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ORLANDO
INNAMORATO

Libro I · Canto VII

Astolfo salva Parigi

Gradasso sconfigge i paladini e cattura Carlo Magno. Ma Astolfo, appena uscito di prigione, lo butta giù di sella con la lancia d'oro e libera tutti.

In breve

Sotto le mura di Parigi si combatte una battaglia enorme. Ogier il Danese, ferito, deve ritirarsi; Oliviero e Carlo Magno, che cavalca Baiardo, fanno strage di nemici, e gli spagnoli di Marsilio scappano. Ma poi scende in campo Gradasso, che abbatte uno dopo l'altro tutti i paladini e cattura anche l'imperatore. Baiardo, con un calcio, si libera e torna in città. Il Danese difende da solo il ponte, ma alla fine viene preso anche lui.

Parigi è senza difensori. Allora esce di prigione Astolfo, che tutti credevano morto. Prende il comando della città, sfida Gradasso e, con la lancia d'oro che era di Argalia, lo butta giù di sella al primo colpo. Gradasso mantiene la parola: libera tutti i prigionieri e riparte con la sua flotta. Astolfo, prima di rivelare la vittoria, fa uno scherzo pesante a Carlo e ai paladini, poi tiene prigioniero il traditore Gano e parte alla ricerca di Orlando e Rinaldo.

Ascolta il canto

Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

Sotto le mura di Parigi si combatteva una battaglia enorme. Quel giorno Carlo Magno cavalcava Baiardo, il cavallo di Rinaldo. A un certo punto un cavallo saraceno, con un corno in mezzo alla fronte, puntò dritto contro di loro. Baiardo non si spaventò: si girò da solo e lo stese con un paio di calci. Come rideva l'imperatore!

Ma poi arrivò il gigante Alfrera sulla sua giraffa. Afferrò tre paladini, li legò insieme come un fascio di legna e li portò a Gradasso. Alla fine scese in campo Gradasso in persona. Buttò giù di sella un cavaliere dopo l'altro, e poi anche Carlo Magno! Afferrò Baiardo per la briglia, ma il cavallo gli tirò un calcio al ginocchio e scappò dentro Parigi.

Ogier il Danese, che era ferito, saltò giù dal letto e corse a difendere il ponte della città, da solo, con un'ascia. Resistette a lungo, ma alla fine Gradasso lo sollevò tra le braccia e lo portò via prigioniero. A Parigi non restava più nessun cavaliere.

Anzi, uno c'era: Astolfo! Era chiuso in prigione da tanto tempo, e tutti lo credevano morto. Quella notte le prigioni furono aperte, e lui si vantò come al solito: «Se ci fossi stato io, Carlo non sarebbe mai stato preso!»

Gradasso aveva promesso di liberare Carlo, ma in cambio voleva Baiardo. Astolfo però prese il comando della città e gli mandò a dire: «Il cavallo vieni a prendertelo tu!» «Chi è questo Astolfo?» chiese Gradasso. «Un buffone che fa ridere la corte» rispose Gano, il traditore.

All'alba Astolfo uscì su Baiardo, tutto coperto d'oro e di perle. In mano aveva la lancia d'oro di Argalia, quella che faceva cadere chiunque toccasse. «Se vinco io» disse a Gradasso, «mi darai tutti i prigionieri.» Gradasso rise e accettò. I due partirono al galoppo e... appena la lancia lo toccò, Gradasso finì per terra! Proprio come era successo ad Astolfo all'inizio della storia.

Gradasso mantenne la parola. Ma prima Astolfo volle fare uno scherzo. Si presentò ai prigionieri serio serio. «Ho dato Baiardo a Gradasso» disse. «Io farò il suo buffone. Carlo, Ogier e Oliviero lavoreranno nella sua cucina, e Gano porterà la legna e l'acqua!» Tutti diventarono pallidi. Solo alla fine Astolfo si inginocchiò davanti all'imperatore: «Signore, siete libero.»

Furono liberati tutti, tranne Gano: Astolfo lo volle suo prigioniero per quattro giorni. Parigi era salva, e tutti abbracciavano Astolfo. Gradasso ripartì con la sua flotta, e Astolfo si mise in viaggio per cercare Orlando e Rinaldo.

E Rinaldo, che fine aveva fatto? Lo ritroverai nel prossimo canto, in quel misterioso giardino in mezzo al mare.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

Tutti fuori dalle porte ott. 1–5

La battaglia è appena cominciata. Il Danese spacca in due Urnasso con la sua spada, Curtana, e la schiera dei pagani è ormai perduta; ma il cavallo di Urnasso lo colpisce alla coscia con il suo corno e gli passa l'armatura. Ferito in tre punti, Ogier deve rientrare a farsi curare.

L'imperatore allora manda in battaglia re Salamone e il prete Turpino, fa abbassare il ponte di San Dionigi e fa uscire Gano con i suoi; da un'altra porta escono Riccardo, Angelieri e Dudone, dalla Porta Reale Oliviero, e poi Guido di Borgogna, il duca Namo con suo figlio Berlinghieri, Avolio, Otone e Avino. Per ultimo esce Carlo Magno, più feroce di tutti, raccomandando a Dio la sua città, mentre monaci e preti girano con reliquie e croci pregando per lui e per i suoi baroni.

Tutte le campane suonano l'allarme, tra trombe, tamburi e grida, e i pagani vengono assaliti davanti, in mezzo e alle spalle: non c'è mai stata una battaglia così confusa. Oliviero passa in mezzo ai saraceni come un fiume che taglia il mare.

Oliviero e Carlo all'attacco ott. 6–12

Oliviero abbatte cavalli e cavalieri con la sua spada, Altachiara, e non spreca un colpo. Incontra Stracciaberra, il re indiano con le zanne da cinghiale, e in un attimo gli spacca la faccia; poi mette in rotta tutta la sua schiera.

