Libro II · Canto XIII
Due figli ritrovati
Orlando strappa Ziliante a Morgana e si scopre chi è davvero Brandimarte. Intanto Astolfo sale su un'isola che non è un'isola.
In breve
Il poeta svela chi erano le due dame del canto precedente: la fata Morgana, che per un errore di magia ha ucciso il giovane Ziliante trasformandolo in drago, e Fiordelisa, che cerca il suo Brandimarte e chiede aiuto a Orlando. Il conte scende di nuovo nel regno sotterraneo di Morgana, la trova con Ziliante, che lei ha riportato in vita, la afferra per il ciuffo e la costringe a lasciarglielo e a giurare per Demogorgone che non gli farà mai del male.
Con Ziliante e Fiordelisa, Orlando naviga fino all'Isola Lontana, dove il re Manodante riabbraccia il figlio. Nel servitore di Fiordelisa, Bardino, il re riconosce l'uomo che anni prima gli rapì il figlio maggiore: è proprio Brandimarte, che lui stesso tiene prigioniero in fondo a una torre. Seguono feste, battesimi e un'altra sorpresa: Brandimarte ritrova anche una sorella. Poi le strade si dividono: Rinaldo, Astolfo e Dudone partono per difendere la Francia, ma la fata Alcina attira Astolfo sul dorso di una balena gigantesca e lo porta via sul mare.
Ascolta il canto
Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
La fata Morgana voleva molto bene a un ragazzo di nome Ziliante. Con un incantesimo lo trasformò in un drago, perché facesse la guardia a un ponte. Ma la magia andò storta: il drago lanciò un grido e cadde a terra senza vita. Disperata, Morgana lo portò in fondo al suo lago.
Intanto Orlando incontrò Fiordelisa, che cercava giorno e notte il suo Brandimarte. Orlando aveva un piano. Ziliante era il figlio di Manodante, il re che teneva prigioniero Brandimarte. Riportando il ragazzo a suo padre, avrebbe potuto chiedere in cambio la libertà dell'amico.
Così tornò nel regno sotterraneo di Morgana. Trovò la fata in un giardino: con la sua magia aveva fatto tornare in vita Ziliante, e ora lo pettinava con dolcezza. Orlando non perse tempo e la afferrò per il ciuffo biondo che aveva sulla fronte. Era il segreto di quella fata: tenuta così, non poteva fargli nessun incantesimo.
Morgana le provò tutte: pianse, pregò, promise tesori, minacciò. Orlando non la ascoltò. Prese Ziliante per mano e lo portò fuori, sempre stringendo la fata per i capelli. Sulla porta le fece giurare per Demogorgone, il terribile re delle fate, che non gli avrebbe mai fatto del male. Morgana giurò tremando e scappò via.
Con Ziliante e Fiordelisa, Orlando navigò fino all'Isola Lontana. Quando la gente riconobbe il ragazzo, che tutti credevano morto, scoppiò un grido di gioia. Il re Manodante corse al porto in veste da casa, senza nemmeno la corona.
Poi il re vide Bardino, il servitore di Fiordelisa, e gridò: «Prendete quel ladro! Mi rubò il figlio maggiore!» Era vero: tanti anni prima Bardino aveva portato via il principino e gli aveva cambiato nome. Quel bambino, ormai cresciuto, era proprio Brandimarte! E il re lo teneva in fondo a una torre, senza sapere che era suo figlio. Lo fece liberare subito e lo abbracciò piangendo: aveva perduto due figli e li ritrovava tutti e due.
Dopo molte feste arrivò una brutta notizia: il re Agramante preparava un grande esercito per attaccare la Francia. Rinaldo, Astolfo e il paladino Dudone partirono per difenderla. Sulla riva del mare incontrarono Alcina, la sorella di Morgana. Con le sue parole magiche faceva uscire dall'acqua tutti i pesci, e c'era perfino una balena così grande che sembrava un'isoletta.
Alcina si innamorò subito del bel viso di Astolfo. «Oltre quell'isoletta c'è una sirena» gli disse. «Vuoi vederla?» Astolfo ci salì sopra con il cavallo, anche se gli amici lo richiamavano. La fata gli saltò dietro ridendo, e l'isoletta si mise in moto. Non era un'isola: era la balena! Rinaldo si buttò in acqua con il suo cavallo Baiardo, e Dudone dietro di lui. Riusciranno a raggiungerla? Lo saprai nel prossimo canto.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
A ciascuno il suo piacere ott. 1–3
Ognuno desidera cose diverse, comincia il poeta: c'è chi vuol fare il soldato e chi il pastore, chi ama la ricchezza, chi la caccia, chi l'amore; chi va per mare, chi fa il prete o il pescatore, chi a palazzo spaccia chiacchiere e chi canta e balla. «A voi piace ascoltare le prodezze degli antichi cavalieri, perché siete nobili d'animo e somigliate a loro.»
Ora riprende la storia, anzi torna un po' indietro, per chiarire chi fossero le due dame del canto precedente: quella del drago morto era Morgana.
