Libro II · Canto XVIII
La cena dei Lestrigoni
Orlando porta Angelica fuori da Albracà, Brandimarte ferma da solo un esercito e il conte finisce a tavola con i mangiatori di uomini.
In breve
Saputo da Sacripante che Angelica è in pericolo, Orlando torna con Brandimarte ad Albracà, assediata dal Soldano Menadarbo, dal re dei Turchi Torindo e da altri re. Entra di notte nella rocca e racconta ad Angelica tutte le sue avventure; lei, sentendo che Rinaldo è tornato in Francia, lo convince a partire. Fuggono di nascosto, ma il giorno dopo l'esercito nemico li insegue. Brandimarte resta indietro da solo a fermarlo: trafigge il re Marigotto, uccide il Soldano, abbatte Torindo e mette in fuga gli altri, ma al buio si perde nel bosco.
Orlando, con Angelica e Fiordelisa, arriva in una valle dove i Lestrigoni, giganti mangiatori di uomini, stanno cenando. Il loro re Antropofago lo invita a tavola e poi lo stende con una bastonata alle spalle, mentre le due dame fuggono. Orlando si risveglia, recupera Durindana, fa a pezzi il re e i suoi e, all'alba, salva Angelica, intrappolata su un dirupo. Brandimarte, nello stesso momento, salva Fiordelisa, che gli racconta di aver visto Orlando morto.
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Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
Orlando scoprì che Angelica era in pericolo. Il suo castello, Albracà, era circondata da un enorme esercito di re nemici. Il più arrabbiato era il Soldano, cioè il sultano d'Egitto: era stato innamorato di Angelica, ma lei lo aveva sempre respinto, e ora voleva vendicarsi. Orlando tornò di corsa, con il suo amico Brandimarte.
Di notte, in silenzio, Orlando entrò nel castello. Angelica lo credeva morto e lo accolse con mille feste. Lui le raccontò tutte le sue avventure. Allora lei lo convinse a portarla in Francia: il cibo stava finendo e bisognava fuggire. Ma c'era anche un altro motivo. Orlando le aveva detto che Rinaldo era tornato in Francia, e Angelica aveva una gran voglia di rivederlo.
Partirono quella notte stessa, insieme a Brandimarte e a Fiordelisa. Sulle torri lasciarono dei fuochi accesi, così i nemici avrebbero creduto che ci fossero ancora le guardie. Ma la mattina dopo l'esercito si accorse del trucco e li inseguì.
«Andate avanti con le dame» disse Brandimarte. «Li fermo io.» E così fece, tutto da solo! Fece cadere il primo re che arrivò di corsa, poi il Soldano, che non si rialzò più, poi il re dei Turchi. Gli altri rallentavano: nessuno aveva fretta di essere il prossimo. Quando venne il buio, Brandimarte si perse nel bosco e si addormentò sulle foglie.
Intanto Orlando arrivò in una valle dove vivevano i Lestrigoni, giganti che mangiavano gli uomini, come gli orchi delle fiabe. Stavano cenando. Orlando non sapeva chi fossero e disse gentilmente: «Buon appetito! Possiamo cenare con voi?» Il loro re, Antropofago, gli fece posto. Ma appena Orlando si voltò verso le dame, lo colpì alle spalle con un bastone, e il conte cadde svenuto. Angelica e Fiordelisa scapparono nel bosco.
I giganti tolsero a Orlando l'armatura. Il re lo tastò con le sue unghie e brontolò deluso: «Questo è tutto nervi. Non c'è un buon boccone!» Ma quella tastata svegliò Orlando, che saltò in piedi. Per terra vide Durindana, la sua spada: la afferrò e sconfisse il re e tutta la sua banda. Poi si avvicinò alla tavola, affamato... ma quando vide che cosa c'era nei piatti, la fame gli passò di colpo.
Orlando cercò Angelica per tutta la notte. All'alba la trovò su un sentiero stretto, sopra un burrone, circondata dai Lestrigoni. Diventò rosso di rabbia come il fuoco e li sconfisse tutti. Angelica era salva!
Nello stesso momento Brandimarte si svegliò e vide Fiordelisa inseguita da altri giganti. Saltò a cavallo e li sconfisse. Poi la abbracciò forte. Ma Fiordelisa, piangendo, gli disse di aver visto Orlando a terra, morto! Brandimarte corse subito a cercarlo.
Noi sappiamo che Orlando è vivo. Ma Brandimarte riuscirà a ritrovarlo? Lo vedremo nel prossimo canto.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
Amore dà la gloria ott. 1–3
Un tempo la grande Bretagna fu gloriosa per le armi e per l'amore, dice il poeta, e ancora oggi re Artù è onorato, perché i suoi cavalieri andavano in cerca di avventure con le loro dame. Anche re Carlo tenne in Francia una grande corte, con Rinaldo e Orlando, ma non valse quanto quella: chiuse le porte all'Amore e si dedicò solo alle guerre sante. Perché è l'Amore che dà la gloria, rende l'uomo degno e onorato, dona la vittoria e il coraggio al cavaliere. Per questo il poeta continua volentieri la storia di Orlando innamorato, da dove l'aveva lasciata con Sacripante.
