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ORLANDO
INNAMORATO

Libro I · Canto VIII

Il mostro di Altaripa

Rinaldo rifiuta il palazzo incantato che Angelica ha costruito per lui e finisce in una rocca dove i prigionieri vengono dati in pasto a un mostro.

In breve

La nave senza nocchiero porta Rinaldo su un'isola meravigliosa, il Palazzo Gioioso: giardini, fontane, logge d'oro e di cristallo, dame che cantano e danzano, una cena da re. Ma quando una dama gli rivela che tutto è stato costruito per lui da Angelica, che lo ama, Rinaldo, che la odia, non vuole sentire ragioni: torna sulla nave, pronto piuttosto a gettarsi in mare.

La nave lo porta su una costa selvaggia. Per aiutare un vecchio a cui un brigante ha rapito la figlia, Rinaldo finisce in un agguato: un gigante lo fa precipitare da un ponte di pietra e lo trascina in catene nella rocca di Altaripa. Qui una vecchia spietata gli racconta l'orribile storia di Grifone, di sua moglie Stella e del traditore Marchino, da cui è nato un mostro che ogni giorno divora un prigioniero. All'alba Rinaldo entra armato nel recinto e combatte fino a sera, ma il mostro gli strappa di mano la spada...

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Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.

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Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

Rinaldo viaggiava su una nave magica, che andava da sola senza nessuno al timone. Un giorno la nave si fermò davanti a un'isola meravigliosa. C'erano giardini verdi, fontane fresche e un palazzo di marmo così lucido che il giardino ci si specchiava dentro.

Una dama lo prese per mano e lo accompagnò nel palazzo. Altre dame cantavano e ballavano intorno a lui. Poi lo fecero sedere sotto un pergolato di rose, a una tavola piena di cibi squisiti.

Alla fine della cena la dama gli sussurrò: «Tutto questo è tuo. Lo ha fatto costruire per te Angelica, che ti ama.» Rinaldo diventò triste come non mai. Vi ricordate perché? Tempo prima aveva bevuto a una fontana magica, che trasforma l'amore in odio. Adesso non sopportava nemmeno di sentire il nome di Angelica. Tornò di corsa alla nave: piuttosto che restare lì, si sarebbe buttato in mare.

La nave ripartì velocissima e lo lasciò vicino a un bosco selvaggio. Un vecchio gli corse incontro piangendo: «Aiutami! Un brigante mi ha portato via la figlia!» Rinaldo partì subito all'inseguimento. Ma il brigante soffiò in un enorme corno, e da un castello uscì un gigante con una lunga catena.

Il gigante scappò verso un fiume, dove c'era un ponte fatto di una sola pietra. Rinaldo lo inseguì e mise i piedi sul ponte. Proprio allora il gigante, che aveva agganciato la catena al ponte, tirò con tutte le sue forze. La pietra sprofondò e Rinaldo cadde in una caverna buia. Lì una catena nascosta lo legò, e il gigante se lo caricò in spalla come un sacco.

Lo portò nella rocca di Altaripa, un castello cupo e spaventoso. Questa volta, ammette il poeta, perfino Rinaldo ebbe paura. Una vecchia dall'aria cattiva gli raccontò una storia lunga e terribile, piena di tradimenti e di vendette. Alla fine di quella storia, da una tomba era uscito un mostro. Ogni giorno un prigioniero veniva gettato nel suo recinto. «Domani toccherà a te» disse la vecchia.

Rinaldo chiese soltanto di entrare armato, con la sua spada Fusberta. La vecchia rise, ma lo accontentò. All'alba lo calarono nel recinto e si aprì una porta. Uscì una bestia più grande di un bue, con il muso di serpente, due corna taglienti e artigli enormi. La sua pelle era così dura che nessuna spada riusciva a tagliarla.

Rinaldo combatté tutto il giorno senza arrendersi mai. Venne la sera. Stanco, con le spalle al muro, provò un ultimo colpo fortissimo. Ma il mostro afferrò la spada con gli artigli e gliela strappò di mano!

Adesso Rinaldo era disarmato, chiuso tra quattro mura, senza via di fuga. Come farà a salvarsi? Il poeta, furbo, smette di raccontare proprio qui.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

L'isola del Palazzo Gioioso ott. 1–9

La nave senza nocchiero, quella che va da sola senza che nessuno la guidi, si ferma per la prima volta a un'isola chiamata Palazzo Gioioso: un giardino di alberi ombrosi, piano e verde, circondato dal mare, con quindici miglia di giro. Sulla riva di ponente sorge un palazzo di marmo così lucido che il giardino ci si specchia dentro.

Rinaldo scende subito a terra, perché non si fida a restare su quella nave, e una dama lo saluta: «Valoroso barone, non siete arrivato fin qui per caso. La vostra avventura è cominciata male, ma avrà una fine dolce e felice, se avete un cuore capace di amare, come credo.»