Arriva Carlo Magno, con la spada insanguinata: quel giorno cavalca Baiardo, e non si è mai visto un re così gagliardo. Prende una lancia e punta Francardo, l'arciere indiano tutto nero sul suo cammello bianco, e lo trapassa da parte a parte; Baiardo, per niente stanco, salta d'un balzo il cammello e il morto. «Chi potrà mai sbarrarmi la strada?» grida l'imperatore, che tra i saraceni sembra una fiammata.

Ed ecco Cornuto, il cavallo di Urnasso, che corre senza cavaliere e punta il suo corno contro Baiardo. Baiardo non si spaventa: senza che Carlo lo guidi, si gira e gli sferra un paio di calci nella spalla, buttandolo a terra. Come ride l'imperatore! Ma ora arrivano tutte le schiere saracene, e davanti a tutti c'è Alfrera sulla sua giraffa. Con il bastone afferra Turpino e se lo infila sotto la cintura come se niente fosse; poi prende anche Berlinghieri e Otone, li lega tutti e tre in un fascio e li porta a Gradasso.

La mischia intorno all'imperatore ott. 13–17

Alfrera torna subito in campo, perché vuole prendere anche tutti gli altri. Arriva Marsilio con gli spagnoli, e la battaglia si fa furiosa: nessuno risparmia la vita. I paladini si stringono intorno all'imperatore, che cavalca Baiardo coperto da una gualdrappa a gigli d'oro: accanto a lui c'è Oliviero, dietro Dudone, Angelieri, Riccardo, il duca Namo e il conte Gano. Tutti insieme si lanciano contro Marsilio.

Feraguto si scontra con Oliviero e ha un po' di vantaggio, ma non riesce a buttarlo giù di sella, e i due continuano con le spade. Spinella affronta Angelieri, re Morgante se la vede con Gano, l'Argalifa con il duca di Baviera, Grandonio e Dudone si prendono a mazzate. Carlo Magno affronta Marsilio, e lo abbatterebbe se non arrivasse Feraguto, che lascia Oliviero per correre in aiuto del re; ma Oliviero lo segue e si mette al fianco di Carlo. Sono quattro guerrieri fortissimi, e Carlo, quel giorno, è più gagliardo che mai, perché cavalca Baiardo.

La fuga degli spagnoli ott. 18–23

Tutti combattono a due mani, senza usare gli scudi, per l'onore e per la gloria. Intanto i cristiani mettono in rotta la schiera saracena: la bandiera di Marsilio finisce a terra, e gli spagnoli scappano a briglia sciolta. Marsilio e Grandonio non li fermano, anzi fuggono con loro, e così l'Argalifa, re Morgante e Spinella. Solo Feraguto resiste: torna indietro come un leone, senza mai voltare le spalle del tutto, e tiene testa a Dudone, Oliviero e Carlo, che lo martellano tutti insieme.

Lo ucciderebbero o lo prenderebbero di sicuro, ma torna Alfrera, che al primo colpo di bastone divide in due una schiera: Guido di Borgogna e il vecchio duca di Baviera si arrendono. Allora Oliviero, Dudone e Carlo lo attaccano da tutte le parti. Il gigante mena colpi tremendi, che gli altri schivano, ma non riesce a far girare la giraffa, che per natura è una bestia pigra; e alla fine scappa al trotto fino a Gradasso.

«Brutto manigoldo, vigliacco!» gli grida Gradasso, che prima lo stimava. «Non ti vergogni di scappare così? Tanto grande e tanto poltrone? Vattene nella mia tenda, disonorato, e che io non ti veda mai più armato!»

Gradasso cattura Carlo Magno ott. 24–29

Poi sprona la sua alfana e al primo scontro rovescia Dudone; abbatte Riccardo e re Salamone, e con la sua lancia cerchiata di ferro mostra una forza più che umana. Butta giù Gano a gambe all'aria; poi vede da lontano l'imperatore, gli sprona addosso e al primo colpo lo getta di sella. Afferra la briglia di Baiardo, ma il cavallo si gira e, nitrendo forte, gli sferra un paio di calci sotto il ginocchio: la schiniera incantata si piega sprizzando scintille, e Gradasso non ha mai sentito un dolore simile. Lascia la briglia, e la buona bestia corre dentro Parigi.

Gradasso torna alla sua tenda dolorante. Un vecchio medico gli fascia il ginocchio e gli dà da bere un liquore di radici e d'erbe, e subito il re sta come se non fosse mai stato colpito. Torna in battaglia più feroce di prima: abbatte con un colpo di lancia Oliviero, poi Avolio, Avino, Guido e Angelieri. Per farla breve, quel giorno non resta barone che non sia suo prigioniero.

I cristiani fuggono senza più difendersi. I migliori sono morti o presi, e gli altri scappano verso la città, con i saraceni alle spalle.

Il Danese sul ponte ott. 30–37

A Parigi arriva la notizia della sconfitta e della cattura di Carlo. Il Danese salta giù dal letto piangendo, si fascia la coscia, si arma e corre a piedi alla porta, ordinando che gli portino dietro il cavallo. Ma la porta è chiusa, e fuori si sentono le grida dei cristiani massacrati: per paura che entrino anche i pagani, il portinaio non vuole aprire, nemmeno quando il Danese promette di difenderla lui. Allora Ogier afferra un'ascia, il portinaio scappa, e la porta si apre.

Abbassa il ponte e ci sale sopra con l'ascia in mano. I cristiani si precipitano dentro, e il Danese riconosce e colpisce i pagani mescolati a loro. Arriva la furia dei saraceni, con Serpentino in testa: Ogier lo colpisce sull'elmo, che manda fiamme ma resiste, perché l'armatura di Serpentino è fatata. Poi arrivano Gradasso e Feraguto. Il Danese capisce che non può resistere e fa tagliare il ponte alle sue spalle: da solo, contro tanti pagani, lo difende ancora per un po'. Gradasso ordina che nessun altro si immischi. Sentendo che la porta dietro di lui è chiusa, il Danese non si cura più di niente e mena l'ascia; ma Gradasso gliela spezza con la mano, scende da cavallo, lo stringe tra le braccia e lo porta via prigioniero.

