar tutta Aragona. Essi vargarno al passo del Pertuso, In poco tempo gionsero a Sirona. Il re Marsilio quivi era fermato; Grandonio in Barcelona avea mandato,

21

Per riparare al tenebroso assedio, Benchè si creda non poter giovare, Nè lui sa imaginare alcun remedio, Che non convenga il regno abandonare; E per malanconia e molto atedio Sol se ne sta, nè si lascia parlare. Ora ad un tempo li viene lo aiuto Di Carlo Magno, e gionse Feraguto.

22

Era con lui già prima Serpentino, Isoliere e Spinella e il re Morgante, E Matalista, il franco Saracino, Lo Argalifa di Spagna e lo Amirante. Ogni altro baron grande e piccolino, Che al re Marsilio obediva davante, Coi fratel Balugante e Falsirone, Tutti son morti, o son nella pregione.

23

Imperochè Gradasso smisurato, Da poi che se partì de Sericana, Tutto il mar de India avea conquistato, E quella isola grande Taprobana: La Persia con la Arabia lì da lato, Terra de’ Negri, che è tanto lontana; E mezo il mondo ha circuito in mare, Pria che ’l stretto di Spagna abbia intrare.

24

E tanta gente avea seco adunata, E tanti re, che adesso non vi naro, Che più non ne fu insieme alcuna fiata. Discese in terra, e prese Zibeltaro: Arse e disfece il regno di Granata, Sibilia nè Toledo fier’ riparo. Venne dapoi a Valenzia meschina; Con Aragona la pose in ruina.

25

Sì come io dissi, aveva in sua pregione Ogni baron che a Marsilio obedia, Tratti coloro de cui fei ragione, Che dentro da Sirona seco avia; E de Grandonio, che in opinïone De esser ben presto preso se vedia: Chè Barcellona da sera a matina È combattuta, e mai non se rafina.

26

Ora tornamo al re Marsilïone, Che riceve Ranaldo a grande onore, E molto ne ringrazia il re Carlone. Ma Feraguto bacia con amore, Dicendo: Figlio, io tengo opinïone Che la tua forza e l’alto tuo valore Abbatterà Gradasso, quel malegno, A noi servando il nostro antiquo regno.

27

Ordine dasse, che il giorno seguente Se debba verso Barcellona andare, Perchè Grandonio continuamente Con foco aiuto aveva a dimandare. Così fôrno ordinate incontinente Le schiere, e chi le avesse a governare. La prima, che se parte al matutino, Guida Spinella e il franco Serpentino.

28

Vinti millia guerreri è questa schiera. Segue Ranaldo, il franco combattente: Cinquanta millia sotto sua bandiera. Matalista vien drieto e il re Morgante, Con trenta millia di sua gente fiera; Et Isolier da poi con lo Amirante, Con vinti millia; e a lor drieto in aiuto Trenta milliara mena Feraguto.

29

Il re Marsilio l’ultima guidava, Cinquanta millia de bella brigata. Ciascuna schiera in ordine ne andava, L’una da l’altra alquanto separata. Era il sol chiaro e a l’ôra sventillava Ogni bandiera, che è ad alto spiegata; Sì che al calar del monte fôr vedute Dal re Gradasso, e da’ soi cognosciute.

30

Quattro re chiama, e lor così ragiona: Cardon, Francardo, Urnasso e Stracciaberra, Combattete alle mura Barcellona, E questo giorno ponitele a terra. Non vi rimanga viva una persona; E quel Grandonio che fa tanta guerra, Io voglio averlo vivo nelle mane, Per farlo far battaglia col mio cane.

31

Questi son de India sopra nominati. Di negra gente seco ne avean tanti, Quanti mai non seriano annumerati; Et oltra a questo duo millia elefanti, Di torre e di castella tutti armati. Ora Gradasso fa venirse avanti Un gran gigante, re di Taprobana, Che ha una giraffa sotto per alfana.

