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ORLANDO
INNAMORATO

Libro II · Canto XI

La fine di Balisardo

Brunello ruba a Orlando spada e corno, Origille torna a stregarlo e un laccio lo fa prigioniero. Al gigante ci pensa Brandimarte.

In breve

Il ladro Brunello continua a prendersi gioco di Marfisa, che lo insegue da sei giorni. Passando accanto a Orlando, gli sfila la spada fatata e gli porta via anche il prezioso corno, poi sparisce. A piedi, Orlando e Brandimarte arrivano al fiume di re Manodante, dove trovano Origille con il cavallo Brigliadoro: lei aveva già tradito Orlando due volte, ma lui se ne innamora di nuovo e la perdona.

Portato al ponte, Orlando affronta il gigante Balisardo, che si trasforma in diavolo; lo insegue fino alla nave e finisce anche lui nel laccio. Lo salva Brandimarte, che sbaraglia l'equipaggio e uccide il gigante. Il capitano racconta che Balisardo voleva catturare Orlando per conto della fata Morgana, che lo chiede in cambio di Ziliante, figlio del re Manodante; e che nelle prigioni del re ci sono molti cavalieri cristiani, tra cui Rinaldo. Allora Orlando, senza farsi riconoscere, si presenta al re promettendo di consegnargli... Orlando.

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Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Capitolo 11

Il giovane nascosto

1 scena su questo canto · 1 min

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Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

Marfisa inseguiva ancora il ladro Brunello, rossa di rabbia. Lui scappava, le girava intorno, le spuntava alle spalle e le faceva le boccacce. Orlando e Brandimarte, che guardavano da lontano, scoppiarono a ridere.

Ma risero per poco. Passando di corsa, Brunello sfilò dal fianco di Orlando la sua spada, e lui non se ne accorse nemmeno. «Per il corno torno un'altra volta!» gridò il ladro. Orlando strinse forte in mano il suo prezioso corno. Non servì a niente: chissà come, Brunello riuscì a rubargli anche quello, e sparì.

A piedi, con le armature pesanti addosso, Orlando e Brandimarte arrivarono a un fiume. Lì c'era una dama con un cavallo. Orlando riconobbe subito il cavallo: era Brigliadoro, il suo! E la dama era Origille, che glielo aveva già rubato due volte. Ma appena la vide, Orlando se ne innamorò di nuovo. Lei pianse (o forse faceva finta) e chiese perdono. E lui la perdonò.

Il fiume era quello di re Manodante, e anche Orlando dovette affrontare il gigante Balisardo sul ponte. Ora aveva di nuovo la sua spada, Durindana, e combatté così bene che il gigante cominciò a perdere. Allora Balisardo si trasformò in un diavolo, con le corna, le ali di pipistrello, i piedi d'oca e un grande forcone. Orlando lo guardò e sorrise: «Credevo che il diavolo fosse più brutto!» Con un colpo gli tagliò in due il forcone.

Balisardo scappò verso il mare e saltò sulla solita nave. Orlando lo inseguì... e cadde nel laccio, proprio come Rinaldo e Dudone. Per fortuna arrivò Brandimarte. Saltò sulla nave e mise in fuga i marinai. Poi affrontò Balisardo e lo abbatté: quella fu la fine del gigante. Infine liberò il suo amico.

Il capitano della nave chiese pietà e raccontò tutto. Vi ricordate Ziliante, il ragazzo che Orlando aveva lasciato alla fata Morgana? Era il figlio di re Manodante. Morgana lo avrebbe restituito al padre solo in cambio di un prigioniero speciale: Orlando! Per questo Balisardo catturava tutti i cavalieri che passavano. Nelle prigioni del re ce n'erano già tantissimi, e tra loro Rinaldo, Astolfo e Dudone.

Orlando ebbe un'idea. Senza dire chi era, andò con Brandimarte da re Manodante. «Abbiamo sconfitto Balisardo» dissero. «E vi porteremo Orlando prigioniero.» Il re, felice, li accolse con grandi onori. Non sapeva che Orlando ce l'aveva proprio davanti!

Orlando aveva raccontato il suo piano segreto anche a Origille. Ma lei, di nascosto, voleva bene a un altro cavaliere, Grifone. E Grifone era chiuso proprio nelle prigioni del re.

Che cosa farà Origille con quel segreto? Tenete gli occhi aperti: lo scoprirete nel prossimo canto.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

Brunello si fa beffe di Marfisa ott. 1–5

«Gente cortese, Dio vi dia gioia, e la vostra fortuna migliori ogni giorno» saluta il poeta, e riprende la storia da dove l'aveva lasciata: Marfisa che insegue il ladro africano Brunello. Agramante l'aveva mandato a rubare l'anello di Angelica, ma lui ha fatto anche di più: ha preso il cavallo da sotto a Sacripante e la spada dalle mani di Marfisa.

