Libro II · Canto XIV
Rinaldo contro Rodamonte
Rinaldo perde Astolfo in mezzo al mare e attraversa mezza Europa per arrivare alla battaglia. Ma Rodamonte sembra impossibile da fermare.
In breve
Rinaldo e Dudone si lanciano in mare dietro alla balena che porta via Astolfo, ma Dudone sta per annegare e Rinaldo torna indietro a salvarlo. Intanto una tempesta, scatenata dalla magia di Alcina, rende impossibile inseguire la balena. Rinaldo, disperato, cammina per giorni verso occidente, attraversa mezza Europa e arriva in Ungheria, dove il giovane principe Otachiero sta partendo con un esercito per aiutare Carlo Magno. Rinaldo ne diventa il capitano e lo guida attraverso le Alpi fino ai confini della Provenza.
Lì trova una strage: Rodamonte, con la sua spada fabbricata dal gigante Nembroto, ha già sconfitto Francesi e Lombardi. Rinaldo, convinto che re Carlo sia morto, si getta nella battaglia e lo butta a terra con la lancia. Rodamonte però si rialza, cerca di ferire Baiardo, mette in fuga gli Ungari, abbatte Otachiero e fa prigioniero Dudone. Rinaldo, a piedi, lo affronta con la spada in pugno... e il canto finisce.
Ascolta il canto
Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
Vi ricordate di Astolfo, portato via sul mare da una balena? Rinaldo e Dudone la inseguirono a nuoto, in groppa ai loro cavalli. Ma il cavallo di Dudone, sfinito, andò a fondo, e Dudone con lui. «Aiuto!» gridò. Rinaldo tornò indietro e lo ripescò appena in tempo. Dudone aveva bevuto tanta di quell'acqua che ormai sapeva bene quanto è salato il mare!
Intanto il cielo diventò nero e scoppiò una tempesta, con vento, grandine e onde altissime. L'aveva scatenata la fata Alcina con la magia, perché nessuno potesse seguirla. Della balena non si vedeva più niente. Rinaldo, sulla riva, pianse: aveva perso il suo amico.
Allora si mise in cammino verso occidente. Camminò per giorni e giorni, attraversò paesi lontani e grandi fiumi, e arrivò in Ungheria. Lì il giovane principe Otachiero stava partendo con un esercito per aiutare Carlo Magno, in guerra contro i saraceni, i guerrieri venuti dall'Africa. Tutti conoscevano Rinaldo e lo nominarono subito capitano.
Rinaldo guidò l'esercito attraverso le Alpi gelate, fino ai confini della Provenza, nel sud della Francia. Lì, oltre una collina, sentirono trombe e grida fortissime. Dall'alto videro una battaglia. In mezzo c'era Rodamonte, un re africano gigantesco, con gli occhi da drago. Aveva già messo in fuga Francesi e Italiani, e nessuno riusciva a fermarlo.
La sua spada l'aveva fatta costruire Nembroto, il gigante della torre di Babele. Era così pesante che solo Rodamonte riusciva a usarla, e nessuna armatura le resisteva.
Rinaldo pensò che anche Carlo Magno fosse caduto in quella battaglia. «Vado ad affrontarlo» disse ai compagni. Spronò Baiardo, il suo cavallo, e colpì Rodamonte con la lancia, così forte da buttarlo a terra. Sembrò crollare una torre! Ma Rodamonte si rialzò, furioso, e cercò di colpire le zampe di Baiardo. «Vergogna!» gridò Rinaldo. «In Francia non si colpiscono i cavalli!» «Delle vostre usanze non m'importa un fico» rispose l'altro. Allora Rinaldo portò Baiardo al sicuro sulla collina e tornò a piedi.
Proprio in quel momento arrivarono gli Ungari, con le bandiere al vento. Rodamonte lasciò Rinaldo e si buttò su di loro come un leone, e in poco tempo li mise in fuga. Otachiero provò a fermarlo, ma cadde da cavallo, svenuto. Allora Dudone colpì Rodamonte sull'elmo con la sua mazza di ferro e lo fece finire in ginocchio. Ma il saraceno si rialzò, e i due si afferrarono in una lunga lotta. Alla fine Dudone finì a terra e fu legato come un bambino.
Quando vide l'amico prigioniero, Rinaldo strinse la sua spada Fusberta e corse contro Rodamonte, a piedi e tutto solo. Erano così forti e coraggiosi che nessuno sapeva dire chi fosse il migliore. Chi la spunterà, Rinaldo o Rodamonte? Torna ad ascoltare il prossimo canto.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
Basta incantesimi! ott. 1–2
Morgana, Alcina e i loro incantesimi, ammette il poeta, lo hanno trattenuto fin troppo, e non vi ha mostrato nemmeno un bel colpo di spada. Ma adesso il mondo andrà sottosopra e il sangue salirà fino alle selle: la fine di questo canto sarà tutta ferite, fiamme, fuoco e ferro. Rinaldo e Rodamonte si troveranno faccia a faccia. Ma prima bisogna tornare ai due baroni entrati in mare.
Dudone rischia di annegare ott. 3–8
Rinaldo e Dudone inseguono a nuoto, sui loro cavalli, la balena che porta via Astolfo. Dudone si è spinto così avanti che quasi non vede più Rinaldo, quando il suo cavallo, sfinito, affonda trascinandolo con sé. Mentre va giù, Dudone si fa il segno della croce e grida: «Madre pietosa, aiutami!»