Il drago era Ziliante ott. 4–7
L'altra era Fiordelisa, tanto amata da Brandimarte. Ma prima il poeta torna alla fata, cattiva per natura. Con succhi di erbe e radici raccolte sui monti al chiaro di luna e con formule cantate di notte, Morgana aveva trasformato in drago il giovane Ziliante, per metterlo a guardia del ponte sopra il lago, dove in fondo era stato ucciso Aridano.
Ma forse per un errore della sua scienza, forse perché aveva stretto troppo l'incantesimo, appena il ragazzo prende quella forma lancia un grido e cade morto. La fata, che lo amava tanto, crede di morire di dolore e, piangendo, lo porta con la barca in fondo al lago per seppellirlo. Qui la storia la lascia e torna a Fiordelisa.
Fiordelisa chiede aiuto ott. 8–17
Appena vede Orlando, Fiordelisa esclama: «Dio ti ha mandato ad aiutarmi! Ascolta. Da quando ho lasciato l'assedio di Albracà, cerco Brandimarte giorno e notte, senza trovarlo. Per strada ho incontrato quest'uomo, che ora mi fa da servitore: mi ha raccontato di essere lui che portò via Brandimarte da piccolo dall'Isola Lontana, dove era figlio di un re potente, e lo vendette al conte di Rocca Silvana.
Poi rimase in quella casa a servire. Il bambino crebbe forte e audace, e il conte, prima di morire, non avendo né moglie né eredi, lo adottò e gli lasciò il castello. Quando Brandimarte partì per il mondo, lasciò quest'uomo a governarlo.
Ora un barone crudele, Rupardo, assedia Rocca Silvana e grida: "Brandimarte è prigioniero al lago di Morgana, da lui non aspettatevi aiuto!" Il castellano, che teme di essere ucciso ma non vuole tradire il suo signore, ha interrogato la sorte con i suoi incantesimi: è vero, Brandimarte è prigioniero nel lago. Ti prego, conte, fallo uscire da quell'acqua maledetta. Così Angelica la bella ti dia tutto ciò che desideri!»
Orlando le racconta in breve ciò che sa di Brandimarte e le spiega il suo piano: tornare al lago a liberare Ziliante, che l'altra volta aveva lasciato laggiù, e poi scambiarlo con Brandimarte. Fiordelisa, rincuorata, scende dal palafreno, si inginocchia sulla riva e prega Dio per la riuscita dell'impresa. Orlando è già alla porta: la conosce, c'è già stato.
Orlando strappa Ziliante a Morgana ott. 18–25
La porta è nascosta in una roccia coperta di rovi. Orlando scende le scale, cammina per un miglio su un pavimento di marmo e arriva nella piazza del tesoro, dove siede il re fatto di gioielli e d'oro. Lì c'è ancora la sedia d'oro che Rinaldo aveva trascinato fino all'uscita, ma questo l'avete già sentito. Poi il conte entra nel giardino di Morgana, diviso a metà da un cristallo.
Accanto alla fontana c'è la fata: ha riportato in vita Ziliante e lo ha fatto tornare uomo, anche se il ragazzo ha ancora l'aria smarrita per lo spavento. Lei lo pettina e lo bacia; nessun pittore ha mai dipinto tanta grazia. Ziliante è bello, elegante e cortese, e Morgana, tenendolo tra le braccia, si sente in paradiso.
Orlando le piomba addosso all'improvviso e, questa volta, non perde tempo: la afferra subito per il ciuffo biondo che le svolazza sulla fronte. La fata, con la faccia da volpe e parole dolci, gli chiede perdono e gli promette tesori, purché le lasci il suo giovane innamorato. Ma il conte vuole soltanto Ziliante, e il resto per lui vale meno di una foglia secca.
Morgana piange e si dispera, ma Orlando non la ascolta. Prende Ziliante per mano ed esce dal giardino, senza temere incantesimi, perché tiene la fata ben stretta per il ciuffo. Lei lo lusinga, lo prega, lo minaccia; il conte tace e va dritto verso la piazza.
Il giuramento per Demogorgone ott. 26–30
Salgono le scale e, sulla soglia dell'uscita, Orlando le dice: «Morgana, giurami per Demogorgone che non mi farai mai offesa né ostacolo.»
Demogorgone, spiega il poeta, è il signore di tutte le fate: le giudica e fa di loro ciò che vuole. Di notte cavalca un montone, scavalca monti e mari, e ogni mattina frusta con serpenti vivi streghe, fate e fantasmi, se li trova ancora al mondo quando fa giorno. Alcune le incatena in fondo al mare, altre le fa correre scalze sopra il vento, altre le trascina nel fuoco.
Morgana, spaventata a morte, giura tremando e, appena lasciata, fugge giù in fondo. Orlando e Ziliante escono e trovano Fiordelisa ancora in ginocchio a pregare. Lei ringrazia Dio; poi tutti insieme salgono su una nave e, con il vento in poppa, navigano fino all'Isola Lontana.
Il ritorno di Ziliante ott. 31–35
Sbarcano a Damogir, città splendida con un porto chiuso tra due torri. Quando la gente sul molo riconosce il ragazzo, che tutti credevano morto, si leva un grido di gioia. Il re Manodante corre al porto in veste da casa, senza aspettare mantello e corona; tutti lasciano il lavoro, vecchie e ragazze, e la folla copre il porto di marmo.
