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ORLANDO
INNAMORATO

Libro II · Canto XX

Il torneo di Cipro

Orlando combatte in incognito in un torneo, lascia l'isola per colpa di una bugia e alla fontana di Merlino si ritrova davanti Rinaldo.

In breve

A Cipro, nella città di Nicosia, si combatte un grande torneo. Orlando, che nasconde il suo nome, combatte con l'insegna del suo nuovo amico Norandino, re di Damasco, innamorato della principessa Lucina. Nella squadra avversaria c'è Costanzo, figlio dell'imperatore dei Greci, insieme ai fratelli Grifone e Aquilante. Orlando butta giù Costanzo, poi si batte con Aquilante, che non lo riconosce, e con Grifone, finché la notte non ferma tutto.

Grifone capisce chi è quel campione, e l'astuto Costanzo convince Orlando con una bugia ad andarsene dall'isola. Dopo sette giorni di tempesta Orlando sbarca in Provenza e, nella foresta delle Ardenne, arriva alla fontana di Merlino: Angelica beve e smette all'istante di amare Rinaldo. Proprio in quel momento arriva Rinaldo, che invece adesso la ama, e le chiede perdono. Orlando, che ha sentito tutto, si infuria con il cugino: i due paladini sguainano Durindana e Fusberta.

Ascolta il canto

Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

A Cipro, un'isola in mezzo al mare, si preparava un grande torneo. Il torneo era una gara tra cavalieri: due squadre si scontravano a cavallo, e vinceva chi restava in sella.

Orlando era venuto fin lì per aiutare un nuovo amico, Norandino, re di Damasco. Norandino era innamorato della principessa Lucina. Orlando tenne segreto il suo nome e portava sullo scudo l'insegna dell'amico, un monte in fiamme. Tra le dame, sulla tribuna, c'era anche Angelica, bella come un sole tra le stelle.

Le trombe suonarono e i cavalieri partirono al galoppo. Si alzò tanta polvere che per un po' nessuno vide più niente! Nella squadra avversaria c'era Costanzo, il figlio dell'imperatore dei Greci. Costanzo colpì Norandino e quasi lo fece cadere, ma Orlando lo sostenne tra le braccia. Poi diede a Costanzo un colpo solo, e lui volò giù dal cavallo.

Allora arrivarono due fratelli fortissimi, Grifone e Aquilante, che stavano con Costanzo. Aquilante sfidò Orlando senza sapere chi fosse, e presto non si reggeva più in sella. Corse ad aiutarlo Grifone. I colpi fischiavano nell'aria, ma nessuno dei due riusciva a vincere. Solo quando venne buio le trombe fermarono la gara.

Quella sera Grifone disse a Costanzo: «Lassù tra le dame ho visto Angelica. Allora quel campione è Orlando! Nessuno può batterlo.» Costanzo, che era furbo, andò di nascosto da Orlando e gli raccontò una bugia. «Qui vogliono catturarti, per ordine di Gano» gli disse. Gano era un traditore che odiava Orlando. «Scappa subito: ti ho preparato una nave.» Orlando gli credette e lo ringraziò pure! Svegliò Angelica e partì con lei nella notte.

In mare li sorprese una tempesta terribile. Per sette giorni non videro né il sole né la luna. Poi sbarcarono in Francia e arrivarono nella foresta delle Ardenne. Lì c'era una fontana magica, costruita dal mago Merlino: chi beveva la sua acqua smetteva subito di amare. Angelica, che amava Rinaldo, bevve. In un attimo Rinaldo non le piacque più per niente.

Proprio in quel momento arrivò Rinaldo. Poco prima lui aveva bevuto a un fiume magico che faceva innamorare. Così adesso era lui a voler bene ad Angelica! Non riconobbe Orlando, nascosto dietro il monte in fiamme. Si avvicinò alla ragazza e le chiese scusa: «Vi ho trattata male, lo so. Lasciatemi almeno essere il vostro innamorato.»

Orlando aveva sentito tutto e diventò scuro in faccia. «Ti avevo confidato i miei segreti, e tu mi tradisci!» disse al cugino. «Io non ho mai tradito nessuno» rispose Rinaldo. «E non ho paura di te.» Orlando tirò fuori la sua spada, Durindana. Rinaldo tirò fuori la sua, Fusberta.

I due paladini più forti di Francia stavano per sfidarsi. Chi la spunterà? Lo saprai nel prossimo canto.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

Primavera, e si torna a Orlando ott. 1–2

La stagione in cui il cielo si rasserena e l'aria si riempie d'amore, di fiori e di canti d'uccelli riporta il poeta ai suoi versi: vuole raccontare ancora il valore che Orlando mostrò per amore.

L'avevamo lasciato quando Norandino lo aveva preso come compagno per il torneo. Il paladino ci va volentieri, perché ha una gran voglia di passare il mare. Un vento perfetto, tra levante e grecale, spinge la nave a vele spiegate fino a Cipro, dove si è già radunata una gran folla.