Di nuovo ad Albracà ott. 4–11
Quando Orlando sa dove va Sacripante e che Angelica è in pericolo, senza nessun altro aiuto, sospira e cambia colore. Senza pensare più al ponte, lascia Calidora con Isolieri. Sacripante riprende il mantello, la borsa, il cappello e il bastone da pellegrino e va dritto dal re Gradasso.
Una mattina Orlando e Brandimarte arrivano ad Albracà, ma non sanno come entrare, tanta è la gente accampata intorno. Ci sono Torindo, re dei Turchi, il Caramano, il re di Santaria e Menadarbo, il Soldano, signore dell'Egitto e della Siria. La pianura è coperta di tende: mai si è vista tanta gente, radunata soltanto per punire e uccidere una fanciulla. Ognuno ha il suo motivo: Torindo è furioso perché Trufaldino è stato liberato, e il Soldano lo aiuta perché per tanto tempo è stato innamorato di Angelica, ricevendo soltanto rifiuti e prese in giro. Così il suo amore si è trasformato in odio.
Orlando muore dalla voglia di combattere, ma ancora di più di vedere Angelica, e decide di passare in silenzio. Si nasconde in un bosco fino a notte, poi, conoscendo bene la strada, entra nella rocca. Quando Angelica lo vede non pensa più a nient'altro al mondo: lo credeva morto. Lo accoglie con mille carezze, e Orlando le racconta tutto quello che gli è successo da quando è partito: Marfisa, il corno perduto, gli inganni di Origille, la prigione di Manodante, e la partenza di Rinaldo, Astolfo e Dudone per la Francia. Angelica ascolta tutto, ma quando sente che il figlio di Amone è tornato al suo paese, le torna una gran voglia di rivederlo.
Fuga nella notte ott. 12–18
Così comincia a convincere Orlando che deve tornare in Francia: nella rocca il cibo sta finendo, non si può resistere ancora a lungo, e bisogna trovare il modo di uscire dall'assedio. Lei verrà con lui dovunque vorrà. Il conte non ci pensa due volte. Partono quella notte stessa, lasciando fuochi accesi sulle torri e sui merli, perché i nemici credano che ci siano ancora le guardie.
Col buio attraversano il campo nemico senza difficoltà. All'alba la loro compagnia, una ventina tra dame, cavalieri e servitori, si divide, e ognuno va per la sua strada. Restano insieme in quattro: Orlando, Angelica, Brandimarte e Fiordelisa. Cavalcano tutto il giorno senza incontrare nessuno. Nel pomeriggio, con il caldo, scendono da cavallo all'ombra di un pino, in un bel prato; i due cavalieri restano armati, ma ormai si sentono al sicuro e parlano d'amore.
All'improvviso sentono un gran rumore alle spalle: un esercito avanza in belle schiere, con le bandiere al vento. Sono il Soldano, il re dei Turchi e gli altri: la mattina si sono accorti che nella rocca non c'era più nessuno, ci sono entrati e l'hanno data alle fiamme. Ora Menadarbo vuole a tutti i costi prendere Angelica e fargliela pagare, e gli altri lo seguono.
Brandimarte ferma un esercito ott. 19–25
Orlando si preoccupa per le dame, ma Brandimarte è tranquillissimo: «Se fai come ti dico, di quella canaglia non mi importa un fico. Ho un cavallo buono come nessun altro in Oriente, e tra loro non c'è un cavaliere che io non possa battere, uno alla volta. Io mi fermo qui sulla strada; tu vai avanti con le dame, e io farò in modo che tu prenda vantaggio.»
Orlando sa che è un buon consiglio, ma abbandonare il compagno gli sembra una mancanza. Alla fine, per accontentarlo, gira il cavallo e se ne va tra le due dame. L'esercito arriva senza ordine, chi prima e chi dopo secondo il cavallo. Davanti a tutti, di più di un tiro d'arco, corre veloce come una freccia Marigotto, re di Satalia, su un grande cavallo grigio.
«Costui ha una gran fretta di morire» dice Brandimarte scuotendo la testa, «vuole pagare il conto prima degli altri.» Sprona e abbassa la lancia. Anche Marigotto lo carica, ma Brandimarte lo trapassa da parte a parte e poi lo travolge, e cavallo e cavaliere finiscono a terra in un mucchio. Poi sguaina la spada e si getta tra gli altri, facendone pezzi come un macellaio. Quelli che arrivavano di corsa cominciano a trovare il terreno troppo caro e rallentano: ognuno aspetta volentieri l'altro.
La fine del Soldano ott. 26–33
Arriva allora Menadarbo, furioso che un solo cavaliere fermi tanta gente. Carica con la lancia e colpisce Brandimarte al fianco, ma lo smuove appena di sella e la lancia va in pezzi. Brandimarte alza la spada con tutte e due le mani e la cala sulla testa del Soldano: spezza lo scudo con cui si riparava e l'elmo, e lo spacca dalla fronte fino ai denti. Gli altri sono terrorizzati.
