Libro II · Canto IX
La Fortuna per i capelli
Frustato dalla Penitenza, Orlando afferra finalmente Morgana per il ciuffo e libera i prigionieri. Ma poi sceglie Angelica invece della Francia.
In breve
Sotto la tempesta, Orlando insegue la fata Morgana, che non ha saputo afferrare mentre dormiva. Gli si mette alle costole la Penitenza, una donna pallida che lo frusta senza sosta: lui prova a colpirla, ma il pugno le passa attraverso come nel fumo. Quando finalmente prende Morgana per il ciuffo, la tempesta si placa e la fata gli dà la chiave d'argento della prigione, in cambio della promessa di lasciarle il suo amato Ziliante. Orlando libera i prigionieri; Rinaldo prova a portarsi via una sedia d'oro del tesoro, ma un vento magico non lo lascia uscire.
Tornati in superficie, Dudone racconta che Agramante sta per invadere la Francia. Rinaldo decide di partire subito; Orlando invece, diviso tra il dovere e l'amore per Angelica, sceglie l'amore e se ne va con Brandimarte. Rinaldo, con Dudone, Iroldo e Prasildo, arriva in una terra chiusa da un fiume, da cui si esce solo combattendo per re Manodante contro il gigante Balisardo. Il canto finisce quando lo vedono, enorme, in mezzo a un ponte.
Ascolta il canto
Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
Orlando correva nel deserto dietro alla fata Morgana, sotto una tempesta terribile. Peccato: l'aveva trovata addormentata e non l'aveva presa subito. E ora lei scappava sempre.
A un tratto da una grotta uscì una donna pallida e magra, con una frusta in mano. «Io sono la Penitenza» disse: era il castigo di chi sbaglia. «Seguo chi si lascia scappare l'occasione.» E cominciò a frustare Orlando sulle spalle. Lui si arrabbiò e le tirò un pugno... ma la mano le passò attraverso, come se fosse fatta di fumo! Riprovò con pugni e calci: niente da fare. «Sono diventato un altro, o sono ancora Orlando?» brontolò.
Dopo una lunga corsa, Morgana si voltò verso di lui, e Orlando la afferrò ben stretta per il ciuffo. Subito il cielo tornò sereno, le spine si coprirono di fiori e la Penitenza se ne andò.
Morgana gli diede la chiave d'argento della prigione. In cambio gli chiese un favore: lasciarle Ziliante, un ragazzo biondo a cui voleva un bene immenso. Orlando promise, e mantenne la parola. Tutti gli altri prigionieri uscirono liberi. Solo Ziliante restò lì, piangendo.
Al ritorno passarono dalla sala del tesoro. Nessuno osava toccare niente, per paura degli incantesimi. Nessuno tranne Rinaldo, che afferrò una pesantissima sedia d'oro. «Con questa pagherò i miei soldati!» Ma sulla porta un vento fortissimo lo respinse indietro come una foglia, mentre gli altri non sentivano neanche un soffio. Rinaldo provò perfino a lanciare la sedia fuori, come un sasso da una fionda. Il vento gliela ricacciò indietro. Alla fine dovette lasciarla lì.
Fuori, Dudone portò una brutta notizia. Re Agramante stava per attaccare la Francia, e Carlo Magno chiamava Orlando e Rinaldo a difenderla. Rinaldo decise subito di partire. Orlando invece restò a lungo in silenzio: nel suo cuore il dovere combatteva con l'amore per Angelica. E vinse l'amore. Orlando partì per rivederla, e il suo amico Brandimarte andò con lui.
Rinaldo si mise in cammino con Dudone e altri due compagni, a piedi, ridendo e scherzando. Dopo cinque giorni arrivarono in una terra circondata da un fiume impetuoso. Una ragazza vestita di bianco li fece passare con la sua barchetta. Poi però spiegò che il passaggio si pagava. Il prezzo lo disse un vecchio sceso dal castello: bisognava combattere per il suo re contro un gigante, Balisardo. «Ci andiamo volentieri!» rispose Rinaldo. «Questo gigante lo catturo io.»
La barchetta li portò giù per il fiume, veloce come una freccia, fino al mare. Ed ecco un grande ponte tra due castelli. Sopra c'era Balisardo, alto come una torre, con una faccia crudele e una voce che sembrava un tuono.
Rinaldo riuscirà a catturarlo davvero, come ha promesso? Il poeta lo racconterà la prossima volta.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
Afferrare la Fortuna ott. 1–4
Il poeta dà un consiglio a chi vive a corte: se non afferrate la Fortuna quando passa, lei si offende e vi volta le spalle. E allora bisogna tenere alta la testa, non spaventarsi delle facce minacciose, chiudere le orecchie alle chiacchiere e continuare a servire. Perché maledire la Fortuna, dando la colpa a lei, se il danno è vostro? L'occasione viene una volta sola.
Lo dimostra Orlando: Morgana dormiva accanto alla fontana e lui non ha saputo afferrarla per il ciuffo, e ora la insegue invano nel deserto. La fata gli fugge sempre davanti, e alle sue spalle cresce la tempesta, che strappa le foglie e la corteccia agli alberi: le bestie scappano, e sembra che il cielo si sciolga in pioggia. Tra monti e valli scure, torrenti in piena trascinano giù rive, alberi e sassi, e il vento sradica la foresta.
