Libro I · Canto V
L'inganno di Malagise
Rinaldo non vuole andare da Angelica, e Malagise si vendica: un demonio travestito da Gradasso lo attira su una nave magica. Orlando affronta un mostro.
In breve
Rinaldo salva Ricciardetto uccidendo il gigante Orione. Gradasso, ammirato, gli propone un duello per il giorno dopo, sulla spiaggia, senza cavalli: se vince Rinaldo, Gradasso libererà i prigionieri e se ne andrà; se vince Gradasso, avrà Baiardo. Intanto Angelica, sempre innamorata, libera Malagise a patto che le porti Rinaldo. Ma Rinaldo, che dopo la fontana di Merlino la odia, rifiuta. Malagise si vendica: un demonio travestito da Gradasso combatte con Rinaldo, poi fugge su una nave, e quando Rinaldo lo insegue a bordo la nave prende il largo da sola e lo porta lontano, fino a un misterioso giardino.
Orlando, in cammino verso Oriente, libera il figlio di un vecchio pellegrino, che per ringraziarlo gli regala un libro che risolve ogni domanda. Poi affronta un mostro che indovina tutto: scopre che Angelica è ad Albraca, ma non sa rispondere al suo indovinello e deve ucciderlo. Infine arriva al Ponte della Morte, sorvegliato dal gigante Zambardo.
Ascolta il canto
Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
Rinaldo corse a salvare Ricciardetto. Il gigante Orione lo aspettava ridendo, ma Rinaldo lo sconfisse con un colpo tremendo della sua spada, Fusberta. Gradasso, pieno di ammirazione, gli propose una sfida: «Combattiamo domani, da soli, sulla spiaggia. Se vinco io, Baiardo sarà mio.» Rinaldo accettò.
Intanto, lontano lontano, Angelica pensava sempre a lui. Ricordate? Aveva bevuto l'acqua del fiume dell'Amore. Così liberò il mago Malagise, cugino di Rinaldo, che era prigioniero in fondo al mare. In cambio, lui giurò di portarle Rinaldo.
Malagise volò fino in Spagna in groppa a un demonio. Rinaldo fu felicissimo di rivederlo, ma quando sentì il nome di Angelica cambiò colore. Lui aveva bevuto alla fontana dell'odio! «Per te farei qualunque cosa» disse. «Ma dove c'è Angelica non ci vado.» Malagise si arrabbiò moltissimo e decise di fargliela pagare.
La mattina dopo, sulla spiaggia, arrivò Gradasso. O almeno sembrava lui: era un demonio travestito, mandato da Malagise! I due combatterono, e all'improvviso il finto Gradasso scappò verso il mare. «Torna qui!» gridava Rinaldo, tutto contento. «Non lo vuoi più Baiardo? Ha la sella nuova, e ieri sera l'ho fatto ferrare!»
Il demonio saltò su una nave vuota, e Rinaldo lo inseguì a bordo. Ma la nave si staccò dalla riva da sola, e il nemico sparì in una nuvola di fumo. Rinaldo rimase solo, in mezzo al mare, disperato. La nave, veloce come un delfino, lo portò lontanissimo, fino a un misterioso giardino circondato dalle onde.
Anche Orlando, intanto, viaggiava verso Oriente. Aiutò un vecchio pellegrino a riavere suo figlio, che un gigante gli aveva portato via. Per ringraziarlo, il vecchio gli regalò un libretto magico: lì dentro c'era la risposta a ogni domanda difficile.
Poi Orlando salì su una rupe dove viveva un mostro stranissimo. Aveva il viso di una ragazza, il petto di leone, le ali di pavone e la coda di serpente, e indovinava tutto. «Angelica è ad Albraca, vicino al Catai» disse. «Ma ora tocca a te. Chi cammina prima con quattro piedi, poi con due e poi con tre?»
Orlando non lo sapeva, e dovette combattere. Alla fine buttò il mostro giù dalla rupe. Solo dopo si ricordò del libretto: «Che smemorato!» La risposta era l'uomo, che da piccolo va a quattro zampe, poi cammina su due piedi e da vecchio si aiuta con il bastone.
Poco più avanti, Orlando arrivò al Ponte della Morte, sorvegliato dal gigante Zambardo. Sotto la sabbia il gigante nascondeva una rete di ferro, per trascinare i nemici nel fiume. Ma Orlando non lo sapeva. Si accorgerà della trappola in tempo? Lo scoprirai nel prossimo canto.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
Rinaldo contro Orione ott. 1–5
Ricorderete, signori, dice il poeta, quanto era sconvolto Rinaldo nel vedere Ricciardetto portato via. Lascia subito Gradasso e va ad affrontare il gigante Orione, che combatte nudo come è nato: la sua pelle nera è così spessa e dura che non ha bisogno di armature.
Rinaldo scende da cavallo, perché ha paura che quel grande tronco colpisca Baiardo. Orione non crede che al mondo ci sia qualcuno tanto coraggioso da affrontarlo da vicino, e lo aspetta ridendo. Ma non ha ancora assaggiato Fusberta: presto vorrebbe avere un'armatura! Rinaldo colpisce a due mani e gli apre un grande taglio nella coscia. Sentendo il sangue caldo, il gigante muggisce come un toro e scaraventa a terra Ricciardetto, che resta lì svenuto.
Orione afferra il suo albero e mena un colpo che avrebbe abbattuto una montagna; Rinaldo, sempre all'erta, si tira indietro di un passo. Proprio allora arriva Gradasso. Rinaldo non sa più che cosa fare, e per una volta ha paura; ma il suo cuore non ha uguali al mondo, e mena un colpo smisurato: Fusberta fischia nell'aria, prende Orione alla cintura e il gigante crolla a terra tagliato in due.
Il patto con Gradasso ott. 6–13
Senza nemmeno guardare il gigante caduto, Rinaldo risale in sella e va contro Gradasso. Ma il re, che non riesce a togliersi dalla mente quel colpo straordinario, gli fa cenno che vuole parlargli. «Barone, sarebbe un peccato che un coraggio come il tuo finisse in modo così brutto: sei circondato dai miei, e devi arrenderti o morire. Ma Dio non voglia che io faccia un torto simile a un cavaliere così valoroso. Visto che è tardi, combattiamo domani, io senza la mia alfana e tu senza Baiardo, perché il cavallo fa molta differenza. Se mi uccidi o mi fai prigioniero, libererò tutti i tuoi compagni e i vassalli di re Marsilio; se vinco io, voglio il tuo cavallo. E vinca o perda, poi me ne andrò e non tornerò mai più in Occidente.»