Scendono Ziliante, Fiordelisa, Orlando e per ultimo il servitore. Appena lo vedono, tutti gridano: «Bardino! Ecco Bardino!» Ora il re avrà notizie anche dell'altro figlio.
Orlando presenta a Manodante suo figlio e gli chiede subito di Brandimarte. Il re risponde che è sano e salvo, ma arrossisce di vergogna: dopo un favore così grande, sa di aver trattato malissimo il suo compagno. Poi si volta, vede Bardino e grida: «Ladro, che cosa hai fatto di mio figlio? Prendete il traditore che mi rubò il figlio maggiore!»
Il segreto di Bardino ott. 36–39
Bardino, catturato, chiede di essere ascoltato. Racconta di essere fuggito per mare con il bambino, di averlo allevato in una fortezza e di avergli cambiato nome, da Bramadoro a Brandimarte. Sì: Brandimarte è il figlio di Manodante. Bardino era scappato per disperazione, dopo che il re lo aveva bastonato dalla testa ai piedi, non si sa se per rabbia o per una sua colpa.
Venduto il bambino al conte di Rocca Silvana, si era pentito ed era rimasto con lui finché non fu cresciuto; Brandimarte gli volle bene e lo lasciò come governatore. Quando il re capisce che il prigioniero è suo figlio, prova un dolore immenso: l'ha fatto gettare lui in fondo a una torre, scalzo e nudo. E si pente della sua crudeltà.
Un padre ritrova due figli ott. 40–44
Aveva già mandato a liberarlo per riguardo verso Orlando, ma ora ha ancora più fretta, e piange. Le grida di gioia raddoppiano: la gente corre con le torce sui tetti, sui balconi e sulle torri, suonano cembali, arpe e liuti, e in piazza si balla. Il re aveva perduto due figli e ora li ritrova tutti e due. Le ragazze lanciano in aria gigli, fiori e rose.
Brandimarte, che era nudo in prigione, arriva davanti al padre vestito di abiti eleganti. Tutti piangono di commozione. Il re gli chiede chi fosse sua madre. «Albina, per quanto ricordo» risponde lui, «ma di mio padre non ricordo niente.»
Il re non resiste più: «Figlio mio caro, che cosa posso dirti, io che ti ho fatto soffrire tanto? Bisogna accettare ciò che Dio vuole: a quel che è fatto non c'è rimedio.» E lo abbraccia piangendo. Poi Brandimarte abbraccia Ziliante, e tutti vedono che sono fratelli, perché si somigliano, anche se hanno età diverse. Chi potrebbe descrivere le carezze di Brandimarte a Fiordelisa? Nella gioia generale, anche Bardino viene perdonato.
Battesimi e una sorella ritrovata ott. 45–49
Nel palazzo reale, il più ricco del mondo, si fa festa. Orlando fa battezzare il re, i figli e tutti i baroni: non è facile, ma Brandimarte parla così bene da convincerli. Escono di prigione anche Rinaldo, Astolfo e gli altri, accolti con onori da imperatori.
Poi entra nella sala una fanciulla con tanti gioielli in testa che la festa sembra risplendere di lei sola. La riconoscono solo Orlando e Brandimarte: è la dama che il vecchio marito aveva conquistato con le palle d'oro e che poi lo aveva beffato facendo arrivare Ordauro sotto terra. «La storia la sapete, non ve la ripeto» dice il poeta. Brandimarte l'aveva salvata da un supplizio senza sapere che era sua sorella, quando lui e Orlando uccisero Ranchera e Oridante.
Ora la riconosce e i due si abbracciano. Ricordano l'erba prodigiosa con cui lei gli aveva guarito la testa, quando Marfusto lo aveva ferito accanto alla fontana, e tante altre cose, tra risate e gioia.
Le strade si dividono ott. 50–54
Dopo molti giorni di musica e danze, una mattina Dudone riunisce i cavalieri e racconta che Agramante sta radunando i suoi popoli per passare in Francia: mezzo mondo è in armi contro re Carlo e i cristiani. Rinaldo e Astolfo si offrono subito di difendere la cristianità. Orlando no: il poeta non sa perché, ma sospetta che il troppo amore gli abbia sviato il cuore dalla ragione.
Attraversano il mare insieme; Rinaldo monta su Baiardo, Astolfo su Rabicano. Orlando prega Brandimarte di tornare con Ziliante dal padre, che è vicino alla morte. Ziliante torna a Damogir, ma Brandimarte non vuole abbandonare Orlando, e i due raggiungono il castello dove era rimasto Brigliadoro: il castellano restituisce il cavallo al conte con grandi onori.
Astolfo, partito prima con Dudone e Rinaldo, nella sua armatura d'oro e con la lancia in mano, una mattina arriva al castello ingannevole della fata Alcina.
La fata che pesca senza rete ott. 55–62
Alcina è la sorella di Morgana e vive nel regno degli Atàrberi, sul mare verso nord, tra gente selvaggia e barbara. Con la magia si è costruita un bellissimo giardino e un castelletto tutto di marmo.
