Libro II · Canto XVI
Un torneo per Ruggiero
Brunello porta ad Agramante l'anello rubato e diventa re. Poi inventa un trucco per far scendere Ruggiero dalla rupe incantata.
In breve
Il ladro Brunello continua a fuggire davanti a Marfisa, che lo insegue a piedi da quindici giorni, mangiando solo foglie ed erba. Quando lei si ferma per un incontro imprevisto, Brunello attraversa il mare e arriva a Biserta da Agramante, che non vuole partire per la Francia senza Ruggiero, nascosto da un incantesimo. Brunello gli consegna il corno di Orlando e l'anello di Angelica, che annulla ogni magia, e il re lo incorona re di Tingitana.
Con l'anello, sul monte di Carena compare finalmente la rupe di vetro dove il mago Atlante tiene Ruggiero. Nessuno riesce a salirci, ma Brunello ha un'idea: un finto torneo tra cento cavalieri, per attirare il ragazzo. Ruggiero vede Agramante combattere e supplica Atlante di farlo scendere, anche se il mago legge nelle stelle che morirà in guerra a tradimento. Brunello lo tenta con il suo cavallo, gli racconta la grande spedizione contro Carlo Magno e alla fine gli regala armi e destriero. Ruggiero salta in sella... e il canto si chiude.
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Capitolo 11
Il giovane nascosto
7 scene su questo canto · 5 min
- Scena 02Una fuga piena di furti0:45
- Scena 03Il ladro incoronato0:48
- Scena 04Il giardino dietro il vetro0:48
- Scena 05Un torneo per farsi guardare0:46
- Scena 06La paura di Atlante0:49
- Scena 07La piccola porta0:44
- Scena 08Armi e cavallo0:46
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
Vi ricordate di Brunello, il ladro piccolo e furbissimo? Scappava ancora da Marfisa, che lo inseguiva da quindici giorni. Lei mangiava solo foglie ed erba, e il suo cavallo era morto di fatica. Ma Marfisa non si arrendeva: correva a piedi, più veloce di un levriero! A un certo punto si tolse perfino l'armatura, per essere più leggera. Brunello se la sentiva quasi sulla groppa del cavallo.
Poi Marfisa incontrò una dama e un cavaliere e si fermò. Brunello ne approfittò: attraversò il mare e arrivò in Africa, da Agramante, il re dei saraceni. Agramante aveva un esercito enorme per attaccare la Francia, ma non voleva partire senza il giovane Ruggiero. Il mago Atlante lo teneva nascosto con un incantesimo: senza l'anello magico di Angelica, nessuno riusciva nemmeno a vederlo.
Brunello raccontò ridendo tutti i suoi furti. Poi diede al re il corno di Orlando e proprio quell'anello, che aveva rubato ad Angelica. Agramante fu così contento che lo fece re di Tingitana, un regno lontano. Il ladro era diventato re!
Con l'anello, in cima a un monte, comparve una rupe altissima, circondata da un muro di vetro. Lassù c'era un giardino, e lì Atlante teneva Ruggiero. Ma il vetro era così liscio che nessuno riusciva a salire. Brunello si sedette a pensare, poi saltò su: «Ho trovato! Facciamo un torneo, come una vera battaglia, con trombe e corni.»
Cento cavalieri cominciarono a combattere per gioco, e Agramante faceva cadere chiunque. Dall'alto della rupe Ruggiero guardava e non stava più nella pelle: batteva i piedi, stringeva i pugni, diventava rosso. «Portami giù!» pregò.
Ma il vecchio mago aveva letto nelle stelle un brutto destino: un giorno Ruggiero sarebbe morto in guerra, per un tradimento. Per questo lo teneva lassù. Ruggiero rispose: «Se una cosa deve succedere, succederà comunque. Voglio stare con quei cavalieri, anche solo per un'ora.» Alla fine Atlante lo portò giù da un passaggio segreto.
Ai piedi della rupe c'era Brunello, che fece fare al suo cavallo dei salti bellissimi. Ruggiero se ne innamorò subito. «Non lo venderei per tutto l'oro del mondo» disse il furbo. «Agramante sta per partire contro Carlo Magno, e ogni buon cavaliere vorrà andare con lui.» Ruggiero ascoltava, e il cuore gli batteva come un martello. Allora Brunello gli regalò armi e cavallo.
Atlante, piangendo, gli disse: «Figlio mio, che Dio ti protegga!» E si nascose tra i cespugli. Ruggiero indossò l'armatura e con un salto fu in sella. Il cavallo prima si chiamava Frontalate, ma Ruggiero lo chiamò Frontino. Insieme erano così belli che sembravano dipinti.