In città non resta nemmeno un barone, ed è scesa la notte. Il popolo, vestito di bianco, va in processione; le chiese vengono aperte, e anche le prigioni. Tutti aspettano il giorno con paura, sicuri di veder cadere la città.

Astolfo prende il comando ott. 38–48

Ma in prigione c'era Astolfo, e nessuno si ricordava che fosse vivo, perché quando era stato rinchiuso si era detto che era morto. Chiacchierone e vanitoso com'è, appena sente quello che è successo esclama: «Gradasso sapeva bene che io ero in prigione! Se fossi stato fuori, re Carlo non sarebbe mai stato preso. Ma rimedierò io: domattina, all'alba, monterò in sella da solo e farò prigioniero Gradasso. Voi state sulle mura a guardare: guai al pagano che mi aspetta in campo!»

Fuori, intanto, i saraceni festeggiano intorno a Gradasso, che per la gioia perdona perfino Alfrera. Quando gli portano davanti i prigionieri, Gradasso fa sedere Carlo accanto a sé e lo prende per mano: «Saggio imperatore, ogni signore valoroso cerca la gloria. Io potevo riposarmi in Oriente, e sono venuto in Occidente per la fama, non per prendermi la Francia o altri regni: mi basta il mio. Resterete miei prigionieri per un giorno, poi tornerai nella tua città; ma a un patto: mi manderai il cavallo del signore di Montalbano, che ho conquistato di diritto anche se quel villano mi ha imbrogliato. E quando tornerà Orlando, mi manderai la sua spada nella Sericana.»

Carlo promette Baiardo e dice che per la spada farà il possibile. Gradasso vuole vedere subito il cavallo, e manda Riccardo a Parigi a prenderlo. Ma Astolfo, che ha preso il bastone del comando, fa mettere Riccardo in prigione e manda un araldo a sfidare Gradasso: se il re dice di aver preso, cacciato o ucciso Rinaldo, mente, e glielo farà rimangiare; Carlo con quel cavallo non c'entra niente, e se Gradasso lo vuole, venga a prenderselo: domani glielo porterà sul campo.

Gradasso chiede chi sia questo Astolfo. «È un buffone che fa divertire tutta la corte» dice Gano: «non badare a quello che dice e mantieni la promessa.» «Dici bene» risponde Gradasso, «ma se Baiardo non arriva, non pensare di andartene. Chiunque sia, quell'Astolfo ha molto coraggio. Venga pure, ma porti il cavallo; e se il cavallo lo conquisto con la forza, di voi farò quello che voglio.» Carlo è disperato: per colpa di un matto rischia di perdere tutto.

La lancia d'oro ott. 49–57

All'alba Astolfo esce su Baiardo, coperto da una gualdrappa con i leopardi, con l'elmo ornato di grosse perle, la spada d'oro al fianco, tante pietre preziose da bastare a un re del mondo intero, lo scudo d'oro e, appoggiata alla coscia, la lancia d'oro che era di Argalia. Arrivato sul prato suona il corno con furia e grida: «Re Gradasso, se hai paura di batterti da solo con me, porta con te il gigante Alfrera, e Marsilio, e Grandonio, che lo tratterò un'altra volta come un montone, e quell'arrogante di Feraguto: porta tutto il tuo esercito, perché non ho paura di nessuno!»

Gradasso ride di gusto, ma si arma e scende sul prato, perché vuole Baiardo. Saluta Astolfo con cortesia: «Gano mi ha detto che sei un buffone, altri che sei un signore nobile e valoroso. Comunque sia, ti renderò onore; ma ti prenderò, e di tuo voglio solo Baiardo.» «Tu fai i conti senza l'oste» risponde Astolfo, «e dovrai rifarli. Al primo scontro ti butto giù di sella; e visto che parli con cortesia, non voglio da te nemmeno un bottone, ma solo che mi consegni tutti i prigionieri: poi ti lascerò tornare sano e salvo nelle tue terre con tutti i tuoi.» «D'accordo, lo giuro su Macone» dice Gradasso.

Gradasso guarda la sua lancia cerchiata di ferro, così grossa che pensa di abbattere un muro, altro che Astolfo. E Astolfo si fa coraggio: la forza non ce l'ha, ma il coraggio sì. I due partono con gran fracasso e si scontrano a metà strada. Astolfo, che non vuole sbagliare per niente al mondo, tocca per primo lo scudo di Gradasso, in basso, e lo butta fuori di sella.

Gradasso, a terra, quasi non ci crede: capisce che la guerra è finita e che Baiardo è perduto. Si rialza, riprende la sua alfana e dice: «Cavaliere, hai vinto tu. Vieni a prenderti tutti i prigionieri.»

Lo scherzo di Astolfo ott. 58–65

I due vanno insieme, mano nella mano, e Gradasso gli fa grandi onori. Carlo e i paladini non sanno ancora com'è finita la giostra, e Astolfo chiede sottovoce a Gradasso di non dire niente: vuole divertirsi un po'. Arrivato davanti all'imperatore, con la faccia scura, gli dice: «I tuoi peccati ti hanno raggiunto. Eri così superbo, e hai sempre cercato di rovinare Rinaldo e Orlando. Ti eri preso Baiardo, e ora se l'è conquistato questo re gagliardo. Mi hai messo in prigione ingiustamente, per fare un favore ai Maganzesi: adesso chiedi al tuo conte Gano di salvarti il regno! Se avessi saputo tenerti cari Orlando e Rinaldo, non saresti ridotto così.

Io ho dato il cavallo a Gradasso e mi sono messo d'accordo con lui: starò alla sua corte a fare il buffone, grazie a Gano, che gli ha parlato tanto bene di me. E vi ho raccomandati tutti: Carlo farà il dispensiere, il Danese lo scalco, Oliviero il cuoco; e Gano, che gli ho descritto come un uomo forte, porterà la legna e l'acqua. Tutti voi altri chiacchieroni sarete regalati ai suoi baroni.»

