Vai al contenuto
ORLANDO
INNAMORATO

Libro II · Canto XVII

La fontana di Narciso

Ruggiero, con le armi di Brunello, sbaraglia i re d'Africa ma viene ferito a tradimento. In India, una fontana incantata uccide chi ci si specchia.

In breve

Al torneo dei re africani, Agramante è circondato da cinque re e sta per essere sconfitto, quando scende dal monte Ruggiero, con le armi di Brunello e in sella a Frontino. Colpendo solo di piatto, come vuole la regola del gioco, butta a terra un re dopo l'altro, e alla fine anche Agramante, che lo crede Brunello e ne è invidioso. Ma il re Bardulasto gli arriva alle spalle e lo ferisce al fianco con la punta della spada. Ruggiero lo insegue, lo uccide e torna, ferito, dal mago Atlante a farsi curare.

Intanto in India Orlando e Brandimarte trovano un cavaliere che difende un ponte e un pellegrino che vuole passare a ogni costo: i due si battono con furia. Una dama in lacrime, Calidora, racconta la storia della fontana lì vicino: il bel Narciso vi morì innamorato del proprio volto, e la fata Silvanella la incantò perché chiunque ci si specchi muoia d'amore. Così è morto il suo Larbino, e per questo lei fa sorvegliare il ponte. Orlando separa i duellanti e li riconosce: sono Sacripante e Isolieri.

Ascolta il canto

Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.

Apri l'audiolibro

Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

Al torneo dei re africani, Agramante era nei guai: cinque re lo avevano circondato e lo colpivano da tutte le parti. Proprio allora, giù dal monte, arrivò Ruggiero in sella a Frontino, con le armi di Brunello. Nessuno lo riconobbe: tutti pensavano che fosse Brunello in persona!

Era un combattimento per gioco, con una regola severa: si colpiva solo di piatto, cioè con il lato largo della spada, senza tagliare né pungere. Ruggiero la rispettò. Ma faceva cadere un re dopo l'altro, come un falco che piomba in mezzo alle cornacchie e le fa scappare tutte. Agramante non credeva ai suoi occhi. «Altro che re!» esclamò. «Quel Brunello meriterebbe di diventare imperatore!»

Poi però Agramante cominciò a provare invidia: non sopportava che qualcuno fosse più forte di lui. Così attaccò Ruggiero, che restò in sella per miracolo. Ma Ruggiero si voltò e con un colpo buttò a terra anche il re!

A quel punto si fece avanti Bardulasto, un re malvagio. Non aveva il coraggio di affrontare Ruggiero di fronte: gli arrivò alle spalle e lo colpì al fianco con la punta della spada. Che tradimento! Ruggiero, ferito, lo inseguì fino a un bosco e lo sconfisse, e il traditore non si rialzò più. Poi tornò dal mago Atlante, che conosceva le erbe per guarire.

Intanto, lontano lontano in India, Orlando e Brandimarte arrivarono a un ponte sorvegliato da un cavaliere. Vicino c'era una dama che piangeva. Arrivò anche un pellegrino, un viaggiatore con il bastone, che voleva passare a tutti i costi. «Torna indietro!» gridò il cavaliere. Ma sotto il mantello il pellegrino aveva l'armatura, e i due cominciarono a combattere con furia.

La dama si chiamava Calidora, e raccontò a Orlando una storia triste. Oltre il ponte c'era una fontana. Tanto tempo prima un ragazzo bellissimo, Narciso, si era chinato a bere e aveva visto il proprio viso riflesso nell'acqua. Se ne innamorò, e non riuscì più ad andarsene: si consumò piano piano, come un fiore tagliato.

Una fata, Silvanella, lo trovò e pianse tanto per lui. Poi, per non restare sola nel suo dolore, fece un incantesimo crudele. Chi si specchiava nella fontana vedeva volti di fanciulle bellissime, e moriva d'amore. Così era morto anche Larbino, il re che Calidora amava. Per questo lei faceva sorvegliare il ponte: perché nessun altro facesse la stessa fine.

Orlando capì che il cavaliere del ponte non era cattivo, e separò i due combattenti. Guardandoli bene, li riconobbe: il pellegrino era Sacripante, travestito, e il cavaliere era il giovane Isolieri. Che cosa succederà adesso? Per saperlo, bisogna leggere il prossimo canto.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

In alto mare ott. 1–4

Il primo uomo che inventò la navigazione, dice il poeta, all'inizio spingeva la sua barca vicino alla riva, senza vela; poi, a poco a poco, perse la paura del mare aperto e, seguendo le stelle, vide cose grandi e meravigliose. Così anche lui finora non si è allontanato troppo dalla riva, ma adesso deve entrare in alto mare, perché comincia la grande guerra.

Tutta l'Africa sta passando il mare. A oriente si arma il re Gradasso, a occidente Marsilio, re di Spagna, che ha concesso il passaggio ad Agramante; e da nord arriva Mandricardo, figlio di Agricane. Tutti marciano contro Carlo Magno, e monti e pianure si riempiranno di sangue. Ma per arrivarci, bisogna prima raccontare tutto di Ruggiero.