La Penitenza ott. 5–8
Orlando continua a inseguire Morgana, ma le cose si mettono peggio: da una grotta esce una donna pallida e magra, vestita color della terra, che si frusta la schiena con un flagello grosso e ruvido, piangendo, come se fosse condannata a farlo mattina e sera. Il conte le chiede chi sia. «Io sono la Penitenza» risponde, «senza gioia e senza piacere, e seguo sempre chi si lascia sfuggire la Fortuna. Perciò ti farò compagnia, visto che hai lasciato Morgana nel prato: finché durerà questa strada, ti frusterò. Coraggio e forza non ti serviranno, se non ti armi di pazienza.»
«La pazienza è roba da vigliacchi» ribatte subito Orlando. «Non ti venga in mente di farmi un torto, perché paziente non lo sarò di certo. Se mi offendi, te la faccio pagare; se invece mi accompagni nel viaggio, avrai una buona ricompensa.» Intanto Morgana fugge e si allontana sempre di più.
Pugni contro un'ombra ott. 9–15
Orlando lascia il discorso a metà e riprende l'inseguimento, deciso a vincere o a morire. Ma la Penitenza gli si avvicina e comincia a frustarlo alle spalle, in un modo così villano che avrebbe cacciato i cani dalla cucina. «Non riuscirai a farmi diventare tanto villano da sguainare la spada contro di te» le dice furioso il conte, «ma se ti prendo per la treccia, ti lancio un miglio sopra il cielo.»
Lei, come fuori di sé, non risponde e non ascolta. Allora Orlando le tira un pugno sulla guancia sinistra: ma è come colpire il vento, il fumo o la nebbia, e il pugno le passa attraverso la testa da una parte all'altra. Lei non sente niente e continua a frustarlo. Il conte non crede ai suoi occhi; raddoppia pugni e calci, ma è come pestare l'acqua nel mortaio.
Dopo aver lottato a lungo con quella donna che sembra un'ombra, la lascia e torna a correre dietro a Morgana; ma la Penitenza lo frusta di nuovo, lui si volta, la riaffronta, e ancora non riesce a toccarla. Alla fine si rassegna: non si volta più e va avanti mordendo il freno. «Se a Dio, o al diavolo, piace che io abbia pazienza, pazienza sia» dice. «Ma che il mondo intero sia testimone: la mando giù con tutta la rabbia che ho. Che follia, che sogno mi ha portato in questa gabbia? Quando sono entrato qui dentro, e come? Sono diventato un altro, o sono ancora Orlando?»
Per i capelli ott. 16–20
Orlando corre dietro alla fata, spezzando rovi e spine e lasciandosi dietro un sentiero largo. Le arriva vicinissimo, crede già di averla presa; ma anche quando la prende, lei gli scappa di mano. Quante volte la afferra, per la veste o per il corpo! Ma la veste bianca e rossa gli sfugge sempre. Finché una volta, per volontà di Dio e della buona sorte, Morgana si volta verso di lui, e Orlando la prende ben stretta per il ciuffo sulla fronte.
Subito il tempo cambia: il cielo si rasserena, il monte aspro diventa pianura, le spine si coprono di fiori e di erba, e la Penitenza smette di frustarlo. Con un viso più gentile del solito gli dice: «Tieni stretta, cavaliere, quella chioma della Fortuna che hai in mano, e bada che non ti sfugga. Proprio quando sembra più tranquilla e domata, temi che fugga: chi si fida di lei resta ingannato, perché non ha né fermezza né lealtà.» Poi se ne torna nella sua grotta a frustarsi e a lamentarsi. Orlando, intanto, tenendo Morgana ben stretta, le chiede la chiave della prigione, ora con le minacce, ora con le buone.
La chiave d'argento ott. 21–25
Lei, sorridendo con aria falsa, risponde: «Cavaliere, quei prigionieri sono tuoi, e se vuoi puoi avere anche me. Ti chiedo solo un favore per un figlio di re Manodante: o porti via anche me, o lasci lui con me, perché senza di lui morirei. Quel ragazzo mi ha ferito il cuore, è tutto il mio bene. Ti prego, per il tuo valore e per il vero Dio, se hai mai amato una donna, non portarmi via il mio amore. Prendi tutti gli altri, te li lascio.»
«Te lo prometto» risponde il conte. «Se mi dai la chiave, quel ragazzo resterà qui con te. Ma te non ti lascio andare, perché ho paura di dover rifare quella strada orribile. Dammi la chiave, e ti lascerò in pace.»
Morgana apre la veste e tira fuori una chiave tutta d'argento: «Vai alla porta, valoroso cavaliere, e gira la chiave con attenzione: se la serratura si rompe, cadrai nella grotta buia con tutti gli altri cavalieri, e sarete perduti per sempre. Non potrebbero aiutarvi né le mie arti né altro.» Orlando si fa pensieroso: sa bene che sotto la luna sono pochissimi quelli che sanno usare bene la chiave della Fortuna.