I campioni dei Greci ott. 3–8

Alla festa sono venuti Greci e pagani, da vicino e da lontano. I più stimati sono tre: Basaldo e Morbeco, due turchi signori di due regioni dell'Anatolia, e il greco Costanzo, figlio di Vatarone, l'imperatore dei Greci. Con Costanzo ci sono Grifone e il fortissimo Aquilante.

Aquilante, ricorda il poeta, era cresciuto proprio alla corte di Costanzo: ce l'aveva mandato da ragazzo la Fata Nera, dopo averlo strappato agli artigli di un uccello feroce. Grifone invece era cresciuto in Spagna. Ma queste storie le conoscete già.

Liberati dalle Isole Lontane, i due fratelli sono arrivati al porto di Blancherna, dove l'imperatore e Costanzo li hanno accolti con grandi feste. Costanzo è felice di portarli al torneo, perché sa quanto valgono. Grifone però è in pensiero: la sua dama, Origille, ha avuto una febbre così alta da arrivare quasi in punto di morte. Quando lei sta un po' meglio, la lascia piangendo e si imbarca. Passata la foce del fiume Xanto, arrivano a Cipro armati e a cavallo.

Norandino a Nicosia ott. 9–14

Sono venuti tanti altri baroni, cavalieri e damigelle, con armi e vesti nuove. Ma accanto a Norandino tutti sembrano meno belli, tanto è ricco e adorno. Sbarca a Famagosta e prosegue fino a Nicosia, la città reale nell'interno dell'isola, dove regna Tibiano. Il re di Damasco entra in città armato, tra duchi e conti, con le trombe davanti, come in un trionfo.

Sullo scudo e sul cimiero porta un monte in fiamme, e tutto il suo seguito ha la stessa insegna. Lo accolgono con grandi onori, ma più di tutti lo onora Lucina, che lo ama più di se stessa.

Arriva il giorno del torneo, che comincia all'ora nona. Trombe e tamburi fanno risuonare il cielo, e intorno alla piazza non c'è più un posto libero. A un capo c'è una tribuna alta per le dame e le regine, dove siede Lucina in abito reale. Poche mostrano il loro vero viso: quasi tutte l'hanno dipinto e colorato. «Lo dice Turpino, io non lo so di sicuro» commenta il poeta, «anche se oggi sono molte a farlo.»

Lassù c'è anche Angelica, vestita di bianco e d'oro, come un sole tra le stelle: la più bella di tutte. Di fronte, su un'altra tribuna coperta di seta e d'oro, siede re Tibiano con la sua corte.

La mischia ott. 15–21

Entrano i cavalieri, con ricche sopravvesti e cimieri. Il torneo è diviso in due squadre: una è guidata da Costanzo, l'altra da Norandino il siriano. Nacchere, corni, tamburi e trombe suonano tutti insieme: la terra trema e sembra che il mondo vada in pezzi. Le dame impallidiscono come colombe spaventate, e i cavalieri si scontrano a briglia sciolta.

Al primo urto nessuno vede più niente: il fiato fumante dei cavalli e la polvere della sabbia tolgono la vista, e ognuno colpisce chi gli capita vicino, senza badare alle squadre. Quando la polvere si posa appare il gioco crudele: colpi spietati e cavalieri che volano di sella dappertutto. E chi finisce sotto è quello che ci rimette.

Orlando, per capire come vanno le cose, non entra subito nel folto. Si fa avanti invece il turco Morbeco, esperto di tornei: chiunque colpisca finisce a terra. Ha già rovesciato sei uomini di Norandino e non si ferma. Allora Norandino, infuriato, gli si lancia contro e con un solo urto lo butta giù; poi colpisce in testa a due mani Basaldo e manda a terra anche lui. La squadra avversaria va in rotta. E quanto è felice Lucina, vedendo comportarsi così bene chi ama tanto!

Orlando contro Costanzo ott. 22–26

Costanzo, vedendo i suoi trattati così male, si scaglia su Norandino con la spada in pugno. Sono valorosi tutti e due e nessun colpo va a vuoto. Alla fine Costanzo spezza il monte infuocato del cimiero di Norandino, lo piega fino alla groppa del cavallo e lo colpisce di nuovo sulla fronte. Norandino sta per cadere, ma Orlando interviene e lo sostiene tra le braccia finché non si riprende.

Costanzo tempesta Orlando di colpi, ma il conte sta in sella come se ci fosse murato. Appena Norandino si è ripreso, Orlando si volta e colpisce Costanzo in mezzo alla fronte. Chi riceve un colpo così, commenta il poeta, non ne vuole altri: è pazzo chi aspetta il secondo. Costanzo vola giù al primo, e la sua sella resta vuota.

«Vai, vai» gli dice il conte, «tu che avevi tanta fretta di colpirmi mentre ero occupato! Avvicinati adesso.» Ma Costanzo è già caduto a testa in giù. Orlando manda a gambe all'aria un altro cavaliere. Intanto Grifone e Aquilante combattono ai due lati del campo e non si accorgono di nulla.

