Libro I · Canto VI
Orlando nella rete
Orlando si salva da una rete di ferro e da un gigante mangiatore di uomini, poi beve a una coppa incantata e dimentica Angelica. Gradasso marcia su Parigi.
In breve
Orlando uccide il gigante Zambardo sul Ponte della Morte, ma morendo il gigante fa scattare una rete di ferro che lo imprigiona. Un vecchio frate passa di lì, non riesce a liberarlo e cerca invece di consolarlo; poi scappa, perché arriva un gigante con un occhio solo che mangia gli uomini. Il mostro, volendo portarsi via Orlando, gli taglia per sbaglio le catene con Durindana: Orlando lo uccide e libera i suoi prigionieri. Un messaggero gli dice che Angelica è assediata ad Albraca. Ma poco dopo una ragazza gli offre da bere a una coppa di cristallo, e Orlando dimentica tutto, persino Angelica.
Intanto Gradasso aspetta invano Rinaldo sulla spiaggia. Ricciardetto riporta in Francia l'esercito cristiano, re Marsilio si sottomette a Gradasso, e insieme marciano su Parigi. Carlo Magno si prepara a difendersi, e la battaglia comincia con l'assalto di Ogier il Danese.
Ascolta il canto
Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Capitolo 04
Il giardino dell’oblio
4 scene su questo canto · 3 min
- Scena 01Una vittoria che imprigiona0:45
- Scena 02Il gigante sbaglia colpo0:44
- Scena 03Una notizia e una coppa0:52
- Scena 04La primavera senza ricordi0:42
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
Sul Ponte della Morte, Orlando e il gigante Zambardo combatterono a lungo. Orlando gli arrivava appena a metà gamba, ma saltava così in alto da guardarlo in faccia! Alla fine il gigante fu sconfitto. Però, con le ultime forze, batté il piede a terra e fece scattare la rete nascosta. Orlando si ritrovò stretto in grosse catene di ferro, senza la sua spada.
Passò un giorno intero, e non arrivava nessuno. Poi comparve un vecchio frate con la barba bianca, in groppa a un asinello. Orlando gli chiese di tagliare la rete con Durindana, ma il frate riusciva appena a sollevarla. Allora si mise a consolarlo con le storie dei santi. «Io vorrei aiuto, non conforto!» sbuffò Orlando. E se la prese con l'asinello, che aveva portato lì un vecchio invece di un giovane.
All'improvviso il frate scappò di corsa nel bosco. Stava arrivando un gigante con un occhio solo in mezzo alla fronte: era un mangiatore di uomini! Vide Orlando e decise di portarselo via per cena. Ma la rete non si apriva. Così il gigante raccolse Durindana e la calò con forza sul prigioniero.
Orlando era fatato, e la spada non lo ferì. In compenso tagliò tutte le catene! In un lampo Orlando fu libero. Afferrò uno dei dardi del gigante e lo lanciò: colpì il mostro proprio nell'unico occhio, e quello crollò con un tonfo. Poi Orlando sollevò l'enorme pietra che chiudeva la sua caverna e liberò tutti i prigionieri.
Poco dopo incontrò un messaggero con notizie di Angelica. L'imperatore dei Tartari voleva sposarla per forza, e lei si era chiusa nella fortezza di Albraca. Orlando partì al galoppo. Ma su un ponte lo aspettava una ragazza sorridente, con una coppa di cristallo. «Per passare devi bere» disse.
Orlando bevve senza sospettare niente. E di colpo dimenticò tutto: Angelica, Carlo Magno, perfino chi era! Adesso voleva soltanto obbedire a quella ragazza. Come in un sogno, entrò in un palazzo meraviglioso, in mezzo a un giardino sempre fiorito.
Intanto, in Spagna, Gradasso aspettò Rinaldo sulla spiaggia tutto il giorno. Ma Rinaldo era in mezzo al mare, lontanissimo! Gradasso pensò di essere stato preso in giro e si infuriò. Ricciardetto riportò l'esercito cristiano in Francia. Re Marsilio, rimasto solo, si inginocchiò davanti a Gradasso e si mise ai suoi ordini. E Gradasso marciò verso Parigi con un esercito immenso: avrebbe distrutto la città, se non gli avessero dato Baiardo.
Carlo Magno preparò le difese. Le porte di Parigi si aprirono, e il primo a lanciarsi contro i nemici fu Ogier il Danese. Come andrà questa grande battaglia? Te lo racconterà il prossimo canto.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
Sul Ponte della Morte ott. 1–7
«Ascoltate, signori, la battaglia più terribile che ci sia mai stata» comincia il poeta. «Avete sentito quanto è forte e grande Zambardo; ora sentirete con quanta fatica fu combattuto, e la disgrazia che capitò al senatore Orlando, forse la più grande di tutte.»
Orlando sale sul ponte e Zambardo afferra la sua mazza. Il conte non gli arriva nemmeno a metà coscia, ma salta così in alto che spesso se lo trova faccia a faccia. Il gigante cala il bastone dall'alto, e Orlando con un balzo si butta di lato; poi lo colpisce al braccio così forte che gli fa cadere il bastone, e subito, rapido come un uccello, raddoppia il colpo. Ma la pelle di serpente che il gigante indossa è durissima, e i colpi le fanno poco o niente.