Lo prende per mano e lo conduce nel palazzo: marmi di ogni colore, logge decorate d'azzurro e d'oro, giardini nascosti sui tetti, fontane fresche all'ombra degli alberelli, e un profumo che rallegrerebbe qualunque cuore affannato. In una loggia dalle colonne di cristallo con il capitello d'oro, alcune belle dame cantano, una suona uno strumento mai visto, le altre ballano, e appena Rinaldo entra gli fanno un cerchio intorno danzando.

«Signore, la cena è pronta» dice una di loro. Lo accompagnano accanto alla fontana, sotto un pergolato di rose rosse, a una tavola coperta di drappi d'oro. Rinaldo siede in mezzo a quattro fanciulle, su un seggio ornato di perle, mentre tre dame lo servono: cibi squisiti, coppe tempestate di gioielli, vino profumato. Lui è smarrito.

Il nome che Rinaldo odia ott. 10–15

A fine cena, tra il suono di arpe e liuti, una dama gli sussurra all'orecchio: «Questa casa reale, questo tesoro e tutte le meraviglie che non hai ancora visto sono tue. La regina ha fatto costruire tutto per te solo. Ritieniti fortunato: ti ama una dama più bianca del giglio e più rossa della rosa. Si chiama Angelica, e ti ama più del suo cuore.»

Sentendo il nome di colei che odia tanto, Rinaldo diventa triste come mai in vita sua, e quella casa allegra gli sembra un luogo di pianto. Ma la dama insiste: «Non puoi dire di no: sei prigioniero. Qui non ti serve la tua spada Fusberta, e nemmeno il tuo cavallo Baiardo ti servirebbe: tutto intorno c'è il mare. Cambia quel cuore così duro: lei non desidera altro che i tuoi sguardi.»

Rinaldo non la ascolta nemmeno. Se ne va da solo per il giardino, dove niente gli piace, e torna alla riva deciso a partire a ogni costo. Risale sulla nave: piuttosto che restare lì si getterebbe in mare. Ma la nave non si muove, e lui pensa che, se non potrà andarsene, si butterà in acqua per morire.

Il vecchio e il brigante ott. 16–20

Ecco però che la nave parte, con il vento di ponente in poppa, a una velocità incredibile. Il giorno dopo si avvicina a una selva grande e strana. Appena Rinaldo scende a terra, gli corre incontro un vecchio canuto, in lacrime: «Non abbandonarmi, barone, se ti sta a cuore l'onore della cavalleria! Un brigante mi ha rapito la figlia e se la sta portando via: non sarà lontano nemmeno duecento passi.»

Rinaldo, mosso a pietà, si lancia all'inseguimento a piedi, armato e con la spada. Il brigante lascia la ragazza e soffia in un enorme corno. Su una collinetta affacciata sul mare c'è un castello: il ponte levatoio si abbassa e ne esce un gigante malvagio, alto sedici piedi, con un dardo e una catena che finisce con un uncino. A che cosa servirà? chiede il poeta. Il dardo trapassa lo scudo, la corazza e la maglia di Rinaldo e lo ferisce leggermente al fianco.

Il ponte che sprofonda ott. 21–24

«Adesso vediamo chi di noi due sa usare meglio la spada!» grida Rinaldo. Ma il gigante gli volta le spalle e corre verso un fiume, attraversato da un ponte fatto di una sola pietra. All'inizio del ponte c'è un anello: il gigante ci aggancia l'uncino. Rinaldo, che lo insegue da vicino, è già sul ponticello quando il gigante tira con tutte le sue forze: la pietra sprofonda. «Dio, aiutami! Madre eterna!» grida Rinaldo, e precipita in una caverna buia, sotto il fiume.

Lì dentro una catena nascosta lo lega subito. Il gigante se lo carica in spalla: «Perché davi fastidio al mio compagno? Adesso ti ho preso al laccio.» Rinaldo non risponde, ma dentro di sé si lamenta: la sorte gli manda una disgrazia dietro l'altra, e nessuna sventura è paragonabile alla sua.

La rocca rossa di sangue ott. 25–27

All'ingresso del castello crudele sono esposte le teste degli uccisi e i corpi dei morti. Da lontano il castello sembra rosso come il fuoco: ed è sangue umano. Rinaldo si raccomanda a Dio, e stavolta, confessa il poeta, ha paura davvero.

Arriva una vecchia vestita di scuro, magra, canuta, dall'aspetto spietato. Lo fa gettare a terra e comincia: «Forse hai sentito parlare della crudele usanza di questa rocca. Morirai domani, non sperare altro; intanto ti racconterò come è nata.»

Grifone, Stella e Marchino ott. 28–35

Un tempo, racconta la vecchia, il signore di questa rocca, chiamata Altaripa, era un cavaliere fortissimo di nome Grifone. Viveva in modo splendido e invitava al castello chiunque passasse. Sua moglie era la bellissima Stella, e il nome le stava bene, perché sembrava scesa dal cielo.