Liberi! Ma non Ziliante ott. 26–30
Sempre tenendo Morgana per il ciuffo, attraversa la pianura e arriva alla porta. La serratura stregata si apre senza fatica, per grazia di Dio: chi ha la Fortuna con sé gira la chiave nel modo giusto. Brandimarte, Rinaldo e tutti gli altri prigionieri lo avevano visto arrivare da lontano con la fata in pugno, e ognuno, saraceno o cristiano, ringraziava il suo dio a mani giunte.
Aperta la ricca porta, escono tutti sul prato. Orlando chiede del ragazzo amato da Morgana e lo vede: bianco e bello, con il viso delicato, gentile nei modi e nel parlare. Si chiama Ziliante il biondo. Ziliante resta dentro piangendo, mentre gli altri se ne vanno; a Orlando dispiace, ma vuole mantenere la promessa. Verrà però un giorno, dice il poeta, in cui se ne pentirà e dovrà tornare a tirarlo fuori. Il ragazzo piange disperato e maledice la sua sorte. Gli altri, con Orlando in testa, rientrano nella grotta buia e risalgono la scala.
La sedia d'oro di Rinaldo ott. 31–40
Passano dalla sala del tesoro, con il re seduto e le statue di rubini, diamanti, perle e oro. Gli ex prigionieri guardano a bocca aperta, ma nessuno osa toccare niente, per paura di qualche incantesimo. Solo Rinaldo, che non sa che cosa sia la paura, afferra una sedia d'oro massiccio: «Questa me la porto in Francia, non ho mai fatto un bottino più bello: con questa pagherò i miei soldati.»
Orlando gli dice che è una vergogna andarsene carico come un mulo. «Mi ricordi un frate che predicava il digiuno» ribatte Rinaldo, «ed era così grasso e panciuto che camminava a fatica: lodava il digiuno a pancia piena, ed era devoto solo alle oche. Tu fai lo stesso. Carlo ti ha sempre regalato di tutto, il Papa ti dà una grossa rendita, hai castelli e villaggi, sei conte di Brava e signore di Anglante. Io, poveretto, ho appena una montagna, Montalbano, e spesso non trovo da cenare se non scendo in pianura a guadagnarmela, con tutte e due le mani: non mi sembra una vergogna prendere la roba quando serve.»
Così parlando arrivano al portone d'uscita. Lì un vento fortissimo colpisce Rinaldo in pieno petto e in faccia e lo respinge a più di venti braccia dalla porta. Gli altri non sentono neanche un soffio. Rinaldo si rialza e ci riprova, ma appena arriva sulla soglia il vento lo riporta indietro come una foglia. Tutti sono preoccupati, Orlando più di tutti, perché teme che il cugino resti lì o ci lasci la vita.
Rinaldo, senza spaventarsi, posa l'oro e torna all'uscita: ora il vento non soffia più, e potrebbe andarsene tranquillo. Ma lui vuole portare quell'oro a Montalbano, per pagare i suoi uomini, e ci prova più volte, sempre invano. Alla fine scaglia la sedia contro il vento che rimbomba dalla porta: anche se pesa quasi seicento libbre, vola come un sasso da una fionda, tanta è la sua forza. Ma il vento la ricaccia indietro con gran fragore. Tutti lo pregano di lasciar perdere l'oro e quell'incantesimo e di uscire con loro.
Di nuovo al sole ott. 41–45
Alla fine Rinaldo rinuncia ed esce con gli altri. Dopo un miglio di strada arrivano alla scala di roccia, e dopo tre miglia di salita faticosa sbucano sotto il cielo sereno, in un prato pieno di cipressi. Tutti riconoscono il prato, i cipressi, il ponte e il fiume dove stava Aridano; ma Aridano ormai giace in fondo al lago, spaccato da un colpo dalla testa alla pancia, e non tornerà mai più su: il corpo è laggiù, l'anima all'inferno.
Sui rami ci sono le armi dei cavalieri, appese a rovescio da quel malvagio per rendere più evidente la loro vergogna. Rinaldo, Dudone e tutti gli altri si riprendono le loro e si armano. I re e i baroni pagani liberati se ne vanno, chi vicino e chi lontano, dopo aver ringraziato il conte. Restano solo i cristiani, e Dudone racconta che Agramante si prepara a passare in Francia con il suo esercito, e che Carlo l'ha mandato a cercare proprio loro due, Orlando e Rinaldo, il fiore della corte, perché tornino a difendere la Cristianità.
Orlando sceglie l'amore ott. 46–50
Rinaldo decide subito di tornare in Francia. Orlando invece non risponde e resta a lungo in silenzio, a pensare: nel suo petto combattono l'amore e l'onore, il dovere e il desiderio. Il dovere lo chiama all'impresa del re, tanto più che è senatore e campione della Chiesa di Roma. Ma l'Amore, che vince tutti, gli ha acceso l'anima di una tale passione che nient'altro conta, se non rivedere Angelica la bionda.
