Libro II · Canto II
Rinaldo in fondo al lago
Un gigante trascina Rinaldo in fondo a un lago, Grifone e Aquilante cadono in trappola e Marfisa fa strage sotto Albracca.
In breve
Rinaldo, ancora arrabbiato perché Orlando se n'è andato nel mezzo del loro duello, parte di notte per cercarlo, con Astolfo, Iroldo e Prasildo. Una ragazza in lacrime li porta a un ponte dove un gigante sta frustando sua sorella. Il gigante getta nel lago Iroldo e Prasildo, poi si lascia cadere in acqua abbracciato a Rinaldo. Astolfo, disperato, riparte con le due dame.
Intanto Grifone e Aquilante, partiti anche loro dietro a Orlando, si fermano al palazzo del Ponte dalle Rose. Arriva una dama in sella a Brigliadoro, che racconta che Orlando è morto; nella notte i due fratelli vengono catturati e, dopo una lunga prigionia, portati a morire. Sotto Albracca, assediata da Marfisa, i difensori tentano una sortita: lei cattura Ballano, Chiarione e Antifor e uccide Oberto dal Leone. Alla fine la affronta Sacripante, sul suo velocissimo cavallo Frontalate.
Ascolta il canto
Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
Vi ricordate il duello tra Orlando e Rinaldo? Orlando se n'era andato all'improvviso, prima della fine. Rinaldo, ancora arrabbiatissimo, voleva ritrovarlo. Così una notte prese il suo cavallo Baiardo e partì al chiaro di luna. Con lui vennero il cugino Astolfo e due amici, Iroldo e Prasildo.
All'alba trovarono una ragazza seduta su una pietra, che piangeva disperata. «Aiutatemi!» disse. «Un gigante crudele ha preso mia sorella. L'ha legata a un albero vicino alla sua torre e la maltratta senza pietà.» I cavalieri promisero di salvarla.
Davanti alla torre c'era un ponte chiuso da una grata di ferro, e lì vicino il fiume formava un lago profondo. Il gigante aspettava con un bastone di ferro in mano. Iroldo passò per primo, ma il gigante lo stese con una bastonata e lo buttò nel lago. Poi toccò a Prasildo, e successe la stessa cosa. Nessuno dei due tornò a galla.
Allora si fece avanti Rinaldo. Era un maestro con la spada: saltava di qua e di là, e il bastone non lo toccava mai. Ma l'armatura del gigante era così dura che la spada non riusciva a scalfirla. Alla fine il gigante lanciò il bastone, fece cadere Rinaldo e lo afferrò. Lo portò sulla riva, ma Rinaldo gli si aggrappò e non mollava. «Allora si fa così!» gridò il gigante, e si lasciò cadere nel lago insieme a lui.
Astolfo corse sulla riva e aspettò un'ora intera. Ma dall'acqua scura non risalì nessuno. Voleva buttarsi anche lui, per il dolore; le due sorelle lo consolarono e lo convinsero a ripartire. Così Astolfo montò su Baiardo e se ne andò, triste come non mai.
Anche i fratelli Grifone e Aquilante cercavano Orlando. Si fermarono in un bel palazzo, tra feste e balli. A un tratto arrivò una dama in sella a Brigliadoro, il cavallo di Orlando! «Il suo padrone è morto» raccontò. Era una bugia, ma i due fratelli ci credettero e piansero disperati. Quella notte, mentre dormivano, qualcuno li catturò e li chiuse in prigione.
Lontano da lì, il castello di Angelica era assediato: tutto intorno c'era l'esercito di Marfisa, una regina guerriera fortissima. Marfisa era sempre armata, e la sua armatura era fatata: i colpi non le facevano niente. Quando i cavalieri del castello uscirono ad attaccarla, lei li buttò giù di sella uno dopo l'altro e li fece prigionieri.
Solo il re Sacripante riuscì a tenerle testa. Aveva un cavallo velocissimo, Frontalate, con il pelo color castagna e la criniera bionda lunga fino a terra. Sacripante girava intorno a Marfisa come un uccello, schivava i suoi colpi e la colpiva spesso.
Riuscirà a resistere a una guerriera così terribile? Il duello continua nel prossimo canto.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
Rinaldo parte di notte ott. 1–6
Se l'esercito radunato a Biserta fosse partito subito, dice il poeta, la cristianità sarebbe stata perduta: in quel momento era senza difesa, perché Orlando e Rinaldo erano lontani, in Oriente. Di Orlando abbiamo raccontato poco fa: ha perso Brigliadoro quando la dama bugiarda lo ha fatto salire sul masso. Ora lasciamolo, e parliamo di Rinaldo, che è con Marfisa intorno alla fortezza.
Mentre Agramante cerca Ruggiero senza trovarlo, Rinaldo è ancora pieno di rabbia, perché non ha potuto vedere la fine del suo duello con Orlando. Non capisce perché il conte se ne sia andato: nessuno dei due era ferito, nessuno era in vantaggio, e di sicuro non è scappato per vergogna. Comunque sia, Rinaldo è deciso a seguirlo finché non lo trova.
Scesa la notte, si arma, prende Baiardo e parte al chiaro di luna. Astolfo lo segue subito, pronto a dividere con lui ogni sorte, e con loro vengono Iroldo e il forte Prasildo. La regina Marfisa se ne accorge solo la mattina dopo, e non mostra di darsene pensiero. I cavalieri trottano per la pianura senza mai rallentare, finché l'alba colora il cielo di rosso.
