Libro II · Canto XIX
Brandimarte e il brigante
Marfisa ricatta Brandimarte e gli porta via armi e cavallo. Lui si veste con le armi di un re morto e affronta un brigante fortissimo.
In breve
Brandimarte e Fiordelisa, mentre tornano a cercare Orlando, vedono passare Brunello a cavallo, inseguito a piedi da Marfisa. La guerriera, furiosa, se la prende con loro: trascina Fiordelisa in cima a una rupe e minaccia di buttarla giù, finché Brandimarte, per salvarla, le cede armi e cavallo. Disarmato, viene inseguito da una banda di ladroni; alla fontana trova il corpo di re Agricane, ancora armato, gli prende la spada, uccide i ladroni e poi indossa l'armatura del re morto, chiedendogli perdono.
Arriva il capo della banda, il gigantesco Barigaccio. Il duello è durissimo, e Brandimarte gli propone di lasciare quel mestiere; ma il brigante risponde che anche i grandi signori rubano, e in guerra molto più di lui. Alla fine Brandimarte lo abbatte e si prende il suo cavallo. Intanto Orlando viaggia con Angelica senza nemmeno osare toccarla, attraversa la Persia e la Siria e a Beirut si imbarca con Norandino, re di Damasco, che va a un torneo a Cipro. A lui si presenta con un nome falso: Rotolante di Circassia.
Ascolta il canto
Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
Brandimarte e Fiordelisa tornavano indietro a cercare Orlando, quando videro passare Brunello sul suo cavallo velocissimo. Dietro, a piedi, correva Marfisa. Brunello sparì in un lampo, e Marfisa, furiosa, se la prese con loro. Voleva combattere con Brandimarte, anche senza armi. Ma lui disse di no: colpire una donna disarmata gli sembrava una vergogna.
Allora Marfisa tirò giù da cavallo Fiordelisa e si arrampicò con lei su una rupe altissima, svelta come un uccello. Lassù minacciò di buttarla di sotto. «Ti do tutto quello che vuoi!» gridò Brandimarte. «Dammi le tue armi e il tuo cavallo» rispose lei. Brandimarte accettò subito. Marfisa lasciò andare Fiordelisa e se ne andò armata di tutto punto.
Ora Brandimarte era disarmato. E proprio allora spuntò una banda di ladroni, più di trenta! Fuggì nel bosco e arrivò a un prato con una fontana. Lì c'era un re morto, con l'armatura addosso e la spada in mano. Brandimarte prese quella spada e sconfisse tutti i ladroni.
Poi guardò meglio quel re e lo riconobbe: era Agricane, morto tanto tempo prima in duello con Orlando, proprio a quella fontana. Brandimarte non gli toccò la corona. Gli chiese perdono e prese la sua armatura. «Non lo faccio per paura» gli disse, «ma per proteggere la mia dama.»
Appena in tempo! Arrivò infatti il capo dei ladroni, Barigaccio, grosso come un gigante. Il duello fu durissimo. A un certo punto Brandimarte gli disse: «Sei fortissimo. Perché fai il ladro? Cambia mestiere, e io sarò al tuo servizio.» Barigaccio rispose: «Anche i grandi signori rubano. Io derubo dieci persone, loro in guerra diecimila!» Poi pretese armatura, dama e soldi. «E dammi anche la tua giacca» aggiunse, «perché la mia è tutta strappata!»
Brandimarte pensò: «Non c'è niente da fare: la rana non si tiene lontana dal fango.» E ricominciò a combattere. Alla fine, con un gran colpo, vinse il brigante, e quella fu la sua ultima battaglia. Poi si prese il suo cavallo nero.
E Orlando? Viaggiava con Angelica, felicissimo. Le parlava tanto, ma non osava nemmeno sfiorarla, per paura di farla arrabbiare. Per questo Turpino, che scrisse le storie dei paladini, lo chiama sciocco! Viaggiando così, arrivarono fino al mare, a Beirut.
Lì c'era una nave pronta a partire per Cipro. Il re dell'isola voleva trovare un marito alla figlia, la bella Lucina, e aveva organizzato un grande torneo. Sulla nave c'era il giovane re di Damasco, Norandino, innamoratissimo di lei. Appena vide Orlando, capì che era un grande cavaliere e lo invitò a venire con lui. Orlando accettò, ma non disse il suo vero nome: «Mi chiamo Rotolante, e vengo dalla Circassia.»
Chissà che cosa combinerà «Rotolante» a Cipro! Il viaggio continua nel prossimo canto.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
Una canzone di maggio ott. 1–3
Una mattina di maggio, racconta il poeta, si trovò in un prato fiorito su una collina, vicino al mare che brillava tutto. Tra le rose di un cespuglio una fanciulla cantava d'amore con una voce così dolce che ancora gli tocca il cuore. Se lui sapesse farsi ascoltare come lei, si offrirebbe di cantare anche quando di solito si fa pregare, perché, conoscendo i suoi limiti, a volte canta malvolentieri. Ma tutto quello che vale è a disposizione del suo pubblico, e riprende la storia con più piacere che mai, da Brandimarte, che con Fiordelisa tornava indietro a cercare il conte.