Gli restano intorno, chi tirando lance da lontano, chi minacciando, ma lui li caccia ora di qua ora di là. Il giorno passa e arrivano altri nemici: ecco Torindo e il Caramano. Torindo carica per primo e spezza la lancia sullo scudo di Brandimarte, che lo colpisce a una spalla, lo spacca quasi fino alla pancia e lo butta giù da cavallo. Il Caramano, a quella vista, gira il cavallo e scappa. Per salvarsi gli servirebbero le ali, ma viene la notte: attraversa a nuoto un fiume per la paura e fugge per miglia nei boschi, finché si nasconde.
Brandimarte lo ha inseguito a briglia sciolta e ora, nel buio, non sa più ritrovare il prato da cui è partito. Entra nel bosco, non riesce più a uscirne, scende da cavallo e si mette a dormire sulle foglie. Ma lo sveglia un pianto disperato lì vicino: è la voce di una dama che chiede pietà a Dio. Chi sia, si saprà più avanti. Ora il poeta torna a Orlando, che, partito verso occidente, dopo nemmeno sei miglia si trova in grossi guai.
A cena con i Lestrigoni ott. 34–42
Al tramonto entra in una valle, e lì, sulle rocce, trova i Lestrigoni, gente crudele e spietata. Hanno denti e unghie da leone, per il resto sono come gli altri uomini, ma grandi, barbuti e con un naso lungo un palmo: bevono sangue e mangiano carne umana. Orlando li vede seduti a una tavola imbandita, con grandi piatti d'argento e coppe d'oro, e sprona il cavallo per raggiungerli; le dame lo seguono, affamate e assetate. Corrono per arrivare a cena, ma presto, dice il poeta, ne avranno abbastanza.
«Buon appetito!» dice il conte con faccia serena. «Visto che la fortuna mi porta qui a quest'ora, vi prego di farci cenare con voi, pagando o per cortesia.» Il re dei Lestrigoni, Antropofago, alza il muso: ha gli occhi rossi come un drago e la faccia coperta di barba, e gli piace vedere gente uccisa, perché ne fa morire ogni mattina e ogni sera per divorarla e berne il sangue. Vedendo Orlando a cavallo e ben armato, forse teme di non riuscire a prenderlo, e gli fa posto accanto a sé, invitandolo a smontare.
Orlando scende da cavallo, ma non si siede: aspetta le dame. Intanto sente quei mostri mormorare tra loro: «È bello grasso.» «Non lo so, lo saprò quando lo vedrò arrosto o quando lo tasterò; meglio ancora se ne assaggio un pezzo.» Ma il conte non ci fa caso, perché guarda le dame. Antropofago si alza piano da tavola, prende un grosso bastone, gli arriva alle spalle e lo colpisce sull'elmo con tutte e due le mani, stendendolo a terra.
Molti altri si lanciano contro le dame, per riempirsi la pancia della loro carne. Loro, spaventate, girano i palafreni e fuggono una di qua e una di là, piangendo, inseguite da quella gente, e si perdono nella selva buia. Orlando intanto è vicino alla morte: gli hanno già tolto l'armatura, e non si è ancora ripreso dal colpo.
Durindana ritrovata ott. 43–49
Antropofago gli mette addosso le sue unghie crudeli e dice agli altri: «Questo è tutto nervi: a parte gli occhi, non c'è un buon boccone.» Il dolore di quella tastata fa rinvenire Orlando, che salta in piedi e, come vuole Dio, scappa dalle loro mani. Il re e molti Lestrigoni gli corrono dietro, gridando di chiudere i passaggi, tirandogli sassi e menando bastoni. Ma ecco, per terra, Durindana sguainata, che quei furfanti hanno lasciato lì: Orlando la afferra, e immaginate quanto è contento!
All'imbocco della valle ce ne sono un centinaio, brutti e rozzi, senza scudi né spade, vestiti di pelli d'orso e di cinghiale, con grossi bastoni in mano. Orlando si getta tra loro menando colpi a destra e a sinistra, spezzando bastoni e braccia; ma quella gentaglia, anche senza mani e senza piedi, continua a mordere come i cani. Il conte deve girarsi di continuo, perché lo afferrano da tutte le parti.
Il loro re, più forte degli altri e più alto di tre palmi, ha un bastone più grande, è coperto da una specie di corteccia e sbava dalla bocca e dal naso come un cane rabbioso. Orlando lo colpisce in mezzo alla testa e la spada scende fino alla pancia, tagliandolo in due metà che cadono una per parte. Poi continua: in poco tempo non resta nessuno davanti a lui, e dei morti non rimane un pezzo più grande di quanto fosse prima il loro naso.
Orlando salva Angelica ott. 50–56
Rimasto solo nella valle, con il giorno ormai finito, Orlando si riveste dell'armatura e, affamatissimo, si avvicina alla tavola. Ma quello che vede lo fa quasi spaventare: quei mostri avevano cucinato braccia, piedi e teste umane. Gli passa la fame all'istante. Riprende il cavallo per cercare le dame e piange: «A che mi servono forza e coraggio, se ho perso la mia dama? Se non la ritrovo, era meglio essere ucciso da loro a bastonate. Padre eterno, Re del cielo, Madre del Signore del paradiso, datemi l'ultimo conforto: fate che la ritrovi, o che muoia presto.»