Due fratelli contro Orlando ott. 27–33

Le grida della folla fanno voltare Grifone, che torna indietro combattendo. Quando vede a terra il capo della sua squadra si sente umiliato e si getta contro Norandino. Dall'altra parte arriva Aquilante: vede Costanzo a terra e, furioso, si scontra con Orlando. Non sa chi sia, perché il paladino porta l'insegna di Norandino; e Orlando non riconosce lui, che porta quella di Costanzo.

«Signori, non vi chiedo nemmeno se si danno da fare» dice il poeta: l'aria fischia intorno ai loro colpi e nessuno dei due è in vantaggio. Aquilante, più arrabbiato, all'inizio sembra più forte; poi si scaldano tutti e due, da far crollare il mondo. Gli ultimi colpi sono questi: Aquilante colpisce Orlando sulla fronte e lo rovescia sulla groppa del cavallo; Orlando risponde con un colpo così tremendo che Aquilante perde forza e coraggio, ondeggia di qua e di là e allarga le gambe per cadere.

Cadrebbe davvero, perché non si regge più di un bambino, se non arrivasse Grifone. Aveva quasi vinto Norandino, che non ce la faceva più, ma lo lascia andare per soccorrere il fratello. Comincia così tra Orlando e Grifone una battaglia durissima, la più dura che i due abbiano mai combattuto. Nessuno riesce a dividerli fino a notte fonda, quando gli araldi con le trombe sospendono il torneo fino al giorno dopo.

L'inganno di Costanzo ott. 34–40

La sera, nel suo alloggio, Grifone dice a Costanzo: «Lassù tra le dame mi è sembrato di vedere Angelica la bella. Se è lei, quello che ti ha quasi rovinato è Orlando. L'ho capito anche dai suoi colpi, che verso la fine diventano ancora più forti. Nessun uomo può reggerli: lasciamo perdere, se non vogliamo danno e vergogna.»

Costanzo gli chiede: «Se faccio in modo che quello lì se ne vada, te la senti di conquistare l'onore per la nostra parte e di tenere il campo con la mia insegna?» Grifone risponde che per amor suo farà tutto quello che può, e che contro chiunque altro si sente di tenere il campo.

Costanzo, pieno di malizia, appena fa buio va da solo a cercare Orlando, lo prende in disparte e gli parla in segreto. Gli racconta che re Tibiano sta facendo armare uomini di nascosto, perché è arrivato un messaggero di Gano che vuole far catturare Orlando: se è proprio lui, farebbe bene a lasciare il paese subito. Costanzo è venuto apposta per aiutarlo: ha una fusta armata, nascosta su una spiaggia vicina, che lo porterà in Francia. La storia è così ben confezionata che il conte ci crede in pieno e lo ringrazia di cuore.

Fa svegliare Angelica e va con lei alla marina, accompagnato da Costanzo, che ordina al padrone della fusta di portare il barone dove vorrà. E partono, con il vento in poppa.

Sette giorni di tempesta ott. 41–43

Che cosa sia successo poi a Norandino e a Costanzo, il poeta non lo sa, perché Turpino non ne parla più. Di Orlando invece sì: una tempesta lo porta a un passo dalla morte, e per sette giorni non vede né il sole né la luna.

Lui sopporta con pazienza. Appena avvista terra, stufo del mare, si fa sbarcare in Provenza: non vede l'ora di arrivare a Parigi per far assaggiare a Gano la sua "amicizia". Come minimo, assicura il poeta, l'avrebbe lasciato a letto cinque o sei mesi con le ossa rotte a bastonate. Ma il diavolo, che protegge Gano, dà al conte qualcos'altro da fare.

La fontana di Merlino ott. 44–48

Cavalcando dove lo porta la sorte, Orlando arriva un giorno alla Fontana di Merlino, nel mezzo della foresta delle Ardenne. Il poeta ne ha già parlato: Merlino l'ha costruita apposta per cacciare l'amore.

Angelica, più stanca del conte, scende dal palafreno e beve quell'acqua fatata: subito la sua mente cambia. Prima bruciava d'amore, ora non riesce più ad amare. Si ricorda della superbia e della durezza che Rinaldo le ha mostrato per tanto tempo; la sua bellezza non le sembra più straordinaria, e quel valore e quella gentilezza che lodava da innamorata non contano più: adesso il signore di Montalbano le sembra peggiore di qualunque villano.

Passato il caldo, stanno per uscire dalla selva quando vedono un cavaliere dall'aria fiera. È Rinaldo, che inseguendo Rodamonte era arrivato vicino a quella fontana; ma prima di raggiungerla aveva trovato il fiume che riaccende l'amore. Quando vede la dama si sente l'uomo più fortunato del mondo: è convinto che, come lui ama lei, lei ami lui, perché sa bene tutto quello che lei ha fatto per lui.