Un giorno di maggio, nella selva sul mare, Grifone incontrò un cavaliere che andava a caccia e lo ospitò alla rocca. «Era mio marito» dice la vecchia, «Marchino, signore di Aronda.» Ma Marchino posò gli occhi su Stella e se ne innamorò oltre misura, tanto da non pensare ad altro che a portarla via.

Tornò a casa con il viso stravolto, senza dire a nessuno perché. Poi partì da Aronda con i suoi uomini, portando insegne uguali a quelle di Grifone, a cui un po' somigliava, e li nascose nel bosco. Lui, disarmato come un cacciatore, si mise a suonare il corno. Grifone lo sentì e andò a vedere, e Marchino, fingendo di non averlo visto, diceva: «L'avrò perso!» Poi, come se lo notasse solo allora: «Sto cercando un mio cane, ma qui non so orientarmi.» Camminarono insieme fino al nascondiglio dei suoi uomini, che uccisero Grifone a tradimento.

Con le insegne di Grifone presero la rocca e non lasciarono vivo nessuno, né bambini, né vecchi, né dame. Trovarono solo Stella, in lacrime. Marchino la ricopriva di attenzioni, ma lei non cedette mai.

La vendetta della moglie gelosa ott. 36–42

Stella pensava giorno e notte a Grifone e voleva vendicarlo, ma non sapeva come. Alla fine la vendetta gliela offrì la creatura più feroce del mondo: una moglie un tempo affettuosa che, trascurata, diventa gelosa. Nemmeno un leone ferito o un serpente calpestato sono così pericolosi. «Io lo so bene» dice la vecchia, «perché l'ho provato: quando seppi tutto, quasi impazzii di rabbia.»

E confessa senza pentirsi una vendetta orribile: uccise con le sue mani i due bambini che aveva avuto da Marchino e li fece servire a tavola al padre, che li mangiò ignaro, in mezzo all'allegria. Ne conservò soltanto le teste. «Ahi sole crudele, ahi giorno scellerato, che hai sopportato di vedere un simile delitto!»

Poi fuggì di nascosto, ancora macchiata di sangue, dal re di Orgagna, parente di Stella, che la amava da tanto tempo. Gli raccontò tutto e lo guidò in armi a vendicare Grifone.

La fine di Stella e di Marchino ott. 43–48

Appena la vecchia è partita, Stella si presenta a Marchino con i capelli sciolti e lo sguardo fiero, e gli mostra le teste dei due figli, che la vecchia aveva conservato in un piatto. «Questi sono i tuoi figli» gli dice. «Dagli sepoltura. Il resto lo hai già mangiato tu.»

Marchino è combattuto tra la crudeltà e l'amore, e nessuna vendetta gli sembra abbastanza. Fa portare il corpo di Grifone, che giace ancora là dove è stato ucciso, vi lega Stella viso contro viso e mano contro mano, e la tormenta nel modo più disumano.

Quando vede arrivare il re di Orgagna con la vecchia e molti uomini, Marchino uccide Stella, e nemmeno da morta la lascia in pace: secondo la vecchia, per vantarsi di essere l'uomo più scellerato del mondo. Dopo una dura battaglia la rocca viene presa e Marchino è messo a morte tra atroci tormenti. Stella viene sepolta in una tomba riccamente ornata, e accanto a lei il suo caro Grifone.

Il mostro nel sepolcro ott. 49–52

Il re se ne va, lasciando alla vecchia tre giganti. Passato l'ottavo mese, dal sepolcro esce un grido così spaventoso che perfino i giganti tremano. Il più coraggioso apre un poco la tomba: un mostro allunga fuori una zampa artigliata, lo afferra, lo uccide e lo trascina dentro, divorandolo con tutte le ossa.

Nessuno osa più entrare in quella chiesa. La vecchia la fa circondare da un muro robusto e fa aprire il sepolcro con un congegno: ne esce un mostro deforme che nessuno ha il coraggio di guardare. «Non te lo descrivo» dice a Rinaldo: «tanto sarà lui a toglierti la vita.» Da allora ogni giorno qualcuno viene gettato nel recinto in pasto alla bestia; e siccome i prigionieri sono anche di più, gli altri vengono uccisi in altri modi, come Rinaldo ha visto all'ingresso.

Rinaldo chiede la sua spada ott. 53–58

Rinaldo chiede: «Madre, per l'amor di Dio, lasciami entrare armato, con la mia spada.» La vecchia ride: «Buon pro ti faccia! Il mostro taglia il ferro con i denti, contro i suoi artigli non c'è armatura e la sua pelle non si può tagliare. Tu devi morire, non combattere. Ma ti accontento volentieri, così soffrirai di più: con chi è armato la bestia ci mette più tempo.»

All'alba Rinaldo viene calato dentro il muro. Si alza una porta ed esce il mostro, che batte i denti così forte che chi guarda dall'alto del muro scappa o si nasconde. Solo Rinaldo non ha paura: è tutto armato e stringe in mano Fusberta.