Che cosa combinerà Ruggiero nel torneo? Te lo racconterà il prossimo canto.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
Ancora Brunello ott. 1–3
Sarebbe più bello raccontare come Orlando arriva in Francia e Agramante attraversa il mare, dice il poeta, ma Brunello gli dà troppo da fare: quel piccoletto di cattiva razza scappa ancora, e Marfisa lo insegue. È lui che quella mattina ha rubato il corno di Orlando e Balisarda, la spada incantata fabbricata da Falerina.
Come si è visto, quel ghiottone entra in tutte le cucine e, senza aspettare inviti, si prende sempre i bocconi più grossi. Dopo aver bevuto si porta via la coppa e gli pare di aver pagato l'oste dicendogli, mentre se ne va: «Buon pro vi faccia!» Marfisa gli sta sempre alle costole e minaccia di impiccarlo; ma quel briccone la prende in giro mille volte, lasciandola avvicinare piano piano e poi scappando come il vento.
Marfisa a piedi ott. 4–9
Da quindici giorni la fiera fanciulla lo segue, e ormai è debolissima, perché mangia solo foglie ed erba; ma vuole prenderlo a tutti i costi. È così orgogliosa che non si accorge di inseguirlo invano: lui è a cavallo e lei a piedi, perché il suo cavallo è morto di fatica il sesto giorno. Eppure, armata com'è, corre più veloce di un levriero, di una freccia o di un falco che scende in picchiata.
Alla fine l'armatura le pesa troppo, e se la toglie in fretta, senza temere che Brunello si difenda. Libera da quel peso corre così veloce che più volte lo spaventa: gli arriva tanto vicino che lui se la sente quasi sulla groppa del cavallo, e allora sprona con tutte le sue forze. Marfisa lo inseguirebbe fino alla morte, se non accadesse una cosa nuova: incontrano una fanciulla vestita di bianco, bellissima, che avanza piano nella pianura con un cavaliere al suo fianco.
Di loro, e dei guai che Marfisa avrà a causa loro, il poeta parlerà più avanti. Ora segue Brunello, che fugge per monti e valli credendo di avere sempre Marfisa alle spalle: in pochi giorni arriva al mare, trova una nave e passa in Africa.
Brunello diventa re ott. 10–15
A Biserta trova Agramante arrabbiato e pensieroso: ha radunato eserciti immensi, ma non vuole partire senza Ruggiero, che è custodito da un negromante e non può nemmeno essere visto da chi non ha l'anello di Angelica.
Il ladro si presenta al re tutto allegro, si toglie il berretto e comincia a raccontare. Re e principi si radunano intorno ad ascoltarlo, e lui racconta ridendo come ha sfilato l'anello dal dito della dama, come ha rubato il cavallo da sotto il re di Circassia senza che se ne accorgesse, come Marfisa lo ha inseguito, e come ha preso la spada e il corno a un cavaliere.
Poi dona ad Agramante il bel corno, che tutti riconoscono subito: era quello che portava Almonte in Africa, e si sa che poi lo ha avuto Orlando. Mentre gli altri ne discutono meravigliati, Brunello mette in mano al re l'anello che annulla ogni incantesimo. Agramante si alza in piedi e, davanti a tutti, incorona Brunello re di Tingitana, un regno all'estremo occidente abitato da gente dalla pelle nera. Senza perdere tempo partono tutti alla ricerca di Ruggiero e, attraversato il deserto, arrivano al monte di Carena.
Il giardino sulla rupe ott. 16–20
È una montagna enorme, che arriva quasi al cielo. In cima c'è un bell'altopiano di quasi cento miglia, ombroso di alberi, attraversato da un grande fiume che scende di monte in monte fino a formare un porto sull'oceano. Accanto al fiume, in mezzo all'altopiano, si alza una rupe alta quasi un miglio, a strapiombo da ogni lato, circondata da un muro di vetro: guardando attraverso il vetro si vede in cima un bel giardino di cedri e palme.
Mulabuferso, che era già stato lì senza mai vedere quella rupe, capisce subito che si tratta di un incantesimo e che il mago Atlante l'aveva nascosta ai suoi occhi. Ora l'anello l'ha svelata, e tutti sono certi che Ruggiero abiti lassù.
Quando il vecchio Atlante vede quella gente che guarda verso l'alto, si dispera, convinto di aver già perso Ruggiero. Gira intorno senza sapere che cosa fare e, piangendo, prega il ragazzo di non scendere mai. Intanto Agramante e gli altri fissano la rupe senza sapere che cosa fare: lassù senza ali non si sale.
L'idea di Brunello ott. 21–24
Brunello prova ad arrampicarsi, ma il vetro incantato è troppo liscio. Allora si siede per terra, pensa a lungo, poi si alza: «Dio sia lodato, ho trovato il modo di avere Ruggiero! Ma dovete aiutarmi e fare esattamente quello che dico. Cento di voi, armati come siete, faranno un torneo, mettendoci più valore e coraggio che possono, con trombe e corni, come in una vera battaglia.»