Pinadoro e Puliano ott. 5–11

L'avevamo lasciato armato in sella, con al fianco Balisarda, la spada che taglia ogni incantesimo. Intanto il torneo sul prato è più acceso che mai. Pinadoro, re di Costantina, e Puliano, re di Nasamona, vedono che Agramante da solo sta abbattendo la loro schiera, mentre i suoi restano in disparte come se la cosa non li riguardasse.

Allora i due girano intorno al campo e si gettano a briglia sciolta contro la schiera di Agramante, la sfondano e buttano a terra la bandiera reale. A difenderla ci sono Grifaldo, re di Getulia, e Bardulasto, re di Algazera, un uomo malvagio e feroce. Nessuno dei due resiste: la bandiera viene strappata dalle loro braccia, Puliano sbalza di sella Grifaldo e Pinadoro colpisce Bardulasto in testa così forte che il cavallo se lo porta via mezzo stordito.

Pinadoro continua ad abbattere avversari: spezza la corona del re di Fersa e butta a terra svenuto Alzirdo, re di Tremisen. È figlio del re Balante, che fu ucciso da Ruggiero Vassallo; è bello, arrogante e più forte del padre. Tutti gli scappano davanti come capre.

Agramante in pericolo ott. 12–16

Agramante, impegnato con il vecchio Sobrino, che si difende con coraggio, non si accorge di nulla, finché vede da lontano il polverone dei suoi che fuggono davanti a Pinadoro. Furioso, si volta e lo stende a terra svenuto con un colpo sull'elmo. Ma mentre passa oltre, Puliano lo colpisce alla nuca, gli fracassa l'elmo e quasi lo butta giù da cavallo.

Agramante resta in sella per pura forza e comincia a battersi con Puliano. Intanto arrivano Sobrino, il re di Arzila, che è tornato in sella, e i re di Fizano e di Bolga. Tutti e cinque si stringono intorno ad Agramante e lo tempestano di colpi come se fosse una guerra all'ultimo sangue: gli fanno cadere il cimiero, gli spezzano la corona e cercano di tirarlo giù di sella. Con uno solo sarebbe un piacere, ma cinque sono davvero troppi. Proprio allora, giù dal pendio, arriva Ruggiero, con le armi del re di Tingitana.

Il falco tra le cornacchie ott. 17–23

Sprona Frontino e si getta là dove Agramante è in difficoltà. Colpisce alla testa il re di Nasamona e lo stende svenuto, poi fa lo stesso con il re di Fizano. Frontino salta come un cervo; nessuno riconosce il cavaliere, e tutti si stupiscono che Brunello sappia combattere così. Poi si scontra a tutta velocità con Sobrino, che cade a terra insieme al suo cavallo in un mucchio solo, e dopo di lui con Prusione, re delle Isole Alvaracchie.

Come un falco che piomba in mezzo a uno stormo di cornacchie e le fa fuggire gracchiando tra alberi e cespugli, così tutti scappano davanti a Ruggiero. Abbatte Bambirago, re di Arzila, che ha per cimiero un drago; poi Tardoco, re di Alzerbe, Marbalusto, re di Orano, e Baliverzo, re di Normandia.

Agramante non crede ai suoi occhi: dalle armi pensa che sia il re di Tingitana, e non lo credeva così forte. La regola del torneo, infatti, vieta di ferire: si colpisce solo di piatto, e chi sbaglia è punito con la morte. Ruggiero lo sa, e mena la spada solo di piatto. Butta giù di sella Dardinello, figlio di Almonte, che porta lo scudo a quarti come Orlando. «Dio mi aiuti!» dice Agramante. «Non avrei mai creduto che Brunello meritasse un regno per il suo valore: altro che re, sarebbe degno di essere imperatore!»

Ruggiero abbatte Agramante ott. 24–31

Davanti agli occhi del re, Ruggiero abbatte Argosto di Marmonda, ammiraglio del mare, che ha per cimiero un timone. Arrivano allora tre campioni, il fior fiore dei pagani: Arigalte, re dell'Amonia, Dudrinasso, re di Libicana, e Manilardo, re di Norizia. Decidono di buttarlo a terra e lo colpiscono tutti, ma Ruggiero sbalza di sella Arigalte, che porta uno scudo bianco senza insegna e una testa di fanciulla per cimiero; poi colpisce Dudrinasso così forte da rompergli cimiero e corona, e infine stende anche Manilardo.

Agramante, a quella vista, si accende di invidia: non sopporta che un altro valga più di lui. Vuole vedere se Brunello riesce a tenergli testa: si lancia veloce come un uccello e lo colpisce di traverso, tanto che Ruggiero resta in sella per miracolo. Ma subito si volta e lo colpisce sulla fronte, dove il re porta la sua insegna, tre fusi e una rocca da filare: spezza i fusi e butta a terra Agramante.

I seguaci del re non lo sopportano e si gettano su Ruggiero: Alzirdo, Bardulasto e Sorridano, re dell'Esperia, la terra dove scorre il grande fiume Balcana, che alcuni credono sia il Nilo, ma chi lo crede, dice il poeta, ne sa poco. Ruggiero sbalza di sella Alzirdo, che finisce a gambe aperte, e con un rovescio stende anche Sorridano.

Il tradimento di Bardulasto ott. 32–37

Bardulasto non ha il coraggio di affrontarlo di fronte: gli arriva alle spalle e, a tradimento, lo colpisce al fianco con la punta della spada. Ruggiero, ferito, si infuria, ma non si spaventa. Si volta e vede Bardulasto che torna per dargli il colpo di grazia; ma quello, appena incrocia il suo sguardo terribile, non regge e scappa. Ruggiero lo insegue veloce come una freccia, gridando: «Voltati! Fermati!»