Astolfo non ride affatto, e sembra parlare sul serio. Carlo e tutti i prigionieri sono disperati. «Miscredente!» gli grida Turpino. «Hai rinnegato la nostra fede?» «Sì, pretone» risponde Astolfo, «ho lasciato Cristo e adoro Macone.» Tutti sono pallidi e sbigottiti, chi piange e chi sospira.

Quando si è stancato di scherzare, Astolfo si inginocchia davanti a Carlo: «Signore, siete libero. Se vi ho mai fatto arrabbiare, vi chiedo perdono, perché, comunque io sia, sono vostro. Ma alla vostra corte non tornerò mai più: tenetevi Gano e i suoi parenti, che sanno trasformare il bianco in nero. Il mio regno vi resta fedele, ma io domattina parto, e non mi fermerò, con il freddo o con il caldo, finché non avrò trovato Orlando e Rinaldo.»

Gano prigioniero ott. 66–72

Nessuno capisce ancora se scherza o dice sul serio, e tutti si guardano in faccia, finché Gradasso ordina di lasciarli andare. Gano è il primo a montare a cavallo, ma Astolfo lo ferma: «Non andate, barone: gli altri sono liberi, voi siete prigioniero.» «E di chi?» chiede Gano. «Di Astolfo d'Inghilterra.» Allora Gradasso racconta a tutti com'è andata la giostra. Astolfo prende Gano per mano e si inginocchia con lui davanti a Carlo: «Signore, lo libero per amor vostro, ma a un patto: deve giurare nelle vostre mani che starà in prigione per quattro giorni, dove e quando vorrò io. E siccome è abituato a non mantenere la parola, voglio la promessa dei paladini e vostra che, se serve, me lo consegnerete legato.» «Voglio che lo faccia!» dice Carlo, e lo fa giurare subito.

Tutti tornano a Parigi, e non si parla che di Astolfo: chi lo bacia, chi lo abbraccia. È suo l'onore di aver salvato la fede di Cristo e l'imperatore. Carlo gli offre tutta l'Irlanda per trattenerlo, ma Astolfo vuole partire per cercare Rinaldo e Orlando.

Quella notte, prima dell'alba, Gradasso parte con tutti i saraceni. In Spagna Marsilio resta con i suoi, mentre Gradasso si imbarca sulla sua flotta sterminata: il poeta non si mette a raccontare il suo viaggio verso le terre calde dei popoli neri, perché vuole tornare da Rinaldo. «Vi racconterò un'avventura meravigliosa che gli capitò, piena di gioia e di sventura, la più dura della sua vita. Ma ora voglio riposarmi un poco: nel prossimo canto vi dirò cose mirabili, di allegria e di pianto.»

Parole difficili

  • Curtana ott. 1: la spada di Ogier il Danese.
  • arnese ott. 1: armatura.
  • callare ott. 2: calare, abbassare il ponte levatoio.
  • suonare a martello ott. 5: suonare le campane a colpi fitti, per dare l'allarme.
  • Altachiara ott. 6: la spada di Oliviero.
  • gambilo ott. 9: cammello.
  • copertato a zigli d'ôr ott. 14: coperto da una gualdrappa decorata con gigli d'oro.
  • schinera ott. 26: schiniera, la parte dell'armatura che protegge lo stinco.
  • accia ott. 32: accetta, ascia.
  • alla vedetta ott. 39: di guardia, a osservare.
  • fare senza l'osto la ragione ott. 54: fare i conti senza l'oste, cioè dare per scontato qualcosa che non lo è.
  • Pagania ott. 54: le terre dei pagani.
  • ripostieri ott. 61: dispensiere, chi custodisce le provviste.
  • scalco ott. 61: chi taglia le carni e serve in tavola nei banchetti.
  • coquo ott. 61: cuoco.
  • pritone ott. 63: pretone, detto per prendere in giro un prete.
  • matutino ott. 70: mattutino, la preghiera delle ore prima dell'alba.

Il testo di Boiardo

72 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Dura battaglia e crudele e diversa È cominciata, come ho sopra detto; Ora il Danese Urnasso giù riversa: Partito l’ha Curtana insino al petto. Questa schiera pagana era ben persa; Ma quel destrier de Urnasso maledetto Ferì il Danese col corno alla coscia: Lo arnese e quella passa con angoscia.

2

Era il Danese in tre parte ferito, E tornò indrieto a farse medicare. Lo imperator, che ’l tutto avea sentito, Fa Salamone alla battaglia entrare, E dopo lui Turpino, il prete ardito; Il ponte a San Dionigi fa callare, E mette Gaino fuor con la sua scorta: Ricardo fece uscir de un’altra porta.

3

De un’altra uscitte il possente Angelieri, Dudon quel forte, che a bontà non mente; E da Porta Real vien Olivieri, E di Bergogna quel Guido possente; Il duca Naimo e il figlio Belengieri, Avolio, Otone, Avino, ogniom valente, Chi da una porta e chi da l’altra vene, Per dare a’ Saracin sconfitta e pene.

4

Lo imperator, de gli altri più feroce, Uscitte armato, e guida la sua schiera, Racomandando a Dio con umil voce La cità di Parigi, che non piera. Monaci e preti con reliquie e croce Vanno de intorno, e fan molte preghera A Dio e a’ Santi, che diffenda e guardi Re Carlo Mano e’ soi baron gagliardi.

5

Ora suona a martello ogni campana, Trombe, tamburi, e cridi ismisurati; E da ogni parte la gente pagana Davanti, in mezzo e dietro eno assaltati. Battaglia non fu mai cotanto strana, Chè tutti insieme son ramescolati. Olivier tra la gente saracina Un fiume par che fenda la marina.