La regina, superba com'è, lo insegue da sei giorni su quel prato senza riuscire a prenderlo, e si consuma di rabbia, perché quel furfante la fa girare come una trottola. Fingendo di avere paura, le scappa davanti senza allontanarsi troppo, poi le gira intorno e le spunta alle spalle; e per mostrarle quanto poco la teme, si tira la giubba sopra la testa e le mostra, con rispetto parlando, il fondoschiena.

Orlando, che se ne sta in disparte e ha riconosciuto Marfisa, scoppia a ridere insieme a Brandimarte. Ma Marfisa vuole prendere Brunello a tutti i costi, per vendicarsi di tutte quelle offese; e lui fugge veloce come una freccia.

Il furto della spada e del corno ott. 6–10

Brunello scappa voltandosi spesso a fare boccacce. Passando di traverso vede Orlando e pensa subito a che cosa rubargli: l'occhio gli cade sulla spada, quella fabbricata da Falerina nel giardino di Orgagna, la più fine del mondo, tutta lavorata d'oro, perle e diamanti. In un attimo gliela sfila dal fianco; e passando grida al conte: «Ascolta: per il corno torno un'altra volta!»

Orlando non si accorge della spada e pensa solo alla minaccia sul corno. Quel corno era stato di Almonte, che l'aveva ricavato da un elefante e lo perse morendo ad Aspromonte, quando Orlando conquistò Brigliadoro e Durindana. Il conte ci tiene come alla vita, e lo stringe subito in mano; ma non basta, tanto è abile quel ladro. Il poeta non sa dire bene come sia andata: fatto sta che Brunello ruba il corno e scappa.

Se ne va con il corno e con la spada, e Marfisa sempre dietro. Orlando resta lì sbalordito, senza capire che cosa sia successo. In un momento il ladro è sparito, e né lui né Brandimarte possono inseguirlo, perché sono a piedi.

Origille e Brigliadoro ott. 11–18

Maledicendo la sfortuna, i due se ne vanno senza sapere che fare, con l'armatura addosso, che a piedi è pesante da portare. Camminando per la pianura arrivano a un fiume. Sull'altra riva, nel punto dove si attraversa, c'è una dama scesa da cavallo, che litiga con un'altra dama in mezzo al fiume, su una barca: «Perfida, perché mi hai traghettata qui? Per mettermi in prigione?»

Mentre litigano, Orlando arriva sul pendio e vede il cavallo: è Brigliadoro, il suo, che quella traditrice gli aveva rubato. È Origille, quella che pendeva dal pino appesa per i capelli: Orlando l'aveva salvata, e lei gli aveva rubato Brigliadoro a tradimento; e poco dopo, nel giardino incantato di Orgagna, gli aveva portato via di nuovo il cavallo e anche Durindana. Il fiume, fa notare il poeta, è proprio quello dove Rinaldo era sceso con i suoi tre compagni, finendo poi nella nave di Balisardo.

Appena la vede, Orlando si sente di nuovo trafitto dall'Amore: dimentica il doppio inganno e la ama ancora più di prima. Chiede alla barcaiola di portarlo di là. Origille, riconoscendolo, crede di morire: diventa pallida, abbassa gli occhi e non sa che cosa dire, chiusa com'è dal fiume, senza via di fuga. Ma non ha niente da temere, perché Orlando la ama alla follia, e glielo dimostra subito con parole dolci. Lei piange, o fa finta, e chiede perdono, e intreccia tante chiacchiere e moine che riesce a trovare una scusa per il suo tradimento.

Di nuovo al ponte di Balisardo ott. 19–24

Mentre parlano, dal castello sul colle suona un corno, e scende verso il fiume il vecchio castellano, disarmato, con una schiera di armati. Saluta il conte con cortesia e, come al solito, gli spiega l'usanza del luogo e gli racconta di Balisardo, il falso e malvagio incantatore che vive sul ponte e ha distrutto tanta gente, come aveva già fatto con Rinaldo.

Senza perdere altro tempo, Orlando scende il fiume in barca con Brandimarte e con Origille accanto; ma prima vuole che Brigliadoro sia ben curato, e il castellano glielo promette con un giuramento. Arrivati alla foce, vedono sotto l'arco del ponte Balisardo, alto quasi quanto la torre. «Qui ci sarà da fare» avverte il poeta, «perché uno ha dalla sua tutto l'inferno, e l'altro è così forte che nessun uomo al mondo gli resiste.»

Attraversano il castello, senza trovare né porte chiuse né sbarramenti, e trovano Balisardo armato sul ponte. Brandimarte chiede più volte di combattere per primo, ma Orlando non vuole: sguaina la spada e sfida il gigante. Ha di nuovo la sua Durindana, dice il poeta, e in mezzo al ponte comincia una battaglia aspra e feroce.

