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ORLANDO
INNAMORATO

Libro II · Canto XV

Battuto a colpi di rose

Rinaldo tiene testa a Rodamonte, ma nella selva delle Ardenne lo sconfiggono un ragazzo nudo e tre dame armate di fiori.

In breve

Rinaldo e Rodamonte combattono così ferocemente che tutti scappano lontano da loro. Il duello si interrompe quando arriva Carlo Magno con settantamila cavalieri: Rodamonte si getta contro di loro finché la notte non ferma la battaglia. Poi, saputo che Rinaldo sarebbe andato nella selva delle Ardenne, parte da solo per cercarlo. I suoi saraceni scappano in Africa portando con sé Dudone prigioniero. Per strada Rodamonte incontra Feraguto, e quando scopre che anche lui ha amato la sua Doralice lo sfida a duello.

Rinaldo, intanto, arriva per primo nella selva. In un prato fiorito un ragazzo nudo e tre dame lo prendono a colpi di rose e di gigli, che bruciano come fuoco: è il dio Amore, che lo punisce per aver respinto Angelica. La dama Pasitea gli indica il rimedio, un ruscello: Rinaldo ne beve l'acqua e si ritrova di nuovo innamorato di Angelica, pronto a tornare in India per lei. Il canto si chiude con Brunello, inseguito da Marfisa, che mangia in tutte le osterie e scappa senza pagare.

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Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Capitolo 11

Il giovane nascosto

1 scena su questo canto · 1 min

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Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

Rinaldo e Rodamonte combattevano con tanta rabbia che tutti, cristiani e saraceni, scappavano lontano da loro. Le spade si scontravano con un fracasso mai sentito. Gli scudi volavano in pezzi, ma gli elmi resistevano. Nessuno riusciva a capire chi stesse vincendo.

A un tratto dalla collina scese un esercito splendido, con trombe, tamburi e bandiere azzurre a gigli d'oro. Era Carlo Magno in persona, vivo e vegeto, con settantamila cavalieri! Rodamonte, invece di spaventarsi, si rallegrò e corse contro di loro. Combatté finché il buio della notte fermò la battaglia.

Ma Rodamonte voleva ritrovare Rinaldo, l'unico che gli aveva tenuto testa. Un prigioniero, per paura, gli disse una bugia: «È andato nella selva delle Ardenne.» Così Rodamonte partì da solo, quella notte stessa. I suoi soldati, rimasti senza re, fuggirono sulle navi verso l'Africa, portandosi via Dudone prigioniero.

Per strada Rodamonte incontrò Feraguto. Parlando, Feraguto raccontò di aver amato una dama di nome Doralice. Ma era proprio la dama di cui Rodamonte era innamorato! «Nessun altro al mondo deve amarla!» gridò, e lo sfidò a duello. I loro colpi risuonavano come martelli sull'incudine.

Intanto Rinaldo arrivò nella selva e trovò un prato pieno di fiori. Lì un ragazzo biondo cantava, e tre dame ballavano intorno a lui. Appena videro Rinaldo, gridarono: «Eccolo, il traditore!» E cominciarono a tirargli rose, viole e gigli. Ma quei fiori bruciavano come fuoco, anche attraverso l'armatura!

Il ragazzo gli diede un colpo sull'elmo con un giglio, e Rinaldo, il fortissimo Rinaldo, cadde a terra come un bambino. Poi le dame lo picchiarono con le loro ghirlande di rose fino a mezzogiorno. Alla fine a tutti spuntarono le ali, e volarono via.

Arrivò allora una dama di nome Pasitea. «Quel ragazzo è Amore, il dio che fa innamorare» spiegò. «E la sua legge è questa: chi non ama chi lo ama, dovrà amare senza essere ricambiato.» Rinaldo, tanto tempo prima, era scappato da Angelica, che lo amava. Pasitea gli indicò un ruscello, vicino a un pino e a un ulivo: lì avrebbe trovato la medicina.

Rinaldo bevve quell'acqua e il dolore sparì. Ma era un'acqua che faceva innamorare! All'improvviso si ricordò di Angelica e del giorno in cui era fuggito da lei. Ora se ne pentiva: la amava più di sé stesso, e voleva tornare fino in India per ritrovarla.

E Brunello, il ladro più furbo del mondo? Scappava ancora da Marfisa. Ogni volta che vedeva un'osteria entrava, mangiava in fretta e fuggiva senza pagare. Gli osti lo rincorrevano con pentole e brocche, e lui faceva le boccacce. Dietro, Marfisa gridava: «Al ladro! Al ladro!» Riuscirà mai a prenderlo? E chi vincerà tra Rodamonte e Feraguto? La storia continua nel prossimo canto.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

Due demoni in battaglia ott. 1–10

Chi ama le battaglie feroci si faccia avanti, dice il poeta: ecco due guerrieri che non stimano la vita più di un filo di paglia, decisi a vincere o morire. Sono Rinaldo e Rodamonte. Hanno tanta rabbia in corpo che la loro faccia è trasformata e gli occhi mandano fiamme. Cristiani e saraceni fuggono come se quei due fossero demoni usciti dall'inferno, e solo da lontano si voltano a guardare.

Al primo colpo si colpiscono in faccia nello stesso istante: sembra che il cielo prenda fuoco, quello che copre gli elmi si spezza come vetro e ognuno arretra di dieci passi. Ma gli elmi reggono. Quello di Rinaldo era appartenuto a Mambrino e ha l'acciaio spesso più di due dita; quello del saracino fu fabbricato con un incantesimo nella cava dove nascono i diamanti, per ordine del gigante Nembroto.