«È una cosa facile!» dicono tutti, senza capire il perché. Si dividono lungo il fiume, ognuno sotto la sua insegna. Da una parte c'è la schiera di Agramante, cinquanta campioni, tutti re, duchi o baroni, su cavalli coperti fino a terra. Dall'altra i re del Garbo, di Bellamarina, di Arzila, di Orano, di Costantina, di Bolga e di Fizano, anche loro cinquanta, pieni di coraggio.
Il torneo dei re africani ott. 25–32
Le due schiere si scontrano con un fracasso di grida e di trombe, come se crollasse il cielo. La schiera di Agramante ha la peggio: al primo urto cadono venti dei suoi e solo sette degli avversari, e la sua bandiera viene quasi presa. La mischia è così feroce che non sembra un gioco. Il vecchio Sobrino del Garbo, che ha per insegna un fuoco, nonostante i capelli bianchi combatte come un leone.
Ma Agramante, con lo scudo a quarti azzurri e d'oro, si getta nella mischia sul suo grande cavallo Sisifalto. Abbatte Mulabuferso, re di Fizano, che cade con il cavallo addosso; poi colpisce alla testa Mirabaldo, re di Borga, che ha per insegna un montone nero dalle corna d'oro, e lo butta giù di sella svenuto; poi atterra con un colpo Gualcioto, re di Bellamarina, che porta sullo scudo nero una colomba bianca con un ramo d'ulivo nel becco.
Accanto a lui ci sono Alzirdo, re di Tremisen, con la rosa rossa su scudo d'oro, e Folvo, re di Fersa, con lo scudo azzurro attraversato da una banda d'oro, e molti altri, che il poeta presenterà quando passeranno in Francia. Nessuno però vale quanto Agramante: per mostrare la sua forza e la sua abilità fa stare in disparte i suoi e combatte da solo, abbattendo e spingendo a terra chiunque, afferrando uno per il braccio e un altro per l'elmo.
La profezia di Atlante ott. 33–37
Afferra per il cimiero il re di Arzila e lo tira giù di sella: nessuno riesce a tenergli testa. Dalla rupe, accanto al vecchio che lo ha allevato, Ruggiero guarda la battaglia; ma da lassù è troppo lontano. Non trova pace, batte i piedi, stringe i pugni, ha la faccia rossa come il fuoco, e prega il mago di portarlo giù per vedere da vicino.
«Figlio mio» dice Atlante, «è un brutto gioco quello che vuoi vedere! Resta qui tranquillo. Il tuo destino è troppo crudele: se l'astrologia dice il vero, tutto il cielo ti minaccia, e io lo confermo, che in guerra morirai a tradimento.»
«Credo anch'io che il cielo abbia un grande potere sulle persone» risponde il ragazzo, «ma se una cosa deve succedere comunque, non c'è modo di evitarla. Se adesso mi trattieni qui con la forza, il mio destino si compirà un'altra volta, se le tue parole e la tua arte dicono il vero. Perciò lasciami scendere, o mi butterò giù da queste rocce. Vedendo laggiù quei guerrieri che combattono così bene, sarei felice di stare con loro un'ora e poi morire.»
Il cavallo più bello ott. 38–42
Il vecchio, vedendolo così deciso, apre una porticina in un angolo del giardino e, tenendo il ragazzo per mano, scende per un passaggio sotterraneo fino al prato, ai piedi della rupe, vicino al fiume. Proprio lì, da solo, c'è Brunello, che appena vede il giovane capisce che è Ruggiero, dal bel viso, dai modi, dal portamento nobile.
Allora prende Frontalate, il suo cavallo, e regolando bene sproni e briglie gli fa fare salti bellissimi. Ruggiero, vedendolo, si innamora di quel destriero bardato, tanto che darebbe il suo sangue pur di averlo. Prega Atlante di procurarglielo. Il mago, duro come la roccia, gli ricorda con molte ragioni il suo triste destino, perché prenda in odio cavalli e armi; ma il ragazzo lo ascolta quanto il prato che ha sotto i piedi, e si consuma dal dolore come se stesse per morire. Così il vecchio cede, e quando Brunello arriva davanti a loro gli chiedono cavallo e armatura in cambio di tutti i tesori che vuole.
L'esca di Brunello ott. 43–48
Il re, furbissimo, vede che tutto va come aveva previsto. «Neanche per tutto l'oro del mondo vi darei il mio cavallo» dice, «perché è stata decisa una grande spedizione, dove ogni cavaliere che desidera fama e onore potrà mostrare il suo valore. È arrivato il momento che ogni valoroso aspettava: ora si vedrà chi cerca la gloria e chi vuole nascondersi. Chi resterà a casa sarà indicato a dito perfino dai bambini.