Rinaldo si volta a quella voce e lo dà quasi per perduto. Ora ha due dolori: Astolfo portato via davanti a lui, e Dudone che affonda alle sue spalle. Il pericolo del compagno lo fa tornare indietro: Baiardo nuota come un pesce, e arriva appena in tempo, perché Dudone non riesce più a respirare. Ormai potrebbe dire bene se il mare è salato!
Rinaldo lo solleva tra le braccia e lo porta al sicuro sulla riva; poi vuole riprendere l'inseguimento. Ma la balena è già lontanissima, il cielo si fa scuro, soffiano vento e gelo e si scatena la tempesta. Prasildo si oppone con forza, Dudone e Iroldo lo pregano tanto che alla fine Rinaldo rinuncia, piangendo. Il mare si alza e dal cielo cadono grandine e pioggia gelata.
Quella bufera, spiega il poeta, l'aveva scatenata Alcina con la magia, perché nessuno potesse seguirla. Di Astolfo si parlerà più avanti: ora la storia resta con Rinaldo, che sulla riva si dispera.
Il lungo viaggio di Rinaldo ott. 9–16
Dopo essersi lamentato a lungo su quella spiaggia deserta, sotto la pioggia, senza un tetto e in un paese che non conosce, Rinaldo cammina per molti giorni lungo la costa, verso occidente. Attraversa la terra degli Atàrberi, gente disumana, poi passa il monte Corubio e per la Tartaria arriva alla Tana. Turpino non dice che cosa fece lì; sappiamo solo che giunse in Transilvania, attraversò il Danubio a Orsua e arrivò in Ungheria, dove trovò un grande esercito in armi.
Lo ha radunato Otachiero, figlio del re Filippone, per andare in Francia: re Carlo ha chiesto aiuto, sapendo quanto è potente Agramante, e il vecchio re, malato, manda il figlio. A Buda Rinaldo viene accolto con grandi onori, perché tutti conoscono il suo valore, e Otachiero è felicissimo di averlo come compagno. Il consiglio lo nomina capitano, e Filippone gli affida il figlio e tutto l'esercito.
Con le bandiere a strisce bianche e rosse che sventolano, le schiere passano per l'Austria e per Vienna, attraversano la Carinzia e le Alpi gelate, scendono nella pianura italiana e arrivano al Ticino. Re Desiderio è partito quattro giorni prima e si dice che sia a Savona con il suo esercito. Rinaldo e Otachiero decidono di seguirlo, con trentamila cavalieri pieni di coraggio, e scendono lungo la costa di Genova.
Dopo molti giorni di marcia sono ai confini della Provenza. Mentre ammirano le colline piene di cedri, aranci e palme, sentono oltre il monte trombe, corni e grida così forti che sembra crollare il cielo.
La furia di Rodamonte ott. 17–23
Rinaldo corre avanti con Otachiero e Dudone, lasciando indietro i soldati, e arriva sopra una valle dove Rodamonte, il re africano, sta facendo strage dei Lombardi. Prima aveva già sconfitto i Francesi e il duca di Baviera, che, con i suoi quattro figli feriti a morte sul campo, era fuggito disperato. Aveva travolto il duca di Savoia e quello di Lorena, ucciso il cavallo di Bradamante, la figlia di Amone, gettandola a terra, e fatto più morti che in qualunque altra guerra. Poi il suo stendardo era caduto, e questo lo aveva fatto infuriare.
Quella bandiera, rossa e oro, ha ricamati al centro una dama e un leone. La dama è Doralice di Granata: per Rodamonte è il tesoro più caro, perché lei è il suo amore e la sua speranza.
Vedendo lo stendardo a terra, Rodamonte non trova pace: i capelli gli si rizzano sulla fronte, gli occhi diventano rossi come il fuoco. Come un cinghiale che esce furioso dal bosco senza curarsi di cani e cacciatori, si getta sui Lombardi e in un attimo fa il vuoto intorno a sé, spezzando scudi, corazze e maglie. I suoi soldati, che erano fuggiti, tornano gridando «Volta! Volta!» e si stringono intorno al loro re, mentre i cristiani restano storditi.
Rigonzone e Arcimbaldo ott. 24–30
Tra i Lombardi c'è un cavaliere di Parma, Rigonzone, fortissimo e fiero, ma senza un briciolo di giudizio: della morte non si preoccupa, e dove il pericolo è più grande lì vuole mettersi alla prova. Considerando Rodamonte poco più di un bambino, lo carica gridando: «A terra! A terra!» Spezza la lancia e gli va addosso a briglia sciolta con il petto del cavallo, sperando di rovesciarlo.
Ma Rodamonte è troppo pesante: afferra il cavallo per il freno e lo ferma. Rigonzone sguaina la spada e colpisce con tutte e due le mani, ma è inutile: la pelle di drago che ricopre il saracino non teme né tagli né punte. Rodamonte fa girare il cavallo, poi lo scaraventa di traverso: la bestia finisce in un fosso e cade rovesciata su Rigonzone, che resta lì, sepolto vivo.
Ecco poi arrivare Arcimbaldo, conte di Cremona e figlio di re Desiderio, giovane coraggioso e degno di un impero. Non è una vergogna se perde, dice il poeta, perché quel saracino supera tutti in forza. Rodamonte lo sbalza di sella con una ferita terribile alla testa. Da quel momento è la rovina dei cristiani: cavalli e uomini cadono, e non si è mai vista una battaglia così.
