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ORLANDO
INNAMORATO

Libro II · Canto XII

Lo scambio dei nomi

Per salvare Orlando, Brandimarte si fa passare per lui davanti al re Manodante. Tutto fila liscio, finché non arriva Astolfo.

In breve

Origille, innamorata di Grifone, rivela al re Manodante il piano segreto di Orlando, e in cambio ottiene la liberazione di Grifone e Aquilante, con cui fugge. Il re fa addormentare Orlando e Brandimarte con un sonnifero e li fa chiudere in fondo a una torre. Lì Orlando converte Brandimarte alla fede cristiana, e Brandimarte, per salvarlo, si presenta al re al suo posto. Manodante, convinto di avere davanti Orlando, accetta la sua proposta: il compagno, cioè il vero Orlando, avrà un mese di tempo per liberare Ziliante dalla fata Morgana.

Mentre la città fa festa, Astolfo, prigioniero, chiede di vedere Orlando. Per non farsi scoprire, Brandimarte racconta al re che Astolfo è un buffone che impazzisce quando la luna cala; ma Astolfo, infuriato, lo smaschera. Brandimarte confessa e viene incatenato in una torre, condannato a morte. Intanto Orlando, arrivato al lago di Morgana, vede una dama portare in fondo all'acqua un drago morto, mentre un'altra lo chiama per nome e gli chiede aiuto.

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Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.

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Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

Origille conosceva il piano segreto di Orlando, e lo tradì. Andò dal re Manodante e gli raccontò tutto. In cambio ottenne la libertà per Grifone, il cavaliere che amava, e per il suo compagno Aquilante. Poi partì con loro nella notte.

Il re temeva la forza di Orlando e preferì non combattere. A cena fece mettere nel vino di Orlando e Brandimarte una pozione che faceva dormire come sassi. Quando i due si svegliarono, erano legati in fondo a una torre.

Orlando cominciò a pregare con tutte le sue forze. Brandimarte era saraceno e di religione non sapeva quasi niente. Allora Orlando gli raccontò la sua fede, e Brandimarte decise di diventare cristiano come lui.

Poi Brandimarte ebbe un'idea coraggiosa. «Qui nessuno ci conosce. Io dirò di essere Orlando, e tu sarai Brandimarte. Così forse lasceranno andare te.» Orlando non voleva, ma Brandimarte insistette. E quando le guardie chiesero chi fosse Orlando, rispose subito lui.

Re Manodante non era cattivo. Quasi piangendo, spiegò che doveva consegnare Orlando alla fata Morgana, per riavere suo figlio Ziliante. Il finto Orlando propose un patto: lui sarebbe rimasto in prigione, e il suo compagno avrebbe avuto un mese per liberare Ziliante. Il re accettò, e il vero Orlando partì per il lago di Morgana.

In città si fece festa, con trombe e tamburi. Anche Astolfo, chiuso in prigione, sentì la notizia: Orlando era lì! Chiese subito di vederlo. Brandimarte si spaventò, perché Astolfo l'avrebbe scoperto. Così disse al re: «Astolfo? È un buffone un po' matto. Quando la luna cala, perde la testa e non riconosce più nessuno.»

Quando Astolfo seppe che lo chiamavano buffone, andò su tutte le furie. Arrivò a corte gridando: «Dov'è quel poltrone di Orlando?» Il re lo fece legare, convinto che fosse matto davvero. «Ma Orlando ce l'hai davanti!» gli disse. Astolfo guardò a destra, a sinistra, davanti e dietro. «Qui conosco soltanto Brandimarte!»

Il re guardò Brandimarte, e la sua faccia spaventata disse tutto. Brandimarte confessò: aveva fatto ogni cosa per salvare Orlando. Il re era disperato, la festa diventò pianto, e Brandimarte fu incatenato in una torre. Astolfo capì troppo tardi di aver parlato troppo. Ora Brandimarte sembrava perduto.

Intanto Orlando era arrivato al lago di Morgana, e vide una cosa stranissima. Una dama prese in braccio un drago morto, salì su una barchetta e sprofondò con lui in mezzo al lago. Subito dopo arrivò un'altra dama, che lo chiamò per nome: «Orlando, per fortuna vi ho trovato! Aiutatemi!» Chi sarà? E Orlando farà in tempo a salvare il suo amico? Seguiamolo nel prossimo canto.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

Amore e battaglia ott. 1–4

Il poeta chiede aiuto alla stella dell'amore, che governa il terzo cielo, e al quinto pianeta, quello rosso che compie il suo giro in due anni: canta d'amore e di battaglia, cose da giovani, nemiche del riposo. Ma oggi, dice, delle armi è meglio parlare che portarle addosso, perché quell'arte onorata è finita in mano a gente villana. E neppure l'amore è più lodato, perché fa vivere tra pene e pensieri vani, senza un giorno di gioia, e nelle donne si trova poca costanza.

Poi si corregge: «Fanciulle, non badate a queste parole dette per dispetto. Le donne non sono tutte uguali: c'è la leale e c'è la falsa. Per amore di quella che tiene in pegno il mio cuore chiedo scusa a tutte le altre: parlavo solo di certe donne dei tempi antichi.»