Il re Agramante vuole passare il mare contro re Carlo: il mare è già coperto di vele e tutta l'Africa si mette in moto. Ogni buon cavaliere farà parlare di sé in tutto il mondo.»
Mentre Brunello parla, Ruggiero lo ascolta attentissimo, cambia colore più volte, si accende come il fuoco e il cuore gli batte come un martello. E il re continua: «Non si è mai visto, né per mare né per terra, tanta gente andare insieme alla guerra. Sono già radunati trentadue re, sono in armi vecchi e ragazzi, e le donne stanno a casa quasi solo per vergogna. Per questo il mio cavallo non lo venderei a peso d'oro. Ma se pensassi che tu, ragazzo, resti a casa perché non hai un cavallo, ti giuro che ti darò queste armi e il mio destriero, e potrai dire che né Rinaldo né Orlando hanno un cavallo o una spada migliori.»
Ruggiero in sella ott. 49–57
Ruggiero non aspetta nemmeno la risposta di Atlante, tanto gli pare mille anni di essere in sella: «Se mi doni il cavallo, mi getterò nel fuoco per te! Ma soprattutto facciamo presto: ogni attimo mi sembra un giorno, finché non sarò laggiù con la spada in mano. O morirò, o mi coprirò di onore.»
Il re sorride: «Laggiù non si deve fare una strage: quella gente è tutta africana e adora Macone. È un combattimento per gioco, si colpisce solo di piatto, mai di taglio né di punta: è vietato, pena una grave punizione.» «Dammi il cavallo e l'armatura e non preoccuparti» risponde Ruggiero. «Saprò giocare come loro. Ma se continui così, arriverò al campo quando è notte: il dono che arriva tardi è perso a metà.»
Atlante, che ha sentito tutto, maledice le stelle: «Il cielo e la fortuna vogliono che la fede di Macone e di Trivigante perda costui, che tra i baroni è come il sole, e che sia ucciso a tradimento. Ebbene, sia così, se così deve essere.» Piangendo, gli dice con voce rotta: «Figlio mio, che Dio ti protegga!» E si nasconde lì vicino tra i rovi.
Ruggiero ha già cinto la spada e indossato maglia e corazza. Afferra il cavallo per la criniera e con un salto è in sella. Al mondo non c'era cavallo più bello, e con Ruggiero sopra non si è mai vista cosa più leggiadra: guardandoli, non si capirebbe se sono vivi o dipinti. Il destriero veniva dal regno di Granata. Sacripante lo chiamava Frontalate e lo aveva perduto all'assedio di Albracà; Ruggiero lo chiamerà Frontino. Il cavallo è balzano, con la fronte bianca, e ha coda e criniera bionde: con un altro padrone, ha preso un altro nome.
Che cosa farà Ruggiero su quel cavallo, e come metterà sottosopra il torneo appena arrivato sul prato, ci vuole più tempo per raccontarlo: il poeta lo dirà per filo e per segno nel prossimo canto.
Parole difficili
- Balisarda ott. 2: la spada incantata fabbricata dalla maga Falerina, rubata da Brunello.
- figatelli ott. 2: salsicce di fegato.
- taccia ott. 3: tazza, coppa.
- strepon ott. 3: briccone, mascalzone.
- sbergo ott. 5: usbergo, corazza di maglia di ferro.
- veltra ott. 5: femmina di veltro, il levriero da caccia.
- bretta ott. 11: berretto.
- Almonte ott. 13: re saraceno, fratello di Troiano, ucciso da Orlando, che ne ebbe il corno e la spada Durindana.
- Tingitana ott. 14: regno dell'Africa del nord-ovest, intorno all'odierna Tangeri.
- Carena ott. 15: il monte africano dove Atlante ha cresciuto Ruggiero.
- quartero ott. 27: scudo diviso in quattro parti di colori diversi.
- sembraglia ott. 26: mischia, zuffa.
- ascendente ott. 35: in astrologia, la posizione delle stelle alla nascita, che secondo gli astrologi decide il destino.
- tomba ott. 38: qui, un passaggio sotterraneo.
- di piattone ott. 51: con il piatto della spada, senza ferire.
- Macone e Trivigante ott. 53: due delle divinità che nei poemi cavallereschi si immagina adorino i saraceni.
- granatino ott. 56: del regno di Granata, in Spagna.
- balzan, facciuto ott. 56: con le zampe bianche e una macchia bianca sulla fronte.
Il testo di Boiardo
57 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
La bella istoria che cantando io conto, Serà più dilettosa ad ascoltare, Come sia il conte Orlando in Franza gionto Et Agramante, che è di là dal mare; Ma non posso contarla in questo ponto, Perchè Brunello assai me dà che fare; Brunello, il piccolin di mala raccia, Qual fugge ancora, e pur Marfisa il caccia.
