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ORLANDO
INNAMORATO

Libro II · Canto X

Le cento forme di Balisardo

Un gigante che diventa drago, mostro e fiamma cattura Dudone e Rinaldo con un inganno. Intanto Marfisa insegue il ladro Brunello.

In breve

Sul ponte tra due castelli, alla foce del fiume, il gigante Balisardo cattura Iroldo e Prasildo. Tocca poi a Dudone, che gli spacca la faccia e lo mette in fuga; Balisardo, che è anche mago, si trasforma in drago e poi in un mostro cornuto, ma Dudone lo insegue fino a una nave nel porto, dove un laccio nascosto lo fa prigioniero. Con le armi e l'aspetto di Dudone, il gigante inganna Rinaldo e lo attacca alle spalle. Rinaldo, convinto di combattere contro l'amico, si batte per cinque ore; Balisardo si trasforma in cento bestie e perfino in fuoco, poi scappa sulla nave, e Rinaldo, inseguendolo, finisce nello stesso laccio.

I quattro compagni vengono portati nelle Isole Lontane di re Manodante, dove trovano in prigione anche Astolfo, catturato da Balisardo travestito da fanciulla. Intanto Orlando, che torna da Angelica con Brandimarte, si imbatte in uno strano inseguimento: Marfisa che dà la caccia al ladro Brunello, il quale la prende in giro da sei giorni.

Ascolta il canto

Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Capitolo 11

Il giovane nascosto

1 scena su questo canto · 1 min

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Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

Sul ponte tra i due castelli aspettava Balisardo, il gigante. Era anche un mago, e questo lo rendeva ancora più pericoloso. Il primo a sfidarlo fu Iroldo, che venne subito catturato. Poi toccò a Prasildo, e fece la stessa fine.

Allora si fece avanti Dudone. Era alto quasi come un gigante, fortissimo, e così buono che lo chiamavano «il Santo». Con la sua mazza colpì Balisardo sull'elmo così forte che gli rase la barba senza sapone! Il gigante buttò via il bastone e scappò nel castello.

Dudone lo inseguì, e lì successe una cosa incredibile: Balisardo si trasformò in un drago che sputava fuoco! Dudone lo afferrò per il collo, lo fece girare in aria e lo sbatté a terra. Ma il drago diventò un mostro ancora più strano, con la testa di cinghiale, il corpo d'orso, la coda di serpente, le ali e le corna. Dudone gli staccò un corno con la mazza, e il mostro fuggì verso il mare.

Nel porto c'era una nave. Il mostro ci saltò sopra, e Dudone dietro di lui. Ma sulla nave c'era una trappola: un laccio nascosto, che lo imprigionò in un attimo.

Balisardo allora fece una cosa furba e cattiva. Indossò le armi di Dudone e cambiò voce e faccia: sembrava proprio lui! Così travestito andò da Rinaldo, gli raccontò una bugia e poi lo colpì alle spalle. Rinaldo era convinto di avere davanti il suo amico. «Ragazzo, che cosa credi di fare?» gli disse. Ma il finto Dudone lo colpì ancora, e Rinaldo, a malincuore, dovette difendersi.

Il duello durò cinque ore. Balisardo si trasformava in cento animali diversi: una pantera, una tigre, una giraffa, un coccodrillo... Diventò perfino una fiamma! Ma Rinaldo saltò in mezzo al fuoco senza paura. Alla fine il gigante scappò sulla nave. Rinaldo lo inseguì... e finì nello stesso laccio di Dudone.

I prigionieri furono portati per mare nelle Isole Lontane, il regno di re Manodante, e chiusi in una prigione. Indovinate chi trovarono là dentro? Astolfo! Anche lui era stato ingannato da Balisardo, che quella volta si era travestito da ragazza.

Intanto Orlando e Brandimarte stavano tornando da Angelica. In una pianura verde videro uno spettacolo buffissimo. C'era Brunello, il ladro che aveva rubato la spada alla guerriera Marfisa, e lei lo inseguiva furiosa. Brunello cavalcava il cavallo più veloce del mondo, e avrebbe potuto sparire in un attimo. Invece da sei giorni si faceva inseguire apposta, solo per prenderla in giro e farle gestacci.

Orlando e Brandimarte si fermarono a guardare. E se Marfisa riesce ad acchiapparlo? Per Brunello sarebbero guai seri. Come andrà, ve lo racconterà il prossimo canto.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

Il coraggio aiuta la fortuna ott. 1–3

«Gente gentile, che amate il coraggio e la cortesia, venite ad ascoltare le imprese degli antichi baroni» comincia il poeta. I buoni cavalieri, nei pericoli, diventano ancora più fieri: il coraggio vince tutto, e la fortuna aiuta volentieri chi si aiuta da sé. Come Rinaldo: appena uscito da un pericolo, ha ancora più voglia di affrontarne un altro. Aridano l'aveva beffato con le sue arti, ma ora Rinaldo va a misurarsi con Balisardo, pronto a spezzare ogni incantesimo.