Il poeta immagina che il pubblico voglia sapere com'è fatto il mostro. Lo ha generato il demonio dal seme di Marchino, che Stella, uccisa da lui, portava nel suo corpo. È più grande di un bue, con il muso di serpente, una bocca lunga sei palmi e denti di mezzo palmo. Ha la fronte di cinghiale e da ogni tempia un corno che muove come vuole e che taglia come una spada. Muggisce in modo terribile; ha la pelle verde e gialla, chiazzata di nero, bianco e rosso, la barba sempre insanguinata, gli occhi di fuoco e mani d'uomo con artigli più grandi di quelli dell'orso o del leone.

Rinaldo contro il mostro ott. 59–64

Nessuna corazza resiste ai suoi denti e ai suoi artigli, e niente può tagliare la sua pelle. La belva avanza ritta su due piedi, a bocca spalancata, e Rinaldo la colpisce con Fusberta in mezzo al muso. Furiosa, gli sferra una zampata che non arriva a fondo, ma strappa tutta la maglia che afferra e lo scopre fino alla carne.

Rinaldo non si spaventa e mena colpi a due mani dritti alla testa. La bestia sembra non sentirli: salta intorno e colpisce ora con una zampa, ora con l'altra, così veloce che quasi non si vede. Rinaldo è ferito in quattro punti, ma nessuno al mondo ha un cuore come il suo: più perde sangue, più cresce il suo furore. Del resto non ha scelta: se non uccide il mostro, lì dentro morirà comunque di fame.

Viene sera e la battaglia continua. Rinaldo, addossato al muro, senza fiato e sicuro di morire, mena ancora grandi colpi: non è riuscito a far uscire una goccia di sangue al mostro, però gli ha fracassato carne e ossa. Allora vibra un colpo tremendo per stordirlo, ma la bestia afferra la spada con gli artigli. Che cosa farà adesso il signore di Montalbano, disarmato, senza poter fuggire né difendersi? «Vi dirò poi come andò a finire» conclude il poeta, «ma in questo canto di lui non parlo più.»

Parole difficili

  • Palazo Zoioso ott. 1: Palazzo Gioioso, cioè «palazzo della gioia».
  • nocchier ott. 1: il pilota della nave.
  • logie ott. 4: logge, gallerie aperte sorrette da colonne.
  • istorïata ott. 6: decorata con scene che raccontano delle storie.
  • segio ott. 9: seggio, sedile.
  • Fusberta ott. 13: la spada di Rinaldo.
  • verziero ott. 14: giardino.
  • naviglio ott. 15: nave.
  • usbergo ott. 20: corazza fatta di maglia di ferro.
  • costato ott. 20: fianco.
  • ingegno ott. 22: congegno, meccanismo.
  • insegne ott. 32: gli stemmi e i colori che permettono di riconoscere un cavaliere.
  • famiglia ott. 32: qui sono i servitori e gli uomini al seguito di un signore.
  • zelosia ott. 37: gelosia.
  • branca ott. 50: zampa armata di artigli.
  • ungione ott. 58: grosso artiglio.
  • ciampata ott. 60: zampata.
  • sir de Montealbano ott. 64: Rinaldo, signore del castello di Montalbano.

Il testo di Boiardo

64 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Gionse Ranaldo a Palazo Zoioso (Così se avea quella isola a chiamare), Ove la nave fie’ il primo riposo: La nave che ha il nocchier che non appare. Era quello un giardin de àrbori ombroso Da ciascun lato in cerco batte il mare; Piano era tutto, coperto a verdura; Quindeci miglia è intorno per misura.

2

Di ver ponente, aponto sopra al lito, Un bel palagio ricco se mostrava, Fatto de un marmo sì terso e polito, Che il giardin tutto in esso se specchiava. Ranaldo in terra presto fu salito, Chè star sopra alla nave dubitava; Apena sopra il litto era smontato, Ecco una dama, che l’ha salutato.

3

La dama li dicea: Franco barone, Qua ve ha portato la vostra ventura; E non pensati che senza cagione Siati condotto, con tanta paura, Tanto di longe, in strana regïone; Ma vostra sorte, che al principio è dura, Avrà fin dolce, allegro e dilettoso, Se avete il cor, come io credo, amoroso.

4

Così dicendo per la mano il piglia, E dentro al bel palagio l’ha menato: Era la porta candida e vermiglia, E di ner marmo, e verde, e di meschiato. Il spazo che coi piedi se scapiglia, Pur di quel marmo è tutto varïato; Di qua, di là son logie in bel lavoro, Con relevi e compassi azuro et de oro.

5

Giardini occulti di fresca verdura Son sopra a’ tetti e per terra nascosi; Di gemme e d’oro a vaga depintura Son tutti e lochi nobili e zoiosi; Chiare fontane e fresche a dismisura Son circondate d’arboscelli ombrosi; Sopra ogni cosa, quel loco ha uno odore Da tornar lieto ogni affannato core.

6

La dama entra una logia col barone, Adorna molto, ricca e delicata: Per ogni faccia e per ogni cantone Di smalto in lama d’oro istorïata; Verdi arboscelli e di bella fazione Dal loco aperto la teneano ombrata; E le colonne di quel bel lavoro Han di cristallo il fusto e il capo d’oro.