Le scuse di Rinaldo ott. 49–53

Rinaldo non riconosce il conte, armato con l'insegna del monte di fuoco; altrimenti non si sarebbe scoperto così. Si avvicina ad Angelica e, sorridendo un poco, le dice: «Madama, devo parlarvi, se non voglio morire. So bene con quanta villania mi sono comportato con voi, e che non meriterei nemmeno di essere ascoltato. Ma siete così buona che perdonerete chi per follia ha rifiutato il vostro amore: io stesso non me lo perdonerò mai.

Quel che è fatto non si può disfare, dolce anima bella, ma mi arrendo a voi a qualunque patto. Non sono degno di essere amato da voi: vi chiedo soltanto di lasciarmi essere il vostro innamorato.»

Orlando ascolta con poca pazienza e alla fine sbotta: «Mi dispiace che tu abbia mostrato davanti a me un pensiero così folle. Se me l'avesse raccontato un altro non ci avrei creduto. Vorrei volerti bene, ma adesso non posso. Già una volta hai attraversato il mare solo per ostacolarmi, raccontandomi frottole perché mi credevi un ingenuo in amore. Ora vedo bene che cosa provi per me, e Dio sa che non me lo merito.»

La sfida ott. 54–60

Quando capisce che chi gli parla è Orlando, Rinaldo resta incerto tra andarsene e continuare. Alla fine risponde: «Sono sempre stato ai tuoi ordini, e non vedo perché dovremmo essere meno amici se quello che piace a te piace anche a me. Questa dama non è bella solo ai tuoi occhi: tutti la desiderano come te. Sei pazzo, se vuoi combattere con chiunque la ami: farai guerra al mondo intero, perché chi non la amasse sarebbe fatto di terra. Se mi dimostri che è tua per contratto o per diritto, potrai ordinarmi di non parlarle più. Ma mi lascerei bruciare l'anima nel fuoco e disperdere il corpo nel mare, piuttosto che smettere di amarla; e anche volendo, non potrei.»

«Non è mia» risponde il conte. «Magari lo fosse, come io sono suo! Ma non voglio amarla in compagnia, e per questo sfido il mondo intero. È stata una grande scortesia la tua: ti avevo confidato i miei pensieri, mi fidavo di te come di un parente, e tu mi hai tradito.»

«Questo è troppo» dice Rinaldo. «Tu offendi sempre gli altri. Io non ho mai tradito nessuno, e chi lo dice mente. Comincia pure, se ne hai voglia: anche se fra i baroni sei considerato il primo, non ti temo più di qualunque altro uomo.»

Orlando, per carattere, non è uomo di tante parole. Scuro in volto, sguaina la spada e dice sospirando: «La sfortuna ci ha portati fin qui: uno dei due morirà per mano dell'altro. Dio veda e giudichi chi ha torto!» Appena Orlando estrae Durindana, Rinaldo estrae Fusberta.

«Nel prossimo canto» conclude il poeta «vi racconterò questa battaglia terribile e tante altre belle cose. Dio vi conservi sempre nella gioia.»

Parole difficili

  • torniamento ott. 2: torneo, battaglia per gioco tra due squadre di cavalieri; più avanti Boiardo lo chiama anche torniero.
  • Intra Levante e Greco ott. 2: tra levante e grecale, cioè da est e nord-est: sono i nomi di due venti.
  • amiragli ott. 4: emiri, signori saraceni.
  • Natolia ott. 4: l'Anatolia, la grande penisola che oggi è la Turchia asiatica.
  • Blancherna ott. 6: Blacherne, quartiere di Costantinopoli dove sorgeva un palazzo degli imperatori.
  • Famagosta ott. 10: porto sulla costa orientale dell'isola di Cipro.
  • nona ott. 12: l'ora nona, verso le tre del pomeriggio.
  • tribunale ott. 13: tribuna, palco rialzato per gli spettatori.
  • Gnacare ott. 16: nacchere, piccoli tamburi usati nelle feste e in guerra.
  • ronzoni ott. 17: cavalli.
  • croppa ott. 23: groppa, la parte posteriore del dorso del cavallo.
  • araldi ott. 33: ufficiali che annunciano e regolano i tornei.
  • masone ott. 34: casa, alloggio.
  • fusta ott. 39: nave leggera e veloce, a remi e a vela.
  • parone ott. 40: padrone, comandante della nave.
  • zanze ott. 53: ciance, frottole.
  • Fusberta ott. 60: la spada di Rinaldo.

Il testo di Boiardo

60 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Quella stagion che in cel più raserena, E veste di verdura gli arborscelli, Et ha l’aria e la terra d’amor piena E de bei fiori e de canti de occelli, Gli amorosi versi anco mi mena, E vol che a voi de intorno io rinovelli L’alta prodezza e lo inclito valore Qual mostrò un tempo Orlando per amore.

2

Di lui lasciai sì come Norandino Lo prese per compagno al torniamento; Ben vi andò volentieri il paladino, Chè di passare avea molto talento. Ora s’aconciò il tempo al lor camino Intra Levante e Greco, ottimo vento, Qual via gli portò in Cipri alla spiegata, Ove gran gente in prima era assembrata.