Il ponte dei due castelli ott. 4–9

La barchetta porta i cavalieri alla foce del fiume, dove un grande muro unisce due castelli. Sul ponte c'è il gigante, con la faccia scura, che urla così forte da far tremare il fiume e il mare: è salito sull'arco solo per vedere chi sta arrivando. Ognuno dei baroni, vedendolo così alto e superbo, ha voglia di battersi con lui.

La fanciulla al timone, invece, appena lo vede diventa pallida come la terra e lascia andare il timone per la paura. I quattro compagni la lasciano lì, più morta che viva, e scendono a riva a un tiro d'arco dal primo castello. Entrano dalle tre porte con i loro torrioni, ma dentro non c'è anima viva, né per la strada né sui balconi; così arrivano fino al grande ponte.

Il fiume scorre tra i due castelli, sotto l'arco, con un'alta torre per lato. In mezzo sta Balisardo: un gigante ben fatto, senza un difetto, coperto di piastre lucenti e di una maglia d'oro così piena di perle e pietre preziose che al mondo non esiste un tesoro più bello. Tutti e quattro vogliono combattere per primi.

Iroldo e Prasildo prigionieri ott. 10–13

Alla fine il primo posto tocca a Iroldo: il gigante lo colpisce e lo cattura. Anche Prasildo dura poco e deve arrendersi. Rinaldo arde di rabbia, mentre Balisardo porta i due prigionieri al di là del ponte; poi torna fuori agitando il bastone e chiede con arroganza un altro avversario.

Rinaldo sta per lanciarsi, ma Dudone si inginocchia e gli chiede la grazia di andare per primo. Rinaldo accetta, malvolentieri. Questa volta, avverte il poeta, la battaglia sarà diversa: Turpino mette Dudone tra i migliori cavalieri di Carlo. È alto quasi come un gigante, agile, fortissimo, e con la sua pesante mazza ha ucciso molti saraceni; per la sua bontà lo chiamano «il Santo».

Dudone contro Balisardo ott. 14–20

Dudone, ben armato, sale sul ponte, e Balisardo imbraccia lo scudo. Si scambiano colpi così forti che il fiume risuona fino in fondo. Dudone lo colpisce in testa, gli spacca il cerchio dell'elmo e lo stende stordito; poi, menando a due mani, gli apre in due lo scudo d'argento.

Ma il gigante, come svegliato da quel colpo, balza in piedi e colpisce Dudone al fianco con il suo bastone di più di cento libbre, buttandolo a terra senza fiato. Dudone non si arrende: si rialza, riprende la mazza e torna a colpire sempre lì, alla testa, mentre l'altro gli martella il collo e le braccia. Il cielo rimbomba, e quando il ferro sbatte sul ferro sprizzano fiamme.

Poi Dudone lo colpisce a due mani sulla fronte dell'elmo: gli rompe il naso, gli fa saltare tre denti e gli rade il mento senza sapone, tanto che la barba gli cade tutta sul petto. Balisardo capisce che non può resistere: guarda verso il castello, butta via il bastone e lo scudo e fugge oltre il ponte.

Il drago e il mostro cornuto ott. 21–31

Dudone lo insegue dentro il castello, fino a una piazza circondata di colonne, con volte dorate e pavimento di marmo. Non c'è nessuno, tranne il gigante, che si è già tolto armi e vestiti. Il collo e la testa gli diventano di serpente, e a poco a poco cambia anche il resto: le braccia diventano ali, le gambe si attorcigliano in una coda, dai fianchi spuntano zampe con artigli enormi. Ora è un drago che sputa fuoco dalle orecchie e dalla bocca, così che le mura sembrano in fiamme.

Dudone non si spaventa. Il drago lo afferra per lo scudo e gli avvolge la coda intorno alle gambe, dai fianchi fino ai piedi. Allora Dudone getta via la mazza, prende il drago per il collo con tutte e due le mani, stringe fino a soffocarlo, se lo stacca di dosso, lo fa girare in aria e lo sbatte sul pavimento. Il marmo si spacca e il serpente sprofonda sotto terra.

Ma risale subito, trasformato in una bestia ancora più strana, che il poeta, pur non essendo esperto, vuole descrivere dal muso alle zampe: testa di cinghiale con zanne lunghe due palmi, occhi rossi come il fuoco, corpo peloso d'orso, zampe con gli artigli, coda di serpente lunga sei braccia, grandi ali e corna in testa. Il mostro carica muggendo, prende lo scudo di Dudone con le corna, lo fracassa insieme a usbergo e piastre e lo stende sulle lastre del pavimento.