Rinaldo non ci pensa due volte: «Alto signore, questa battaglia per me può essere solo un onore: essere vinto da te non sarebbe una vergogna, anzi una gloria. Ti ringrazio; ma non sono certo messo così male da doverti chiedere la vita: nemmeno il mondo intero armato potrebbe impedirmi di andarmene, figuriamoci voi. Se vuoi provarci, sono contentissimo.»
Si accordano su tutto: si batteranno sulla spiaggia, a sei miglia dai due eserciti, da soli e senza scorta, con le armi difensive che vogliono e la spada, ma senza lance, mazze o dardi. Tutti e due si preparano per la mattina dopo, ripassando ogni colpo di scherma. Ma prima, dice il poeta, voglio raccontarvi di Angelica, che con la magia si è fatta riportare nel Catai.
Angelica libera Malagise ott. 14–23
Anche se è lontana, Angelica non riesce a togliersi Rinaldo dal cuore. Come una cerva ferita da una freccia, che più corre più perde sangue e soffre, così in lei cresce ogni giorno il fuoco per Rinaldo. Non riesce a dormire, e quando all'alba si assopisce sogna sempre lui che fugge arrabbiato, come quel giorno nel bosco.
Guarda verso occidente e piange: «Là vive adesso quel crudele così bello, e di me non gli importa niente! È duro come un sasso, e io sono costretta ad amarlo. Ho provato incantesimi, parole magiche, erbe raccolte con la luna nuova e radici prese quando il sole è oscurato: niente mi toglie questa pena, perché l'amore vince ogni cosa. Perché non è venuto lui su quel prato, dove ho catturato il suo saggio cugino? Di sicuro non mi sarei messa a gridare! Ora quel poveretto è prigioniero; ma lo libererò subito, così quell'ingrato vedrà quanto sono buona.»
Con la magia si fa portare in fondo al mare, dove è rinchiuso Malagise. Sentendo aprire la porta, il mago è sicuro che sia un demonio venuto a ucciderlo, perché laggiù non scende mai nessuno. Angelica lo fa portare su, in una bella sala, gli toglie catene e ceppi, e solo allora gli parla: «Barone, eri prigioniero e ora sei libero. Se vuoi ricambiare, portami qui tuo cugino Rinaldo, che mi fa morire d'amore, tanto che non trovo pace né di giorno né di notte. Se mi giuri di portarlo davanti a me, ti renderò il tuo libro di magia. Ma attento a non mentire: ho un anello che renderà sempre inutili i tuoi incantesimi.»
Malagise giura senza tante parole: non sa che Rinaldo non ne vuole sapere, e crede di portarglielo senza problemi. Appena scende la notte, monta su un demonio e vola via.
«Da Angelica non ci vado» ott. 24–31
Durante il volo il demonio gli racconta tutto: l'esercito arrivato in Spagna, la sorte di Ricciardetto, il duello che è stato fissato. Non c'è niente che non sappia dire, anzi ne dice anche di più, perché è bravo a mentire. Un'ora prima dell'alba sono vicino a Barcellona. Malagise cerca tra le tende, trova Rinaldo che dorme e lo sveglia.
Rinaldo, vedendolo, è felice come non mai: salta giù dalla coperta, lo abbraccia e lo bacia cento volte. «Sbrigati» gli dice Malagise, «sono qui sotto giuramento: se vuoi, puoi liberarmi, altrimenti dovrò tornare in prigione. Non ti chiedo niente di pericoloso: devi solo andare da una fanciulla bianca come un giglio, che ti ama. Tiri fuori dai guai me e ti godi la vita. E sai chi è? È Angelica.»
A quel nome, Rinaldo sente dentro un gran dolore e cambia colore. Cerca una risposta, vuole parlare e poi rimandare, e non sa che cosa dire. Alla fine, da uomo valoroso che non sa nascondersi dietro chiacchiere false, dice: «Ascolta, Malagise: per liberarti sopporterò qualunque sventura, ogni dolore, ogni pericolo, anche la morte. Ma dove c'è Angelica non ci vado.»
Malagise non se lo aspettava. Lo prega in tutti i modi di non rimandarlo in prigione, gli ricorda che sono parenti e quante volte lo ha aiutato. Niente da fare. Alla fine dice: «Con un ingrato l'unica soddisfazione è rinfacciargli il bene ricevuto. Per te mi sono quasi dannato l'anima, e tu mi lasci morire in prigione. Guardati da me: ti farò un inganno che ti coprirà di vergogna, e forse ti farà anche del male.»
Due demoni travestiti ott. 32–35
Se ne va, apre il suo libro e chiama i demoni. Ne tiene con sé due, Draginazzo e Falsetta, e manda via gli altri. Falsetta lo fa travestire da araldo di re Marsilio, con le insegne di Spagna e il bastone in mano, e lo manda alla tenda di Gradasso a dire, a nome di Rinaldo, che il duello si farà all'ora nona, nel pomeriggio. Gradasso accetta contento e gli regala una coppa d'oro.
Uscito dalla tenda, il demonio cambia completamente aspetto: anelli alle orecchie invece che alle dita, un gran turbante in testa, una veste lunga a strisce d'oro, una spada di legno e un grande corno. Sembra proprio un messaggero persiano. Si presenta davanti a tutti i signori dell'esercito cristiano e giura che il suo re sarà sul campo, solo e armato, alla prima ora del giorno; e lo dice chiaro e tondo a Rinaldo.
Il finto Gradasso ott. 36–44
Rinaldo si arma in fretta. Chiama in disparte Ricciardetto e gli affida Baiardo: «Spero in Dio, che dà la vittoria. Ma se non dovessi tornare, riporta i nostri soldati a Carlo Magno e obbediscigli finché vivi, senza guardare a quello che ho fatto io. A volte la rabbia e l'orgoglio mi hanno fatto sbagliare: ma chi prende a calci un muro così solido non rompe le pietre, si fa male al piede. A quel signore, che non mi ha mai fatto pesare i miei errori, se muoio lascio il mio Baiardo.» Lo bacia piangendo e va a piedi, da solo, fino alla spiaggia. Non c'è nessuno, solo una nave vuota legata alla riva. Rinaldo si mette ad aspettare.
Ed ecco comparire Draginazzo: è identico a Gradasso, con la sopravveste azzurra a strisce d'oro, la corona d'oro, la grande scimitarra, il corno bianco e una bandiera bianca sull'elmo. Cammina proprio come lui, sguaina la scimitarra con fracasso e cala un colpo dritto sulla testa di Rinaldo.