Il diavolo col forcone ott. 25–31

Chi sentisse il fracasso delle armi rotte e degli elmi, e vedesse il gigante con il bastone e il conte con Durindana far volare per aria piastre e maglie, si spaventerebbe anche col cuore più coraggioso. Gli scudi sono quasi tutti a terra, i cimieri spariti, le corazze a pezzi. Ma a Orlando crescono il coraggio e la forza, mentre l'altro comincia ad ansimare, ferito in molti punti, soprattutto al fianco.

Allora Balisardo torna alle sue arti magiche. Le armi spezzate sparse intorno sputano fuoco e fiamme, si leva un fumo nero, la terra e le mura tremano. A poco a poco il gigante diventa un demonio: pelle di serpente, fuoco che esce da nove parti del corpo, un corno sopra ogni orecchio e una faccia orribile e scura; ali di pipistrello, mani ad artiglio come uncini, piedi d'oca, zampe d'uccello e una lunga coda da babbuino. Afferra un grande forcone e si lancia sul paladino, soffiando fuoco, digrignando i denti e urlando.

Orlando si fa il segno della croce e sorride: «Credevo che il diavolo fosse più brutto e più feroce. Vattene all'inferno, tra i dannati, a bruciare nel fuoco eterno! Se hai il coraggio di aspettarmi, vedrò quanto vali, diavolo o Balisardo che tu sia.» Con un colpo di Durindana gli taglia in due il forcone. Il perfido capisce che la magia non gli serve, e fugge verso il mare battendo le ali, come se volesse volare.

Orlando nel laccio ott. 32–35

Orlando lo insegue a tutta forza, standogli alle calcagna, e Balisardo corre come può, perché guai a lui se inciampa: alza spesso la coda, lasciandosi dietro vento, fuoco e una gran puzza, e ha tanta paura che ansima con la lingua fuori di un palmo. Anche Brandimarte li segue, per vedere come andrà a finire.

Arrivano al porto, dove vicino alla riva c'è la nave che ha già fatto tanti prigionieri. Balisardo ci salta sopra, superando con un balzo il laccio teso; Orlando, subito dietro, ci inciampa dentro e viene legato in un attimo. È appena caduto sulla prua che da ogni parte sbucano i marinai, gridando insieme al capitano: «Fermo, cavaliere, sei prigioniero!»

Orlando si dibatte, furioso di essere preso da quella gente affamata, cenciosa e piena di pidocchi; ma quello che vuole la Fortuna deve succedere. Rosso di vergogna, viene caricato sulle spalle da due furfanti grandi e grossi, che lo portano via di peso.

Brandimarte all'arrembaggio ott. 36–44

Ma sulla riva arriva Brandimarte. Appena sente la voce del suo conte, non ha bisogno di inviti: salta sulla nave, e quei mascalzoni, spaventati, mollano Orlando e scappano, chi verso la poppa, chi in mare. E hanno ragione ad avere paura, perché, come si legge in Turpino, Brandimarte ne taglia uno in due alla cintura e ne spacca un altro in mezzo al petto, come se avesse preso le misure.

Ed ecco uscire dalla poppa Balisardo, tornato nella sua forma di gigante, con intorno tutta la ciurma: gente con le armi arrugginite, chi scalzo e chi stracciato, ma esperta di mare e armata di scudi, dardi e grandi balestre. Con Balisardo accanto, quella canaglia riprende coraggio e grida da far paura. Brandimarte si butta in mezzo a loro, li stima meno di una paglia e mena colpi a destra e a rovescio, finché la nave è piena di sangue.

Poi sceglie Balisardo, che sembra una torre armata e supera gli altri di undici palmi. Mira dietro, a metà della coscia, ma il colpo scende un po' più in basso e gli taglia le gambe. Il gigante crolla, e per il peso la nave si piega come se dovesse affondare: il busto resta sul ponte, le gambe finiscono in mare. Ormai la magia non serve più. Balisardo chiama a gran voce i diavoli, Aliel, Libicocco e Calcabrina, ma Brandimarte gli taglia la testa e la butta in mare.

Ora per la ciurma è la fine: chi si butta in mare, chi si nasconde nella stiva, chi si arrampica sulle corde fino all'antenna. Sul ponte restano solo il conte incatenato, Balisardo come si merita e Brandimarte, che sale sulla poppa e trova il capitano. Quello si inginocchia e chiede pietà, e Brandimarte lo perdona; poi torna da Orlando e lo libera. Richiamano a bordo i marinai rimasti, e per i morti non si preoccupano: peggio per loro.