La ragazza che piange ott. 7–13
In testa cavalca Astolfo su Rabicano, recitando le sue preghiere come d'abitudine. Ed ecco, seduta su una pietra, una ragazza che piange disperata, si batte il petto e il viso e si strappa le trecce: «Povera me! Sorella mia, meglio se non fossi mai nata, visto che quel traditore ti frusta così! E io non trovo nessuno che ti aiuti!»
Astolfo le chiede che cosa le succede, e intanto arrivano gli altri. «Guerrieri» li supplica lei, «se siete veri cavalieri, aiutatemi contro un mascalzone traditore e pieno di furia, o mi ucciderò con le mie mani! Vive in una torre qui vicino, oltre un ponte su un fiume che poi forma un lago profondo e spaventoso. Passavo di là con mia sorella, la dama più gentile del mondo, quando lui è sceso dal ponte, l'ha presa per i capelli e l'ha trascinata dall'altra parte. Io potevo solo gridare. Lui l'ha legata a un alto cipresso, le ha strappato i vestiti e ha cominciato a frustarla senza pietà.»
La ragazza piange tanto che non riesce a dire altro. I cavalieri sono pieni di pietà e ognuno promette di liberare la sorella; alla fine Astolfo se la prende in groppa su Rabicano.
Il gigante del ponte ott. 14–20
Dopo circa due miglia arrivano al ponte, sbarrato da una grata di ferro come un castello; in mezzo c'è una porticina, da cui si passa a piedi ma non a cavallo. Oltre il ponte, in un prato pieno di cipressi, sorge la torre, e più avanti il fiume si allarga in un lago largo quasi un miglio. Lì c'è la sventurata, legata e coperta di sangue, e il crudele, a piedi e armato, con un bastone di ferro nella sinistra e la frusta nella destra, continua a colpirla.
Iroldo, che ha il cuore pietoso, non chiede nemmeno il permesso a Rinaldo: smonta e passa il ponte. Il crudele lascia la dama, impugna il bastone e con un colpo in testa lo stende come morto; poi lo prende in braccio, corre via veloce come una freccia e, davanti agli occhi di tutti, lo getta nel lago, armato com'è. Iroldo va giù a testa in giù, e non torna su.
Rinaldo è già sceso da cavallo per affrontare il gigante, ma Prasildo lo prega tanto che deve lasciarlo andare per primo. E va come la prima volta: il bastone colpisce Prasildo in cima all'elmo, e il pagano furioso lo getta stordito nel lago profondo. Rinaldo sente un gran dolore: ha perso così miseramente quei due cari amici, e così in fretta che quasi non se n'è accorto.
Rinaldo trascinato nel lago ott. 21–27
Furioso, Rinaldo passa il ponte ben chiuso nell'armatura, con la spada bassa, come chi è esperto di battaglie. Il gigante cala il bastone, convinto di stordirlo come gli altri, ma Rinaldo, maestro di scherma, fa un gran salto di lato e poi lo colpisce con tutta la sua rabbia. Ma l'armatura del nemico è così buona che non teme nessuna spada. Il duello dura a lungo: Rinaldo non si fa mai toccare, perché sa che quel bestione lo ucciderebbe con un colpo solo, e lo colpisce di punta e di taglio, senza fargli un graffio.
Alla fine il gigante lancia un urlo e scaglia il bastone: prende Rinaldo di traverso, gli fracassa lo scudo sul braccio e lo butta a terra. Rinaldo salta subito in piedi, ma il gigante lo afferra e lo porta verso il lago; lui si dibatte con tutte le forze, ma l'altro è molto più forte. Sulla riva il gigante vuole buttarlo giù, ma Rinaldo gli si aggrappa stretto e non si stacca. «Allora si fa così!» grida il gigante, e si lascia cadere con lui: abbracciati, finiscono tutti e due in fondo al lago buio. E non pensate che risalgano: con tutte quelle armi addosso, nuotare è impossibile.
Astolfo resta come morto: vede Rinaldo annegato, e anche vedendolo non riesce a crederci. Smonta, passa la grata e corre sulla riva. Passa un'ora intera, ma nell'acqua non si vede niente. Immaginatevi il suo dolore: ha perso il suo caro cugino.
Il dolore di Astolfo ott. 28–32
Intanto la ragazza passa il ponte, slega la sorella dal cipresso e la riveste. Astolfo non ci bada nemmeno: piange, si batte il viso e chiede a Dio, come unica grazia, di morire. Vorrebbe buttarsi nel lago, ma le due dame lo consolano con dolcezza: «Come, un barone valoroso come voi si dispera? Il vero valore si conosce solo quando la sorte è crudele.»
Con le loro parole sagge riescono a portarlo via. Ma quando monta su Baiardo, gli sembra di morire di nuovo: «Buon cavallo, il tuo padrone è perduto, e tu non l'hai aiutato?» Riparte così, in sella a Baiardo, tra le due dame, una su Rabicano e l'altra sul cavallo di Iroldo; quello di Prasildo resta nel prato, senza briglia. Verso mezzogiorno arrivano a un bel fiume e sentono suonare un corno. Ma qui il poeta lascia Astolfo e torna ai cavalieri che difendono la rocca di Albracca contro la furia di Marfisa.