Marfisa senza cavallo ott. 4–8
A metà giornata incontrano un ragazzetto a cavallo, inseguito da una donna scarmigliata. Lui corre più veloce di una freccia, e lei, a piedi, lo segue da lontano. Quando vede Fiordelisa, la donna comincia a gridare: «Brutta bugiarda! Non ti salverà costui che ti fa da scorta: adesso sei morta!» Fiordelisa lascia cadere le briglie e si batte le mani, credendosi perduta, perché riconosce Marfisa, quella guerriera spietata, che ha inseguito invano Brunello.
Il ragazzetto è infatti Brunello, sul suo cavallo instancabile, che passa oltre e sparisce alla vista. Marfisa, piena di dolore e di rabbia, volta il suo sguardo da serpente verso Brandimarte e la sua dama, decisa a vendicarsi su di loro. Anche se si è tolta l'armatura ed è senza cavallo e senza spada, ha tanto coraggio da voler combattere con Brandimarte armato. Ma lui non accetta: colpire una donna disarmata gli sembra una vergogna.
Il ricatto sulla rupe ott. 9–15
Nel prato c'è una rupe alta una trentina di passi, a strapiombo, con un solo scalino stretto per arrivare in cima: altrimenti ci vogliono le ali. Marfisa l'ha già notata. Senza perdere un attimo tira giù di sella Fiordelisa, corre via veloce come il vento e si arrampica sulla rupe come un uccello. Brandimarte la insegue subito, ma resta bloccato: per quel passaggio non sale nessun cavallo, e nemmeno lui con l'armatura, così comincia a togliersela.
Intanto Marfisa porta Fiordelisa in braccio sul lato più alto e scosceso, per buttarla di sotto. Fiordelisa piange, credendosi morta, e Brandimarte piange con lei, quasi morendo di rabbia e di dolore: anche se salisse, sarebbe inutile, perché lei verrebbe gettata giù comunque. Allora, piangendo, supplica Marfisa di non essere così crudele e le offre tutto ciò che può.
La fanciulla sorride appena: «Lascia stare le chiacchiere. Se vuoi salvarla, dammi le tue armi e il tuo cavallo.» L'affare è fatto subito, perché a tutti e due conviene: a Brandimarte sembrerebbe un buon baratto anche dare il cuore per la sua dama. Marfisa mantiene il patto: prende armi e cavallo, lascia andare Fiordelisa, salta in sella e se ne va armata. Poco dopo incontra due cavalieri armati di scudo e lancia, quelli che la porteranno in Francia; ma questa avventura il poeta la racconterà più avanti.
Inseguito dai ladroni ott. 16–21
Brandimarte sale sul palafreno della sua dama, con lei in groppa. Cavalcando, trovano vicino a un fiume un pioppo altissimo, e lassù un furfante grida: «Al galoppo, Spinamacchia e Malcompagno, che qui sotto c'è roba da prendere!» Brandimarte capisce che è un ladrone che chiama i compagni, e non sa che fare: è su un ronzino, senza spada, scudo né maglia.
Ne spuntano già sette, chi a piedi, chi a cavallo. «Non è il caso di aspettarli» pensa Brandimarte, e fugge nel bosco; ma quelli lo inseguono gridando e minacciando, e presto sono più di trenta. Che vergogna, scappare davanti a gente così! Con le sue armi e il suo cavallo non arretrerebbe di mezza spanna.
Fuggendo per un sentiero stretto, arriva in un prato con una fontana e un pino altissimo, tutto chiuso dal bosco. Lì vede un re morto, con indosso l'armatura completa e la spada sguainata in mano. Brandimarte gli prende la spada e salta giù dal palafreno; si avvolge il mantello intorno al braccio sinistro e affronta i ladroni, di taglio e di punta: a uno trapassa il petto, a un altro il fianco, e in poco tempo li uccide tutti.
Il brigante Barigaccio ott. 22–24
Se ne salva uno solo, o quasi: scappa con una ferita al fianco e un braccio tagliato fino alla capanna di Barigaccio, il feroce figlio di Taridone. Il padre era un corsaro, lui fa il ladrone, ed è ancora più grande e forte del padre. Il ferito gli racconta la battaglia, poi gli cade davanti morto, dissanguato.
Barigaccio, furioso, si arma, prende un grosso bastone e salta su Batoldo, il suo cavallo smisurato, nero come il carbone, con gli occhi rossi come il fuoco e solo un po' di bianco sulla fronte, e lo sprona senza sosta.