Il poeta non sa dire quale scusa trovi, ma Orlando si separa dai compagni; e Brandimarte, che gli vuole molto bene, non lo lascia. Ora però bisogna lasciare quei due e raccontare come Rinaldo tornò a Montalbano: la storia è lunga e la strada lontana, piena di avventure, e mostrerà il valore di Iroldo, di Prasildo e di Dudone, i suoi compagni. I quattro baroni sono a piedi, con l'armatura addosso, perché hanno perso i cavalli sul ponte quando furono gettati nel lago; ma si mettono in cammino ridendo e scherzando, e in compagnia la fatica della strada pesa meno.
Il fiume di re Manodante ott. 51–55
Sono passati cinque giorni da quando hanno lasciato il luogo incantato, quando sentono suonare un corno da un castello alto e ben murato, su un monte. Intorno c'è un grande prato, circondato da un bel fiume dall'acqua limpidissima, ma così impetuoso che non si può guadare. Sull'altra riva, sulla poppa di una barchetta, c'è una fanciulla vestita di bianco, che sorride: «Cavalieri, se volete passare, salite in barca: altrove il fiume non si attraversa.»
I cavalieri la ringraziano e passano. Ma al momento di lasciarli, la fanciulla aggiunge: «Il pedaggio si paga dall'altra parte. Quest'acqua nasce da due fonti su quel colle e circonda tutta la pianura: nessuno può uscire di qui, se prima non sale al castello a fare i conti con il castellano. E ci vuole coraggio. Eccolo che esce dal ponte.»
E indica una gran folla di armati che scende verso il piano. I nostri non si spaventano: Rinaldo si mette davanti, gli altri lo seguono, spade in pugno e scudi imbracciati, pronti a togliersi d'impaccio.
La sfida di Balisardo ott. 56–62
Davanti a tutti viene un bel vecchio, disarmato, su un grande cavallo, che con voce tranquilla dice: «Sappiate, gentili signori, che questa è la terra di re Manodante, e non potrete uscirne se non accettate di servirlo per un giorno. Dove questo fiume scende al mare, ci sono due castelli costruiti su un ponte. Lì vive un gigante feroce, malvagio, incantatore e negromante, che ha distrutto molti cavalieri: si chiama Balisardo. Re Manodante lo vuole prigioniero, perché ha fatto molti danni al suo regno, e ha ordinato che ogni cavaliere che passa di qui si impegni ad affrontarlo per un giorno. Perciò anche voi dovrete andare laggiù, oppure morire di fame in questo prato.»
«Ci andiamo volentieri» risponde Rinaldo. «Non cerchiamo altro che battaglia. Questo gigante lo catturo io: lo stimo meno di un fascio di paglia, e faccia pure i suoi incantesimi, se ne è capace, non gli serviranno a niente. Fateci accompagnare subito, così mi azzuffo con questo Balisardo.»
Il castellano, senza rispondere, chiama la fanciulla vestita di bianco e le ordina di portare subito al ponte quei cavalieri coraggiosi. Lei li invita sorridendo a salire sulla barchetta, e la corrente la trascina giù veloce come una freccia, girando intorno all'isola, finché arriva al mare. Ed ecco il grande ponte, con le alte mura tra i due castelli; sopra l'arco sta Balisardo, il saraceno feroce, grande come una torre, con la barba e la faccia crudele, e una voce che sembra un tuono.
«Il resto ve lo racconterò un'altra volta» conclude il poeta, «perché sono arrivato alla fine del canto. Nel prossimo vi dirò una meraviglia che non ha uguali al mondo.»
Parole difficili
- Ventura ott. 1: la Fortuna, la buona sorte.
- zuffo ott. 2: il ciuffo di capelli sulla fronte.
- flagello ott. 5: frusta.
- Penitenzia ott. 6: la Penitenza, cioè il castigo che si dà da sé chi si pente di aver sbagliato.
- poltrone ott. 7: vigliacco, fannullone.
- golta ott. 11: guancia.
- mortale ott. 12: mortaio. "Pestare l'acqua nel mortaio" vuol dire fare una fatica inutile.
- gremita ott. 20: afferrata, tenuta stretta.
- dotanza ott. 32: paura, timore.
- prestanza ott. 32: l'anticipo della paga che si dava ai soldati.
- somiero ott. 33: bestia da soma, come un mulo.
- fromba ott. 39: fionda.
- ventrera ott. 42: la pancia.
- pedaggio ott. 53: la tassa che si paga per passare da un luogo.
- parangone ott. 58: prova, confronto in battaglia.
- fuste de torre ott. 62: il corpo di una torre.
Il testo di Boiardo
62 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Odeti et ascoltati il mio consiglio, Voi che di corte seguite la traccia: Se alla Ventura non dati de piglio, Ella si turba e voltavi la faccia; Alor convien tenire alciato il ciglio, Nè se smarir per fronte che minaccia, E chiudersi le orecchie al dir de altrui, Servendo sempre, e non guardare a cui.