Le spade non si fermano un attimo: corazze e maglie volano a pezzi sul prato, e degli scudi non resta quasi niente. Le due lame si scontrano a mezz'aria con un fragore mai sentito. Rodamonte, abituato a mandare tutti a terra al primo colpo, si trova davanti uno che gli rende pan per focaccia. Furioso, sfida perfino il cielo: «Nemmeno Dio potrebbe salvarti: ti farò in quattro pezzi!»

Si colpiscono di nuovo in mezzo agli scudi, che vanno in frantumi. Nessuno dei due vuole lasciare all'altro un vantaggio nemmeno di un lupino: le armature si strappano come carta, la maglia vola in giro come polvere e le piastre cadono rumoreggiando come grandine.

Arriva re Carlo ott. 11–16

Tutti guardano senza riuscire a dire chi sia in vantaggio, quando dalla collina scende una schiera tra grida, corni, tamburi e trombe. Non si è mai vista gente più splendida, con armature lucenti, alti cimieri e lance in pugno: è Carlo Magno in persona, con il fiore dei cristiani. Sono più di settantamila cavalieri, e davanti a tutti vengono il marchese Oliviero e il Danese, con tutta la corte e le bandiere azzurre a gigli d'oro.

Rodamonte, che considera il mondo intero una sciocchezza, chiede a Rinaldo chi sia quella gente. Quando sente che è il re di Francia si rallegra, perché li stima tutti meno di niente, e senza neanche salutare si dirige verso di loro. Corre facendo salti più lunghi di un leopardo, tanto che Rinaldo non riesce a stargli dietro, e comincia a colpire. Se non fosse così tardi farebbe parlare molto di sé, ma il buio della notte mette fine alla battaglia.

Il Danese resta ferito al braccio sinistro e al fianco; Oliviero si difende bene, anche se perde lo scudo con il grifone e ha tutta l'armatura a pezzi. Le pianure sono coperte di morti, cristiani e pagani.

Rinaldo cercato nella notte ott. 17–27

Il poeta si stupisce di quel pagano: ha combattuto tutto il giorno senza riposare e ora, finita la battaglia, gira per monti e pianure in cerca di Rinaldo. Si fa portare davanti tutti i prigionieri e chiede del figlio di Amone, spaventandoli e strattonandoli. Uno, per paura o chissà perché, gli dice che è andato nella selva delle Ardenne. Non è vero: non lo sa e non potrebbe saperlo, perché Rinaldo è soltanto tornato a riprendere Baiardo.

Rodamonte abbandona i suoi soldati senza pensarci più. Prende il cavallo di Dudone, grande e fiero, si fa portare dalla nave una lancia enorme e parte quella notte stessa verso le Ardenne. I suoi saraceni, rimasti senza di lui, sono pieni di paura: caricano sulle navi i prigionieri e le loro cose e prendono il largo. Tra i primi portano via Dudone.

Ma chi è lento a partire subisce la vendetta di Rinaldo, che, di nuovo in sella, arriva sulla spiaggia. Cerca Rodamonte al chiaro di luna, lo chiama a gran voce nella notte, e vede i saraceni che si affannano a imbarcarsi per l'Africa. Si getta tra loro, e quelli fuggono chi sulle navi, chi buttandosi in mare. Altri, già pronti a partire, lasciano la riva con Dudone prigioniero: se Rinaldo lo sapesse farebbe una strage, e forse li inseguirebbe in mare, ma lui pensa solo a Rodamonte.

Un saracino spaventato si inginocchia e gli dice la verità: Rodamonte è partito da solo per la selva delle Ardenne, perché gli hanno detto che Rinaldo andava là, alla Fontana di Merlino. In quel bosco, ricorda il poeta, c'è la fontana che è veleno per gli innamorati, perché chi ci beve non ama più; e lì vicino scorre un'altra acqua, più bella da vedere e peggiore negli effetti, perché chi la assaggia brucia d'amore. Rinaldo lascia perdere quella gente e parte subito verso occidente, lungo il mare, con il cuore in fiamme dalla voglia di trovare il suo nemico.

Il pentimento di Rodamonte ott. 28–30

Anche Rodamonte si affretta verso le Ardenne e intanto pensa: «Che il cielo mi faccia ritrovare quel barone valoroso, per ucciderlo o per diventare suo amico! Se lui muore non avrò rivali sulla terra, e se sta con me voglio conquistare il cielo. Non crederò mai che il conte Orlando valga quanto lui: l'ho provato con la lancia e con la spada, e non c'è nessuno più forte al mondo. Re Agramante, che Dio ti aiuti, se scendi in queste terre: con me lontano, la tua gente sarà sconfitta!

Quanto aveva ragione il re Sobrino! Bisogna sempre credere a chi ha esperienza. Se Orlando è come costui, guai ad Agramante e a tutti i saraceni che porterà di qua dal mare! Io, che pensavo di catturarli tutti, con uno solo ne ho avuto abbastanza, e anche di più.»

Rivali per Doralice ott. 31–41

Non conosce bene la strada, e all'alba, in una bella pianura, incontra un cavaliere che avanza lentamente. Gli chiede con cortesia, nella sua lingua, quanto manca alla selva delle Ardenne. «Non so niente di quella strada» risponde l'altro, «perché sono straniero come te. Vado piangendo, infelice, senza guardare strade né sentieri, dove mi porta il destino, verso la morte e ogni dolore, perché così vuole l'amore traditore.»

Quel cavaliere è Feraguto, che è venuto in Francia travestito, di nascosto, solo per sapere se Angelica sia mai tornata. Anche lui la amava, e non riuscendo ad avere sue notizie si consuma giorno e notte tra lamenti e sospiri.