Rinaldo para e risponde con un rovescio alla coscia; i colpi si fanno sempre più fitti. Poi Rinaldo, sbuffando, vuole mostrare in un colpo solo tutta la sua forza: getta lo scudo, impugna Fusberta a due mani e la cala con tutta la sua furia. La bandiera bianca vola a terra, la spada si abbatte sulla corona e fa saltare via l'elmo intero, spacca lo scudo dall'alto in basso e si pianta di un palmo nel terreno.
Il demonio coglie il momento: volta le spalle e scappa verso il mare. Rinaldo, convinto di averlo spaventato, non sta più nella pelle dalla gioia e lo insegue: «Aspetta, re gagliardo! Chi scappa non cavalca il mio Baiardo! Non ti vergogni? Torna indietro e prenditelo, è la bestia migliore che ci sia: ha la sella nuova, e proprio ieri sera l'ho fatto ferrare. Che cosa aspetti? Eccolo qui, sulla punta della mia spada!»
La nave senza nessuno ott. 45–55
Ma il demonio corre sull'acqua come una freccia e salta sulla nave. Rinaldo si butta in mare, sale anche lui a bordo e gli mena un gran colpo; il demonio salta giù dalla poppa nella stiva, Rinaldo lo insegue, e quello scappa fuori dalla prua. Intanto la nave si è staccata da terra, ma Rinaldo è così accanito che non se ne accorge. Quando sono già a sette miglia dalla riva, il nemico va in fumo.
Rinaldo cerca in ogni angolo: a bordo non c'è nessuno. La vela è gonfia e la nave corre verso il largo. Solo, si dispera: «Dio del cielo, per quale peccato mi mandi una disgrazia così grande? Ho sbagliato molto, ma questa penitenza è troppo dura. Quando racconterò quello che mi è successo, dirò la verità e nessuno mi crederà. Il mio signore mi ha affidato il suo esercito, e io, vile e traditore, lo abbandono e me ne vado per mare! Mi sembra di sentire le grida dei miei compagni e di vedere Alfrera che li uccide. Ricciardetto mio, così giovane, dove ti lascio? E voi, prigionieri di Gradasso, Guicciardo, Ivone, Alardo mio valoroso? Mi chiameranno codardo, e chi non si presenta alla prova accusa se stesso. Vorrei essere al posto di Feraguto, il figlio di Lanfusa, prigioniero, anche a costo di morire tra i tormenti: soffrirei la metà! Come si dispererà la mia casata, la Mongrana, e come trionferanno Gano e tutti i Maganzesi! Io li chiamavo traditori, e ora sono io senza onore.»
Per tre volte, disperato, pensa di farla finita, con la spada o gettandosi in mare con l'armatura; ma ogni volta lo trattiene il timore per la sua anima.
La nave corre più veloce di un delfino ed è già a trecento miglia oltre lo stretto; poi, all'improvviso, si volta verso oriente. A bordo non si vede nessuno, ma ci sono pane, vino e cibi squisiti. Rinaldo non ha voglia di mangiare: si inginocchia e si raccomanda a Dio. Ed ecco che la nave arriva a un giardino, con un magnifico palazzo, tutto circondato dal mare.
Il vecchio pellegrino ott. 56–62
Lasciamo Rinaldo nel giardino, dice il poeta, dove vedrete cose meravigliose, e torniamo a Orlando, che va verso oriente senza riposare né di giorno né di notte, senza trovare nessuno che sappia qualcosa di Angelica. Ha passato il fiume Tana, e una sera incontra un vecchio pellegrino che piange disperato: «Chi mi ha portato via il mio tesoro? Figlio mio, ti raccomando a Dio!»
Orlando gli chiede che cosa gli sia successo, e il vecchio, piangendo ancora più forte, racconta: «A due miglia da qui c'è un'alta rupe senza un filo d'erba, del colore del fuoco. In cima risuona una voce, la più spaventosa del mondo, ma non so che cosa dica. Intorno corre un'acqua furiosa, e c'è un ponte di pietra scura, con una porta che sembra di diamante e un gigante armato di guardia. Passavamo di lì io e mio figlio, e quel gigante maledetto me lo ha preso così di nascosto che quasi non l'ho visto: credo che lo stia divorando. Ascolta il mio consiglio: torna indietro.»
Orlando risponde che vuole andare avanti a ogni costo. «Allora ti raccomando a Dio» dice il pellegrino, «perché vuol dire che non hai voglia di vivere. Quando vedrai quel gigante, così alto e grosso, ti tremeranno tutti i peli.»
Il dono del libro ott. 63–67
Orlando si mette a ridere e gli chiede di aspettarlo un'ora: se non lo vede tornare, se ne vada pure senza salutarlo. Poi va verso la rupe rossa. «Cavaliere» gli dice il gigante, «non cercare la morte. Il re di Circassia mi ha messo qui perché non lasci passare nessuno: lassù c'è un mostro che indovina qualunque cosa le si chieda; ma poi bisogna indovinare quello che chiede lei, altrimenti ti butta giù.»
Orlando gli chiede del ragazzo; il gigante risponde che ce l'ha e se lo tiene. Così cominciano a battersi, uno con la spada e l'altro con il bastone, finché il gigante si arrende: «Non ce la faccio più.»
Orlando riporta il ragazzo al padre, che piange di gioia. Il pellegrino tira fuori dalla bisaccia un panno bianco, e dal panno un libretto coperto d'oro e di smalti luminosi. «Signore, nessuna forza umana basterebbe a ricompensarti. Accetta questo libretto, che ha un potere meraviglioso: nelle sue pagine ogni domanda difficile trova la risposta.» Glielo dà, lo saluta e se ne va tutto contento.
Il mostro dell'indovinello ott. 68–77
Orlando guarda la rupe altissima: vuole salire a vedere il mostro che indovina tutto, per sapere dove si trova Angelica. Il gigante, che ha assaggiato Durindana, lo lascia passare. Orlando sale per una galleria buia fino alla cima, dove, dentro una roccia spaccata, c'è il mostro: ha i capelli d'oro e il viso sorridente di una fanciulla, il petto di leone, i denti di lupo, le braccia d'orso, gli artigli di grifone, il corpo e la coda di serpente e le ali colorate come quelle di un pavone. Con la coda, che batte di continuo, fora i sassi.