La spada di Nembroto ott. 31–35
Dalla montagna, Rinaldo, Dudone e Otachiero guardano a bocca aperta i colpi del pagano. Bisogna intervenire subito: i Lombardi sono a pezzi, i Francesi fuggono, le bandiere vanno in brandelli. In mezzo c'è Rodamonte, come un vento di tempesta sul mare.
La sua spada è meravigliosa: l'aveva fatta fabbricare Nembroto, il gigante superbo che in Tessaglia sfidò Dio a battaglia e poi fece costruire la torre di Babele per arrivare in cielo, finché crollò. Fidandosi della sua forza, si era fatto fare quella spada di un metallo e di una tempra tali che nessuna armatura le resiste. Rodamonte discende dalla sua stirpe ed è l'unico che riesce a portarla: chiunque altro si stancava, e perfino suo padre Ulieno, pur sapendo quanto valeva, l'aveva lasciata perché troppo pesante.
Con quella spada Rodamonte ha ucciso più uomini di quanti pesci abbiano i fiumi e il mare. Gli altri, senza capi, scappano per monti e valli, senza guardare dove.
Il lamento di Rinaldo ott. 36–41
Vedendo la pianura coperta di morti, Rinaldo piange: «Povero me, non avrò mai più pace! Laggiù è morto il mio signore! Ho visto tante guerre, ma mai una strage simile. Re Carlo è morto, ne sono certo, e vicino a lui ci sarà il duca Amone, che gli voleva tanto bene. Dov'è Oliviero, dov'è il Danese, dove sono il re di Bretagna e il duca di Baviera? E i Maganzesi, così superbi? Non vedo nessuno che si difenda, nemmeno una bandiera in piedi. Sono tutti morti, e io voglio morire con loro.
Non so chi sia quell'africano, forse Agramante, il figlio di Troiano re di Biserta. Chiunque sia, vado ad affrontarlo. Voi, Otachiero e Dudone, pensate a proteggere i nostri soldati. Io scendo in campo come un disperato. Dio del cielo, dammi la tua grazia: confesso di aver peccato molto e mi pento davvero. Senza il tuo aiuto sono un filo di paglia.»
Così, piangendo, sprona Baiardo giù per il pendio, digrignando i denti per la rabbia. I due compagni tornano indietro a portare sulla collina il resto dell'esercito, mentre Rinaldo piomba nel campo con la lancia in resta.
Rodamonte a terra ott. 42–45
Riconosce subito Rodamonte, che supera tutti di un busto, con la faccia orribile e gli occhi da drago. Lo colpisce in mezzo allo scudo con una lancia così grossa che avrebbe abbattuto un muro, lo prende al fianco e lo manda all'indietro sul prato. Sembra crollare una torre o la cima di una montagna: l'armatura rimbomba e il campo trema fino al mare.
Subito i saracini si gettano tutti su Rinaldo per aiutare il loro signore a terra. Ma lui ha già sguainato Fusberta, la sua spada, e si butta tra loro senza stimarli un fico: al primo urto apre la schiera e colpisce a destra e a sinistra, chi alla testa, chi alle braccia.
Il colpo al cavallo ott. 46–51
Rodamonte, anima di fuoco, si è rialzato, furioso per essere stato abbattuto e svergognato. I suoi soldati stanno abbandonando il campo quando lui si piazza davanti a Rinaldo. Il primo colpo lo mira alle gambe di Baiardo, che si salva per un pelo con un salto, e poi continua a menare fendenti senza badare se colpisce il cavallo o il cavaliere.
«Saracino traditore, non sei di stirpe reale!» grida Rinaldo. «Non ti vergogni di colpire con la spada un animale così nobile? Forse nel tuo paese caldo, dove il valore non conta, si usa ferire i cavalli; in Francia no.»
Rinaldo parla in lingua africana, così Rodamonte lo capisce subito e risponde: «Al mio paese nessuno mi ha mai chiamato vigliacco né villano, e oggi ho dimostrato con la spada a tutta questa gente stesa qui intorno che non sono nato da sangue vile. Ma a quanto vedo non basta ancora. Se non ti metto a giacere con loro, tagliato in due, non voglio più farmi vedere al mondo. E ti avverto: il tuo cavallo non lo risparmierò. Delle vostre usanze non mi importa un fico: al nemico faccio il peggio che posso.»
E mentre parla attacca così in fretta che, se Rinaldo lo aspettasse, sarebbe finita in un colpo. Ma Rinaldo galoppa verso la collina per un tiro di freccia, smonta, lascia lì Baiardo e torna indietro a piedi.
Gli Ungari in rotta ott. 52–60
Rodamonte, vedendolo tornare da solo, a piedi, senza il cavallo che potrebbe salvarlo con la fuga, lo crede già morto o prigioniero. Ma ecco apparire sulla collina gli Ungari, guidati da Otachiero e da Dudone, in belle schiere, con scudi, archi, lance e bandiere, che scendono gridando. Quando il re saracino vede quelle armature lucenti e quei pennacchi, come se li avesse già in pugno salta di gioia e mena la spada contro il vento.
Poi, come un leone che vede da lontano i cervi al pascolo e già pensa di saziarsi, lascia Rinaldo e si volta contro la schiera. I suoi lo seguono, e le due schiere si scontrano a briglia sciolta: non si è mai sentito un fracasso simile di scudi e di lance. Tra corni, trombe e tamburi, né gli africani né i cristiani riescono ad avanzare. Solo Rodamonte si apre la strada, tagliando braccia e busti come una falce taglia l'erba.