Zambardo sguaina la scimitarra. Ha capito che quel cavaliere è forte e pensa già alla sua rete, ma vuole tenerla per ultima. Mena un rovescio che prende Orlando in mezzo alla guancia e lo sbalza di venti passi. Ora il conte è infuriato, e gli occhi gli lampeggiano. Colpisce il gigante al fianco con Durindana, che, dice Turpino, è spessa ben quattro dita dall'elsa alla punta: spacca le scaglie del serpente, la cintura di ferro, l'usbergo e la corazza, e lo taglierebbe in due se il gigante non si buttasse a terra.
Zambardo, pallido, con il cuore che batte e il naso gelato, riprende da terra il suo bastone e mena un colpo di traverso, che prende Orlando in pieno con le catene.
La rete ott. 8–15
Orlando finisce a terra accanto al gigante, e i due continuano a lottare distesi. Orlando si rialza per primo e lo afferra per l'elmo, ma Zambardo lo stringe al petto e cerca di trascinarlo nel fiume. Orlando, che ha lasciato Durindana per terra, lo tempesta di pugni in faccia finché il gigante, stordito, cade di nuovo; ma poi si rimette in piedi.
Ricomincia l'assalto, uno con il bastone e l'altro con Durindana. Orlando, per colpirlo in alto, deve sempre saltare; ma conosce l'arte della scherma, e il gigante è già ferito in quattro punti. Zambardo finge un colpo, si ferma a metà, e quando vede Orlando indietreggiare gli piomba addosso: il cielo fischia e le catene risuonano. Orlando para con la spada e spezza il bastone; poi colpisce di nuovo il fianco nel punto di prima, dove la pelle di serpente è già tagliata, con la forza di un fulmine.
Zambardo, bianco in faccia, capisce di essere ferito a morte. Ma con l'ultima forza batte il piede a terra e fa scattare la rete nascosta, che afferra Orlando con tanta furia da strappargli la spada di mano e gli stringe le braccia contro il corpo: ogni maglia è così grossa che non si riesce a impugnarla con due mani. «Dio del cielo, Vergine santa, aiutatemi!» grida Orlando. E in quel momento Zambardo cade morto.
Quel posto è così deserto che non ci passa quasi mai nessuno. Orlando resta legato sotto il cielo aperto, senza più speranza: il suo coraggio, la sua forza e la sua armatura non gli servono a niente. Passa un giorno intero senza mangiare, e la notte dorme poco.
Il frate che consola ott. 16–22
La fame cresce e la speranza cala. Ed ecco passare un frate con la barba bianca. «Padre, amico di Dio, aiutami!» lo chiama Orlando con un filo di voce. «Sono arrivato alla fine della mia vita.» Il vecchio guarda tutte quelle catene, ma non sa come aprirle. «Prendi la mia spada e taglia la rete» dice Orlando. «Se ti uccidessi diventerei irregolare» risponde il frate, «e non voglio commettere un peccato simile.» «Stai tranquillo: sono così armato che quella spada non mi taglierà.» Alla fine il frate prende Durindana, ma riesce appena a sollevarla, e sulla catena lascia solo un graffio.
Allora butta via la spada e comincia a consolarlo: «Muori da buon cristiano e non disperarti: se sopporterai questa morte con pazienza, Dio ti farà cavaliere della sua corte.» E gli racconta le pene dei santi, chi crocifisso e chi scorticato. «Figliolo, devi morire: ringrazia Dio.» «Sia ringraziato» risponde Orlando, «ma non per questo. Io vorrei aiuto, non conforto. Maledetto l'asinello che ti ha portato qui! Se fosse venuto un giovane, sarei salvo.»
«Vedo che sei disperato» dice il frate. «Un barone come te si lascia spaventare dalla morte? La Provvidenza non abbandona chi spera in lei. Ascolta da quale sventura mi sono salvato io.»
Il gigante con un occhio solo ott. 23–29
«Io e altri tre frati eravamo partiti dall'Armenia per un pellegrinaggio in Georgia, ma abbiamo sbagliato strada e siamo finiti qui in Circassia. All'improvviso dalla montagna scende un gigante enorme, con un occhio solo in mezzo alla fronte, un'armatura che sembra fatta di artigli di drago, tre dardi e un bastone ferrato. Ci lega tutti senza fatica e ci porta in una caverna dove tiene molti altri prigionieri; e lì, con questi occhi, ho visto quel mostro divorare il più giovane dei nostri. Poi mi ha guardato, ha detto che un vecchio duro come me si poteva mangiare solo per fame, e con un calcio mi ha buttato giù dalla rupe, alta trecento braccia. Ma io speravo in Dio, e Dio mi ha aiutato: cadendo mi sono aggrappato a un ramo di rovo e mi sono nascosto lì sotto, senza fiatare, fino a notte.»
Mentre parla, il frate si volta e scappa nel bosco terrorizzato: «Povero me! Ecco quella creatura maledetta! Barone, ti raccomando a Dio!»
Arriva il gigante, con la barba e le mascelle sporche di sangue, e si guarda intorno con il suo grande occhio. Vede Orlando, lo afferra per il collo e lo scuote, ma non riesce a tirarlo fuori dalla rete. «Questo bestione non lo lascio di certo: deve essere sodo come un buon montone, me lo mangerò intero per cena.» Poi vede Durindana per terra, si china e la prende.
Orlando libero ott. 30–38
Appoggia a una quercia i suoi dardi e il bastone e cala Durindana a due mani su Orlando. Non lo uccide, perché il conte è fatato, ma gli taglia tutte le catene; e la botta è così forte che Orlando suda dalla testa ai piedi. Ma la gioia di essere libero è tale che il dolore non gli importa: sguscia via, corre alla quercia e afferra il grande bastone. Il mostro, che credeva di portarselo via come un agnello, si infuria.