Dudone si rialza subito, ma la bestia lo colpisce di traverso con una zanna nel costato, togliendogli il fiato. Il fiato gli manca, ma la rabbia cresce: alza la mazza a due mani e con un colpo di rovescio stacca al mostro un corno. Ora Balisardo si sente perduto, e fugge intorno alla piazza, tra le colonne, con Dudone alle calcagna.

La trappola sulla nave ott. 32–34

Battendo le ali rasoterra, il mostro esce dal castello verso il mare; e proprio in quel momento entra nel porto un'alta nave. Il negromante ci salta sopra, e Dudone dietro di lui. Ma sulla prua c'è un laccio teso: Dudone ci finisce dentro e, non si sa come, viene subito preso. I marinai e il capitano gli incatenano le braccia e lo portano di peso sotto la poppa.

Balisardo riprende la sua forma, fa togliere a Dudone le armi e se le mette addosso. Prende anche la sua mazza e cambia voce e faccia: chiunque direbbe che è proprio Dudone.

Il falso Dudone ott. 35–43

Così travestito, attraversa il primo castello e trova Rinaldo che lo aspetta furioso vicino al ponte. Rinaldo, credendolo Dudone, gli chiede se ha ucciso il gigante. «È scappato» risponde il falso Dudone. «L'ho ferito alla testa, gli ho rotto il muso e la faccia, e l'ho inseguito per tre miglia, fino a un fiume largo cento braccia. Si è buttato in acqua e, non so come, è arrivato sull'altra riva, dove sono legati Iroldo e Prasildo, sotto una tenda. Io non ho avuto il coraggio di attraversare quella corrente.»

Rinaldo non lo lascia finire e passa il ponte: «Preferisco morire piuttosto che vivere nella vergogna. Nessuno dirà mai che ho abbandonato un compagno, come hai fatto tu, buono a nulla, che hai paura dell'acqua: che cosa faresti col fuoco?» Il finto Dudone fa finta di offendersi: «Pazzo da bastonare! Sei sempre stato uno sciocco, e ti credi un campione con le tue chiacchiere. Vai tu, che sai nuotare: io non vengo.»

Rinaldo prosegue senza badargli. Balisardo lo lascia andare avanti un po', fingendo di riposarsi; poi prende di nascosto un'altra strada, gli arriva alle spalle e lo colpisce a due mani, sicuro di stenderlo con un solo colpo. Ma Rinaldo, che ha una forza smisurata, non cade. Si volta e dice con gentilezza: «Ragazzo, che cosa credi di fare? Se non fosse per rispetto di tuo padre, il Danese, ti farei finire sotto terra. Vattene in malora!» Ma mentre si gira, il saraceno lo colpisce di nuovo sulla nuca.

Rinaldo diventa rosso di rabbia: «Il cielo mi è testimone: è lui, con la sua follia, che mi costringe a ucciderlo contro la mia volontà.» E sospira di pietà, perché vuole bene all'amico, anche se la ragione e il bisogno di difendersi lo spingono a combattere.

Cento trasformazioni ott. 44–50

Rinaldo sguaina Fusberta e comincia il duello, sempre convinto di avere davanti Dudone. A raccontare tutti i colpi, dice il poeta, ci vorrebbero due canti, perché la battaglia dura cinque ore. In breve: nonostante il suo bastone pesantissimo, il gigante si scioglierebbe come un uomo di neve e sarebbe ucciso o catturato, se non si salvasse con la magia.

Balisardo infatti si trasforma in cento modi: in pantera dallo sguardo terribile, in iena, in giraffa, in tigre, in grifone, in coccodrillo e in mille altre forme. Diventa perfino una fiamma che sfavilla come una fornace; ma Rinaldo, che non conosce paura, salta in mezzo al fuoco e lo disfa con Fusberta. Ormai il pagano ha trenta ferite.

Alla fine, sanguinante, Balisardo fugge dalla porta, ora uccello, ora bestia pelosa, e Rinaldo lo insegue deciso a ucciderlo. Arrivati al mare, il gigante salta sulla nave e Rinaldo dietro, armato com'è: ma all'entrata resta impigliato nello stesso laccio che ha preso Dudone. Una catena gli lega braccia e gambe, e per quanto si dibatta, due furfanti pieni di pidocchi lo portano giù sotto la poppa, dove non vede più il sole. Avrà tre once di biscotto secco e non di più, scherza il poeta, mangiando come un fiorentino: di certo non si ubriacherà per il troppo vino.

Prigionieri alle Isole Lontane ott. 51–54

Rinaldo resta incatenato mani e piedi per mezzo mese, con i compagni e altri prigionieri, finché la nave arriva all'ultima terra di re Manodante, le Isole Lontane. Lì Prasildo, Iroldo, Rinaldo e Dudone vengono slegati e chiusi in una prigione ben sorvegliata, piena di altra gente. Tra loro c'è Astolfo d'Inghilterra, anche lui catturato da Balisardo, che lo ha ingannato presentandosi in forma di fanciulla.