Come la frana e il vento abbattono i faggi sulle Alpi, così lui si getta tra i cavalieri a piedi, stimandoli quanto l'orso stima i cani da caccia. Ungari e Valacchi sono in rotta: Otachiero cerca in tutti i modi di farli tornare a combattere, ma inutilmente, e Rodamonte li insegue fino a metà del monte.
Il giovane Otachiero vorrebbe morire per la vergogna. Ha perso di vista Dudone, che combatte da un'altra parte, e Rinaldo, a piedi, non è lì dove il suo esercito è in fuga. Allora, disperato, si volta contro Rodamonte, lo colpisce al fianco e spezza la lancia. Ma il saracino lo ferisce gravemente alla testa e lo butta giù di sella svenuto.
Dudone prigioniero ott. 61–68
Dudone, poco lontano, vede cadere Otachiero e lo crede morto. Gli voleva bene come a un fratello, e giura di vendicarlo o di morire con lui. Dudone, dice Turpino, non porta mai la lancia, ma corazza, maglia, scudo, elmo e una pesantissima mazza ferrata. Con quella si getta sul pagano e lo colpisce con tutte e due le mani sull'elmo: spezza la corona, fa saltare perle e rubini, gli apre tutta la parte davanti dell'elmo, e Rodamonte cade in ginocchio.
I saracini accorrono gridando e coprono il loro re con gli scudi. Dudone mena la mazza contro tutti, grandi e piccoli, per aprirsi la strada fino a Rodamonte. Ma lui si è già rialzato: con la sua spada, contro cui non c'è difesa, spacca lo scudo di Dudone e gli strappa corazza e maglia dal fianco sinistro, senza ferirlo, e subito prepara un altro colpo.
Dudone, che non può pararlo, lo afferra e lo stringe in un abbraccio. Sono tutti e due grandi e grossi, e la lotta dura a lungo; ma alla fine Dudone viene gettato a terra, preso e legato come un bambino.
Come vollero la Fortuna o Dio, Rinaldo è lì e vede Dudone in catene: quasi impazzisce dal dolore. Stringe Fusberta come un disperato e, senza pensare più alla propria vita, si scaglia contro Rodamonte. È a piedi, perché ha lasciato Baiardo sulla collina, e tutti e due sono così coraggiosi che non si saprebbe dire chi è il più forte.
«Ma il canto finisce qui» dice il poeta. «Rinaldo è arrivato così tardi che oggi la battaglia non si può fare: ve la racconterò domani. Tornate ad ascoltare.»
Parole difficili
- tronconi ott. 1: pezzi di lance spezzate.
- arcioni ott. 1: le parti rialzate della sella, davanti e dietro.
- ronzone ott. 5: cavallo.
- fortuna ott. 6: tempesta di mare.
- Tana ott. 10: il fiume Don e la città alla sua foce, ai confini orientali dell'Europa.
- Buda ott. 12: la capitale del regno d'Ungheria, oggi parte di Budapest.
- Ostreliche ott. 13: l'Austria.
- Bïena ott. 14: Vienna.
- Carentana ott. 14: la Carinzia, regione alpina tra Austria e Italia.
- Tesino ott. 14: il fiume Ticino.
- africante ott. 17: africano.
- zane ott. 21: zanne.
- Nembroto ott. 32: Nembrot, il re della Bibbia che nelle leggende medievali è un gigante superbo e il costruttore della torre di Babele.
- gallone ott. 43: fianco.
- Fusberta ott. 45: la spada di Rinaldo.
- targhe ott. 52: scudi.
- bracchi ott. 57: cani da caccia.
- bacinetto ott. 62: elmo leggero e tondo, a forma di bacinella.
Il testo di Boiardo
68 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Già molto tempo m’han tenuto a bada Morgana, Alcina e le incantazïoni, Nè ve ho mostrato un bel colpo di spada, E pieno il cel de lancie e de tronconi; Or conviene che il mondo a terra vada, E ’l sangue cresca insin sopra a l’arcioni, Chè il fin di questo canto, s’io non erro, Seran ferite e fiamme e foco e ferro.
Ranaldo e Rodamonte alla frontiera Se vederanno insieme appresentati, E la battaglia andar schiera per schiera; Ma stati un poco quieti, et aspettati, Chè io vo’ prima tornar là dove io era, De’ duo baron che al mare erano intrati. S’io non me inganno, doveti amentare Che Ranaldo e Dudone entrarno in mare,
Dietro ad Astolfo, che su la balena Avanti era portato per incanto. Dudon le gambe per quelle onde mena, E già per l’acque avea seguìto tanto, Che ormai più non vedea Ranaldo apena, E fu per ruïnare in tristo pianto, Però che il suo destrier per più non posso Trabuccò al fondo e portòl sieco adosso.
E nel cader che fie’ il giovane arguto, Fece a sè sopra il segno de la croce, E cridò: Matre pia, donami aiuto! Ranaldo se rivolse a quella voce, E quasi il pose al tutto per perduto. Ora diversa doglia al cor gli coce: Astolfo avante a lui via ne è portato, Alle sue spalle è questo altro affondato.
Pure il periglio grande de Dudone Il fece adietro rivoltar Baiardo; Come pesce natava quel ronzone Per la marina, tanto era gagliardo. Quando fu gionto dove era il garzone, Non bisognava che fusse più tardo, Chè ormai più non puoteva trare il fiato; Ben sapea dir se il mare era salato.