Ora si sono scambiati le armi. Orlando ha paura della sua stessa spada e si tiene a distanza, sempre in movimento. Colpisce spesso il gigante con il bastone, ma è come niente, perché il mostro è corazzato di artigli di grifone: di questo passo, pensa, ci vorranno tre giorni per stancarlo. Allora afferra uno dei dardi lasciati dal gigante, e il signore di Anglante non sbaglia: lo colpisce proprio in mezzo all'unico occhio. Il gigante crolla con un tonfo.
Orlando si inginocchia e ringrazia Dio. Il frate torna sul sentiero, ma il gigante, anche da morto, gli fa ancora tanta paura che scappa di nuovo nel bosco. Orlando, ridendo, lo richiama. «Cavaliere di Dio» dice il frate, «un barone devoto come te deve salvare i prigionieri che quel mostro teneva nella caverna. Ti ci porto io; ma se arrivasse un altro gigante, da me non aspettarti nessun aiuto.»
La caverna è chiusa da una pietra quadrata di dieci piedi per lato, spessa un piede e mezzo e sbarrata da due catene, e da sotto si sentono pianti e grida. Qui il conte di Brava mostra una forza infinita: spezza le catene con Durindana, solleva la pietra con le braccia e libera tutti i prigionieri.
Notizie di Angelica ott. 39–42
Orlando lascia il frate e prosegue per la foresta, finché arriva a un incrocio di quattro strade. Ecco arrivare di corsa un messaggero, e Orlando gli chiede notizie. «Vengo dalla Media e vado dal re di Circassia» risponde quello. «Cerco aiuto in tutto il mondo per la mia regina. Il grande imperatore di Tartaria si è innamorato di lei, ma lei lo odia a morte. Suo padre, Galafrone, è un vecchio che ama la pace e non vuole guerre con il tartaro, che è troppo forte; così vuole costringere la figlia a sposarlo. Ma lei preferirebbe morire, e si è rifugiata ad Albraca, una rocca forte e ben fornita, capace di resistere a un lungo assedio. Lì dentro c'è ora la dama più famosa del mondo, Angelica, più bella della stella più luminosa del cielo.»
La coppa di cristallo ott. 43–48
Il messaggero se ne va, e Orlando parte al galoppo, sentendosi già in tasca la bella dama. Ma ecco una torre con un lungo muro che chiude la valle da un monte all'altro, e sotto un fiume con un ponte. Sul ponte c'è una ragazza con una coppa di cristallo, che gli va incontro sorridente: «Barone, di qui non si passa né con la forza né con l'astuzia. Devi rispettare la nostra usanza: bere l'acqua di questo fiume da questo cristallo.»
Orlando non sospetta nessun inganno: prende la coppa e la beve tutta. E subito diventa un altro: non sa più perché è venuto, né come, né quando, e nemmeno se è ancora Orlando. Angelica e quell'amore infinito che lo ha tanto tormentato gli spariscono dalla mente, e non si ricorda più nemmeno di Carlo Magno. Nel cuore ha soltanto la nuova ragazza: non spera nulla da lei, ma è pronto a obbedire a ogni suo desiderio.
Fuori di sé, entra in sella a Brigliadoro e scende davanti a un palazzo meraviglioso, con una loggia su colonne d'ambra e basi d'oro e un giardino di cedri e di palme dove è sempre primavera e ogni fiore manda un profumo soave.
La storia di Circella ott. 49–53
Le tre pareti della loggia sono dipinte da un pittore così bravo da superare la natura, e raccontano una storia di dame e cavalieri, con il nome di ognuno scritto in oro. Su una riva del mare c'è una giovane, dipinta così al vivo che sembra di sentirla parlare: invita tutti a venire da lei e poi li trasforma in bestie, chi in lupo, chi in leone, chi in cinghiale, chi in orso, chi in grifone alato. Poi arriva una nave, e ne scende un cavaliere che con il suo bel viso e le sue dolci parole la fa innamorare: lei gli affida perfino la chiave del liquore magico con cui ha trasformato tanti baroni. Ma, accecata dall'amore, viene ingannata dalla sua stessa arte: beve alla coppa incantata, diventa una cerva bianca e viene catturata durante una caccia, mentre il cavaliere che la ama si dispera. La dama si chiama Circella, e lì c'è tutta la sua storia: come lui fugge, e come lei torna donna.
Le pitture sono così ricche che illuminano d'oro il giardino, e Orlando, stordito, le guarda senza pensare ad altro. Ed ecco che sente un gran rumore nel giardino.
Gradasso aspetta invano ott. 54–60
Di quel rumore, dice il poeta, vi racconterò più avanti. Ora torniamo a Gradasso, che scende armato sulla spiaggia e aspetta Rinaldo tutto il giorno: figuratevi, visto che Rinaldo è in mare a duemila leghe di distanza! Quando il cielo si riempie di stelle, Gradasso, convinto di essere stato preso in giro, torna al campo furioso.
Ricciardetto crede che suo fratello sia morto o prigioniero. Ma il dolore non gli fa perdere la testa: riunisce i cristiani e quella stessa notte partono, senza che i pagani se ne accorgano, perché Rinaldo era accampato a tre leghe da re Marsilio. Camminano senza riposo fino al confine della Francia.