A che da voi Fortuna è biastemata, Chè la colpa è di lei, ma il danno è vostro? Il tempo viene a noi solo una fiata, Come al presente nel mio dir vi mostro; Perchè, essendo Morgana adormentata Presso alla fonte nel fiorito chiostro, Non seppe Orlando al zuffo dar di mano, Et or la segue nel diserto in vano,
Con tanta pena e con fatiche tante, Che ad ogni passo convien che si torza. La fata sempre fugge a lui davante; Alle sue spalle il vento se rinforza E la tempesta, che sfronda le piante Giù diramando fin sotto la scorza. Fuggon le fiere e il mal tempo le caccia, E par che il celo in pioggia si disfaccia.
Ne l’aspro monte e ne’ valloni ombrosi Condutto è il conte a perigliosi passi. Callano rivi grossi e roïnosi, Tirando giù le ripe, arbori e sassi, E per quei boschi oscuri e tenebrosi S’odon alti rumori e gran fraccassi, Però che ’l vento, il trono e la tempesta Dalle radici schianta la foresta.
Pur segue Orlando e fortuna non cura, E prender vôl Morgana a la finita, Ma sempre cresce sua disaventura, Perchè una dama de una grotta uscita, Pallida in faccia e magra di figura, Che di color di terra era vestita, Prese un flagello in mano aspero e grosso, Battendo a sè le spalle e tutto il dosso.
Piangendo se battea quella tapina, Sì come fosse astretta per sentenzia A flagellarsi da sera e matina. Turbosse il conte a tal appariscenzia, E dimandò chi fosse la meschina. Ella rispose: Io son la Penitenzia, De ogni diletto e de allegrezza cassa, E sempre seguo chi ventura lassa.
E però vengo a farte compagnia, Poi che lasciasti Morgana nel prato, E quanto durarà la mala via, Da me serai battuto e flagellato, Nè ti varrà lo ardire o vigoria, Se non serai di pacïenza armato. Presto rispose il figlio di Melone: La pacïenza è pasto da poltrone.
Nè te venga talento a farmi oltraggio, Chè pacïente non serò di certo. Se a me fai onta, a te farò dannaggio, E se mi servi ancor, ne avrai buon merto: Dico de accompagnarme nel vïaggio Dove io camino per questo diserto. Così parlava Orlando, e pur Morgana Tuttavia fugge et a lui se alontana.
Onde, lasciando mezo il ragionare, Dietro alla fata se pose a seguire, E nel suo cor se afferma a non mancare Sin che vinca la prova, o de morire. Ma l’altra, di cui mo vi ebbi a contare, Qual per compagna se ebbe a proferire, Se accosta a lui con atti sì villani, Che de cucina avria cacciati i cani.
Perchè, giongendo col flagello in mano, Disconciamente dietro lo battia. Forte turbosse il senator romano, E con mal viso verso lei dicia: Già non farai ch’io sia tanto villano, Ch’io traga contra a te la spata mia; Ma se a la trezza ti dono di piglio, Io te trarò di sopra al celo un miglio.
La dama, come fuor di sentimento, Nulla risponde, et anco non lo ascolta; Il conte, a lei voltato in mal talento, Gli mena un pugno alla sinestra golta. Ma, come gionto avesse a mezo il vento, O ver nel fumo, o nella nebbia folta, Via passò il pugno per mezo la testa De un lato ad altro, e cosa non l’arresta.
Et a lei nôce quel colpo nïente, E sempre intorno il suo flagello mena. Ben se stupisce il conte nella mente, E ciò veggendo, non lo crede apena. Ma pur, sendo battuto e de ira ardente, Radoppia pugni e calci con più lena; Qua sua possanza e forza nulla vale, Come pistasse l’acqua nel mortale.
Poi che bon pezzo ha combattuto in vano Con quella dama che una ombra sembrava, Lasciolla al fine il cavallier soprano, Chè tuttavia Morgana se ne andava, Onde prese a seguirla a mano a mano. Ora quest’altra già non dimorava, Ma col flagello intorno lo ribuffa, E lui se volta, e pur a lei s’azuffa.
Ma, come l’altra volta, il franco conte Toccar non puote quella cosa vana, Onde lasciolla ancora, e per il monte Se puose al tutto a seguitar Morgana; Ma sempre dietro con oltraggio et onte Forte lo batte la dama villana. Il conte, che ha provato il fatto a pieno, Più non se volta e va rodendo il freno.
Se a Dio piace, diceva, on al demonio Ch’io abbi pacïenza, et io me l’abbia: Ma siame il mondo tutto testimonio Ch’io la tragualcio con sapor di rabbia. Qual frenesia di mente o quale insonio Me ha qua giuso condutto in questa gabbia? Dove entrai io qua dentro, o come e quando? Son fatto un altro, o sono ancora Orlando?
Così diceva, e con molta roina Sempre seguia Morgana il cavalliero. Fiacca ogni bronco et ogni mala spina, Lasciando dietro a sè largo il sentiero; Et alla fata molto se avicina, E già de averla presa è il suo pensiero; Ma quel pensiero è ben fallace e vano, Però che presa ancor scappa di mano.
Oh quante volte gli dette di piglio Ora ne’ panni et or nella persona! Ma il vestimento, ch’è bianco e vermiglio, Ne la speranza presto l’abandona. Pure una fiata rivoltando il ciglio, Come Dio volse e la ventura buona, Volgendo il viso quella fata al conte, Lui ben la prese al zuffo ne la fronte.