Le armi di Agricane ott. 25–31
Intanto Brandimarte guarda meglio il re morto alla fontana e dallo scudo lo riconosce: è Agricane, che Orlando uccise proprio a quella fontana. Ha ancora in testa la corona d'oro e di pietre preziose, ma Brandimarte non la tocca, per rispetto verso il morto. Gli toglie l'armatura, ma non la sopravveste, e baciandogli il viso con affetto gli dice: «Perdonami se ti tolgo queste armi, ma non posso fare altrimenti. Non lo faccio per paura di morire: non sopporto di veder uccidere la mia dama. Se tu potessi sentirmi, cortese come dicono che eri, sono sicuro che non me lo negheresti.»
Il re morto è ancora bello e intatto, come se fosse stato ucciso da tre ore. Mentre Brandimarte gli parla, sente un gran fracasso nel bosco: è Barigaccio, che arriva spezzando rami e cespugli. In fretta il cavaliere indossa piastre e maglia, prende Tranchera, la splendida spada di Agricane, e l'elmo fatto fabbricare da Salamone.
È appena pronto quando arriva il brigante, che vede i suoi compagni a pezzi sul prato. «In malora, gentaglia!» dice. «Non mi dispiace avervi perso, se un solo cavaliere vi ha conciati così: per Macone, tanto valeva tenermi in banda altrettanti mucchi di spazzatura! Lui lo impiccherò subito, e voi con lui, morti come siete.» Vedendo Brandimarte a piedi, scende anche lui da cavallo: non per lealtà, ma perché ama molto il suo cavallo e teme che quel campione glielo uccida.
Un duello durissimo ott. 32–37
Senza sfida, gli si getta addosso. Sembra un gigante, armato di cuoio e di scaglie, con uno scudo d'osso, il bastone di ferro e la spada al fianco. Colpisce con tutte e due le mani lo scudo di Brandimarte e ne porta via un pezzo, come se tagliasse un melone. Il cavaliere risponde colpendo il bastone a metà e lo taglia di netto come un giunco.
Barigaccio, infuriato, salta indietro di sei braccia, sguaina la spada e, bestemmiando, giura di fargliela pagare. Comincia uno scambio furioso di punte, fendenti e rovesci. Brandimarte si meraviglia: non ha mai visto in vita sua tanta forza, e per di più in un ladrone. Le armature sono ormai tutte rovinate e la battaglia si fa sempre più feroce. Tranchera strappa un pezzo dell'armatura del brigante, e lui, a sua volta, taglia le armi di Brandimarte fino al giubbetto: contro quei colpi non servono né piastre né maglie d'acciaio, né la pelle di adante di cui è armato il saracino.
Ladri grandi e ladri piccoli ott. 38–43
A Brandimarte dispiace che un uomo così valoroso sia un ladro. Si fa da parte e gli dice: «Non so chi sei né come la fortuna ti abbia portato a questo mestiere, ma sei il campione più forte che io conosca sotto la luna. Prima di sera uno di noi due sarà morto, e spero che sia chi ha torto. Ma se lasci questo mestiere di ladro, mi dichiaro vinto e sarò tuo cavaliere, e ti farò onore dovunque. A uno come te la ricchezza non può mancare.»
«Quello che faccio io» risponde il brigante, «lo fa ogni grande signore del mondo: in guerra fanno strage dei nemici per allargare il loro stato. Io do fastidio a sette o dieci persone, loro a diecimila. E fanno peggio di me, perché prendono quello di cui non hanno bisogno.» «Prendere la roba degli altri è peccato» dice Brandimarte, «ma quando si fa per lo stato non è così grave, e si può scusare.» «Si perdona più volentieri chi confessa da sé la sua colpa» ribatte il ladro, «e io ti confesso apertamente che tutto quello che posso, lo tolgo a chi può meno di me.
Ma a te, che sai predicare così bene, non farò tutto il male che potrei, se mi dai quella dama e la tua armatura. Ti frugherò anche la borsa, perché non ho in tasca un soldo, e poi ti lascerò andare leggero e pulito. Però voglio scambiare anche il giubbetto, perché il mio è strappato e scucito: tu poi te lo farai rammendare con calma.» Brandimarte pensa: «Il malvagio non si può allontanare dal male in cui è cresciuto. Né a settembre né a maggio, né al freddo né al caldo, si può tenere la rana lontana dal fango.»
La fine del brigante ott. 44–49
Senza rispondere, sdegnato, imbraccia lo scudo e lo sfida di nuovo. L'assalto è furioso, gli scudi e le armature vanno in pezzi, e tutti e due sanguinano: non si parla più di accordi. Brandimarte, deciso a finirla, stringe la spada con tutte e due le mani e cala un colpo di traverso: taglia lo scudo d'osso e il braccio che c'è sotto, e arriva fino a metà del fianco.
Barigaccio cade bestemmiando e si raccomanda al diavolo. Brandimarte cerca di confortarlo, ma lui si dispera sempre più malvagiamente. Il cavaliere non vuole dargli il colpo di grazia e lo lascia lì agonizzante; poco dopo il brigante muore.