3

Però che e’ Greci insieme con Pagani Alla gran festa se erano adunati, E degli circonstanti e de’ lontani; Baroni e cavallieri erano armati; Ma pur fra tutti quanti e più soprani E de maggiore estima e più onorati, Eran Basaldo e Costanzo e Morbeco: Li duo fôr turchi e quel di mezo greco.

4

Costanzo fu filiol di Vatarone, Che alor de’ Greci lo imperio tenìa, E quei duo turchi avean due regïone, Di che erano amiragli, in Natolia. Ora Costanzo avea sieco Grifone Et Aquilante pien di vigoria; Ben me stimo io che abbiati già sentito Come Aquilante fu sieco nutrito,

5

Quando la Fata Nera il damigiello Mandò primeramente in quella corte, Poi che ’l levò di branche al fiero occello, Chè condotto l’avrebbe in trista sorte. Di questa cosa più non vi favello, Chè so che avete queste istorie scorte; Grifone in Spagna et in Grecia Aquilante Furno nutriti, e più non dico avante.

6

Se non che, essendo poscia spregionati, Come io contai, da le Isole Lontane, Et avendo più giorni caminati, Per diversi paesi e gente istrane, Nel porto di Blancherna erano intrati, Ove con festa e con carezze umane Fôr recevuti da lo imperatore E da Costanzo, e fatto molto onore.

7

E, volendo esso andare a quel torniero, Ebbe la lor venuta molto grata, Cognoscendo ciascun bon cavalliero Per farli un grande onore a quella fiata; Avengachè Grifone è in gran pensiero, Perchè Origilla, sua dama, infirmata Era di febre tanto acuta e forte, Che quasi è stata al ponte de la morte.

8

Ma pure, essendo migliorata alquanto, Partì da lei, benchè gli fusse grave, Nè se puotè spiccar già senza pianto, Et intrò con Costanzo alla sua nave. Indi passarno ove il fiume di Xanto Ha foce in mare, e con vento soave Gionsero in Cipri, come io vi ho contato, Ciascun bene a destriero e ben armato.

9

Molti altri ancora che io non vi racconto, Baroni e cavallieri e damigielle, Eran venuti, e tutti bene in ponto De arme e destrieri e de robbe novelle. Quando fu Norandino in Cipri gionto, Le cose de ciascun parvon men belle, Perchè è si ben guarnito e adorno tanto, Che sopra gli altri ogni om gli dava vanto.

10

Nel porto a Famagosta poser scale, E via ne andâr di lungo a Nicosia, Quale è fra terra la cità reale, E Tibïano il seggio vi tenia. Quivi con festa e pompa trïomfale, Con duci e conti e molta baronia Intrò il re di Damasco tutto armato, Con trombe avanti e bene accompagnato.

11

Un monte acceso portava nel scuto E similmente nel cimero in testa; E ciascun che con esso era venuto Avea pur tale insegna e sopravesta. Così fu degnamente recevuto Con molto onor da tutti e con gran festa; Ma sopra gli altri lo onorò Lucina, Chè più che sè lo amava la tapina.

12

E già, passando il tempo, è gionto il giorno Che ’l tornier dovea farsi in su la nona, Et ogni cavaliero andava intorno Facendo mostra della sua persona, L’un più che l’altro a meraviglia adorno. De trombe e de tamburi il cel risuona; Per ben vedere, avante ogniom si caccia: Preso è ogni loco intorno della piaccia.

13

Ma da l’un capo uno alto tribunale Per le dame e regine era ordinato, Ove Lucina in abito reale E l’altre vi sedean da ciascun lato. Mostravan poche il viso naturale, Le più l’avean depinto e colorato: Turpino il dice, io nol so per espresso, Benchè sian molte che ciò fanno adesso.

14

Angelica là sopra era tra loro, Qual se mostrava un sole infra le stelle; Con una vesta bianca, adorna d’oro, Senza alcun dubbio è il fior de l’altre belle. Re Tibïano e il suo gran concistoro Da l’altro lato incontra alle donzelle Se stava al tribunal, che era adornato Di seta e drappi d’oro in ogni lato.

15

Or cominciano a entrare e’ cavallieri: Ben vi scio dir che ciascuno è forbito, Con ricche sopraveste e con cimieri; Ogniom se mostra nel sembiante ardito, Di qua de là spronando e gran destrieri, Perchè il torniero in due schiere è partito: Costanzo de una parte è capitano, De l’altra Norandino il Sorïano.

16

Gnacare e corni e tamburini e trombe Suonorno a un tratto intorno della piaccia; Trema la terra e par che il cel rimbombe, E che lo abisso e il mondo se disfaccia. Tutte le dame, a guisa de colombe, Per l’alto crido se smarirno in faccia; Ma i cavallier con furia e con tempesta A tutta briglia urtâr testa per testa.