L'assedio di Albracca ott. 33–36
Fuori, con la regina Marfisa, c'è Torindo, che ha chiamato rinforzi da tutta la Turchia, guidati da suo fratello Caramano. Ha giurato di non lasciare la rocca finché non vedrà morire di fame o nel fuoco Angelica e tutta la sua gente, e vuole un esercito così grande che quelli di dentro non possano più uscire, come fanno ora mille volte al giorno. Infatti il fiero Antifor e re Ballano, Oberto dal Leone e re Adriano, re Sacripante e il forte Chiarione stanno sempre in sella e piombano spesso sui soldati di Marfisa; la regina non può essere dappertutto, e loro la evitano come il fuoco.
Ad Albracca però non ci sono più Aquilante, Grifone e Brandimarte. Il primo ad andarsene è stato Brandimarte: è così affezionato a Orlando, da quando è stato suo compagno, che appena ha saputo della sua partenza si è messo a seguirlo.
Il Ponte dalle Rose ott. 37–43
La mattina dopo fanno lo stesso Grifone e Aquilante, i figli di Oliviero, e cavalcano così veloci che superano Orlando. In riva al mare trovano un bel palazzo in mezzo a un giardino fiorito, con una loggia dove le fanciulle ballano al suono della musica. Grifone chiede a due uomini con cani e sparvieri di chi sia.
«Si chiama il Ponte dalle Rose» risponde uno. «Questo è il mar di Baccù. Una volta qui c'era un fitto bosco di abeti, e sul ponte laggiù stava un gigante brigante che uccideva ogni dama e ogni cavaliere che passava. Ma Poliferno, un buon cavaliere che per il suo valore poi diventò re, uccise il gigante, tagliò il bosco e piantò questo giardino. Il ponte, che prima si chiamava Periglioso, ora si chiama dalle Rose, e qui ogni cavaliere e ogni dama viene onorato, perché nel mondo si sappia quanto è cortese quel re. Per passare dovete giurare di riposare qui una notte: io vi invito a restare.»
«Non sarò certo io a rompere un'usanza così cortese» risponde Grifone, «se mio fratello è d'accordo.» «Come vuoi tu» dice Aquilante. Così smontano e vanno al palazzo, così bello che non si stancano di guardarlo, e dame e musicisti vengono loro incontro con giochi e feste.
La dama su Brigliadoro ott. 44–51
I due fratelli vengono disarmati e rinfrescati con frutta, dolci e coppe d'oro, poi si mettono a ballare anche loro. Ed ecco, attraverso i prati, arriva una dama in sella a Brigliadoro. Grifone e Aquilante restano di sasso: lasciano il ballo e le chiedono come abbia avuto quel cavallo, e che ne sia del suo cavaliere.
La dama, bugiarda oltre ogni misura e bravissima a inventare storie, ha una risposta per tutto. Dice di aver trovato su un ponte un cavaliere morto, con una sopravveste verde e un alberello come cimiero, e accanto a lui un gigante morto, spaccato da un colpo fino alla gola; il cavaliere non aveva ferite, ma la testa schiacciata da un gran colpo. Ad Aquilante passa la voglia di far festa: «Ahimè, barone, chi ti ha tradito? In una battaglia leale nessun gigante al mondo avrebbe potuto ucciderti.» Anche Grifone piange disperato; e più fanno domande, più la dama conferma la morte di Orlando.
I due fratelli, pieni di dolore, dormono nel palazzo con tutti gli onori. Ma nella notte vengono presi nel letto, portati in una selva oscura e rinchiusi in fondo alla torre di un castello, dove restano a lungo in catene. Un giorno il guardiano li porta fuori incatenati, insieme alla dama di Brigliadoro, legata anche lei, e un capitano a cavallo li saluta così: «Oggi morirete, se Dio non vi aiuta.» La dama impallidisce; i due fratelli no, e si raccomandano a Dio. Davanti a loro, nella pianura, vedono un cavaliere a piedi, tutto armato, ma troppo lontano per riconoscerlo. Chi sia, dice il poeta, ve lo racconterò più avanti.
Marfisa contro tutti ott. 52–62
Torniamo alla rocca assediata da Marfisa. Ogni giorno Chiarione e gli altri escono a combattere; la regina li insegue, ma nessuno la aspetta: tutti l'hanno già provata, tranne Sacripante, che una freccia ha ferito nel primo scontro e non può indossare l'armatura. È passato un mese da quando è arrivato il re Galafrone, quando una mattina tutti i cavalieri piombano sul campo di Marfisa. In testa re Ballano, poi Antifor, Oberto e Chiarione, dietro re Adriano e Sacripante: ognuno sembra un leone, e con la spada a due mani fanno strage di fanti e cavalieri. Ma al rumore arriva Marfisa, che non ha bisogno di armarsi, perché è sempre armata.
Ballano, che conosce la sua forza smisurata, finge di andare a colpire da un'altra parte: qualunque posto gli sembra meglio di quella furia. I cavalieri si sono accordati per aiutarsi a vicenda, ma la regina si lancia dietro Ballano: «Voltati, cane traditore! Oggi nella rocca non ci torni!» Antifor la colpisce alle spalle, Oberto le dà un colpo in mezzo alla testa, Chiarione le picchia sull'elmo: lei non sente niente, tutta presa a inseguire Ballano.
