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ORLANDO
INNAMORATO

Libro II · Canto XXI

Ruggiero diventa cavaliere

Carlo Magno separa Orlando e Rinaldo; in Africa Ruggiero salva Brunello dalla forca, viene fatto cavaliere e Atlante piange il suo destino.

In breve

Alla fontana di Merlino Orlando e Rinaldo combattono con una furia che fa tremare la foresta. Angelica, spaventata, scappa e incontra Oliviero, accampato lì vicino con l'esercito di Carlo Magno, e gli rivela dove sono i due paladini che tutti credevano dispersi. Carlo accorre, separa i cugini e affida la dama al duca Namo, promettendo di decidere con giustizia a chi spetti.

In Africa, intanto, Ruggiero, ferito a tradimento in un torneo in cui ha disarcionato perfino Agramante, è tornato da Atlante. Brunello si mette le sue armi sporche di sangue e si prende il merito della vittoria; ma quando viene trovato il corpo di Bardulasto, quel sangue lo fa accusare dell'omicidio e lo condannano alla forca. Ruggiero, disarmato, corre a salvarlo, fa strage delle guardie e confessa al re di aver ucciso lui il traditore. Agramante, felice di averlo finalmente trovato, lo fa cavaliere. Atlante piange e predice il futuro del ragazzo.

Ascolta il canto

Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Capitolo 12

Le fonti cambiano ancora il cuore

2 scene su questo canto · 2 min

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Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

Nella foresta delle Ardenne, accanto alla fontana di Merlino, Orlando e Rinaldo combattevano. I colpi erano così forti che gli uccelli cadevano dai rami e l'acqua della fontana diventò scura. Angelica, spaventata, saltò a cavallo e scappò via. I due cugini non se ne accorsero nemmeno.

Fuori dal bosco Angelica trovò l'esercito di Carlo Magno e il paladino Oliviero. «Orlando e Rinaldo sono spariti» le disse, triste. Angelica gli spiegò dove trovarli. Carlo Magno corse subito alla fontana. Davanti all'imperatore i due cugini abbassarono le spade, per rispetto. Ma tutti e due volevano Angelica, e non c'era verso di fare pace. Allora Carlo affidò la ragazza al vecchio duca Namo e promise che avrebbe deciso lui, con giustizia.

Intanto in Africa il giovane Ruggiero era tornato da Atlante, il vecchio mago che lo aveva cresciuto. Aveva partecipato a un torneo, una gara tra cavalieri, con l'armatura e il cavallo di Brunello, un piccolo ladro furbissimo, e aveva fatto cadere perfino il re Agramante. Ma un cavaliere, Bardulasto, lo aveva ferito a tradimento. Ruggiero lo aveva raggiunto nel bosco e sconfitto. Bardulasto era morto. Ora Atlante lo curava con erbe e unguenti.

Brunello, invece, ebbe un'idea delle sue. Si infilò l'armatura di Ruggiero, ancora sporca di sangue, e tornò al torneo. Tutti scapparono appena lo videro! Così Brunello si prese il merito di ogni vittoria.

Poco dopo, però, nel bosco trovarono Bardulasto. Qualcuno notò il sangue sull'armatura di Brunello. «È stato lui!» gridarono tutti. Per una volta Brunello diceva la verità: «Con quelle armi c'era Ruggiero!» Ma diceva bugie così spesso che nessuno gli credette. E il re lo condannò a morte.

Dall'alto della roccia dove abitava, Ruggiero lo vide passare con le guardie. «Mi ha prestato armi e cavallo» disse. «Devo aiutarlo.» «Ma sei disarmato!» gridò Atlante. Ruggiero non lo ascoltò. Corse giù e strappò una lancia a un cavaliere. Le guardie caddero una dopo l'altra. Solo tre scapparono, tremando come foglie.

Ruggiero portò Brunello davanti al re e si inginocchiò. «Bardulasto l'ho sconfitto io» disse, «perché mi aveva colpito a tradimento.» Agramante lo guardò bene. «Questo è Ruggiero!» pensò, e lo abbracciò felice: lo cercava da tanto tempo. Ruggiero chiese di diventare cavaliere, e di avere armi e cavallo di Brunello. Il re disse di sì. Così il povero Brunello si salvò, ma restò a piedi!

Solo Atlante piangeva. «Questo ragazzo andrà in Francia con te» disse al re, «e ti aiuterà a battere Carlo Magno. Ma un giorno diventerà cristiano. E da lui nascerà una famiglia di grandi signori italiani.» Agramante non capì quasi niente e rise. «Smetti di piangere» rispose. «Verrai anche tu con noi.»