Dopo che Rinaldo era sprofondato nel lago insieme ad Aridano, Astolfo aveva girato il mondo con Baiardo, il cavallo Rabicano e due dame, piangendo il cugino perduto. Un giorno aveva sentito suonare il corno del castello sul fiume, e la barcaiola l'aveva portato da Balisardo al ponte. Ma come sia finito nel laccio della nave, il poeta non ha tempo di raccontarlo ora.

Brunello e Marfisa ott. 55–61

Bisogna infatti tornare a Orlando, che ha lasciato i compagni per Angelica: pensa solo a lei, giorno e notte, e sospira solo per lei. Con Brandimarte sta tornando da lei, per raccontarle che ha distrutto il giardino di Falerina e per mettersi ai suoi ordini. Al terzo giorno di viaggio, all'alba, arrivano in una pianura verde lungo un fiume.

«State zitti, se volete sentire di due che trovarono lì: uno sapeva inseguire, l'altro scappare, ed era uno spettacolo da non perdere» dice il poeta. Ricordate quando l'africano Brunello rubò la spada a Marfisa? Lei lo insegue da allora, minacciando di impiccarlo, e lui la beffa continuamente e le fa cento gestacci in faccia. Potrebbe scappare facilmente, perché cavalca il destriero più veloce del mondo, quello che ad Albracca rubò da sotto a Sacripante; ma da sei giorni se la porta dietro per il solo gusto di farla arrabbiare.

E guai a lui se lei lo raggiunge: con un solo schiaffo gli spaccherà testa, collo, petto e tutto quello che c'è dentro. Orlando e Brandimarte arrivano proprio lì, guardano un po' quei due e, senza fare altro, si tirano da parte.

«Signori, mi raccomando a voi» conclude il poeta. «Il canto ha riempito le sue pagine, e ho capito che chi parla troppo a lungo viene sempre criticato.»

Parole difficili

  • animositate ott. 2: coraggio.
  • fatasone ott. 3: fatagione, incantesimo.
  • arcata ott. 7: un tiro d'arco, la distanza a cui arriva una freccia.
  • farsata ott. 17: imbottitura che si portava sotto l'armatura e l'elmo.
  • frontale ott. 19: la parte dell'elmo che copre la fronte.
  • ongione ott. 22: unghioni, artigli.
  • cingiale ott. 26: cinghiale.
  • Danese ott. 42: Uggeri il Danese, paladino di Carlo Magno e padre di Dudone.
  • Fusberta ott. 44: la spada di Rinaldo.
  • camelpardo ott. 46: camelopardo, cioè la giraffa.
  • griffone ott. 46: grifone, animale fantastico mezzo aquila e mezzo leone.
  • pedocchi ott. 50: pidocchi.
  • onze ott. 50: once, antica misura di peso di circa trenta grammi.
  • biscotella ott. 50: biscotto, il pane secco che si mangiava sulle navi.
  • fiche ott. 58: gesti di scherno fatti con la mano.
  • guanzata ott. 60: schiaffo, ceffone.

Il testo di Boiardo

61 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Se onor di corte e di cavalleria Può dar diletto a l’animo virile, A voi dilettarà l’istoria mia, Gente legiadra, nobile e gentile, Che seguite ardimento e cortesia, La qual mai non dimora in petto vile. Venite et ascoltati lo mio canto, De li antiqui baroni il pregio e il vanto.

2

Tirative davanti et ascoltate Le eccelse prove de’ bon cavallieri, Che avean cotanto ardire e tal bontate Che ne’ perigli devenian più fieri. Vince ogni cosa la animositate, E la fortuna aiuta volentieri Qualunche cerca de aiutar se stesso, Come veduto abbiam lo esempio spesso.

3

E nel presente dico de Ranaldo, Che, essendo apena de un periglio uscito, A sotto entrare a l’altro era più caldo, Nè se fu per incanto sbigotito. Benchè Aridano, il saracin ribaldo, Lo avesse già per tale arte schernito, Con Balisardo or torna al parangone, Spezzando incanto et ogni fatasone.

4

Come io ve dissi nel canto passato, Là giù per l’acqua il paladin sicuro Alla foce del fiume fu portato, Ove tra due castella è lo gran muro; E come vidde quel dismisurato, Qual sopra ’l ponte con sembiante scuro Strideva in voce di tanta roina, Che ne tremava il fiume e la marina.

5

Ciascun de quei baron che lo han veduto, De azuffarse con lui prese disio, Benchè fusse tanto alto e sì membruto, E nel sembiante sì superbo e rio. Sopra l’arco del ponte era venuto Quel maledetto e sprezzator di Dio, Sol per veder chi fusse questa gente Che giù callava per l’acqua corrente.