Ranaldo fuor d’arcione il tolse in braccio, E portòl sopra ’l litto alla sicura, E, poi che questo ha tratto fuor de impaccio, Di seguitare Astolfo prese cura. Ma la balena era ita un tanto spaccio, Che a riguardar sì longe era paura, E l’aria cominciò di farsi bruna, Soffiando il vento e gelo e gran fortuna.
Con tutto ciò Ranaldo vole entrare, Ma Prasildo facea molta contesa; Dudone, Iroldo sì seppon pregare, Che al fin piangendo abandona la impresa. Stasse nel litto e non sa che si fare, Poi che non trova al suo cugin diffesa; Il mar più leva l’onde, e giù dal cielo Cade tempesta et acqua con gran gelo.
Ora sappiati che questa roina, Qual par che tutto il mondo abbia a sorbire, Era ad incanto fatta per Alcina, Perchè alcun altro non possa seguire. Or vo’ lasciare Astolfo alla marina, Di lui poi molte cose avremo a dire; Torno a Ranaldo, che in su la riviera Sol se lamenta e piange e se dispera.
Da poi che molto in quel litto diserto Fu stato a lamentar, come io ve ho detto, Con quella pioggia adosso, al discoperto, Chè ivi non era nè loggia, nè tetto, E lui non era del paese experto, Però che mai non fu per quel distretto: Pur, seguitando a lato alla marina, Verso ponente più giorni camina.
Li Atàrberi passò, gente inumana, Di qua da loro il monte de Corubio, E per la Tartaria venne alla Tana. Quel che là fiesse, Turpin pone in dubio, Se non che gionse nella Transilvana, E passò ad Orsua il fiume del Danubio, Giongendo in Ongheria quella giornata, Ove trovò gran gente insieme armata.
Era adunata quella guarnisone Di gente ardita e forte alla sembianza, Perchè Otachier, figliol de Filippone, Era assembrato per passare in Franza, Chè l’avea già richiesto il re Carlone, Sentendo d’Agramante la possanza. Quel re mandava il figlio, com’io dico, Perch’era infermo et anco molto antico.
Nella terra di Buda entrò Ranaldo, Ove il re lo ricolse a grande onore, Però che cognosciuto fu di saldo, Sapendosi per tutto il suo valore; Et Otachier assai divenne baldo, Parendo alla sua andata un gran favore Et un gran nome trïonfale e magno Lo aver Ranaldo sieco per compagno.
Fu fatto capitano in quel consiglio Il pro’ Ranaldo, e fu ciascun contento; E già le liste a candido e vermiglio Ne’ lor stendardi se spiegarno al vento. Ben racomanda Filippone il figlio Molto a Ranaldo, e tutto il guarnimento, E dopo, dietro alle real bandiere, Verso Ostreliche se dricciâr le schiere.
Passâr Bïena, e per la Carentana Vargano le Alpi fredde in quel confino, E giù scendendo nella Italia piana, Andarno avanti e gionsero a Tesino. Tre giorni manco de una settimana Re Desiderio avea preso il camino; E, come là per tutto se ragiona, Con la sua gente è dentro de Savona.
Onde Ranaldo insieme et Otachieri Seguir deliberarno il re lombardo. Essi avean trenta miglia cavallieri, L’un più che l’altro nobile e gagliardo, Che a quella impresa venian volentieri, Nè avean de’ Saracini alcun riguardo. Passarno e’ monti, e giù nel Genoese Sopra del mar la gente se distese.
Là dietro caminando molti giorni, Già di Provenza sono alle confine, E, vagheggiando quei colletti adorni, Tra cedri, aranci e palme pellegrine, Odirno risuonare e trombe e corni Oltra a quel monte, e par che il cel roine: Di tal strida e furore è l’aria pieno, Che par che il mondo abissi e venga meno.
Ranaldo presto se trasse davante Et Otachiero, e sieco il bon Dudone, E lor gente lasciarno tutte quante, Tanto che gionti son sopra al vallone, Là dove Rodamonte lo africante Mena e Lombardi a gran destruzïone. Prima sconfitti alla battaglia fiera Avea i Francesi e il duca di Baviera.
E’ quattro figli soi feriti a morte Eran distesi al campo sanguinoso; Nè avendo esso riparo a quella sorte, Era fuggito tristo e doloroso. E sempre il saracin torna più forte, Dissipando ogni cosa il forïoso. Già il duca di Savoglia e di Lorena Avea spezzati e morti con gran pena.
A Bradamante, che è figlia de Amone, Occiso avea il destriero e posto a terra, E più gente tagliata in quel sabbione Che giamai fosse morta in altra guerra. Tutta la cosa a ponto e per ragione Già vi contai, se il mio pensier non erra, Insin che sua bandiera cadde al campo, Onde lui prese il disdegnoso vampo.
Quella bandiera, che è vermiglia e d’oro, Nel mezo a sopraposte è ricamata. Una dama e un leone ha quel lavoro: La dama è Doralice di Granata. Questo è di Rodamonte il suo tesoro; Nè cosa al mondo avea più cara o grata, Perchè colei che ha quella somiglianza, Era suo amore e tutta sua speranza.