Vaga per la selva tutta la notte senza trovarla. All'alba sente gridare: «Di là! Di là! Non può più scappare da quel passaggio, perché davanti la roccia è franata!» Orlando corre verso la voce e vede i Lestrigoni, che hanno spinto Angelica in un passaggio stretto: o si arrende a loro, o deve buttarsi giù per duecento braccia.
Vedendola in quel pericolo, il conte diventa così rosso di rabbia che da lontano sembra un fuoco. Sprona e mena la spada intorno con furia, lasciando ferite che nessun medico potrebbe guarire. I Lestrigoni che hanno intrappolato la dama sono una quarantina, e nessuno se ne va senza la sua parte: a chi taglia le gambe, a chi le braccia. Così Angelica è salva.
Brandimarte salva Fiordelisa ott. 57–63
Angelica era fuggita verso occidente; Fiordelisa invece era scappata verso oriente, inseguita anche lei da quella gente per tutta la notte, fino all'alba, proprio nel punto dove dormiva Brandimarte. Piange e si raccomanda a Dio; il suo palafreno è così stanco che lo sprona invano. Il bosco è pieno di Lestrigoni, e lei, svenendo dalla paura, considera il suo corpo ormai perduto e chiede a Dio di salvarle almeno l'anima.
Proprio allora Brandimarte si sveglia, si guarda intorno e la vede inseguita da quei mostri: la riconosce subito. Salta a cavallo, si lancia verso di lei con la spada sguainata, colpisce un Lestrigone tagliandogli quasi le gambe e ne spacca un altro fino al petto. Sono una trentina, e lo colpiscono con sassi e bastoni, lui e il cavallo; ma lui ne fa a pezzi tanti che il sentiero si riempie di teste e di braccia.
Quando non ne resta più nessuno, abbraccia Fiordelisa e la tiene stretta per mezz'ora prima che riescano a parlare. Poi lei, piangendo, gli racconta di aver visto Orlando a terra, morto, tra i Lestrigoni. Brandimarte corre subito in quella direzione per aiutarlo.
«Ma sono arrivato alla fine del canto» dice il poeta. «Signori e dame che mi avete ascoltato, Dio vi faccia contenti, e tornate al prossimo con ancora più gioia.»
Parole difficili
- Bertagna la grande ott. 1: la Gran Bretagna, il regno di re Artù.
- girone ott. 5: la cerchia di mura di una fortezza; qui la rocca di Albracà.
- Soldano ott. 6: sultano.
- trabacche ott. 6: tende, padiglioni da campo.
- genia ott. 6: gente, moltitudine.
- alturia ott. 7: aiuta, soccorre.
- merli ott. 13: le sporgenze in cima alle mura e alle torri, dietro cui si riparano i difensori.
- ora della nona ott. 15: metà del pomeriggio, circa le tre.
- leardo ott. 22: di mantello grigio, detto di cavallo.
- arcata ott. 22: la distanza di un tiro d'arco.
- beccaro ott. 25: macellaio.
- Lestrigioni ott. 34: popolo di giganti mangiatori di uomini, che viene dall'Odissea di Omero.
- spana ott. 34: spanna, la distanza tra pollice e mignolo con la mano aperta.
- Pro vi faccia ott. 36: buon pro vi faccia, cioè buon appetito.
- attasto ott. 39: tasto, tocco con le mani.
- cane arabito ott. 47: cane rabbioso.
- braccia ott. 54: antica misura di lunghezza, poco più di mezzo metro.
Il testo di Boiardo
63 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Fo glorïosa Bertagna la grande Una stagion per l’arme e per l’amore, Onde ancora oggi il nome suo si spande, Sì che al re Artuse fa portare onore, Quando e’ bon cavallieri a quelle bande Mostrarno in più battaglie il suo valore, Andando con lor dame in aventura; Et or sua fama al nostro tempo dura.
Re Carlo in Franza poi tenne gran corte, Ma a quella prima non fo sembïante, Benchè assai fosse ancor robusto e forte, Et avesse Ranaldo e ’l sir d’Anglante. Perchè tiene ad Amor chiuse le porte E sol se dètte alle battaglie sante, Non fo di quel valore e quella estima Qual fo quell’altra che io contava in prima;
Però che Amore è quel che dà la gloria, E che fa l’omo degno et onorato, Amore è quel che dona la vittoria, E dona ardire al cavalliero armato; Onde mi piace di seguir l’istoria, Qual cominciai, de Orlando inamorato, Tornando ove io il lasciai con Sacripante, Come io vi dissi nel cantare avante.
Dapoi che il conte intese dove andava Re Sacripante, et ove era venuto, E come in tema Angelica si stava Non aspettando d’altra parte aiuto, Il franco cavallier ben sospirava, E tutto se cambiò nel viso arguto, E senza fare al ponte altro pensiero, Calidora lasciò con Isoliero.