6

Cavalli e cavallier vanno a traverso, E questo occide, e quel gietta per terra; Mena Altachiara a dritto et a roverso, Più che mille altri ai Saracin fa guerra: Non creder che un sol colpo egli abbia perso. Ecco scontrato fu con Stracciaberra, Quel negro de India, re di Lucinorco, Ch’ha for di bocca il dente come porco.

7

Tra lor durò la battaglia nïente, Chè il marchese Olivier mosse Altachiera Tra occhio e occhio e l’uno e l’altro dente, Partendo in mezo quella faccia nera; Poi detro a li altri col brando tagliente, Mete in ruina tutta quella schiera; E mentre che ’l combatte con furore, Ariva quivi Carlo imperatore.

8

Avea quel re la spada insanguinata, Montato era quel giorno in su Baiardo; La gente saracina ha sbarattata, Mai non fu visto un re tanto gagliardo. Ripone il brando, e una lancia ha pigliata, Però che ebbe adocchiato il re Francardo: Francardo, re d’Elissa, l’Indïano, Che combattendo va con lo arco in mano.

9

Saettando va sempre quel diverso: Tutto era negro, e il suo gambilo è bianco. Lo imperatore il gionse su il traverso, E tutto lo passò di fianco in fianco; De l’anima pensati: il corpo è perso. Ma già non parve allor Baiardo stanco; Col morto era il gambilo in sul sentiero: Sopra de un salto li passò il destriero.

10

— Chi mi potrà giamai chiuder il passo, Ch’io non ritrovi a mio diletto scampo? Dicea il re Carlo; e con molto fracasso Parea fra’ Saracin di foco un vampo. Cornuto, quel destrier che fu de Urnasso, Andava a vota sella per il campo. Col corno in fronte va verso Baiardo: Non si spaventa quel destrier gagliardo.

11

Senza che Carlo lo governi o guide, Volta le groppe e un par de calci sferra; Dove la spalla a ponto se divide, Gionse a Cornuto, e giettalo per terra. Oh quanto Carlo forte se ne ride! Mo se incomincia ad ingrossar la guerra, Perchè de’ Saracin giongie ogni schiera; Davanti a tutti gli altri vien l’Alfrera.

12

Su la zirafa viene il smisurato, Menando forte al basso del bastone: Turpin de Rana al campo ebbe trovato, Sotto la cinta se il pose al gallone; Tal cura n’ha se non l’avesse a lato. Dopo lui branca Berlengiere e Otone: De tutti tre dopo ne fece un fasso; Legati insieme li porta a Gradasso.

13

E ritornò ben presto alla campagna, Chè tutti gli altri ancora vol pigliare. Gionse Marsilio e sua gente di Spagna; Or si comincia le man a menare. La vita, o il corpo qua non si sparagna, Ciascun tanto più fa, quanto può fare. Già tutti i paladini et Olivieri Sono redutti intorno allo imperieri.

14

Egli era in su Baiardo, copertato A zigli d’ôr da le côme al tallone; Oliviero il marchese a lato a lato, Alle sue spalle il possente Dudone, Angelieri e Ricardo apregïato, Il duca Naimo e il conte Ganelone. Ben stretti insieme, vanno con ruina Contra a Marsilio e gente saracina.

15

Ferraguto scontrò con Olivieri: Ebbe vantaggio alquanto quel pagano, Ma non che lo piegasse de il destrieri; Poi cominciorno con le spade in mano. E scontrorno Spinella et Angelieri; E il re Morgante se scontrò con Gano, E lo Argalifa e il duca di Bavera, E tutta insieme poi schiera con schiera.

16

Così le schiere sono insieme urtate. Grandonio era afrontato con Dudone; Questi si davan diverse mazate, Però che l’uno e l’altro avea il bastone. Par che le gente siano acoppïate; Re Carlo Mano è con Marsilïone: E ben l’arebbe nel tutto abattuto, Se non gli fosse gionto Ferraguto,

17

Che lasciò la battaglia de Oliviero, Tanto gl’increbbe di quel suo cïano. Ma quel marchese, ardito cavalliero, Venne allo aiuto lui de Carlo Mano. Or ciascun di lor quattro è bon guerrero, Di core ardito e ben presto di mano; Re Carlo era quel giorno più gagliardo Che fosse mai, perchè era su Baiardo.

18

Ciascuno è gran barone, o re possente, E per onore e gloria se procaccia; Non se adoprano i scudi per nïente, Ogni om mena del brando ad ambe braccia. Ma in questo tempo la cristiana gente La schiera saracina in rotta caccia; Del re Marsilio è in terra la bandiera. Ecco alla zuffa è tornato l’Alfrera.

19

Quella gente de Spagna se ne andava A tutta briglia fuggendo nel piano. Marsilio, nè Grandonio li voltava, Anci con gli altri in frotta se ne vano. E lo Argalifa le gambe menava, E il re Morgante, quel falso pagano; Spinella si fuggiva alla distesa: Sol Ferraguto è quel che fa diffesa.

20

Lui ritornava a guisa di leone, Nè mai le spalle al tutto rivoltava; Adosso a lui sempre è il franco Dudone; Olivieri e il re Carlo martellava. Lui or de ponta, or mena riversone, Or questo, or quel di tre spesso cacciava; Ma, come egli era punto dai soi mosso, A furia tutti tre gli eran adosso.

21

E certamente l’avrian morto, o preso, Ma, come è detto, ritornò l’Alfrera. Mena il bastone di cotanto peso, Al primo colpo divide una schiera. Già Guido di Bergogna a lui si è reso, Con esso il vecchio duca di Bavera; Ma Olivïer, Dudone e Carlo Mano Tutti tre insieme adosso a lui ne vano.

22

Chi di qua, chi di là li viene a dare, Ciascun li è intorno con fronte sicura; Lui la zirafa non può rivoltare, Ch’è bestia pigra molto per natura. Colpi diversi ben potea menare: Re Carlo e gli altri de schiffarli han cura; Ma, poi che più non può, nanti a Gradasso Con la ziraffa fugge di trapasso.