Quando la vide a terra Rodamonte, Della gran doglia non trovava loco, Et arrufârsi e’ crini alla sua fronte, Mostrando gli occhi rossi come il foco. Quale un cingial che a furia esce del monte, Che cani e cacciatori estima poco, Fiacca le broche e batte ambe le zane: Tristo colui che a canto gli rimane!
Cotal se mosse allora quel pagano, Sopra a’ Lombardi tutto se abandona, E ben si sbarattò presto quel piano, Nè vi rimase de intorno persona. Gli omini e l’arme taglia ad ogni mano, Della ruina il ciel tutto risuona, Perchè scudi ferrati e piastre e maglia Spezza e fracassa a quella aspra battaglia.
De la sua gente ognior cresce la folta, Che venne prima in fuga e sbigotita. Ora torna cridando: Volta! Volta! E sopra a’ Cristïan se mostra ardita. Intorno al franco re tutta è ricolta; Ma nostra gente quasi era stordita, Mirando il saracin cotanto audace; De’ suoi gran colpi non si puon dar pace.
Nel campo de’ Lombardi è un cavalliero Nato di Parma, e nome ha Rigonzone, Forte oltra modo e di natura fiero, Ma non avea nè senno nè ragione. Da morte a vita avea poco pensiero; Ov’è il periglio e la destruzïone, E dove il scampo apena se ritrova, Più volentier si pone a far sua prova.
Costui, veggendo il forte saracino, Che sopra al campo mena tal tempesta, Non lo stimando più che un fanciullino, Gli sprona adosso con la lancia a resta. Cridando: A terra! a terra! in sul camino A ritrovar l’andò testa per testa; Ruppe sua lancia, che è grosso troncone, Et urta via nel corso del ronzone.
Col petto del ronzone urta il pagano A briglia abandonata l’animoso, E ben credette trabuccarlo al piano, Ma troppo è Rodamonte ponderoso. Nel freno al gran destrier dètte di mano, E quel ritenne al corso furïoso; Perciò non stette Rigonzone a bada: Rotta la lancia, ha già tratta la spada.
Lasciata avea la briglia, e ad ambe mano Feritte il saracin di tutta possa, Ma ciascun colpo adosso a quello è vano; Quella pelle del drago è tanto grossa, Che da possanza o da valore umano Non teme taglio, o ponta, nè percossa. Mentre che a lo Africano il colpo tira, Lui prende il suo destriero e intorno il gira.
E poi che l’ebbe alquanto regirato, Con furia via lo trasse di traverso, E quello andò per caso in un fossato, E sopra Rigonzon cadde riverso. Lasciamo lui, che vivo è sotterrato, E ritorniamo al Saracin diverso, Che abatte sopra al campo ogni persona. Ecco afrontato ha il conte di Cremona,
Dico Arcimbaldo, il fio de Desiderio, Che vien col brando in mano alla distesa, Giovane ardito e degno de uno imperio, Et atto a trare a fine ogni alta impresa; Nè già gli attribuisco a vituperio Se fu perdente di questa contesa, Perchè quel saracino ha tal possanza, Che tutti gli altri di prodezza avanza.
Egli abatte Arcimbaldo de l’arcione, Ferito crudelmente nella testa. Or se incomincia la destruzïone Di nostra gente e l’ultima tempesta; E’ destrier morti insieme e le persone Cadeno al campo, e quel pagan non resta Menare il brando da la cima al basso: Battaglia non fu mai di tal fracasso.
Ranaldo che nel monte era venuto, E Dudon sieco e ’l giovene Otachieri, Quasi per maraviglia era perduto, Mirando del pagano e’ colpi fieri, E ben s’avede che bisogna aiuto; Nè porre indugia vi facea mestieri, Chè de ogni parte è persa la speranza, Rotti e’ Lombardi, e fuggìan quei di Franza.
Le lor bandiere al campo sanguinoso Squarzate a pezzi se vedeano andare; Nel mezo è Rodamonte il furïoso, Che sembra un vento di fortuna in mare, Et ha quel brando sì meraviglioso, Qual già Nembroto fece fabricare, Nembroto il fier gigante, che in Tesaglia Sfidò già Dio con sieco a la battaglia.
Poi quel superbo per la sua arroganza Fece in Babel la torre edificare, Chè de giongere in celo avea speranza, E quello a terra tutto ruïnare. Costui, fidando nella sua possanza, Il brando de cui parlo, fece fare, Di tal metallo e tal temperatura Che arme del mondo contra a lui non dura.
Re Rodamonte nacque di sua gesta, E dopo lui portò quel brando al fianco, Qual mai non fu portato in altra inchiesta, Perchè ogni altro portarlo venìa stanco, Nè di brandirlo alcuno avia podesta; E ’l suo patre Ulïeno, ardito e franco, Benchè di sua bontade avesse inteso, L’avea lasciato per superchio peso.
Or, come io dico, Rodamonte il porta, E sopra al campo mena tal ruina, Che avea più gente dissipata e morta, Che non han pesci e fiume e la marina; E gli altri tutti, senza guida e scorta, Per monti e per valloni ogniom camina; Pur che si toglia a lui davanti un poco, Non guarda ove se vada, o per qual loco.
Ranaldo che era gionto alla montagna, Mirando giuso la sconfitta al basso, Chè già de morti è piena la campagna, E gli altri vòlti in fuga a gran fraccasso, Forte piangendo quel baron se lagna, Ahimè, dicendo sconsolato e lasso, Che io non spero più mai de aver conforto! Tra quella gente il mio segnore è morto!
