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ORLANDO
INNAMORATO

Libro II · Canto III

Il profeta e il ladro

Il re di Garamanta predice la propria morte, il piccolo Brunello promette di rubare l'anello di Angelica e Orlando perdona Origille.

In breve

Sotto Albracca Marfisa e Sacripante si battono senza che nessuno prevalga. Arriva un messaggero: Mandricardo, figlio di Agricane, ha invaso la Circassia e ucciso il fratello di Sacripante. Lui chiede a Marfisa di togliere l'assedio, lei rifiuta, e il duello riprende. A Biserta Ruggiero non si trova: il re di Garamanta spiega che è nascosto in un giardino incantato, visibile solo con l'anello di Angelica, poi predice la propria morte e muore all'ora esatta. Rodamonte, che non crede a niente, parte da solo per la Francia, e Agramante promette un regno a chi ruberà l'anello. Si fa avanti il piccolo ladro Brunello.

Orlando, a piedi, incontra una scorta che porta al drago della maga Falerina Grifone, Aquilante e Origille. Li libera con Durindana e perdona Origille, che però ha occhi solo per Grifone; Orlando, insospettito, congeda i due fratelli. Poi una damigella lo avverte che è vicino al giardino incantato, e lui le chiede come entrarci.

Ascolta il canto

Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

Sotto il castello di Angelica, Marfisa e Sacripante combattevano ancora. Lei era più forte, lui più veloce, e nessuno dei due riusciva a vincere. Poi arrivò una brutta notizia: un re nemico, Mandricardo, aveva invaso il regno di Sacripante. Lui chiese a Marfisa di smettere, ma lei rifiutò, e il duello ricominciò più feroce di prima.

Intanto in Africa i soldati di Agramante avevano cercato Ruggiero su tutta la montagna, senza trovarlo. Il vecchio re di Garamanta spiegò il perché. «Il mago Atlante lo tiene in un giardino con le mura di vetro, in cima a una rupe altissima. Nessuno può vederlo, né da vicino né da lontano. Solo un anello magico può rompere l'incantesimo: l'anello di Angelica.»

Poi l'indovino aggiunse: «Per provarvi che dico il vero, vi annuncio quando morirò.» E proprio all'ora che aveva detto, morì. Tutti rimasero a bocca aperta, tranne Rodamonte, che non credeva a niente. «Che c'è di strano se muore un vecchio?» disse. E partì senza aspettare nessuno, per conquistare la Francia.

Agramante promise un regno a chi avesse rubato l'anello di Angelica. Allora si fece avanti un ometto piccolissimo, con i capelli corti e ricci: era Brunello, il ladro più svelto del mondo. «Ti porterò l'anello» disse. «Ma io so rubare anche la luna dal cielo e il forcone al diavolo!» E prima di andare a dormire, senza che nessuno se ne accorgesse, staccò dai muri tanti gioielli che quasi non riusciva a portarli.

E Orlando? Camminava a piedi, ancora arrabbiato per il cavallo rubato. A un tratto arrivò un gruppo di soldati. Portavano prigionieri Grifone, Aquilante e, legata su Brigliadoro, proprio Origille! «Li portiamo al drago della regina Falerina» disse un soldato. «Scappa, o darà in pasto anche te!»

Orlando sguainò Durindana, la sua spada, e i soldati capirono presto con chi avevano a che fare. Scapparono tutti, il capitano per primo.

Origille era pallida di paura e di vergogna. Si inginocchiò e chiese perdono, piangendo. Orlando le voleva ancora bene: dimenticò l'imbroglio e fece pace con lei. Ma Origille aveva occhi solo per Grifone. Orlando aveva le sopracciglia folte ed era un po' strabico, mentre Grifone aveva le guance rosa e quasi niente barba. I due si scambiavano sguardi e sospiri, e Orlando se ne accorse. Così mandò via i due fratelli con una scusa.

Poi arrivò una damigella su un cavallo bianco. «Scappa!» gridò. «Il giardino incantato di Falerina è a due passi da qui. Sei vicino alla morte!» Ma Orlando sorrise: era proprio quello il giardino che cercava. «Spiegami come si fa a entrarci» le chiese.

Che cosa gli racconterà la damigella? Lo saprete nel prossimo canto.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

Marfisa contro Sacripante ott. 1–6

Avevamo lasciato Marfisa a combattere con il re di Circassia. Lei è fortissima, ma lui ha un cavallo tale che nessuno dei due è in vantaggio. Marfisa, rosa dalla rabbia, tira colpi tremendi a due mani, ma non ne va a segno nemmeno uno. Il re arriva come un falco e la colpisce sulla guancia dell'elmo; lei risponde di rovescio, ma Frontalate salta dall'altra parte come se avesse le ali, e quando lei colpisce da quella parte, torna di qua con un altro salto.

Sacripante la colpisce su una spalla, ma la spada non morde l'armatura. Se Marfisa lo prende anche una volta sola, lo spacca in due. È come l'assedio di un castello su una rupe, da cui piovono pietre e travi: chi sta sotto cerca solo di scansarle. Lei sembra un fulmine, e la sua spada fa fischiare l'aria; ma Sacripante non la aspetta mai, e la attacca da ogni lato. Le ha già tagliato il cimiero, rotto lo scudo e stracciato la sopravveste, ma l'armatura non si buca. Lei non si cura di quella tempesta di colpi: aspetta il momento di finire la battaglia con un colpo solo.