Alor cangiosse il tempo, e l’aria scura Divenne chiara e il cel tutto sereno; E l’aspro monte si fece pianura, E dove prima fo di spine pieno, Se coperse de fiore e de verdura; E ’l flagellar de l’altra venne meno, La qual, con meglior viso che non suole, Verso del conte usava tal parole:
Attienti, cavalliero, a quella chioma, Che nella mano hai volta, de Ventura, E guarda de iustar sì ben la soma, Che la non caggia per mala misura. Quando costei par più quïeta e doma, Alor del suo fuggire abbi paura, Chè ben resta gabbato chi li crede, Perchè fermezza in lei non è, nè fede.
Così parlò la dama scolorita, E dipartisse al fin del ragionare; A ritrovar sua grotta se n’è gita, Ove se batte e stasse a lamentare. Ma il conte Orlando l’altra avea gremita, Come io vi dissi, e, senza dimorare, Or con minaccie or con parlar suave De la pregion domanda a lei la chiave.
Ella con riso e con falso sembiante Diceva: Cavalliero, al tuo piacere Son quelle gente prese tutte quante, E me con seco ancor potrai avere; Ma sol de un figlio del re Manodante Te prego che me vogli compiacere; O mename con seco, o quel mi lassa, Chè senza lui serìa de vita cassa.
Quel giovanetto m’ha ferito il core, Et è tutto il mio bene e ’l mio disio, Sì che io te prego per lo tuo valore Che hai tanto al mondo, e per lo vero Dio, Se a dama alcuna mai portasti amore, Non trar di quel giardin l’amante mio. Mena con teco gli altri, quanti sono, Chè a te tutti li lascio in abandono.
Rispose il conte ad essa: Io te prometto, Se mi doni la chiave in mia balìa, Qua teco restarà quel giovanetto, Poi che averlo il tuo cor tanto desia; Ma non te vo’ lasciar, chè aggio sospetto De ritornare a quella mala via Ove io son stato; e però, se ’l te piace, Dammi la chiave, e lasciarotti in pace.
Avea Morgana aperto il vestimento Dal dextro lato e dal sinistro ancora, Onde la chiave, che è tutta d’argento, Trasse di sotto a quel senza dimora, E disse: Cavallier de alto ardimento, Vanne alla porta e sì aconcio lavora, Che non se rompa quella serratura, Chè caderesti nella tomba oscura,
E teco insieme tutti e cavallieri, Sì che seresti in eterno perduto, Chè trarti quindi non serìa mestieri, Nè l’arte mia varrebbe, on altro aiuto. Per questo intrato è il conte in gran pensieri, Da poi che per ragione avea veduto Che mal se trova alcun sotto la luna, Che adopri ben la chiave di Fortuna.
Tenendo al zuffo tuttavia Morgana, Verso al giardino al fin se fu invïato, E, traversando la campagna piana, A quella porta fu presto arivato. Con poco impaccio la serraglia strana Aperse, come piacque a Dio beato, Perchè qualunche ha seco la Ventura, Volta la chiave a ponto per misura.
Già Brandimarte e il sir de Montealbano E tutti gli altri che fôr presi al ponte, Avean veduto Orlando di lontano, Che tenea presa quella fata in fronte; Onde ogni saracino e cristïano Ringraziava il suo dio con le man gionte. Or ciascadun de uscir ben si conforta, Sentendo già la chiave nella porta.
Da poi che aperto fu il ricco portello, Tutta la gente uscitte al verde prato. Il conte adimandò del damigello Quale era tanto da Morgana amato, E vide il giovanetto bianco e bello; Nel viso colorito e delicato, Ne gli atti e nel parlar dolce e iocondo, E fo il suo nome Zilïante il biondo.
Costui rimase dentro lagrimando, Veggendo tutti gli altri indi partire, E ben che ne dolesse al conte Orlando, Pur sua promessa volse mantenire; Ma ancor tempo sarà che sospirando Se converrà di tal cosa pentire, E forza li serà tornare ancora, Per trar del loco il giovanetto fuora.
Ivi il lasciarno, e gli altri tutti quanti Uscirno del giardino alla ventura; Facea quel bel garzone estremi pianti, E biastemava sua disaventura. Ora alla porta che io dissi davanti, Che ritornava nella tomba scura, Intrarno tutti, e ’l conte andava prima; Montâr la scala e presto fôrno in cima.
E dentro a l’altra porta eran passati, Ove sta ne la piazza il gran tesoro: Quel re che siede e gli altri fabricati De robini e diamanti e perle et oro. Tutti color che furno impregionati Miravan con stupore il gran lavoro; Ma non ardisce alcun porve la mano Temendo incanto o qualche caso istrano.
Ranaldo, che non scia che sia dotanza, Prese una sedia, che è tutta d’ôr fino, Dicendo: Questa io vo’ portare in Franza, Chè io non feci giamai più bel bottino. A’ miei soldati io donarò prestanza, Poi non affido amico, nè vicino, O prete, o mercatante, o messaggero; Qualunche io trova, io manderò legiero.