Il racconto del capitano ott. 45–52

Fatta la pace, il capitano spiega: «Signori, so che vi meravigliate di questo posto e delle trasformazioni di Balisardo, che ora getteremo in mare. Vi racconto tutto. A Damogir, nell'oceano, vive un vecchio re, Manodante, che ha accumulato ricchezze immense; ma la Fortuna non ha mai accontentato del tutto nessuno, e il re soffre per i suoi due figli. Il primo glielo rapì da piccolo uno schiavo traditore di nome Bardino, che io ho visto: faccia macchiata e rossa, denti radi e naso schiacciato. Portò via il bambino e non tornò mai più.

L'altro figlio è prigioniero di una fata: avete mai sentito parlare di Morgana? Si è innamorata di quel ragazzo, che è bellissimo, e l'ha chiuso in un luogo profondo da cui nessuno al mondo potrebbe tirarlo fuori con la forza. Ma ha promesso al re di restituirlo sano e salvo, se qualcuno le consegnerà prigioniero un cavaliere cristiano di nome Orlando, che con il suo valore ha distrutto un incantesimo racchiuso in un corno stranissimo. La fata lo vuole a ogni costo; ma, siccome è fortissimo, catturarlo sarebbe molto difficile. Per questo Balisardo, che ora è morto e peggio per lui, si era vantato davanti al nostro re di consegnargli Orlando grazie alla magia.

Finora non ci è riuscito, anche se ha preso più gente di quanta ne potrei contare: un certo Grifone e un certo Aquilante, un Astolfo, poco fa un Rinaldo e con lui un altro giovane, se ricordo bene di nome Dudone. I nomi degli altri sono tutti scritti laggiù, sotto la poppa: un pioppo, a novembre, quando soffia il vento, non perde tante foglie quanti sono i cavalieri che quel gigante ha mandato prigionieri a Manodante.»

Il piano di Orlando ott. 53–58

Mentre il capitano parla, Orlando si sente stringere il cuore: quelli che nomina sono il fiore della Cristianità, e lui vuole bene a ognuno di loro. Decide dentro di sé: o li libererà, o morirà. Quando il capitano tace, parla in segreto con Brandimarte e gli spiega che cosa vuole fare; poi, con aria allegra, chiede al capitano di portarlo dal re, perché, dice, se la sente di consegnargli Orlando.

Con il vento favorevole arrivano alle Isole Lontane, e una mattina i due cavalieri si presentano a Manodante in una sala coperta d'oro e d'argento, dove è scolpito e smaltato tutto ciò che c'è in terra, in mare e in cielo. Raccontano di aver ucciso il gigante Balisardo per difendere il re e promettono di consegnargli Orlando prigioniero. Il re li accoglie con grandi onori e li fa alloggiare in una ricca casa vicino al palazzo, dove stanno comodi.

Con loro c'è anche Origille, falsa quanto bella, che Orlando non vuole più lasciare; e lui le ha raccontato tutto il suo piano, perché chi è amato riesce a strappare anche i segreti più nascosti del cuore. Ma Origille ama Grifone, come il poeta ha già raccontato, e non pensa ad altro giorno e notte; e sa bene che ora Grifone è in prigione...

«Ma questo canto è stato già abbastanza lungo» conclude il poeta. «Riposatevi un po' e non litigate: nel prossimo vi racconterò il resto.»

Parole difficili

  • ribaldello ott. 2: piccolo furfante.
  • giuppa ott. 4: giubba, casacca.
  • truffava ott. 6: si faceva beffe, prendeva in giro.
  • Orgagna ott. 6: il regno di Falerina, dove c'era il suo giardino incantato.
  • Almonte ott. 8: guerriero saraceno morto ad Aspromonte, la battaglia in cui Orlando conquistò Durindana e Brigliadoro.
  • frasche e vïole ott. 18: chiacchiere, belle parole senza sostanza.
  • forcato ott. 29: forcone.
  • pipastrello ott. 29: pipistrello.
  • babuïno ott. 29: babbuino, una scimmia.
  • galiofardi ott. 35: furfanti, mascalzoni.
  • zurma ott. 38: ciurma, l'equipaggio della nave.
  • tarche ott. 38: scudi leggeri.
  • antena ott. 42: antenna, il lungo palo che regge la vela.
  • Damogir ott. 46: la città del re Manodante, su un'isola nell'oceano.
  • picchiato ott. 47: macchiettato, pieno di macchie.
  • schiazato ott. 47: schiacciato.

Il testo di Boiardo

58 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Gente cortese, che quivi de intorno Seti adunati sol per ascoltare, Dio vi dia zoia a tutti, e ciascun giorno Vostra ventura venga a megliorare; Et io cantando a ricontar ritorno La bella istoria, e voglio seguitare Ove io lasciai Marfisa sopra al piano, Che è posta in caccia dietro allo Africano:

2

Dietro a quel ladro, io dico, de Brunello, Che già dal re Agramante fu mandato Per involar de Angelica lo annello; Ma lui più fie’ che non fu comandato, Perchè un destriero il falso ribaldello De sotto a Sacripante avea levato, Et a Marfisa di man tolse il brando; Scio che sapeti il tutto, e come, e quando.