Brutte notizie dalla Circassia ott. 7–16

Finito il primo assalto, arriva un messaggero sconvolto, si inginocchia davanti a Sacripante e dice piangendo: «Porto brutte notizie. Re Mandricardo, primo figlio ed erede di Agricane, ha radunato genti lontane ed è entrato in Circassia. Credeva che tu fossi morto: ha passato il ponte sul fiume Lovasi, ha bruciato la città di Samachia e lì ha ucciso con le sue mani tuo fratello Olibandro. Appena ti vedrà in campo, scapperà di sicuro. Ora mette a ferro e fuoco tutto il paese, e tu combatti per una ragazza, mentre la tua gente aspetta soltanto te!»

Il re piange di dolore e di rabbia: lo sdegno lo spinge alla vendetta, l'amore a restare a difendere la sua dama. Alla fine rinfodera la spada, racconta tutto a Marfisa e la prega con dolcezza di togliere l'assedio. Marfisa gli offre il suo esercito e anche se stessa per aiutarlo, ma di andarsene non vuole sentir parlare: non lascerà l'impresa finché non vedrà morire Angelica.

Così, più nemici di prima, ricominciano a battersi con furia ancora maggiore. Sacripante, sapendo che un solo colpo potrebbe finirlo, decide di stancarla o morire; ma la sua spada non scalfisce l'armatura, e i colpi tremendi della regina vanno sempre a vuoto. La battaglia è così lunga, dice il poeta, che la racconterò un'altra volta. Ora torniamo ad Agramante, che ha fatto cercare Ruggiero su tutti i sentieri del monte di Carena, senza trovarlo.

Ruggiero non si trova ott. 17–24

Mulabuferso, re di Fizano, ha frugato tutto il monte e metterebbe la mano sul fuoco che Ruggiero non è lì. Torna a Biserta e dice: «Signore, ti giuro che lassù non c'è nessun Ruggiero: Ruggiero è morto a Risa, e non credo che ne sia nato un altro. Se il re di Garamanta sa indovinare, ci dica lui dove sta. Ma siamo pazzi ad aspettare quel vecchio incantatore di serpenti: cerca quello che non esiste, perché l'esercito non parta.»

Rodamonte ride forte: «L'avevo detto io che quello voleva rimandare la guerra! Maledetto chi crede a quello che non si vede! Pretendono di misurare il cielo per far sembrare vere le loro bugie, e raccontano i loro sogni dicendo che Mercurio, Giove e Marte faranno pace qui e guerra là. Se in cielo c'è un dio, e non ne sono sicuro, se ne sta lassù e di noi non si cura: nessuno l'ha mai visto, e la gente vile ci crede per paura. I miei dèi sono la mia spada, la mia armatura, la mazza, il cavallo e il mio coraggio.

E quel vecchio disegna cerchi nella cenere con un bastoncino d'ulivo e dice che in primavera il re non deve andare in Francia, ma starsene tranquillo a grattarsi la pancia! Se lo prendo per il ciuffo, lo porto in Francia senza nave, lo lancio per aria di là dal mare! Non so che cosa mi trattenga dal farlo subito.»

Il giardino di vetro ott. 25–30

Il vecchio sorride: «Le minacce di quel ragazzo non mi spaventano. Ha perso il senno, anche se non l'ha mai avuto tutto; non si cura di Dio, e Dio non si cura di lui. Lasciamolo stare. Vi ho detto che il giovane fatato vive sul monte di Carena, e vi avevo avvertito che trovarlo sarebbe stato difficile, perché il suo maestro, Atlante, è un negromante e lo custodisce bene.

Atlante ha costruito un giardino con le mura tutte di vetro, sopra una rupe altissima che gli spiriti dell'inferno hanno tagliato in un solo giorno, per incantesimo. Nessuno ci sale, se il vecchio non lo permette, e nessuno lo vede mai, né da vicino né da lontano. Guardate come ride quel pazzo di Rodamonte! Eppure è così. Ma c'è un anello che fa svanire ogni incantesimo: lo ha la figlia del re Galafrone, che è in India, vicino al Catai, in una fortezza assediata da Marfisa. Senza quell'anello dovrete partire senza Ruggiero, e nessuno tornerà di qua dal mare. La sorte vuole tutta l'Africa vestita a lutto.»

La morte del profeta ott. 31–36

Poi il vecchio china la faccia piangendo: «Sono più sventurato degli altri, perché conosco il mio destino. E come prova di quello che ho detto, vi annuncio la mia morte: quando il sole entrerà nel segno del Cancro, prima che passi un'ora, morirò. Se volete mandare un messaggio a Macone, glielo porterò io. Ma ricordate: se andate in Francia senza quel barone, sarete tutti sconfitti e uccisi.»

E proprio all'ora che aveva detto, cade morto. Agramante resta sbigottito, e anche i più arditi, vedendolo morto ai loro piedi, credono alle sue parole. Solo Rodamonte non si spaventa: «Lo avrei indovinato anch'io! Quel vecchio imbroglione era pieno di anni e di acciacchi. È forse strano che un vecchio muoia? Restate pure qui: io andrò da solo oltre il mare, e vedremo se il cielo potrà impedirmi di farmi incoronare in Francia.» E se ne va senza salutare. Torna a Sarza e poco dopo è ad Algeri con la sua gente, pronto a passare il mare. Della sua impresa, promette il poeta, vi racconterò più avanti.