6

Quando la dama il vide da lontano, Pallida in viso venne come terra, E dal timone abandonò la mano, Tanta paura l’animo li afferra; Ma Dudon franco e il sir di Montealbano E gli altri dui, che han voglia di far guerra, Lasciâr la dama nè morta nè viva, E for di barca uscirno in su la riva.

7

Longi al primo castel forse una arcata Smontarno a terra e’ franchi campïoni, E caminando gionsero all’entrata, Che avea a tre porte grossi torrïoni: Ma dentro non appare anima nata, Giù ne la strata, o sopra nei balconi; Senza trovar persone andarno avante Sino al gran ponte; e quivi era il gigante.

8

Entro le due castelle il fiume corre, L’arco del ponte sopra a lui voltava, Et avea ad ogni lato una alta torre; In mezzo Balisardo aponto stava, Nè se potrebbe a sua persona apporre, Nè a l’armatura che in dosso portava. Gigante non fu mai di meglior taglia, Coperto è a piastre et a minuta maglia.

9

Forbite eran le piastre e luminose, E questa maglia relucente e d’oro, Con tante perle e pietre prezïose, Che ’l mondo non avea più bel tesoro. Ora torniamo alle gente animose, Dico a’ nostri baron, che ogniom di loro, Volontaroso e di animo più fiero, Vôle azuffarse et esser il primiero.

10

Ma in fine Iroldo ottenne il primo loco, E fo percosso dal gigante e preso, E Prasildo ancor lui pur durò poco, E fu nel fine a Balisardo reso. Or ben sembrava il bon Ranaldo un foco, D’ira nel core e di furore acceso; Ma quel gigante ne menò prigioni Di là dal ponte e duo franchi baroni.

11

Poi tornò fuora squassando il bastone, E minacciando pugna adimandava. Allor se mosse il franco fio de Amone, E con roina adosso a lui ne andava; Ma avanti ingenocchiato avea Dudone, Che per mercede e grazia dimandava De gir primo de lui nel ponte avante A far battaglia contra a quel gigante.

12

Ranaldo consentì mal volentiera, Ma pur non seppe a’ soi colpi disdire. Questa baruffa fia d’altra maniera Che le passate, e de un altro ferire, Nè passarà la cosa sì legiera Come le due davante, vi scio dire; Però che ’l giovanetto de cui parlo, È di gran pregio nei baron di Carlo.

13

Turpin loda Dudone in sua scrittura Tra’ primi cavallier di quella corte; E quasi era gigante di statura, Destro e legiero, a meraviglia forte, E con sua mazza ponderosa e dura A molti saracin dette la morte: Ma poi di tal bontà si dava il vanto, Che era appellato in sopranome il Santo.

14

Or sopra il ponte il campïon se caccia, Di piastra e maglia armato e ben coperto; E Balisardo il forte scudo imbraccia, Come colui che è di battaglia esperto. L’uno e l’altro di loro avea la maccia, Sì che un bel gioco cominciâr di certo, Menando botte de sì gran fraccasso, Che ’l fiume risuonava al fondo basso.

15

Feritte a lui Dudon sopra la testa, E ruppe il cerchio a quello elmo forbito, E fu il gran colpo di tanta tempesta, Che Balisardo cadde sbalordito. Dudon mena a due mane, e non s’arresta Sopra il pagano il giovanetto ardito; Gionse nel scudo, che è d’argento fino, Tutto lo aperse il franco paladino.

16

Ma, come fusse dal sonno svegliato Per l’altro colpo, il saracino altiero Salta di terra, e subito è dricciato Et alla zuffa ritornò primiero. Mena a Dudone, e gionselo al costato Col suo baston, che già non è ligiero, Anci è ben cento libre e più de peso: Cadde alla terra il giovane disteso.

17

Per quel gran colpo andò Dudone a terra, E non poteva trare il fiato apena, Ma non per questo abandonò la guerra, Come colui che avea soperchia lena; Presto se riccia e la sua mazza afferra, Sopra de l’elmo a Balisardo mena, E la farsata al capo ben gli accosta, Poi che adocchiato ha sempre quella posta.

18

Sempre alla testa toccava Dudone, Sopra alle tempie, in fronte e nella faccia; E quel menava ancora il suo bastone, Or sopra al collo, or sopra ambe le braccia. Risuona il celo alla cruda tenzone, E par che ’l mondo a foco se disfaccia: Quando l’un l’altro ben fermo se ariva, Tra ferro e ferro accende fiama viva.

19

Tira Dudone adosso a quel malvaso, Sopra il frontale ad ambe mani il tocca; Roppe ad un colpo tutto quanto il naso, E ben tre denti li cacciò di bocca. Senza sapone il mento gli ebbe raso, Perchè la barba al petto gli dirocca, E menò il tratto sì dolce e ligiero, Che seco trasse il zuffo tutto intiero.