Mentre se ne va con la sua dama, Batoldo, il cavallo morello del brigante, comincia a nitrire nel prato. Vedendolo così bello, Brandimarte dice a Fiordelisa: «Il palafreno sarebbe troppo carico a portare te e me armato. Mi prendo quel buon cavallo, come ho preso la spada e l'armatura: sarebbe da pazzi lasciare quello che la fortuna ci offre, e ai morti non serve più.» Prende la briglia e salta in sella. Poco dopo incontrano due cose spaventose e mai viste, per cui ci vorrà la spada; ma il poeta le racconterà altrove.
Orlando verso il mare ott. 50–54
Orlando, dopo aver salvato Angelica dai Lestrigoni, è felicissimo. Cammina parlando molto con lei, ma non osa mai toccarla: la ama tanto che ha paura di farla arrabbiare. Turpino, che non mente mai, per questo lo chiama, giustamente, uno sciocco. Così viaggiano giorno dopo giorno: attraversano la Persia e la Mesopotamia, lasciano l'Armenia sulla destra e passano la Siria fino al mare, senza incontrare guerre né litigi.
Nel porto di Beirut trovano una bella nave pronta a partire, ma piena zeppa, perché deve portare a Cipro un giovane re che vuole dimostrare il suo valore per una dama. È Norandino, re di Damasco, coraggioso, forte e di aspetto nobile. A Cipro regna un saracino, Tibiano, che ha una figlia bellissima, Lucina, chiesta in sposa da molti invano; tutti, vicini e lontani, la amano, ma Norandino più di tutti.
Un cavaliere chiamato Rotolante ott. 55–60
Tibiano ha deciso di dare marito alla figlia e ha organizzato un torneo, come si usava allora, dove re, baroni e cavalieri possono mostrare il loro valore, e ha invitato dame e regine da tutti i paesi intorno. Tutti partono volentieri per Cipro, chi per combattere e chi per guardare; ma più di tutti ha fretta Norandino, con il cuore in fiamme, ben fornito di armi, cavalli e ornamenti, e accompagnato da venti cavalieri scelti.
Quando Orlando arriva, il re è sulla nave. Vedendolo, dice ai suoi baroni: «Se il suo aspetto non mi inganna, costui deve essere il fiore dei valorosi.» Gli fa chiedere dal capitano se vuole andare con lui al torneo, e Orlando risponde subito che è pronto a servirlo come vuole, in giostra, in torneo o in guerra. Il re gli chiede chi sia e da dove venga. «Sono della Circassia» risponde il conte, «dove ho perso in guerra ogni cosa, tranne le armi e quella mia dama, con cui la fortuna è stata generosa. Mi chiamo Rotolante, e tutto quello che posso è ai tuoi ordini finché avrò sangue nelle vene.»
Al giovane re piacciono quelle parole cortesi: lo accoglie nella sua compagnia e continua a fargli domande finché si alza il vento da terra. «Signori e donne, mi raccomando a voi» conclude il poeta. «Un canto è finito, e nel prossimo vi racconterò cose ancora più belle.»
Parole difficili
- varletino ott. 4: ragazzetto, giovane servitore.
- ballestra ott. 4: balestra, arma che lancia frecce corte con grande forza.
- scaglione ott. 9: scalino, gradino di roccia.
- zanze ott. 13: chiacchiere.
- pioppa ott. 16: pioppo.
- malandrino ott. 17: brigante, ladrone di strada.
- corsar ott. 22: corsaro, pirata.
- adobosse ott. 29: si armò, indossò l'armatura.
- Tranchera ott. 29: la spada di re Agricane.
- gente da bigonci ott. 30: gentaglia, gente che non vale niente.
- giuppone ott. 36: giubbone, la giacca imbottita che si porta sotto l'armatura.
- cor de adante ott. 37: cuoio di adante, un animale: Barigaccio ne indossa la pelle come armatura.
- robbatore ott. 39: rapinatore, ladro.
- un grosso ott. 42: una moneta d'argento di poco valore.
- farsetto ott. 42: giubbetto imbottito.
- babïone ott. 50: sciocco, babbeo.
- Baruti ott. 52: Beirut, porto della costa siriana.
Il testo di Boiardo
60 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Già me trovai di maggio una matina Intro un bel prato adorno d’ogni fiore, Sopra ad un colle, a lato alla marina Che tutta tremolava de splendore; E tra le rose de una verde spina Una donzella cantava de amore, Movendo sì suave la sua bocca Che tal dolcezza ancor nel cor mi tocca.
Toccami il core e fammi sovenire Dal gran piacer che io presi ad ascoltare; E se io sapessi così farme odire Come ella seppe al suo dolce cantare, Io stesso mi verrebbi a proferire, Ove tal volta me faccio pregare; Chè, cognoscendo quel ch’io vaglio e quanto, Mal volentieri alcuna fiata io canto.