Sentendola alle spalle, Ballano si volta e le tira un gran colpo che le passa lo scudo da parte a parte. Ma lei gli fracassa l'elmo e lo abbatte come morto, e i suoi soldati lo catturano subito. Poi Marfisa insegue Chiarione, mentre gli altri le martellano addosso senza che lei se ne curi, lo butta giù di sella e lo manda prigioniero nella tenda. Antifor scappa, ma lei lo raggiunge, lo strappa dalla sella per l'elmo e lo getta tra i suoi come una palla di cotone. Anche re Adriano è prigioniero, e la battaglia sta per finire. Sacripante, intanto, fa prodezze da un'altra parte.
Sacripante su Frontalate ott. 63–70
Oberto dal Leone, da solo, mette in fuga un'intera schiera. Marfisa lo vede e gli si lancia contro: gli spacca lo scudo da cima a fondo e taglia la corazza fino alla carne. Oberto le dà un gran colpo a due mani, ma lei non lo sente nemmeno, perché il suo elmo e la sua armatura sono fatati. Poi Marfisa gli cala sull'elmo un colpo così tremendo che la spada scende fino alla sella, e Oberto dal Leone cade a terra diviso in due.
Sacripante vede quel colpo terribile, ma non si perde d'animo: sprona e affronta la regina, e le dà un colpo come lei non ne ha mai ricevuti, che quasi la stordisce. Sacripante sembra avere le ali: le gira intorno come un uccello, schiva facilmente i suoi colpi e la colpisce spesso, e tutta la forza della regina non serve a niente.
Il merito è anche del suo cavallo, Frontalate, così agile che quando Sacripante gli è in groppa non teme nessuno al mondo. È un cavallo perfetto, baio color castagna, con la fronte bianca fino al naso, nato a Granada, in Spagna: testa asciutta, fianchi possenti, coda e criniera bionde lunghe fino a terra, e tre piedi bianchi. E Sacripante non ne ha mai avuto tanto bisogno come ora. Il duello, promette il poeta, ve lo racconterò nel prossimo canto: per tutti e due fu più duro di quanto io sappia dire.
Parole difficili
- sir de Montealbano ott. 1: Rinaldo, signore di Montalbano.
- girone ott. 2: cerchia di mura, fortezza: qui la rocca di Albracca.
- germana ott. 8: sorella.
- ferrata ott. 14: grata di ferro.
- portello ott. 14: porticina.
- aduso ott. 21: abituato.
- scrimire ott. 21: schermire, l'arte di combattere con la spada.
- non noce uno aglio ott. 23: non fa nessun danno, nemmeno quanto un aglio.
- affocato ott. 26: affogato, annegato.
- mar del Baccù ott. 39: il mar Caspio, chiamato così dalla città di Baku.
- verziero ott. 40: giardino.
- ministreri ott. 43: suonatori, menestrelli.
- gorgiera ott. 46: la parte dell'armatura che protegge la gola.
- zambello ott. 52: zuffa, scaramuccia.
- sbergo ott. 63: usbergo, la corazza.
- zuppa ott. 63: giubba imbottita che si porta sotto l'armatura.
- baglio ott. 69: baio, cioè con il mantello bruno rossiccio.
- balzano ott. 69: con una macchia bianca sopra lo zoccolo.
Il testo di Boiardo
70 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Se quella gente, quale io v’ho contata Ne l’altro canto, che è dentro a Biserta, Fusse senza indugiar di qua passata, Era Cristianità tutta deserta, Però che era in quel tempo abandonata Senza diffesa: questa è cosa certa; Chè Orlando alora e il sir de Montealbano Sono in Levante al paese lontano.
De Orlando io vi contai pur poco avante, Che Brigliadoro avea perso, il ronzone, Quando la dama con falso sembiante L’avea fatto salire a quel petrone. Ora lasciamo quel conte d’Anglante, Ch’io vo’ contar de l’altro campïone, Dico Ranaldo, il cavalliero adorno, Qual con Marfisa a quel girone è intorno.
E mentre che Agramante e sua brigata Va cercando Rugier, qual non se trova, Ranaldo, che ha la mente anco adirata, Poi che visto non ha l’ultima prova Della battaglia ch’io ve ho racontata, Sempre il sdegno crudel più si rinova: Dico della battaglia ch’io contai, Ch’ebbe col conte con tormento assai.
Nè scia pensar per qual cagion partito Sia il conte Orlando da quella frontera, Perchè nè l’un nè l’altro era ferito, Poco o nïente d’avantaggio vi era. Ben stima lui che non serìa fuggito Mai con vergogna per nulla maniera: Ma, sia quel che si voglia, è destinato Sempre seguirlo insin che l’ha trovato.
Poi che venuta fu la notte bruna, Armase tutto e prende il suo Baiardo, E via camina al lume della luna. Astolfo a seguitarlo non fu tardo, Chè vol con lui patire ogni fortuna. Iroldo è sieco e Prasildo gagliardo; E già non seppe la forte regina De lor partita insino alla mattina.
E mostrò poi d’averne poca cura, O sì, o no che ne fusse contenta. Cavalcano e’ baroni alla pianura D’un chiuso trotto, che giamai non lenta. Ora passata è via la notte scura, E l’aria de vermiglio era dipenta, Perchè l’alba serena, al sol davante, Facea il ciel colorito e lustrigiante.