I due restano un po' insieme a lamentarsi d'amore. Parlando, Feraguto racconta di essere spagnolo e di tornare proprio allora da Granata, dove a lungo aveva amato una dama, Doralice, figlia del re Stordilano. «Basta parole» dice Rodamonte, «combatti subito! Chi ti ha portato a morire oggi su questo prato, disgraziato? Non sopporto che al mondo qualcun altro ami lei.»

«Uno grande come te non dovrebbe essere così permaloso» risponde Feraguto. «Ma visto che vuoi battaglia, ce la divideremo, nel bene e nel male, e la tua superbia potrebbe costarti cara. L'ho amata, poi l'amore è passato: per farti dispetto, la amerò di nuovo.»

Si sfidano e si caricano con le lance in resta. Lo scontro è tremendo: i due cavalli si urtano petto contro petto e cadono a terra con i cavalieri addosso, e le lance si spezzano fino all'impugnatura. I due si liberano e continuano con le spade: i colpi risuonano come il martello di un fabbro sull'incudine, e si sentono da lontano. Il poeta non saprebbe dire chi sia più coraggioso; ma lascia per ora quel duello, promettendo di raccontarlo più avanti, perché deve tornare a Rinaldo.

Un ragazzo nudo e tre dame ott. 42–51

Rinaldo segue la riva del mare verso le Ardenne, convinto di inseguire Rodamonte; ma quello ha perso la strada e si è fermato a combattere con Feraguto, così Rinaldo lo sorpassa senza saperlo. Entrato nella selva, va dritto verso la Fontana di Merlino, quando qualcosa di strano lo fa fermare: un praticello pieno di fiori rossi, bianchi e di mille colori.

In mezzo al prato un ragazzo nudo canta e fa festa, e tre dame, nude anche loro, gli ballano intorno come intorno al loro innamorato. Lui non ha l'aria di uno che porta spada e scudo: ha gli occhi scuri, i capelli biondi e un'ombra di barba appena spuntata. Tutti tengono in mano cesti di rose, viole e fiori di ogni tipo.

Appena vedono Rinaldo, gridano: «Ecco il traditore, il villano! Ecco quello che disprezza ogni piacere: finalmente è caduto nella rete!» E gli si avventano contro lanciandogli rose, viole, gigli e giacinti. Ogni fiore lo colpisce fino al cuore e fino al midollo delle ossa, e brucia come se fosse di fuoco.

Svuotato il suo cestino, il ragazzo lo colpisce sull'elmo di Mambrino con un lungo stelo di giglio, e Rinaldo cade a terra come un bambino. Il ragazzo lo afferra per i piedi e lo trascina, mentre le tre dame, finiti i fiori, si tolgono le ghirlande di rose rosse e bianche e lo picchiano con quelle. Lui chiede pietà, ma loro lo trascinano in giro per il prato e lo battono fino a mezzogiorno, finché sono stanche.

Né corazza né piastre di ferro lo proteggono: sotto le armi ha il corpo pieno di piaghe e brucia così tanto che le anime dannate dell'inferno soffrono meno. Non sa se siano uomini o dèi. A un tratto a tutti spuntano sulle spalle ali rosse, bianche e d'oro, con un occhio di dama in ogni penna, e volano via verso il cielo uno dopo l'altro. Rinaldo resta solo sull'erba, piangendo, e alla fine sviene come morto.

La legge di Amore ott. 52–57

Mentre giace tra i fiori, convinto di morire, arriva una dama bella come una dea. «Mi chiamo Pasitea» gli dice. «Sono una delle tre che ti hanno colpito, compagna e serva di Amore. Quel ragazzo era il dio d'Amore, che ti ha buttato giù di sella come un nemico. Se pensi di resistergli ti sbagli: né oggi né in antico nessuno gli ha mai resistito. Ascolta il mio consiglio, se vuoi sfuggire alla morte.

Amore ha questa legge: chi non ama chi lo ama, dovrà poi amare lui, senza essere ricambiato, per provare il male che ha fatto. Le botte che hai preso non sono niente in confronto: amare senza essere amati è il peggiore dei tormenti. Ora va' per questo bosco finché troverai su una riva un alto pino e un ulivo verde. Da lì scende un ruscello allegro tra i fiori: in quell'acqua troverai la medicina per il dolore che ti martella il petto.» Poi vola via come un uccello e scompare in cielo.

Rinaldo non sa che cosa pensare: gente che vola, contro cui non servono né forza né armatura! Il suo valore è stato vinto da gente nuda armata di gigli, rose e petali.

Di nuovo innamorato di Angelica ott. 58–63

Con grande fatica si rialza e si mette in cammino nel bosco fitto, finché trova vicino al fiume l'alto pino e l'ulivo. Dalle radici sgorga un'acqua limpida, dolce in bocca e amara nel cuore, perché accende d'amore chi la beve. Proprio per rimediare a questo, Merlino aveva costruito lì vicino la sua fontana, che fa dimenticare l'amore: è quella a cui Rinaldo aveva bevuto tanto tempo prima, causando ad Angelica tante offese.

Ma ora Rinaldo non si ricorda più di quel tempo. Dolorante e assetato, si china sulla riva e beve a lungo, senza pensarci. Appena rialza il viso, ogni dolore se ne va; ma la sete non si placa, e più beve più ne vorrebbe. Ringrazia Dio e, a poco a poco, gli torna in mente di essere già stato in quel luogo, quando Angelica lo aveva svegliato con gigli e rose mentre dormiva sull'erba, e lui era fuggito.