Il tradimento di Origille ott. 5–9

Come Origille, la traditrice. Pur di avere tutto per sé Grifone, di cui è innamorata da morire, va dal re Manodante e gli rivela tutto il piano segreto con cui Orlando vuole liberare i baroni prigionieri. Quando sa che Orlando è lì, il re è felicissimo: gli sembra già di riavere il figlio. Ma poi, pensando alla forza e al coraggio del cavaliere, capisce che catturarlo non sarà facile.

Come aveva promesso, consegna Grifone alla dama; ma Grifone non vuole uscire di prigione senza Aquilante. Il re libera anche lui, a una condizione: che tutti e tre lascino subito il regno. Così partono nella notte buia, e del loro viaggio il poeta racconterà più avanti.

Manodante, intanto, per paura del valore di Orlando, vuole prenderlo senza combattere. Fa preparare un sonnifero che fa dormire come morti, e lo fa mescolare al vino che Orlando e Brandimarte bevono a cena senza sospetti. Di notte i due vengono presi nel letto e portati via per i piedi e per le mani, senza svegliarsi fino al mattino.

In fondo alla torre ott. 10–13

Al risveglio si ritrovano legati in fondo a una torre, e capiscono che quella ragazza li ha traditi. «O re del cielo, o Vergine regina, non abbandonatemi!» prega Orlando, e invoca tutti i santi del cielo, e anche qualcuno in più. A ogni immagine sacra che ricorda di aver visto, a Roma, in Francia o altrove, fa voto di digiunare o di fare penitenza, e recita tutte le preghiere e i salmi che conosce.

Brandimarte lo ascolta. È un saraceno, ma di religione non sa quasi niente, perché fin da piccolo è stato abituato solo a cavalcare e a portare le armi; e sentendo Orlando che si raccomanda a Dio con tutte le sue forze, gli chiede che cosa stia dicendo. Allora il conte, anche in mezzo a quella pena, per salvargli l'anima gli racconta prima l'Antico Testamento, poi perché Dio ha voluto cambiarlo, e infine tutto il Nuovo. E Dio lo aiuta tanto che Brandimarte abbraccia la sua stessa fede e crede come lui.

Uno scambio di nomi ott. 14–19

Lì non può essere battezzato, ma la sua fede è sincera. Dopo averci pensato un po', dice al conte: «Tu hai voluto salvare la mia anima, e io voglio salvare la tua vita, dovessi anche morire qui. Ci hanno presi solo per te, perché i saraceni ti temono e sei l'unica difesa della Cristianità. Ma qui nessuno ci conosce: se io prendo il tuo nome e tu il mio, forse lasceranno andare te e terranno me. Io dirò sempre di essere Orlando, e tu ricordati di essere Brandimarte, e attento a non sbagliare. Se esci, cerca di tirarmi fuori; e se muoio quaggiù, prega per la mia anima.»

Il conte gli risponde commosso: «Dio non voglia! Ogni cristiano spera nel re del cielo e nella sua Madre pietosa: ci tireranno fuori dai guai, ma senza di te io non uscirò mai. Se uscissi tu, invece, ne sarei contento, purché tu mi prometta di non abbandonare mai la fede che hai abbracciato, né per preghiere, né per minacce, né per paura. La nostra vita è polvere al vento: non vale la pena dannarsi l'anima per salvarla o allungarla di poco.»

«Ho sentito dire spesso» ribatte Brandimarte, «che chi si fa pregare troppo perde la ricompensa del favore. Ti prego, per Dio, fai come ti ho detto; e se non lo fai, ti prometto che torno a Maometto!»

Il finto Orlando davanti al re ott. 20–25

Orlando non risponde, né sì né no. Ed ecco entrare gente armata di ronconi; il capo delle guardie grida: «Chi di voi è Orlando venga avanti, perché deve essere portato a Manodante.» Brandimarte risponde subito, mentre il conte tace e sospira in disparte. Le guardie lo portano davanti al re così com'è, legato.

Manodante, che è un uomo buono, gli parla con gentilezza: «La cattiva sorte mi costringe a essere scortese. So che sei cristiano e nemico della nostra fede, ma conosco il tuo valore, e mi dispiace molto non poterti onorare. Ma l'amore per mio figlio è più forte. Di due figli, il destino me ne ha lasciato uno solo, e ha diciotto anni esatti: Morgana, la fata del Tesoro, lo tiene prigioniero in un lago.

Lei ti perseguita dappertutto, perché a quanto pare tu hai disprezzato il suo cervo dalle corna d'oro e hai rovinato le sue avventure e i suoi incantesimi: te ne ricorderai. Per questo stanotte ti ho fatto prendere: voglio mandarti da lei in cambio di mio figlio. Arrossisco di vergogna, perché so che meriteresti onore, ma non vedo altro modo per salvarlo.» E finisce di parlare a testa bassa, quasi piangendo.