La mattina dopo Gradasso fa armare il suo esercito. Marsilio ha paura: Feraguto e Serpentino sono prigionieri, nessun barone osa resistere, i cristiani se ne sono andati e Rinaldo è sparito. Così va lui stesso, a testa bassa, a inginocchiarsi davanti a Gradasso e promette di tenere il regno come suo vassallo. I due eserciti si uniscono, Grandonio esce da Barcellona e Marsilio giura di seguire Gradasso contro Carlo. E Gradasso dice a tutti che distruggerà Parigi fino alle fondamenta e raderà al suolo la Francia, se non gli daranno Baiardo.
Intanto Ricciardetto è arrivato da Carlo Magno con l'esercito, ma di Rinaldo non sa dire niente. A corte scoppia un putiferio: i Maganzesi dicono che Rinaldo è un traditore, ma c'è chi li smentisce e li sfida a duello.
Battaglia alle porte di Parigi ott. 61–69
Gradasso ha già passato i monti e marcia su Parigi. Carlo raduna principi e conti e fortifica torri e ponti, finché una mattina arriva l'esercito saraceno. Le bandiere si spiegano, la porta di San Celso si apre: avanti i fanti, dietro i cavalieri. Il primo assalto tocca a Ogier il Danese.
Gradasso ha diviso il suo esercito in cinque schiere. La prima è una folla infinita di guerrieri neri dell'India, guidati da Cardone, che abbaia come un cane, e dal crudele Urnasso, armato di ascia e di dardi. La seconda tocca a Stracciaberra, che ha due zanne di cinghiale fuori dalla bocca, e all'arciere Francardo; la terza ad Alfrera, la quarta a Marsilio; la quinta, quella di Gradasso, riempie monti e pianura.
Ogier guida all'attacco dodicimila uomini serrati e sbaraglia la schiera dei neri. Punta la lancia contro Cardone, che abbaia in sella a un cammello armato, e lo colpisce in mezzo al petto: Cardone cade trapassato, scalciando nella sabbia. Allora Urnasso scaglia un dardo che passa la maglia, la corazza e lo scudo del Danese e gli arriva al petto; e quando Ogier gli sprona addosso, gliene lancia un altro che gli trapassa la spalla. «Se riesco ad avvicinarmi, cane traditore, te la farò pagare!» pensa il Danese, dolorante. Urnasso getta i dardi e afferra a due mani una grande ascia.
Sappiate, signori, dice il poeta, che il cavallo di Urnasso ha in mezzo alla fronte un corno lungo un passo, con cui spesso ferisce i nemici. «Ma per ora smetto di cantare, perché anche il racconto più bello, quando è troppo lungo, stanca. E la battaglia appena cominciata sarà crudele, lunga e smisurata.»
Parole difficili
- elcio ott. 5: l'elsa, l'impugnatura della spada.
- corrigione ott. 6: cintura, correggia.
- pancirone ott. 6: corazza che protegge la pancia.
- irregulare ott. 17: per le regole della Chiesa, un religioso che versa sangue diventa "irregolare" e non può più celebrare la messa.
- martilogio ott. 20: martirologio, il libro che racconta i martìri dei santi.
- Ermenia ott. 23: l'Armenia.
- perdono ott. 23: pellegrinaggio per ottenere il perdono dei peccati.
- Zorzania ott. 23: la Georgia, nel Caucaso.
- castrone ott. 31: montone castrato, da mangiare.
- biada ott. 32: il cibo dei cavalli. Per scherzo Orlando "non vuole di quella biada": non vuole assaggiare quei colpi.
- segnor d'Anglante ott. 34: Orlando, signore di Anglante.
- conte di Brava ott. 38: Orlando, conte di Brava.
- correro ott. 39: corriere, messaggero.
- Media ott. 40: antica regione della Persia.
- logia ott. 47: loggia, ampio porticato aperto.
- napo ott. 52: nappo, coppa.
- cetta ott. 63: accetta, ascia.
Il testo di Boiardo
69 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Stati ad odir, Segnor, la gran battaglia, Che un’altra non fu mai cotanto oscura. Di sopra odisti la forza e la taglia De Zambardo, diversa creatura. Ora odireti con quanta travaglia, Fu combattuto, e la disaventura Che intravenne ad Orlando senatore, Qual forse non fu mai, nè fia maggiore.
Lo ardito cavallier monta su il ponte; Zambardo la sua mazza in mano afferra. A mezza cossa non li aggiunge il conte, Ma con gran salti si leva da terra, Sì che ben spesso li tien fronte a fronte. Ecco il gigante che il baston disserra: Orlando vede il colpo che vien d’alto, Da l’altro canto se gittò de un salto.
Forte se turba quel saracin fello; Ma ben lo fece Orlando più turbare, Perchè nel braccio il gionse a tal flagello, Che il baston fece per terra cascare. Subitamente poi parve uno uccello, Che l’altro colpo avesse a radoppiare; Ma tanto è duro il cor’ di quel serpente, Che sempre poco ne tocca, o nïente.
La simitara avea tratto Zambardo, Da poi ch’in terra gli cadde il bastone. Ben vide quel barone esser gagliardo, E de adoprar la rete fa rasone; Ma quello aiuto vol che sia il più tardo. Or mena della spada un riversone; A meza guancia fu il colpo diverso: Ben vinti passi Orlando andò in traverso.
Per questo è il conte forte riscaldato, Il viso gli comincia a lampeggiare; L’un e l’altro occhio aveva stralunato. Questo gigante ormai non può campare: Il colpo mena tanto infulminato, Che Durindana facea vinculare, Et era grossa, come Turpin conta, Ben quattro dita da l’elcio alla ponta.