Bardulasto corre verso un bosco per nascondersi, ma Frontino è troppo veloce e lo raggiunge proprio al limite degli alberi. Costretto a combattere, il traditore si volta e tira qualche colpo a vuoto, ma dura poco: Ruggiero lo spacca fino al petto, e il re di Algazera resta morto vicino al boschetto.

Ruggiero però perde sangue dal fianco e si sente mancare. Torna allora in fretta alla rupe di Atlante, che conosce tutte le virtù delle erbe. Gli altri non si accorgono nemmeno che se n'è andato, tanto sono spaventati. Agramante risale a cavallo sconvolto: la vergogna gli brucia così tanto che morire gli farebbe meno male.

Il pellegrino sul ponte ott. 38–48

Ora il poeta lascia l'Africa, perché deve portare in Francia anche Orlando e Brandimarte, per riunire tutti i fili della storia; poi racconterà un'impresa grande come nessun'altra. I due erano partiti per tornare da Angelica ad Albracà, quando Rinaldo, Astolfo e Dudone se ne erano andati, e per strada hanno avuto molte strane avventure.

Una mattina, in India, arrivano a una grande roccia dove, vicino a una fontana, una regina piange a testa bassa, mentre su un ponte un cavaliere armato sorveglia il passaggio. Orlando e Brandimarte vogliono combattere con lui e litigano su chi debba andare per primo, quando vedono arrivare un pellegrino con il bastone, che sembra aver fatto molta strada. Quello, senza dire niente, sale sul ponte.

«Torna indietro, se non vuoi morire, vigliacco!» grida il cavaliere. «Nessun cavaliere oserebbe tanto! Se non torni indietro, ti caccerò in un modo che ogni volta che vedrai un ponte o una roccia ti ricorderai di questo passaggio.» Il pellegrino, con aria umile, risponde: «Barone, per Dio, lasciami andare: ho fatto un voto al tempio di Apollino, in Sericana, vicino al mare. Se c'è un altro ponte qui vicino, mostramelo e ti ringrazio; altrimenti passerò di qui a ogni costo.»

«A ogni costo, schiuma di cucina?» Il cavaliere si lancia contro di lui per buttarlo giù dal ponte, ma il pellegrino getta via il mantello e sotto è tutto armato: lascia cadere il bastone e sguaina la spada. Salta più leggero di un levriero o di un leopardo, e i due si colpiscono in molti punti, senza fermarsi mai. Il cavaliere è sceso da cavallo per paura che glielo uccidessero, e se non fosse così forte il pellegrino lo avrebbe già vinto.

Orlando e Brandimarte non hanno mai visto due guerrieri più forti. A tutti e due sembra di aver già visto quel pellegrino da qualche parte, ma il vestito strano e la barba lunga e folta non li fanno ricordare dove. I colpi cadono fitti come le foglie nel vento, come la neve o la pioggia. Il pellegrino avanza sul ponte e ferisce il cavaliere al braccio, alla testa e alla pancia, tanto che quello deve ritirarsi e lasciare il ponte.

Narciso e la fata Silvanella ott. 49–59

Oltre il ponte, in una pianura intorno alla fontana, c'è una tomba di marmo, che non è opera di mani umane, con una scritta in lettere d'oro: «È un'anima vana quella che si innamora del proprio bel viso: qui è sepolto il giovane Narciso.»

Narciso era un ragazzo così bello che nessun pittore ha mai dipinto niente di simile; ma era superbo quanto bello, perché bellezza e superbia di solito vanno insieme, e questo ha rovinato molta gente. La regina d'Oriente lo amava follemente, ma lui era così crudele da non curarsi del suo amore. Lei piangeva dalla mattina alla sera e lo supplicava con parole che avrebbero commosso il sole; ma lui non la ascoltava, come il serpente non ascolta la formula dell'incantatore. Così lei si consumò fino a morire, chiedendo con gli ultimi sospiri al dio d'Amore e a tutto il cielo una giusta vendetta.

E la vendetta arrivò. Un giorno Narciso, a caccia, inseguì a lungo un cervo e arrivò a quella fontana. Si chinò a bere e vide il suo bel viso, che non aveva mai visto prima, e si innamorò di sé stesso. Che giustizia d'Amore! Lui, che le dame adoravano in ginocchio come un dio, ora sospira alla fontana e desidera quello che ha e non può avere. Guardandosi, si consuma a poco a poco come un giglio o una rosa recisa, finché la morte distrugge il suo bel viso.

Per caso passa di lì la fata Silvanella, e vede il ragazzo morto tra i fiori, dove ora c'è la tomba. Piange, non riesce ad andarsene e a poco a poco si innamora di lui, anche se è morto: si stende accanto a lui e gli bacia la bocca e il viso freddo. Alla fine capisce che è inutile amare un corpo senza vita, ma non può farne a meno. Dopo una notte e un giorno di pianto costruisce con la magia una bella tomba di marmo in mezzo al prato, e da lì non si muove più, finché si scioglie accanto alla fontana come la neve al sole.