Ora se ne pente amaramente. Con il cuore ferito d'amore, vorrebbe proprio quello che non può avere: la bella dama in quel giardino, e adesso non sarebbe così crudele. Si rimprovera tutte le offese che le ha fatto e si chiama spietato. Poche ore prima la odiava; ora la ama più di sé stesso, e ne ha così tanta voglia che vuole tornare in India un'altra volta.

Una dama e un cavaliere sconosciuti ott. 64–66

Va da Baiardo, che lo aspetta lì vicino, per salire in sella, quando vede una fanciulla, ancora lontana nel bosco, oltre il fiume, accanto alla fontana: troppo lontana per riconoscerla. Ha i capelli raccolti sul lato sinistro, con le punte arricciate che volano al vento, e cavalca un palafreno bianco dalla lunga criniera, con i finimenti d'oro brunito. Al suo fianco c'è un cavaliere armato, dall'aria molto ardita, che ha per cimiero un Mongibello, cioè una montagna che getta fuoco; la stessa insegna è sullo scudo e sulla gualdrappa del cavallo.

«Ora però, cari signori» dice il poeta, «devo lasciare un po' questa storia per rimettere insieme i fili del racconto: torno a Brunello, che ha ancora Marfisa alle calcagna.»

Brunello non paga il conto ott. 67–70

La fiera Marfisa non lo molla: lo insegue giorno e notte, e non la fermano né montagne, né fiumi, né boschi, né paludi. Ma Brunello cavalca Frontalate, il velocissimo cavallo che era stato di Sacripante, e le fugge davanti come un uccello. Da quindici giorni lei lo segue mangiando soltanto foglie.

Il ladro, invece, che è furbissimo, si nutre ben meglio: ogni volta che vede un'osteria entra, mangia in fretta e scappa senza pagare il conto. Gli osti e i loro garzoni lo rincorrono con brocche e pentole, ma lui se ne va stuzzicandosi i denti e facendo boccacce a tutti, e ha tanti trucchi che nessuno, per quanto attento, riuscirebbe a guardarsene.

Marfisa lo segue, ora più lontano, ora più vicino, gridando sempre: «Al ladro! Al ladro!» E tutti rispondono: «È proprio lui!» Ognuno si lamenta di quel ghiottone, che si prende sempre i bocconi migliori, e lo minaccia col dito... «Ma ora basta» conclude il poeta, «perché il canto è finito.»

Parole difficili

  • squaderno ott. 3: scompiglio, confusione.
  • usbergi ott. 3: corazze di maglia di ferro.
  • barbute ott. 4: un tipo di elmo; qui sembra indicare la parte che ricopre l'elmo vero e proprio, che si spezza mentre l'elmo resiste.
  • Mambrino ott. 5: re pagano ucciso da Rinaldo; da allora Rinaldo porta il suo elmo fatato.
  • rende agresto a lui per prugna acerba ott. 8: risponde colpo su colpo, rende pan per focaccia.
  • lupino ott. 10: legume da poco; «un vil lupino» è una cosa che non vale niente.
  • polvino ott. 10: polvere.
  • concistoro ott. 13: l'assemblea dei grandi signori della corte.
  • ha tutto il mondo a zanza ott. 14: considera il mondo intero una sciocchezza.
  • Ardena ott. 18: la selva delle Ardenne, la grande foresta tra Francia e Belgio dove si trova la Fontana di Merlino.
  • tosco ott. 26: veleno.
  • drudo ott. 44: innamorato.
  • medolle ott. 46: midollo delle ossa.
  • Pasitea ott. 52: nella mitologia greca, una delle Grazie, compagne della dea dell'amore.
  • Mongibello ott. 65: l'Etna, il vulcano della Sicilia.
  • palafren crinuto ott. 65: cavallo da viaggio con una lunga criniera.
  • scotto ott. 68: il conto dell'osteria.

Il testo di Boiardo

70 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

A cui piace de odire aspra battaglia, Crudeli assalti e colpi smisurati, Tirase avante et oda in che travaglia Son due guerreri arditi e disperati, Che non stiman la vita un fil de paglia, A vincere o morire inanimati. Ranaldo è l’uno, e l’altro è Rodamonte, Che a questa guerra son condutti a fronte.

2

Avea ciascun di lor tanta ira accolta, Che in faccia avean cangiata ogni figura, E la luce de gli occhi in fiamma volta Gli sfavillava in vista orrenda e scura. La gente, che era in prima intorno folta, Da lor se discostava per paura; Cristiani e Saracin fuggian smariti, Come fosser quei duo de inferno usciti.

3

Siccome duo demonii dello inferno Fossero usciti sopra della terra, Fuggia la gente, volta in tal squaderno, Che alcun non guarda se il destrier si sferra; E poi da largo, sì come io discerno, Se rivoltarno a remirar la guerra Che fanno e due baroni a brandi nudi, Spezzando usbergi, maglie, piastre e scudi.

4

Ciascun più furïoso se procaccia De trare al fine il dispietato gioco; Al primo colpo se gionsero in faccia Ambi ad un tempo istesso e ad un loco. Or par che ’l celo a fiamma se disfaccia, E che quegli elmi sian tutti di foco; Le barbute spezzâr, come di vetro: Ben diece passi andò ciascuno adietro.

5

Ma l’uno e l’altro degli elmi è sì fino, Che non gli nôce taglio nè percossa; Quel de Ranaldo già fo de Mambrino, Che avea due dita e più la piastra grossa; E questo che portava il Saracino, Fo fatto per incanto in quella fossa Ove nascon le pietre del diamante; Nembroto il fece fare, il fier gigante.