Et avea tolto il corno al conte Orlando, Sì come io vi contai, quella matina, E Balisarda, lo incantato brando Che fabricato fu da Falerina; E nel canto passato io dicea quando Intrava quel giottone a ogni cucina, Non aspettando a’ figatelli inviti, Pigliando e’ grossi sempre e rivestiti.
Come ha bevuto, sen porta la taccia, E parli a ponto aver pagato l’oste Con dir, quando sen va: Bon pro vi faccia! Ma pur Marfisa gli è sempre alle coste, E de impiccarlo ogniora lo minaccia. Quel mal strepon le fa ben mille poste: Lasciandola appressar va lento lento, Da poi la lascia e fugge come un vento.
Quindeci giorni sempre era seguita, Com’io vi dissi, la donzella acerba; Et era extremamente indebilita, Perchè de fronde si pasceva e de erba, Ma pur volea pigliarlo alla finita. Tanto ha sdegnoso il cor quella superba, Che il segue in vano, e pur non se ne avede, Essendo egli a destriero et essa a piede;
Perchè al ronzon di lei mancò la lena, E cadde morto alla sexta giornata. Dapoi le gambe per tal modo mena, Così come era del suo sbergo armata, Che mai non uscì veltra di catena, Nè mai saetta de arco fu mandata, Nè falcon mai dal cel discese a valle, Che non restasse a lei dietro alle spalle.
Ma per lunga fatica e debilezza L’armatura che ha in dosso, assai gli pesa, Onde se la spogliò con molta frezza, Nè teme che Brunel faccia diffesa. Poi che ebbe posto giù quella gravezza, Sì ratta se ne andava e sì distesa, Che più volte a Brunel fece spavento, Benchè ha il destrier che fugge come vento.
Perchè assai volte fo tanto vicina, Che la credette in su la croppa avere; Alor ne andava lui con gran roina, Spronando il buon destriero a più potere. Dietro lo segue la forte regina; Ma nova cosa che ebbe ad apparere, Sturbò Marfisa, che lo seguia forte, E seguìto l’avria sino alla morte.
Però che riscontrarno una donzella, Che adagio ne venìa sopra a quel piano, Vestita a bianco e a meraviglia bella, E sieco un cavalliero a mano a mano. Di lor vi contarò poi la novella, Chè io vo’ seguire adesso l’Affricano, Qual via fuggendo per monte e per valle Sempre Marfisa aver crede alle spalle.
Essa rimase et ebbe gran travaglia, Come a bell’agio vi vorò contare, Benchè tal briga fo senza battaglia. Ma già Brunel non ebbe ad aspettare, E sopra al bon destrier coperto a maglia In pochi giorni fu gionto in su il mare; E, trovato un naviglio a suo convegno, In Africa passò senza ritegno.
Dentro a Biserta gionse ad Agramante, Quale adirato stava in gran pensiero, Chè de le gente che ha adunate tante Non vol passare alcun senza Rugiero; E lui guardato è da quel negromante, Che mai de averlo non serìa mestiero, Nè pur se può vedere il damigello, Chi non ha pria de Angelica lo annello.
Or gionse il ladro e, menando gran festa, Avanti al re zoioso se appresenta; E poi la bretta si trasse di testa, E di contare il fatto se argumenta. Ogni re grande e principe di gesta Per ascoltare intorno se appresenta, E lui dice ridendo a qual partito Tolse a la dama quello annel di dito;
Come di sotto al re de Circasia, Non se accorgendo lui, tolse il destriero; E di Marfisa, che fu tanto ria Che il fece uscir più fiate del sentiero; E de quel brando e del corno che avia Tolto con tal prestezza a un cavalliero; E l’altre cose ancor di ponto in ponto Sin che davanti al re quivi era gionto.
Avendo il suo parlar poscia compiuto, Ad Agramante il bel corno donava, Il qual fu incontinente cognosciuto, Però che Almonte in Africa il portava; Poi se sapea che Orlando l’avea avuto, Onde forte ciascun meravigliava, E l’un con l’altro assai di ciò contende. Perciò Brunello a questo non attende,
Ma pose al re quello annelletto in mano, Qual fo con tal virtute fabricato, Che a sua presenzia ogn’incanto era vano. Il re Agramante in piede fo levato, E in presenzia di tutti a mano a mano Ebbe Brunello il ladro incoronato, Donando a lui de Tingitana il regno, Populi e terre et ogni suo contegno.
Questo reame allo estremo ponente Da gente negra se vede abitare. Or non se pose indugio di nïente, Ma de Rugiero ogni om prese a cercare, Il re Agramante e tutte le sue gente, Nè il re Brunello il volse abandonare; E passando il deserto de l’arena Gionsero un giorno al monte di Carena.