Ma prima, per avere compagnia nel suo dolore, ha fatto una cosa crudele: ha incantato la fontana. Chiunque guardi nell'acqua ci vede volti di fanciulle dolcissime, con occhi così pieni di grazia che non riesce più ad andarsene, e muore d'amore su quel prato.

Calidora e Larbino ott. 60–64

Un giorno arrivò lì per sua sfortuna un re nobile e coraggioso, Larbino, insieme alla sua dama, Calidora. Non sapendo dell'incantesimo, si lasciò ingannare da quei volti falsi e morì sull'erba. La dama, che lo amava tanto, rimase lì a piangere, decisa a restarci finché avrà vita.

È lei la dama che piange vicino alla roccia. Dopo aver visto il suo Larbino consumarsi per l'incantesimo, ha avuto pietà di tutti gli altri, e fa sorvegliare il ponte dal cavaliere perché nessuno possa specchiarsi in quella fontana.

Tutta questa storia Calidora la racconta a Orlando, quando vede che il pellegrino è così forte da poter uccidere il suo cavaliere. Chiede al conte aiuto o pace: il cavaliere non sta lì per malvagità, ma per salvare gli altri da una morte crudele, e quindi non merita di essere maltrattato.

Sacripante e Isolieri ott. 65–67

Orlando capisce che lei ha ragione: si fa avanti e in un attimo separa i due combattenti. Guardandoli meglio, li riconosce: il pellegrino è Sacripante, e l'altro, ferito in più punti, è il giovane e coraggioso Isolieri. Per sorvegliare il passaggio per Calidora era venuto dalla Spagna fino all'India, un viaggio così lungo che il poeta si stanca solo a pensarci: lo ha portato lì l'Amore, e lì lo trattiene.

Sacripante invece stava andando dal re Gradasso, mandato da Angelica a chiedere aiuto, come si è sentito quando Brunello rubò a lui il cavallo e a lei l'anello. Si era travestito da pellegrino, aveva attraversato molti regni ed era arrivato a quella fontana... «Signori che ascoltate i miei versi» conclude il poeta, «se qualcuno vuole sentire il resto, lo accontenterò nel prossimo canto.»

Parole difficili

  • pelago ott. 2: mare aperto.
  • Balisarda ott. 5: la spada di Ruggiero, fabbricata per tagliare anche gli incantesimi.
  • fatasone ott. 5: incantesimo, cosa fatata.
  • coppa ott. 13: nuca.
  • piatone ott. 22: il piatto della spada; colpire «di piatone» significa colpire senza tagliare.
  • quarter ott. 23: scudo diviso in quattro parti, come quello di Orlando.
  • armiraglio ott. 24: ammiraglio, comandante della flotta.
  • fusi da filare e una gran rocca ott. 29: gli attrezzi per filare: sulla rocca si avvolge la lana, sul fuso si raccoglie il filo.
  • innaverato ott. 32: ferito.
  • bordone ott. 41: il lungo bastone del pellegrino.
  • Sericana ott. 43: il regno di Gradasso, nell'estremo Oriente.
  • schiuma di cucina ott. 44: insulto: persona da niente, sguattero.
  • schiavina ott. 44: mantello lungo e ruvido, tipico dei pellegrini.
  • figlio di Melone ott. 46: Orlando, figlio di Milone.
  • aspido ott. 52: aspide, un serpente velenoso, che si diceva sordo alle formule degli incantatori.
  • pariglio ott. 55: pari, uguale.

Il testo di Boiardo

67 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Come colui che con la prima nave Trovò del navicar l’arte e l’ingegno, Prima alla ripa e ne l’onda suave Andò spengendo senza vella il legno; A poco a poco temenza non have De intrare a l’alto, e poi, senza ritegno Seguendo al corso il lume de le stelle, Vidde gran cose e glorïose e belle;

2

Così ancora io fin qui nel mio cantare Non ho la ripa troppo abandonata; Or mi conviene al gran pelago intrare, Volendo aprir la guerra sterminata. Africa tutta vien di qua dal mare, Sfavilla tutto il mondo a gente armata; Per ogni loco, in ogni regïone E ferro e foco e gran destruzïone.

3

Assembrava in Levante il re Gradasso, In Ponente Marsilio, il re di Spagna, Che ad Agramante ha conceduto il passo, Et esso è in mezo giorno alla campagna. Tutta Cristianitate anco è in fraccasso, La Francia, l’Inghilterra e la Allemagna; Nè Tramontana in pace se rimane: Vien Mandricardo, il figlio de Agricane.

4

Tutti vengono adosso a Carlo Mano Da ogni parte del mondo, a gran furore; Allor fia pien di sangue il monte e il piano, E se odirà nel cel l’alto romore; Ma nel presente io me affatico in vano, Chè a questo fatto io non son gionto ancore, E, volendol chiarire, egli è mestiero Prima che io conti il tutto di Rugiero.

5

Il qual lasciai in su il destriero armato, Con Balisarda il bon brando a gallone, Qual già fu con tale arte fabricato, Che taglia incanto et ogni fatasone; Or, perchè il fatto ben vi sia contato, Che l’intendiati a ponto per ragione, Quel torniamento de che vi contai, Era nel prato più caldo che mai.