Il conte li dicea che era viltate A girne carco a guisa de somiero. Disse Ranaldo: E’ mi ricordo un frate Che predicava, et era suo mestiero Contar della astinenza la bontate, Mostrandola a parole de legiero; Ma egli era sì panzuto e tanto grasso, Che a gran fatica potea trare il passo,
E tu fai nel presente più nè meno, E drittamente sei quel fratacchione, Che lodava il degiuno a corpo pieno, E sol ne l’oche avea devozïone. Carlo ti donò sempre senza freno, E datti il Papa gran provisïone, Et hai tante castelle e ville tante, E sei conte di Brava e sir de Anglante.
Io tengo, poverello! un monte apena, Chè altro al mondo non ho che Montealbano, Onde ben spesso non trovo che cena, S’io non descendo a guadagnarlo al piano; Quando ventura [o] qual cosa mi mena, Et io me aiuto con ciascuna mano, Perch’io mi stimo che ’l non sia vergogna Pigliar la robba, quando la bisogna.
Così parlando gionsero al portone, Che era la uscita fuor di quella piazza; Quivi un gran vento dètte al fio de Amone Dritto nel petto e per mezo la faccia, E dietro il pinse a gran confusïone, Longi alla porta più de vinte braccia. Quel vento agli altri non tocca nïente, E sol Ranaldo è quel che il fiato sente.
Lui salta in piede e pur torna a la porta, Ma come gionto fu sopra alla soglia, Di novo il vento adietro lo riporta, Soffiandolo da sè come una foglia. Ciascun de gli altri assai si disconforta, E sopra a tutti Orlando avea gran doglia, Però che de Ranaldo temea forte Che ivi non resti, o riceva la morte.
Il fio de Amone senza altro spavento Pone giù l’oro e ritorna alla uscita; Passa per mezo, e più non soffia il vento, E via poteva andare alla polita. Ma lui portar quello oro avea talento, Per dar le paghe a sua brigata ardita; Benchè più volte sia provato in vano, Pur vôl portarlo in tutto a Montealbano.
Ma, poi che indarno assai fu riprovato, Nè carco puote uscir di quella tomba, Trasse la sedia contra di quel fiato, Che dalla porta a gran furia rimbomba. La sedia d’ôr, di cui sopra ho parlato, Sembrava un sasso uscito de una fromba, Benchè è seicento libbre, o poco manco: Cotanta forza avea quel baron franco.
Trasse la sedia, come io ve ragiono, Credendola gettar del porton fore, Ma il vento furïoso in abandono La spense adietro con molto rumore. Gli altri a Ranaldo tutti intorno sono, E ciascadun lo prega per suo amore Ch’egli esca for con essi di pregione, Lasciando l’oro e quella fatasone.
Sì che alla fine abandonò la impresa, E con questi altri de la porta usciva. Era la strata un gran miglio distesa, Sin che alla scala del petron se ariva, Et è trea miglia la malvaggia ascesa. Sempre montando per la pietra viva, E con gran pena, uscirno al cel sereno, In mezo a un prato de cipressi pieno.
Ciascun cognobbe incontinente il prato E gli cipressi e ’l ponte e la riviera Ove stava Aridano il disperato; Ma quivi nel presente più non era, Anzi è nel fondo, de un colpo tagliato Da cima al capo insino alla ventrera, E più non tornarà suso in eterno: Là giuso è il corpo, e l’anima allo inferno.
Quivi eran l’armi de ciascun barone Ne’ verdi rami d’intorno distese. Roverse le avea poste quel fellone, Per far la lor vergogna più palese; Ranaldo incontinente e poi Dudone, E insieme ogniom de gli altri le sue prese, E tutti quanti se furno guarniti De’ loro arnesi e’ cavallieri arditi.
Tutti quei gran baroni e re pagani, Che fôrno presi all’incantato ponte, Ne andarno chi vicini e chi lontani, Ma prima molto ringraziarno il conte; E sol restarno quivi e’ Cristïani, Ove Dudone con parole pronte Ezpose che Agramante e sua possanza Eran guarniti per passare in Franza.
E come lui, mandato da Carlone, Avea cercate diverse contrate Per ritrovar lor duo franche persone, Che eran il fior de corte e la bontate, E per condurle, come era ragione, Alla diffesa de Cristianitate. Ciò de Ranaldo diceva e de Orlando, Et a lor proprio lo venìa contando.
Ranaldo incontinente se dispose Senza altra indugia in Francia ritornare. Il conte a quel parlar nulla rispose, Ma stette un pezzo tacito a pensare, Chè il core ardente e le voglie amorose Nol lasciavan sè stesso governare; L’amor, l’onore, il debito e ’l diletto Facean battaglia dentro dal suo petto.
Ben lo stringeva il debito e l’onore De ritrovarse alla reale impresa; E tanto più ch’egli era senatore E campïon della Romana Chiesa. Ma quel che vince ogni omo, io dico Amore, Gli avea di tal furor l’anima accesa, Che stimava ogni cosa una vil fronda, Fuor che vedere Angelica la bionda.