32

Più brutta cosa non se vide mai Che ’l viso di quel re, che ha nome Alfrera. A lui disse Gradasso: Ne anderai, Fa che me arrechi la prima bandiera. Tutta la gente mena, quanta n’hai. E poi, rivolto con la faccia altiera Al re de Arabia, che gli è lì da lato, (Faraldo è quel robusto nominato),

33

A questo re comanda a mano a mano Che gli meni Ranaldo per presone, E la bandiera del re Carlo Mano: Ma guarda che non scampi il suo ronzone, Ch’io te faria impiccar come un villano; Chè quel cavallo è stato la cagione Che me ha fatto partir de Sericana, Per aver quello e insieme Durindana.

34

Al re di Persia fa comandamento Che prenda Matalista e il re Morgante: Framarte è questo, il re di valimento. Ecco il re di Macrobia, ch’è gigante, Che tutto negro è come un carbon spento: Pigliar debbe Isoliere e lo Amirante. Destrier non ha, ma sempre va pedone Questo gigante, et ha nome Orïone.

35

Re de Etïopia fu un gigante arguto, Che quasi un palmo avea la bocca grossa. Davanti al re Gradasso fu venuto: Balorza ha nome quel ch’ha tanta possa; Comandagli che prenda Feraguto. Ultimamente pone alla riscossa, Li Sericani et ogni suo barone: Ma lui non se arma e sta nel paviglione.

36

Diciamo de Marsilio e di sua gente, Che sopra al campo vengono arivare. Vedendo il piano de sotto patente, Che è pien de omini armati insino al mare, E’ non credeano già primeramente Che tanta gente potesse adunare Il mondo tutto, quanto è quivi unita; Nè la posson stimar, perchè è infinita.

37

L’un campo a l’altro più se fa vicino, Chè le bandiere a l’incontro se vano. Ciascun dalle due parte è saracino, Fuor che la gente del re Carlo Mano. Spinella de Altamonte e Serpentino Con la lor schiera son gionti nel piano; Levasi il crido de una e d’altra gente, Che par che il cel profondi veramente.

38

Risuona il monte e tutta la rivera Di trombe, di tamburi e d’altre voce. Serpentin sta davanti alla frontera, Sopra a corsier terribile e veloce. Ora si move il gran gigante Alfrera: Cosa non fu giamai tanto feroce, Quanto è colui, che trenta piedi è altano Su la zirafa, et ha un bastone in mano.

39

Di ferro è tutto quanto quel bastone: Tre palmi volgie intorno per misura. Serpentin contra lui va di rondone Con l’asta a resta, e già non ha paura. Ferì il gigante e ruppe il suo troncone; Ma quella contrafatta creatura Ha con tal forcia Serpentin ferito, Che lo distese in terra tramortito.

40

Nulla ne cura e lascialo disteso; Con la zirafa passa entro la schiera. Trova Spinella, e nel braccio l’ha preso; Via nel portò, come cosa leggiera. Tutta la gente, di furore acceso, Col baston batte, e branca la bandiera, E quella al re Gradasso via mandone, Insieme con Spinella, chi è prigione.

41

Ranaldo la sua schiera avea lasciata In man de Ivone e del fratello Alardo, E la battaglia avea tutta guardata, E quanto il grande Alfrera era gagliardo. Veggiendo quella gente sbarattata, Tempo non parve a lui de esser più tardo: Manda a dire ad Alardo che si mova; Lui con la lancia il gran gigante trova.

42

Or che li potrà far, che quel portava, Un coi’ di serpa sopra la coraccia? Ma pur con tanta furia lo inscontrava, Che la ziraffa e lui per terra caccia. Poi tra la schiera Bagliardo voltava, E ben de intorno con Fusberta spaccia. Tutti i Cristiani intanto ve arivaro; Non vi fu a’ Saracini alcun riparo.

43

Vanno per la campagna in abandono; Rotta, stracciata fu la sua bandiera, Benchè dugento millia armati sono. Or di terra si leva il forte Alfrera, Più terribile assai ch’io non ragiono; Ma poi che vide in volta la sua schera, Con la ziraffa se messe a seguire, Non scio se per voltarli o per fuggire.