7

In questa logia il cavalliero intrava. Di belle dame ivi era una adunanza; Tre cantavano insieme, e una suonava Uno instrumento fuor de nostra usanza, Ma dolce molto il cantare acordava; L’altre poi tutte menano una danza. Come intrò dentro il cavalliero adorno, Così danzando lo acerchiarno intorno.

8

Una di quelle con sembianza umana Disse: Segnor, le tavole son pose, E l’ora della cena è proximana. Così per l’erbe fresche et odorose Seco il menarno a lato alla fontana, Sotto un coperto di vermiglie rose: Quivi è apparato, che nulla vi manca, Di drappo d’oro e di tovaglia bianca.

9

Quattro donzelle se fôrno assettate, E tolsen dentro a lor Ranaldo in megio. Ranaldo sta smarito in veritate; Di grosse perle adorno era il suo segio. Quivi venner vivande delicate, Coppe con zoie di mirabil pregio, Vin di bon gusto e di suave odore: Servon tre dame a lui con molto onore.

10

Poi che la cena comincia a finire, E fôr scoperte le tavole d’oro, Arpe e lëuti se poterno udire. A Ranaldo se acosta una di loro, Basso alla orecchia li comincia a dire: Questa casa real, questo tesoro E l’altre cose che non pôi vedere, Che più son molto, sono a tuo piacere.

11

Per tua cagione è tutto edificato, E per te solo il fece la regina; Ben ti dei reputare aventurato, Che te ami quella dama pellegrina. Essa è più bianca che ziglio nel prato, Vermiglia più che rosa in su la spina; La giovenetta Angelica se chiama, Che tua persona più che il suo core ama.

12

Quando Ranaldo, fra tanta allegrezza, Ode nomar colei che odiava tanto, Non ebbe alla sua vita tal tristezza, E cambiosse nel viso tutto quanto; La lieta casa ormai nulla non prezza, Anzi li assembra un loco pien di pianto. Ma quella dama li dice: Barone, Anzi non pôi disdir, chè sei pregione.

13

Qua non te val Fusberta adoperare, Nè te valria, se avesti il tuo Baiardo: Intorno ad ogni parte cinge il mare; Qui non te vale ardir, nè esser gagliardo. Quel cor tanto aspro ti convien mutare: Lei altro non disia fuor che il tuo sguardo. Se de mirarla il cor non ti conforta, Come vedrai alcun che odio ti porta?

14

Così dicea la bella giovanetta, Ma nulla ne ascoltava il cavalliero; Nè quivi alcuna de le dame aspetta, Anci soletto va per il verziero. Non trova cosa quivi che ’l diletta; Ma con cor crudo, dispietato e fiero Partir de quivi al tutto se destina, E da ponente torna alla marina.

15

Trova il naviglio che l’avea portato, E sopra a quel soletto torna ancora, Perchè nel mar si serebbe giettato, Più presto che al giardin far più dimora. Non se parte il naviglio, anzi è acostato, E questo è la gran doglia che lo acora; E fa pensier, se non se pô partire, Giettarse in mare et al tutto morire.

16

Ora il naviglio nel mar se alontana, E con ponente in poppa via camina; Non lo potria contar la voce umana Come la nave va con gran ruina. Ne l’altro giorno una gran selva e strana Vede, et a quella il legno se avicina. Ranaldo al litto di quella dismonta: Subito un vecchio bianco a lui se afronta.

17

Forte piangendo quel vecchio dicia: Deh non me abandonar, franco barone, Se onor te move di cavalleria, Che è la diffesa di iusta ragione! Una donzella, che è figliola mia, Emme rapita da un falso latrone, E pur adesso presa se la mena: Ducento passi non è longe apena.

18

Mosse pietate quel baron gagliardo: Benchè sia a piedi, armato con la spada A seguire il ladron già non fu tardo, Coperto d’arme corre quella strada. Come lo vide quel ladron ribaldo, Lascia la dama, e già non stette a bada; Pose alla bocca un grandissimo corno: Par che risuoni l’aria e il cel d’intorno.

19

Venne Ranaldo la vista ad alciare: A sè davanti vede un monticello, Che facea un capo piccoletto in mare. Alla cima di quello era un castello, Che al suon del corno il ponte ebbe a calare; Fuor ne venne un gigante iniquo e fello: Sedeci piedi è da la terra altano, Una catena e un dardo tiene in mano.

20

Quella catena ha da capo un uncino: Or chi potrà questa opra indovinare? Come fu gionto il gigante mastino, Il dardo con gran forza ebbe a lanciare. Gionge nel scudo, che è ben forte e fino, Ma tutto quanto pur l’ebbe a passare; Usbergo e maglia tutto ebbe passato: Ferì il barone alquanto nel costato.