Un mese di tempo ott. 26–31

«Ti servirò e ti obbedirò sempre, anche se fossi a mille miglia da qui» risponde Brandimarte. «Ora sono tuo prigioniero, e puoi fare di me ciò che vuoi. Ma se tuo figlio si può salvare in un altro modo, non mandarmi a quella pena. Dammi un mese di tempo, e libera subito il compagno preso con me: io resterò in prigione al suo posto. Lui è già stato in quel luogo. Se in questo mese tuo figlio non ti verrà restituito sano e salvo, impiccami pure. Lo giuro sulla mia fede: lui andrà e tornerà.»

Brandimarte sa parlare bene, e alla fine il vecchio re si lascia convincere, anche se aspettare un mese per rivedere il figlio gli sembra un anno. Brandimarte lo ringrazia in ginocchio e torna in prigione, da dove esce il conte Orlando. Nessuno saprebbe dire le parole affettuose che i due compagni si scambiano piangendo al momento di separarsi.

Orlando sa bene che il patto lo obbliga a tornare entro un mese. Si imbarca su una nave e in pochi giorni arriva a terra; poi cammina lungo la spiaggia, sulla sabbia, finché arriva al luogo di Morgana.

Festa per Ziliante ott. 32–36

Che cosa farà lì, il poeta lo racconterà più avanti. Intanto la gente di Manodante fa festa, e c'è chi promette a Macone pecore, buoi, incenso e argento, se gli farà vedere il giorno in cui Ziliante tornerà a casa. Per la gioia, le torri della città sono illuminate e da ogni tetto suonano trombe, corni e tamburi, come se il mondo bruciasse e il cielo crollasse.

Astolfo, figlio del re Ottone, è prigioniero con molti altri in fondo a un torrione, e sente tutto quel baccano. Chiede alla guardia che cosa succede. «Fra un mese sarete liberi» gli risponde quello. «Il nostro re non ha più bisogno di catturare cavalieri, perché a corte ha preso uno che si chiama Orlando, famoso in tutto il mondo: lo darà in cambio di suo figlio, che è un giglio di bellezza. È vero che ha lasciato andare un cavaliere pagano, suo grande amico, che ha promesso di tornare entro un mese con Ziliante, anche se io a quella promessa non credo per niente. Ma il re riavrà comunque il figlio dando Orlando in cambio.»

Il buffone inglese ott. 37–42

Astolfo cambia faccia, sentendo che anche il conte è finito lì. Prega la guardia: «Fratello, per Macone, porta un messaggio al re: mi faccia la cortesia di farmi vedere Orlando, che è del mio paese.» Astolfo piace a tutti, e il messaggio arriva subito al re.

Brandimarte, intanto, sulla parola, è stato messo in una stanza, disarmato e sorvegliato giorno e notte. Il re va da lui e gli chiede chi sia questo Astolfo. Brandimarte si turba e non risponde: capisce che presto sarà scoperto, e si sente perduto.

Alla fine, per non destare sospetti, dice: «Ci stavo pensando, ma non mi viene in mente nessun Astolfo, se non un giovanotto che ho visto in Francia, a corte, che mi pare si chiamasse così. Lo chiamavano il buffone inglese, perché era matto. È alto, biondo, di bell'aspetto, con la faccia bianca e gli occhi scuri; ma ha un gran difetto nel cervello: ogni volta che la luna cala diventa furioso, non riconosce più nessuno e non sa più scherzare, e tutti scappano da lui come dal fuoco.»

«È proprio lui!» dice Manodante. «Voglio sentire le sue buffonate.» E manda un servitore a prenderlo.

«Dov'è quel poltrone di Orlando?» ott. 43–49

Il servitore dice ad Astolfo che il re sarà felice di vederlo, visto che è un buffone e un giullare, come gli ha raccontato Orlando, il cavaliere del suo paese. Astolfo va su tutte le furie e si avvia verso la corte gridando per tutta la strada: «Dov'è quel poltrone di Orlando? Dov'è quella bestia che parla di me a vanvera? Pagherei mille once d'oro per un bastone con cui dare una lezione a quel mascalzone!»

Il re e Brandimarte lo sentono da lontano, da un balcone. Brandimarte, contento, dice al re: «Per Dio, lasciamolo perdere, perché ci tormenterà tutti: da un matto non si guadagna niente. Adesso è completamente fuori di sé: è la luna che cala. Io lo conosco, guai a chi gli sta vicino!» «Allora legatelo bene prima di portarlo qui» ordina il re. Astolfo sta già salendo di corsa le scale, e nella sala tutti gridano: «Legate il matto! Lo comanda il re!»

Quando si vede legare e trattare da lunatico, Astolfo, che non è uno sprovveduto, frena un po' la rabbia. «Sei proprio scortese con questo cavaliere del tuo paese» gli dice il re, «anche se lui è di Brava e tu sei inglese.» Astolfo si guarda intorno: «Ma dov'è quel guercio, che osa chiamarmi buffone e non ha nemmeno un terzo del mio rango? Non lo prenderei neppure come stalliere per il mio cavallo; anche se credo che scherzi, perché sa bene che lo tratto come un mio vassallo. Dove sei, guercio d'un furfante? Ti darò una lezione!»