44

Ranaldo è con lor sempre mescolato, Et a destra et sinistra il brando mena; Chi mezzo il capo, chi ha un braccio tagliato, Le teste in l’elmi cadeno a l’arena. Come un branco di capre disturbato, Cotal Ranaldo avanti sè li mena: Ora convien che ’l faccia maggior prove, Chè il re Faraldo la sua schiera move.

45

Era quel re de Arabia incoronato, E non aveva fin la sua possanza. Or non può suo valore aver mostrato, Perchè Ranaldo, de un contro di lanza, L’ha per il petto alle spalle passato. Tocca Bagliardo, e con molta arroganza, Dà tra gli Arabi, chè nulla li preza: Con l’urto atterra e con la spada speza.

46

Era però Ranaldo accompagnato, Per le più volte, de assai buon guerreri; Guizardo e Ricciardetto li era a lato, E lo re Ivone, Alardo et Anzolieri; Et ora Serpentino era arivato, Chi è risentito e tornato a destrieri. Ma de lor tutti è pur Ranaldo il fiore; De ogni bel colpo lui solo ha l’onore.

47

Tutta la gente de li Arabi è in piega, Gambili e dromendarij a terra vano; Ranaldo li cacciò più de una lega. Or vien Framarte, il gran re persïano. La sua bandiera d’oro al vento spiega, Ben lo adocchia il segnor di Montealbano. Adosso a lui con la lancia se caccia; Dopo le spalle il passa ben tre braccia.

48

Quel gran re cade morto alla pianura; Fuggeno i suoi per la campagna aperta. Ranaldo mena colpi a dismisura: Non dimandar se ’l frappa con Fusberta. Ecco Orïone, la sozza figura; Mai non fu visto cosa più deserta: Negro fra tutti, e nulla porta indosso, Ma la sua pelle è dura più che uno osso.

49

Venne il gigante nudo alla battaglia: Uno arbor avea in mano il maledetto; Tutta la schiera de’ Cristian sbaraglia, Non ve ha diffesa scudo o bacinetto. Avea d’intorno a sè tanta canaglia, Che per forza Ranaldo fu constretto Ritrarsi alquanto, e suonare a ricolta, Per ritornar più stretto l’altra volta.

50

Ma mentre con li altri se consiglia, Et halli il suo partito dimostrato, E già la lancia su la cossa piglia, Giunse l’Alfrera, quello ismisurato, Con tanta gente, che è una meraviglia. Et eccoti arivar da l’altro lato L’alto Balorza; e tanta gente viene, Che in ogni verso sette miglia tiene.

51

Venian cridando con tanto rumore, Che la terra tremava e il celo e il mare. Ivone e Serpentino e ogni segnore Dicean che aiuto si vol domandare. Dicea Ranaldo: E’ non serebbe onore. Voi vi potete adietro retirare: Et io soletto, come io son, mi vanto Metter quel campo in rotta tutto quanto.

52

Nè più parole disse il cavalliero, Ma strengie i denti e tra color se caccia; Rompe la lancia lo ardito guerriero, Poi con Fusberta se fa far tal piaccia, Che aiuto de altri non li fa mestiero; E con voce arrogante li minaccia: Via! populaccio vil, senza governo! Che tutti ancòi vi metto nello inferno.

53

Il re Marsilio da il monte ha veduto Movere a un tratto cotanta canaglia; Per un suo messo dice a Ferraguto Che ogni sua schiera meni alla battaglia. Ranaldo già de vista era perduto: Lui tra la gente saracina taglia; Tutta la sua persona è sanguinosa: Mai non se vide più terribil cosa.

54

Or si comincia la battaglia grossa. A tutti Feraguto vien davante: Giamai non fu Pagan di tanta possa. Isolier, Matalista e il re Morgante, Ciascuno è ben gagliardo e dura ha l’ossa. L’Argalifa vien drieto e lo Amirante; Prima entrato era Alardo e Serpentino, Ivone e Ricciardetto et Angelino.

55

Il re Balorza, con la faccia scura, Ne porta sotto il braccio Ricciardetto; Combatte tutta fiata, e non ha cura De aver nel braccio manco il giovanetto. Ogniun ben de aiutarlo se procura, Ma il gigante il porta al lor dispetto. Alardo, Ivone et Angelin li è intorno: Esso de tutti fa gran beffe e scorno.