Nè dir sapria che scusa ritrovasse, Ma da’ compagni si fu dispartito; E non stimar che Brandimarte il lasse, Tanto l’amava quel barone ardito. Or di lor duo convien che oltra mi passe, Perch’io vo’ ricontare a qual partito Ranaldo ritornasse a Montealbano: Lunga è la istoria, et il camin lontano.
E prima cercarà molte contrate, Strane aventure e diversi paesi; Ma il tutto contaremo in brevitate E con tal modo che seremo intesi; E mostraremo il pregio e la bontate De Iroldo e de Prasildo, e duo’ cortesi, La possa de Dudone, il baron saldo, Che tutti son compagni di Ranaldo.
Erano a piedi quei quattro baroni, De piastre e maglia tutti quanti armati, (Perduti aveano al ponte e lor ronzoni, Quando nel lago fôrno trabuccati), Onde ridendo e con dolci sermoni Tra lor scherzando, se fôrno invïati, E la fatica de la lunga via Minor li pare essendo in compagnia.
Et era già passato il quinto giorno Poi che lasciarno quel loco incantato, Quando da lunge odîr suonare un corno Sopra ad un castello alto e ben murato. Nel monte era il castello, e poi d’intorno Avea gran piano, e tutto era de un prato; Intorno al prato un bel fiume circonda: Mai non se vidde cosa più ioconda.
L’acqua era chiara a meraviglia e bella, Ma non si può vargar, tanto è corrente. A l’altra ripa stava una dongiella Vestita a bianco e con faccia ridente; Sopra a la poppa d’una navicella Diceva: O cavallieri, o bella gente, Se vi piace passare, entrati in barca, Però che altrove il fiume non si varca.
E’ cavallier, che avean molto desire Di passare oltra e prender suo vïaggio, La ringraziarno di tal proferire, E travargarno il fiume a quel passaggio. Disse la dama nel lor dipartire: Da l’altro lato si paga il pedaggio, Nè mai de quindi uscir se può, se prima A quella rocca non saliti in cima.
Perchè questa acqua che qua giù discende Vien da due fonte da quel poggio altano, E da l’un lato a l’altro se distende, Tanto che cinge intorno questo piano; Sì che uscir non si può chi non ascende A far prima ragion col castellano, Ove bisogna avere ardita fronte: Eccovi lui, che fuora esce del ponte.
Così dicendo li mostrava a dito Una gran gente che del ponte usciva. Alcun de’ nostri non fo sbigotito; La gente armata sopra al piano ariva. Ranaldo è avanti, il cavalliero ardito, E ben ciascun de gli altri lo seguiva; Con le spade impugnate e’ scudi in braccio, Ben se apprestarno uscir de tal impaccio.
Era tra quella gente un bel vecchione, Che a tutti gli altri ne venìa davante, Senza arme in dosso, sopra a un gran ronzone. Costui con voce queta e bon sembiante Disse: Sappiati voi, gentil persone, Che questa è terra del re Manodante, Ove ora entrasti, e non potresti uscire Se non volesti un giorno a lui servire.
E quel servigio è di cotal manera Quale io vi contarò, se me ascoltati. Ove discende al mar questa rivera Son duo castelli a un ponte edificati; Ivi dimora una persona fiera, Che molti cavallieri ha dissipati: Balisardo se appella quel gigante, Malvaggio, incantatore e negromante.
Re Manodante lo voria pregione, Perchè al suo regno ha fatto assai dannaggio, Et ha ordinato che ciascun barone Che varca al passo di quel bel rivaggio, Promette stare un giorno al parangone, Sin che sia preso o prenda quel malvaggio; Onde anco a voi là giuso convien gire, O in questo prato di fame morire.
Disse Ranaldo: Là vogliamo andare, Nè andiamo cercando altro che battaglia; Et io questo gigante vo’ pigliare, E manco il stimo che un fascio de paglia; E incanti incanta pur, se sa incantare, Chè non trovarà verso che li vaglia. Or facce pur guidar via senza tardo, Sì che io me azuffi a questo Balisardo.
Il castellano senza altra risposta Chiamò la dama de bianco vestita, Et a lei disse: Fa che senza sosta Tu porti al ponte questa gente ardita. Ella ben presto alla ripa s’accosta, E sorridendo quei baroni invita Ad entrar ne la nave picciolina: Lor saltâr dentro, e lei gioso camina.
Giù per quella acqua come una saetta Fo giù la barca dal fiume portata, Di qua di là girando la isoletta, Pur se piegarno al mar l’ultima fiata, Là dove del gran ponte ebber vedetta, Che avea tra due castelle alta murata, E sopra a l’arco di quella gran foce Sta Balisardo, saracin feroce.
Proprio un fuste de torre a mezo il ponte Sembrava quel pagan di cui ragiono, Barbuto in faccia e crudo nella fronte; Il crido de sua voce parea un trono. Convien che altrove il tutto ve raconte, Chè al presente al fin del canto sono; Ne l’altro contarò tal meraviglia, Che altra nel mondo a quella non somiglia.