20

Quando se vidde il falso Balisardo De una percossa tanto danneggiare, Poi che il franco Dudone è sì gagliardo Che a sua prodezza non puotea durare, Verso l’alto castel fece riguardo, E prestamente se ebbe a rivoltare; Gietta il bastone e ’l scudo in terra lassa, E per il ponte via fuggendo passa.

21

Segue Dudone e nel castel se caccia, Chè non temeva il giovane altro scorno. Come fu dentro, gionse entro una piaccia Edificata di colonne intorno, Con volte alte e dorate in ogni faccia. Il sôl di sotto è di marmoro adorno, Nè persona si vede in verun lato Fuor che ’l gigante, che è già disarmato.

22

Poste avea l’arme e’ pagni il fraudolente, E tutto quanto ignudo se mostrava, Et avea il collo e il capo di serpente, E ’l resto a poco a poco tramutava. Ambe le braccia fece ale patente, E l’una gamba e l’altra se avingiava, E fiersi coda; e poi d’ogni gallone Uscirno branche armate e grande ongione.

23

Mutato, come io dico, a poco a poco, Tutto era drago il perfido gigante, Gettando per l’orecchie e bocca foco, Con tal romore e con fiaccole tante, Che le muraglie intorno di quel loco Pareano incese a fiamma tutte quante. Ben puotea fare a ciascadun paura, Perchè era grande e sozzo oltra misura.

24

Ma non smarritte la persona franca Del giovanetto, degno d’ogni loda. Viensene il drago e nel scudo lo branca, E per le gambe volta la gran coda, Sì che, prendendo intorno ciascuna anca, Giù per le coscie insino ai piè l’annoda; Non se spaventa per questo Dudone, Gietta la mazza e prende quel dragone.

25

Nel collo il prese, a presso de la testa, Ad ambe mani, e sì forte l’afferra, Che a quella bestia, che è tanto robesta, Il fiato quasi e l’anima gli serra. Da sè lo spicca, e poi con gran tempesta Lo gira ad alto e trallo in su la terra, Che era la strata a pietra marmorina; Sopra vi batte il drago a gran roina.

26

Là dove gionse, se aperse la piaccia, Tutto si fese il marmo da quel lato; Sotto la terra il serpente se caccia, Benchè di fora è subito tornato. Ma già cangiata avea persona e faccia, Et era istranamente trasformato, Chè il busto ha d’orso e ’l capo de cingiale: Mai non se vidde il più crudo animale.

27

Fatto avea il capo de porco salvatico Costui, che in ogni forma sapea vivere, E non serìa poeta, nè grammatico Che lo sapesse a ponto ben descrivere. Ora, ben che de ciò poco sia pratico, Dal muso al piè convien che tutto il livere: Poi che io cominciai sua forma a dire, Come era fatto vi voglio seguire.

28

Lunghi duo palmi avea ciascadun dente E gli occhi accesi de una luce rossa, Piloso il busto e d’orso veramente, Con le zampe adongiate e di gran possa; La coda ritenuta ha di serpente, Sei braccia lunga et a bastanza grossa; L’ale avea grande e la testa cornuta: Più strana bestia mai non fu veduta.

29

Venne mugiando adosso al giovanetto, Nè lui per tema le spalle rivolse, Ma ben coperse sotto il scudo il petto, E prestamente in man sua mazza tolse. Or gionse il negromante maledetto, E con le corne a mezo il scudo acolse; Tutto il fraccassa, e rompe usbergo e piastre, E lui disteso abatte in su le lastre.

30

Subitamente si fu rilevato, Sì come cadde il giovanetto franco; Ma quel malvagio che era tramutato, Per lo traverso lo ferì nel fianco. Con uno dente il gionse nel costato, Sì che gli fece il fiato venir manco; Il fiato venne manco e crebbe l’ira: Alcia la mazza ad ambe mane e tira.

31

Sopra del capo a l’animal diverso Tira sua mazza il paladino adorno; Dal destro lato il gionse de roverso, E con fraccasso manda a terra un corno. Or ben si tiene Balisardo perso, E per la loggia va fuggendo intorno; Per le colonne d’intorno alla piazza Ne va fuggendo, e il bon Dudone il cazza.

32

Battendo l’ale basso basso giva, Nè mai spiccava da terra le piante; Così fuggendo, a la marina usciva Fuor del castello; et ecco in quello istante Una alta nave dentro al porto ariva. Sopra di quella il falso negromante Fu prestamente de un salto passato; E Dudon dietro, et ègli sempre a lato.

33

Sopra la nave, qual ch’io v’ho contato, Proprio alla prora stava un laccio teso, Ove Dudone intrando fu incappato, Nè so a qual modo subito fu preso; E per ambe le braccia incatenato, Sotto la poppa fu posto di peso Da molti marinari e dal parone; Or più di lui non dico, che è pregione.