56

Il terribile Alfrera avea levato, Al suo dispetto, Isolier dello arcione. Feraguto li è sempre nel costato, Nè vol che ’l porta senza questïone. Vero è che ’l suo destriero è spaventato, Nè può accostarse con nulla ragione: Per la ziraffa, lo animal diverso, Fugge il cavallo indrieto et a traverso.

57

Il crudel Orïone alcun non piglia, Ma con l’arbore occide molta gente, E petto e faccia ha di sangue vermiglia; Lancie, nè spade non cura nïente, Chè la sua pelle a uno osso se assomiglia. Ora tornamo a Ranaldo valente, Che forte se conturba nello aspetto, Perchè Balorza porta Ricciardetto.

58

Se or non mostra Ranaldo il suo valore, Giamai nol mostrarà il barone accorto; Chè a Ricciardetto porta tanto amore, Che, per camparlo, quasi serìa morto. Dente con dente batte a gran furore, L’uno e l’altro occhio nella fronte ha torto. Ma al presente io lascio sua battaglia, Per ricontarvi un’altra gran travaglia.

59

Io ve contai pur mo che in Barcellona Stava Grandonio, e facea gran diffesa; Come a quei de India e soi re de corona Fo comandato che l’avesser presa. Turpin di questa cosa assai ragiona, Perchè non fu giamai più cruda impresa. Forte è la terra, intorno ben murata; Or se è la gran battaglia incominciata.

60

Da mezodì, dove la batte il mare, Era ordinato un naviglio infinito; Da terra gli elefanti hanno a menare, Di torre e di beltresche ogniom guarnito. Fanno quei Negri sì gran saettare, Che ciascun nella terra è sbigottito; Ogni om s’asconde e fugge per paura, Grandonio solo appar sopra alle mura.

61

Comincia il crido orribile e diverso, Et alle mura s’accosta la gente. Non è Grandonio già per questo perso, Ma se diffende nequitosamente; Tira gran travi dritto et a traverso; Pezzi di torre e merli veramente, Colonne integre lancia quel gigante; Ad ogni colpo atterra uno elefante.

62

E va d’intorno facendo gran passo, Salta per tutto quasi in un momento; Di ciò che gli è davanti, fa fraccasso, Getta gran foco con molto spavento; Perchè la gente, che era gioso al basso, Che e’ soi fatti vedea e suo ardimento, Solfo gli dànno con pegola accesa; Lui tra la vampa fuora alla distesa.

63

Lasciam costoro, e torniamo a Ranaldo, Che nella mente tutto se rodia; Tanto è di scoter Ricciardetto caldo, Che se dispera e non trova la via. Quel gran gigante sta lì fermo e saldo, E un gran baston di ferro in man tenia; Armato è tutto da capo alle piante, E per destriero ha sotto uno elefante.

64

Or non gli vale il furïoso assalto, Non vale a quel barone esser gagliardo, Però che non puotea gionger tanto alto. Subitamente smonta di Baiardo, E nella croppa se gitta d’un salto A quel gigante, che non gli ha riguardo; L’elmo gli spezza e d’acciaro una scoffia, Nè pone indugia che ’l colpo ridoppia.

65

Par che si batta un ferro alla fucina; Quella gran testa in due parte disserra. Cadde ’l gigante con tanta roina, Che a sè d’intorno fie’ tremar le terra. Or ne fuggie la gente saracina, Che è dinanzi a Ranaldo in quella guerra, Come la lepre fugge avanti al pardo: Stretti gli caccia quel baron gagliardo.

66

Aveva Feraguto tuttavia Più che quattro ore cacciato l’Alfrera; Ardea ne gli occhi pien de bizaria, Perchè non trova modo, nè maniera Per la quale Isolier riscosso sia. Quella ziraffa, contraffatta fera, Via ne ’l porta correndo di trapasso; E giunse al pavaglion, nanti a Gradasso.