Brunello, il re dei ladri ott. 37–44

A Biserta Agramante ha ripreso coraggio e vuole partire; tutti sono pronti a seguirlo, ma solo se si troverà Ruggiero. Così promette che chi sfilerà l'anello dal dito della figlia di Galafrone diventerà re di molte terre e ricchissimo. Nessuno si fa avanti.

Allora il re di Fiessa, vecchio e canuto, fa entrare un suo servitore, un furfantello dalle mani più svelte del mondo: Brunello. È piccolissimo, alto cinque palmi o poco meno, ma pieno di malizia; parla in gergo, ha una voce che sembra un corno, gira solo di notte, ed è nero, con i capelli corti e ricci. Appena vede tutti quei gioielli, vorrebbe essere un gigante per portarne via tanti.

«Signore» dice davanti al trono, «non avrò pace finché non avrò conquistato il regno promesso. L'anello te lo porterò di sicuro; ma mettimi alla prova in cose più difficili! Mi sento di rubare la luna dal cielo e il forcone al diavolo, e per far dispetto ai cristiani ruberò al Papa il suono della campana.» Il re si meraviglia che un ometto così sia tanto sicuro di sé. Brunello va subito a dormire, perché preferisce vegliare al buio; e nessuno si accorge che ha staccato dal muro tanti gioielli che quasi non riesce a portarli.

Il consiglio si scioglie e ognuno torna nella sua terra a preparare le armi. Agramante ha fatto tanti regali, gioielli, vasi d'oro, armi, cavalli, cani e sparvieri, che tutti se ne vanno contenti, cantando.

Orlando a piedi ott. 45–53

Il poeta torna a Orlando, che cammina a piedi dopo aver perso Brigliadoro e si lamenta: «Ho salvato quella dama dalla morte, e lei mi ha cacciato in questi guai! Maledetto chi si fida di una donna!» Poi si dà un colpo sulla bocca: «Cavaliere villano, che cosa dici? Hai dimenticato il viso di quella che ti ha ferito il cuore? Basterebbe lei sola a rendere degne d'amore tutte le altre.»

Ed ecco venire verso di lui una schiera con bandiere e lance. Davanti, il capitano porta due cavalieri con le braccia incatenate: Orlando riconosce subito Grifone e Aquilante, condotti a morire. Poco più avanti, legata in sella a Brigliadoro, pallida e triste, c'è Origille, e il conte la riconosce al primo sguardo.

Senza farlo vedere, chiede che cosa succede. Uno con l'elmo arrugginito gli risponde: «Li portano al serpente che divora tutti i forestieri. Questo è il regno di Orgagna, e sei vicino al giardino che la regina Falerina ha fatto per incantesimo. Se non scappi, ti daranno al drago come gli altri.» Orlando è contentissimo: è arrivato proprio al giardino che deve conquistare. «Che aspetti, pazzo?» insiste quello dalla faccia da mastino. Ma il capitano l'ha già visto: «Prendete quel furfante! Oggi il drago mangerà questi tre, e domani toccherà a lui.»

Durindana contro tutti ott. 54–59

Tutti si lanciano per prenderlo, senza paura, perché non sanno quanto è forte, e ognuno vuole arrivare primo per prendersi le sue armi. Orlando imbraccia lo scudo, sguaina Durindana, e presto capiscono chi è: manda a terra gambe, teste e braccia. Un omone con la bandiera grida: «Fermi, nessuno si muova!», ma se ne sta ben lontano, dietro a tutti. Orlando lo raggiunge e lo spacca fino alla cintura.

Il primo a scappare è il capitano, che ha il cavallo migliore, e grida al compagno: «È quello che ha ucciso Rubicone! Ci ammazzerà tutti: taglia uomini e armi come fossero latte.» Rubicone, ricorda il poeta, l'aveva ucciso Rinaldo, quando aveva salvato Iroldo e Prasildo; e il capitano, vedendo quei colpi, crede che sia tornato lui, e mentre scappa gli sembra di averlo sempre alle spalle.

Orlando non li insegue: «Via, canaglia!» grida, e torna verso i prigionieri, che piangono e quasi non credono di essere salvi. Origille, quando lo riconosce, diventa pallida come una morta e abbassa la testa.

Origille e Grifone ott. 60–65

È bellissima, e né la vergogna né la paura nascondono la grazia del suo viso. Orlando si sente tutto confuso: dimentica l'offesa e l'inganno, e gli dispiace solo che lei soffra. Gli piace così tanto che la slega prima ancora dei due fratelli. E lei, perfida com'è, coglie il momento: in ginocchio, piangendo, chiede perdono. Il conte la fa alzare e fa pace con lei con un bacio.

Poi rimonta a cavallo e slega i due guerrieri. Ma Origille ha occhi solo per Grifone: si sono innamorati in prigione, e il fuoco non si è spento. E non c'è da stupirsi: Orlando ha le sopracciglia folte ed è un po' strabico, mentre Grifone ha il viso bianco e rosso e quasi niente barba; Orlando è più grande e robusto, ma non è il tipo che piace a lei.