Orlando lo colpisce nel gallone, Spezza le scaglie e il dosso del serpente. Avea cinto di ferro un corrigione: Tutto lo parte quel brando tagliente. Sotto lo usbergo stava il pancirone, Ma Durindana ciò non cura niente; E certamente per mezo il tagliava, Se per lui stesso a terra non cascava.
A terra cadde, o per voglia, o per caso, Io nol scio dir; ma tutto se distese. Color nel volto non gli era rimaso, Quando vidde il gran colpo sì palese; Il cor gli batte, e freddo ha il mento e ’l naso. Il suo baston, ch’è in terra, ancor riprese; Così a traverso verso Orlando mena, E gionsel proprio a mezo alla catena.
Il conte di quel colpo andò per terra, E l’un vicino a l’altro era caduto. Così distesi, ancora se fan guerra; Più presto in piedi Orlando è rivenuto. Nella barbuta ad ambe man lo afferra; Lui anco è preso dal gigante arguto, E stretto se lo abbraccia sopra al petto; Via ne ’l porta nel fiume il maledetto.
Orlando ad ambe man gli batte il volto, Chè Durindana in terra avea lasciata; Sì forte il batte, che ’l cervel gli ha tolto: Cadde il gigante in terra un’altra fiata. Incontinente il conte si è rivolto Dietro alle spalle, e la testa ha abbracciata. Balordito è il gigante, e non gli vede, Ma al dispetto de Orlando salta in piede.
Or si rinova il dispietato assalto: Questo ha il bastone, e quello ha Durindana. Già nol puotea ferire Orlando ad alto, Standose fermo in su la terra piana; Ma sempre nel colpire alciava un salto: Battaglia non fu mai tanto villana. Vero è che Orlando del scrimire ha l’arte; Già ferito è il gigante in quattro parte.
Mostra Zambardo un colpo radoppiare, Ma nel ferire a mezo se rafrena; E, come vede Orlando indietro andare, Passagli adosso, e forte a due man mena. Non vale a Orlando il suo presto saltare; Sibilla il cielo e suona ogni catena. Non se smarisce quel conte animoso, Col brando incontra ’l colpo roïnoso:
Et ha rotto il bastone e fraccassato. E non crediati poi ch’el stia a dormire; Ma d’un riverso al fianco gli ha menato, Là dove l’altra volta ebbe a colpire. Quivi il cor’ del serpente era tagliato: Or che potrà Zambardo ben guarnire? Chè Durindana vien con tal furore, Che la saetta [d]e ’l tron non l’ha maggiore.
Quasi il parte da l’uno a l’altro fianco (Da un lato se tenea poco, o nïente). Venne il gigante in faccia tutto bianco, E vede ben che è morto veramente. Forte la terra batte col piè stanco, E la rete si scocca incontinente; E con tanto furor agrappa Orlando, Che nel pigliar de man li trasse ’l brando.
Le braccia al busto gli strengie con pena, Che già non si poteva dimenare; Tanto ha grossa la rete ogni catena, Che ad ambe man non si puotria pigliare. — O Dio del celo, o Vergine serena, Diceva il conte, debbiame aiutare! Alor che quella rete Orlando afferra, Cadde Zambardo morto in su la terra.
Solitario è quel loco e sì diserto, Che rare volte gli venìa persona. Legato è il conte sotto il celo aperto; Ogni speranza al tutto l’abandona. Perduto è de l’ardire ogni suo merto: Non gli val forza, nè armatura buona. Senza mangiare un dì stette in quel loco, E quella notte dormì molto poco.
Così quel giorno e la notte passava; Cresce la fame, e la speranza manca. A ciò che sente d’intorno, guardava: Et ecco un frate con la barba bianca. Come lo vidde, il conte lo chiamava, Quanto levar puotea la voce stanca: — Patre, amico de Dio, donami aiuto! Ch’io sono al fin della vita venuto.
Forte si meraviglia il vecchio frate, E tutte le catene va mirando; Ma non sa come averle dischiavate. Diceva il conte: Pigliate il mio brando, E sopra a me questa rete tagliate. Rispose il frate: A Dio te racomando, S’io te occidessi, io serìa irregulare; Questa malvagità non voglio fare.
— Stati securo in su la fede mia, Diceva Orlando, ch’io son tanto armato, Che quella spada non mi tagliaria. Così dicendo tanto l’ha pregato, Che il monaco quel brando pur prendia: Apena che di terra l’ha levato. Quanto può l’alcia sopra alla catena: Non che la rompa, ma la segna apena.
Poi che se vidde indarno affaticare, Gietta la spada, e con parlare umano Comincia ’l cavalliero a confortare: Vogli morir, dicea, come cristiano, Nè ti voler per questo disperare. Abbi speranza nel Segnor soprano; Chè, avendo in pacïenzia questa morte, Te farà cavallier della sua corte.
Molte altre cose assai gli sapea dire, E tutto il martilogio gli ha contato; La pena che ogni Santo ebbe a soffrire: Chi crucifixo, e chi fo scorticato. Dicea: Figliolo, il te convien morire: Abbine Dio del celo ringraziato. Rispose Orlando, con parlar modesto: Ringraziato sia lui, ma non di questo;
Perch’io vorrebbi aiuto, e non conforto. Mal aggia l’asinel che t’ha portato! Se un giovane venìa, non serìa morto: Non potea giunger qui più sciagurato. Rispose il frate: Ahimè! barone accorto, Io vedo ben che tu sei disperato. Poi che ti è forza la vita lasciare, L’anima pensa, e non l’abbandonare.