«Che disgraziato!» dice il re. «Ce l'hai davanti e non lo vedi.» Astolfo guarda tutti dalla testa ai piedi, a destra, a sinistra, davanti e dietro: «Se qualcuno non l'ha nascosto sotto il mantello, qui di certo non c'è.»

Scoperto! ott. 50–58

«Fra tutta questa gente» aggiunge Astolfo, «conosco soltanto questo Brandimarte.» «Quale Brandimarte?» esclama Manodante. «Dio mi aiuti! Non è Orlando quello che hai davanti? Sei proprio impazzito.» Brandimarte, un po' spaventato, fa buon viso e dice al re: «Non ti ricordi? Quando la luna cala perde il senno, te l'ho detto poco fa.» E Astolfo si mette a gridare: «Ah, cane rinnegato e maledetto! Ti darò un calcio così forte che la scarpa ti resterà nella pancia!»

«Tenetelo stretto, perché il male peggiora» dice il re. E Astolfo si infuria sempre di più: minaccia di buttare giù il tetto e di mettere a ferro e fuoco tutto il paese dei pagani, per cinquecento miglia intorno. Il re ordina di portarlo via. Ma quando si vede trascinare fuori, trattato da pazzo, Astolfo si calma e, non avendo altra via d'uscita, prega il re a bassa voce di non mandarlo via: gli dimostrerà che è stato ingannato. Faccia venire dalla prigione Rinaldo, o il giovane Dudone, e saprà la verità; e se lui mente, è pronto a morire: quello è Brandimarte, non Orlando.

Il re, temendo di essere preso in giro, guarda Brandimarte, e la sua faccia spaventata lo fa dubitare ancora di più. Brandimarte, messo alle strette, non può più negare: confessa di aver fatto tutto per salvare Orlando dalla morte.

Il re, disperato, si strappa il mantello e la barba bianca, perché ha perso la speranza di riavere il figlio che ama tanto. In città la festa si trasforma in pianto, e tutti gridano, fuori di sé, che Brandimarte sia squartato vivo. Lo prendono con furia e lo chiudono in una torre, incatenato dalla testa ai piedi, dove si mette solo chi è già considerato morto: se Dio non lo aiuta, Brandimarte è condannato.

Quando Astolfo capisce come stavano le cose, se ne dispiace moltissimo e vorrebbe aiutarlo in tutti i modi; ma il suo aiuto arriva tardi, come succede a chi chiacchiera più del dovuto. Per le sue parole e la sua poca saggezza, quel gentile cavaliere è perduto.

La dama del drago ott. 59–62

Il poeta lascia questa storia e torna al conte, arrivato al passo di Morgana, dove ci sono il lago e il ponte sul fiume. Orlando si guarda intorno: Aridano non c'è più. Vede invece un drago morto e, sulla riva, una dama dal viso bianco e rosso che lo piange, come se avesse perduto il suo innamorato. Il conte si ferma stupito. Ed ecco una cosa stranissima: la dama prende in braccio il drago morto, sale su una barchetta, si lascia portare dalla corrente e, in mezzo al lago, sprofonda.

Orlando muore dalla voglia di capire quell'avventura, quando arriva di traverso un'altra dama, su un palafreno, accompagnata da un solo servitore. Appena lo vede, lo chiama per nome: «Orlando mio, senza paura, Dio ha voluto che vi trovassi qui, perché mi aiutiate!»

«La storia di questa dama, e di quella del drago sprofondata nel lago, ve la racconterò se tornerete un altro giorno» conclude il poeta. «Ora mi fermo, perché sono arrivato alla fine del canto.»

Parole difficili

  • terzo cel ott. 1: il terzo cielo, quello di Venere, la stella dell'amore, secondo l'astronomia antica.
  • quinto splendor ott. 1: il pianeta Marte, rosso, legato alla guerra.
  • ancoi ott. 2: oggi.
  • beveraggio ott. 8: bevanda, pozione.
  • grosso ott. 12: ignorante, rozzo.
  • Macometto ott. 19: Maometto.
  • guiderdone ott. 19: ricompensa.
  • ronconi ott. 20: armi con un lungo manico e una lama ricurva, simile a una roncola.
  • caporale ott. 20: capo di un gruppo di soldati.
  • sbiraglia ott. 21: sbirraglia, le guardie.
  • zambra ott. 38: camera, stanza.
  • valletto ott. 40: giovane servitore.
  • gioculare ott. 40: giullare, buffone.
  • zanza ott. 44: chiacchiera, parla a vanvera.
  • guerzo ott. 48: guercio, strabico.
  • palafreno ott. 61: cavallo da viaggio, tranquillo, usato soprattutto dalle dame.

Il testo di Boiardo

62 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Stella de amor, che ’l terzo cel governi, E tu, quinto splendor sì rubicondo, Che, girando in duo anni e’ cerchi eterni, De ogni pigrizia fai digiuno il mondo, Venga da’ corpi vostri alti e superni Grazia e virtute al mio cantar iocondo, Sì che lo influsso vostro ora mi vaglia, Poi ch’io canto de amor e di battaglia.