23

Il re Gradasso lo vede venire, Che l’avea prima in bona opinïone. Verso di lui se afronta, e prese a dire: Ahi brutto manigoldo! vil briccone! Non te vergogni a tal modo fuggire? Tanto sei grande, e sei tanto poltrone? Va nel mio paviglion, vituperato! Fa che più mai io non ti veda armato.

24

E così detto, tocca la sua alfana; Al primo scontro riversò Dudone. Mostra Gradasso forza più che umana: Ricardo abatte e lo re Salamone. Movesi la sua gente sericana, A tutti fa il suo core di dracone; Di ferro intorno è cinta la sua lanza: Mai non fu al mondo sì fatta possanza.

25

E se fu riscontrato al conte Gano: Gionse nel scudo, a petto del falcone; A gambe aperte lo gittò sul piano. Da longe ebbe veduto il re Carlone: Spronagli adosso, con la lancia in mano, Al primo colpo il getta de l’arcione; La briglia de Baiardo in mano ha tolta: Presto le groppe quel destrier rivolta.

26

Forte cridando, un par de calci mena, Di sotto dal gienocchio il colse un poco; La schinera è incantata e grossa e piena, Pur dentro se piegò gettando foco. Mai non sentì Gradasso cotal pena, Tanto ha la doglia, che non trova loco. Lascia Baiardo e la briglia abandona: Dentro a Parigi va la bestia bona.

27

Gradasso si ritorna al pavaglione; Non dimandati se l’ha gran dolore. Radotto nel campo era un gran vecchione, Che della medicina avea l’onore. Legò il genocchio con molta ragione; Poi de radice e d’erbe avea un liquore, Che, come il re Gradasso l’ha bevuto, Par che quel colpo mai non abbia avuto.

28

Or torna alla battaglia assai più fiero: Non è rimedio alla sua gran possanza. Venegli addosso il marchese Oliviero, Ma lui lo atterra de un colpo de lanza. Avolio, Avino e Guido et Angeliero Van tutti quattro insieme ad una danza: A dire in summa, e’ non vi fu barone Che non l’avesse quel giorno pregione.

29

Il popol cristïano in fuga è volto. Nè contra a’ Saracin più fan diffesa. Ogni franco baron di mezo è volto, L’altra gentaglia fugge alla distesa. Non vi è chi mostri a quei pagani il volto; Tutta la bona gente è morta, o presa; Gli altri tutti ne vanno in abandono. Sempre alle spalle e’ Saracin li sono.

30

Or dentro da Parigi è ben palese La gran sconfitta, e che Carlo è in pregione. Salta del letto subito il Danese, Forte piangendo, quel franco barone. Fascia la coscia, vestise l’arnese, Et a la porta ne viene pedone; Chè, per non indugiare, il sir pregiato Comanda che il destrier li sia menato.

31

Come qui giongie, la porta è serrata, Di fuor da quella se odeno gran stride; Morta è tutta la gente battizata. Non vole aprir quel portiero omicide; Perchè la Pagania non vi sia entrata, Comporta che i Pagan sua gente occide. Il Danese lo prega e lo conforta Che sotto a sua diffesa apra la porta.

32

Quel portier crudo con turbata faccia Dice al Danese che non vole aprire, E con parole superbe il minaccia, Se dalla guardia sua non se ha a partire. Il Danese turbato prende una accia; Ma, come quello il vede a sè venire, Lascia la porta e fuggie per la terra: Presto il Danese quella apre e disserra.

33

Il ponte cala lo ardito guerrero; Sopra vi monta lui con l’accia in mano. Ora di aver boni occhi li è mestiero, Chè dentro fugge a furia ogni Cristiano, E ciascadun vole essere il primero. Meschiato è tra lor seco alcun pagano; Ben lo cognosce il Danese possente, E con quella accia fa ciascun dolente.

34

Gionge la furia de’ Pagani in questa: Avanti a tutti gli altri è Serpentino. Sopra del ponte salta con tempesta, L’accia mena il Danese paladino, E giongie a Serpentino in su la testa. Tutto se avampa a foco l’elmo fino, Perchè di fatasone era sicura Del franco Serpentin quella armatura.

35

Sente il Danese la folta arivare: Giongie Gradasso e Ferragù possente. Ben vede lui che non può riparare, Tanto gli ingrossa d’intorno la gente; Il ponte alle sue spalle fa tagliare. Giamai non fu un baron tanto valente; Contra tanti pagan tutto soletto Diffese un pezo il ponte al lor dispetto.

36

Intorno li è Gradasso tutta fiata, E ben comanda che altri non se impaccia. Sente il Danese la porta serrata: Ormai più non si cura, e mena l’accia. Gradasso con la man l’ebbe spezzata; Dismonta a piedi e ben stretto lo abbraccia. Grande è il Danese e forte campïone, Ma pur Gradasso lo porta prigione.

37

Dentro alla terra non è più barone, Et è venuto già la notte scura. Il popol tutto fa processïone, Con veste bianche e con la mente pura: Le chiesie sono aperte e le pregione; Il giorno aspetta con molta paura; Nè altro ne resta che, alla porta aperta, Veder sè stesso e sua cità deserta.

38

Astolfo con quelli altri fo lasciato, Nè se amentava alcun che ’l fosse vivo; Perchè, come fu prima impregionato, Fu detto a pieno che de vita è privo. Era lui sempre di parlar usato, E vantatore assai più che non scrivo; Però, come odì ’l fatto, disse: Ahi lasso! Ben seppe come io stava il re Gradasso.

39

Se io me trovavo della pregion fuora, Non era giamai preso il re Carlone: Ma ben li ponerò rimedio ancora. Il re Gradasso vo’ pigliar pregione; E domatina, al tempo de l’aurora, Armato e solo io montarò in arcione: Stati voi sopra a’ merli alla vedetta. Tristo è il Pagan che nel campo me aspetta!