Passando di lì, i tre baroni vedono sulla riva la fata che, con i suoi incantesimi, fa uscire dall'acqua tutti i pesci: tonni, delfini, ombrine, pesci spada, mostri marini, capodogli e balene. Una balena è enorme: il poeta quasi non osa dirlo, ma Turpino assicura che è lunga due miglia. Il dorso esce dall'acqua per undici passi e sembra un'isoletta.
Alcina pesca senza reti né attrezzi: le bastano le parole. Quando si accorge dei baroni, si indigna di essere stata sorpresa e pensa di bruciarli tutti. E ci riuscirebbe, perché ha con sé una radice e una pietra chiusa in un anello, capace di sprofondare la terra. Solo il bel viso di Astolfo la ferma: prova pietà e si innamora.
«Bei baroni, che cosa cercate?» dice allora. «Se vi piace pescare con me, vi mostrerò pesci mai visti, i più strani del mare. Oltre quell'isoletta c'è una sirena: chi vuole vederla passi là sopra. È così rara che in tutto il mare se ne sono viste appena dieci.» Così la bugiarda convince Astolfo a passare sulla balena, tanto vicina alla riva che lui ci sale a cavallo.
In groppa alla balena ott. 63–66
Rinaldo e Dudone, sospettosi, non lo seguono e lo richiamano, ma lui va avanti lo stesso. Appena lo vede sul pesce, la fata, sicura di averlo in suo potere, gli salta dietro ridendo di gioia. La balena si mette in moto al comando di Alcina. Astolfo si crede perduto e prega Dio; la fata è nascosta accanto a lui, ma lui non la vede.
Rinaldo si infuria e, anche se tutto è successo contro la sua volontà, si getta in mare su Baiardo dietro al pesce, come un disperato. Dudone lo segue. La balena va lenta lenta, e il cavallo di Rinaldo nuota come una nave per raggiungerla.
«Ma io, bei signori, ho finito la voce» conclude il poeta. «Mi fermo qui: canterò ancora quando mi sarò riposato un po'.»
Parole difficili
- zanza ott. 1: chiacchiera, frottola.
- succi de erbe ott. 5: succhi di erbe, usati dalle maghe per i loro incantesimi.
- sargente ott. 10: servitore, uomo al servizio di qualcuno.
- gettar le sorte ott. 14: fare un sortilegio per scoprire una verità nascosta.
- palafreno ott. 17: cavallo da viaggio, tranquillo, adatto alle dame.
- crino ott. 23: ciocca di capelli; qui il ciuffo sulla fronte di Morgana.
- zuffo ott. 25: ciuffo.
- Demogorgone ott. 26: il signore supremo delle fate, che le giudica e le punisce.
- strigie ott. 27: streghe.
- fantasime ott. 27: fantasmi.
- scalcie ott. 28: scalze.
- gonnella ott. 32: veste semplice, da casa, senza mantello né abiti da cerimonia.
- germani ott. 44: fratelli.
- baronagio ott. 45: l'insieme dei baroni di un regno.
- cavodogli ott. 57: capodogli.
- pistrice ott. 57: mostro marino delle leggende antiche.
- ordegno ott. 59: attrezzo, arnese.
Il testo di Boiardo
66 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Il voler de ciascun molto è diverso: Chi piace esser soldato, a cui pastore, Chi dietro a robba, a lo acquistar è perso, Chi ha diletto di caccia e chi d’amore, Chi navica per mare e da traverso, E quale è prete e quale è pescatore; Questo in palazo vende ogni sua zanza, Quello è zoioso, e canta e suona e danza.
A voi piace de odir l’alta prodezza De’ cavalieri antiqui et onorati, E ’l piacer vostro vien da gentilezza, Però che a quel valor ve assimigliati. Chi virtute non ha, quella non prezza; Ma voi, che qua de intorno me ascoltati, Seti de onore e de virtù la gloria, Però vi piace odir la bella istoria.
Et io seguir la voglio ove io lasciai, Anci tornare a dietro, per chiarire De le due dame, quale io vi contai; L’una era al lago, l’altra ebbe a venire. Or per voi stessi non sapresti mai Chi fosser queste, non lo odendo dire; Ma io vi narrerò la cosa piana: Quella dal drago morto era Morgana,
E l’altra è Fiordelisa, quella bella Che fu da Brandimarte tanto amata. Di questa vi dirò poi la novella, Ma torno prima a quella della fata; La qual, perchè era de natura fella, Sopra del lago a quella acqua incantata, Ove nel fondo fu Aridano occiso, Aveva poi pigliato uno altro aviso.
Perchè con succi de erbe e de radice Còlte ne’ monti a lume della luna, E pietre svolte de strana pendice, Cantando versi per la notte bruna, Cangiato avea la falsa incantatrice Quel giovanetto in sua mala fortuna, Io dico Zilïante, e fatto drago, Per porlo in guardia al ponte sopra al lago.