Ma tutto quel che io vaglio, o poco, o assai, Come vedeti, è nel vostro comando, E con più voglia e più piacer che mai La bella istoria vi verrò contando; Ove, se me ramenta, vi lasciai Nel ragionar di Brandimarte, quando Con Fiordelisa, di bellezza fonte, Tornava adietro a ritrovare il conte.
Tornando adietro il franco cavalliero Con Fiordelisa, a mezo la giornata Trovarno un varletino in su un destriero, Che avea dietro una dama iscapigliata. Lui via ne andava sì presto e legiero, Che mai saetta de arco fu mandata Con tanta fretta, o da ballestra il strale, Qual non restasse a lui dietro a le spale.
La dama, che era a piedi, pur seguia, Abenchè fosse a lui molto lontana. Il cavalliero incontra gli venìa Con Fiordelisa per la terra piana; E l’altra dama, che questa vedia, Cridando incominciò: Falsa puttana! Non ti varrà costui ch’è la tua scorta, Chè in ogni modo a sto ponto sei morta.
Lasciò la briglia, battendo ogni mano, E ben se tenne morta Fiordelisa, Perchè cognobbe presto aperto e piano Che quella dispietata era Marfisa, La qual seguito avea Brunello invano (Il tutto vi ho contato, et a qual guisa); Avendo quel giottone assai seguito, Trovò la dama e il cavalliero ardito.
Era Brunello adunque il varletino Ch’è sopra a quel destrier di tanta lena; Lui via passò, fuggendo al suo camino, Nè con la vista lo seguirno a pena. Quando Marfisa l’occhio serpentino Voltò, di doglia e di grande ira piena, Mirando Brandimarte e la sua dama, Far la vendetta sopra a questi ha brama.
E le parole che ho sopra contate A Fiordelisa disse minacciando; E benchè l’arme avesse dispogliate, E senza destrier fusse e senza brando, Di sommo ardire avea tanta bontate Che, Brandimarte armato riguardando, Volea sieco battaglia a ogni partito; Ma a lui non piacque de accettar lo invito.
Chè a ferire una dama disarmata A lui parea vergogna e grande iscorno. Era una pietra in quel campo piantata, Ove seguìto avea Brunello il giorno, Da trenta passi, o quasi, diruppata, E cento ne voltava, o più, de intorno; Per un scaglione alla cima se sale: Altronde non, chi non avesse l’ale.
Questa adocchiata avea l’aspra donzella, Nè pose alcuna indugia al pensamento, Ma trasse Fiordelisa de la sella E, via fuggendo ratta come un vento, Montò la pietra, che parve una occella; Abenchè Brandimarte non fu lento A seguitarla, come vidde il fatto, Ma pur rimase in asso a questo tratto.
Perchè il scaglione è tanto diruppato, Che non che alcun destrier possa salire, Ma non vi puote lui montare armato, Onde si cominciava a disguarnire. Marfisa dal più sconcio et alto lato Portò la dama per farla morire: In braccio la portò sopra a quel sasso, Per trabuccarla dalla cima al basso.
E Fiordelisa menava gran pianto, Come colei che morta se vedia, E ’l cavallier ne faceva altro tanto, E de ira e de dolor quasi moria. Egli è coperto de arme tutto quanto, E di camparla non vede la via; Se ben salisse, salirebbe invano, Chè a suo mal grato fia gettata al piano.
Onde con pianto e con dolce preghiera Incominciò Marfisa a supplicare Che non voglia esser sì spietata e fiera, Sè proferendo e ciò che potea fare. Sorrise alquanto la donzella altiera, Poi disse: Queste zanze lascia andare: Se costei vôi campare, egli è mestiero Che l’arme tu me doni e il tuo destriero.
Or non fu molta indugia a questo fatto, Chè ciascaduno il prese per megliore. A Brandimarte parve un bon baratto, Se ben cambiasse per sua dama il core; Così Marfisa ancora attese il patto, E, preso che ebbe l’armi e il corridore, Lasciò la dama che avea giù portata, E salta in sella e via cavalca armata;
E, via passando con molta baldanza, Come colei che fu senza paura, Trovò duo che eno armati a scudo e lanza Sopra duo gran ronzoni alla pianura. Costor fôr quei che la menarno in Franza. Ma poi vi conterò questa aventura, E torno a Brandimarte e Fiordelisa, Come Turpin la istoria a me divisa.
Brandimarte montò nel palafreno Della sua dama, e quella tolse in groppa, E, cavalcando assai per quel terreno, Trovarno a lato a un fiume una alta pioppa, E nella cima, o ver nel mezo almeno Stava un ribaldo e cridava: Galoppa, Galoppa, Spinamacchia e Malcompagno, Chè qua di sotto è robba da guadagno.
Il cavallier, che intese tal latino, Fermosse a quello, e non sa che si fare, Perchè cognobbe che egli è un malandrino, Qual chiamava e’ compagni per robbare; E lui se trova sopra a quel ronzino, Nè vede modo a poterse aiutare, Chè non ha spata nè scudo nè maglia; Trovar non scia diffesa che li vaglia.