2

L’uno e l’altro esercizio è giovenile, Nemico di riposo, atto allo affanno; L’un e l’altro è mestier de omo gentile, Qual non rifuti la fatica, o il danno; E questo e quel fa l’animo virile, A benchè al dì de ancoi, se io non m’inganno, Per verità de l’arme dir vi posso Che meglio è il ragionar che averle in dosso,

3

Poi che quella arte degna et onorata Al nostro tempo è gionta tra villani; Nè l’opra più de amore anco è lodata, Poscia che in tanti affanni e pensier vani, Senza aver de diletto una giornata, Si pasce di bel viso e guardi umani, Come sa dir chi n’ha fatto la prova, Poca fermezza in donna se ritrova.

4

Deh! non guardate, damigelle, al sdegno, Che altrui fa ragionar come gli piace; Non son tutte le dame poste a un segno, Però che una è leal, l’altra fallace; Et io, per quella che ha il mio core in pegno, Cheggio mercede a tutte l’altre e pace; E ciò che sopra ne’ miei versi dico, Per quelle intendo sol dal tempo antico:

5

Come Origilla, quella traditrice, Qual per aver Grifone in sua balìa (Chè il cor gli ardea d’amor ne la radice), A Manodante andò, la dama ria; E ciò che Orlando a lei secreto dice Per trar fuor quei baron de pregionia, E le cose ordinate tutte quante, Lei le rivela e dice a Manodante.

6

Quando il re intese che quivi era Orlando, Nella sua vita mai fu più contento. Se stesso per letizia dimenando, Già parli avere il figlio a suo talento; Ma poi nella sua mente anco pensando Del cavallier la forza e lo ardimento, Comprende bene e già veder gli pare Che nel pigliarlo assai serà che fare.

7

Alla donzella fece dar Grifone, Sì come a lei promesso avea davante, Ma lui non volse uscir mai de prigione, Se seco non lasciava anco Aquilante; E fu lasciato a tal condizïone, Che loro et Origilla in quello istante Si dipartin dal regno alora alora, Senza più fare in quel loco dimora.

8

Così lor se partirno a notte oscura: Ancor vi contarò del suo vïaggio. Or torno a Manodante, che ha gran cura D’aver quel cavallier senza dannaggio, Perchè di sua prodezza avea paura; Onde fece ordinare un beveraggio, Che dato a l’omo subito adormenta Sì come morto, e par che nulla senta.

9

A quei baron, che non avean sospetto, Fu meschiato nel vino a bere a cena, E poi la notte fôr presi nel letto E via condotti, nè il sentirno a pena; Però che ’l beveraggio che io vi ho detto, Sì gli avea tolto del sentir la lena, Che fôr portati per piedi e per mane, Nè mai svegliarno insino alla dimane.

10

Quando se avidder poi quella matina In un fondo di torre esser legati, Ben se avisarno che quella fantina Li avea traditi, essendosi fidati. — O re del celo, o Vergine regina, Diceva il conte — non me abandonati! Chiamando tutti e’ Santi ch’egli adora, Quanti n’ha il celo e poi degli altri ancora.

11

E come se amentava de pittura A Roma, in Francia, o per altra provenzia, A quella facea voto, per paura, De digiunare, o de altra penitenzia. Esso avea a mente tutta la Scrittura, De orazïon e salmi ogni scïenzia; Ciò che sapea, diceva a quella volta, E Brandimarte sempre mai l’ascolta.

12

Era quel Brandimarte saracino, Ma de ogni legge male instrutto e grosso, Però che fu adusato piccolino A cavalcare e portar l’arme in dosso; Onde, ascoltando adesso il paladino Che a Dio se aricomanda a più non posso, Chiamando ciascun Santo benedetto, Li adimandava quel che avesse detto.

13

E benchè il conte fosse in tal tormento, Pur, per salvar quella anima perduta, Prima narrògli il vecchio Testamento, E poi perchè Dio vol che quel se muta; Gli narrò tutto il novo a compimento, E tanto a quel parlare Idio l’aiuta, Che tornò Brandimarte alla sua Fede, E come Orlando drittamente crede.

14

Benchè lì non se possa battizare, Pur la credenza avea perfetta e bona, E poi che alquanto fu stato a pensare, Verso del conte in tal modo ragiona: Tu m’hai voluto l’anima salvare, Et io vorei salvar la tua persona, S’io ne dovessi ancor quivi morire; Or se ’l te piace, il modo pôi odire.

15

Tu dèi comprender così ben come io, Che per te solo è fatta questa presa, Perchè tra Saracini èi tanto rio, E de Cristianità sola diffesa. Ora, se io prendo il tuo nome e tu il mio, Non avendo altri questa cosa intesa, Nè essendo alcun di noi qua cognosciuto, Forse serai lasciato, io ritenuto.

16

Io dirò sempre mai ch’io sono Orlando, Tu de esser Brandimarte abbi la mente; Guârti che non errasti ragionando, Chè guastaresti il fatto incontinente. Ma, se esci fuore, a te mi racomando: Cerca di trarme del loco presente; E se io morissi al fondo dove io sono, Prega per l’alma mia tu che sei bono.