I due si scambiano sguardi e sospiri, e la cosa è così evidente che Orlando si insospettisce. Così congeda i due fratelli: quel giorno, dice, deve compiere un'impresa enorme che ha giurato di affrontare da solo. Loro se ne vanno, e il conte, per essere sicuro, glielo ricorda almeno tre volte.

La damigella del palafreno bianco ott. 66–70

Rimasto solo con la dama, Orlando scende da cavallo e le parla d'amore, anche se è un innamorato goffo. Ed ecco arrivare una damigella su un palafreno bianco: «Sventurato! Non sai che il giardino di Orgagna è a meno di due miglia? Scappa, per Dio! Sei vicino alla morte quanto al muro incantato, e tu chiacchieri come se niente fosse!»

Orlando sorride: «Ti ringrazio, perché vedo che ti dispiace sapermi in pericolo. Ma io in quel giardino ci voglio entrare: è l'Amore che mi ci manda, e mi assicura che ce la farò. Se puoi darmi un consiglio, te ne sarò grato per sempre: non trovo nessuno che l'abbia visto.» La damigella scende sul prato e gli racconta tutto quello che troverà. Fu un'avventura meravigliosa, promette il poeta, e ve la racconterò nel prossimo canto, se Dio vuole. «Bella brigata, restate in pace.»

Parole difficili

  • guanzale ott. 2: la parte dell'elmo che protegge la guancia.
  • riversone ott. 2: colpo di rovescio.
  • zenia ott. 9: genia, gente da poco.
  • facella ott. 10: fiaccola.
  • vecchiardo ott. 19: vecchio, detto con disprezzo.
  • zanze ott. 24: chiacchiere, sciocchezze.
  • nel zuffo piglio ott. 24: prendo per il ciuffo, per i capelli.
  • Cancro ott. 31: uno dei dodici segni dello zodiaco; il sole vi entra all'inizio dell'estate.
  • zergo ott. 40: gergo, la lingua segreta dei furfanti.
  • cinque palmi ott. 40: il palmo è la larghezza di una mano aperta: Brunello è alto poco più di un metro.
  • masone ott. 42: casa, dimora.
  • parangone ott. 42: prova.
  • barbuta ott. 50: elmo.
  • pancirone ott. 50: grossa corazza.
  • Orgagna ott. 51: il regno della maga Falerina.
  • stralunava ott. 63: storceva l'occhio, era un po' strabico.
  • palafren ott. 66: palafreno, cavallo da viaggio, non da battaglia.
  • amblante ott. 66: che va all'ambio, un'andatura comoda e dolce.

Il testo di Boiardo

70 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Marfisa vi lasciai, ch’era affrontata Ne l’altro canto al re de Circasia. Benchè sia forte la dama pregiata, Quel re circasso un tal destriero avia, Che non vi era vantaggio quella fiata. De ira Marfisa tutta se rodia, E mena colpi fieri ad ambe mano; Ma nulla tocca e ciascaduno è vano.

2

Ecco il re che ne vien come un falcone, Giongie a traverso quella nel guanzale; Essa risponde a lui d’un riversone Quanto puote più presto, ma non vale, Chè via passa de un salto quel ronzone Da l’altro lato, come avesse l’ale. Mena a quel canto ancor la dama adorna: De un altro salto lui di qua ritorna.

3

Il re percosse lei sopra una spalla, Ma non se attacca a quella piastra il brando, E giù nel scudo con fraccasso calla, Quanto ne prende a terra roïnando. Or se Marfisa un sol colpo non falla, Per sempre il pone della vita in bando; Se una sol volta a suo modo l’afferra, Feso in due pezzi lo distende a terra.

4

Come un castello in cima d’un gran sasso, Intorno è d’ogni parte combattuto, Giù manda pietre e travi a gran fraccasso, Chiunche è di sotto sta ben proveduto; Mentre che la roina calla al basso, Ciascun cerca schiffando darsi aiuto: Questa battaglia avea cotal sembiante, Che è tra Marfisa e il forte Sacripante.

5

Lei sembrava dal celo una saetta, Quando menava sua spada tagliente, E mettia nel ferir cotanta fretta, Che l’aria sibillava veramente. Ma giamai Sacripante non l’aspetta, Mai non è in terra quel destrier corrente; Di qua, di là, da fronte, dalle spalle, Quasi in un tempo col brando l’assalle.

6

Tutto il cimier gli avea tagliato in testa, E rotto il scudo a quella zuffa dura; Stracciata tutta avea la sopravesta, Ma non puotea falsar quella armatura. Intorno da ogni canto la tempesta: Lei di suo tempestar nulla si cura; Aspetta il tempo, e nel suo cor si spera Finire a un colpo quella guerra fiera.

7

Tra loro il primo assalto era finito, Et era l’uno e l’altro retirato; Un messagier nel viso sbigotito Nel campo ariva et è molto affannato. Dove era Sacripante esso ne è gito, E, stando a lui davanti ingenocchiato, Piangendo disse con grave sconforto: Male novelle del tuo regno porto.

8

Re Mandricardo, che fu de Agricane Primo figliol e del suo regno erede, Ha radunato le gente lontane E nella Circassia già posto ha il piede, E morto ha il tuo fratel con le sue mane. Te solamente [e] il tuo regno richiede; Come ti veda nel campo scoperto Re Mandricardo, fuggirà di certo.