Tu sei barone di tanta presenza, E lascite alla morte spaventare? Sappi che la divina Provvidenza Non abandona chi in lei vol sperare: Troppo è dismisurata sua potenza! Io di me stesso ti voglio contare, Che sempre ho, la mia vita, in Dio sperato: Odi da qual fortuna io son campato.
Tre frati et io di Ermenia se partimo, Per andar al perdono in Zorzania; E smarrimo la strata, come io stimo, Et arivamo quivi in Circasia. Un fraticel de’ nostri andava primo, Perchè diceva lui saper la via. Et ecco indietro correndo è rivolto, Cridando aiuto, e pallido nel volto.
Tutti guardamo; et ecco giù del monte Venne un gigante troppo smisurato. Un occhio solo aveva in mezo al fronte; Io non ti sapria dir de che era armato: Pareano ungie di draco insieme agionte. Tre dardi aveva e un gran baston ferrato; Ma ciò non bisognava a nostra presa, Che tutti ce legò senza contesa.
A una spelonca dentro ce fe’ entrare, Dove molti altri avea nella pregione; Lì con questi occhi miei viddi io sbranare Un nostro fraticel, che era garzone; E così crudo lo viddi mangiare, Che mai non fo maggior compassïone. Poi volto a me dicea: Questo letame Non se potrà mangiar, se non con fame;
E con un piè mi trabuccò del sasso. Era quel scoglio orribile et arguto: Trecento braccia è dalla cima al basso. In Dio speravo, e Lui mi dette aiuto; Perchè ruinando io giù tutto in un fasso, Me fo un ramo de pruno in man venuto, Che uscia del scoglio con branchi spinosi; A quel me appresi, e sotto a quel me ascosi.
Io stavo queto e pur non soffiava, Fin che venuto fu la notte oscura. Mentre che ’l frate così ragionava Guardosse indietro, e con molta paura Fuggìa nel bosco. Ahimè tristo! cridava. Ecco la maladetta creatura, Quel che io t’ho detto ch’è cotanto rio. Franco barone, io te acomando a Dio.
Così li disse, e più non aspettava, Chè presto nella selva se nascose. Quel gigante crudel quivi arivava: La barba e le mascielle ha sanguinose; Con quel grande occhio d’intorno guardava. Vedendo Orlando, a riguardar se il pose; Sul col lo abbranca e forte lo dimena, Ma nol può sviluppar della catena.
— Io non vo’ già lasciar questo grandone, Diceva lui, dapoi ch’io l’ho trovato; Debbe esser sodo come un bon montone: Integro a cena me lo avrò mangiato. Sol de una spalla vo’ fare un boccone. Così dicendo, ha il grande occhio voltato, E vede Durindana su la terra: Presto se china e quella in mano afferra.
E’ soi tre dardi e il suo baston ferrato Ad una quercia avea posati apena, Che Durindana, quel brando afilato, Con ambe mano adosso a Orlando mena; Lui non occise, perchè era fatato, Ma ben gli taglia adosso ogni catena; E sì gran bastonata sente il conte, Che tutto suda dai piedi alla fronte.
Ma tanto è l’allegrezza de esser sciolto, Che nulla cura quella passïone; Dalle man del gigante è presto tolto; Corre alla quercia, e piglia il gran bastone. Quel dispietato se turbò nel volto, Chè se ’l credea portar come un castrone: Poi che altramente vede il fatto andare, Per forza se il destina conquistare.
Come sapiti, essi hanno arme cambiate. Orlando teme assai della sua spada, Però non se avicina molte fiate; Da largo quel gigante tiene a bada. Ma lui menava botte disperate: Il conte non ne vol di quella biada; Or là, or qua giamai fermo non tarda, E da sua Durindana ben se guarda.
Batte spesso il gigante del bastone, Ma tanto viene a dir, come nïente, Chè quello è armato de ungie de grifone: Più dura cosa non è veramente. Per lunga stracca pensa quel barone Che nei tre giorni pur sarà vincente; E mentre che ’l combatte in tal riguardo, Muta pensiero, e prende in mano un dardo.
Un di quei dardi che lasciò il gigante, Orlando prestamente in man l’ha tolto. Non fallò il colpo quel segnor d’Anglante, Chè proprio a mezo l’occhio l’ebbe còlto. Un sol n’avea, come odisti davante, E quel sopra del naso in cima al volto: Per quello occhio andò il dardo entro al cervello; Cade il gigante in terra con flagello.
Non fa più colpo a sua morte mistiero: Orlando ingenocchion Dio ne ringraccia. Ora ritorna il frate in sul sentiero; Ma come vede quel gigante in faccia, Ben che sia morto, li parve sì fiero, Che ancor fuggendo nel bosco si caccia. Ridendo Orlando il chiama et assicura: E quel ritorna, et ha pur gran paura.
E poi diceva: O cavallier de Dio, Chè ben così ti debbo nominare, Opera de un baron devoto e pio Serà de morte l’anime campare Che avea nella pregion quel monstro rio: Alla spelonca te saprò guidare. Ma se un gigante fosse rivenuto, Da me non aspettare alcuno aiuto.