Quando vede il cavaliere, apre le ali e nasconde la coda, mostrando solo il viso. «Dimmi» le chiede Orlando, «in quale terra del mondo, dal freddo al caldo, da occidente a oriente, si trova adesso Angelica.» E il mostro risponde con voce dolce: «Quella per cui ti disperi sta ad Albraca, vicino al Catai. Ma ora rispondi tu: qual è l'animale che cammina senza piedi? E quale altro al mondo prova a camminare con quattro, poi con due, poi con tre?»
Orlando non sa rispondere e, senza dire altro, sfodera Durindana. Il mostro comincia a volargli intorno: lo ferisce all'improvviso, lo colpisce con la coda e con gli artigli. Se Orlando non fosse fatato in tutto il corpo, lo avrebbe trapassato cento volte. Alla fine, arrabbiato, aspetta il momento giusto e, quando il mostro scende in picchiata, fa un gran salto e lo colpisce a un'ala. Il mostro cade urlando, gli stringe le gambe con la coda e lo scudo con gli artigli; ma Orlando lo ferisce al ventre, se lo stacca di dosso e lo butta giù dalla rupe.
Poi riprende il cavallo e riparte di corsa, come un innamorato. Cavalcando gli torna in mente il libro del pellegrino: «Che smemorato! Potevo rispondere senza combattere. Ma così ha voluto Dio.» Sfoglia il libro e trova le risposte: l'animale senza piedi è il "vecchio marino", che cammina con le stesse pinne con cui nuota; l'altro è l'uomo, che da piccolo va a quattro zampe, poi su due piedi, e da vecchio su tre, contando il bastone.
Il Ponte della Morte ott. 78–83
Mentre legge arriva a un fiume di acqua nera, profondo e orribile, con le rive a strapiombo. Cercando un passaggio lungo la corrente, vede un grande ponte con un gigante di guardia. «Povero cavaliere» gli dice il gigante, «che brutta sorte ti ha portato qui! Questo è il Ponte della Morte, e da qui non puoi più andartene, perché tutte le strade si intrecciano e ti riportano al fiume: uno di noi due deve morire sul ponte.»
Il gigante si chiama Zambardo il robusto: ha la fronte larga più di due piedi e armato sembra una montagna. Porta una pelle di serpente, piastre e maglia, la scimitarra al fianco e un grosso bastone di ferro da cui pendono cinque catene, ognuna con una palla di venti libbre. Ma il peggio è un altro: ha una rete di ferro nascosta sotto la sabbia, che fa scattare con il piede quando un avversario si dimostra troppo forte, e con quella lo trascina nel fiume. Chi ci finisce dentro muore.
Orlando non ne sa niente: scende da cavallo e avanza sul ponte con lo scudo al braccio e Durindana in mano, curandosi del gigante come di un bambino. Comincia una battaglia durissima... «Ma in questo canto non vado avanti» dice il poeta: «quell'assalto è così faticoso che, solo a raccontarlo, ho bisogno di riposare anch'io.»
Parole difficili
- cavezzi ott. 5: pezzi.
- Ponente ott. 9: l'Occidente, dove tramonta il sole.
- scrimire ott. 13: schermire, combattere con la spada secondo le regole della scherma.
- Cataio ott. 13: il Catai, cioè la Cina, il regno del padre di Angelica.
- trabacca ott. 25: tenda da campo.
- trapontin ott. 26: trapunta, coperta imbottita.
- araldo ott. 33: messaggero ufficiale di un re.
- nona ott. 33: l'ora nona, cioè circa le tre del pomeriggio.
- simitara ott. 39: scimitarra, sciabola dalla lama ricurva.
- barbuta ott. 42: elmo che copre anche le guance e il mento.
- figliol de Lanfusa ott. 51: Feraguto, figlio di Lanfusa, ora prigioniero di Gradasso.
- Mongrana ott. 52: la casata di Rinaldo.
- palmiero ott. 57: pellegrino.
- Circasia ott. 64: la Circassia, regione a nord del Caucaso.
- Albraca ott. 72: la rocca vicino al Catai dove si trova Angelica.
- vecchio marino ott. 77: un animale del mare che cammina con le pinne con cui nuota.
- senator romano ott. 83: Orlando, che nelle storie dei paladini è anche senatore di Roma.
Il testo di Boiardo
83 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Voi vi doveti, Segnor, racordare Come Ranaldo forte era turbato Veggendo Ricciardetto via portare. Gradasso incontinente ebbe lasciato, E il gran gigante viene ad afrontare. Era quello Orïone ignudo nato; Negra ha la pelle, e tanto grossa e dura, Che de coperta de arme nulla cura.
Ranaldo dismontò subito a piede, Perchè forte temeva di Baiardo Per il gran tronco che al gigante vede; Esser non li bisogna pigro o tardo. Apena che Orïone estima o crede Che si ritrova in terra un sì gagliardo, Che ardisca far con lui battaglia stretta: Però si sta ridendo, e quello aspetta.
Ma non aveva Fusberta assaggiata, Nè le feroce braccia di Ranaldo, Chè l’armatura se avrebbe augurata. A due man mena il principe di saldo, E nella cossa fa grande tagliata. Quando Orïone sente il sangue caldo, Trà contra terra forte Ricciardetto, Mugiando come un toro, il maledetto.
Stava disteso Ricciardetto in terra, Senza alcun spirto, sbigotito e smorto; E quel gigante il grande àrboro afferra: Ranaldo in su l’aviso stava accorto. Quando Orïone il gran colpo disserra, Non che lui solo, un monte ne avria morto; Ranaldo indietro si retira un passo. Ecco a la zuffa arivò il re Gradasso.
Non scia Ranaldo già più che si fare, E certamente gli tocca paura. Lui, che di core al mondo non ha pare, Mena un gran colpo fuor d’ogni misura: Fusberta se sentiva zuffellare. Gionse Orïone al loco de cintura; A meza spada nel fianco lo afferra: Cadde il gigante in dui cavezzi in terra.
Nulla dimora fa il franco barone, Nè pur guarda il gigante che è cascato, Subitamente salta su l’arcione, E contra di Gradasso se n’è andato. Ma non se può levar de opinïone Quel re il colpo che ha visto ismisurato; Con la man disarmata ebbe a cignare Verso Ranaldo, che li vol parlare.
E ragionando poi con lui dicia: E’ serebbe, barone, un gran peccato Che lo ardir tuo e il fior de gagliardia, Quanto ne hai oggi nel campo mostrato, Perisse con sì brutta villania; Chè tu sei da mia gente intornïato. Come tu vedi, non te pôi partire: Convienti esser pregione, o ver morire.