6

Chè Pinadoro, il re de Constantina, E il re di Nasamona, Pulïano, Veggendo de Agramante la ruina, Qual solo abatte la sua schiera al piano (Chè il re di Bolga e di Bellamarina, E quel d’Arzila con quel di Fizano, Qual d’urto avea atterrato e qual di spada, E ben tra gli altri se facea far strada;

7

E la schiera di lui stava da lato, Come tal fatto non toccasse a loro): Onde e’ due franchi re ch’io v’ho contato, Io dico Pulïano e Pinadoro, Avendo il campo alquanto circondato, Ferirno a tutta briglia tra costoro, E ferno aprir per forza quella schiera, Gettando a terra la real bandiera.

8

Alla guardia di quella era Grifaldo Re di Getula, e ’l re de la Alganzera: Bardulasto avea nome quel ribaldo, Di cor malvaggio e di persona fiera. Nè l’un nè l’altro al gioco stette saldo: Fo lor squarciata in braccio la bandiera, E fo Grifaldo tratto de l’arcione Da Pulïano a gran confusïone.

9

E Bardulasto quasi tramortito Fu per cadere anch’esso alla foresta; Chè Pinadoro, il giovanetto ardito, A gran roina il gionse in su la testa; Onde, al colpo diverso imbalordito, Via ne ’l porta il destriero a gran tempesta; E Pinadoro a gli altri se disserra, E questo abatte, e quello urta per terra.

10

Gionse alla fronte il forte re di Fersa, Fiaccando sopra a l’elmo la corona, Che ne andò a terra in più parte dispersa; Poi verso Alzirdo tutto se abandona, E tramortito al campo lo riversa. Questo Alzirdo era re di Tremisona; Gettollo a terra il re di Constantina, Che sopra al campo mena tal roina.

11

Fo costui figlio a l’alto re Balante, Che da Rugier Vassallo ebbe la morte, Vago di faccia e di core arrogante, Maggior del patre e più destro e più forte. Ora la gente a lui fugge davante, Nè se ritrova alcun che se conforte Di star con sieco voluntieri a faccia, Ma come capre avante ogniom se caccia.

12

Il re Agramante non era vicino, Et intendea di tal fatto nïente, Però che avea afrontato il re Sobrino, E quel se diffendeva arditamente; Ma vidde di lontano il gran polvino Che menava fuggendo la sua gente. Fuggia sua gente a Pinadoro avante: Forte turbosse in faccia il re Agramante.

13

E rivoltato con la spada in mano, Ne l’elmo a Pinadoro un colpo lassa, E tramortito lo distese al piano; Ma, mentre che turbato avanti passa, Gionse a lui nella coppa Pulïano, E la coperta a l’elmo li fraccassa, Scendendo sì gran colpo in su le spalle, Che quasi il pose del destriero a valle.

14

Pur, come quel che avea soperchia lena, Se tenne per sua forza nello arcione, E verso Pulïano il brando mena, E qui se cominciò l’aspra tenzone. Or, mentre che ciascun più se dimena, Vi gionse il re di Garbo, quel vecchione, E ’l re de Arzila, ch’era rimontato, Quel de Fizano e quel di Bolga a lato.

15

Adosso ad Agramante ogniom si serra, E quando l’un promette, e l’altro dona, Come fosse mortal l’odio e la guerra; Pur che si possa, alcun non se perdona. Tutto il cimiero avean gettato a terra Ad Agramante e rotta la corona Quei cinque re ch’io dissi; ogniom martella, Cercando trarlo al fin for della sella.

16

E certo l’avrian preso al suo dispetto, A benchè fosse sì franco guerrero, Chè avere a far con uno egli è un diletto, Ma cinque son pur troppo, a dire il vero. Ora vi gionse il forte giovanetto, Qual giù callava, io dico il bon Rugiero, Che l’arme avea del re de Tingitana; Callò la costa e gionse in su la piana.

17

Come fo gionto, tutto se abandona Ove stava Agramante a mal partito; Frontino, il bon destrier, forte sperona E dà tra loro il giovanetto ardito; Gionse alla testa il re di Nasamona, E fuor d’arcione il trasse tramortito, E toccò dopo lui quel re Fizano; Sì come al primo, lo distese al piano.

18

Alto da terra volta il suo Frontino, Che proprio un cervo a’ gran salti somiglia; Alcun già non cognosce il paladino: Che sia Brunello ogniom si meraviglia. Ora ecco gionto ha d’urto il re Sobrino, Correndo l’uno e l’altro a tutta briglia; Et andò il re Sobrino, a gran fraccasso, Il suo destriero e lui tutto in un fasso.

19

Dopo lui pose a terra Prusïone, Quale era re de l’Isole Alvaracchie. Come da l’aria giù scende il falcone, E dà nel mezo a un groppo di cornacchie: Lor, sparpagnate a gran confusïone, Cridando van per arbori e per macchie; Così tutta la gente in quel torniero Fuggia davanti al paladin Rugiero.

20

Il re de Arzila, io dico Bambirago, Fu da Rugier colpito in su la testa; Costui portava per cimiero un drago: Con quel percosse il capo alla foresta. Sempre più viene il giovanetto vago Di ben ferire, e menando tempesta, Pose Tardoco e Marbalusto al piano, L’un re de Alzerbe e l’altro re d’Orano.