E già scoperti son forse da sette, Chi a piedi, chi a destrier, di quella gente. — Or non bisogna che quivi gli aspette! Diceva Brandimarte in la sua mente; E per la selva correndo se mette, E lor non lo abandonan per nïente, Ma chi dice: Sta forte! e chi minaccia: Già più di trenta sono a dargli caccia.
Oh quanto se vergogna il cavalliero Fuggir davante a gente sì villana! Che se egli avesse l’arme e il suo destriero, Non se trarebbe adietro a meza spana. Or, via fuggendo per stretto sentiero, Gionse intra un prato, ove era una fontana Cinto d’intorno è da la selva il prato, E uno altissimo pino a quello a lato.
Fuggendo il cavallier con disconforto, Come io vi dico, e molto mal contento, Un re vidde alla fonte, che era morto, Et avea in dosso tutto il guarnimento; E Brandimarte come ne fo accorto, Ad accostarsi ponto non fu lento, E prese il brando, che avea nudo in mano, E giù del palafren saltò nel piano.
Il manto se rivolse al braccio manco, E con la spada e’ malandrini affronta. Mai non fu campïon cotanto franco: Questo tocca di taglio, e quel di ponta, A l’uno il petto, a l’altro passa il fianco. Or che bisogna che più ve raconta? Tutti e’ ladroni occise in poco de ora, Sì ben col brando intorno egli lavora.
Camponne solamente un sciagurato (Già non campò, ma poco uscì de impaccio), Il qual fuggì ferito nel costato, E via di netto avea tagliato un braccio. Alla capanna subito fo andato, Ove si stava il crudo Barigaccio, Barigaccio, il figliol di Taridone: Corsar fo il patre, et esso era ladrone.
Ma Barigaccio grande di statura Fo più del patre, e forte di persona. Ora a lui gionse con molta paura Lo inaverato, e il tutto gli ragiona Come passata è la battaglia scura, Poi morto a lui davante se abandona; Essendo uscito il sangue de ogni vena, Cadegli avante e più non se dimena.
Onde turbato Barigaccio il fiero Fo a maraviglia, e prese un gran bastone; De arme adobato, come era mestiero, Salta sopra Batoldo, il suo ronzone. Troppo era smesurato quel destriero: La pelle nera avea come un carbone, E rossi gli occhi, che parean di foco; Sol nella fronte avea di bianco un poco.
E Barigaccio, poi che fu montato, Di speronarlo mai non se rimane. Or Brandimarte, che rimase al prato Poi che spezzato ha quelle gente istrane, Guardando il re che stava al fonte armato, Cognobbe al scudo ch’egli era Agricane, Qual fo occiso da Orlando alla fontana: Già vi contai l’istoria tutta piana.
Egli avea ancor la sua corona in testa, D’oro e di pietre de molto valore, Ma Brandimarte nulla li molesta, Chè ancor portava al corpo morto onore. De arme il spogliò, ma non di sopravesta, E, baciandoli il viso con amore: Perdonami, dicea, chè altro non posso, Se ora queste arme ti toglio di dosso.
Nè la temenza di dover morire Mi pone di spogliarti in questa brama, Ma nella mente non posso soffrire Veder poner a morte la mia dama; E ben son certo, se potessi odire, Se sì fosti cortese, come hai fama, Odendo la cagion perchè io ti prego, Non mi faresti a tal dimanda niego.
Parlava in questo modo il cavalliero A quel re morto con piatoso core, Il quale era ancor bello e tutto intiero, Sì come occiso fosse di tre ore; E stando Brandimarte in quel pensiero, Sentì davanti al bosco un gran romore, Qual facea Barigaccio per le fronde, Che rami e bronchi e ogni cosa confonde.
Presto adobosse il cavalliero ardito Di piastra e maglia e de ogni guarnisone, Prese Tranchera, il bel brando forbito, E lo elmo che far fece Salamone. De tutte l’armi a ponto era guarnito, Quando sopra gli gionse quel ladrone, Il qual, mirando de intorno e da lato, E suoi compagni vidde in pezzi al prato.
Fermosse alquanto, e poi che gli ha veduti, Disse: In malora, gente da bigonci! Chè non me incresce de avervi perduti, Poi che un sol cavallier così vi ha conci; Chè io voria prima, se Macon me aiuti, Ne la mia compagnia cotanti stronci. Colui voglio impicar senza dimora, E voi con sieco, così morti, ancora.
Così parlando, verso del gran pino Ove era Brandimarte, se voltava. Come lo vidde a piede in sul cammino, Subito a terra anch’esso dismontava; Nè per virtù ciò fece il malandrino, Ma perchè forte il suo ronzone amava: Dubitò forse che quel campïone Non lo occidesse, essendo esso pedone.