40

Di for se allegra quella gente fiera, E stanno al re Gradasso tutti intorno. Lui sta nel mezzo con superba ciera, Per prender la citade al novo giorno; Per allegrezza perdonò a l’Alfrera. Or condutti e’ pregion davanti fôrno: Come Gradasso vide Carlo Mano, Seco lo assetta e prendelo per mano.

41

Et a lui disse: Savio imperatore, Ciascun segnor gentil e valoroso La gloria cerca e pascese de onore. Chi attende a far ricchezze, o aver riposo, Senza mostrare in prima il suo valore, Merta del regno al tutto esser deposo. Io, che in Levante mi potea possare, Sono in Ponente per fama acquistare.

42

Non certamente per acquistar Franza, Nè Spagna, nè Alamagna, nè Ungaria: Lo effetto ne farà testimonianza. A me basta mia antiqua segnoria; Equale a me non voglio di possanza. Adunque ascolta la sentenzia mia: Un giorno integro tu con toi baroni Voglio che in campo me siati prigioni;

43

Poi ne potrai a tua cità tornare, Chè io non voglio in tuo stato por la mano, Ma con tal patto: che me abbi a mandare Il destrier del segnor di Montealbano; Chè de ragione io l’ebbi ad acquistare, Abenchè me gabasse quel villano. E simil voglio, come torni Orlando, Che in Sericana mi mandi il suo brando.

44

Re Carlo dice de darli Baiardo, E che del brando farà suo potere; Ma il re Gradasso il prega senza tardo Che mandi a tuorlo, chè lo vuol vedere. Così ne viene a Parigi Ricardo; Ma come Astolfo questo ebbe a sapere (Lui del governo ha pigliato il bastone), Prende Ricardo e mettelo in pregione.

45

Di fuor del campo manda uno araldo, A disfidar Gradasso e la sua gente; E se lui dice aver preso Ranaldo, Over cacciato, o morto, che il ne mente, E disdir lo farà come ribaldo; Chè Carlo ha a fare in quel destrier nïente. Ma se lo vole, esso il venga acquistare; Doman su il campo ce l’avrò a menare.

46

Gradasso domandava a re Carlone Chi fosse questo Astolfo e di che sorte. Carlo gli dice sua condizïone, Et è turbato ne l’animo forte. Gano dicea: Segnor, egli è un buffone, Che dà diletto a tutta nostra corte; Non guardare a suo dir, nè star per esso Che non ci attendi quel che ci hai promesso.

47

Dicea Gradasso a lui: Tu dici bene, Ma non creder però per quel ben dire Di andarne tu, se Baiardo non viene. Sia chi si vole, egli è de molto ardire. Voi seti qui tutti presi con pene, E lui vol meco a battaglia venire. Or se ne venga, e sia pur bon guerrero, Ch’io son contento; ma mena il destriero.

48

Ma s’io guadagno per forza il ronzone, Io pur far posso de voi il mio volere, Nè son tenuto alla condizïone, Se non m’aveti il patto ad ottenere. O quanto era turbato il re Carlone! Chè, dove il crede libertade avere, E stato, e robba, et ogni suo barone, Perde ogni cosa; e un paccio ne è cagione.

49

Astolfo, come prima apparve il giorno, Baiardo ha tutto a pardi copertato; Di grosse perle ha l’elmo al cerchio adorno Guarnito, e d’ôr la spada al manco lato. E tante ricche petre aveva intorno, Che a un re de tutto il mondo avria bastato: Il scudo è d’oro; e su la coscia avia La lancia d’ôr, che fu de l’Argalia.

50

Il sole a punto alora si levava, Quando lui giunse in su la prataria. A gran furore il suo corno sonava, E ad alta voce dopo il suon dicia: O re Gradasso, se forse te grava Provarti solo alla persona mia, Mena con teco il gran gigante Alfrera, E, se te piace, mille in una schiera.

51

Mena Marsilio e il falso Balugante, Insieme Serpentino e Falsirone; Mena Grandonio, che è sì gran gigante, Che un’altra volta il tratti da castrone; E Ferraguto, che è tanto arrogante: Ogni tuo paladino, ogni barone Mena con teco, e tutta la tua gente; Chè te con tutti non temo nïente.

52

Con tal parole Astolfo avea cridato: Oh quanto il re Gradasso ne ridia! Pur se arma tutto e vassene sul prato, Chè de pigliar Baiardo voglia avia. Cortesemente Astolfo ha salutato, Poi dice: Io non scio già che tu ti sia; Io domandai de tua condizïone: Gano me dice che tu sei buffone.

53

Altri m’ha detto poi che sei segnore Leggiadro, largo, nobile e cortese, E che sei de ardir pieno e di valore: Quel che tu sia, io non faccio contese, Anzi sempre ti voglio fare onore; Ma questo ti scio ben dirti palese, Ch’io vo’ pigliarte, e sii, se vôi, gagliardo: Altro del tuo non voglio, che Baiardo.

54

— Ma tu fai senza l’osto la ragione, Diceva Astolfo, e convienla riffare; Al primo scontro te levo de arcione, E, poi che te odo cortese parlare, Del tuo non voglio il valor d’un bottone, Ma vo’ che ogni pregion m’abbi a donare; E te lasciarò andare in Pagania Salvo, con tutta la tua compagnia.

55

— Io son contento, per lo Dio Macone, Disse Gradasso, e così te lo giuro. Poi volta indrieto, e guarda il suo troncone, Cinto di ferro e tanto grosso e duro, Che non di tôrre Astolfo del ronzone, Ma credia di atterrare un grosso muro. Da l’altra parte Astolfo ben se afranca; Forza non ha, ma l’animo non manca.