21

Dicea Ranaldo a lui: Te tien a mente Chi meglio de noi duo di spada fiera! E vàlli addosso iniquitosamente. Come il gigante il vide nella ciera, Volta le spalle e non tarda nïente; Forte correndo fugge a una riviera. Questa riviera un ponte sopra avia: Una sol pietra quel ponte facìa.

22

Nel capo di quel ponte era uno annello; Dentro li attacca il gigante l’oncino. E già Ranaldo è sopra ’l ponticello, Chè, correndo, al Pagano era vicino. Tirò lo ingegno con gran forza il fello: La pietra se profonda. — O Dio divino, Dicea Ranaldo, aiuta! O Matre eterna! Così dicendo va nella caverna.

23

Era la tana oscura e tenebrosa, E sopra ad essa la fiumana andava; Una catena dentro vi era ascosa, Che il caduto baron presto legava. E quel gigante già non se riposa; Così legato in spalla sel portava, A lui dicendo: E perchè davi impaccio Al mio compagno? Et io te ho gionto al laccio.

24

Non respondia Ranaldo alcuna cosa, Ma nella mente tristo ne dicia: Or ti par che fortuna ruïnosa Una disgrazia dietro a l’altra invia! Qual sorte al mondo è la più dolorosa, Non se paragia alla sventura mia, Ch’in tal miseria mi vedo arivare, Nè con qual modo lo sapria contare.

25

Così dicendo, già sono su il ponte Che del crudel castello era l’intrata: Teste de occisi nella prima fronte, E gente morta vi pende apiccata; Ma, quel che era più scuro, eran disiunte Le membra ancora vive alcuna fiata. Vermiglio è lo castello, e da lontano Sembrava foco, et era sangue umano.

26

Ranaldo sol pregando Idio se aiuta: Ben vi confesso che ora ebbe paura. Già davanti una vecchia era venuta, Tutta coperta de una veste oscura, Macra nel volto, orribile e canuta, E di sembianza dispietata e dura. Lei fa Ranaldo alla terra gettare Così legato, e comincia parlare.

27

Forse per fama avrai sentito dire, Dicea la vecchia, la crudele usanza Che questa rocca ha preso a mantenire. Ora nel tempo che a viver te avanza, Poi che a diman s’indugia il tuo morire (Chè già de vita non aver speranza), In questo tempo ti voglio contare Qual cagion fece la usanza ordinare.

28

Un cavallier di possanza infinita Di questa rocca un tempo fu segnore. Vita tenea magnifica e fiorita, Ad ogni forastier faceva onore; Ciascun che passa per la strada invita: Cavallier, dame e gente di valore. Avea costui per moglie una donzella, Che altra al mondo mai fu tanto bella.

29

Quel cavalliero avea nome Grifone; Questa rocca Altaripa era chiamata, E la sua dama Stella, per ragione, Chè ben parea del celo esser levata. Era di maggio alla bella stagione; Andava il cavalliero alcuna fiata A quella selva che è in su la marina, Dove giungesti tu in questa mattina.

30

E passar per lo bosco ebbe sentito Un altro cavallier, che a caccia andava. Sì come a tutti, fie’ il cortese invito, Et alla rocca qua suso il menava. Fu quest’altro ch’io dico, mio marito: Marchino, il sir de Aronda, se chiamava. Lui fu menato dentro a questa stanza, Et onorato assai, come era usanza.

31

Or, come volse la disaventura, Gli occhi alla bella Stella ebbe voltato, E fo preso de amore oltra misura, E seco pensò il viso delicato Di quella mansueta creatura; In summa, è dentro il cor tanto infiammato, Ch’altro nol stringie, nè d’altro ha pensiero, Se non di tuor la donna al cavalliero.

32

Da questa rocca si parte fellone; Torna cambiato in viso a meraviglia: Altro che lui non sapea la cagione. Parte da Aronda con la sua famiglia; Porta le insegne seco di Grifone, E di persona alquanto il rasomiglia. E’ soi compagni nel bosco nascose, Le insegne e l’arme pur con essi pose.

33

Lui, come a caccia, tutto disarmato Va per la selva, e forte suona un corno; Il cortese Grifon l’ebbe ascoltato, Ch’era nel bosco ancora lui quel giorno. In quella parte presto ne fu andato: Marchino il falso si guardava intorno; E, come non avesse alcun veduto, Forte diceva: Io l’averò perduto.

34

Poi ver Grifon se ne vene a voltare. Come il vedesse allor primeramente, Diceva: Io vengo un mio cane a cercare, Ma in questo loco non scio andar nïente. Or vanno insieme, e vengon arrivare Ove Marchino ha nascoso la gente; E, per venir più presto al compimento, Occiserlo costoro a tradimento.

35

Con la sua insegna la rocca pigliaro, Nè dentro vi lasciar persona viva; Fanciulli e vecchi, senza alcun riparo, Et ogni dama fu de vita priva. La bella Stella qua dentro trovaro, Che la sventura sua forte piangiva. Molte carezze li facea Marchino: Mai non se piega quel cor pellegrino.