Quella montagna è grande oltra misura, E quasi con la cima al celo ascende, Al summo de essa ha una bella pianura, Che cento miglia o quasi se distende, De arbori ombrosa e di bella verdura; Per mezo a quella un gran fiume discende, Qual giù di monte in monte cade al piano, E fa un bel porto al mar de l’oceano.
A lato di [qu]esto fiume era un gran sasso, Nel mezo di quel pian ch’io vi ho contato Quasi alto un miglio dalla cima al basso, De un mur di vetro intorno circondato; Nè da salirvi su si vedde il passo, Perchè tutto de intorno è dirupato, Ma, per quel vetro riguardando un poco, Vedeasi un bel giardino entro a quel loco.
Era il vago giardino in su la cima De verdi cedri e di palme fronzuto. Mulabuferso, ch’ivi è stato in prima E non aveva il gran sasso veduto, Incontinente prese per estima Che per incanto ciò fosse avenuto, E che lo incantator detto Atalante L’avesse ascoso a gli occhi suoi davante.
Ora per lo annelletto era scoperto, Che a sua presenzia ogni incanto guastava, Onde ciascun di lor tenne per certo Che là Rugier di sopra dimorava. Quando Atalante, quel vecchione esperto, Vidde la gente che là su mirava, Dolente for di modo entra in pensiero De aver già perso il paladin Rugiero.
E va de intorno e non sa che si fare A ritenere il giovene soprano; Sempre piangendo lo attende a pregare Che non discenda in modo alcuno al piano. Ma il re Agramante pur stava a mirare, E tutti gli altri, quel gran sasso in vano; Non sa che fare alcun, nè che se dire: Lì su senza ale non si può salire.
Brunello, il novo re de Tingitana, Poi che salire assai se fo provato, E che sua forza e sua destrezza è vana, Tanto era lisso quel vetro incantato, Posesi alquanto in su la terra piana, Et avendo fra sè molto pensato, Levossi in piedi e disse: Iddio ne lodo, Chè aver Rugiero ho pur trovato il modo.
Ma bisogna che tutti me aiutati, E che il mio dir sia fatto a compimento. Cento di voi, sì come seti armati, Cominciareti insieme un torniamento, E quanto più potete, vi provati Mostrar alto valore et ardimento, Urtandovi l’un l’altro alla travaglia Con trombe e corni, a guisa di battaglia.
Dicea ciascun: Questa è cosa legiera! Ma non sapean comprender la cagione, Onde, partiti a canto alla rivera, Ciascun sotto sua insegna e suo penone, Prima Agramante fece la sua schiera, Che ciascuno era re, duca, o barone: Cinquanta campïoni usati a guerra Sopra a destrier coperti insino a terra.
Ma il re del Garbo e di Bellamarina, E il franco re de Arzila e quel de Orano, E il giovanetto re de Constantina, Il re di Bolga con quel di Fizano, Urtarno e lor destrieri a gran ruina Contra Agramante con le spade in mano. Cinquanta eran costor, nè più nè meno, Ciascun de ardire e di prodezza pieno.
E l’una e l’altra schiera a gran furore Scontrarno insieme con molto fracasso, Con cridi e trombe, e con tanto romore Quanto caduto fosse il celo al basso. La schiera de Agramante ebbe il peggiore, Perchè atterrati furno al primo passo Da venti cavallier de la sua gente, E de questi altri sette solamente.
E quasi fu pigliata la bandiera, Ch’era portata avanti al re di poco, E sì stretta era la sembraglia e fiera, Che non mostrava, sì come era, un gioco. Sobrin di Garbo, la persona altiera, Che ha per insegna e per cimero un foco, Benchè canuto sia forte il vecchione, In quel tornero assembra un fier leone.
Ma il re Agramante, che porta il quartero Nel scudo e sopravesta azuro e d’oro, Sopra di Sisifalto, il gran destriero, Se muove furïoso e dà tra loro. Mulabuferso, quel forte guerrero, Che regge de Fizano il tenitoro, Fu da Agramante de uno urto percosso, E cadde a terra col destrier adosso.
Et Agramante per questo non resta, Ma per la schiera volta il gran ronzone, E gionse Mirabaldo in su la testa, E tramortito lo trasse de arcione. Questo era re di Borga e di gran gesta: La insegna di sua casa era un montone Ritratto in campo bianco a bel lavoro; Negro è il montone et ha le corne d’oro.
Lui cadde a terra, e il re non si rafina Ferendo intorno e di furore acceso; Il re Gualcioto di Bellamarina De un colpo abatte alla terra disteso. Questo nel scudo avea la colombina, Con un ramo de oliva in bocca preso; Bianca è la colombina e il scudo nero, Et a tal guisa ancor fatto il cimero.