17

Nè si vedean l’un l’altro e’ campïoni, Benchè ciascuno avesse a l’urto accolto; Ma il fremir delle nare de’ ronzoni Avea sì grande il fumo a l’aria involto, E sì la polve alciata in que’ sabbioni, Che avea il vedere a tutti avanti tolto, Nè se guardava l’ordine, o la schiera, Ciascun menando a chi più presso gli era.

18

Ma poi che il fatto fu aturato un poco E cominciò l’un l’altro a discernire, Apparve in quella piazza il crudo gioco, E colpi dispietati, il gran ferire; Avanti, a mezo, a dietro, in ogni loco, Si vedea gente de gli arcioni uscire; Per tutto è gran travaglia e grave affanno, Ma chi è di sotto, è quel che porta il danno.

19

Orlando per vedere il fatto aperto Non volse ne la folta troppo intrare; Ma quel Morbeco turco, che era esperto In tal mestiero e ben lo sapea fare, Se trasse avante in su un destrier coperto, E sopra gli altri si facea mirare; Qualunche giongie o de urto, o de la spada, Sempre è mestier che al tutto a terra vada.

20

E già da sei de quei di Norandino Avea posti roverso in su il sabbione, Nè ancor s’arresta, ma per quel confino Più furia mena e più destruzïone; Onde turbato quel re saracino A tutta briglia sprona il suo ronzone, E sopra di Morbeco andar si lassa, E di quello urto a terra lo fraccassa.

21

Dapoi Basaldo, che più presso gli era, Percosse ad ambe mano in su la testa; Nè lo diffese piastra ni lamiera, Chè a terra lo mandò con gran tempesta. Tutta a roina pone quella schiera, A lui davante alcun più non s’arresta. Oh quanto è lieta Lucina la dama, Vedendo far sì bene a chi tanto ama!

22

Costanzo il greco, che vede sua gente Sì mal condutta da quel Sorïano, Turbato for di modo nella mente, Gli sprona adosso con la spada in mano. L’uno e l’altro di loro era valente, Onde alcun tratto non andava in vano; Al fin menò Costanzo un colpo fiero E ruppe il monte e il foco del cimiero.

23

Sino alla croppa lo fece piegare Al colpo smisurato che io vi conto, Ni stette già per questo a indugïare, Ma mena l’altro e in fronte l’ebbe gionto; Et era Norandin per trabuccare, Se non che Orlando allor se mosse a ponto, E tanto fece, che il trasse de impaccio Sin che il rivenne e lo sostenne in braccio.

24

Onde Costanzo per questo adirato, Adosso al conte gran colpi menava; Ma lui, come in arcion fosse murato, Di cotal cosa poco se curava. Ma sendo Norandino in sè tornato, Che a sostenirlo più non lo impacciava, Verso Costanzo se rivolse il conte, E lui percosse in mezo della fronte.

25

Qualunche ha un cotal colpo, non vol più, Chè bene è paccio chi il secondo aspetta. Ora Costanzo al primo andò pur giù, Di lui rimase la sua sella netta. Diceva ad esso il conte: Or va là tu, Che menavi a ferirme tanta fretta, Quando io stavo occupato ad altra posta; Or vien adesso e con meco te accosta.

26

Lui già non se accostò, ma cadde a terra, Come io vi dico, col capo davante; Ma ’l conte adosso a un altro se disserra, Sì che lo fece al cel voltar le piante. Grifone in altra parte facea guerra Da l’un de’ lati, e da l’altro Aquilante; Nè se avedean de tal destruzïone, Nè de Costanzo che ha tratto de arzone.

27

Ma il crido della gente che era intorno Voltar fece Grifone in primamente, E combattendo là fece ritorno, Benchè sapesse del fatto nïente; E, quando lui fu gionto, ebbe gran scorno, Poi che abattuto è il capo di sua gente, Onde adirato il suo destrier sperona; A Norandino adosso se abandona.

28

Da l’altra parte ancor gionse Aquilante, E quando il suo Costanzo vidde a terra, Turbato fieramente nel sembiante Con ambi e’ sproni il suo destriero afferra, E riscontrosse col conte de Anglante; E qui se cominciò la orrenda guerra, Benchè lui non cognosce il paladino, Perchè la insegna avea di Norandino.

29

Nè lui fu cognosciuto anco da Orlando, Chè di Costanzo la insegna portava. Ora, segnori, a voi non ve domando Se ciascun de essi ben se adoperava, Cotal ruina e tal colpi menando, Che l’aria per de intorno sibillava, Come la cosa andasse a tutto oltraggio, Nè se vi scorge ponto di vantaggio.

30

Vero è, perchè Aquilante era turbato, Mostrò maggior prodezza allo affrontare; Ma poi che l’uno e l’altro è riscaldato, Ben vi so dir che assai vi fu che fare, Di qua, di là menando ad ogni lato, Che par che il mondo debba ruïnare, Con dritti e con roversi aspri e robesti; E pur gli ultimi colpi alfin fur questi.

31

Gionse Aquilante a Orlando nella fronte, Sopra la croppa lo mandò roverso; Ma ben rispose a quella posta il conte, E lui ferì de un colpo sì diverso, Che sua baldanza e quelle forze pronte E l’animo e l’ardir tutto ebbe perso; Di qua, di là piegando ad ogni mano, Le gambe aperse per cadere al piano.