Senza altramente adunque disfidare, Adosso a Brandimarte fu invïato: Proprio un gigante alla sembianza pare, Tutto di coio e di scagliette armato. Col scudo de osso che suolea portare, E il suo baston di ferro e il brando a lato Venne alla zuffa, e senza troppo dire Se cominciarno l’un l’altro a ferire.
Sopra del scudo a Brandimarte colse, Menando ad ambe mano il rio ladrone; E quanto ne toccò tanto via tolse, Come spezzasse un pezzo di popone. Il cavalliero ad esso si rivolse Col brando, e gionse a mezo del bastone, E come un gionco lo tagliò di netto: Ora ebbe Barigaccio un gran dispetto.
E saltò adietro forse da sei braccia, E trasse il brando senza dimorare, E biastemando il cavallier minaccia Di farli quel baston caro costare. Ma Brandimarte adosso a lui se caccia; Or se comincia l’un l’altro a menare Ponte, tagli, mandritti e manroversi: Mai non fu visto colpi sì diversi.
Il cavallier se maraviglia assai Come abbia un malandrin tanta bontade, Perchè in sua vita non vidde più mai Tanta fierezza ad altri in veritade. Ambi avean l’arme, quale io vi contai; Già tutte l’han falsate con le spade, Nè di ferire alcun di lor se arresta, Ma la battaglia cresce a più tempesta.
Cresce più forte la battaglia fiera, Per colpi sterminati orrenda e scura, E Barigaccio il crudo se dispera, Che tanto il cavallier contra li dura. Or Brandimarte il tocca di Tranchera, E portò sieco un squarcio de armatura; Lui fu gionto anco dal forte ladrone, Che l’arme gli tagliò insino al giuppone.
A tal percossa piastra non vi vale, Nè grossa maglia, nè sbergo acciarino, Nè cor de adante, il quale è uno animale, Di che armato era il forte saracino. Ora pareva a Brandimarte male Che sì prodo uomo fusse malandrino; Onde, essendo uno assalto assai durato, Così parlando se trasse da lato:
— Io non scio chi tu sia, nè per qual modo T’abbia condutto a tal mestier fortuna, Ma per più prodo campïon te lodo Ch’io sappia al mondo, sotto della luna; E ben me avedo che fermato è il chiodo, Che prima che sia sera, o notte bruna, O l’uno o l’altro fia nel campo morto; E spero che serà colui che ha il torto.
Ma stu volessi lasciar quel mestiero, Qual nel presente fai, di robbatore, Vinto mi chiamo e son tuo cavalliero: In ogni parte vo’ portarti onore. Or che farai? Hai tu forse pensiero Che manchi giamai robba al tuo valore? Lascia questo mestier: non dubitare, Chè a tal come sei tu, non può mancare.
Rispose il malandrin: Questo che io faccio, Fallo anco al mondo ciascun gran signore; E’ de’ nemici fanno in guerra istraccio, Per agrandire e far stato maggiore. Io solo a sette o dece dono impaccio, E loro a dieci millia con furore; Tanto ancora di me peggio essi fanno, Togliendo quel del che mestier non hanno.
Diceva Brandimarte: Egli è peccato A tuor l’altrui, sì come al mondo se usa; Ma pur quando se fa sol per il stato, Non è quel male, et è degno di scusa. Rispose il ladro: Meglio è perdonato Quel fallo onde se stesso l’omo accusa; Et io te dico e confessoti a pieno Che ciò che io posso, toglio a chi può meno.
Ma a te, qual tanto sai ben predicare, Non voglio far di danno quanto io posso Se quella dama che là vedo stare Mi vôi donare e l’arme che hai indosso. E ne la borsa te voglio cercare, Chè io non me trovo di moneta un grosso; Poi te lasciarò andar legiero e netto. Ma voglio baratare anche il farsetto,
Però che questo è rotto e discucito; Tu te ’l farai conciar poi per bell’agio. E Brandimarte, quando l’ebbe odito, Disse nel suo pensier: L’omo malvaggio Non se può stor al male onde è nutrito; Nè di settembre, nè il mese di maggio, Nè a l’aria fredda, nè per la caldana Se può dal fango mai distor la rana.
E senza altra risposta disdegnoso Imbracciò il scudo et isfidò il ladrone; E fu questo altro assalto furïoso, Spezzando e scudi et ogni guarnisone, Et era l’uno e l’altro sanguinoso, Crescendo ogniora più la questïone; Nè più vi è di concordia parlamento, Ma trarse a fine è tutto il lor talento.
Or Brandimarte afferra il brando nudo, Chè destinato è di donarli il spaccio, E disserra a due mano un colpo crudo Per il traverso adosso a Barigaccio, E tagliò tutto con fraccasso il scudo, Quale era de osso, e sotto a quello il braccio. A quel gran colpo ogni arma venne manco, E sino a mezo lo tagliò nel fianco.