67

Ferragù segue dentro al paviglione. L’Alfrera, che se vide al ponto stretto, Gietta Isoliero e mena del bastone, Et ebbel gionto sopra al bacinetto, E sbalordito il fe’ cader de arcione: Quel gran gigante li fu presto al petto. Così fu preso l’ardito guerreri. Torna l’Alfrera, e prese anco Isolieri.

68

Dicea l’Alfrera: Io ti scio dir, segnore, Che nostra gente è rotta ad ogni modo, Chè quel Ranaldo è di troppo valore. Mal volentiera un tuo nemico lodo; Ma, senza dir d’altrui, lui si fa onore, E poco d’ora fa, sì come io odo, Partì la testa al gigante Balorza; Or pôi pensar, segnor, se egli ha gran forza.

69

A chi te piace de’ tuoi ne dimanda, Benchè anch’io sappia della sua possanza, Chè ’l re Faraldo d’una ad altra banda Vidi io passato d’un scontro de lanza. Il re di Persia a Macon racomanda, Che fu pur gionto a simigliante danza. Debb’io tacer di me, che andai per terra, Che mai non mi intervenne in altra guerra?

70

Dicea Gradasso: Può questo Iddio fare, Che quel Ranaldo sia tanto potente? Chi me volesse del cel coronare, (Perchè la terra io non stimo nïente), Non me potrebbe al tutto contentare, S’io non facessi prova de presente, Se quel barone è cotanto gagliardo Che mi diffenda il suo destrier Baiardo.

71

Così dicendo chiede l’armatura, Quella che prima già portò Sansone. Non ebbe il mondo mai la più sicura; Da capo a piedi se arma il campïone. Ecco la gente fugge con paura, Dietro gli caccia quel figlio d’Amone. Non pô Gradasso star sì poco saldo, Che dentro al pavaglion serà Ranaldo.

72

Più non aspetta, e salta su l’alfana. Questa era una cavalla smisurata: Mai non fu bestia al mondo più soprana; Come Baiardo proprio era intagliata. Ecco Ranaldo, che giongie alla piana, In mezo della gente sbaratata. Oh quanto ben d’intorno il camin spaza, Troncando busti e spalle e teste e braza!

73

Ora se move il forte re Gradasso Sopra l’alfana, con tanta baldanza, Che tutto il mondo non stimava uno asso. Verso Ranaldo bassava la lanza, E nel venir menava tal fraccasso, Che Baiardo il destrier n’ebbe temanza. Sedeci piedi salì suso ad alto; Non fo mai visto il più mirabil salto.

74

Il re Gradasso assai si meraviglia, Ma mostra non curare, e passa avante; Tutta la gente sparpaglia e scombiglia, Per terra abbatte Ivone e il re Morgante. L’Alfrera, che gli è dietro, questi piglia, Chè sempre lo seguiva quel gigante. Trova Spinella, Guizardo e Angelino: Tutti gli abbatte il forte Saracino.

75

Ranaldo se ebbe indietro a rivoltare, E vide quel pagan tanto gagliardo. Una grossa asta in man se fece dare, E poi dicea: O destrier mio Baiardo, A questa volta, per Dio! non fallare, Chè qui conviensi avere un gran riguardo. Non già, per Dio! ch’io mi senta paura; Ma quest’è un omo forte oltra misura.

76

Così dicendo serra la visiera, E contra al re ne vien con ardimento. Videl Gradasso, la persona altiera: Mai, da che nacque, fo tanto contento; Chè a lui par cosa facile e leggiera Trar de l’arcion quel sir de valimento. Ma nella prova l’effetto si vede: Più fatica li avrà ch’el non si crede.

77

Fo questo scontro il più dismisurato Che un’altra volta forse abbiate udito. Baiardo le sue croppe misse al prato, Che non fu più giamai a tal partito, Benchè se fo de subito levato. Ma Ranaldo rimase tramortito; L’alfana trabuccò con gran fracasso: Nulla ne cura il potente Gradasso.