Così dicendo alla spelonca il guida, Ma de entrar dentro il frate dubitava. Orlando in su la bocca forte crida: Una gran pietra quel buco serrava. Là giù se odino voce in pianto e strida, Chè quella gente forte lamentava. La pietra era de un pezzo, quadra e dura; Dece piedi ogni quadro per misura.
Aveva un piede e mezo di grossezza, Con due catene quella si sbarava. In questo loco infinita fortezza Volse mostrare il gran conte di Brava; Con Durindana le catene spezza, Poi su le braccia la pietra levava; E tutti quei prigion subito sciolse, Et andò ciascadun là dove volse.
De qui se parte il conte, e lascia il frate; Va per la selva dietro ad un sentiero, E gionse proprio dove quattro strate Faceano croce; e stava in gran pensiero Qual de esse meni alle terre abitate. Vede per l’una venire un correro; Con molta fretta quel correro andava: Il conte de novelle il dimandava.
Dicea colui: Di Media son venuto, E voglio andare al re di Circasia; Per tutto il mondo vo’ cercando aiuto Per una dama, che è regina mia. Ora ascoltati il caso intravenuto: Il grande imperator di Tartaria De la regina è inamorato forte, Ma quella dama a lui vol mal di morte.
Il patre della dama, Galifrone, È omo antiquo et amator di pace; Nè col Tartaro vol la questïone, Chè quello è un segnor forte e troppo audace. Vol che la figlia, contra a ogni ragione, Prenda colui che tanto li dispiace: La damigella prima vol morire Che alla voglia del patre consentire.
Ella ne è dentro ad Albraca fuggita, Che longe è dal Cataio una giornata; Et è una rocca forte e ben guarnita, Da fare a lungo assedio gran durata. Lì dentro adesso è la dama polita, Angelica nel mondo nominata; Chè qualunche è nel cel più chiara stella, Ha manco luce et è di lei men bella.
Poi che partito fo quel messagiero, Orlando via cavalca alla spiccata; E ben pare a sè stesso nel pensiero Aver la bella dama guadagnata. Così pensando, il franco cavalliero Vede una torre con lunga murata, La qual chiudeva de uno ad altro monte; Di sotto ha una rivera con un ponte.
Sopra a quel ponte stava una donzella, Con una coppa di cristallo in mano. Veggendo il conte, con dolce favella Fassigli incontra, e con un viso umano Dice: Baron, che seti su la sella, Se avanti andati, vo[i] andareti in vano. Per forza o ingegno non si può passare: La nostra usanza vi convien servare.
Et è l’usanza che in questo cristallo Bever conviensi di questa rivera. Non pensa il conte inganno o altro fallo: Prende la coppa piena, e beve intera. Come ha bevuto, non fa lungo stallo Che tutto è tramutato a quel che egli era; Nè scia per che qui venne, o come, o quando, Nè se egli è un altro, o se egli è pur Orlando.
Angelica la bella gli è fuggita Fuor della mente, e lo infinito amore, Che tanto ha travagliata la sua vita; Non se ricorda Carlo imperatore. Ogni altra cosa ha del petto bandita, Sol la nova donzella gli è nel core; Non che di lei se speri aver piacere, Ma sta suggietto ad ogni suo volere.
Entra la porta sopra a Brigliadoro, Fuor di sè stesso, quel conte di Brava. Smonta a un palagio de sì bel lavoro, Che per gran meraviglia il riguardava; Sopra a colonne de ambro e base d’oro Una ampla e ricca logia se posava; Di marmi bianchi e verdi ha il suol distinto, Il cel de azurro et ôr tutto è depinto.
Davanti della logia un giardin era, Di verdi cedri e di palme adombrato, E de arbori gentil de ogni maniera. Di sotto a questi verdeggiava un prato, Nel qual sempre fioriva primavera: Di marmoro era tutto circondato; E da ciascuna pianta e ciascun fiore Usciva un fiato di suave odore.
Posesi il conte la logia a mirare, Che avea tre facce, ciascuna depinta. Sì seppe quel maestro lavorare, Che la natura vi serebbe vinta. Mentre che il conte stava a riguardare, Vide una istoria nobile e distinta. Donzelle e cavallieri eran coloro: Il nome de ciascuno è scritto d’oro.
Era una giovanetta in ripa al mare, Sì vivamente in viso colorita, Che, chi la vede, par che oda parlare. Questa ciascuno alla sua ripa invita; Poi li fa tutti in bestie tramutare. La forma umana si vedia rapita; Chi lupo, chi leone e chi cingiale, Chi diventa orso, e chi grifon con l’ale.
Vedevasi arivar quivi una nave, E un cavalliero uscir di quella fuore, Che con bel viso e con parlar suave Quella donzella accende del suo amore. Essa pareva donarli la chiave, Sotto la qual si guarda quel liquore, Col qual più fiate quella dama altera Tanti baron avea mutati in fera.
Poi si vedea lei tanto accecata Del grande amor che portava al barone, Che dalla sua stessa arte era ingannata, Bevendo al napo della incantasone; Et era in bianca cerva tramutata, Et da poi presa in una cacciasone (Circella era chiamata quella dama): Dolesi quel baron che lei tanto ama.
Tutta la istoria sua ve era compita, Come lui fuggie, e lei dama tornava. La depintura è sì ricca e polita, Che d’ôr tutto il giardino aluminava. Il conte, che ha la mente sbigotita, Fuor de ogni altro pensier quella mirava. Mentre che de sè stesso è tutto fore, Sente far nel giardino un gran romore.