3

E lei, che a meraviglia era superba, Sì come già più volte aveti inteso, L’avea seguito in quel gran prato de erba Già da sei giorni, et anco non l’ha preso; Onde di sdegno la donzella acerba Se consumava ne l’animo acceso, Poi che con tante beffe e tanto scorno Li agira il capo quel giottone intorno.

4

Perchè, fuggendo e mostrando paura, Gli stava avanti e non si dilungava; Et or, voltando per quella pianura, Spesso alle spalle ancor se gli trovava; E per mostrar di lei più poca cura, La giuppa sopra al capo rivoltava, E poi se alciava (intenditime bene) Mostrando il nudo sotto dalle rene.

5

Il conte Orlando, che stava da parte E cognosciuta avea prima Marfisa, Mirando l’atto, et esso e Brandimarte Di quel giottone insieme fier’ gran risa; Ma la regina per forza o per arte Pigliar pur vôl Brunello ad ogni guisa, Per far de tanti oltraggi alfin vendetta: E lui fuggendo sembra una saetta.

6

Fuggeva, spesso il capo rivoltando, E truffava di lengua e delle ciglia. Nel passar di traverso vidde Orlando, E di torli qualcosa se assotiglia. L’occhio gli corse incontinenti al brando, Che fu già fatto con tal meraviglia Da Falerina de Orgagna al giardino: Brando nel mondo mai fu tanto fino.

7

Egli era bello e tutto lavorato D’oro e de perle e de diamanti intorno: Ben si serebbe il ladro disperato, Se avuto non avesse il brando adorno. Subitamente lo trasse da lato; Mai non se vidde al mondo maggior scorno, Chè ’l ladro passa e crida al conte: Ascolta, Io torno per il corno a l’altra volta.

8

Del brando non se avidde alora il conte, Ma alla minaccia sol del corno attese. Quel corno de cui parlo, fu de Almonte, Che il trasse a uno elefante in suo paese, Poi lo perse morendo in Aspramonte (Sì come io credo che vi sia palese), Allor che Brigliadoro e Durindana Acquistò Orlando sopra alla fontana.

9

Come la vita il conte l’avea caro, Però lo prese prestamente in mano; Ma non valse a tenerlo alcun riparo, Tanto è malvaggio quel ladro Africano. E ben che aponto io non sappia dir chiaro Come passasse il fatto in su quel piano, Pur vi concludo senza diceria Che ’l ladro tolse il corno e fuggì via.

10

Benchè Marfisa l’ha sempre seguito, Lui ne va via col corno e con la spata. Quivi rimase il conte sbigotito, Nè scia come la cosa sia passata. Già de sua vista è quel ladro partito, Con Marfisa alle spalle tutta fiata; Nè lui, nè Brandimarte ormai lo vede, Nè lo posson seguir, chè sono a piede.

11

Onde, biasmando tal disaventura, Via se ne vanno, e non scian che se fare. Ciascuno aveva indosso l’armatura, Che a piede è mala cosa da portare. Or, caminando per quella pianura, Sopra de un fiume vennero arivare. Oltre a quella acqua, in un bel prato piano, Stava una dama col destriero a mano.

12

Da l’altra ripa, aponto ove si varca, Era la dama del destrier discesa; In mezo il fiume, sopra de una barca, Un’altra dama avea seco contesa. Quella di là quest’altra molto incarca De biasmi, e de ogni inganno l’ha ripresa, Perfida, a lei dicendo a che cagione M’hai qua passata a ponermi in pregione?

13

Altre parole usarno ancor tra loro, Sì come l’una dama a l’altra dice. Mentre che contendeano a tal lavoro, Orlando gionse in su quella pendice, Et ebbe visto il destrier Brigliadoro, Che già gli tolse quella traditrice; Non so se aveti alla istoria il pensiero, Quando Origilla a lui tolse il destriero.

14

Quella Origilla che già sopra al pino Si stava impesa per le chiome al vento, E poi, campata dal bon paladino, Gli tolse Brigliadoro a tradimento; Nè molto dopo in Orgagna al giardino, Ove fu l’opra dello incantamento, Di novo ancor la perfida villana Li tolse il bon destriero e Durindana.

15

Orlando quivi la trovò contendere Con l’altra, come io ho detto pur mo. Or, bei segnor, voi doveti comprendere Che la fiumana di cui parlato ho, È quella ove Ranaldo volse scendere Con tre compagni, e mai non ritornò, Ma fu ad inganno ne la nave preso Da Balisardo, come aveti inteso.

16

Sì come il conte vidde la donzella Che col destriero a l’altra ripa stava, Amor di novo ancora lo martella, Nè il doppio inganno più si ramentava, Che gli avea fatto quella anima fella; Lui fuor di modo più che inanzi amava. Chiese di grazia a quella passaggiera Che per mercè lo varca la riviera.