Davanti a gli altri il figlio del re Otone, Astolfo dico, sopra a Rabicano, Dicendo sue devote orazïone, Come era usato il cavallier soprano. Ecco davanti sede in su un petrone Una donzella e batte mano a mano; Battese ’l petto e battese la faccia Forte piangendo, e le sue treccie straccia.
Misera me! diceva la donzella Misera me! tapina! isventurata! O parte del mio cor, dolce sorella, Così non fosti mai nel mondo nata, Poi che quel traditor sì te flagella! Meschina me! meschina! abandonata! Poi che fortuna mi è tanto villana, Ch’io non ritrovo aiuto a mia germana.
— Qual cagione hai, Astolfo gli diciva, Che ti fa lamentar sì duramente? In questo ragionar Ranaldo ariva, Gionge Prasildo e Iroldo di presente. La dama tutta via forte piangiva, Sempre dicendo: Misera! dolente! Con le mie mane io mi darò la morte, S’io non ritrovo alcun che mi conforte.
Poi, vòlta a quei baron, dicea: Guerrieri, Se aveti a’ vostri cor qualche pietate, Soccorso a me per Dio! che n’ho mestieri Più che altra che abbia al mondo aversitate. Se drittamente seti cavallieri, Mostratimi per Dio! vostra bontate Contra a un ribaldo, falso, traditore, Pien di oltraggio villano e di furore.
Ad una torre non quindi lontana Dimora quel malvaso furibondo, Di là da un ponte, sopra a una fiumana Che poi fa un lago orribile e profondo. Io là passava et una mia germana, La più cortese dama che aggia il mondo; E quel ribaldo del ponte discese, La mia germana per le chiome prese,
Villanamente quella strascinando, Sin che di là dal ponte fu venuto. Io sol cridavo e piangia lamentando, Nè gli puotea donare alcuno aiuto. Lui per le braccia la venne legando Al tronco de un cipresso alto e fronduto, E poi spogliata l’ebbe tutta nuda, Quella battendo con sembianza cruda.
Abondava alla dama sì gran pianto, Che non puotea più oltra ragionare. A tutti quei baron ne incresce tanto Quanto mai si potrebbe imaginare; E ciascadun di lor si dona vanto, Sapendo il loco, de ella liberare, Et in conclusïone il duca anglese A Rabicano in croppa quella prese.
E forse da due miglia han cavalcato, Quando son gionti al ponte di quel fello. Quel ponte per traverso era chiavato De una ferrata, a guisa di castello, Che arivava nel fiume a ciascun lato; Nel mezo a ponto a ponto era un portello. A piedi ivi si passa de legieri, Ma per strettezza non vi va destrieri.
Di là dal ponte è la torre fondata, In mezo a un prato de cipresso pieno; Il fiume oltra quel campo se dilata Nel lago largo un miglio, o poco meno. Quivi era presa quella sventurata, Ch’empiva di lamenti il cel sereno; Tutta era sangue quella meschinella, E quel crudele ognior più la flagella.
A piede stassi armato il furïoso: Dalla sinistra ha di ferro un bastone, Il flagello alla dextra sanguinoso; Batte la dama fuor de ogni ragione. Iroldo di natura era pietoso; Ebbe di quella tal compassïone, Che licenzia a Ranaldo non richiede, Ma presto smonta et entra il ponte a piede,
Perchè a destrier non se puote passare, Come io ve ho detto, per quella ferrata. Quando il crudele al ponte il vide entrare, Lascia la dama al cipresso legata. Il suo baston di ferro ebbe a impugnare, E qui fo la battaglia incominciata; Ma durò poco, perchè quel fellone Percosse Iroldo in testa del bastone;
E come morto in terra se distese, Sì grande fu la botta maledetta. Quello aspro saracino in braccio il prese, E via correndo va come saetta, Et in presenzia a gli altri lì palese Come era armato dentro il lago il getta. Col capo gioso andò il barone adorno: Pensati che già su non fie’ ritorno.
Ranaldo de l’arcione era smontato Per gire alla battaglia del gigante, Ma Prasildo cotanto l’ha pregato, Che fu bisogno che gli andasse avante. Quel maledetto l’aspetta nel prato, E tien alciato il suo baston pesante; Questa battaglia fu come la prima: Gionse il bastone a l’elmo nella cima.
Quel cade in terra tutto sbalordito; Via ne ’l porta il Pagano furibondo, E, proprio come l’altro a quel partito, Gettalo armato nel lago profondo. Ranaldo ha un gran dolore al cor sentito, Poichè quel par d’amici sì iocondo Tanto miseramente ha già perduto, E presto sì, che a pena l’ha veduto.
Turbato oltra misura, il ponte passa Con la vista alta e sotto l’arme chiuso; Va su l’aviso e tien la spada bassa, Come colui che è di battaglia aduso. Quell’altro del bastone un colpo lassa, Credendol come e’ primi aver confuso; Ma lui, che del scrimire ha tutta l’arte, Leva un gran salto e giettasi da parte.
Lui d’un gran colpo tocca quel fellone, Ferendo a quel con animo adirato; Ma l’arme di colui son tanto bone, Che non han tema di brando arrodato. Durò gran pezzo quella questïone: Ranaldo mai da lui non fu toccato, Cognoscendo colui che è tanto forte, Che gli avria dato a un sol colpo la morte.