Et avea tramutata sua figura, Acciò che quella orribile apparenzia Sopra del ponte altrui ponga paura; Ma, fusse o per l’error de sua scienzia, O per strenger lo incanto oltra misura, Ebbe il garzone estrema penitenzia, Perchè, come tal forma a ponto prese, Gettò un gran crido, e morto se distese.
Onde la fata, che tanto lo amava, Sieco di doglia credette morire; Però piatosamente lacrimava, Come ne l’altro canto io vi ebbi a dire, E con la barca al fondo lo portava, Per farlo sotto il lago sepelire. Or più di lei la istoria non divisa, Ma torna a ricontar de Fiordelisa.
La qual, sì come Orlando ebbe veduto, Gli disse: Idio del cel per sua pietate Qua te ha mandato per donarmi aiuto, Sì come avea speranza in veritate. Or bisognarà ben, baron compiuto, Che a un tratto mostri tutta tua bontate; Ma, perchè sappi che far ti conviene, Io narrarò la cosa: intendi bene.
Dapoi ch’io mi parti’ da quello assedio, Che ancora ad Albracà dimora intorno, Con superchia fatica e maggior tedio Cercato ho Brandimarte notte e giorno, Nè a ritrovarlo è mai stato rimedio; Et io faceva ad Albracà ritorno, Per saper se più là sia ricovrato, Ma nel vïaggio ho poi costui trovato.
Costui che meco vedi per sargente, Io l’ho trovato a mezo del camino, Et è venuto a dir per accidente Che portò Brandimarte piccolino, Qual fu figlio de un re magno e potente; Ma, come piacque a suo forte destino, Costui lo tolse a l’Isola Lontana, E diello al conte de Rocca Silvana.
Da poi che l’ebbe a quel conte venduto, Lui pur rimase in casa per servire; Ma poscia il fanciulletto fu cresciuto, Venne in gran forza e di soperchio ardire, E per tutto d’intorno era temuto. Per questo il conte avanti al suo morire, Non avendo nè moglie nè altro erede, Figlio se il fece e quel castel gli diede.
Brandimarte da poi per suo valore Cercato ha il mondo per monte e per piano, E nella terra per governatore Lasciò costui che vedi e castellano. Ora un altro baron pien di furore, Qual sempre fu crudele et inumano, Scoperto a Brandimarte è per nimico: Rupardo ha nome il cavallier ch’io dico.
Costui con più sergenti e soi vassalli Lo assedio ha intorno de Rocca Silvana, E de assalirla par che mai non calli, Per ruïnarla tutta in terra piana; E’ crida: Brandimarte per soi falli Adesso è preso al lago de Morgana. Io son per questo a prendervi venuto; Da lui non aspettati alcuno aiuto.
Onde costui, che temea de aver morte, Quando non fosse a quel Rupardo reso (E d’altra parte ancor gl’incresce forte Che ’l suo segnor da lui mai fusse offeso), Con molti incanti fie’ gettar le sorte, Et ha con quelle ultimamente inteso Che vero è ciò che dice quel fellone, E Brandimarte è nel lago in pregione.
Ora ti prego, conte, se mai grazia Aver debbe da te nulla donzella, Che ciò che si può far, per te si fazia, Tanto che egli esca di questa acqua fella. Così ti renda ogni tua voglia sazia Quanto desidri, Angelica la bella; Così d’amor s’adempia ogni tua brama, Vivendo al mondo in glorïosa fama.
Il conte narrò a lei con brevitate Di Brandimarte ciò che ne sapea, E tutte aponto le cose passate, E come al lago ritornar volea Per Zilïante trar de aversitate, Qual l’altra fiata giù lasciato avea, E poi, per cambio di quel bel garzone, Trar Brandimarte fuor de la pregione.
De ciò la dama assai se contentava, E smontò il palafreno alla rivera; Standosi ingenocchione il cel guardava, Divotamente a Dio facea preghiera Che la ventura che il conte pigliava, Se ritrâsse in bon fine e tutta intiera; E già alla porta Orlando era arivato: Ben la sapea, chè prima anco vi è stato.
Nascosa era la porta dentro a un sasso, Di fuor tutta coperta a verde spine; Discese Orlando giù, callando al basso, Sin che fu gionto della scala al fine; Poi caminò da un miglio passo passo Sopra del suol de pietre marmorine, E gionse nella piazza del tesoro, Ove è il re fabricato a zoie et oro.
Quivi trovò la sedia che Ranaldo Avea portata già sino alla uscita; Ora a contarvi più non mi riscaldo Di questa cosa, chè l’avete odita. Il conte uscì della piazza di saldo E gionse nel giardino alla finita, Ove abita Morgana e fa suo stallo, Et è partito al mezo de un cristallo.
Apresso a quel cristallo è la fontana (Quel loco un’altra fiata ho ricontato); A questa fonte ancor stava Morgana, E Zilïante avea resucitato, E tratto fuor di quella forma strana. Più non è drago, et omo è ritornato; Ma pur per tema ancora il giovanetto Parea smarito alquanto nello aspetto.
La fata pettinava il damigello, E spesso lo baciava con dolcezza; Non fu mai depintura di pennello Qual dimostrasse in sè tanta vaghezza. Troppo era Zilïante accorto e bello, Et esso è in volto pien di gentilezza, Ligiadro nel vestire e dilicato, E nel parlar cortese e costumato.