17

Quasi piangendo quel baron soprano In cotal modo il suo parlar finia. Allora il conte, che era tanto umano: Non piaccia a Dio, dicea, che questo sia! Speranza ha ciascadun ch’è cristïano, Nel re del celo e nella Matre pia; Lui ce trarà per sua mercè de guai, Ma senza te non uscirò giamai.

18

Ma se tu uscissi, io restaria contento, Pur che tu me prometta tutta fiata, Per preghi, nè minacce, nè spavento De non lasciar la fede che hai pigliata. La nostra vita è una polvere al vento, Nè se debbe stimar nè aver sì grata, Che per salvarla, on allungarla un poco, Si danni l’alma nello eterno foco.

19

Diceva Brandimarte: Alto barone, Già molte volte odito ho racontare Che del servigio perde il guiderdone Colui che for de modo fa pregare; Io ti cheggio, per Dio di passïone, Che quel che ho detto, tu lo vogli fare; E quando far nol vogli, io te prometto Ch’io tornarò di novo a Macometto.

20

Orlando non rispose a quei sermoni, Nè acconsentitte e non volse desdire. Eccoti gente armate de ronconi, Che alla pregion la porta fanno aprire. Diceva il caporale: O campïoni, Quale è Orlando di voi, debba venire; Quel che è desso, lo dica e venga avante, Chè appresentar conviense a Manodante.

21

Brandimarte rispose incontinente, Che apena non avea colui parlato; Il conte Orlando diceva nïente, Ma sospirando si stava da lato. Or tolse Brandimarte quella gente, E così proprio come era legato (Che far non può diffesa nè battaglia) Al re lo presentò quella sbiraglia.

22

Manodante era di natura umano, Però piacevolmente a parlar prese, Dicendo: Ria fortuna e caso istrano A mio dispetto mi fa discortese; E ben ch’io sappia che sei cristïano, Nemico a nostra legge di palese, Sapendo tua virtute e il tuo valore, Assai me incresce a non te fare onore.

23

Ma la natura mi strenge sì forte E la compassïon de un mio figliolo, Che, a dirti presto con parole corte, A te per lui convien portar il dolo. Crudel destino e la malvaggia sorte De duo mi avea lasciato questo solo; Dece et otto anni ha di ponto il garzone: Morgana entro ad un lago l’ha pregione.

24

Questa Morgana è fata del Tesoro; E perchè par che già tu dispregiasti Non so che cervo che ha le corne d’oro, E sue aventure e soi incanti li hai guasti, (Ti debbi ramentar questo lavoro, Onde ogni breve dir credo che basti), Per questo te persegue in ogni banda, E sol de averti a ciascadun dimanda.

25

Onde per fare il cambio di mio figlio In questa notte ti feci pigliare, E per trare esso di cotal periglio A quella fata ti voglio mandare; A benchè di vergogna io sia vermiglio, Pensando ch’io te fo mal capitare, Sapendo che tu merti onore e pregio; Ma altro rimedio al suo scampo non vegio.

26

Tenendo il re chinato a terra il viso Fece fine al suo dir, quasi piangendo. Rispose Brandimarte: Ogni tuo aviso Sempre servire et obedire intendo, Se mille miglia ancor fossi diviso Da questo regno; or tuo pregione essendo, Disponi a tuo volere et a tuo modo, Ch’io vo’ di te lodarme et or mi lodo.

27

Ma ben ti prego per summa mercede Che, potendo campare il tuo figliolo Per altra forma, come il mio cor crede, Che tu non me conduchi in tanto dolo. Or, se te piace, alquanto ascolta e vede: Termine da te voglio un mese solo, E che tu lasci l’altro compagnone, Et io starò tra tanto alla pregione,

28

Pur che il compagno che meco fo preso, Subitamente sia da te lasciato. Sopra alle forche voglio essere impeso, Se in questo tempo ch’io ho da te pigliato Non ti è il tuo figliol sano e salvo reso, Perchè in quel loco il cavalliero è stato. Sopra alla Fede mia questo ti giuro, Et andarane e tornarà securo.

29

Queste parole Brandimarte usava Et altre molte più, che qui non scrivo, Come colui che molto ben parlava, Et era in ogni cosa troppo attivo. Al fin quel vecchio re pur se piegava; A benchè fosse di quel figlio privo, E lo aspettare a rivederlo un mese Paresse uno anno, e’ pur l’accordio prese.

30

Brandimarte si pose ingenocchione, Il re di questo assai ringrazïando, E poi fu rimenato alla prigione, E tratto fuor di quella il conte Orlando. Or chi direbbe le dolci ragione Che ferno e’ due compagni lacrimando, Allor che il conte convenne partire? Quanto gli increbbe, non potrebbi io dire.

31

Sapean già il patto com’era fermato, Che al termine de un mese die’ tornare; Onde, avendo da lui preso combiato, Con una nave si pose per mare. In pochi giorni a terra fu portato, Poi per la ripa prese a caminare, Dietro a l’arena, per la strata piana, Tanto che gionse al loco di Morgana.

32

Quel che là fece, contarò da poi, Se la istoria ascoltati tutta quanta: Ora ritorno a Manodante e’ soi. Chi mena zoia, chi suona e chi canta; Chi promette a Macon pecore e boi, Chi darli incenso e chi argento si vanta, Se gli concede di veder quel giorno Che Zilïante a lor faccia ritorno.