Ruggiero era finalmente un cavaliere. Che cosa farà, quando arriverà in Francia?

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

Il duello alla fontana ott. 1–6

Il poeta invoca la potenza celeste che fa girare il terzo cielo, quello dell'amore: gli dia un canto dolce e parole eleganti, perché il pubblico si goda il racconto del giorno in cui due cavalieri combatterono con tanto ardore per amore.

Li avevamo lasciati alla fontana, tra gli alberi: uno con Fusberta, l'altro con Durindana. Chi siano lo sapete tutti: al mondo nessuno li eguaglia in coraggio, forza e valore. La loro battaglia è così furiosa che, osa dire il poeta, l'aria ha paura e la terra trema.

Rinaldo cala Fusberta in pieno sullo scudo di Orlando e lo spezza con un fragore di tuono: secondo Turpino, tutti gli uccelli cadono a terra, e le bestie del bosco scappano urlando. Orlando risponde con Durindana e gli rompe usbergo e piastre: tremano le piante della selva, trema il marmo intorno alla fontana, e l'acqua, prima così limpida, diventa torbida e scura. Ma i due non badano ai colpi, anzi ne menano di sempre più forti.

Angelica, che sta a guardare, diventa pallida e, non sopportando tanta paura, scappa via. I cavalieri, accecati dalla battaglia, non se ne accorgono.

Angelica incontra Oliviero ott. 7–11

La damigella sprona il palafreno più che può come una preda inseguita. Uscita dalla selva, vede un prato pieno di gente a piedi e a cavallo, che pianta tende e padiglioni. Curiosa, chiede gentilmente a un cavaliere chi siano.

«Mi chiamo Oliviero» risponde lui, «e sono appena arrivato con Carlo, imperatore e re di Francia, che ha radunato qui tutto il suo esercito. Un saracino ha passato il mare e ha sconfitto in battaglia il duca di Baviera; ora è sparito, e dei suoi non si vede più nessuno. Ma la cosa più strana è che il signore di Montalbano, arrivato ieri sera dall'Ungheria con truppe fresche, non si trova più, né vivo né morto. Tutta la corte è sconsolata, perché manca anche il conte Orlando, che con il suo valore la rendeva famosa. Giuro a Dio: se potessi vedere Orlando una volta sola, e poi morire, non mi dispiacerebbe, perché gli voglio bene più che alla mia vita.»

Angelica, vedendo quanto ci tiene, risponde: «Sei così cortese che tacere sarebbe una mancanza. Ti dirò quello che desideri: Rinaldo e Orlando stanno combattendo con grande accanimento nella selva delle Ardenne.»

Carlo Magno nel bosco ott. 12–17

Oliviero non è mai stato così felice in vita sua e corre a dare la notizia al campo. Nessuno sta più fermo: re Carlo monta in fretta a cavallo e tiene con sé la dama perché lo guidi fino alla fontana.

Strada facendo, Carlo viene a sapere perché i due sono arrivati a tanto furore. Si stupisce molto che Orlando si sia innamorato, perché aveva un'altra opinione di lui; di Rinaldo invece pensa anche peggio di quello che dice la dama, perché lo ha messo alla prova tante volte.

Entrano nella foresta ombrosa delle Ardenne e si sparpagliano in cerca della fontana, finché sentono il fragore della battaglia: i colpi rimbombano come se il cielo crollasse. Tutti corrono verso il rumore, ognuno per la sua strada. Arriva per primo il Danese, poi Salamone, poi Turpino; ma nessuno, grande o piccolo, osa mettersi in mezzo ai due baroni: tutti hanno paura di quei colpi.

Quando arriva l'imperatore, invece, i due si fanno subito indietro: per quanto infuocati, a lui portano grande rispetto. Il buon re Carlo, quasi piangendo, li abbraccia uno dopo l'altro. I baroni fanno cerchio e li esortano a fare pace; e Carlo, un po' con le buone e un po' con parole decise, ora prega, ora comanda.

Angelica scappa ancora ott. 18–22

La pace si farebbe subito, ma ognuno dei due vuole la dama per sé, e senza questo non servono né le preghiere degli amici né gli ordini del re. Intanto la damigella se ne va di nascosto: il poeta non sa dire perché, forse perché l'odio che ora prova per Rinaldo le rende insopportabile stargli vicino.