36

Ella pensava lo oltraggio spietato Che li avea fatto il falso traditore, E Grifon, che da lei fu tanto amato, Sempre li stava notte e dì nel core; Nè altro desia che averlo vendicato, Nè trova qual partito sia il megliore. Infin li offerse il suo voler crudele Quello animal che al mondo è di più fele.

37

Lo animal che è più crudo e spaventevole, Et è più ardente che foco che sia, È la moglie che un tempo fu amorevole, Che, disprezata, cade in zelosia: Non è il leon ferito più spiacevole, Nè la serpe calcata è tanto ria, Quanto è la moglie fiera in quella fiata Che per altrui sè vede abandonata.

38

Et io ben lo scio dir, che lo provai, Quando advisata fui di questa cosa. Io non sentetti maggior doglia mai, E quasi venni in tutto rabbïosa: Ben lo mostrò la crudeltà che usai, Che forse ti parrà meravigliosa; Ma dove zelosia strengie lo amore, Quel mal che io feci in duo, è ancor peggiore.

39

Duo fanciulletti avevo di Marchino; Il primo lo scanai con la mia mano. Stava a guardarme l’altro piccolino, E dicea: Matre, deh per Dio! fa piano. Io presi per li piedi quel meschino, E detti il capo a un sasso prossimano. Te par ch’io vendicassi il mio dispetto? Ma questo fu un principio, e non lo effetto.

40

Quasi vivendo ancora lo squartai; De il petto a l’uno e a l’altro trassi il core. Le piccolette membra minuzzai: Pensa se, ciò facendo, avia dolore! Ma ancor mi giova ch’io mi vendicai. Servai le teste, non già per amore, Chè in me non era amor, nè anco pietade: Servalle per usar più crudeltade.

41

Quelle portai qua suso de nascoso; La carne che feci io, poi posi al foco: Tanto potè lo oltraggio dispettoso! Io stessa fui beccaro, io stessa coco. A mensa li ebbe il patre doloroso, E quelle se mangiò con festa e gioco. Ahi crudel sole, ahi giorno scelerato, Che comportò veder tanto peccato!

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Io mi parti’ dapoi nascosamente, Le mani e il petto di sangue macchiata. Al re de Orgagna andai subitamente, Che già lunga stagion m’aveva amata (Era costui della Stella parente), E racontai l’istoria dispietata. Quel re condussi io armato in su l’arcione A far vendetta del morto Grifone.

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Ma non fo questa cosa così presta, Che, come io fui partita dal castello, La cruda Stella, menando gran festa, A Marchin va davanti in viso fello, E li appresenta l’una e l’altra testa De’ figli, ch’io servai dentro a un piatello. Benchè per morte ciascuna era trista, Pur li cognobbe ’l patre in prima vista.

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La damisella aveva il crin disciolto, La faccia altiera e la mente sicura, Et a lui disse: L’uno e l’altro volto Son de’ toi figli: dàgli sepoltura. Il resto hai tu nel tuo ventre sepolto; Tu il divorasti: non aver più cura. Ora ha gran pena il falso traditore, Chè crudeltà combatte con amore.

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Lo oltraggio ismisurato ben lo invita A far di quella dama crudo strazio; Da l’altra parte la faccia fiorita E lo afocato amor gli dava impazio. Delibra vendicarse alla finita: Ma qual vendetta lo potria far sazio? Chè, pensando al suo oltraggio, in veritade Non v’era pena di tal crudeltade.

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Il corpo di Grifon fece portare, Che, così occiso, ancor giacea nel piano; Fece la dama a quel corpo legare, Viso con viso stretto, e mano a mano: Così con lei poi se ebbe a dilettare. Or fu piacer giamai tant’inumano? Gran puza mena il corpo tutta fiata; La damisella a quel stava legata.

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In questo tempo venne il re de Orgagna, Et io con esso, con molta brigata; Ma come fumo visti alla campagna, Marchin la bella Stella ebbe scanata. Nè ancor per questo dapoi la sparagna, Ma usava con lei morta tutta fiata. Credo io che il fece sol per darse vanto Che altro om non fusse scelerato tanto.

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Noi qui vennemo, e con cruda battaglia La forte rocca alfin pur fo pigliata; E, Marchin preso, di ardente tenaglia Fu sua persona tutta lacerata: Chi rompe le sue membra, e chi le taglia. La bella dama poi fu sotterrata Intra un sepolcro adorno; per ragione Posto fu sieco il suo caro Grifone.

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Il re de Orgagna poi se ne fu andato, Et io rimasi in questa rocca oscura. Era lo octavo mese già passato, Quando sentimo in quella sepoltura, Un grido tanto orribile e spietato, Ch’io non vo’ dir che gli altri abbian paura; Ma tre giganti ne fôr spaventati, Che il re de Orgagna meco avea lasciati.

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Un de essi, alquanto più di core ardito, Volse la sepoltura un poco aprire, Ma ben ne fo poi presto repentito; Però che un monstro, che non puotè uscire, Pur for gettò una branca, et ha ’l gremito: In poco d’ora lo fece morire. Stracciollo in pezzi e trassel dentro, possa La carne devorò con tutte l’ossa.