33

Nome avea il giovanetto Zilïante, Come di sopra in molti lochi ho detto. A quelle feste che io dico cotante, Ne la cità per zoia e per diletto Accese eran le torre tutte quante De luminari; e su per ciascun tetto Suonavan trombe e corni e tamburini, Come il mondo arda e tutto il cel ruini.

34

Era là preso Astolfo del re Otone Con altri assai, sì come aveti odito, E benchè fosse al fondo de un torione, Pur quello alto rumore avea sentito, E de ciò dimandando la cagione A quel che per guardarli è stabilito, Colui rispose: Io vi so dir palese Che indi uscirete in termine de un mese.

35

E voglio dirvi il fatto tutto intiero, Perchè più non andati dimandando. Al nostro re non fa più de mistiero La presa de’ baroni andar cercando, Però che in corte è preso un cavalliero, Qual per il mondo è nominato Orlando; Or potrà aver per contracambio il figlio, Che è ben di nome e di bellezza un ziglio.

36

Ma bene è ver che un cavallier pagano, Qual mostra esser di lui perfetto amico, Lasciato fu dal nostro re soprano, E tornar debbe al termine ch’io dico, E menar Zilïante a mano a mano, Benchè io non stimo tal promessa un fico; Ma il re certo avrà il figlio a suo comando, Se in contraccambio là vi pone Orlando.

37

Astolfo se mutò tutto di faccia E più di core, odendo racontare Che il conte era pur gionto a quella traccia, E il guardïano alor prese a pregare, German, dicendo, per Macon ti piaccia Una ambasciata a l’alto re portare, Che sua corona in ciò mi sia cortese, Ch’io veda Orlando, che è di mio paese.

38

Sempre era Astolfo da ciascuno amato, Or non bisogna ch’io dica per che; Onde il messaggio subito fu andato, E l’ambasciata fece ben al re. Già Brandimarte prima era lasciato, Entro una zambra sopra a la sua fè, Ma disarmato; e sempre mai de intorno Stava gran guarda tutta notte e ’l giorno.

39

Il re ne viene a lui piacevolmente, E dimandò chi fosse Astolfo e donde; Turbosse Brandimarte ne la mente, E, pur pensando, al re nulla risponde, Perchè cognosce ben palesemente Che, come è giorno, indarno se nasconde, Onde sua vita tien strutta e diserta, Poi che la cosa al tutto è discoperta.

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Al fin, per più non far di sè sospetto, Disse: Io pensava e penso tuttavia S’io cognosco l’Astolfo de che hai detto, Nè me ritorna a mente, in fede mia, Se non ch’io vidi già in Francia un valletto, Qual pur mi par che cotal nome avia; Stavasi in corte per paccio palese, E nomato era il gioculare Anglese.

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Grande era e biondo e di gentile aspetto, Con bianca faccia e guardatura bruna; Ma egli avea nel cervello un gran diffetto, Perchè d’ognior che scemava la luna, Divenia rabbïoso e maledetto, E più non cognoscea persona alcuna, Nè alor sapea festar, nè menar gioco: Ciascun fuggia da lui come dal foco.

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— Lui proprio è questo, disse Manodante De sue piacevolezze io voglio odire. Così dicendo via mandava un fante, Che lo facesse alor quindi venire. Questo, giognendo ad Astolfo davante, Incontinenti gli cominciò a dire Sì come il re l’avrebbe molto caro, Poi che egli era buffone e giocularo,

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E come il cavallier del suo paese, Quale era Orlando, al re l’have contato. Astolfo de ira subito s’accese, E così come egli era infurïato, Col fante ver la corte il camin prese. Benchè da molti dreto era guardato, Lui non restava de venir cridando Per tutto sempre: Ove è il poltron de Orlando?

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Ov’è, diceva, ove è questo poltrone, Che de mi zanza, quella bestia vana? Mille onze d’oro avria caro un bastone Per castigar quel figlio de putana. Il re con Brandimarte ad un balcone Odîr la voce ancora assai lontana, Tanto cridava il duca Astolfo forte Di dare a Orlando col baston la morte.

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E Brandimarte alor molto contento Dicea al re: Per Dio, lasciànlo stare, Perchè ponerà tutti a rio tormento: Poco de un paccio si può guadagnare. Adesso in tutto è fuor di sentimento: Questo è la luna, che debbe scemare; Io scio com’egli è fatto, io l’ho provato: Tristo colui che se gli trova a lato!

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— Adunque sia legato molto bene, Diceva il re, dapoi qua venga in corte; Di sua pacìa non voglio portar pene. Eccoti Astolfo è già gionto alle porte, E per la scala su ratto ne viene. Ma nella sala ogniom cridava forte, Sergenti e cavallieri in ogni banda: Legate il paccio! Il re così comanda.

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Ma quando Astolfo se vidde legare, Et esser reputato per lunatico, Cominciò l’ira alquanto a rafrenare, Come colui che pure avea del pratico. Quando fu gionto, il re prese a parlare A lui, dicendo: Molto sei selvatico Con questo cavallier de tuo paese, Benchè lui sia di Brava, e tu sia Anglese.