21

E Baliverzo, il re di Normandia, Fo tratto dello arcione al suo dispetto. Quando Agramante e’ gran colpi vedia, Per meraviglia usciva de intelletto, Chè ’l re de Tingitana esser credia, Per l’arme che avea indosso il giovanetto; Ma prima nol tenea gagliardo tanto, Or ben li dava di prodezza il vanto.

22

Perchè sappiati il fatto ben compito, Ordinato è il torniero a tal ragione, Che non poteva alcuno esser ferito, Menando tutti e brandi de piatone, Et altrimente a morte era punito Chiunque facesse al gioco fallisone. Di taglio nè di ponta alcun non mena: Sapea Rugiero e l’ordine e la pena.

23

Però menava sol di piatto il brando, E gionse il fio d’Almonte, Dardinello, Che portava il quarter sì come Orlando, E for de arcion lo trasse a gran flagello. Dicea Agamante: A Dio mi racomando, Ch’io non credetti mai che quel Brunello Un regno meritasse per valore: Ma ben serebbe degno imperatore.

24

Queste parole diceva Agramante, E stavasi da parte a riguardare E’ colpi orrendi e le prodezze tante, Quanto potesse alcuno imaginare. Ecco Rugiero abatte a lui davante Argosto, che armiraglio era del mare, Argosto de Marmonda, il pagan fiero, Che avea il timone a l’elmo per cimiero.

25

Gionse Arigalte, il re de l’Amonia, E ’l re de Libicana, Dudrinasso, E sieco Manilardo in compagnia, Re di Norizia, e mena gran fraccasso. Eran costoro il fior de Pagania, Che non curavan tutto il mondo uno asso; Veggendo che colui fa tanta guerra, Se destinâr di porlo al tutto in terra.

26

Ciascun percosse il giovanetto franco, Ma lui trasse Arigalte de la sella, Qual porta senza insegna il scudo bianco, E per cimero un capo di donzella. Al primo colpo non parbe già stanco, Chè Dudrinasso sì forte martella, Che gli roppe ’l cimero e la corona, E tramortito a terra lo abandona;

27

Et avantosse contra a Manilardo, Nè più de’ primi fu questo diffeso; Benchè tra gli altri assai fusse gagliardo, Rimase allora in su il prato disteso. Quando Agramante a ciò fece riguardo, Fu ben de invidia grande al core acceso, Che un altro avesse di lui più valore, Stimando assai per questo esser minore.

28

E destinato veder se Brunello Potesse il campo contra a lui durare, Mossese ratto, che parbe uno uccello. Sopra a Rugiero un colpo lascia andare, E gionse di traverso il damigello, E quasi il fece a terra trabuccare; Ma pur se tenne nello arcion apena, Presto se volta ad Agramante e mena.

29

Era il cimero e la insegna reale Tre fusi da filare e una gran rocca; Rugier, che gionse il re sopra al frontale, Roppe le fuse e a terra lo trabocca. A’ soi sequaci ciò parve gran male, Onde ciascuno il giovanetto tocca: Alzirdo, Bardulasto e Sorridano, Ciascun quanto più pô, mena a due mano.

30

Quel Sorridano è re della Esperia, Ove il gran fiume Balcana discende, Qual crede alcun che il Nil d’Egitto sia, Ma chi ciò crede, poco se n’intende. Or questi tre che io dissi, tuttavia Ciascun quanto più pô Rugiero offende; Chi di qua chi di là mena tempesta, L’un per le braccie e l’altro per la testa.

31

Voltosse verso Alzirdo il pro’ Rugiero, E quel ferì de un colpo sì diverso, Che a gambe aperte il trasse del destriero; Poi mena a Sorridano un gran roverso, E lui distese sì come il primiero. Allor fu Bardulasto tutto perso, Nè gli bastando d’affrontarsi il core Venne alle spalle il falso traditore;

32

E ferì de una ponta nel costato Quel franco giovanetto a tradimento. Quando Rugier si sente innaverato, Forte adirosse e non prese spavento; E verso Bardulasto rivoltato, Lo vidde ritornar di mal talento Per donarli la morte a l’altro tratto; Ma non andò come credette il fatto.

33

Chè, rivoltato essendo a lui Rugiero, Non lo sofferse di guardare in faccia, Che era in sembianza sì turbato e fiero, Che par che al mondo e ’l cel tutto minaccia; Onde esso, rivoltato il suo destriero, Fuggendo avante a lui si pose in caccia. Rugiero il segue, e sembra una saetta, Cridando: Volta! volta! Aspetta! aspetta!

34

Ma quel, che non volea ponto aspettare, Giva ad un bosco assai quindi vicino, Credendo di nascondersi e campare; Ma troppo corridore era Frontino. Non valse a Bardulasto il speronare, Chè presso al bosco il gionse il paladino, Là dove al suo dispetto essendo gionto, Venne animoso a quello extremo ponto;

35

E rivoltato con molto furore Menò più colpi in vano al giovanetto, Ma durò la battaglia poco d’ore, Chè presto fu partito insino al petto. Così il re de Algazera traditore Rimase morto a canto a quel boschetto; Rugier, spargendo il sangue for del fianco, A poco a poco quasi venìa manco.

36

Ma, per pigliare a ciò rimedio e cura Tornava al sasso dove era Atalante, Il qual sapea de l’erbe la natura E le virtute e l’opre tutte quante; Onde di cavalcar ben se procura Per ritrovarsi presto a lui davante, Chè tanto la ferita lo adolora, Che non bisogna far lunga dimora.