78

Spronando forte la facea levare, Tra l’altra gente dà senza paura. Dice a l’Alfrera che debba pigliare Ranaldo, e che ’l destrier mena con cura. Ma certo e’ gli lasciò troppo che fare, Perchè Baiardo per quella pianura Via ne portava il cavalliero ardito; In poco de ora se fo risentito.

79

Credendosi ancora esser là dove era Il re Gradasso, prende il brando in mano; Con la zirafa lo seguia l’Alfrera, Che quasi ancora l’ha seguìto in vano. Sopra Baiardo, la bestia leggiera, Ranaldo va correndo per il piano; Per tutto va cercando, e piano, e monte, Sol per trovarse con Gradasso a fronte.

80

Et eccoti davanti, et ha abbattuto Fuor de l’arcione il suo fratello Alardo. Esso non ha Ranaldo ancor veduto, Chè in quella parte non facea riguardo. Ma de improviso li è sopra venuto, E punto nel ferir non fu già tardo. A due man mena con tanta flagella, Che sel crede partir fin su la sella.

81

Non fu il gran colpo a quel re cosa nova, Chè di valor portava la ghirlanda; Nè crediati per questo che si mova, Nè arma si spezzi, nè sangue si spanda. Disse a Ranaldo: Or vederem la prova, E dir potrai, se alcun te ne dimanda, Qual sia di noi più franco feritore. Se ora mi campi, io te dono l’onore.

82

Così ragiona il forte saracino, E mena della spada tutta fiata; Cade Ranaldo tramortito e chino, Chè mai tal botta non ha lui provata. Lo elmo affatato, che fu de Mambrino, Gli ha questa volta la vita campata. Presto Baiardo adietro si è voltato, Stavi Ranaldo in sul collo abbracciato.

83

Gradasso quasi un miglio l’ha seguìto, Chè ad ogni modo lo volea pigliare; Ma poi che for di vista gli fu uscito, È delibrato adrieto ritornare. Ora Ranaldo se fu risentito, E ben destina de se vendicare. Non è Gradasso rivoltato apena, Ranaldo un colpo ad ambe man li mena,

84

Sopra de l’elmo, con tanto furore, Che ben li fece batter dente a dente. Tra sè ridendo, quel re di valore, Dicea: Questo è un demonio veramente. Quando egli ha il peggio e quando egli ha il megliore, Ognior cerca la briga parimente. Ma sempre mai non li andarà ben còlta: Se non adesso, il giongo un’altra volta.

85

Così parlando quel Gradasso altiero, Li viene adosso con gli occhi infiammati. Ranaldo tenia l’occhio al tavoliero: Sel bisogna, Segnor, non dimandati. Un colpo mena quel gigante fiero Ad ambe mani, et ha i denti serrati. Il baron nostro sta su la vedetta: Trista sua vita se quel colpo aspetta!

86

Ma certamente e’ n’ebbe poca voglia; Con un gran salto via se fu levato. Radoppia il colpo il gigante con doglia; Baiardo se gittò da l’altro lato. — Può fare Iddio ch’una volta non coglia? Diceva il re Gradasso disperato; E mena ’l terzo; ma nulla li vale: Sempre Baiardo par che metta l’ale.

87

Poi che assai se ebbe indarno affaticato, Delibra altrove sua forza mostrare, E nella schiera de’ nemici entrato Cavagli e cavallier fa trabuccare. Ma cento passi non è dislongato, Che Ranaldo lo vene a travagliare; E benchè molto stretto non lo offenda, Forza li è pur che ad altro non attenda.

88

Tornati sono alla cruda tenzone: Bisogna che Ranaldo giochi netto. Ecco venire il gigante Orïone, Che se ne porta preso Ricciardetto. Per li piedi il tenia quel can fellone: Forte cridava aiuto il giovanetto. Quando Ranaldo a tal partito il vede, Della compassïon morir si crede.

89

Così nel viso li abondava il pianto, Che veder non poteva alcuna cosa; Mai fu turbato alla sua vita tanto. Or li monta la colora orgogliosa...... Et io vi narrarò ne l’altro canto, Il fin della battaglia dubitosa, Che, come io dissi, cominciò a l’aurora, E durò tutto il giorno, e dura ancora.