Ma Dio non voglia che cotal diffetto Per mi si faccia a un baron sì gagliardo; Unde per mio onore io aggio eletto, Da poi che ’l giorno de oggi è tanto tardo, Che noi veniamo dimane allo effetto, Io senza alfana, e tu senza Baiardo; Chè la virtute de ogni cavalliero Si disaguaglia assai per il destriero.
Ma con tal patto la battaglia sia, Che, stu me occidi o prendime pregione, Ciascun chi è preso di tua compagnia, O sia vasallo al re Marsilïone, Seran lasciati su la fede mia; Ma s’io te vinco, io voglio il tuo ronzone. O vinca, o perda poi, me abbia a partire, Nè più in Ponente mai debba venire.
Ranaldo già non stette altro a pensare, Ma subito rispose: Alto segnore, Questa battaglia che debbiamo fare, Essere a me non può se non de onore. E di prodecia sei sì singulare, Che, essendo vinto da tanto valore, Non mi serà vergogna cotal sorte, Anzi una gloria aver da te la morte.
Quanto alla prima parte, te rispondo Che ben te voglio e debbo ringraziare, Ma non che già mi trovi tanto al fondo, Che da te debba la vita chiamare; Perchè, se armato fosse tutto ’l mondo, Non potrebbe al partir mio divetare, Non che voi tutti; e se forse hai talento Farne la prova, io son molto contento.
Incontinente se ebbeno accordare Della battaglia tutto il conveniente: Il loco sia nel litto apresso il mare, Lontan sei miglia a l’una e l’altra gente. Ciascuno al suo talento se può armare De arme a diffensa e di spada tagliente; Lancia, nè mazza, o dardo non si porta, E denno andar soletti e senza scorta.
Ciascuno è molto bene apparecchiato, Per domatina alla zuffa venire; Ogni vantaggio a mente hanno tornato, Le usate offese e l’arte del scrimire. Ma prima che alcun de essi venga armato, De Angelica vi voglio alquanto dire; La qual per arte, come ebbe a contare, Dentro al Cataio se fece portare.
Benchè lontana sia la giovanetta, Non può Ranaldo levarse del core. Come cerva ferita di saetta, Che al lungo tempo accresce il suo dolore, E quanto il corso più veloce affretta, Più sangue perde et ha pena maggiore: Così ognor cresce alla donzella il caldo, Anzi il foco nel cor, che ha per Ranaldo.
E non poteva la notte dormire, Tanto la strengie il pensiero amoroso; E se pur, vinta dal longo martire, Pigliava al far del giorno alcun riposo, Sempre, sognando, stava in quel desire. Ranaldo gli parea sempre crucioso Fuggir, sì come fece in quella fiata Che fu da lui nel bosco abandonata.
Essa tenea la faccia in ver Ponente, E, sospirando e piangendo, talora Diceva: In quella parte, in quella gente Quel crudel tanto bello ora dimora. Ahi lassa! Lui di me cura nïente! E questo è sol la doglia che me accora: Colui, che di durezza un sasso pare, Contra a mia voglia a me il conviene amare.
Io aggio fatto ormai l’ultima prova Di ciò che pôn gli incanti e le parole, E l’erbe strane ho còlto a luna nova, E le radice, quando è oscuro il sole; Nè trovo che dal petto me rimova Questa pena crudel, che al cor mi dole, Erba, nè incanto, o pietra precïosa, Nulla mi val; chè amor vince ogni cosa.
Perchè non venne lui sopra a quel prato, Là dove io presi il suo saggio cugino? Che certamente io non avria cridato. Ora è pregione adesso quel meschino. Ma incontinente serà liberato, Acciò che quello ingrato peregrino Cognosca in tutto la bontate mia, Che dà tal merto a sua discortesia.
E detto questo se ne andò nel mare, Là dove Malagise era pregione; Con l’arte sua là giù si fe’ portare, Chè andarvi ad altra via non c’è ragione. Malagise ode l’uscio disserrare, E ben si crede in ferma opinïone Che sia il demonio, per farlo morire, Perchè a quel fondo altrui non suol mai gire.
Gionta che fu là dentro la donzella, Di farlo portar sopra ben si spaccia; E poi che l’ebbe entro una sala bella, La catena li sciolse dalle braccia; E nulla per ancora gli favella, Ma ceppi e ferri dai piè li dislaccia. Come fu sciolto, li disse: Barone, Tu sei mo franco, et ora eri prigione.
Sì che, volendo una cortesia fare A me, che fuor te trassi di quel fondo, Da morte a vita mi pôi ritornare, Se qua mi meni il tuo cugin iocondo: Dico Ranaldo, che mi fa penare. A te la mia gran doglia non nascondo: Penar fa me de amore in sì gran foco, Che giorni e notte mai non trovo loco.
Se me prometti nel tuo sacramento Far qua Ranaldo inanti a me venire, Io te farò de una cosa contento, Che forse de altra non hai più desire. Darotti il libro tuo, se n’hai talento; Ma guarda, stu prometti, non mentire; Perchè te aviso che uno annello ho in mano, Che farà sempre ogni tuo incanto vano.
Malagise non fa troppo parole, Ma come a quella piace, così giura; Nè scia come Ranaldo non ne vole, Anzi crede menarlo alla sicura. Già se chinava allo occidente il sole; Ma, come gionta fu la notte scura, Malagise un demonio ha tolto sotto, E via per l’aria se ne va di botto.
Quel demonio li parla tutta fiata (E va volando per la notte bruna) Della gente che in Spagna era arivata, E come Ricciardetto ebbe fortuna, E la battaglia come era ordinata. Di ciò che è fatto, non gli è cosa alcuna Che quel demonio non la sappia dire; Anzi più dice, perchè scia mentire.
E già son gionti presso a Barcellona (Forse restava un’ora a farse giorno), E Malagise il demonio abandona. E, per quei paviglion guardando intorno, Dove sia de Ranaldo la persona, E’ dormir vede il cavallier adorno: Nella trabacca sua stava colcato. Malagise entra, et ebbelo svegliato.
Quando Ranaldo vide la sua faccia, Non fu nella sua vita sì contento; Del trapontin se leva e quello abbraccia, E delle volte lo baciò da cento. Disse a lui Malagise: Ora te spaccia, Ch’io son venuto sotto a sacramento. Piacendo a te, me pôi deliberare: Non te piacendo, in pregion vo’ tornare.