Esso ferisce di ponta e di taglio, Ma questo è nulla, chè ogni colpo è perso, E tal ferire a quel non noce uno aglio. Mosse alto crido quello omo diverso, E via trà il suo bastone a gran sbaraglio Contra a Ranaldo, e gionselo a traverso, E tutto gli fraccassa in braccio il scudo: Cade Ranaldo per quel colpo crudo.
A benchè in terra fo caduto apena, Che salta in piedi e già non se sconforta; Ma quel feroce, che ha cotanta lena, Prendelo in braccio e verso il lago il porta. Ranaldo quanto può ben se dimena, Ma nel presente sua virtute è morta: Tanto di forza quel crudel l’avanza, Che de spiccarsi mai non ha possanza.
Correndo quel superbo al lago viene, E come gli altri il vol gioso buttare; A lui Ranaldo ben stretto si tiene, Nè quel si può da sè ponto spiccare. Cridò il crudel: Così far si conviene! Con esso in braccio giù se lascia andare; Con Ranaldo abracciato il furïoso Cadde nel lago al fondo tenebroso.
Nè vi crediati che faccian ritorno, Chè quivi non vale arte di notare, Perchè ciascuno avea tante arme intorno, Che avrian fatto mille altri profondare. Astolfo, ciò vedendo, ebbe tal scorno, Che è come morto e non scia che si fare. Perso Ranaldo et affocato il vede, Nè, ancor vedendo, in tutto bene il crede.
Presto dismonta e passa la ferrata, In ripa al lago corse incontinente. Una ora ben compita era passata, Dentro a quell’acqua non vede nïente. Or s’egli aveva l’alma adolorata Dovetelo stimar certanamente; Poi che perduto ha il suo caro cugino, Più che si far non scia quel paladino.
Passava il ponte ancor quella donzella Et a l’alto cipresso se ne è gita; Dal troncon desligò la sua sorella, E de’ soi panni l’ebbe rivestita. Astolfo non attende a tal novella, Preso di doglia cruda et infinita: Crida piangendo e battese la faccia, Chiedendo morte a Dio per sola graccia.
E tanto l’avea vento il gran dolore, Che se volea nel lago trabuccare, Se non che le due dame con amore L’andarno dolcemente a confortare. Che? dician lor. Baron d’alto valore, Adunque ve voleti disperare? Non se cognosce la virtute intera Se non al tempo che fortuna è fiera.
Molti saggi conforti gli scian dare, Or l’una or l’altra con suave dire, E tanto seppen bene adoperare, Che da quel lago lo ferno partire. Ma come venne Baiardo a montare, Credette un’altra volta di morire, Dicendo: O bon ronzone! egli è perduto Il tuo segnore, e non gli hai dato aiuto?
Molte altre cose a quel destrier dicia Piangendo sempre il duca amaramente; In mezo de due dame ne va via, Baiardo ha sotto il cavallier valente. Sopra de Rabican l’una venìa, L’altra de Iroldo avea il destrier corrente; Quel de Prasildo, tutto desligato E senza briglia, rimase nel prato.
E caminando insino a mezo il giorno, Ad un bel fiume vennero arivare, Dove odirno suonare uno alto corno. Ora de Astolfo vi voglio lasciare, Perchè agli altri baron faccio ritorno, Che ad Albraca la rocca hanno a guardare, E sempre fan battaglia a gran diffesa Contra a Marfisa di furore accesa.
Torindo era di fuor con la regina, Et ha un messaggio a Sebasti mandato, Alla terra di Bursa, che confina A Smirne, a Scandeloro in ogni lato: Per tutta la Turchia con gran roina Ciascun che può venir, ne venga armato. Questi conduce il forte Caramano, Che de Torindo è suo carnal germano.
Egli ha giurato mai mai si partire D’intorno a quella rocca al suo vivente, Sin che non vede Angelica perire Di fame o foco, e tutta la sua gente; Però sì gran brigata fie’ venire, Per esser fuor nel campo sì potente, Che non possan gir quei de dentro intorno, Che or mille volte n’escon fuora il giorno.
Perchè il fiero Antifor e il re Ballano Stan sempre armati sopra dello arcione; Oberto dal Leone e re Adrïano, Re Sacripante e il forte Chiarïone Sopra la gente di Marfisa al piano Callano spesso a gran destruzïone; La dama esser non puote in ogni loco, Chè ben fuggian da lei come dal foco.
Acciò che ’l fatto ben vi sia palese, Aquilante non vi era, nè Grifone, Nè Brandimarte, il cavallier cortese. Questo fo il primo che lasciò il girone, Perchè l’amor de Orlando tanto il prese, Nel tempo che con lui fu compagnone, Che, come sua partenza oditte dire, Subitamente se ’l pose a seguire.
E’ figli de Olivieri il simigliante Ferno ancor lor la seguente matina, Dico Grifone e ’l fratello Aquilante: E tanto ogni om de’ duo forte camina, Che al conte Orlando trapassarno avante. Essendo gionti sopra a una marina, In mezo ad un giardin tutto fiorito Trovarno un bel palagio su quel lito.
Una logia ha il palagio verso il mare, Davanti vi passarno e’ duo guerreri; Quivi donzelle stavano a danzare, Chè vi avean suon diversi e ministeri. Grifon, passando, prese a dimandare A duo, che tenian cani e sparavieri, Di cui fosse il palagio; e l’un rispose: Questo si chiama il Ponte dalle Rose.