32

E certamente ben serìa caduto, Chè più non se reggea che un fanciullino, Se non che Grifon gionse a darli aiuto, Il quale avea lasciato Norandino. Lasciato l’avea quasi per perduto, Chè ormai non potea più quel saracino; Ma per donare aiuto al suo germano Lasciò Grifone andar quel sorïano.

33

E de giongere al conte se procura, Spronando a tutta briglia il suo ronzone. Or qui si fece la battaglia dura Più ch’altra mai de Orlando e de Grifone, Qual durò sempre insino a notte oscura; Nè se potea partir la questïone, Sin che gli araldi con trombe d’intorno Bandirno il campo insino a l’altro giorno.

34

Ciascun tornò la sera a sua masone, E de’ fatti del giorno si favella. Ora a Costanzo parlava Grifone Dicendo: Io scio contarti una novella, Che là su tra le dame, a quel verone, Veder mi parve Angelica la bella; E, se ella è quella, io te dico di certo Che Orlando è quel che quasi te ha deserto.

35

Et anco io l’ho compreso a quel ferire, Che cresce nella fine a maggior lena, E però ti consiglio a dipartire, Prima che ne abbi più tormento e pena; Omo non è che possa sostenire A la battaglia e’ colpi che lui mena; Onde lasciar la impresa ce bisogna, Non ne volendo il danno e la vergogna.

36

Diceva a lui Costanzo: Or datti il core, S’io faccio che colui ne vada via, Poi de acquistare a nostra parte onore E in campo mantenir l’insegna mia? Grifon rispose a lui, che per suo amore, Quel che potesse far, tutto faria; E che egli aveva fermamente ardire Contra ad ogni altro il campo mantenire.

37

Il Greco, che era di malizia pieno (Come son tutti de arte e di natura), Quando la luce al giorno venne meno, Uscì de casa per la notte scura, E via soletto sopra a un palafreno, Ove era Orlando di trovar procura, E trovato che l’ebbe, queto queto Lo trasse in parte e a lui parlò secreto;

38

E dimostrògli che il re Tibïano Secretamente facea gente armare, Perchè era gionto un messaggio di Gano, Il qual cercava Orlando far pigliare; Però, se egli era desso, a mano a mano Vedesse quel paese disgombrare; E perciò a ritrovarlo era venuto, Per palesarli questo e dargli aiuto;

39

E ch’egli aveva una sua fusta armata Nascosta ad una spiaggia indi vicina, Qual via lo portarebbe alla spiegata In Franza a qualche terra di marina. Fu questa cosa sì ben colorata Dal Greco, che sapea cotal dottrina, Che il conte a ponto ogni cosa li crede, Ringraziandolo assai con pura fede.

40

E, fatta presto Angelica svegliare, Con essa alla marina se ne gìa, Ove Costanzo il volse accompagnare, E là il condusse ove la fusta avia. Facendosi il parone a dimandare, Gli impose che il baron portasse via Ove più gli piacesse al suo talento; E lor ne andarno avendo in poppa il vento.

41

Quel che si fusse poi di Norandino Nè di Costanzo, non saprebbi io dire, Perchè di lor non parla più Turpino; Ma ben del conte vi saprò seguire, Il qual sopra alla fusta al suo camino, Fu per fortuna a risco di morire, E stette sette giorni a l’aria bruna, Che mai non vidde il sole, e men la luna.

42

E questo sopportò con pazïenza, Poscia che altra diffesa non può fare; Ma poi che ebbe di terra cognoscenza, Et avendo in fastidio tutto il mare, Posar se fece al lito de Provenza, Chè de esser fuora mille anni gli pare, Per trovarsi a Parigi a mano a mano, E dar di sua amistate al conte Gano.

43

Chè ben l’avria trattato, vi prometto, Come dovea trattarlo, il can fellone, Ma non piacque al demonio maledetto, Che lo avea tolto in sua protezïone; Al manco male il facea stare in letto Cinque o sei mesi rotto dal bastone; Ma Lucifer che lo ha preso a guardare, Al conte Orlando dètte altro che fare.

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Però che cavalcando il paladino, Come fortuna o sua ventura il mena, Arivò un giorno al Fonte di Merlino, Che è posto in mezo del bosco di Ardena. Del Fonte vi ho già detto il suo destino, Sì che a ridirlo non torrò più pena, Se non che quel Merlin, qual fu lo autore, Lo fece al tutto per cacciar l’amore.

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Essendo gionti qua quella giornata, Come io vi dico, Orlando e la donzella, Essa, che più del conte era affannata, Smontò il suo palafren giù della sella; E poi, bevendo quell’acqua fatata, Sua mente in altra voglia rinovella, E, dove prima ardea tutta de amore, Ora ad amar non può dricciare il core.