Non aver nella mente alcun sospetto Ch’io voglia che tu facci un gran periglio; Con una fanciulletta andrai nel letto, Netta come ambro, e bianca come un giglio. Me trai di noia, e te poni in diletto. Quella fanciulla dal viso vermiglio È tal, che tu nol pensaresti mai: Angelica è colei di cui parlai.
Quando Ranaldo ha nominare inteso, Colei che tanto odiava nel suo core, Dentro dal petto è di alta doglia acceso, E tutto in viso li cangiò il colore. Ora un partito, ora un altro n’ha preso Di far risposta, e non la scia dir fuore; Or la vol fare, ora la vol differire; Ma nello effetto e’ non scia che si dire.
Al fin, come persona valorosa, Che in zanze false non se scia coprire, Disse: Odi, Malagise: ogni altra cosa (E non ne trago il mio dover morire), Ogni fortuna dura e spaventosa, Ogni doglia, ogni affanno vo’ soffrire, Ogni periglio, per te liberare: Dove Angelica sia, non voglio andare.
E Malagise tal risposta odìa, Qual già non aspettava in veritate. Prega Ranaldo quanto più sapìa, Non per merito alcun, ma per pietate, Che nol ritorna in quella pregionia. Or gli ricorda la sanguinitate, Or le proferte fatte alcuna volta; Nulla gli val, Ranaldo non l’ascolta.
Ma poi che un pezzo indarno ha predicato, Disse: Vedi, Ranaldo, e’ si suol dire, Ch’altro piacer non s’ha de l’omo ingrato, Se non buttarli in occhio il ben servire. Quasi per te ne l’inferno m’ho dato: Tu me vôi far nella pregion morire. Guârti da me; ch’io ti farò uno inganno, Che ti farà vergogna, e forse danno.
E, così detto, avante a lui se tolse. Subitamente se fo dispartito; E come fo nel loco dove volse (Già caminando avea preso il partito), Il suo libretto subito disciolse. Chiama i demonî il negromante ardito; Draginazo e Falsetta trà da banda: Agli altri il dipartir presto comanda.
Falsetta fa adobar com’uno araldo, Il qual serviva al re Marsilïone. L’insegna avea di Spagna quel ribaldo, La cotta d’arme, e in mano il suo bastone. Va messagiero a nome de Ranaldo, E gionse di Gradasso al paviglione, E dice a lui che a l’ora de la nona Avrà Ranaldo in campo sua persona.
Gradasso lieto accetta quello invito, E d’una coppa d’ôr l’ebbe donato. Subito quel demonio è dipartito, E tutto da quel che era, è tramutato; Le annelle ha ne l’orecchie, e non in dito, E molto drappo al capo ha inviluppato, La veste lunga e d’ôr tutta vergata; E di Gradasso porta l’ambasciata.
Proprio parea di Persia uno almansore, Con la spada di legno e col gran corno; E qui, davanti a ciascadun segnore, Giura che all’ora primera del giorno, Senza nïuna scusa e senza errore, Serà nel campo il suo segnore adorno, Solo et armato, come fo promesso; E ciò dice a Ranaldo per espresso.
In molta fretta se è Ranaldo armato; E’ suoi gli sono intorno d’ogni banda. Da parte Ricciardetto ebbe chiamato, Il suo Baiardo assai gli racomanda. O sì, o no, dicea, che sia tornato, Io spero in Dio, che la vittoria manda; Ma se altro piace a quel Segnor soprano, Tu la sua gente torna a Carlo Mano.
Fin che sei vivo debbilo obedire, Nè guardar che facesse in altro modo. Or ira, or sdegno m’han fatto fallire; Ma chi dà calci contra a mur sì sodo, Non fa le pietre, ma il suo piè stordire. A quel segnor, dignissimo di lodo, Che non ebbe al fallir mio mai riguardo, S’io son occiso, lascio il mio Baiardo.
Molte altre cose ancora gli dicia; Forte piangendo, in bocca l’ha baciato. Soletto alla marina poi s’invia; A piedi sopra il litto fo arivato. Quivi d’intorno alcun non apparia. Era un naviglio alla riva attaccato. Sopra di quel persona non appare: Stassi Ranaldo Gradasso a aspettare.
Or ecco Draginazo che s’appara; Proprio è Gradasso, et ha la sopravesta Tutta d’azurro e d’ôr dentro la sbara, E la corona d’ôr sopra la testa, L’armi forbite e la gran simitara, E ’l bianco corno, che giamai non resta, E per cimero una bandiera bianca; In summa di quel re nulla gli manca.
Questo demonio ne vene sul campo: Il passeggiare ha proprio di Gradasso; Ben dadovero par ch’el butti vampo. La simitara trasse con fraccasso. Ranaldo, che non vole avere inciampo, Sta su l’aviso e tiene il brando basso; Ma Draginazo con molta tempesta, Li calla un colpo al dritto della testa.
Ranaldo ebbe quel colpo a riparare: D’un gran riverso gli tira alla cossa. Or cominciano e’ colpi a radoppiare; A l’un e l’altro l’animo s’ingrossa. Mo comincia Ranaldo a soffïare, E vol mostrare a un punto la sua possa: Il scudo che avea in braccio, getta a terra, La sua Fusberta ad ambe mane afferra.
Così crucioso, con la mente altiera, Sopra del colpo tutto se abandona. Per terra va la candida bandiera; Calla Fusberta sopra alla corona, E la barbuta gietta tutta intiera. Nel scudo d’osso il gran colpo risuona, E dalla cima al fondo lo disserra; Mette Fusberta un palmo sotto terra.
Ben prese il tempo il demonio scaltrito: Volta le spalle, e comincia a fuggire. Crede Ranaldo averlo sbigotito, E de allegrezza sè non può soffrire. Quel maledetto al mar se n’è fuggito; Dietro Ranaldo se ’l mette a seguire, Dicendo: Aspetta un poco, re gagliardo: Chi fugge, non cavalca il mio Baiardo.
Or debbe far un re sì fatta prova? Non te vergogni le spalle voltare? Torna nel campo e Baiardo ritrova: La meglior bestia non puoi cavalcare. Ben è guarnito et ha la sella nova, E pur ier sira lo feci ferrare. Vien, te lo piglia: a che mi tieni a bada? Eccolo quivi, in ponta a questa spada.
Ma quel demonio nïente l’aspetta, Anzi pariva dal vento portato. Passa ne l’acqua, e pare una saetta, E sopra quel naviglio fo montato. Ranaldo incontinente in mar se gietta, E poi che sopra al legno fo arivato, Vede il nemico, e un gran colpo gli mena: Quel per la poppa salta alla carena.