Facea Agramante prove a meraviglia, E benchè sia da molti accompagnato, Alcun già di prodezza nol simiglia. Il re di Tremison gli era da lato, Che al scudo d’oro ha la rosa vermiglia: Alzirdo il campïone è nominato; E Folvo era con seco, il re di Fersa, Che ha il scudo azuro e de oro una traversa;
Molti altri ancora che io non vo’ contare, Che aspetto a dirli poi più per bell’agio: E’ nomi e l’arme lor vo’ divisare, Quando faranno in Francia il gran passagio. Ma voglio nel presente seguitare Del torniamento fatto al bel rivagio Tra que’ re saracini a gran furore, Ove mostra Agramante il suo valore.
Alla sinistra e alla destra si volta, E questo abatte e quello urta per terra, Facendo col destriero aprir la folta, E l’uno al braccio e l’altro a l’elmo afferra. Tutta sua compagnia stava ricolta, E lui soletto fa cotanta guerra: Per dimostrar la sua fortezza et arte Gli altri suoi tutti avea tratti da parte.
E prese il re de Arzila nel cimiero, Al suo dispetto lo trasse d’arcione, E non ritrova re nè cavalliero Qual sieco durar possa al parangone. Stava nel sasso a riguardar Rugiero Questa sembraglia, a lato a quel vecchione; A lato a quel vecchion che l’ha nutrito, Stava mirando il giovanetto ardito.
Ma per l’altezza lontano era un poco Ove quelle arme son meschiate al piano, E per gran doglia non trovava loco, Battendo e piedi e stringendo ogni mano; Et avea il viso rosso come un foco, Pregando pure il negromante in vano Che giù lo ponga, e ripregando spesso, Sì che quel gioco più vegga di presso.
— Deh, diceva Atalante filiol mio, Egli è un mal gioco quel che vôi vedere! Sta’ti pur queto e non aver disio Tra quella gente armata de apparere; Però che il tuo ascendente è troppo rio, E, se de astrologia l’arte son vere, Tutto il cel te minaccia, et io l’assento, Che in guerra serai morto a tradimento.
Rispose il giovanetto: Io credo bene Che ’l celo abbia gran forza alle persone; Ma se per ogni modo esser conviene, Ad aiutarlo non trovo ragione. E se al presente qua forza mi tiene, Per altro tempo o per altra stagione Io converrò fornire il mio ascendente, Se tue parole e l’arte tua non mente.
Onde io ti prego che calar mi lassi, Sì ch’io veda la zuffa più vicina, O che io mi gettarò de questi sassi, Trabuccandomi giù con gran roina; Chè ognior ch’io vedo per que’ lochi bassi Sì ben ferir la gente peregrina, Serebbe la mia gioia e il mio conforto Star sieco un’ora, et esser dapoi morto.
Veggendo il vecchio quella opinïone, Che gire ad ogni modo è destinato, Andò di quel giardino ad un cantone, Ove un picciol uscietto ha disserrato; E menando per mano il bel garzone Per una tomba discese nel prato, A piè del sasso, a lato alla fiumana, Ove si stava il re de Tingitana.
Dico che il re Brunello alla riviera Stava soletto ove il vecchio discese, E come vidde il giovanetto in ciera, Che sia Rugiero subito comprese. Mirando il suo bel viso e la maniera, La atta persona e l’abito cortese, Cognobbe il re Brunel, che è tanto experto, Che era Rugiero il giovane di certo.
E, preso Frontalate, il suo destriero, Accorda il speronar bene alla briglia; Onde quel, ch’era sì destro e legiero, Facea bei salti e grandi a meraviglia. A ciò mirando il giovane Rugiero, Tanto piacere e tanta voglia il piglia De aver quel bel destrier incopertato, Che del suo sangue avria fatto mercato.
E pregava Atalante, il suo maestro, Che gli facesse aver quel bon ronzone; Or, per non vi tener troppo a sinestro, E racontarvi la conclusïone, Benchè Atalante avesse il core alpestro, E dimostrasse con molta ragione La sua misera sorte al giovanetto, Perchè e’ destrieri e l’arme abbia in dispetto,
Lui tal parole più non ascoltava Che ascolti il prato che ha sotto le piante, Anci di doglia ognior si consumava, Mostrando di morirse nel sembiante. Onde a sua voglia il vecchio se piegava, E come il re Brunel fu loro avante, Dimandarno il destriero e guarnimento, Per cambio di tesoro a suo talento.
Il re, che fuor di modo era scaltrito, Veggendo andare il fatto a suo disegno, Se l’ôr, dicea, del mondo fosse unito, Non vi darebbi il mio destrier per pegno, Però che un gran passaggio è stabilito, Ove ogni cavallier d’animo degno, Che desidri acquistar fama et onore, Potrà mostrare aperto il suo valore.