9

Perchè venne novella in quel paese Della tua morte, e gran malenconia. Quel re malvaso, come questo intese, Passò nel regno con molta zenia; Al fiume di Lovasi il ponte prese, Et arse la cità di Samachia; Quivi Olibandro, il tuo franco germano, Come io t’ho detto, occise di sua mano.

10

Poi tutto il regno come una facella, Mena a roina e mette a foco ardente; E tu combatti per una donzella, Nè te muove pietà della tua gente, Che sol te aspetta e sol di te favella, E de altro aiuto non spera nïente. La tua patria gentil per tutto fuma, Il fer la strazia e il foco la consuma.

11

Cangiosse il re gagliardo al viso altiero, E lacrimava di dolore e de ira, E rivoltava in più parte il pensiero; Sdegno et amore il petto gli martira. L’uno a vendetta il muove de legiero, L’altro a diffesa di sua dama il tira; Al fin, voltando il core ad ogni guisa, Ripone il brando e va nanti a Marfisa.

12

A lei raconta la cosa dolente Che questo messagier gli ha riportata, E la destruzïon della sua gente, Contra a ragione a tal modo menata; Onde la prega ben piatosamente, Quanto giamai potesse esser pregata, Con dolce parolette e bel sermone, Che indi se parta e lasci quel girone.

13

Marfisa li comincia a proferire Tutta sua gente e la propria persona; Ma de volerse quindi dipartire, Non vol ch’altri, nè lui mai ne ragiona: Sin che non veda Angelica perire, Quella impresa giamai non abandona. Adunque mal d’acordo più che prima, Ciascun de l’ira più salisce in cima.

14

E cominciarno assalto orrendo e fiero Più che mai fosse stato ancor quel giorno. Re Sacripante ha quel presto destriero, A modo usato le volava intorno, E ben comprende lui che di legiero Potrebbe aver di tal zuffa gran scorno; Chè, se molta ventura non l’aita, Ad un sol colpo è sua guerra finita.

15

Ma de straccarla al tutto se destina O ver morir per sua mala ventura, E ferisce la dama a gran roina; Ma non se attacca il brando a l’armatura, E non se move la forte regina, Come colei che tal cosa non cura. E’ mena colpi orrendi ad ambe mano, Ma sempre falla e se affatica in vano.

16

Tanto lunga tra lor fu la battaglia, Che altro tempo bisogna al ricontare. Adesso di saperla non ve caglia, Chè a loco e a tempo ve saprò tornare; Ma nel presente io torno alla travaglia Del re Agramante, che ha fatto cercare Il monte di Carena a ogni sentiero, E non si trova il paladin Rugiero.

17

Mulabuferso, che è re di Fizano, Fier di persona e d’ogni cosa esperto, Cercato ha tutto quel gran monte invano, Qua verso il mare e là verso il deserto, Sì che nel fuoco poneria la mano, Che in cotal loco non è lui di certo; Onde a Biserta torna ad Agramante, E con tal dire a lui si pone avante:

18

Segnor, per fare il tuo comandamento Cercato ho di Carena il monte altiero; Dopo lunga fatica e grave stento, Visto ho l’ultimo dì quel che il primiero. Onde io te acerto e affermo in iuramento, Che là non se ritrova alcun Rugiero; Quel già fu morto a Rissa con gran guai, Nè altro credo io che sia più nato mai.

19

Sì che, piacendo al re di Garamanta, Dove il dimori puote indovinare, Poi che quella arte di saper si vanta; Ma noi ben siam più pacci ad aspettare Questo vecchiardo, che le serpe incanta, Chè già dovremmo aver passato il mare. Lui va cercando quel che non se trova, Perchè tua gente a guerra non se mova.

20

Re Rodamonte, come l’ebbe odito, A gran fatica lo lasciò finire. Forte ridendo, con sembiante ardito Disse: Ciò prima ben sapevo io dire, Che quello aveva il nostro re schernito, Volendo questa guerra differire. Mal aggia l’omo che dà tanta fede Al ditto di altri e a quel che non si vede!

21

Nova maniera al mondo è di mentire, E tanto è già di ciò poca vergogna, Che a misurare il celo han preso ardire, Per far più colorita sua menzogna, Annunzïando quel che die’ venire. E’ conta a ciascadun quel che si sogna, Dicendo che Mercurio e Iove e Marte Qua faran pace, e guerra in quelle parte.

22

Se egli è alcun dio nel cel, ch’io nol scio certo, Là stassi ad alto, e di qua giù non cura: Omo non è che l’abbia visto experto, Ma la vil gente crede per paura. Io de mia fede vi ragiono aperto Che solo il mio bon brando e l’armatura E la maza ch’io porto, e ’l destrier mio E l’animo ch’io ho, sono il mio dio.

23

Ma il re di Garamanta, nella cenere Segnando cerchi con verga d’olivo, Dice che, quando il sol fia gionto a Venere, Sarà d’ogni malizia il mondo privo; E quando a primavera l’erbe tenere Seran fiorite nel tempo giolivo, Alor non debba il re passare in Franza, Ma stiasi queto e grattasi la panza.

24

Del mio ardito segnor mi meraviglio, Che queste zanze possa supportare; Ma se questo vecchion nel zuffo piglio, Che qua ce tiene e non ce lascia andare, In Franza il ponerò senza naviglio. Per l’aria lo trarò di là dal mare; Non scio che me ritenga, e manca poco Ch’io non vi mostri adesso questo ioco.