Però prendea la fata alto solaccio Mirando come un specchio nel bel viso, E così avendo il giovanetto in braccio Gli sembra dimorar nel paradiso. Standosi lieta e non temendo impaccio, Orlando gli arivò sopra improviso, E come quello che l’avea provata, Non perse il tempo, come a l’altra fiata;
Ma nella gionta diè de mano al crino, Che sventillava biondo nella fronte. Alor la falsa con viso volpino, Con dolci guardi e con parole pronte Dimanda perdonanza al paladino Se mai dispetto gli avea fatto on onte, E per ogni fatica in suo ristoro Promette alte ricchezze e gran tesoro.
Pur che gli lascia il giovanetto amante, Promette ogni altra cosa alla sua voglia; Ma il conte sol dimanda Zilïante E stima tutto il resto una vil foglia. Or chi direbbe le parole tante, Il lamentare e i pianti pien di doglia, Che faceva Morgana in questa volta? Ma nulla giova: il conte non l’ascolta.
Et ha già preso Zilïante a mano, E fora del giardin con esso viene, Nè della fata teme incanto istrano, Poi che nel zuffo ben presa la tiene. Lei pur se dole e se lamenta invano, E non trova soccorso alle sue pene; Ora lusinga, or prega et or minazza, Ma il conte tace e vien dritto alla piazza.
Quella passarno, e cominciarno a gire Su per la scala e tra que’ sassi duri, E quando furno a ponto per uscire Fuor della porta e de quei lochi oscuri, Allora il conte a lei cominciò a dire: Vedi, Morgana, io voglio che mi giuri Per lo Demogorgone a compimento Mai non mi fare oltraggio o impedimento.
Sopra ogni fata è quel Demogorgone (Non so se mai lo odisti racontare), E iudica tra loro e fa ragione, E quello piace a lui, può di lor fare. La notte se cavalca ad un montone, Travarca le montagne e passa il mare, E strigie e fate e fantasime vane Batte con serpi vive ogni dimane.
Se le ritrova la dimane al mondo, Perchè non ponno al giorno comparire, Tanto le batte a colpo furibondo, Che volentier vorian poter morire. Or le incatena giù nel mar profondo, Or sopra al vento scalcie le fa gire, Or per il foco dietro a sè le mena, A cui dà questa, a cui quella altra pena.
E però il conte scongiurò la fata Per quel Demogorgon che è suo segnore, La qual rimase tutta spaventata, E fece il giuramento in gran timore. Fuggì nel fondo, poi che fu lasciata; Orlando e Zilïante uscirno fuore, E trovâr Fiordelisa ingenocchione, Che ancor pregava con divozïone.
Lei, poi che entrambi fuor li vide usciti, Molto ringrazïava Iddio divino; E caminando insieme, ne fôr giti Insino al mar che quindi era vicino. Poscia che nella nave fôr saliti, Con vento fresco entrarno al lor camino, Fendendo intra levante e tramontana Sin che son gionti a l’Isola Lontana.
Smontarno a Damogir, l’alta citate, Quale avea tra due torre un nobil porto. Quando le gente nel molo adunate Ebbero in nave il giovanetto scorto, Alciarno un crido allegro di pietate, Perchè prima ciascun lo tenea morto: Crida ciascuno, e piccolino e grande; Ognior di voce in voce più se spande.
A Manodante gionse la novella, Qual già per tutta la cità risuona. Lui corse là vestito di gonnella, E non aspetta manto ni corona. Non vi rimase vecchia, ni donzella: Ogni mestiero et arte se abandona; Giovani, antiqui et ogni fanciullina, Per veder Zilïante, ogni om camina.
Tanta adunata quivi era la gente, Che avea coperto il porto marmorino; E Zilïante uscì primeramente, Poi Fiordelisa e Orlando paladino; Il quarto ne lo uscir fu quel sergente. Come fu visto, ogni om crida: Bardino! — Bardino! ecco Bardino! ogni om favella De l’altro figlio il re saprà novella.
Quando la calca fu tratta da banda, De gire avante Orlando se argumenta; Umanamente al re se racomanda, Il suo figliol avante gli appresenta. Di Brandimarte poi presto dimanda; Ma il re di dar risposta non se attenta, Parendo a tal servigio essere ingrato, Poi che il compagno avea sì mal trattato.
Pur gli rispose che era salvo e sano: Ma per vergogna è nel viso vermiglio. Così tornando, con Orlando a mano, Venne per caso a rivoltare il ciglio, E veggendo Bardin disse: Ahi villano! Or che facesti, ladro, del mio figlio? Pigliàti presto presto il traditore, Qual già mi tolse il mio figliol maggiore.
A quella voce fu il sargente preso, E lui dimanda sol de essere odito, Onde di novo avanti al re fu reso, E contò a ponto come era fuggito Per mare in barca; et in terra disceso, Il figlio entro una rocca avea nutrito, Nè si sapendo il nome in quella parte, De Bramadoro il fece Brandimarte.