Or che debbo più far, tristo, diserto, Che certamente morto è il re Carlone? Già pur in qualche guerra io sono esperto, E mai non vidi tal destruzïone. Re Carlo è là giù morto, io scio di certo, E debbe avere apresso il duca Amone, Che gli portava sì fidele amore; Io so che occiso è apresso al suo segnore.
Ove è il franco Oliviero, ove è il Danese, Re di Bertagna, il duca di Baviera? Ove la falsa gesta maganzese, Che si mostrava sì superba e altiera? Alcun non vedo che faccia diffese, Nè sola al campo ritta una bandiera. Tutti son morti, e non potria fallire; Et io con sieco al campo vo’ morire.
Nè so stimar chi sia quello Africano, Che occiso ha nostre gente tutte quante, Se forse non è il figlio di Troiano, Re di Biserta, che ha nome Agramante. Sia chi esser vôle, io vado a mano a mano Ad affrontarme con quello arrogante; Voi, Otachiero, e tu, Dudon mio caro, Prendèti a nostra gente alcun riparo;
Chè io callo al campo come disperato, E son senza intelletto e coscïenza. O tu, mio Dio, che stai nel cel beato, Donami grazia nella tua presenza; Chè io te confesso che molto ho fallato, Et or ritorno a vera penitenza. La fede che io ti porto, ormai mi vaglia, Ch’io son senza il tuo aiuto una vil paglia.
Così parlava quel baron gagliardo, Piangendo tutta volta amaramente; Giù della costa sprona il suo Baiardo, E batte per furor dente con dente. Tornarno e’ due compagni senza tardo, Per condur sopra al poggio l’altra gente; Ma il pro’ Ranaldo menando tempesta Gionse nel campo e pose l’asta a resta.
Ver Rodamonte abassa la sua lanza, E ben l’avea nel campo cognosciuto, Chè tutto il petto sopra agli altri avanza, Ne la sua faccia orribile et arguto, E gli occhi avea di drago alla sembianza. Or vien Ranaldo, e colse a mezo il scuto Con quella lancia sì nerbuta e grossa Che avria gettato un muro alla percossa.
Un muro avria gettato il fio de Amone, Con tal furore è dal destrier portato, E gionse Rodamonte nel gallone, E roverso il mandò per terra al prato. Come caduto fosse un torrïone, O il iugo de un gran monte roïnato, Cotal parve ad odir quel gran fraccasso, Quando giù cadde l’Africano al basso.
Non si puotria contar l’alta roina, Chè suonâr l’arme che ha il pagano in dosso, E tremò il campo insino alla marina, Di quel gran busto quando fu percosso. Or se mosse la gente saracina, Tutti a Ranaldo s’aventarno addosso; Per aiutare il suo segnor ch’è a terra, Adosso de Ranaldo ogniom si serra.
Lui già del fodro avea tratto Fusberta, E dà tra lor, chè non gli stima un fico; De prima urtata ha quella schiera aperta, Nè discerne il parente da lo amico, Perchè la gente misera e diserta Taglia senza rispetto, come io dico; A chi la testa, a chi rompe le braccia: Non dimandar se intorno al campo spaccia.
Ma Rodamonte, la anima di foco, Di novo si era in piedi redricciato, E per grande ira non trovava loco, Chiamandosi abattuto e vergognato. Già tutta la sua gente a poco a poco, Rotta per forza, abandonava il prato, Quando vi gionse il superbo Africante, Et a Ranaldo se oppose davante.
A prima gionta de la spada mena Giù per le gambe del destrier Baiardo, E quel ronzon scappò de un salto a pena, Nè bisognava che fusse più tardo; E Rodamonte il suo brando rimena A gran roina, e non pone riguardo De giongere a cavallo o cavalliero; Tanto è turbato e disdegnoso il fiero.
Ahi falso saracin, disse Ranaldo Che mai non fusti di gesta reale! Non ti vergogni, perfido, ribaldo, Ferir del brando a sì digno animale? Forse nel tuo paese ardente e caldo, Ove virtute e prodezza non vale, De ferire il destriero è per usanza; Ma non se adopra tal costume in Franza.
Parlò Ranaldo in lenguaggio africano, Onde ben presto il Saracin lo intese, E disse: Per ribaldo e per villano Non ero io cognosciuto al mio paese; Et oggi dimostrai col brando in mano A queste genti che ho intorno distese, Che de vil sangue non nacqui giammai; Ma, a quel che io vedo, non è fatto assai.
Se io non te pongo con sieco a giacere Sopra a quel campo, in duo pezzi tagliato, Più mai al mondo non voglio apparere, E tengome a ciascun vituperato; Ma sino ad ora te faccio sapere Che il tuo destrier da me non fia servato; La usanza vostra non estimo un fico, Il peggio che io scio far, faccio al nimico.
Questo che io dico tuttavia parlava, E cominciò a ferir con tanta fretta Che, se Ranaldo ponto l’aspettava, Era ad un colpo fatta la vendetta. Ma lui verso del poggio rivoltava, E corse forse un tratto di saetta; E smontò quivi e lasciovvi Baiardo, Tornando a piedi il principe gagliardo.
Quando il pagano il vidde ritornare Soletto, a piede, senza quel ronzone Che via correndo lo puotea campare, Ben se lo tenne aver morto o pregione. Ma già le gente sopra al poggio appare, Qual conduce Otachieri e il bon Dudone, Li Ungari, dico, armati a belle schiere, Con targhe et archi e lancie e con bandiere.