25

Sorrise alquanto quel vecchio canuto, Poi disse: Le parole e il viso fiero Che mi dimostra quel giovane arguto, Non mi pôn spaventare a dirvi il vero. Come vedeti, egli ha il senno perduto, Benchè mai tutto non l’avesse intiero, Nè se cura di Dio, nè Dio de lui; Lasciànlo stare e ragionam d’altrui.

26

Io ve dissi, segnore, e dico ancora, Che sopra la montagna di Carena Quel giovane fatato fa dimora, Che al mondo non è par di forza e lena; Nè scio se ve ricorda, io dissi alora Che se avrebbe a trovarlo molta pena, Però che ’l suo maestro è negromante, E ben lo guarda, et ha nome Atalante.

27

Questo ha un giardino al monte edificato, Quale ha di vetro tutto intorno il muro, Sopra un sasso tanto alto e rilevato, Che senza tema vi può star sicuro. Tutto d’incerco è quel sasso tagliato; Benchè sia grande a maraviglia e duro, Da gli spirti de inferno tutto quanto Fu in un sol giorno fatto per incanto.

28

Nè vi si può salir, se nol concede Quel vecchio che là sopra è guardïano. Omo questo giardin giamai non vede, O stiali apresso o passi di lontano. Io scio che Rodamonte ciò non crede: Mirati come ride quell’insano! Ma se uno annel ch’io sazo, pôi avere, Questo giardino ancor potrai vedere.

29

L’annello è fabricato a tal ragione (Come più volte è già fatto la prova) Che ogni opra finta de incantazïone Convien che a sua presenzia se rimova. Questo ha la figlia del re Galafrone, Qual nel presente in India se ritrova, Presso al Cataio, intra un girone adorno, Et ha l’assedio di Marfisa intorno.

30

Se questo annello in possanza non hai, Indarno quel giardin se può cercare, Ma sii ben certo non trovarlo mai. Dunque senza Rugier convien passare, E tutti sosterriti extremi guai, Nè alcun ritornarà di qua dal mare; Et io ben vedo come vol fortuna Che Africa tutta sia coperta a bruna.

31

Poi che ebbe il vecchio re così parlato Chinò la faccia lacrimando forte. Più son, dicea, de gli altri sventurato, Chè cognosco anzi il tempo la mia sorte; Per vera prova di quel che ho contato, Dico che gionta adesso è la mia morte: Come il sol entra in cancro a ponto a ponto, Al fine è il tempo di mia vita gionto.

32

Prima fia ciò che una ora sia passata; Se comandar volete altro a Macone, A lui riportarò vostra ambasciata. Tenete bene a mente il mio sermone, Ch’io l’aggio detto e dico un’altra fiata: Se andati in Franza senza quel barone Qual ve ho mostrato che è la nostra scorta, Tutta la gente fia sconfitta e morta.

33

Non fu più lungo il termine o più corto, Come avea detto quel vecchio scaltrito: Nel tempo che avea detto, cadde morto. Il re Agramante ne fu sbigotito, E preseno ciascun molto sconforto; E qualunche di prima era più ardito, Veggendo morto il re nanti al suo piede, Ciò che quel disse, veramente crede.

34

Ma sol de tutti Rodamonte il fiero Non se ebbe di tal cosa a spaventare, Dicendo: Anco io, segnor, ben de legiero Avria saputo questo indovinare; Chè quel vecchio malvaggio e trecolero Più lungamente non puotea campare. Lui, che era de anni e de magagne pieno, Sentia la vita sua che venìa meno.

35

Or par che egli abbi fatto una gran prova, Poi che egli ha detto che ’l debbe morire. È forse cosa istrana o tanto nova Vedere un vecchio la vita finire? Stative adunque, e non sia chi si mova; Di là dal mare io vo’ soletto gire, E provarò se ’l celo ha tal possanza, Che me diveti incoronare in Franza.

36

E più parole non disse nïente, Ma quindi se partì senza combiato. In Sarza ne va il re che ha il core ardente, E poco tempo vi fu dimorato, Che alla città de Algier è con sua gente, Per travargare il mar da l’altro lato. Dipoi vi contarò del suo passaggio, E la guerra che ’l fece e il gran dannaggio.

37

Li altri a Biserta sono al parlamento: Diverse cose se hanno a ragionare. Il re Agramante ha ripreso ardimento, E vole[a] ad ogni modo trapassare. Ciascuno andar con esso è ben contento, Purchè Rugier si possi ritrovare; Non si trovando, ogniom vi va dolente: Il re Agramante anco esso a questo assente.

38

E nel consiglio fa promissïone, Se alcun si trova che sia tanto ardito Che a quella figlia del re Galafrone Vada a levar l’annel che porta in dito, Re lo farà di molte regïone, E ricco di tesor troppo infinito. Tutti han la cosa molto bene intesa, Ma non se vanta alcun di tale impresa.

39

Il re de Fiessa, che è tutto canuto, Disse: Segnor, io voglio un poco uscire, E spero che Macon mi doni aiuto: Un mio servente ti vuo’ fare odire. Già lungo tempo non fu ritenuto, E fece un ribaldello entro venire, Che altri sì presto non fu mai di mano; Brunello ha nome quel ladro soprano.