51

Non se trovò più om tanto sicuro, Che dentro a quella chiesa voglia entrare; Cinger poi la feci io d’un forte muro, Quello sepolcro a ingegno disserrare. Uscinne un monstro contrafatto e oscuro, Tanto che alcun non li ardisce a guardare: La orribil forma sua non te descrivo, Perchè sarai da lui di vita privo.

52

Noi poi servamo così fatta usanza, Che ciascun giorno qualcuno è pigliato, E lo gettamo dentro a quella stanza, Perchè la bestia l’abbia devorato. Ma tanto ne pigliamo, che ne avanza; Alcun se scanna, alcun vien impiccato; Squartansi vivi ancora alcuna fiata, Come veder potesti in su la entrata.

53

Poi che la usanza cruda, ismisurata Fu per Ranaldo pienamente intesa, E l’orribil cagione e scelerata Che fie’ la bestia, a chi non val diffesa, Rivolto a quella vechia dispietata, Disse: Deh! matre, non mi far contesa. Concedime, per Dio, che dentro vada, Armato come io sono, e con la spada.

54

Rise la vecchia e disse: Or pur ti vaglia! Quante arme vôi, ti lasciarò portare; Chè il monstro con suo dente il ferro taglia, Nè contra alle ungie sue se pote armare. A te convien morir, non far battaglia, Chè la sua pelle non se può tagliare; Ma, per fare il tuo peggio, io son contenta, Perchè la bestia più lo armato stenta.

55

Sì come apparve il giorno e il sol lucente, Ranaldo dentro al muro è giù calato, E fu una porta alciata: incontinente Esce ’l monstro diverso e sfigurato. Sì forte batte l’uno a l’altro dente, Che ciascun sopra al muro è spaventato, Nè di star tanto ad alto se assicura: Altri se asconde e fuggie per paura.

56

Solo è Ranaldo lui senza spavento: Armato è tutto, et in mano ha Fusberta. Ma credo io che a voi tutti sia in talento Di quel monstro saper la forma aperta. Acciò che abbiati il suo cominciamento, Fièllo il demonio, questa è cosa certa, Del seme de Marchin, che ’n corpo porta Quella donzella che da lui fu morta.

57

Egli era più che un bove di grandezza: Il muso aveva proprio di serpente; Sei palme avea la bocca di longhezza, Ben mezo palmo è lungo ciascun dente. La fronte ha de cingiale, in tal fierezza Che non si può guardarla per nïente; E di ciascuna tempia usciva un corno, Che move a suo piacere e volge intorno.

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Ciascuno corno taglia come spata, Mugia con voce piena di terrore; La pelle ha verde e gialla e varïata Di negro e bianco e di rosso colore; Avea la barba sempre insanguinata, Occhi di foco e guardo traditore; La mano ha d’omo et armata de ungione Maggior che quel de l’orso, o del leone.

59

Ne l’ungie e dente avea cotanta possa, Che piastra o maglia non li può durare; E la pelle sì dura e tanto grossa, Che nulla cosa la potria tagliare. Questa bestia feroce ora se è mossa, E va con furia Ranaldo a trovare Su duo piè ritta, con la bocca aperta. Mena Ranaldo un colpo con Fusberta,

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E proprio a mezo il muso l’ebbe còlta. Or par di foco la bestia adirata, E con più furia a Ranaldo rivolta, Con la mano alta tira una ciampata. Troppo non gionse avanti quella volta, Ma quanta maglia prese, ebbe stracciata, Tanto avea duro il dispietato ungione! Sino alla carne disarmò il barone.

61

Ora per questo Ranaldo non resta: Benchè abbia il peggio, pur non si spaventa; Tira a due mani al dritto della testa. Quella bestia crudel par che non senta, Anzi a ogni colpo mena più tempesta; Salta de intorno, nè giamai se allenta: Or de una zampa, ora de l’altra mena Con tal prestezza che si vede apena.

62

In quattro parte è già il baron ferito, Ma non ha il mondo così fatto core; Vedesi morto, e non è sbigotito: Perde il suo sangue, e cresce il suo furore. Lui certamente avea preso il partito Che al disperato caso era megliore; Però che, se nol fa il monstro perire, Pur lì di fame li convien morire.

63

Già se faceva il giorno alquanto scuro, E dura la battaglia tutta fiata. Ranaldo se è accostato a l’alto muro: Il sangue ha perso, e la lena è mancata, E ben è del morir certo e sicuro, Ma mena pur gran colpi della spata; Vero è che sangue al monstro non ha mosso, Ma fraccassato li ha la carne e l’osso.

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Or se ’l destina in tutto di stordire: Mena un gran colpo quel baron soprano. La mala bestia il brando ebbe a gremire: Or che dee far il sir di Montealbano? Diffender non si può, nè può fuggire, Perchè Fusberta li è tolta di mano.... Ma poi vi dirò come andò il fatto: In questo canto più di lui non tratto.