E Sacripante prese la schiavina E la tasca e il cappello e il suo bordone; Al re Gradasso via dritto camina. Ma torno adesso al figlio di Melone, Che cavalcando gionse una matina Con Brandimarte ad Albraca il girone; Ma non scian come far quivi l’intrata, Cotanta gente intorno era acampata.
Torindo, il re de’ Turchi, e ’l Caramano Quivi era in campo, e ’l re di Santaria E Menadarbo, il quale era Soldano, Che tenne Egitto e tutta la Soria; Coperto era a trabacche e tende il piano: Non se vidde giamai tanta genia; Solo adunata è quella gente fella Per donar pena e morte a una donzella.
Ma chi per una, e chi per altra iniuria Intorno a quella dama era attendato; Torindo il Turco menava tal furia Per Trufaldino, il qual fo spregionato; E Menadarbo, quel Soldan, lo alturia, Però che fo gran tempo inamorato De Angelica la bella; e sempre mai Ebbe repulsa e beffe e scorni assai.
Onde l’amore avea in odio rivolto, E sol per disertarla venuto era. Veggendo Orlando il gran popolo accolto, Che avea coperto il piano e la costiera, Benchè egli ardisse e disïasse molto Di far battaglia più che voluntiera, Tanto vedere Angelica li piace Che provar volse di passare in pace.
Però se ascose in un bosco vicino, E là si stette insino a notte oscura, Poi, come quel che ben sapea il camino, Intrò dentro alla rocca alla sicura. Quando la dama vidde il paladino, Di tutto il mondo ormai non ha più cura; Non dimandati se ella ebbe conforto, Perchè certo credea che ’l fusse morto.
Molte fôr le carezze e l’accoglienza Che Angelica li fece a quel ritorno. Il conte di narrarle indi comenza Poscia che se partitte il primo giorno, Insin che è gionto nella sua presenza; Come trovò Marfisa e perse il corno, E de Origille quelle beffe tante, Sin che in prigion lo pose Manodante;
Come Ranaldo quindi era partito, Per gire in Franza, et Astolfo e Dudone; E ciò che prima e poscia era seguito, Li disse Orlando a ponto per ragione. La dama, benchè il tutto avesse odito, Pure ascoltando che il figlio d’Amone Era tornato in Franza al suo paese, De rivederlo ancor tutta se accese.
Onde cominciò il conte a confortare, Mostrando a lui per diverse cagione Come doveva in Francia ritornare; E che ormai più dentro a quel girone Non è vivanda che possa durare, Sì che star non vi può lunga stagione, Et è bisogno aritrovar rimedio Onde si campi for di quello assedio.
E che ella sieco ne volea venire, Ove ad esso piacesse, in ogni loco. Or quivi non fu già molto che dire, Nè il conte vi pensò troppo, nè poco; Ma quella notte se ebbero a partire, E nella rocca in molte parte il foco Lasciarno, che alle torre e nei merli arda, Per dimostrar che ancor vi sia la guarda.
E poi per l’aria scura e tenebrosa Tutto passarno senza impaccio il campo; Ma possa che ogni stella fu nascosa, E del giorno vermiglio apparve il lampo, Non gli coprendo ormai la notte ombrosa, Pigliâr rimedio et ordine al suo scampo: Tutta lor compagnia forse è da venti, Tra dame e cavallieri e lor sargenti.
E questa alora tutta se disparte, Chi qua, chi là, ciascuno a suo comando; Rimase Fiordelisa e Brandimarte Et Angelica bella e il conte Orlando. Or questi quattro se trasse da parte, E tutto il giorno appresso cavalcando, Ne andarno insino a l’ora della nona Senza trovare impaccio de persona.
Essendo alora il giorno riscaldato, Ciascadun de essi del destrier discese, Sotto l’ombra de un pin, ad un bel prato, Ma non che se spogliasse alcuno arnese; E, stando il conte e Brandimarte armato, Nè temendo ormai più de altre offese, Stavano ad agio parlando d’amore, Quando a sue spalle odirno un gran rumore.
Onde levati, un poco di lontano Videro una gran gente a belle schiere, Che via ne vien distesa per il piano, Et ha spiegato al vento le bandiere. Questo era Menadarbo, il gran Soldano, E ’l re de’ Turchi e l’altre gente fiere, Che avean l’assedio a quella rocca intorno, Anci l’han presa et arsa pur quel giorno.
Perchè, essendo aveduti la mattina Che più persona non era in quel loco, Intrarno tutti dentro con roina, La bella rocca abandonarno in foco; Poi Menadarbo al tutto se destina Aver la dama e di farli un mal gioco, E Torindo gli è dietro e ’l Caramano, E tutti gli altri poi di mano in mano.
Quando se accorse Orlando de la gente Che ratta ne venìa per la pianura, Turbosse for di modo nella mente, Però che de le dame avea paura; Ma Brandimarte se cura nïente, Anci diceva al conte: Or te assicura Che, piacendoti far quel che io te dico, Quella canaglia non estimo un fico.