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Or se amenta lo orgoglio e la durezza, Qual gli ha Ranaldo sì gran tempo usata, Nè gli par tanta più quella bellezza Che soprana da lei fu già stimata; Et ove il suo valore e gentilezza Lodar suoleva essendo inamorata, Ora al presente il sir de Montealbano Fellone estima sopra a ogni villano.

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Ma, parendo già tempo de partire, Però che era passato alquanto il caldo, Volendo aponto della selva uscire, Viddero un cavalliero ardito e baldo. Or tutto il fatto me vi convien dire: Quel cavalliero armato era Ranaldo, Qual, come io dissi, dietro a Rodamonte Era venuto presso a questa fonte.

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Ma non vi gionse, perchè il fiume in prima Che raccende lo amore, avea trovato. Ora io non vi saprei contare in rima Come se tenne alora aventurato, Quando vidde la dama, perchè estima Sì come egli ama lei, de essere amato. Visto ha per prova et inteso per fama Ciò che per esso ha già fatto la dama.

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Non cognosceva il conte, che era armato Con quella insegna dal monte di foco; Chè sì palese non se avria mostrato, Serbando il suo parlare in altro loco. Perchè, essendo ad Angelica accostato, Cortesemente e sorridendo un poco Disse: Madama, io non posso soffrire Che io non vi parli, s’io non vo’ morire,

50

Abench’io sappia a qual modo e partito Mi sia portato, e con tal villania, Ch’io non meritarei de essere odito..... Ma so che seti sì benigna e pia, Che, abenchè extremamente aggia fallito, Perdonarete a quel che per folìa Contro de lo amor vostro adoperai, Del che contento non credo esser mai.

51

Or non se può distor quel che è già fatto, Come sapeti, dolce anima bella, Ma pur a voi mi rendo ad ogni patto, E ben cognosce l’alma meschinella Che io non serebbi degno in alcun atto Di essere amato da cotal donzella, Ma de esser dal mio lato vostro amante Sol vi dimando, e più non cheggio avante.

52

Orlando stava attento alle parole, Le quale odì con poca pazïenza, Nè più soffrendo disse: Assai mi dole Che a questo modo ne la mia presenza Abbi mostrato il tuo pensier sì fole, Chè ad altri non avria dato credenza, Però che volentier stimar voria Che ciò non fosse vero, in fede mia!

53

Io voria amarti e poterti onorare, Sì come di ragione ora non posso; Tu per sturbarme già passasti il mare, E per altra cagion non fusti mosso, Benchè a me zanze volesti mostrare, Stimandomi in amor semplice e grosso. Or che animo me porti io vedo aperto, Ma sallo Iddio che già teco nol merto.

54

Quando Ranaldo vidde che costui, Qual sieco ragionava, è il conte Orlando, De uno et altro pensier stette entra dui, O de partirse o de seguir parlando. Ma pur rispose al fine: Io mai non fui Se non quel che ora sono, al tuo comando; Nè credo de aver tieco minor pace Se ciò che piace a te non mi dispiace.

55

Non creder che più vaga a gli occhi tuoi Paia che a gli altri questa bella dama; Et estimar ne la tua mente puoi Che ogni om, sì come tu, de amarla brama. Quanto sei paccio adunque, se tu vôi Aver battaglia con ciascun che l’ama, Perchè con tutto ’l mondo farai guerra; Chi non la amasse, ben serìa di terra.

56

Ma se tu mostri che sia tua per carta, O per ragion che non gli abbia altri a fare, Comandar mi potrai poi che io mi parta E che io non debba sieco ragionare; Ma prima soffrirei de avere isparta L’anima al foco e il corpo per il mare, Che io mi restassi mai de amar costei, E se restar volessi io non potrei.

57

Rispose alora il conte: E’ non è mia. Così fosse ella, come io son de lei! Ma non voglio adamarla in compagnia E in ciò disfido il mondo, e boni e rei. Stata è la tua ben gran discortesia Che, avendoti scoperti e’ pensier mei, Fidandomi di te come parente, Poi me hai tradito sì villanamente.

58

Disse Ranaldo: Questo è pur assai, Che sempre vogli altrui villaneggiare; Da me non fu tradito alcun giamai, E ciascun mente che il vole affirmare. Sì che comincia pur, se voglia ne hai, E pigliati a quel capo che ti pare: Se ben se’ tra baron tenuto il primo, Più d’uno altro uomo non ti temo o stimo.

59

Orlando per costume e per natura Molte parole non sapeva usare, Onde, turbato ne la ciera oscura, Trasse la spada senza dimorare, E sospirando disse: La sciagura Pur ce ha saputi in tal loco menare, Che l’un per man de l’altro serà morto; Vedalo Iddio e iudichi chi ha il torto! -

60

Come Ranaldo vidde il conte Orlando Mostrarsi alla battaglia discoperta, Poi che avea tratto Durindana il brando, Lui prestamente ancor trasse Fusberta. Ne l’altro canto vi verrò contando Questa battaglia orribile e diserta, Et altre cose degne e belle assai; Dio vi conservi in gioia sempre mai.