Venian cridando quei guerreri arditi Giù della costa, e menando tempesta. Quando li vidde il re sì ben guarniti De arme lucente e con le penne in testa, Come gli avesse già presi e gremiti, Saltava ad alto e faceva gran festa: Menando il brando intorno ad ogni mano Ferìa gran colpi sopra al vento in vano.
Poi se mosse qual movese il leone Che vede e’ cervi longi alla pastura, E già venendo fa tra sè ragione Cacciar da sè la fame alla sicura. Cotal quel saracin, cor di dragone, Che spreza tutto il mondo e non ha cura, Lasciò Ranaldo che già presso gli era, E rivoltosse incontra quella schiera.
Tutta sua gente dietro a lui se mosse, Et è per suo valor ciascuno ardito, E l’una schiera a l’altra se percosse A tutta briglia, nel campo fiorito. Del fraccasso de’ scudi e lancie grosse Non fu giamai cotal rumore odito. A cui stava a mirare era gran festa Petto per petto urtar, testa per testa.
E corni e trombe e tamburi e gran voce Facean la terra e il cel tutto stremire, E li Africani e’ nostri da la Croce Nè l’un nè l’altro avante puotea gire. Sol Rodamonte, il saracin feroce, Facea d’intorno a sè la folta aprire, Tagliando braccie e busti ad ogni lato Come una falce taglia erba di prato.
Non se vide giamai cotal spavento Che ’l ferir del pagano in quella guerra. Come ne l’Alpe la ruina e il vento Abatte e’ faggi con furore a terra: Cotale il saracin pien d’ardimento Tra’ cavallieri a piedi se disferra, Non li stimando più che l’orso e’ bracchi: Già sono in rotta Ungari e Valacchi.
Benchè Otachier se adoperasse assai Per farli rivoltare alla battaglia, Non fu rimedio a voltarli giamai, Ma van fuggendo avanti alla canaglia; E Rodamonte, come io vi contai, Di qua di là nel campo li sbaraglia, Nè vi è chi contra lui volti la fronte; Già gli ha cacciati insino a mezo il monte.
Il giovanetto fio de Filippone Per la vergogna se credea morire, E già di vista avea perso Dudone, Che in altra parte avea preso a ferire. Ranaldo era smontato de l’arcione, Sì come poco avante io vi ebbi a dire, Et a quel loco non era presente, Ove egli è in volta tutta la sua gente.
Però si volse come disperato Verso il pagano e la sua lancia arresta, E gionse il saracin sopra al costato, E fiaccò tutta l’asta con tempesta. Ma lui conviene andar disteso al prato, Ferito sconciamente nella testa: Nel capo Rodamonte l’ha ferito, E fuor d’arcion lo trasse tramortito.
Non era indi Dudone assai lontano, E prestamente fu del fatto accorto. Quando vidde Otachier andare al piano, Senza alcun dubbio lo pose per morto; E già lo amava lui come germano, Onde ne prese molto disconforto, E destinò nel cor senza fallire Di vendicarlo, o con sieco morire.
E’ non portò mai lancia il giovanetto, Per quanto da Turpino io abbia inteso, Ma piastra e maglia e scudo e bacinetto E la mazza ferrata di gran peso. Con quella viene adosso al maledetto, E sì come era di furore acceso Tutto se abandonò sopra al pagano Con ogni forza, e tocca de ambe mano.
Ad ambe mano il tocca il damisello Sopra de l’elmo che è cotanto fino, E roppe la corona e ’l suo cerchiello, Nè vi rimase perle nè rubino. Tutto il frontale aperse a quel flagello, E cadde ingenocchione il Saracino. Ma la sua gente che intorno li stava, Li dette aiuto; e ben gli bisognava.
Tutti cridando avanti al suo segnore, Coperto lo tenian co e’ scudi in braccio. E Dudon la sua mazza a gran furore Mena a due mano adosso al populaccio; E non curando grande nè minore, Fiacca e profonda chi gli dona impaccio; Abatte e spezza, e de altro già non bada Se non di farsi a Rodamonte strada.
Ma lui già se era in piedi redricciato, E mena il brando a cui non val diffesa; Il scudo de Dudone ebbe spezzato, E strazia piastra e maglia alla distesa, E tutto il disarmò dal manco lato, Benchè non fésse a quel colpo altra offesa: Ma non avea callato il brando apena, Che l’altro colpo a gran fretta rimena.
Dudon, che vede non poter parare, Però che troppo gli è il pagano adosso, Subitamente il corse ad abracciare. Or era l’uno e l’altro grande e grosso, Sì che un bon pezzo assai vi fo che fare, Ma Dudon alla fin per più non posso Fu posto a terra da quel saracino, Preso e legato come un fanciullino.
Come volse Fortuna o Dio Beato, Ranaldo se trovò presente al fatto, E veggendo Dudone incatenato, Quasi per gran dolor divenne matto. Strenge Fusberta come disperato, Nè prende alcun riguardo a questo tratto, Nè stima più la vita o la persona; Ver Rodamonte tutto se abandona.
Egli era a piedi, come aveti odito, Chè al poggio avea lasciato il suo Baiardo; L’uno e l’altro de questi è tanto ardito, Che dir non vi saprei chi è più gagliardo. Ora il canto al presente è qui finito, Et è gionto Ranaldo tanto tardo, Che non può far battaglia questo giorno; Doman la contarò: fati ritorno.