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Astolfo alor, guardando ogni cantone, — Ma dove è lui, diceva, quel fel guerzo, Il qual ardisce a dir ch’io son buffone, Et egual del mio stato non ha il terzo? Nè lo torria per fante al mio ronzone, Abench’io creda ch’el dica da scherzo, Sapendo esso di certo e senza fallo Che di lui faccio come di vassallo.

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Ove sei tu, bastardo stralunato, Ch’io te vo’ castigar, non so se il credi? Il re diceva a lui: Che sventurato! Tu l’hai avante, e par che tu nol vedi. Alora Astolfo, guardando da lato E dietro e innanci ogniom da capo a piedi, Dicea da poi: Se alcun non l’ha coperto Di sotto al manto, e’ non è qua di certo.

50

E tra coteste gente, che son tante, Sol questo Brandimarte ho cognosciuto. Meravigliando dicea Manodante: Qual Brandimarte? Dio me doni aiuto! Or non è questo Orlando, che hai davante? Io credo che sei paccio divenuto. E Brandimarte alquanto sbigotito Pur fa bon volto con parlare ardito,

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Al re dicendo: Or non sai che al scemare Che fa la luna, il perde lo intelletto? Io credea che ’l dovesti ramentare, Perchè poco davante io l’avea detto. Alora Astolfo cominciò a cridare: Ahi renegato cane e maledetto! Un calcio ti darò di tal possanza, Che restarà la scarpa ne la panza.

52

Diceva il re: Tenitelo ben stretto, Però che ’l mal li cresce tutta via. Ora ad Astolfo pur crebbe il dispetto, E fu salito in tanta bizaria, Che minacciava a roïnar il tetto, E tutta disertar la Pagania, E cinquecento miglia intorno intorno Menare a foco e a fiamma in un sol giorno.

53

Comandò il re che via fosse condutto; Ma quando lui se vidde indi menare Et esser reputato paccio al tutto, Cominciò pianamente a ragionare. Dapoi che non aveva altro redutto, Con voce bassa il re prese a pregare Che ancor non fusse de quindi menato, E mostrarebbe a lui che era ingannato;

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Però che, se mandava alla pregione, E facesse Ranaldo qua venire, O veramente il giovane Dudone, Da lor la verità potrebbe odire; E che lui volea stare al parangone, E se mentisse, voleva morire, Et esser strascinato a suo comando, Chè questo è Brandimarte, e non Orlando.

55

Il re, pur dubitando esser schernito, Cominciò Brandimarte a riguardare, Il quale, in viso tutto sbigotito, Lo fece maggiormente dubitare. Il cavallier, condutto a tal partito Che non potea la cosa più negare, Confessa per se stesso aver ciò fatto, Acciò che Orlando sia da morte tratto.

56

Il re di doglia si straziava il manto E via pelava sua barba canuta, Per il suo figlio ch’egli amava tanto; De averlo è la speranza ormai perduta. Ne la cità non se ode altro che pianto, E la allegrezza in gran dolor se muta; Crida ciascun, come di senno privo, Che Brandimarte sia squartato vivo.

57

Fu preso a furia e posto entro una torre, Da piedi al capo tutto incatenato; In quella non se suole alcun mai porre Che sia per vivo al mondo reputato. Se Dio per sua pietate non soccorre, A morir Brandimarte è iudicato. Astolfo, quando intese il conveniente Come era stato, assai ne fu dolente.

58

E volentier gli avria donato aiuto De fatti e de parole a suo potere, Ma quel soccorso tardo era venuto, Sì come fa chi zanza oltra al dovere. Quel gentil cavalliero ora è perduto Per sue parole e suo poco sapere; Or qui la istoria de costor vi lasso, E torno al conte, ch’è gionto a quel passo:

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Al passo di Morgana, ove era il lago E il ponte che vargava la rivera. Il conte riguardando assai fu vago, Chè più Aridano il perfido non vi era. Così mirando vidde morto un drago, Et una dama con piatosa ciera Piangea quel drago morto in su la riva, Come ella fusse del suo amante priva.

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Orlando se fermò per meraviglia, Mirando il drago morto e la donzella, Che era nel viso candida e vermiglia. Ora ascoltati che strana novella: La dama il drago morto in braccio piglia, E con quello entra in una navicella, Correndo giù per l’acqua alla seconda, E in mezo il lago aponto se profonda.

61

Non dimandati se il conte avea brama Di saper tutta questa alta aventura. Ora ecco di traverso una altra dama Sopra de un palafreno alla pianura. Come ella vidde il conte, a nome il chiama Dicendo: — Orlando mio senza paura, Iddio del paradiso ha ben voluto Che qua vi trovi per donarmi aiuto.

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Questa donzella che è quivi arrivata, Come io vi dico, sopra il palafreno, Era da un sol sergente accompagnata. Di lei vi contarò la istoria apieno, Se tornarete a questa altra giornata, E di quella del drago più nè meno, Qual profondò nel fiume; or faccio ponto, Però che al fin del mio cantar son gionto.