37

Così ne andò Rugier, che era ferito; E gli altri che restarno al torniamento, Non se accorgevan che fosse partito, Tanto gli avea percossi alto spavento. Ma il re Agramante tutto sbigotito A destrier rimontò con gran tormento, Perchè avea di vergogna un tal sconforto, Che avria pena minore ad esser morto.

38

Or lasciamo costor tutti da parte, Chè nel presente ne è detto a bastanza, Però che il conte Orlando e Brandimarte Mi fa bisogno di condurli in Franza, Acciochè queste istorie che son sparte, Siano raccolte insieme a una sustanza; Poi seguiremo un fatto tanto degno Quanto abbia libro alcuno in suo contegno.

39

Andava Brandimarte e il conte Orlando Per ritrovare Angelica al girone, Sì come io vi contava alora quando Lasciò Ranaldo Astolfo con Dudone; Or là ritorno e dico, seguitando, Che in diversi paesi e regïone Per aventure strane ebber che fare, Come io vi voglio a ponto racontare.

40

Insieme cavalcando una matina In India, se trovarno ad un gran sasso, Ove presso a una fonte una regina Tenea piangendo forte il viso basso; Sopra ad un ponte che quivi confina, Guardava un cavalliero armato il passo. Fermârsi e’ duo baron, pur con pensiero Di aver battaglia con quel cavalliero.

41

Ma ciascun d’essi, io dico il paladino E Brandimarte, in prima volea gire; E, standosi in contesa, un peregrino Col suo bordone in man vedon venire. Quel mostrava aver fatto un gran camino, E passandosi via senz’altro dire, Più non pensando, al ponte se ne entrava, Ma il cavallier di là forte cridava:

42

Tòrnati adietro, se non vôi morire, Tòrnati adietro, cridava, poltrone, Chè non è cavallier di tanto ardire, Qual commettesse tanta fallisone! Se tu non torni, io te farò partire Con sì fatto combiato, vil giottone, Che mai non vederai ponte nè sasso Qual non te torni a mente questo passo.

43

Il peregrin, mostrandosi tapino, Dicea: Baron, per Dio! lasciami andare, Ch’io aggio un voto al tempio de Apollino, Il quale è in Sericana a lato al mare. Se un altro ponte qua fosse vicino, Ove questa acqua si possa vargare, E me lo mostri, io te ringrazio e lodo; Se non, qua passar voglio ad ogni modo.

44

Come «a ogni modo», schiuma di cucina! Rispose il cavallier forte adirato, E verso lui se mosse con ruina, Per averlo del ponte trabuccato; Ma il peregrin, giettando la schiavina, Di sotto si scoperse tutto armato; Lasciando andare a terra il suo bordone, Trasse con furia un brando dal gallone.

45

E’ non se vidde mai livrer nè pardo, Il qual levasse sì legiero il salto, Come faceva il peregrin gagliardo, E quanto il cavallier sempre è tanto alto. Nè questo a quello avea ponto riguardo, Ma con feroce e dispietato assalto L’un l’altro avea ferito in parte assai, E pur van drieto e non s’arrestan mai.

46

Il cavallier smontato era de arcione, Temendo che il destrier gli fosse occiso, E, se non fosse sì forte barone, Dal peregrin serìa stato conquiso. Ciò riguardando il figlio di Melone E Brandimarte, fo ben loro aviso Non aver visti al mondo duo guerrieri Che sian de questi più gagliardi e fieri.

47

E benchè a ciascun d’essi un’altra volta Sembri aver visto il peregrino altronde, Lo abito strano e la gran barba e folta Non gli lascia amentare il come, o il donde. Or la battaglia è ben stretta e ricolta, Nè abatte il vento sì spesso le fronde, Nè si spessa la neve o pioggia cade, Come son spessi e’ colpi de le spade.

48

Il peregrino ognior del ponte avanza, Come colui che a meraviglia è fiero, Et era de alto ardire e gran possanza, Onde avea già ferito il cavalliero Nel braccio, nella testa e nella panza, Sì che ritrarsi gli facea mestiero; E, benchè ancor mostrasse ardita fronte, Pur se ritrava abandonando il ponte.

49

Era di là dal ponte una pianura Intorno al sasso di quella fontana; Quivi era un marmo de una sepoltura, Non fabricata già per arte umana, E sopra, a lettre d’oro, una scrittura, La qual dicea: Bene è quella alma vana, Qual s’invaghise mai del suo bel viso; Quivi è sepolto il giovane Narciso.

50

Narciso fu in quel tempo un damigello Tanto ligiadro e di tanta bellezza, Che mai non fu ritratta con pennello Cosa che avesse in sè cotal vaghezza; Ma disdegnoso fu come fu bello, Però che la beltate e l’alterezza Per le più volte non se lascian mai, Dil che perita è gran gente con guai:

51

Sì come la regina de Orïente, Amando il bel Narciso oltra misura, E trovandol crudel sì de la mente, Che di sua pieta o di suo amor non cura, Se consumava misera, dolente, Piangendo dal matino a notte oscura, Porgendo preghi a lui con tal parole, Che arian possanza a tramutare il sole.