17

Et Origilla, che cognobbe il conte, Ben se credette alora de morire; Pallida viene et abassa la fronte, E per vergogna non sa che se dire. Intorno ha il fiume senza varco o ponte, E gionta è in loco che non può fuggire; Ma non bisogna a lei questa paura, Chè Orlando l’ama fuor d’ogni misura.

18

E ben ne fece presto dimostranza, Come a lei gionse, con dolci parole. Essa piangendo, o facendo sembianza, Sì come far ciascuna donna suole, Al conte dimandava perdonanza, E tanto invilupò frasche e vïole, Come colei che a frascheggiare era usa, Che al suo fallire aritrovò la scusa.

19

Mentre che fu tra loro il ragionare Alla riviera sopra al verde piano, Odirno ad alto un corno risuonare Del castelletto sopra al poggio altano; E poi vidderno al ponte giù callare E scendere alla costa il castellano. Senz’arme quel vecchione in arcion era, Ma seco avea d’armati una gran schiera.

20

Come fu gionto, al conte fie’ riguardo, E salutollo assai cortesemente; Poi, sì come era usato, quel vecchiardo Narrò la loro usanza e conveniente Del ponte ove dimora Balisardo, Qual consumata avea cotanta gente; Come era incantator, falso e ribaldo, E ciò che prima avea detto a Ranaldo.

21

Senza longare in più parole il fatto, Giù per quel fiume Orlando fu portato, E seco in nave Brandimarte adatto, Et Origilla gli sedea da lato; E volse il conte sopra ad ogni patto Che Brigliador ben fusse governato. Il castellano il tolse, a giuramento Ciò promettendo; e ’l conte fu contento.

22

Gionti alla foce, ove il fiume entra in mare E sotto il ponte roïnoso corre, Già sotto a l’arco Balisardo appare, Che quasi pareggiava quella torre. A questo ponto vi serà che fare, Perchè tutto l’inferno all’un soccorre, E l’altro è sì gagliardo di natura, Che omo del mondo contra a lui non dura.

23

Voi doveti, segnori, avere a mente Come era fabricata la muraglia Ove se varca quella acqua corrente: Quivi discese Orlando alla battaglia. Sopra alla entrata non era altra gente, Nè porta chiusa avanti, nè serraglia. Poi che fu tutto quel castel passato, Trovarno al ponte Balisardo armato.

24

Benchè pregasse Brandimarte assai Di poter gire alla battaglia avante, Non volse Orlando aconsentir giamai, Ma trasse il brando et isfidò il gigante. Sua Durindana, come io vi contai, Ha racquistata il bon conte d’Anglante, E comencion battaglia aspra e feroce A mezo il ponte sopra quella foce.

25

Or chi sentesse la destruzione De l’arme rotte, e l’elmi risuonare, E vedesse il gigante col bastone, Con Durindana il conte martellare, E piastre e maglia a gran confusïone Tirare a terra e per l’aria volare, Il mondo non ha cor cotanto ardito, Che a tal furor non fusse sbigotito.

26

Ambi gli scudi a quello assalto fiero Per la più parte a terra erano andati, Nè l’un nè l’altro avea in capo cimiero, Li usberghi in dosso han rotti e fraccassati; Nè contar ve potrebbi de legiero Tutti per ponto e colpi smisurati, Ma sempre al conte cresce ardire e possa, A l’altro ormai la lena e il fiato ingrossa;

27

Et è ferito ancora in molte parte, Ma più disconciamente nel costato, Onde malvaggio torna alle sue arte Per tramutarse, come era adusato; L’arme, che intorno avea tagliate e sparte, Gettarno foco e fiamma in ogni lato, Facendo sopra loro un fumo scuro; Tremò la terra in cerco e tutto il muro.

28

Lui si fece demonio a poco a poco: Come un biscione avea la pelle atorno, Da nove parte fuor gettava il foco, E sopra ad ogni orecchia avea un gran corno; Tutte le membre avea nel primo loco, Ma sfigurato dalla notte al giorno, Perchè ha la faccia orrenda e tanto scura, Che puotea porre a ciascadun paura.

29

E l’ale grande avea di pipastrello, E le mane agriffate come uncino, Li piedi d’oca e le gambe de ocello, La coda lunga, come un babuïno. Un gran forcato prese in mano il fello, Con esso vien adosso al paladino, Soffiando il foco e degrignando e denti, Con cridi et urli pien d’alti spaventi.

30

Fecesi il conte il segno della croce, Poi sorridendo disse: Io me credetti Già più brutto il demonio e più feroce. Via nell’inferno va, tra’ maledetti, Là dove è il fuoco eterno che vi coce; E certo io provarò, se tu me aspetti Alla battaglia, come sei gagliardo, O vogli esser demonio, o Balisardo.