34

De Balisardo voglio racontare, Che nella forma sua presto tornò, E fece il giovanetto disarmare, Poi di quelle arme tutto se adobbò. Proprio Dudone alla sembianza pare; Prese la mazza e il suo baston lasciò, E se cambiò la voce e la fazione, Che ogniom direbbe: Egli è proprio Dudone.

35

Con tal fazione il perfido ribaldo Passò il primo castello, e nel secondo Vicino al ponte ritrovò Ranaldo, Che lo aspettava irato e furibondo. Ma, come il vidde, il dimandò di saldo Se Balisardo avea tratto del mondo, Perchè lui crede senza altra mancanza Ch’el sia Dudone a l’arme e alla sembianza.

36

E quel rispose: — Il gigante è fuggito, Et io gli ho dato tre miglia la caccia. Prima l’aveva nel capo ferito, E rotto il muso e ’l mento con la faccia: Fuor della rocca l’ho sempre seguito, Sino ad un fiume largo cento braccia. Dentro a quella acqua se gettò il malvaso, Ove ogni altro che lui serìa rimaso.

37

Ma non te sapria dir per qual ragione A l’altra ripa lo viddi passato, Là dove stava Iroldo, che è pregione, E Prasildo, che apresso era legato. Ambo gli viddi sotto al pavaglione, Là dove Balisardo era fermato, Ma non mi dette il core a trapassare L’acqua, che al corso una roina pare.

38

Ranaldo non lasciò più oltra dire, Ma sopra il ponte subito è passato, A lui dicendo: Io voglio anzi morire, Che vivo rimaner vituperato; Nè mai nel mondo se puotrà sentire Ch’io abbi un mio compagno abandonato, Sì come tu facesti, omo da poco, Che temi l’acqua; or che faresti ’l foco?

39

Mostrò il gigante in forma de Dudone Forte adirarse per queste parole, Onde rispose: Paccio da bastone! Chè sempre alla tua vita fusti un fole, E stimi esser tenuto un campïone Con questo tuo zanzare; altro ci vole Che per se stesso tenersi valente Stimando gli altri poco e da nïente.

40

Or vanne tu, ch’io non voglio venire, E varca il fiume, poi che sai natare. Ranaldo, non curando del suo dire, Subitamente il ponte ebbe a passare. Lasciollo Balisardo alquanto gire, Mostrando a quella porta riposare; Poi di nascoso il falso malandrino Per darli morte prese il mal camino.

41

Per l’altra strata lui gionse improviso, E ferì del bastone ad ambe mano; Nè già se gli mostrò davanti al viso, Anci alle spalle il perfido pagano, E ben credette de averlo conquiso, E roïnarlo a quel sol colpo al piano; Ma lui, che avea possanza smisurata, Non andò a terra per quella mazzata.

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Anci se volse, e con voce cortese Dicea: Fanciullo, ora che credi fare? Se io non guardassi al tuo padre Danese, Sotto la terra ti farebbi entrare. Vanne in malora e cerca altro paese! Così dicendo s’ebbe a rivoltare, Ma nel voltarsi il saracin fellone Sopra la coppa il gionse del bastone.

43

Ranaldo se avampò nel viso de ira, E disse: Testimonio il ciel mi sia, Che contra al mio voler costui mi tira A darli morte sol per sua folìa. Così parlando di pietà sospira, Tanto lo stringe amore e cortesia; Benchè dritta ragione e sua diffesa Lo riscaldasse alla mortal impresa.

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Trasse Fusberta e cominciò la zuffa, Com’quel che crede che lui sia Dudone. Or s’io vi conto come se ribuffa L’un colla spata e l’altro col bastone, E tutti e colpi di quella baruffa, Che ben durò cinque ore alla tenzone, A ricontarvi tutto io staria tanto, Che avria finito questo e un altro canto.

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Ma per conclusïon vi dico in breve: Benchè il gigante sia de ardire acceso, E l’abbi quel baston cotanto greve, Che un altro non fu mai de cotal peso, Pure alla fine, come un om di neve, Serebbe da Ranaldo morto o preso, Se per incanto o per negromanzia Non ritrovasse al suo scampo altra via.

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Perchè in cento maniere Balisardo Se tramutava per incantamento; Fiesse pantera con terribil guardo, Et altre bestie assai di gran spavento. Tramutosse in ïena, in camelpardo, E in tigro, ch’è sì fiero e sì depento, E fie’ battaglia in forma de griffone, De cocodrillo e in mille altre fazone.

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E dimostrosse ancor tutto de foco, Qual sfavillava come de fornace. Ranaldo, in cui dotanza non ha loco, Saltò nel mezo, il paladino audace, E la rovente fiamma estima poco, Ma con Fusberta tutta la disface; E già trenta ferite ha quel pagano, Benchè più volte è tramutato invano.