Lui cadde a terra biastemando forte, Et al demonio se racomandava, E, benchè Brandimarte lo conforte, Con più nequizia ognior se disperava; Ma il cavallier non volse darli morte, E così strangosciato lo lasciava, Partendosi di qua senza dimora; Ma lui moritte appresso in poco d’ora.
Il cavallier, lasciando il ladro fello, Con la sua dama si volea partire, Quando Batoldo, il suo destrier morello, Ch’era nel prato, cominciò a nitrire; Veggendol Brandimarte tanto bello, Con la sua Fiordelisa prese a dire: Il palafren serìa troppo gravato Se te portasse e me, che sono armato,
Sì che io me pigliarò quel bon destriero, Come pigliato ho il brando e l’armatura, Perchè serebbe pazzo e mal pensiero Lasciar quel che appresenta la ventura. Quei morti più de ciò non han mestiero, Chè sono usciti fuor de ogni paura. Così dicendo se accosta al ronzone, Prende la briglia e salta in su lo arcione.
E, via con Fiordelisa cavalcando Trovò due cose spaventose e nove, Tal che gli fie’ mistiero avere il brando. Ma questo fatto contaremo altrove Chè or mi convien tornare al conte Orlando, Quale avea fatto le diverse prove Contra de Antropofàgo e’ Lestrigòni, Come contarno avanti e’ miei sermoni.
Campata avendo Angelica la bella, Troppo era lieto di quella aventura. Via caminando assai con lei favella, Ma di toccarla mai non se assicura. Cotanto amava lui quella donzella, Che di farla turbare avea paura; Turpin, che mai non mente, de ragione In cotale atto il chiama un babïone.
Essendo in questo modo costumato, L’un giorno apresso a l’altro via camina. Già il paese de’ Persi avea passato, E la Mesopotamia che confina; Poi, lasciando li Armeni al dextro lato, Soria vargò giongendo alla marina; E tutto questo ricco e bel paese Passò senza trovar guerre, o contese.
Essendo gionto, come io dico, al mare, Nel porto di Baruti ebbe trovato Un bel naviglio, che volea passare; Ma troppo extremamente era ingombrato, Però che in Cipri convenea portare Un giovanetto re, che era assembrato A dimostrar ne l’arme il suo valore, Per una dama a cui portava amore.
Era re di Damasco il giovanetto Quale io ve dico, e nome ha Norandino, Ardito e forte e di nobile aspetto, Quanto alcun altro fosse in quel confino. Regnava, in questo tempo che io vi ho detto, Ne la isola de Cipri un Saracino, Che avea una figlia di tanta beltate, Quanta alcuna altra di quella citate.
Lucina fu nomata la donzella De cui io parlo, e il patre Tibïano. Sendo la dama a meraviglia bella, Era da molti adimandata in vano; E sol di sua beltate si favella Ivi de intorno per monte e per piano, Onde l’ama chi è longi e chi è vicino, Ma sopra a tutti la ama Norandino.
Re Tibïano avea preso pensiero Di voler la sua figlia maritare, Et avea ordinato un bel torniero, Come in quel tempo se usava di fare, Ove ogni re, barone e cavalliero Potesse sua prodezza dimostrare, Et ha invitate e dame e le regine Tutte de intorno per quelle confine.
Ciascun voluntaroso in Cipri andava, Come fu il bando per de intorno inteso. Chi de provarsi a l’arme procacciava, Chi per mirare avea quel camin preso; Ma più de gli altri gran fretta menava Re Norandino, avendo il core acceso, Fornito ben de ciò che fa mestieri, De paramenti e de arme e de destrieri.
E sieco ne menava in compagnia Da vinti cavallier, ciascuno eletto. Or quando il conte in su il ponto giongia, Il re si stava a nave per diletto; Onde rivolto a’ suoi baron dicia: Se costui non me inganna ne lo aspetto, Debbe esser cima e fior de ogni valente, Se la apparenza e lo animo non mente.
E poi lo fece al paron dimandare, Se volea sieco andare al torniamento. Esso rispose senza dimorare Che egli era per servirlo a suo talento O ver per giostra, o sia per tornïare, O sia per guerra et ogni struggimento: Pur che lo possa a suo modo servire, In ogni cosa è presto ad obedire.
Il re lo adimandò che nome avia, De sua condizïone e del paese. E lui rispose: Io son de Circassia, Ove perdei per guerra ogni mio arnese, Eccetto l’arme e quella dama mia Di che fortuna me è stata cortese. Mio nome è Rotolante; e quel che io posso, È a tuo comando insin che ho sangue adosso.
Il giovanetto re molto ebbe grato Il cortese parlar che fece Orlando, Et in sua compagnia l’ebbe accettato, Poi di più cose li andò dimandando, Sin che il vento da terra fu levato. Segnori e donne, a voi mi raccomando; Finito è un canto, e l’altro io vo’ seguire, Cose più belle e vaghe per odire.