Ma poi vi contarò di passo in passo Di quel romore, e chi ne fu cagione. Ora voglio tornare al re Gradasso, Che tutto armato, come campïone, Alla marina giù discese al basso. Tutto quel giorno aspetta il fio de Amone: Or pensati se il debbe aspettare, Chè quel dua millia leghe è longe in mare.
Ma poi che vede il cel tutto stellato, E che Ranaldo pur non è apparito, Credendo certamente esser gabato, Ritorna al campo tutto invelenito. Diciam de Ricciardetto adolorato, Che, poi che vede il giorno esserne gito, E che non è tornato il suo germano, O morto, o preso lo crede certano.
De l’animo che egli è, voi lo pensati; Ma non lo abatte già tanto il dolore, Che non abbia i Cristian tutti adunati, E del suo dipartir conta il tenore; E quella notte se ne sono andati. Non ebbeno i Pagani alcun sentore; Chè ben tre leghe il sir di Montealbano Dal re Marsilio aloggiava lontano.
Via caminando van senza riposo, Fin che son gionti di Francia al confino. Or tornamo a Gradasso furïoso: Tutta sua gente fa armare al matino. Marsilio da altra parte è pauroso, Chè preso è Ferraguto e Serpentino, Nè vi ha baron che ardisca di star saldo: Fugirno i Cristïan, perso è Ranaldo.
Viene lui stesso, con basso visaggio, Avante al re Gradasso ingenocchione; De’ Cristïani raconta lo oltraggio, Che fuggito è Ranaldo, quel giottone. Esso promette voler fare omaggio, Tenir il regno come suo barone; Et in poche parole èssi acordato; L’un campo e l’altro insieme è mescolato.
Uscì Grandonio fuor de Barcellona; E fece poi Marsilio il giuramento Di seguir de Gradasso la corona, Contra di Carlo e del suo tenimento. Esso in secreto e palese ragiona Che disfarà Parigi al fondamento, Se non gli è dato il suo Baiardo in mano; E tutta Francia vol giettare al piano.
Già Ricciardetto con tutta la gente, È gionto dal re Carlo imperatore; Ma di Ranaldo non scia dir nïente. Di questo è nato in corte un gran romore. Quei di Magancia assai vilanamente Dicono che Ranaldo è un traditore. Ben vi è chi il niega, et ha questi a mentire, E vol battaglia con chi lo vol dire.
Ma il re Gradasso ha già passati i monti, Et a Parise se ne vien disteso. Raduna Carlo soi principi e conti, E bastagli lo ardir de esser diffeso. Nella cità guarnisce torre e ponti, Ogni partito della guerra è preso. Stanno ordinati; et ecco una matina Vedon venir la gente saracina.
Lo imperatore ha le schiere ordinate Già molti giorni avanti, nella terra. Or le bandiere tutte son spiegate, E suonan gl’instrumenti de la guerra. Tutte le gente sono in piaza armate, La porta di San Celso se disserra; Pedoni avanti, e dietro i cavallieri: Il primo assalto fa il danese Ogieri.
Il re Gradasso ha sua gente partita In cinque parte, ogniuna a gran battaglia. La prima è de India una gente infinita: Tutti son negri la brutta canaglia. Sotto a duo re sta questa gente unita: Cardone è l’uno, e come cane abaglia; Il suo compagno è il dispietato Urnasso, Che ha in man la cetta, e de sei dardi un fasso.
A Stracciaberra la seconda tocca. Mai non fu la più brutta creatura: Dui denti ha de cingial fuor della bocca, Sol nella vista a ogni om mette paura. Con lui Francardo, che con l’arco scocca Dardi ben lunghi e grossi oltra misura. Di Taprobana è poi la terza schiera; Conducela il suo re, e quello è l’Alfrera.
La quarta è tutta la gente di Spagna, Il re Marsilio et ogni suo barone. La quinta, che empie il monte e la campagna, È proprio di Gradasso il suo penone; Tanta è la gente smisurata e magna, Che non se ne può far descrizïone. Ma parlamo ora del forte Danese, Che con Cardone è già gionto alle prese.
Dodeci millia di bella brigata Mena il danese Ogieri alla battaglia, E tutta insieme stretta e ben serrata; La schiera de quei negri apre e sbaraglia. Contra a Cardone ha la lancia arestata: Quel brutto viso come un cane abaglia; Sopra un gambilo armato è il maledetto. Danese lo colpisce a mezo il petto.
E non li vale scudo o pancirone, Chè giù di quel gambilo è ruinato; Or trà di calci al vento sul sabbione, Perchè da banda in banda era passato. Movese Urnasso, l’altro compagnone: Verso il Danese ha de un dardo lanciato. Passa ogni maglia, e la corazza, e il scudo, Et andò il ferro insino al petto nudo.
Ogier turbato li sperona adosso; Quel lanciò l’altro con tanto furore, Che li passò la spalla insino a l’osso, E ben sente il Danese un gran dolore, Fra sè dicendo: Se accostar mi posso, Io te castigarò, can traditore! Ma quello Urnasso e dardi in terra getta, E prende ad ambe mani una gran cetta.
Segnor, sappiate che il caval de Urnasso Fu bon destriero e pien de molto ardire: Un corno aveva in fronte lungo un passo, Con quel suoleva altrui spesso ferire. Ma per adesso di cantar vi lasso, Chè, quando è troppo, incresce ogni bel dire: E la battaglia, ch’ora è cominciata, Serà crudele e lunga e smisurata.