Ora è venuta pur quella stagione Che desidrava ciascun valoroso; Or vederasse a ponto il parangone Di chi vol loda, e chi vol stare ascoso. Or si vedranno e’ cor de le persone, Qual serà vile, e qual sia glorïoso; Chi restarà di qua, come schernito, Da’ fanciulletti fia mostrato a dito;
Però che ’l re Agramante vol passare Contra al re Carlo et alla sua corona, Tutto di velle è già coperto il mare, La Africa tutta a furia se abandona. Gionto è quel tempo che può dimostrare Ciascun suo ardire e sua franca persona; Ogni bon cavalliero a tondo a tondo Farà di sè parlar per tutto il mondo.
Mentre che sì parlava il re Brunello, Rugier, che attentamente l’ascoltava, Più volte avea cangiato il viso bello, E tutto come un foco lampeggiava, Battendo dentro al cor come un martello. E ’l re pur ragionando seguitava: Non se vidde giamai, nè in mar, nè in terra, Cotanta gente andare insieme a guerra.
E già trentaduo re sono adunati: Ciascun gran gente di sua terra mena; Già sono e’ vecchi e’ fanciulletti armati, Retien vergogna le femine apena. Però, segnor, non vi meravigliati Se il mio ronzon, che è di cotanta lena, Non voglio darvi a cambio di tesoro, Perchè io nol venderebbi a peso d’oro.
Ma se io stimassi che tu, giovanetto, Restassi per destrier di non venire, Insino adesso ti giuro e prometto Che de queste armi ti voglio guarnire, E donerotti il mio destriero eletto; E so che certamente potrai dire Che ’l principe Ranaldo o il conte Orlando Non ha meglior ronzon, nè meglior brando.
Non stette il giovanetto ad aspettare Che Atalante facesse la risposta, Come colui che mille anni gli pare Di esser sopra lo arcion senz’altra sosta, E disse: Se il destrier mi vôi donare, Nel foco voglio intrare a ogni tua posta; Ma sopra a tutto te adimando in graccia Che quel che far si die’, presto si faccia;
Chè là giù vedo quella gente armata, Qual tanto ben si prova in su quel piano, Che ogni atimo mi pare una giornata Di trovarmi tra lor col brando in mano; Onde io ti prego, se hai mia vita grata, Damme l’armi e il destriero a mano a mano, Chè, se io vi giongo presto, e’ mi dà il core O di morire, o de acquistare onore.
Il re rispose sorridendo un poco: Non si vol far là giù destruzïone, Perchè la gente che vedi in quel loco, De Africa è tutta et adora Macone. Quello armeggiare è fatto per un gioco, E sol si mena il brando di piattone; Di taglio, nè di ponta non si mena: Ciò comandato è sotto grave pena.
— Damme pur il destriero e l’armatura, Dicea Rugiero, et altro non curare, Però che io ti prometto alla sicura Che io saprò come loro il gioco fare. Ma tu me indugiarai a notte oscura, Prima che io possa a quel campo arivare. Male intende colui che in tempo tiene, Chè mezo è perso il don che tardi viene.
Odendo questo il vecchione Atalante, Però che era presente a le parole, Biastemava le stelle tutte quante, Dicendo: Il celo e la fortuna vôle Che la fè di Macone e Trivigante Perda costui, che è tra’ baroni un sole, Che a tradimento fia occiso con pene; Or sia così, dapoi che esser conviene.
Così parlava forte lacrimando Quel negromante, e con voce meschine Dicea: Filiolo, a Dio ti racomando! Poi se ascose lì presso tra le spine. Ma il giovanetto avea già cento il brando, E guarnito era a maglie e piastre fine, E preso al zuffo il bon destriero ardito, Sopra lo arcion de un salto era salito.
Il mondo non avea più bel destriero, Sì come in altro loco io vi contai. Poi che ebbe adosso il giovane Rugiero, Più vaga cosa non se vidde mai. E, mirando il cavallo e il cavalliero, Se penarebbe a iudicare assai Se fosser vivi, o tratti dal pennello, Tanto ciascuno è grazïoso e bello.
Era il destrier ch’io dico, granatino: Altra volta descrissi sua fazone. Frontalate il nomava il Saracino, Qual lo perdette ad Albraca al girone; Ma Rugier possa l’appellò Frontino, Sin che sieco fu morto il bon ronzone; Balzan, facciuto, e biondo a coda e chiome, Avendo altro segnore, ebbe altro nome.
Quel che facesse il giovanetto fiero Sopra questo ronzon di che vi conto, E come sparpagliasse il gran torniero, Quando nel prato subito fu gionto, Più largo tempo vi farà mestiero, Onde al canto presente faccio ponto; E nel seguente conterovi a pieno Come il fatto passò, nè più, nè meno.