Io ho, come tu vedi, un bon destriero, Quanto alcun altro che n’abbia il Levante, E non è tra costor già cavalliero, Che ad un per uno io non li sia bastante. Quivi voglio arrestarmi in su il sentiero; Tu con le dame passarai avante, Io con parole e fatti sì faraggio Che prenderai andando alcun vantaggio.
A benchè il conte cognoscesse a pieno Che quello è vero e bon provedimento Qual dice Brandimarte, nondimeno Lo abandonarlo parria mancamento; Ma pur rivolse ne la fine il freno, Per far di questo quel baron contento; In mezo a le due dame avanti passa, E Brandimarte in su quel prato lassa.
La gente sterminata ne venìa Per la campagna senza alcun riguardo; Secondo che il destrier ciascun avia, Chi giongeva più presto, e chi più tardo; Ma avanti a gli altri il re di Satalia Venìa, broccando un gran ronzon leardo; Sopra la briglia già non se ritiene, Più de una arcata avanti a gli altri viene.
Sembrava proprio al corso una saetta Quel re, che era appellato Marigotto; E Brandimarte stava alla vedetta. Come lo scorse ben, disse di botto: Costui ha di morire una gran fretta, Chè avanti a gli altri vol pagare il scotto. Così dicendo e crollando la testa, Sprona il destriero e la sua lancia arresta.
E Marigotto fece il simigliante: Verso di questo venne, e l’asta abassa; Ma Brandimarte, che ’l gionse davante, Dopo alle spalle con la lancia il passa; E d’urto dapoi gionse lo afferante, E con ruina a terra lo fraccassa, Là dove Marigotto e ’l suo ronzone Ne andarno in fascio, a gran destruzïone.
Già Brandimarte avea sua spata tratta, E dà tra gli altri senza alcun riparo. Oh come bene intorno se sbaratta, Facendo de lor pezzi da beccaro! Onde alla gente che venìa sì ratta, Cominciava il terreno a parer caro, E non mostrano ormai cotanta fretta, Chè più che voluntier l’un l’altro aspetta.
Ma Menadarbo vi gionse, adirato Che un sol barone arresti tanta gente, E stringendo la lancia al destro lato Ne vien spronando il suo destrier corrente, E colse Brandimarte nel costato, Ma de arcione il piegò poco, o nïente: La lancia rotta in pezzi cade a terra, E Brandimarte adosso a lui si serra.
Levando alto a due mano il brando nudo, Mena con furia al mezo della testa. Or lui coperto avea l’elmo col scudo: Nè l’un nè l’altro quel gran colpo arresta, Chè il scudo e l’elmo ruppe il brando crudo, E cadde Menadarbo alla foresta, Partito dalla fronte insino ai denti; Or vi so dir che gli altri avean spaventi.
Ma non di manco gli stavano intorno, E chi lancia da longi e chi minaccia. Poco gli stima il cavalliero adorno, Et ora questi et or quelli altri caccia; Così gran parte è passata del giorno, Perchè la gente che seguia la traccia Crescendo ne venìa di mano in mano: Ecco gionto è Torindo e il Caramano.
Prima gionse Torindo a gran baldanza: Con l’asta bassa Brandimarte imbrocca, E spezzò sopra al scudo la sua lanza; Ma Brandimarte ad una spalla il tocca, E quasi lo partì insino alla panza, E dello arcione a terra lo trabocca. Vedendo quel gran colpo il Caramano Volta il destriero e fugge per il piano.
Ma quel fuggire avria poco giovato, Se non avesse avuto a volar piume. Venne la notte, e il giorno era passato, Nè per quel loco si vedea più lume; E ’l Caramano avanti era campato, Natando per paura un grosso fiume; Poi molte miglia per le selve ombrose Andò fuggendo et al fin se nascose.
E Brandimarte, che l’avea seguito Cacciando a tutta briglia il suo destriero, Dapoi che vide ch’egli era fuggito E che a pigliarlo non era mestiero, Guardando al prato dove era partito Non vi sa più tornare il cavalliero, Perchè la notte che ha scacciato il giorno Avea oscurato per tutto d’intorno.
Intrato adunque per la selva alquanto, E non sapendo mai di quella uscire, Smontò di sella e trassese da un canto, Sopra alle fronde se pose a dormire; Ma rotto li fo il sonno da un gran pianto, Qual quindi presso li parve de odire, E sembrava la voce de una dama, Che a Dio mercede lacrimando chiama.
Chi sia la dama qual mena tal guai, Poi udiriti stando ad ascoltare. Ma sia de Brandimarte detto assai, Chè al conte Orlando mi convien tornare, Il qual, partito come io vi contai, Verso Ponente prese a caminare, Nè passato era avanti oltre a sei miglia, Che ebbe travaglia e pena a meraviglia.
Però che, intrato essendo in duo valloni, Chinandosi già il sole in ver la sera, Trovò sopra a que’ sassi e’ Lestrigioni, Gente crudele e dispietata e fiera. Costoro han denti et ungie de leoni, Poi son come gli altri omini alla ciera, Grandi e barbuti e con naso di spana: Bevono il sangue e mangian carne umana.