Ranaldo ognior più drieto se gl’incora, E con Fusberta giù pur l’ha seguìto. Quel sempre fuggie, e n’esce per la prora. Era ’l naviglio da terra partito, Nè pur Ranaldo se n’avede ancora, Tanto è dietro al nemico invellenito; Et è dentro nel mar già sette miglia, Quando disparve quella meraviglia.
Quello andò in fumo. Or non me domandate Se meraviglia Ranaldo se dona. Tutte le parte del legno ha cercate: Sopra al naviglio più non è persona. La vella è piena, e le sarte tirate; Camina ad alto e la terra abandona. Ranaldo sta soletto sopra al legno: Oh quanto se lamenta il baron degno!
Ah Dio del cel, dicea, per qual peccato, M’hai tu mandato cotanta sciagura? Ben mi confesso che molto ho fallato, Ma questa penitenzia è troppo dura. Io son sempre in eterno vergognato, Chè certo la mia mente è ben sicura Che, racontando quel che me è accaduto, Io dirò il vero, e non serà creduto.
La sua gente mi dette il mio segnore, E quasi il stato suo mi pose in mano: Io, vil, codardo, falso, traditore, Gli lascio in terra e nel mar me allontano; Et or mi par d’odir l’alto romore Della gran gente del popol pagano; Parmi de’ miei compagni odir le strida, Veder parmi l’Alfrera che gli occida.
Ahi Ricciardetto mio, dove ti lasso Sì giovanetto, tra cotanta gente? E voi, che pregion seti di Gradasso, Guicciardo, Ivone, Alardo mio valente? Or foss’io stato della vita casso, Quando in Spagna passai primeramente! Gagliardo fui tenuto e d’arme experto: Questa vergogna ha l’onor mio coperto.
Io me ne vado; or chi farà mia scusa, Quando serò de codardia appellato? Chi non sta al paragon, sè stesso accusa: Più non son cavallier, ma riprovato. Or foss’io adesso il figliol de Lanfusa, E per lui nel suo loco impregionato! Per lui dovessi in tormento morire! Ch’io non ne sentirei mità martire.
Che se dirà di me nella gran corte, Quando serà sentito il fatto in Franza? Quanto Mongrana se dolerà forte Che il sangue suo commetta tal mancanza? Come triomfaranno in su le porte Gaino, con tutta casa di Maganza! Ahimè! Già puote’ dirli traditore: Parlar non posso più; son senza onore.
Così diceva quel baron pregiato, Et altro ancora nel suo lamentare; E ben tre volte fu deliberato Con la sua spada sè stesso passare; E ben tre volte, come disperato, Come era, armato, gettarse nel mare: Sempre il timor de l’anima e lo inferno Li vetò far di sè quel mal governo.
La nave tutta fiata via camina, E fuor del stretto è già trecento miglia! Non va il delfino per l’onda marina, Quanto va questo legno a meraviglia. A man sinistra la prora se inchina, Volto ha la poppa al vento di Sibiglia; Nè così stette volta, e in uno istante Tutta se è volta contra di levante.
Fornita era la nave da ogni banda, Eccetto che persona non li appare, Di pane e vino et ottima vivanda. Ranaldo ha poca voglia di mangiare: In genocchione a Dio si racomanda; E così stando, se vede arivare Ad un giardin, dove è un palagio adorno; Il mare ha quel giardin d’intorno intorno.
Or qui lasciar lo voglio nel giardino, Che sentirete poi mirabil cosa; E tornar voglio a Orlando paladino, Qual, come io dissi, con mente amorosa, Verso Levante ha preso il suo camino; Giorno nè notte mai non se riposa, Sol per cercare Angelica la bella, Nè trova chi di lei sappia novella.
Il fiume della Tana avea passato, Et è soletto il franco cavalliero. In tutto il giorno alcun non ha trovato: Presso alla sera riscontra un palmiero. Vecchio era assai e molto adolorato, Cridando: Oh caso dispietato e fiero! Chi m’ha tolto il mio bene e ’l mio desio? Figliol mio dolce, te acomando a Dio!
— Se Dio te aiute, dimme, peregrino, Quella cagion che te fa lamentare. Così diceva Orlando; e quel meschino Comincia il pianto forte a radoppiare, Dicendo: Lasso! misero! tapino! Mala ventura ebbi oggi ad incontrare. Orlando di pregarlo non vien meno Che il fatto gli raconti tutto a pieno.
Dirotti la cagion perch’io me doglio, Rispose lui, da poi che il vôi sapere. Qui drieto a due miglia è uno alto scoglio, Che a la tua vista pô chiaro apparere; Non a me, che non vedo come io soglio, Per pianger molto e per molti anni avere. La ripa di quel scoglio è d’erba priva, E di colore assembra a fiamma viva.
Alla sua cima una voce risuona: Non se ode al mondo la più spaventosa; Ma già non te scio dir ciò che ragiona. Corre di sotto una acqua furïosa, Che cingie il scoglio a guisa di corona. Un ponte vi è di pietra tenebrosa, Con una porta che assembra a diamante; E stavvi sopra armato un gran gigante.
Un giovanetto mio figliuolo et io, Quivi dapresso passavam pur ora; E quel gigante maledetto e rio, Quasi dir posso ch’io nol vidi ancora, Sì de nascoso prese il figliol mio. Hassel portato, e credo che il divora. La cagion de che io piango, or saverai; Per mio consiglio indietro tornarai.
Pensossi un poco, e poi rispose Orlando: Io voglio ad ogni modo avanti andare. Disse il palmiero: A Dio ti racomando, Tu non debbi aver voglia di campare. Ma credi a me, che il ver te dico: quando Avrai quel fier gigante a remirare, Che tanto è lungo, e sì membruto e grosso, Pel non avrai che non ti tremi adosso.
Risene Orlando, e preselo a pregare Che per Dio l’abbia un poco ivi aspettato, E se nol vede presto ritornare, Via se ne vada senza altro combiato. Il termine de un’ora li ebbe a dare, Poi verso il scoglio rosso se n’è andato. Disse il gigante, veggendol venire: Cavallier franco, non voler morire.
Quivi m’ha posto il re di Circasia, Perch’io non lasci alcuno oltra passare; Chè sopra al scoglio sta una fera ria, Anzi un gran monstro se debbe appellare, Che a ciascadun che passa in questa via, Ciò che dimanda, suole indivinare; Ma poi bisogna che anco egli indivina Quel che la dice, o che qua giù il roina.