52

Ma tutte quante le giettava al vento, Perchè il superbo più non l’ascoltava Che aspido il verso de lo incantamento, Onde ella a poco a poco a morte andava; E gionta infin allo ultimo tormento, Il dio d’Amore e tutto il cel pregava, Ne gli estremi sospir piangendo forte, Iusta vendetta a la sua iniusta morte.

53

E ciò gli avenne però che Narciso Alla fontana de che io ve contai, Cacciando un giorno, fo gionto improviso, E, corso avendo dietro a un cervo assai, Chinosse a bere, e vide il suo bel viso, Il qual veduto non avea più mai; E cadde, riguardando, in tanto errore, Che de se stesso fu preso d’amore.

54

Chi odì giamai contar cosa sì strana? O iustizia de Amor, come percote! Or si sta sospirando alla fontana, E brama quel che avendo aver non pote. Quell’anima che fu tanto inumana, A cui le dame ingenocchion devote Si stavano adorar come uno Dio, Or mor de amore in suo stesso desio.

55

Esso, mirando il suo gentile aspetto, Che di beltate non avea pariglio, Se consumava di extremo diletto, Mancando a poco a poco, come il ziglio, O come incisa rosa, il giovanetto, Sin che il bel viso candido e vermiglio E gli occhi neri e ’l bel guardo iocondo Morte distrusse, che destrugge il mondo.

56

Quindi passava per disaventura La fata Silvanella a suo diporto, E dove adesso è quella sepoltura, Iacea tra’ fiori il giovanetto morto. Essa, mirando sua bella figura, Prese piangendo molto disconforto, Nè se sapea partire; e a poco a poco Di lui s’accese in amoroso foco.

57

Benchè sia morto, pur di lui s’accese, Avendo di pietate il cor conquiso, E lì vicino a l’erba se distese, Baciando a lui la bocca e il freddo viso, Ma pur sua vanitate al fin comprese, Amando un corpo dal spirto diviso, E la meschina non sa che si fare: Amar non vôle, e pur conviene amare.

58

Poi che la notte e tutto l’altro giorno Ebbe la fata consumato in pianto, Un bel sepolcro di marmoro adorno In mezo il prato fece per incanto; Nè mai poi se partitte ivi de intorno, Piangendo e lamentando, infino a tanto Che a lato alla fontana in tempo breve Tutta se sfece, come al sol la neve.

59

Ma per aver ristoro o compagnia A quel dolor che a morte la tirava, Struggendosi de amor, fu tanto ria, Che la fontana in tal modo affatava, Che ciascun, qual passasse in quella via, Se sopra a l’acqua ponto rimirava, Scorgea là dentro faccie di donzelle, Dolce ne gli atti e grazïose e belle.

60

Queste han ne gli occhi lor cotanta grazia, Che chi le vede, mai non può partire, Ma in fin convien che amando se disfazia, Et in quel prato è forza de morire. Ora ivi arivò già per sua disgrazia Un re gentile, accorto e pien d’ardire, Quale era in compagnia de una sua dama: Lei Calidora e lui Larbin si chiama.

61

Essendo questo alla fonte arivato, E dello incanto non essendo accorto, Per la falsa sembianza fu ingannato, E sopra l’erbe ivi rimase morto. La dama, che l’avea cotanto amato, Abandonata de ogni suo conforto, Si pose a lacrimare in quella riva, E star si vole insin che serà viva.

62

Questa è la dama che piangeva al sasso, E il ponte al cavallier facea guardare, Acciochè ogni altro che arivava al passo Non se potesse a quel fonte mirare. Da poi che il suo Larbin dolente e lasso Per quello incanto vidde consumare, Pietà gli prese de ogni altra persona, E stassi al fonte, e mai non l’abandona.

63

E questa istoria, quale io v’ho contata, Del bel Narciso e di sua morte strana, Lei tutta la narrò, come era stata, Al conte Orlando presso alla fontana, Poscia che vidde la disconsolata Alla battaglia orribile e inumana Quel franco peregrino esser sì forte, Che al suo barone avria dato la morte.

64

Temendo che sia morto il suo barone, Aiuto o pace dimandava al conte, Mostrando a lui che per compassïone De ogni altra gente fa guardare il ponte; Onde a bona drittura di ragione Non debbe il cavallier ricevere onte, Qual non dimora là per fellonia, Ma per campare altrui da morte ria.

65

Cognosce il conte che ella dice il vero, Però ben presto se trasse davante, E tra quel peregrino e il cavalliero Spartì la fiera zuffa in uno istante; Poi, riguardando a lor con più pensiero, Cognobbe che l’uno era Sacripante, E l’altro, che in più parte fu ferito, Era Isolieri, il giovanetto ardito;

66

Qual, per guardare a Calidora il passo, Insin di Spagna a l’India era venuto, Che pur pensando al gran camin son lasso; Amor l’avea condutto e ritenuto. Ma Sacripante andava al re Gradasso, Da Angelica mandato per aiuto, Come io vi dissi alora che Brunello A lui tolse il destriero, a lei lo anello.

67

Alor contai come prese il camino: Non scio se a ponto ben lo ricordati, Che l’abito pigliò di peregrino. Avendo già più regni oltra passati, Gionse alla fonte in su questo confino.... Segnor, che intorno a’ mei versi ascoltati, Se alcun de voi de odire ha pur talento, Ne l’altro canto io lo farò contento.