6

Sopra a questi elmi spezzâr le barbute Al primo colpo, come io vi ho contato; Mai non son ferme quelle spade argute, Disarmando e’ baron; da ogni lato Le grosse piastre e le maglie minute Vanno a gran squarci con roina al prato; Ogni armatura va de mal in pezo, Del scudo suo non ha più alcun lì mezo.

7

Ranaldo, a cui non piace il stare a bada, Mena a duo mano al dritto della testa, E Rodamonte, che il ferire agrada, Mena anch’esso a quel tempo, e non s’arresta; Et incontrosse l’una a l’altra spada, Nè se odette giamai tanta tempesta; E ben de intorno per quelle confine Par che il mondo arda e tutto il cel ruine.

8

Re Rodamonte, che sempre era usato Mandare al primo colpo ogniomo ad erba, Essendo con Ranaldo ora affrontato, Che rende agresto a lui per prugna acerba, Crucciosse fuor di modo, e desdignato Sprezava il cel quella anima superba, Dio non ti puotria dar, dicendo, iscampo, Che io non ti ponga in quattro pezzi al campo.

9

Così dicendo quel saracin crudo Mena a due mani un colpo di traverso; Ranaldo mena anch’esso il brando nudo, E non crediati che abbia tempo perso, Onde l’un gionse l’altro a mezo il scudo. Fu ciascun colpo orribile e diverso, Fiaccando tutti e’ scudi a gran ruina, Nè il lor ferir per questo se raffina.

10

Chè l’un non vol che l’altro se diparta Con avantaggio sol de un vil lupino; E come l’arme fossero de carta, Mandano a squarci sopra del camino. La maglia si vedea per l’aria sparta Volar de intorno sì come polvino, E le piastre lucente alla foresta Cadean sonando a guisa de tempesta.

11

Stava gran gente intorno a remirare, Come io vi dissi, la battaglia oscura, Nè alcun vantaggio vi san iudicare, Pensando e’ colpi a ponto e per misura. Ecco una schiera sopra al poggio appare, Che scende con gran cridi alla pianura, Con tanti corni e tamburini e trombe, Che par che ’l mare e il cel tutto rimbombe.

12

Mai non se vidde la più bella gente Di questa nova che discende al piano, Di sopraveste et arme relucente, Con cimeri alti e con le lancie in mano. Perchè sappiati il fatto intieramente, Vi fo palese che il re Carlo Mano È quel che viene, il magno imperatore, Et ha con sieco de’ Cristiani il fiore;

13

Più de settanta millia cavallieri (Chè còlto è, dico, il fior d’ogni paese), Sì ben guarniti, e sì gagliardi e fieri, Che tutto il mondo non ve avria diffese: Avanti a tutti il marchese Olivieri, E sieco a paro a paro il bon Danese, E della corte tutto il concistoro, Con le bandiere azurre a zigli d’oro.

14

Quello African, che ha tutto il mondo a zanza, Ranaldo dimandò di quella gente, E quando intese ch’egli è il re di Franza, Divenne allegro in faccia e nella mente, Come colui che avea tanta arroganza, Che tutti gli stimava per nïente; E senz’altro parlar nè altro combiato, Verso questi altri subito è dricciato.

15

Di corso andava il saracin gagliardo, E già Ranaldo non puotea seguire, Chè facea salti assai maggior de un pardo. Gionto è tra nostri, e comincia a ferire; E se non era il giorno tanto tardo, Facea de’ fatti suoi molto più dire; Ma la luce, che sparve a notte scura, Impose fine alla battaglia dura.

16

Pur vi rimase ferito il Danese Nel braccio manco e sopra del gallone; Et Olivieri assai ben se diffese, Benchè perdesse il scudo dal grifone, E fossegli spezzato ogni suo arnese. Grande tra gli altri fu la occisïone: Coperti erano a morti tutti e piani De nostra gente et anco de pagani.

17

La oscura notte, come io vi contai, Partitte al fin la zuffa cominciata. Or ben mi fa meravigliare assai Quel fier pagan, che tutta la giornata Ha combattuto e non se posò mai, E, poi che la battaglia è raquietata, Va roïnando tutto il monte e ’l piano, Per ritrovar il sir de Montealbano.

18

Avanti fa condurse ogni pregione, Chè molti ne avea presi alla catena, E lor dimanda del figliol de Amone, E qual spaventa, e qual forte dimena; Un per paura, o per altra cagione, Disse che era ito nel bosco de Ardena, E già non eran sue parole vere: Nè lo sapea, nè lo potea sapere.

19

Però che il bon Ranaldo era tornato A rimontar Baiardo, il suo destriero. Ma poi che al saracin fu ciò contato, Lascia sua gente e più non gli ha pensiero. Il caval de Dudone ebbe pigliato, Quale era grande a maraviglia e fiero; Sopra vi salta il forte saracino, E verso Ardena prende il suo camino.

20

Una grossa asta e troppo sterminata Fuor de la nave sua fece arrecare, E non aspetta luce nè giornata, Ma quella notte prese a caminare; Onde sua gente, che era abandonata, Senza il suo aiuto non sa che si fare; Tutti smariti e pien de alto spavento Entrarno in nave e dier le vele al vento.

21

Ogni pregione e tutto il loro arnese Portavan alle nave con gran fretta; Dudon tra’ primi, il giovane cortese, Menava via la gente maledetta. Ma chi fu tardo a distaccar le prese, Sopra di lor discese la vendetta, Perchè Ranaldo, a destrier risalito, Con gran ruina gionse in su quel lito.