56

Già su la alfana se move Gradasso, Nè Astolfo d’altra parte sta a guardare; L’un più che l’altro viene a gran fraccasso, A mezo ’l corso si ebbeno a scontrare. Astolfo toccò primo il scudo abasso, Che per nïente non volìa fallare: Sì come io dissi, al scudo basso il tocca, E fuor de sella netto lo trabocca.

57

Quando Gradasso vede ch’egli è in terra, Apena che a sè crede che il sia vero: Ben vede mo che è finita la guerra, E perduto è Baiardo, il bon destriero. Levasi in piede, e la sua alfana afferra, Vòlto ad Astolfo, e disse: Cavalliero, Con meco hai tu vinta la tenzone: A tuo piacer vien, piglia ogni pregione.

58

Così ne vanno insieme a mano a mano; Gradasso molto li faceva onore. Carlo nè i paladini ancor non sciano Di quella giostra che è fatta, il tenore; Et Astolfo a Gradasso dice piano Che nulla dica a Carlo imperatore, Et a lui sol de dir lassi l’impaccio, Chè alquanto ne vol prender di solaccio.

59

E gionto avanti a lui, con viso acerbo Disse: E’ peccati te han cerchiato in tondo. Tanto eri altiero e tanto eri superbo, Che non stimavi tutto quanto il mondo. Ranaldo e Orlando, che fôr di tal nerbo, Sempre cercasti di metterli al fondo; Ecco: usurpato te avevi Baiardo, Or l’ha acquistato questo re gagliardo.

60

A torto me ponesti in la pregione, Per far careze a casa di Magancia: Or dimanda al tuo conte Ganelone Che ti conservi nel regno di Francia. Or non v’è Orlando, fior de ogni barone, Non v’è Ranaldo, quella franca lancia; Che se sapesti tal gente tenire, Non sentiresti mo questo martire.

61

Io ho donato a Gradasso il ronzone, E già mi son con lui bene accordato; Stommi con sieco, e servo da buffone, Mercè di Gano, che me gli ha lodato: Scio che li piace mia condizïone. Ogni om di voi li avrò racomandato: Lui Carlo Mano vol per ripostieri, Danese scalco, e per coquo Olivieri.

62

Io li ho lodato Gano di Maganza Per omo forte e digno de alto afare, Sì che stimata sia la sua possanza: Le legne e l’acqua converrà portare. Tutti voi altri poi, gente di zanza, A questi soi baron vi vol donare; E se a lor serà grata l’arte mia, Farò che avreti bona compagnia.

63

Già non rideva Astolfo de nïente, E proprio par che ’l dica da davera. Non dimandar se il re Carlo è dolente, E ciascadun che è preso in quella schiera. Dice Turpino a lui: Ahi miscredente! Hai tu lasciata nostra fede intiera? A lui rispose Astolfo: Sì, pritone, Lasciato ho Cristo, et adoro Macone.

64

Ciascuno è smorto e sbigotito e bianco: Chi piange, e chi lamenta, e chi sospira. Ma poi che Astolfo di beffare è stanco, Avanti a Carlo ingienocchion se tira, E disse: Segnor mio, voi seti franco; E se il mio fallir mai vi trasse ad ira, Per pietate e per Dio chiedo perdono, Chè, sia quel ch’io mi voglia, vostro sono.

65

Ma ben ve dico che mai per nïente Non voglio in vostra corte più venire. Stia con voi Gano et ogni suo parente, Che sanno il bianco in nero convertire. Il stato mio vi lascio obidïente; Io domatina mi voglio partire, Nè mai me posarò per freddo o caldo, In sin che Orlando non trovi e Ranaldo.

66

Non scianno ancor se ’l beffa, o dice il vero: Tutti l’un l’altro se guardano in volto; Sin che Gradasso, quel segnor altiero, Comanda che ciascun via se sia tolto. Gano fu il primo a montare a destriero: Astolfo, che lo vede, il tempo ha colto, E disse a lui: Non andate, barone: Gli altri son franchi, e voi seti pregione.

67

Di cui sono io pregion? diceva Gano; Rispose a lui: De Astolfo de Inghilterra. Alor Gradasso fa palese e piano Come sia stata tra lor duo la guerra. Astolfo il conte Gano prende a mano, Con lui davanti di Carlo se atterra, E ingenocchiato disse: Alto segnore, Costui voglio francar per vostro amore.

68

Ma con tal patti e tal condizïone, Che in vostra mano e’ converrà giurare Per quattro giorni de entrare in pregione, E dove, e quando io lo vorò mandare. Ma, sopra a questo, vuo’ promissïone, Perchè egli è usato la fede mancare, Da’ paladini e da vostra corona, Darmi legata e presa sua persona.

69

Rispose Carlo: Io voglio che lo faccia! E fecelo giurare incontinente. Or de andare a Parigi ogni om si spaccia. Altro che Astolfo non se ode nïente: E chi lo bacia in viso, e chi lo abbraccia, Et a lui solo va tutta la gente: Campato ha Astolfo, et è suo quest’onore, La fè de Cristo e Carlo imperatore.

70

Carlo si forza assai de il ritenire: Irlanda tutta li volea donare. Ma lui se è destinato di partire, Chè vol Ranaldo e Orlando ritrovare. Qua più non ne dirò, lasciatel gire, Che assai di lui avrò poi a contare: Or quella notte, inanti al matutino, Partì Gradasso et ogni Saracino.

71

Andarno in Spagna, e lì restò Marsiglio, Con la sua gente et ogni suo barone. Gradasso ivi montò sopra al naviglio, Che era una quantità fuor di ragione. Or di narrarvi fatica non piglio Il suo vïaggio e quelle regïone Di negra gente sotto il cel sì caldo; Ma trovar voglio ove lasciai Ranaldo.

72

E conterovi de una alta ventura Che li intravenne, e ben meravigliosa, E di letizia piena e di sciagura, Che forse sua persona valorosa Mai non fu a sorte sì spietata e dura. Ma pigliar voglio adesso alcuna posa, E poi vi contarò ne l’altro canto Cose mirabil di allegrezza e pianto.