Il conte, entrato, gli vede a sedere Ad una mensa che è posta tra loro, E sopra quella da mangiare e bere, Con gran piatti d’argento e coppe d’oro. Come ciò scorse Orlando, a più potere Sprona il ronzon per giongere a costoro, E ben seguìto lo tenean le dame, Chè l’una più che l’altra ha sete e fame.
Via van trottando per giongere a cena, Ma prestamente fia ciascuna sazia. Or vanne il conte, e con faccia serena A que’ ribaldi disse! Pro vi faccia. Poi che fortuna a tale ora mi mena In questo loco, prego che vi piacia Per li nostri dinari, o in cortesia, Che siamo a cena vosco in compagnia.
Il re de’ Lestrigoni, Antropofàgo, Odendo le parole, levò il muso. Questo avea gli occhi rossi come un drago, E tutto di gran barba il viso chiuso; De veder gente occisa è troppo vago, Come colui che tutto il tempo era uso Matina e sera di farne morire, Per divorarli e il suo sangue sorbire.
Quando costui odì il conte parlare, Veggendolo a destriero e bene armato, Dubitò forse nol poter pigliare, Onde li fece loco a sè da lato, Pregando che volesse dismontare; Ma il conte aveva già deliberato, Se lo invitasse, de accettar lo invito, Se non, pigliar da cena a ogni partito.
Onde discese de il destriero al basso, Ma non se assetta, le dame aspettando, Le qual venian però più che di passo. Ora odì il conte lor, che mormorando Dicevan l’uno a l’altro: Egli è ben grasso. E quel rispose: Io nol so, se non quando Io il vedo a rosto, o ver quand’io l’attasto; E saprò [i]l meglio se io ne piglio un pasto.
Non attendeva Orlando a tal sermone, Come colui che alle dame guardava, Ma in questo Antropofàgo il Lestrigóne Da mensa pianamente se levava, E[t], preso avendo in mano un gran bastone, Venne alle spalle del conte di Brava, E sopra l’elmo ad ambe mano il tocca, Sì che disteso a terra lo trabocca.
Molti altri se aventarno anco di fatto, Verso le dame dai visi sereni, Perchè volevan tutti ad ogni patto Aver di quella carne e’ corpi pieni; Ma lor, che se smarirno di quello atto, Voltarno incontinente i palafreni, E l’una in qua e l’altra in là fuggiva; La mala gente apresso le seguiva.
Givan piangendo e lamentando forte Le damigelle, con molta paura, E, non essendo nel paese scorte, Andarno errando per la selva oscura. Tornamo al conte, che è presso alla morte: Già tratta gli han di dosso l’armatura, E non è ancora in sè ben rinvenuto, Per il gran colpo che ha nel capo avuto.
Antropofago, il re crudo e superbo, Gli pose adosso il dispietato ungione, Dicendo a gli altri: Questo è tutto nerbo: Da gli occhi in fora non c’è un buon boccone. Sentendo Orlando lo attastare acerbo, Pèr quella doglia uscì de stordigione, E saltò in piede il cavallier soprano; Come a Dio piacque, a lor scappò di mano.
Dietro gli è il re con molti Lestrigóni, Cridando a ciascadun ch’e passi chiuda; Chi gli tra’ sassi, e chi mena bastoni: Tutta gli è adosso quella gente cruda, Nè lo lascia partir de que’ cantoni. Ora ecco ha vista Durindana nuda, Che avean lasciata quei ribaldi a terra; Ben prestamente il conte in man l’afferra.
Quando se vidde la sua spada in mano, Pensati pur tra voi se il fo contento. Ove se imbocca quel vallone a piano, Eran firmati di costor da cento, Tutti di viso et abito villano; Nè scudo o brando o altro guarnimento, Ma pelle d’orsi e di cingiali in dosso Avea ciascun, e in mano un baston grosso.
Il conte Orlando tra costor se caccia, Menando il brando a dritto et a roverso, E l’un getta per terra, e l’altro amaccia, Questo per lungo e quel taglia a traverso; Spezza e’ bastoni e sieco ambe le braccia, Ma quel rio populaccio è sì perverso Che, avendo rotto e perso e piedi e mane, Morde co’ denti, come fa lo cane.
Convien che spesso il conte se ritorza, Perchè ciascun de intorno l’aggraffava. Ora il suo re, sì come avea più forza, Maggior baston de gli altri assai portava, Et era tutto armato de una scorza; Giù per la barba gli cadea la bava, Che colava di bocca e del gran naso, Come un cane arabito, a quel malvaso.
Più di tre palmi sopra gli altri avanza Questo re maledetto che io vi conto; Orlando lo assalì con gran possanza, E dritto a mezo il capo l’ebbe gionto; Callò il brando nel petto e nella panza, Sì che in due parte lo divise a ponto, E cadde da due bande alla foresta; Il conte dà tra gli altri e non s’arresta.