22

De Rodamonte va il baron cercando Per ogni loco a lume della luna; A nome lo dimanda e va cridando Ad alta voce per la notte bruna; E sopra alla marina riguardando Vede la gente che l’arnese aduna: A più poter ciascun forte se tràffica Per porlo in nave e via passare in Africa.

23

Ranaldo dà tra lor senza pensare, Chè ben cognobbe che eran Saracini; Quivi de intorno fo il bel sbarattare, Fuggendo tutti in rotta quei meschini. Chi ne la nave, e chi saltava in mare, L’un non aspetta che l’altro se chini A prender cosa che gli sia caduta; Ma sol fuggendo ciascadun se aiuta.

24

Gli altri che a terra avean volto il timone, Via se ne andarno, abandonando il lito, E sieco ne menâr preso Dudone, Che, se Ranaldo l’avesse sentito, Avria menata gran destruzïone, E forse entro a quel mar l’avria seguito; Ma lui non si pensava di tale onte, Sol dimandando ove era Rodamonte.

25

Un saracin ben forte spaventato, Che anti a Ranaldo inginocchion si pose, Di Rodamonte essendo dimandato, La pura verità presto rispose: Come al bosco de Ardena era invïato, Tutto soletto per le piaggie ombrose, Essendo detto a lui che a quel camino Giva Ranaldo, al Fonte de Merlino.

26

Il Fonte de Merlino era in quel bosco, Sì come un’altra volta vi contai, Che era a gli amanti un velenoso tosco, Chè, ivi bevendo, non amavan mai; Benchè lì presso a quel loco fosco Passava una acqua che è megliore assai: Meglior de vista e de effetto peggiore; Chiunche ne gusta, in tutto arde d’amore.

27

Quando Ranaldo intese che a quel loco Andava Rodamonte a ricercarlo, Di questa gente si curava poco, E più presto partì che io non vi parlo. Il cuor gli fiammeggiava come un foco Del gran desio che avea di ritrovarlo, E via trottando a gran fretta camina Verso ponente, a canto alla marina.

28

E Rodamonte simigliantemente De giongere ad Ardena ben se spaccia; E parlava tra sè nella sua mente, Dicendo: Questo dono il ciel mi faccia, Pur che ritrovi quel baron valente, O ch’io l’occida, o torni sieco in graccia; Chè, essendo morto, in terra non ho pare, E se egli è meco, il cel voglio acquistare.

29

Nè creder potrò mai che ’l conte Orlando Abbia di questo la mera bontate. Io l’ho provato, e di lancia e di brando Non è il più forte al mondo in veritate. O re Agramante, a Dio ti racomando, Se tu discendi per queste contrate! Essendote io, come serò, lontano, Tutta tua gente fia sconfitta al piano.

30

Come diceva il vero il re Sobrino! Sempre creder si debbe a chi ha provato. Or, s’egli è tale Orlando paladino Come costui che meco a fronte è stato, Tristo Agramante et ogni saracino Che fia di qua dal mar con lui portato! Io, che tutti pigliarli avea arroganza, Assai ne ho de uno, e più che di bastanza.

31

Così parlando andava il re pagano, E non sapendo a ponto quel vïaggio, Nel far del giorno gionse in un bel piano Là dove un cavallier veniva adaggio; E Rodamonte con parlare umano Dimandò al cavalliero in suo lenguaggio Quanto indi fusse alla selva de Ardena, Se lo sapesse, e qual strata vi mena.

32

Rispose prestamente il cavalliero: — Nulla te so contar di quel camino, Perchè io, sì come tu, son forastiero, E vo piangendo, misero e tapino, Non riguardando strata nè sentiero, Ma dove mi conduce il mio destino, A strugimento, a morte, a ogni dolore, Poi che se piace al deslïale amore.

33

Perchè sappiati il fatto ben compiuto, Quel cavallier che fa tal lamentanza Dolendosi de amore, è Feraguto, Che fu al suo tempo un raggio di possanza; Et ora travestito era venuto Nascosamente nel regno di Franza, Sol per saper, quella anima affocata, Se giamai fusse Angelica tornata.

34

Egli anco amava quella damigella, Come potesti odir primeramente, E non potendo aver di lei novella, Benchè ne dimandasse ad ogni gente, Or per questa ventura et or per quella Se consumava dolorosamente, E giorno e notte non avia mai bene, Sempre languendo e sospirando in pene.

35

Or, come aveti inteso, il giovanetto Trovò quel re pagano alla campagna, E sterno insieme alquanto a lor diletto, E ciascadun de Amor si dole e lagna. Pur, così ragionando, venne detto A Feraguto come era di Spagna, E che pur mo tornava di Granata, Ove una dama avea gran tempo amata;

36

E come era chiamata Doralice Quella, figliola del re Stordilano. — Non più parole, — Rodamonte dice Ma prendi la battaglia a mano a mano. Chi te ha condotto, misero, infelice, A morire oggi sopra a questo piano? Chè comportar non voglio e non potrei Che altri che me nel mondo ami colei.

37

Rispose Feraguto: Essendo grande, Lo esser cucioso assai ti disconviene; Ma poi che la battaglia me domande, Tra noi la partiremo, o male, o bene, E l’alterezza tua che sì se spande, Potria tornarti in dolorose pene. Amai colei; lo amore ebbe a passare: Per tuo dispetto voglio ancora amare.

38

Con tal parole e con de l’altre assai Se furno insieme e’ duo baron sfidati. Ambi avean lancie, come io vi contai: Con esse a resta se fôr rivoltati. Più crudel scontro non se udì giamai; E due destrier, di petto insieme urtati, Andarno a terra, e i cavallieri adosso, Con tal fraccasso che contar non posso.