Questo è il mar del Baccù, se nol sapeti. Dove è il palagio adesso e ’l bel giardino, Era un gran bosco, ben folto de abeti, Dove un gigante, che era malandrino, Stava nel ponte che là giù vedeti; Nè mai passava per questo confino Una donzella o cavalliero errante, Che lor non fusse occisi dal gigante.
Ma Poliferno fu bon cavalliero, E da poi fatto re per suo valore, Occise quel gigante tanto fiero; Tagliò poi tutto il bosco a gran furore, Dove fece piantar questo verziero, Per fare a ciascadun che passi, onore. Ciò vedreti esser ver, come io vi dico; Al ponte anco ha mutato il nome antico.
Chè ’l Ponte Periglioso era chiamato, Or dalle Rose al presente si chiama: Et è così provisto et ordinato, Che ciascun cavalliero et ogni dama, Quivi passando, sia molto onorato, Acciò che se oda nel mondo la fama Di quel bon cavallier, che è sì cortese Che merta lodo in ciascadun paese.
Là non potreti adunque voi passare, Se non giurati, a la vostra leanza, Per una notte quivi riposare; Sì ch’io ve invito a prender qui la stanza, Prima che indrieto abbiati a ritornare. Disse Grifon: Questa cortese usanza Da me, per la mia fè, non serà guasta, Se ’l mio germano a questo non contrasta.
Disse Aquilante: Sia quel che ti piace. E così dismontarno alla marina. Verso il palagio va Grifone audace, Et Aquilante apresso li camina. Gionti a la logia, non se pôn dar pace, Tanta era quella adorna e peregrina. Dame con gioco e festa, ministreri Vennero incontra a quei duo cavallieri.
Incontinenti fôrno disarmati, E con frutti e confetti e coppe d’oro Se rinfrescarno e’ cavallier pregiati, Poi nella danza entrarno anche con loro. Ecco a traverso de’ fioriti prati Venne una dama sopra Brigliadoro; Istupefatto divenne Grifone, Come alla dama vide quel ronzone.
Similmente Aquilante fu smarito, E l’uno e l’altro la danza abandona, E verso quella dama se ne è gito, E ciascadun di lor seco ragiona, Dimandando a qual modo e a qual partito Abbia il destriero, e che è della persona Che suolea cavalcar quel bon ronzone. Lei d’ogni cosa li rende ragione,
Come colei che è falsa oltra misura, E del favoleggiare avea il mestiero. Dicea che sopra un ponte alla pianura Avea trovato morto un cavalliero, Con una sopravesta di verdura E uno arboscello inserto per cimiero; E che un gigante apresso morto gli era, Feso d’un colpo insino alla gorgiera;
Che già non era il cavallier ferito, Ma pista d’un gran colpo avea la testa. Quando Aquilante questo ebbe sentito, Ben gli fuggì la voglia di far festa, Dicendo: Ahimè! baron, chi t’ha tradito? Ch’io so ben che, a battaglia manifesta, Non è gigante al mondo tanto forte, Qual condutto se avesse a darti morte.
Grifon piangendo ancor se lamentava, E di gran doglia tutto se confonde; E quanto più la dama dimandava, Più de Orlando la morte gli risponde. La notte oscura già s’avicinava, Il sol di drieto a un monte se nasconde; E duo baron, ch’avean molto dolore, Nel palagio alogiarno a grande onore.
La notte poi nel letto fuor pigliati, E via condutti ad una selva oscura, Dove fôrno a un castello impregionati, Al fondo d’un torrion con gran paura, Dove più tempo sterno incatenati, Menando vita dispietata e dura. Un giorno il guardïan fuora li mena, Legati ambe le braccia di catena.
Seco legata mena la donzella Che sopra Brigliadoro era venuta; Un capitano con più gente in sella In questa forma quei baron saluta: Oggi aveti a soffrir la morte fella, Se Dio per sua pietate non ve aiuta. La dama se cambiò nel viso forte, Come sentì che condutta era a morte.
Ma già non se cambiarno e’ duo germani, Ciascuno è bene a Dio racomandato. Avanti a sè scontrarno in su quei piani Un cavalliero a piedi e tutto armato. Eran da lui ancor tanto lontani, Che non l’avrebbon mai rafigurato; Ma poi dirovi a ponto questo fatto, Che nel presente ancor di lor non tratto;
E tornovi a contar di quel castello Qual era assedïato da Marfisa. Chiarïone ogni giorno era al zambello Con gli altri che la istoria vi divisa; La regina cacciava or questo or quello, Ma non la aspetta alcun per nulla guisa; Già tutti quanti, excetto Sacripante, L’avian provata nel tempo davante.
Esso non era della rocca uscito, Però che nella prima questïone De una saetta fu alquanto ferito, Sì che non può vestir sua guarnisone. Già tutto un mese integro era compìto, Poi che qua gionto fu il re Galafrone, Quando tutti e’ baroni una matina Saltâr nel campo di quella regina.
Cridan le gente: Ad arme! tutte quante; Ciascun di quei baron sembra leone. Il re Ballano a tutti vien davante, Poi Antifor e Oberto e Chiarïone, Il re Adrïano è drieto e Sacripante, Di quella gente fan destruzïone. Ben ha cagion ciascun de aver paura: Tutta è coperta a morti la pianura.