Orlando del fanciullo adimandone: Rispose averlo e volerlo tenire; Onde per questo fu la questïone, E cominciorno l’un l’altro a ferire. Questo ha la spada, e quell’altro il bastone: Ad un ad un non voglio i colpi dire. Al fine Orlando tanto l’ha percosso, Che quel si rese e disse: Più non posso.
Così riscosse Orlando il giovanetto, E ritornollo al padre lacrimoso. Trasse il palmiero un drappo bianco e netto, Che nella tasca tenïa nascoso. Di questo fuor sviluppa un bel libretto, Coperto ad oro e smalto luminoso; Poi volto a Orlando disse: Sir compiuto, Sempre in mia vita ti serò tenuto.
E s’io volessi te remeritare, Non bastarebbe mia possanza umana. Questo libretto voglilo accettare, Chè è de virtù mirabile e soprana, Perchè ogni dubbioso ragionare Su queste carte si dichiara e spiana. E, donatogli il libro, disse: Addio! E molto allegro da lui se partio.
Orlando s’arestò col libro in mano, E fra sè stesso comincia a pensare; Mirando al scoglio che è cotanto altano, Ad ogni modo in cima vol montare, E vol veder quel monstro tanto istrano, Che ogni dimanda sapea indivinare. E sol per questo volea far la prova: Per saper dove Angelica si trova.
Passa nel ponte con vista sicura, Chè già non lo divieta quel gigante; Egli ha provata Durindana dura, Dàgli la strata: Orlando passa avante. Per una tomba tenebrosa e oscura Monta alla cima quel baron aitante, Dove, entro a un sasso rotto per traverso, Stava quel monstro orribile e diverso.
Avea crin d’oro e la faccia ridente, Come donzella, e petto di lïone; Ma in bocca avea di lupo ogni suo dente, Le braccie d’orso e branche di grifone, E busto e corpo e coda di serpente; L’ale depinte avea come pavone. Sempre battendo la coda lavora, Con essa e’ sassi e il forte monte fora.
Quando quel monstro vede il cavalliero, Distese l’ale e la coda coperse: Altro che il viso non mostrava intiero. La pietra sotto lui tutta se aperse. Orlando disse a lui con viso fiero: Tra le provenze e le lingue diverse, Dal freddo al caldo e da sira a l’aurora, Dimmi ove adesso Angelica dimora.
Dolce parlando, la maligna fiera Così risponde a quel che Orlando chiede: Quella per cui tua mente se dispera, Presso al Cataio in Albraca si siede. Ma tu respondi ancora a mia manera: Qual animal passeggia senza piede? E poi qual altro al mondo se ritrova, Che con quattro, dui, tre de andar se prova?
Pensa Orlando alla dimanda strana, Nè scia di quella punto sviluppare: Senza dire altro trasse Durindana; Quella comincia intorno a lui volare. Or lo ferisce tutta subitana, Or lo minaccia e fallo intorno andare, Or di coda lo batte, or dello ungione: Ben li è mistiero aver sua fatasone.
Che se non fosse lui stato afatato, Come era tutto, il cavalliero eletto, Ben cento volte l’arebbe passato, D’avanti a dietro, e dalle spalle al petto. Quando fu Orlando assai ben regirato, L’ira li monta e crescegli il dispetto; Adocchia il tempo e, quando quella cala, Piglia un gran salto, e gionsela ne l’ala.
Cridando il crudel monstro cade a terra; Longe d’intorno fu quel crido odito. Le gambe a Orlando con la coda afferra, E con le branche il scudo li ha gremito. Ma presto fu finita questa guerra, Perchè nel ventre Orlando l’ha ferito; Poi che de intorno a sè l’ebbe spiccato, Giù di quel scoglio lo trabucca al prato.
Smonta la ripa e prende il suo destriero, Forte camina, come inamorato; E cavalcando li venne in pensiero De ciò che il monstro l’avea dimandato. Tornagli a mente il libro del palmiero, E fra sè disse: Io fui ben smemorato! Senza battaglia potea satisfare. Ma così piacque a Dio che avesse andare.
E guardando nel libro, pone cura Quel che disse la fera, indivinare; Vede il vecchio marino e sua natura, Che con l’ale che nota, ha passeggiare; Poi vede che l’umana creatura In quattro piedi comincia ad andare, E poi con duo, quando non va carpone; Tre n’ha poi vecchio, contando il bastone.
Leggendo il libro, gionse a una rivera De una acqua negra, orribile e profonda. Passar non puote per nulla maniera, Chè derupata è l’una e l’altra sponda. Lui de trovare il varco pur se spera, E, cavalcando il fiume alla seconda, Vede un gran ponte e un gigante che guarda: Vassene Orlando a lui, chè già non tarda.
Come ’l gigante il vide, prese a dire: Misero cavallier! Malvagia sorte Fu quella che ti fece qui venire. Sappi che questo è il Ponte della Morte; Nè più di qui ti potresti partire, Perchè son strate inviluppate e torte, Che pur al fiume te menan d’ogniora: Convien che un di noi doi sul ponte mora.
Questo gigante che guardava il ponte, Fu nominato Zambardo il robusto: Più de duo piedi avea larga la fronte, Et a proporzïon poi l’altro busto. Armato proprio rasembrava un monte, E tenea in man di ferro un grosso fusto; Dal fusto uscivan poi cinque catene, Ciascuna una pallotta in cima tiene.
Ogni pallotta vinte libbre pesa; Da capo a piede è di un serpente armato, Di piastre e maglia, a fare ogni diffesa; La simitara avea dal manco lato. Ma, quel che è peggio, una rete ha distesa, Perchè, quando alcun l’abbia contrastato, Et abbia ardire e forza a meraviglia, Con la rete di ferro al fine il piglia.
E questa rete non si può vedere, Perchè coperta è tutta ne l’arena; Lui col piede la scocca a suo piacere, E il cavallier con quella al fiume mena. Rimedio non si pote a questo avere; Qualunche è preso, è morto con gran pena. Non sa di questa cosa il franco conte: Smonta il destriero e vien dritto in sul ponte.
Il scudo ha in braccio e Durindana in mano, Guarda il nemico grande et aiutante; Tanto ne cura il senator romano, Quanto quel fusse un piccoletto infante. Dura battaglia fu sopra quel piano..... Ma in questo canto più non dico avante, Chè quello assalto è tanto faticoso, Che, avendo a dirlo, anch’io chiedo riposo.