39

E le lor lancie grosse oltra a misura Se fragellarno insin presso alla resta; Ciascun de svilupparsi se procura Per rimenar col brando un’altra festa. Or si comincia la battaglia dura De’ colpi sterminati, e la tempesta De l’arme rotte e piastre con ruina, Come battesse un fabro alla fucina.

40

Non avea indugia o sosta il lor ferire, Ma quando l’un promette, e l’altro dona; E ben da longe se potrebbe odire, Perchè ogni colpo de intorno risuona. E certamente io non saprei ben dire Qual sia più ardita e più franca persona; Tanto son de alto core e di gran lena, Che un altro par non trovo al mondo apena.

41

Ciascuno è de ira e di superbia caldo, E però combattean con molto orgoglio, L’un più che l’altro alla battaglia saldo. Ma quella nel presente dir non voglio, Perchè convien contarvi di Ranaldo; Dapoi ritornarò, sì come io soglio, A dirvi questa zuffa alla distesa, Sì che vi fia diletto averla intesa.

42

Giva Ranaldo, come aveti odito, In verso Ardenna, alla ripa del mare, Credendo Rodamonte aver seguito, Ma lui giamai non puote ritrovare, Perchè il dritto vïaggio avea smarito, E poi con Feraguto ebbe che fare; Onde lui caminando avanti passa, Et a sè drieto Rodamonte lassa.

43

Quando fu gionto alla selva fronzuta, Dritto ne andava al Fonte di Merlino: Al Fonte che de amore il petto muta, Là dritto se n’andava il paladino. Ma nova cosa che egli ebbe veduta, Lo fece dimorare in quel camino: Nel bosco un praticello è pien de fiori Vermigli e bianchi e de mille colori.

44

In mezo il prato un giovanetto ignudo Cantando sollacciava con gran festa. Tre dame intorno a lui, come a suo drudo, Danzavan, nude anch’esse e senza vesta. Lui sembianza non ha da spada o scudo, Ne gli occhi è bruno, e biondo nella testa; Le piume della barba a ponto ha messe: Chi sì, chi no direbbe che le avesse.

45

Di rose e de vïole e de ogni fiore Costor che io dico, avean canestri in mano, E standosi con zoia e con amore, Gionse tra loro il sir de Montealbano. Tutti cridarno: Ora ecco il traditore, (Come l’ebber veduto ), ecco il villano! Ecco il disprezator de ogni diletto, Che pur gionto è nel laccio al suo dispetto!

46

Con quei canestri al fin de le parole Tutti a Ranaldo se aventarno adosso: Chi getta rose, chi getta vïole, Chi zigli e chi iacinti a più non posso. Ogni percossa insino al cor li duole E trova le medolle in ciascuno osso, Accendendo uno ardore in ogni loco Come le foglie e i fior fosser di foco.

47

Quel giovanetto che nudo è venuto, Poi che ebbe vòto tutto il canestrino, Con un fusto di ziglio alto e fronzuto, Ferì Ranaldo a l’elmo de Mambrino. Non ebbe quel barone alcuno aiuto, Ma cadde a terra come un fanciullino; E non era caduto al prato a pena, Che ai piedi il prende e strasinando il mena.

48

De le tre dame ogniuna avea ghirlanda Chi de rosa vermiglia e chi de bianca; Ciascuna se la trasse in quella banda, Poi che altra cosa da ferir li manca; E benchè il cavallier mercè dimanda, Tanto il batterno, che ciascuna è stanca, Però che al prato lo girarno intorno, Sempre battendo, insino a mezo giorno.

49

Nè il grosso usbergo nè piastra ferrata Poteano a tal ferire aver diffesa; Ma la persona avea tutta piagata Sotto a quelle arme, e di tal foco accesa, Che ne lo inferno ogni anima dannata Ha ben doglia minor senza contesa, Là dove quel baron de disconforto, Di tema e di martìr quasi era morto.

50

Nè sa se omini o dei fosser costoro: Nulla diffesa o preghera vi vale; E, standosi così, senza dimoro Crescerno in su le spalle a tutti l’ale; Quale erano vermiglie e bianche e d’oro, E in ogni penna è un occhio naturale, Non come di pavone, o de altro occello, Ma di una dama grazïosa, e bello.

51

E, poco stando, se levarno a volo, L’un dopo l’altro verso il cel saliva. Ranaldo a l’erba si rimase solo; Amaramente quel baron piangiva, Perchè sentia nel cor sì grande il dolo, Che a poco a poco l’anima gli usciva, E tanta angoscia nella fine il prese, Che come morto al prato se distese.

52

Mentre che tra quei fior così iacea, E de morire al tutto quivi estima, Gionse una dama in forma de una dea, Sì bella che contar nol posso in rima, E disse: Io son nomata Pasitea, De le tre l’una che te offese in prima: Compagna dello Amore e sua servente, Come vedesti e provi di presente.

53

E fu quel giovanetto il dio d’Amore, Qual te gettò de arcion come nemico; Se contrastar ti credi, hai preso errore, Chè nel tempo moderno o ne l’antico Non si trova contrasto a quel segnore. Ora attendi al consiglio che io te dico: Se vôi fuggir la dolorosa morte; Nè sperar vita o pace in altra sorte.

54

Amore ha questa legge e tal statuto, Che ciascun che non ama, essendo amato, Ama po’ lui, nè gli è l’amor creduto, Acciò che ’l provi il mal ch’egli ha donato. Nè questo oltraggio che te è intravenuto, Nè tutto il mal che puote esser pensato, Se può pesar con questo alla bilancia, Chè quel cordoglio ogni martìre avancia.