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Egli è ben piccioletto di persona, Ma di malicia a meraviglia pieno, E sempre in calmo e per zergo ragiona: Lungo è da cinque palmi, o poco meno, E la sua voce par corno che suona; Nel dire e nel robbare è senza freno. Va sol di notte, e il dì non è veduto, Curti ha i capelli, et è negro e ricciuto.

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Come fu dentro, vidde zoie tante E tante lame d’ôr, come io contai; Ben se augura in suo core esser gigante Per poter via di quel portare assai. Poi che fu gionto al tribunale avante, Disse: Segnore, io non posserò mai, Sin che con l’arte, inganni, o con ingegno Io non acquisti il promettuto regno.

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Lo annello io l’averò ben senza errore, E presto il portaraggio in tua masone; Ma ben ti prego che in cosa maggiore Ti piaccia poi di me far parangone. Tuor la luna dal cel giù mi dà il core, E robbare al demonio il suo forcone, E per sprezar la gente cristïana Robberò al Papa el suon de la campana.

43

Il re se meraviglia ne la mente Veggendo un piccolin tanto sicuro; Lui ne va per dormire incontinente, Che poi gli piace de vegiare al scuro. Non se ne avide alcun di quella gente Che molte zoie dispiccò del muro. Ben se lamenta di sua poca lena; Tante ne ha adosso, che le porta apena.

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Tutto il consiglio fu da poi lasciato, E fu finito il lungo parlamento; Ciascun nella sua terra è ritornato Per adoprarsi a l’alto guarnimento. Quel re cortese avea tanto donato, Che ciascadun de lui ne va contento; E zoie e vasi d’oro, arme e destrieri Donava, e a tutti cani e sparavieri.

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Ogni om zoioso se parte cantando, Coperti a veste de arïento e d’oro. Lasciogli gire e torno al conte Orlando, Lo qual lasciai con pena e con martoro, Per la campagna ai piedi caminando, Poichè ha perduto il destrier Brigliadoro. Lamentase di sè quel sire ardito, Poi che si trova a tal modo schernito,

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Dicendo: Quella dama io dispiccai Di tanta pena e della morte ria, E lei poi m’ha condutto in questi guai Et hamme usato tanta scortesia. Sia maledetto chi se fida mai Per tutto il mondo in femina che sia! Tutte son false a sostenir la prova: Una è leale, e mai non se ritrova.

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La bocca se percosse con la mano, Poi che ebbe detto questo, il sire ardito, A sè dicendo: Cavallier villano, Chi te fa ragionare a tal partito? Etti scordato adunque il viso umano Di quella che d’amor te ha il cor ferito? Chè per lei sola e per la sua bontate L’altre son degne d’esser tutte amate.

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Così dicendo vede di lontano Bandiere e lancie dritte con pennoni; Vêr lui van quella gente per il piano, Parte sono a destrier, parte pedoni. Davanti a gli altri mena il capitano Duo cavallieri a guisa de prigioni, Di ferro catenati ambe le braccia. Ben presto il conte li cognobbe in faccia;

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Perchè l’uno è Grifon, l’altro Aquilante, Che son condotti a morte da costoro. Una donzella, poco a quei davante, Era legata sopra a Brigliadoro. Pallida in viso e trista nel sembiante, Condutta è con questi altri al rio martoro: Orrigille è la dama, quella trista. Ben lei cognobbe il conte in prima vista;

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Ma nol dimostra, e va tra quella gente E chiede di tal cosa la cagione. Un, che avea la barbuta ruginente, E cinto bene al dosso un pancirone, Disse: Condutti son questi al serpente Il qual divora tutte le persone Che arrivan forastiere in quel paese, Dove fôr questi et altre gente prese.

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Questo è il regno de Orgagna, se nol sciai, E sei presso al giardin de Fallerina. Cosa più strana al mondo non fu mai: Fatto l’ha per incanto la regina; E tu securo in queste parte vai? Ma serai preso con molta roina E dato al drago, come gli altri sono, Se presto non te fuggi in abandono.

52

Molto fu alegro alora il paladino, Poi che cognobbe in questo ragionare Che egli era pervenuto a quel giardino, Qual convenia per forza conquistare. Ma quel brevel, che ha viso di mastino, Disse: Ancor, paccio, stai ad aspettare? Come qui t’abbia il capitano scorto, Incontinente serai preso e morto.

53

Finito non avea questo sermone, Che ’l capitano, che l’ebbe veduto, Gridò: Pigliàti presto quel bricone, Che in soa mala ventura è qui venuto. Adrieto il menarete alla pregione, Poi che ’l drago per oggi fia pasciuto De questi tre, che or ne vanno alla morte: Domane ad esso toccarà la sorte.

54

Ciascun presto pigliarlo se procura: Tutta se mosse la gente villana. Il conte, che de lor poco se cura, Imbracciò il scudo e trasse Durindana. Adosso li venian senza paura, Chè non sapean sua forza sì soprana; Ciascun s’affretta ben d’esservi in prima, Perchè aver l’arme del guerrier se stima.

55

Ma presto fe’ cognoscer quel ch’egli era, Come fo gionto con sieco alla prova, Tagliando questo e quello in tal maniera, Che dove è un pezzo, l’altro non si trova. Un grande, che portava la bandiera: Saldo! diceva, e non sia che si mova. Saldo, brigata! a gran voce cridava; Ma lui di dietro e ben largo si stava.