31

Così ricominciò nuova tenzone, Nè l’un da l’altro poco s’allontana. Orlando gionse un colpo nel forcone, E tutto lo tagliò con Durindana. Or ben se avidde il perfido giottone Che non gli può giovar quella arte vana, Onde si volta e fugge verso il mare; Battendo l’ale par che aggia a volare.

32

Orlando il segue, et ègli ancor ben presso, Perchè a seguirlo ogni sua forza aguzza; E Balisardo se afrettava anco esso: Trista sua vita se ponto scapuzza! La coda alciava per la strata spesso, Lasciando vento e foco con gran puzza; Soffia per tutto, tal spavento il tocca, La lingua più d’un palmo ha fuor di bocca.

33

Brandimarte ancor lui dietro si andava, Sol per veder di questa cosa il fine. L’un dopo l’altro correndo arivava Sopra al bel porto; e tra l’onde marine Presso la ripa la nave si stava, Che l’altre gente avea fatte tapine. Sopra di quella Balisardo passa, E il conte apresso, che giammai nol lassa.

34

Il negromante, che è di mala mena, D’un salto sopra il laccio fu passato, Ma il conte trabuccò ne la catena, E tutto intorno fu presto legato; Nè fu disteso in su la prora apena, Che e marinari uscirno ad ogni lato. Tutti cridano insieme col parone: Sta saldo, cavallier, tu sei pregione.

35

Lui se scotteva e già non stava in posa, Perchè esser preso da tal gente agogna, Morta di fame, nuda e pedocchiosa; Ma quel che vôl Fortuna, esser bisogna. Vermiglia avea la faccia come rosa Il conte Orlando per cotal vergogna; Due galiofardi grandi l’ebber preso Sopra alle spalle, e lo portâr di peso.

36

Ma Brandimarte gionse in su la riva, Che, come io dissi, avea questi seguiti; Quando la voce del suo conte odiva, Non fôr bisogno a quel soccorso inviti; Sopra alla nave de un salto saliva, E quei ribaldi, tutti sbigotiti, Lasciano Orlando e non san che si fare: Chi fugge a poppa, e chi salta nel mare.

37

E certo di ragione avean paura, Chè come al libro de Turpino io lezo, Duo pezzi fece de uno alla centura, E partì uno altro nel petto per mezo, Sì come avesse a ponto la misura. Lor, ciò mirando e temendo di pezo, Fuggian ciascun tremando e sbigotito; Or fuor di novo è Balisardo uscito.

38

Fuor della poppa uscì l’alto gigante, Che in la sua propria forma era tornato; Le gente della zurma, che eran tante, Chi se pose a sue spalle, e chi da lato. L’arme avean ruginente tutte quante, Quale è discalcio, e quale era strazato, Ben che sian gente al navicar maestre; E tutti han tarche e dardi e gran balestre.

39

Per Balisardo avean ripreso core, Cridando tutti insieme la canaglia, Che non se odì giamai tanto romore. Nel mezo della nave è la battaglia; Tra lor dà Brandimarte a gran furore, Chè tutti non li stima una vil paglia; Man roverso e man dritto il brando mena: Tutta la nave è già di sangue piena.

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Così menava Brandimarte ardito, Fendendo a chi la testa, a chi la panza. Ora ecco Balisardo ebbe cernito, Che de una torre armata avea sembianza. Già non bisogna che si mostri a dito, Chè undeci palmi sopra gli altri avanza; E Brandimarte verso lui s’accosta, E dietro a meza coscia il colpo aposta.

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Più basso alquanto il brando fu disceso, Chè e’ colpi non si ponno indovinare; Tagliò le gambe, e cadde. Di quel peso La nave se piegò per affondare. Il busto sopra il legno andò disteso, Et ambe due le gambe andarno in mare; Qua non vale arte de negromanzia, Chè Brandimarte il tocca tuttavia.

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Lui chiamava il demonio con tempesta, Alïel, Libicocco e Calcabrina; Ma Brandimarte gli tagliò la testa, E via nel mar la trasse con roina. Or se incomincia de’ morti la festa Tra la zurmaglia misera e tapina: Chi salta in mare, e chi nella carena, Chi per le corde scappa in su l’antena.

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Tutta la gente misera e diserta Fu dissipata, come io vi ho contato, E non rimase sopra la coperta Se non il conte, che era incatenato, E Balisardo, concio come il merta, E Brandimarte, che era già montato Sopra la poppa, e là trovò il parone, Che avante a lui se pose ingenocchione,

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Misericordia sempre dimandando, Et acquistò perdono umanamente; E tornò Brandimarte al conte Orlando E tutto il dislegò subitamente. Poi col parone entrambi ragionando, E fatta ritornar quella altra gente, De ciò che è fatto, non se dànno affanno: Quei che son morti, lor se ne hanno il danno.