Nome avea Bramadoro, essendo infante, Quel Brandimarte che or era pregione. El fu figliolo a questo Manodante; E quel Bardino per desperazïone Chè ’l re il battette dal capo alle piante, Fosse per ira, o per sua fallisone, Ciò non so dir, ma via fuggì Bardino E Bramador portò, quel fanciullino.
Da poi che l’ebbe a quel conte venduto, Dico a Rocca Silvana, come ho detto, Pur fu del male alquanto repentuto, E là rimase sol per suo rispetto; E, sin che ’l giovanetto fu cresciuto, Non se partitte mai de quel distretto, E Brandimarte a lui sempre ebbe amore, Onde il lasciò per suo governatore.
E tutto ciò contò Bardino a ponto, Narrando a lui la istoria del figliolo: Ma quando a dir che egli era al fin fo gionto, Il re sentì nel cor superchio dôoo, Perchè posto l’avea, come vi conto, Al fondo de un torrion, su tristo sòlo. Là giù posto l’avea discalzo e nudo: Or se lamenta de esser stato crudo.
E benchè prima avesse ancor mandato, Per rispetto de Orlando, a trarlo fuore, Ora a mandarvi è ben più riscaldato, Sempre piangendo de piatoso amore; Per allegrezza il crido è dupplicato, Non se sentì giamai tanto rumore: Per tetti, per li balchi e per le torre, Ciascun con lumi accesi intorno corre.
De cimbaletti e d’arpe e di leüti E de ogni altra armonia fan mescolanza. Il re, che duo figlioli avea perduti, Or gli ha trovati, e non avea speranza; E’ citadini insieme son venuti Tutti alla piazza, e chi suona e chi danza; E le fanciulle e le dame amorose Gettano ad alto gigli e fiori e rose.
Fra tanta gioia e tra tanta allegrezza Condotto è Brandimarte avante al padre, Che fu nudo in pregione, ora è in altezza: Era coperto di veste legiadre. Piangeva ciascadun di tenerezza. Il re lo dimandò chi fu sua madre. Albina, disse a lui ciò mi ramenta, Ma del mio padre ho la memoria spenta.
Non puote il re più oltra sostenire, Ma piangendo dicea: Figliol mio caro, Caro mio figlio, or che debbo mai dire, Ch’io te ho tenuto in tanto dôlo amaro? Ciò che a Dio piace se convien seguire; A quel che è fatto, più non è riparo. Così dicendo ben stretto l’abbraccia, Avendo pien de lacrime la faccia.
Poi s’abbracciarno et esso a Zilïante, E ben che sian germani ogni om avisa, Però che l’uno a l’altro è simigliante, Benchè la etate alquanto li divisa. Or chi direbbe le carezze tante Che Brandimarte fece a Fiordelisa? E poi che tutti in festa e zoia sono, Bardino ebbe ancor lui dal re perdono.
Gionti dapoi nel suo real palagio, Che al mondo de ricchezza non ha pare, A festeggiar se attese e stare ad agio; E ’l conte in summa fece battizare Il re coi figli e tutto il baronagio, A benchè alquanto pur vi fu che fare; Ma Brandimarte seppe sì ben dire, Che ’l patre e gli altri fece seco unire.
Fôrno anche tratti della prigion fuore Ranaldo, Astolfo e gli altri tutti quanti, E fu lor fatto imperïale onore, E tutti rivestiti a ricchi manti. Una donzella con occhi d’amore, Leggiadra e ben accorta nei sembianti, Ne vene in sala; e tante zoie ha in testa, Che sol da lei splendea tutta la festa.
Ciascun guardava il viso colorito, Ma non la cognosceano assai nè poco, Eccetto Orlando e Brandimarte ardito: Lor duo l’avean veduta in altro loco. Questa gabbò già il suo vecchio marito (Non so se ve amentati più quel gioco), Quando fu presa con le palle d’oro; E lei ne fece poi doppio ristoro,
Facendo Ordauro sotterra venire, Che istoria non fu mai cotanto bella. Voi la sapeti e più non la vo’ dire, Se non contarvi che questa donzella Brandimarte la trasse di martìre, Nè alor sapea che fusse sua sorella, Quando da lui e dal conte de Anglante Occisi fôr Ranchera et Oridante.
E quivi la cognobbe per germana, Abbracciandosi insieme con gran festa, E ramentando a lei l’erba soprana Che già l’avea guarito della testa, Quando Marfusto a lato alla fontana L’avea ferito con tanta tempesta; Et altre cose assai che io non diviso, Dicean tra lor con festa e zoia e riso.
Dapoi che molti giorni fôr passati, Che tutti consumarno in suono e in danza, Dudone una matina ebbe chiamati Tutti quei cavallieri in una stanza, Narrando a loro e populi adunati Con Agramante per passare in Franza, E come era già armato mezo il mondo Per por re Carlo e i Cristïani al fondo.
Ranaldo e Astolfo s’ebbe a proferire Alla difesa de Cristianitate, Per la sua fede e legge mantenire, Insin che in man potran tenir le spate. Sieco non volse Orlando allora gire, Nè so dir la cagione in veritate, Se non ch’io stimo che superchio amore Li desviasse da ragione il core.