55

Il non essere amato, et altri amare Avanza ogni martir, come io te ho detto, E questa legge converrai provare, Se vôi fuggir de Amore ogni dispetto. Or, perchè intenda, a te conviene andare Per questo bosco ombroso a tuo diletto, Sin che ritrovarai sopra a una riva Uno alto pino et una verde oliva.

56

La rivera zoiosa indi dechina Per li fioretti e per l’erba novella; Ne l’acqua trovarai la medicina A quel dolor che al petto ti martella. — Così parlò la dama peregrina, Poi ne l’aria volò come una occella; Salendo sempre in su, del cielo acquista, Onde a Ranaldo uscì presto di vista.

57

Lui doloroso non sa che si fare, Poi che incontrata ha sì forte ventura, Nè tra sè stesso puote imaginare Come tal cosa sia fuor de natura, Che veda gente per l’aria volare, Nè contra a lor val forza, nè armatura. Da gente ignuda è vento il suo valore, Con zigli e rose e con foglie di fiore.

58

A gran fatica il suo corpo tapino Levò dove languendo l’avea messo, E con più pena si puose in camino, Cercando intorno il bosco ombroso e spesso; E trovò verso il fiume l’alto pino, E l’arbor de l’oliva a quello apresso. Da le radice stilla una acqua chiara, Dolce nel gusto e dentro al core amara;

59

Perchè de amore amaro il core accende A chi la gusta l’acqua delicata; E però già Merlin per fare amende, La fonte avea qua presso edificata, Che fa lasciar ciò che a questa se prende, Come io vi racontai quella giornata, Quando Ranaldo bevette alla fonte, Ove Angelica poi n’ebbe tante onte.

60

Or nel presente non se racordava Più il cavallier di quel tempo passato, Ma come aponto in su ’l fiume arivava, Essendo doloroso et affannato, Chè ogni percossa gran pena li dava, Sopra alla ripa fu presto chinato, E per gran sete il principe gagliardo Assai bevette e non vi ebbe riguardo.

61

Bevuto avendo et alciando la facia, Da lui se parte ogni passata doglia, Benchè la sete perciò non se sacia, Ma, più bevendo, più di bere ha voglia. Lui di questa ventura Idio ringrazia, E standosi contento e con gran zoglia, Li torna nella mente a poco a poco Che un’altra fiata è stato in questo loco;

62

Quando, dormendo ne l’erba fiorita, Con zigli e rose Angelica il svegliò, E ricordosse che l’avea fuggita, Del che acramente se ripente mo. De amor avendo l’anima ferita, Vorebbe adesso quel che aver non pô, La bella dama, dico, in quel verziero, Chè nel presente non serìa sì fiero.

63

E biasmando la sua crudelitate E le grande onte fatte a quella dama, Tutte le amenta, quante ne ha già usate, E sè crudele e dispietato chiama. Già la odïava poche ore passate, Più che sè stesso nel presente l’ama; E tanta voglia ha dentro al core accolta, Che vol tornare in India un’altra volta.

64

Sol per vedere Angelica la bella Un’altra volta in India vol tornare. Venne a Baiardo per salire in sella, Che poco longi il stava ad aspettare: E così andando vidde una donzella, Ma non la potea ben rafigurare, Perchè era dentro al bosco ancor lontana, Oltra a quel fiume, a lato a la fontana.

65

Le chiome avea rivolte al lato manco, E la cima increspata e sparta al vento; Sopra de un palafren crinuto e bianco, Che ha tutto ad ôr brunito il guarnimento, Un cavallier gli stava armato al fianco, Ne la sembianza pien de alto ardimento, Che ha per cimero un Mongibello in testa, Ritratto al scudo e nella sopravesta.

66

Dico che quel barone ha per cimero Una montagna che giettava foco; E ’l scudo e la coperta del destriero Avean pur quella insegna nel suo loco. Ora, cari Segnori, egli è mestiero Questa ragione abbandonare un poco, Per accordar la istoria ch’è divisa: Torno a Brunel, che ancor dietro ha Marfisa.

67

Non lo abandona la donzella altiera, Ma giorno e notte senza fine il caccia, Nè monte alpestro, nè grossa riviera, Nè selva, nè palude mai lo impaccia. Ma Frontalate, la bestia legiera, Li facea indarno seguitar tal traccia: Quel bon destrier, che fu di Sacripante, Come un uccello a lei fugge davante.

68

Quindeci giorni già l’avea seguito, Nè d’altro che di fronde era pasciuta. Il falso ladro, che è forte scaltrito, Ben de altro pasto il suo fuggire aiuta; Perchè era tanto presto e tanto ardito, Che ogni taverna che avesse veduta, Dentro ve intrava e mangiava di botto, Poi via fuggiva e non pagava il scotto.

69

E benchè i teverneri e’ lor sergenti Dietro li sian con orci e con pignate, Lui se ne andava stropezando e’ denti, E faceva a ciascun mille ghignate. A le qual fare avea tanti argomenti, Che donne spoletane o folignate, Qual porton l’ovo da matina a cena, Se avrian guardate da’ suoi tratti apena.

70

E pur Marfisa sempre il seguitava, Quando più longi, e quando più dapresso. Al ladro! al ladro! sempre mai cridava, E ciascun rispondeva: Egli è ben desso. Ogniom di quel giotton se lamentava, Perchè e' miglior boccon pigliava spesso, E loro il menacciavan pur col dito..... Ora non più, chè il canto è qui finito.