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Al fin tutto deserto e sanguinoso Fuor della porta se pose a fuggire; Or sendo occello, ora animal peloso, E in tante forme ch’io non saprei dire. Ranaldo sempre il segue furïoso, Che destinato è di farlo morire. Già sono alla marina; senza tardo Sopra alla nave salta Balisardo.

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Dalla ripa alla nave è poco spaccio, De un salto Balisardo fu passato; E ’l fio de Amon, che non teme altro impaccio, Dietro gli salta tutto quanto armato; E nella intrata se incappò nel laccio, Ove Dudone prima fu pigliato. Sue braccie e gambe avengia una catena; Ben se dibatte invano e si dimena.

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Non valse il dimenar, chè preso fu Da duo poltron coperti de pedocchi, E sotto poppa lo menarno giù, Là dove il sole non gli abagliava gli occhi. Tre onze avrà Ranaldo e non già più De biscotella, che è senza fenocchi, Vivendo a pasto come un Fiorentino, Nè brïaco serà per troppo vino.

51

In cotal modo stette un mezo mese, Incatenato per piedi e per mane, Con altre gente che seco eran prese, Dico e compagni e più persone istrane; Sin che arivarno a l’ultimo paese De Manodante, a l’Isole Lontane, Ove furno alloggiati a una pregione Prasildo, Iroldo, Ranaldo e Dudone.

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Ben forte il guardïan dentro gli serra, Ma ciascuno avea prima dislegato. Molta altra gente quivi eran per terra Giacendo e in piede, d’intorno e da lato; Tra questi stava Astolfo de Anghilterra, Che pur da Balisardo fu pigliato; El modo a dir serìa lunga novella, Perchè lo prese in forma de donzella.

53

Quando partisse là dove Aridano Cadette con Ranaldo a quel profondo, Lui con Baiardo e il destrier Rabicano E con due dame andò cercando il mondo, Sempre piangendo e sospirando invano, Poi che ha perduto il suo cugin iocondo; E così caminando gionse un giorno Ove al castello odì suonare il corno:

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A quel castello ove era la riviera Che al verde piano intorno lo girava; E quella dama, che era passaggiera, Da Balisardo al ponte lo guidava. Quivi fu preso per strana maniera, Chè in forma de donzella lo gabbava: Or non vi è tempo racontarvi il tutto Come in la nave al laccio fu condutto.

55

Però che mi conviene ora tornare Al conte Orlando, qual, come io contai, Volse questi compagni abandonare, Sol per colei che gli dona tal guai, Che giorni e notte nol lascia posare; E quel pensier non l’abandona mai, Ma sempre a rivederla lo retira: Sol di lei pensa e sol per lei sospira.

56

Con Brandimarte il franco paladino A rivedere Angelica tornava, E per contar che strutto avea il giardino, Et esser presto, se altro comandava. Al terzo giorno di questo camino, Che ’l sole a ponto alora si levava, Trovarno a lato un fiume una pianura Tutta di prato e di bella verdura.

57

Stative queti, se voleti odire De’ duo che ritrovarno in questo loco, Che l’un sapea cacciar, l’altro fuggire: A riguardarli mai non fu tal gioco. Or chi fosser costoro io vo’ dire, Se ve amentati della istoria un poco, Quando a Marfisa quel ladro africano Tolse, Brunello, il bon brando di mano.

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E lei seguìto l’ha sino a quel giorno, E de impiccarlo sempre lo minaccia. Lui la beffava ogniora con gran scorno, E cento fiche gli avea fatto in faccia. A suo diletto la menava intorno, Già sei giornate gli ha dato la caccia; Esso, per darle più battaglia e pena, Sol per gabbarla dietro se la mena.

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Lui ben serìa scampato de legiero, Che a gran fatica pur l’avria veduto, Però che egli era sopra quel destriero Che un altro non fu mai cotanto arguto; Nè credo che a contarvi sia mestiero, Come l’avesse l’Africano avuto: Alor che ad Albracà se fu condotto, A Sacripante lo involò di sotto.

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Or, come io dico, sempre intorno giva, Beffando con più scherni la regina; E lei di mal talento lo seguiva, Perchè pigliarlo al tutto se destina. Trista sua vita se adosso gli ariva! Chè lo fraccasserà con tal ruina, Che il capo, il collo, il petto e la corata Tutte fian peste sol de una guanzata.

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A questa cosa sopragionse Orlando, Come io vi dissi, insieme e Brandimarte, E l’uno e l’altro alquanto remirando, Senza fare altro, se tirarno in parte. Or, bei segnori, a voi mi racomando, Compìto ha questo canto le sue carte, Et io per veritate aggio compreso Che il troppo lungo dir sempre è ripreso.