56

Per questo suo cridare alcun non resta, A furia tutti quanti se ne vano; Orlando è sempre in mezo a gran tempesta, E gambe, e teste, e braccie manda al piano. Gionse a quel grande, e dàgli su la testa Un grave colpo col brando a due mano. Tutto lo fende insino alla cintura: Non domandar se gli altri avean paura.

57

Il capitano fo il primo a fuggire, Perchè degli altri avea meglior ronzone, E, fuggendo, al compagno prese a dire: Questo è colui che occise Rubicone, E tutti quanti ce farà morire, Se Dio non ce dà aiuto et il sperone. Tristo colui che in quel brando s’abatte! Gli omini e l’arme taglia come un latte.

58

Fu Rubicone da Ranaldo occiso; Non scio, Segnor, se più vi ricordati, Che fu a traverso de un colpo diviso, Quando Iroldo e Prasildo fôr campati. Or questo capitano ha preso aviso, Mirando quei gran colpi smisurati, Che quello una altra volta sia tornato; Sempre, fuggendo, pargli averlo a lato.

59

Ma il conte Orlando non lo seguitava, Poi che sconfitta quella gente vede. Via! Via, canaglia! dietro li cridava; E poi tornava, sì come era, a piede Verso e’ pregioni. Ciascun lacrimava, Nè apena esser campato alcun se crede. Ma la donzella, che cognobbe il conte, Morta divenne et abassò la fronte.

60

Bella era, come io dissi, oltre misura, Et a beltate ogni cosa risponde, Sì che ancor la vergogna e la paura La grazia del suo viso non asconde. Veggiendo il conte sua bella figura, Dentro nel spirto tutto se confonde; Nè iniuria se ramenta, nè l’inganno, Ma sol gli dôl che lei ne prende affanno.

61

Or che bisogna dir? Tanto gli piace, Che prima che i nepoti la disciolse; Ma lei, ch’è tutta perfida e fallace, Come sapea ben fare, il tempo colse; Piangendo ingenocchion chiedea la pace. Il conte sostenir questo non volse Che ella più stesse in quel dolente caso, Ma rilevolla e fie’ pace de un baso.

62

In questa forma repacificati, Il conte rimontò nel suo ronzone, Da poi quei duo guerreri ha desligati. La dama sol tenìa gli occhi a Grifone, Chè già se erano insieme inamorati, Nel tempo che fôr messi alla prigione; Nè mancato era a l’uno o l’altro il foco, Ben che sian stati in separato loco.

63

E non doveti avere a meraviglia Se, più che ’l conte, lei Grifone amava; Però che Orlando avea folte le ciglia, E d’un de gli occhi alquanto stralunava. Grifon la faccia avea bianca e vermiglia, Nè pel di barba, o poco ne mostrava; Maggiore è bene Orlando e più robusto, Ma a quella dama non andava al gusto.

64

Sempre gli occhi a Grifon la dama tiene, E lui guardava lei con molto affetto, Con sembianze piatose e d’amor piene; Con sospir caldi che a lei fende il petto; E sì scoperta questa cosa viene, Che Orlando incontinente ebbe sospetto; E, per non vi tenire in più sermoni, Il conte diè licenzia a quei baroni,

65

Dicendo che quel giorno convenia Condurre a fine un fatto smisurato, Dove non ha bisogno compagnia, Perchè fornirlo solo avea giurato. Che bisogna più dir? Lor ne van via; E già non si partîr senza combiato, E da tre volte in su, senza fallire, Il conte li ricorda il dipartire.

66

Orlando giù dismonta della sella, Poi che è Grifon partito et Aquilante, E con la dama sol d’amor favella, Benchè fosse mal scorto e rozzo amante. Eccoti alora ariva una donzella, Sopra d’un palafren bianco et amblante. Poi che ebbe l’uno e l’altro salutato, Verso del conte disse: Ahi sventurato!

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Disventurato! disse. Qual destino Te ha mai condutto a sì malvaggia sorte? Non sai tu che de Orgagna è qui il giardino, Nè sei due miglia longe dalle porte? Fugge presto, per Dio! fugge, meschino, Chè tu sei tanto presso dalla morte, Quanto sei presso a l’incantato muro; E tu qua zanzi e stai come sicuro!

68

Il conte a lei rispose sorridendo: Voglioti sempre assai ringrazïare, Perchè, al dir che me fai, chiaro comprendo Che a te dispiace il mio pericolare; Ma sappi che fuggirme io non intendo, Chè dentro a quel giardino io voglio intrare. Amor, che ivi mi manda, me assicura Di trare al fine tanta alta aventura.

69

Se mi puoi dar consiglio, overo aiuto, Come aggia in cotal cosa fare, o dire, Extremamente ti serò tenuto. Quel che abbia a fare, io non posso sentire, Chè omo non trovo che l’abbia veduto, Nè che me dica dove io debba gire; Sì che per cortesia ti vo’ pregare Che me consigli quel ch’io debba fare.

70

La damigella, ch’era grazïosa, Smontò nel prato il bianco palafreno, Et a lui ricontò tutta la cosa, Ciò che dovea trovar, nè più, nè meno. Questa aventura fu maravigliosa, Come io vi contarò ben tutto apieno Nel canto che vien dietro, se a Dio piace; Bella brigata, rimanete in pace.