L’un dopo l’altro de quei baron fieri Venian di qua, di là, gente tagliando; I scudi hanno alle spalle e’ bon guerrieri, E ciascuno a due man mena del brando. Vanno a terra pedoni e cavallieri, Ogniom davanti a lor fugge tremando; Rotti e spezzati vanno a gran furore: Ecco Marfisa gionta a quel rumore.
Giunse alla zuffa la dama adirata: Già non bisogna tempo a lei guarnire, Però che sempre se trovava armata. Quando Ballano la vide venire, Che ben sapea sua forza smisurata, In altra parte mostra di ferire, E più li piace ciascuno altro loco, Che la presenza di quel cor di foco.
Già tutti insieme avean prima ordinato Che l’un con l’altro se debba aiutare, Perchè la dama ha l’animo adirato E contra a tutti volse vendicare. Come Ballano adunque fu voltato, Lei prende dietro a quello a speronare, Cridando: Volta! volta! can fellone, Chè oggi non giongi tu dentro al girone.
Così cridando il segue per il piano; Ma il forte Antifor de Albarossia Di drieto la ferisce ad ambe mano; Lei non mostra curare e tira via. Disposta è di pigliare il re Ballano, Che a spron battuti innanzi le fuggia; Vien di traverso Oberto a gran tempesta, E lei ferisce al mezo della testa.
Non se ne cura la dama nïente, Chè dietro al re Ballano in tutto è vòlta. Or Chiarïone a guisa di serpente Mena a due mani e ne l’elmo l’ha còlta; Ma lei non cura il colpo e non lo sente, Tutta a seguir Ballano è lei disciolta. Lui, che a le spalle sente la regina, Voltasi e mena un colpo a gran ruina.
Mena a due mano e le redine lassa, Gionse nel scudo alla dama rubesta; Come una pasta per traverso il passa, E mezo il tira a terra a gran tempesta. Lei gionse lui ne l’elmo e lo fraccassa, E ferillo aspramente nella testa; Sì come morto l’abatte disteso, Dalle sue gente incontinente è preso.
Ma non vi pone indugio la donzella, Per la campagna caccia Chiarïone; Ciascun de gli altri adosso a lei martella; Non gli stima lei tutti un vil bottone. Già tolto Chiarïone ha fuor di sella, E via lo manda preso al paviglione; Questo veggendo quel de Albarossia, A più poter davanti li fuggia.
Ma lei lo gionse e ne l’elmo l’afferra; Al suo dispetto lo trasse de arcione, E poi tra le sue gente il gietta a terra Come fusse una palla di cottone. Or comincia a finirse la gran guerra, Però che ’l re Adrïano è già pregione; Re Sacripante qui non se ritrova, Altrove abatte e fa mirabil prova.
Oberto dal Leon, quel sire arguto, Mette a sconfitta sol tutta una schiera. Marfisa da lontan l’ebbe veduto, Spronagli adosso la donzella fiera; Da cima al fondo gli divise il scuto, E fende sotto il sbergo ogni lamiera, E maglia e zuppa tutta disarmando Sino alla carne fie’ toccare il brando.
Quel cavallier, turbato oltra misura, Lascia a due mano un gran colpo di spata. Di cotal cosa la dama non cura, Nè parve aponto che fosse toccata: Chè l’elmo che avea in capo e l’armatura Tutta era per incanto fabricata; Ma lei contra de Oberto s’abandona, Sopra de l’elmo un gran colpo gli dona.
Con tal roina quel colpo discende, Che l’elmo non l’arresta de nïente; La fronte a mezo il naso tutta fende, Il brando calla giù tra dente e dente, E l’arme e busto taglia, e ciò che prende. Mena a fraccasso la spada tagliente, Nè mai si ferma insino in su l’arcione: Cadde in due parte Oberto dal Leone.
Re Sacripante col brando a due mano Fende e' nemici e taglia per traverso; Tuttavia combattendo, di lontano Ebbe veduto quel colpo diverso, Quando Oberto in due parte cadde al piano. Non ha l’animo lui per questo perso, Ma, speronando con molta roina, Col brando in mano afronta la regina;
E nella gionta un gran colpo li mena: Non ebbe mai la dama uno altro tale, Che quasi se stordì con grave pena. Par che il re Sacripante metta l’ale, Nè l’extrema possanza e l’alta lena Della regina a questo ponto vale; Tanto è veloce quel baron soprano, Che ciascun colpo della dama è vano.
Egli era tanto presto quel guerrero, Che a lei girava intorno come occello, E schiffava e’ soi colpi de legiero, Ferendo spesso a lei con gran flagello. Frontalate avea nome quel destriero, Qual fu cotanto destro e tanto isnello Che, quando Sacripante a quello è in cima, Gli omini tutti e il mondo non istima.
Quel bon destrier, che fu senza magagna E sì compito, che nulla gli manca, Baglio era tutto a scorza di castagna, Ma sino al naso avea la fronte bianca. Nacque a Granata, nel regno di Spagna: La testa ha schietta e grossa ciascuna anca; La coda e côme bionde a terra vano, E da tre piedi è quel destrier balzano.
Quando gli è sopra Sacripante armato, De aspettar tutto il mondo si dà vanto; Ben ha di lui bisogno in questo lato, Nè mai ne la sua vita ne ebbe tanto, Dapoi che con Marfisa èssi afrontato. La zuffa vi dirò ne l’altro canto, Che per l’uno e per l’altro, a non mentire, Assai fu più che far ch’io non scio dire.