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E poi che insieme fôr pacificati, Come io ho detto, incominciò il parone: Segnori, io so che ve meravigliati, Chè da meravigliare è ben ragione, De questo loco ove seti arivati, Quando per forza de incantazïone, Se facea Balisardo trasformare, Ch’è quivi occiso, e gettarenlo in mare.

46

Perchè intendiati il fatto meglio avante, Il tutto vi farò palese e piano. Un vecchio re, nomato Manodante, A Damogir se sta, ne l’occeano, Ove adunate ha già ricchezze tante, Che stimar nol potria lo ingegno umano; Ma la Fortuna in tutto a compimento Nè lui nè altrui giamai fece contento.

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Però che per duo figli il re meschino È stato e stanne ancora in gran dolore; Il primo fu involato piccolino Da un suo schiavo malvaggio e traditore. Io viddi il schiavo, e nomase Bardino, Picchiato in faccia e rosso di colore, Coi denti radi e col naso schiazato: Portò il fanciullo, e mai non è tornato.

48

A l’altro giovanetto ene incontrata, Come odireti, una sventura strana, Perchè pregione è fatto de una fata. Non scio se odesti mai nomar Morgana; Quella del giovanetto è inamorata, Quale ha beltate angelica e soprana, Per ciò l’ha chiuso in un loco profondo: Di fuor per forza nol trarebbe il mondo.

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Ma lei fatto have al re promissïone Lasciare il giovanetto salvo e sano, Se un cavallier gli può donar pregione, Che Orlando è nominato, il Cristïano; Però che un’opra de incantazione, Fabricata in un corno troppo istrano, Che serebbe a contar molta lunghezza, Disfece il cavallier per sua prodezza.

50

Onde lo vol pregione a ogni partito La fata, e ben lo avrà, s’io non me inganno; Ma, perchè egli è feroce e tanto ardito, Se avrebbe nel pigliarlo molto affanno; Per ciò quel Balisardo che è perito (Così se n’abbi in sua malora il danno), Presente il nostro re se dètte il vanto De dargli Orlando preso per incanto.

51

Ma sino ad or non gli è venuto fatto, Benchè ha pigliate già gente cotante, Che io non potrei contarle a verun patto. Fovi preso un Grifone e uno Aquilante, Et uno Astolfo a quel laccio fu tratto, E fu preso un Ranaldo poco avante, E seco un altro giovane garzone; Se ben ramento, egli ha nome Dudone.

52

L’altra gente ch’è presa, è molta troppa, Nè mi basta a contarli lo argumento; Tutti son scritti là sotto la poppa, E legger vi si pôn, chi n’ha talento. Ma tante foglie non lascia una pioppa Là nel novembre, quando soffia il vento, Quanti ènno e’ cavallier che quel gigante Fatto ha condur pregioni a Manodante.

53

Mentre che quel paron così parlava, Orlando dentro se turbò nel core, Perchè color che costui nominava Della Cristianitate erano il fiore, Et egli ad uno ad un tutti gli amava, Et avea di sua presa gran dolore; E destinò tra sè quel franco sire De trargli di prigione, o de morire.

54

E poi che quel paron si stette queto, Che alcun di lor più non stava ascoltare, Parlò con Brandimarte di secreto, A lui dicendo ciò che voglia fare; Poi mostrandosi il conte in volto lieto, Prega il paron che lo voglia portare Avanti al re, però che al suo comando Gli dava il cor de appresentargli Orlando.

55

E così, navicando con bon vento, Fôrno condutti a l’Isole Lontane; E quei duo cavallier pien de ardimento Al re s’appresentarno una dimane Sopra una sala, che [e] d’oro e d’argento Era coperta de figure strane; Chè ciò che è in terra e in mare e nel celo alto, Là dentro era intagliato e posto a smalto.

56

Lor fierno la proposta a Manodante, Contando che per sua deffensïone Balisardo avean morto, il fier gigante, Promettendoli Orlando dar pregione. Per questo gli fu fatto bon sembiante Et alloggiati fôrno a una maggione Ricca, adobbata, lì presso al palagio, Ove si sterno con diletto ad agio.

57

Era con seco la falsa donzella, Chè ’l conte non la volse mai lasciare, Qual è tanto fallace e tanto bella, Quanto di sopra odesti racontare. Or questa intese tutta la novella Dal conte Orlando, e ciò che dovea fare, Perchè qualunche a cui se porta amore Tra’ gli secreti insin de mezo il core.

58

Or questa dama assai Grifone amava (So che il sapeti, chè già lo contai), E di vederlo tutta sfavillava, Nè d’altro pensa giorno e notte mai; E ben sa che in pregione ora si stava.... Ma questo canto è stato lungo assai: Posati alquanto e non fati contese, Che a dir nell’altro io vi serò cortese.