E fece un tal dalmaggio in poco de ora, Che di quella canaglia maledetta Non vi è persona che faccia dimora Avanti al conte: tristo chi lo aspetta! Perchè col brando in tal modo lavora, Che non si trova nè pezzo nè fetta De alcun, che morto al campo sia rimaso, Qual sia maggior che prima fosse il naso.
Onde lui restò solo in quel vallone, Et era il giorno quasi tutto spento, Quando esso se adobbò sue guarnisone; E di mangiare avendo un gran talento, Venne alla mensa, a quelle imbandisone, Le qual mirando quasi ebbe spavento, Però che quelle gente disoneste Cotte avean bracie umane e piedi e teste.
Ben vi so dir che gli fuggì la fame A quel convito dispietato e fiero, Se ben ne avesse avuto maggior brame. Ma torna adietro e prende il suo destriero, Deliberato di cercar le dame, Chè ritrovarle avea tutto il pensiero. E diceva piangendo: Or chi me aiuta Forza nè ardir, se mia dama è perduta?
Se mia dama è perduta, or che mi vale Aver morto costor dal brutto viso? Che, se io non la ritrovo, era men male Esser da lor con quei bastoni occiso. O Patre eterno! o Re celestïale! O Matre del Segnor del paradiso! Datime presto l’ultimo conforto, Ch’io la ritrovi, o che io presto sia morto.
Piangendo il conte parlava così, Come io vi ho detto, e nella selva intrò; Errando andò per quella in sino al dì, Ma ciò ch’el va cercando non trovò. Essendo l’alba chiara, et ello odì Cridar: Va là! va là! chè ella non può Scappare ormai più fuora di quel passo, Chè là davanti è ruïnato il sasso.
Dricciosse Orlando ove colui favella, E presto del cridar vidde lo effetto, Perchè cognobbe quella gente fella De’ Lestrigóni il popol maledetto, Che avean cacciata Angelica la bella Ove se era condutta al passo stretto, Che arendersi bisogna a chi la caccia, O roïnarsi da ducento braccia.
Quando la vidde il conte a tal periglio, Non dimandati se fretta menava. Era per ira in faccia sì vermiglio, Che poco longi un foco dimostrava. Urtò il destriero e al brando diè di piglio, E quel de intorno a gran furia menava, Lasciando ove giongeva un tal segnale, Che per guarirlo medico non vale.
Eran costor che io dico, da quaranta, Che avean stretta la dama in su quel sito, Nè già de tutti quanti un sol si vanta Che senza la sua parte sia partito. Se la canaglia fosse due cotanta, Ciascuno a bon mercato era fornito Di squarci per la testa e per la faccia: A chi troncò le gambe, a chi le braccia.
Angelica fu scossa in questa via, La quale era fuggita in ver ponente; Ma Fiordelisa, che a levante gìa, Pur fu seguita ancor da questa gente. Tutta la notte la brigata ria L’avea cacciata, sino al sol nascente, E proprio l’ha condutta in quella parte Ove dormiva il franco Brandimarte.
Ella piangendo a Dio se accomandava, Et era già sì stracco il palafreno, Che, pur fuggendo, indarno il speronava. De Lestrigoni intorno il bosco è pieno, Chè ciascun de pigliarla procacciava, Onde essa di paura venìa meno, E già, ponendo il corpo per perduto, A Dio per l’alma adimandava aiuto.
Già riluceva alquanto pure il giorno, Come io vi dissi, e l’alba era schiarita, E Brandimarte, il cavalliero adorno, Dormia lì presso in su l’erba fiorita, Onde svegliosse; e guardando de intorno Vidde la dama trista e sbigotita, Che da que’ Lestrigóni avia la caccia; Ben la cognobbe incontinenti in faccia.
Onde fo presto al suo destrier salito, E con roina verso lei si mosse; Avendo tratto il suo brando forbito, Incontrò un Lestrigone e quel percosse. Non vi restava apena integro un dito, Chè tagliate gli avrebbe ambe le cosse, Nè a quel ch’è in terra il cavalliero attende, Ma tocca un altro e insino al petto il fende.
Erano allora trenta Lestrigóni, O forse qualcun manco, a dire il vero, E’ qual tutti con sassi e con bastoni Chi dava a Brandimarte e chi al destriero, Ma lui facea de lor tanti squarcioni, Che pieno avea de intorno a quel sentiero Di teste e braccia; e tuttavia tagliando, Carco avea tutto di cervelle il brando.
Ivi de intorno alcun più non appare Di quella gente brutta e maledetta; Lui Fiordelisa corse ad abracciare, E ben mez’ora a sè la tenne stretta, Prima che insieme potesse parlare; Ma poi piangendo quella tapinetta Contava al cavallier con disconforto Come alla terra Orlando ha visto morto.
Così dicea perchè l’avea veduto Tra i Lestrigóni alla terra disteso; Or Brandimarte per donarli aiuto, A quella parte se ne va disteso. Ma io sono al fin del canto già venuto: Segnori e dame, che l’avete inteso, Dio vi faccia contenti e di tal voglia, Che ritornati a l’altro con più zoglia.