Il dipartir di lor non fu più tardo; Passarno insieme il mare a mano a mano. Ranaldo salì poi sopra a Baiardo, E ’l duca Astolfo sopra Rabicano. Orlando a Brandimarte fie’ riguardo, E molto il prega con parlare umano Che ritornasser Zilïante et esso A star col patre, che ha la morte apresso.
Ma non si trova modo nè ragione Che Brandimarte voglia ritornare; Pur Zilïante se piegò; il garzone Di novo a Damogir tornò per mare. E Brandimarte è salito in arcione, Chè Orlando mai non vole abandonare; Ambi passarno via quel tenitoro, Sino al castello ove era Brigliadoro.
Al conte fu il destrier restituito, E fatto molto onor dal castellano. Il duca Astolfo prima era partito, E Dudon seco e il sir de Montealbano. Quel figlio del re Otone era guarnito De l’arme d’oro, e la sua lancia ha in mano, E cavalcando gionse una matina Al castel falso de la fata Alcina.
Alcina fu sorella di Morgana, E dimorava al regno de gli Atàrberi, Che stanno al mare verso tramontana, Senza ragione immansueti e barberi. Lei fabricato ha lì con arte vana Un bel giardin de fiori e de verdi arberi, E un castelletto nobile e iocondo, Tutto di marmo da la cima al fondo.
E tre baroni, come aveti odito, Passarno quindi acanto una matina, E, mirando il giardin vago e fiorito, Che a riguardar parea cosa divina, Voltarno gli occhi a caso in su quel lito Ove la fata sopra alla marina Facea venir con arte e con incanti Sin fuor de l’acqua e’ pesci tutti quanti.
Quivi eran tonni e quivi eran delfini, Lombrine e pesci spade una gran schiera; E tanti ve eran, grandi e piccolini, Ch’io non so dire il nome o la manera. Diverse forme de mostri marini, Rotoni e cavodogli assai vi ne era; E fisistreri e pistrice e balene Le ripe aveano a lei d’intorno piene.
Tra le balene vi era una maggiore, Che apena ardisco a dir la sua grandeza, Ma Turpin me assicura, che è lo autore, Che la pone due miglia di lungheza. Il dosso sol de l’acqua tenea fuore, Che undici passi o più salia d’alteza, E veramente a’ riguardanti pare Un’isoletta posta a mezo il mare.
Or, come io dico, la fata pescava, E non avea nè rete, nè altro ordegno: Sol le parole che all’acqua gettava Facea tutti quei pesci stare al segno; Ma, quando adietro il viso rivoltava, Veggendo quei baron prese gran sdegno Che l’avesser trovata in quel mestiero, E de affocarli tutti ebbe in pensiero.
Mandato avria ad effetto il pensier fello, Chè una radice avea seco recata, Et una pietra chiusa entro uno annello, Quale averia la terra profondata; Solo il viso de Astolfo tanto bello Dal rio voler ritrasse quella fata, Perchè mirando il suo vago colore Pietà gli venne e fu presa d’amore.
E cominciò con seco a ragionare Dicendo: Bei baroni, or che chiedete? Se qua con meco vi piace pescare, Bench’io non abbia nè laccio, nè rete, Gran meraviglia vi potrò mostrare E pesci assai che visti non avete, Di forme grande e piccole e mezane, Quante ne ha il mare, e tutte le più strane.
Oltra a quella isoletta è una sirena: Passi là sopra chi la vol mirare. Molto è bel pesce, nè credo che apena Dece sian visti in tutto quanto il mare. Così Alcina la falsa alla balena Il duca Astolfo fece trapassare, Quale era tanto alla ripa vicina, Che in su il destrier varcò quella marina.
Non vi passò Ranaldo, nè Dudone, Chè ognom di loro avea de ciò sospetto, E ben chiamarno il figlio del re Otone, Ma lui pur passò oltra a lor dispetto. Ben se ’l tenne la fata aver pregione E poterlo godere a suo diletto: Come salito sopra al pesce il vide, Dietro li salta e de allegrezza ride.
E la balena se mosse de fatto, Sì come Alcina per arte comanda. Non sa che farsi Astolfo a questo tratto, Quando scostar se vidde in quella banda; Lui ben se pone al tutto per disfatto, E sol con preghi a Dio si racomanda, E non vede la fata nè altra cosa, Benchè li presso a lui si era nascosa.
Ranaldo, poi che il vidde via portare In quella forma, fu bene adirato; Pur se destina in tutto de aiutare, Benchè contra sua voglia ivi era andato: Sopra Baiardo se caccia nel mare Dietro al gran pesce, come disperato. Quando Dudone il vidde in quella traccia, Urta il destriero, e dietro a lui se caccia.
Quella balena andava lenta lenta, Chè molto è grande e de natura grave; De giongerla Ranaldo se argumenta, Natando il suo destrier come una nave. Ma io già, bei segnor, la voce ho spenta, Nè ormai risponde al mio canto suave, Onde convien far ponto in questo loco. Poi cantarò, ch’io sia posato un poco.