Appena Orlando la vede partire, la segue; e nemmeno il prode Rinaldo dorme. Gli altri, temendo il peggio, li inseguono con Carlo per fare da pacieri. Poco dopo li ritrovano in una valle, uno di fronte all'altro con le spade sguainate, ma ancora non si sono attaccati. Altri, andati più avanti, trovano la dama che fugge per un sentiero stretto, cercando di nascondersi in un vallone, e la portano davanti al re.

Carlo la affida al duca Namo, perché la custodisca con molto riguardo, e promette ai due di risolvere la questione in un modo che tutti giudicheranno giusto. La sera, al campo, i baroni fanno una gran festa, perché Orlando, che credevano perduto, è tornato. La mattina dopo la bandiera reale si mette in viaggio verso Parigi. «Ma io non vado avanti con loro» dice il poeta, «perché passo il mare e torno da Agramante.»

Ruggiero ferito ott. 23–27

Avevamo lasciato Agramante al torneo sul monte di Carena, che sospirava perché Ruggiero l'aveva buttato giù da cavallo. Ma Ruggiero stava peggio di lui, perché Bardulasto l'aveva ferito a tradimento, anche se poi lui l'aveva ucciso nel bosco. Il giovane si era allontanato di nascosto ed era tornato alla rupe sopra la grande caverna, dove stanno Atlante e il re di Tingitana.

Quando Atlante vede il ragazzo con quella brutta ferita al fianco, si sente trafiggere il cuore: «Ahimè! A che cosa mi è servito prevedere la tua sventura, anche se non me l'aspettavo così presto?» Ma il buon Ruggiero gli sorride e quasi trasforma il suo pianto in risata: «Non piangere e non preoccuparti. Se mi curi come si deve, e so che sai farlo, non morirò e soffrirò poco. Sono stato molto peggio quando ho ucciso il leone sulla montagna, e quando ho catturato l'elefante che mi ha squarciato il petto.»

Il vecchio vede che la ferita non è mortale, ricuce la pelle e la medica con erbe e unguenti. Intanto Brunello ha saputo com'è andato il torneo, e subito gli viene un'idea: prendersene lui il trionfo.

Brunello si prende la gloria ott. 28–32

Si infila l'armatura che aveva portato Ruggiero, anche se è sporca di sangue, salta su Frontino, il buon destriero, e corre giù per la pianura. Arriva che il torneo è ancora in corso; ma appena lo vedono, scappano tutti, senza aspettarlo.

Agramante, ancora di cattivo umore per la caduta, dice: «Per oggi basta. Magari si trovasse Ruggiero! Ma credo proprio che non si troverà mai.» Poi fa chiamare re Brunello: «Forse dicevi di poter trovare quel ragazzo solo per mettere in mostra il tuo valore: io non credo più che sia al mondo, a meno che non stia in cielo o in fondo al mare. Ma ti giuro che oggi ti ho visto combattere così bene che, se tutti la pensassero come me, nessuno cercherebbe più un altro Ruggiero.»

Brunello risponde: «Quello che ho fatto, bene o male, sia in vostro onore. Ma voglio darvi una gioia più grande, signore: il giovane principe è stato trovato. Parlo di Ruggiero. È sceso dalla rupe: lo avrete prima del tramonto.»

Agramante, felicissimo, si avvia con gli altri verso la rupe, dimenticando il torneo. Molti però non sopportano di aver perso il campo contro quell'ometto mingherlino, e lo guardano di traverso.

Brunello verso la forca ott. 33–39

Lungo la strada, in un boschetto, trovano il corpo di Bardulasto di Alganzera, spaccato dalla fronte al petto: anche con il viso sfigurato, lo riconoscono. Agramante non è affatto contento: «Chi ha osato colpire così vilmente, contro il mio divieto?» Tutti tacciono e si guardano in faccia.

Guardandosi intorno, qualcuno nota il sangue rimasto sulle armi e sulla sopravveste di Brunello. «Ecco il malvagio che ha ucciso Bardulasto nella foresta!» gridano, e lo afferrano. Brunello chiacchiera, perché solo la lingua può salvarlo, e racconta che con quelle armi al torneo c'era Ruggiero. Ma dice la verità così di rado che stavolta nessuno gli crede, e tutti chiedono al re di mandarlo alla forca.

Allora Brunello si lamenta del re e degli altri e ricorda di aver rischiato la vita per andare a prendere quell'anello. Ma tutti ridono e gli danno del sempliciotto, perché a corte un servizio è gradito la sera e già dimenticato la mattina. È proprio un uomo all'antica, commenta il poeta, chi va a ricordare i favori passati: la risposta è sempre «Bello amico, se mi hai servito, io ti ho trattato bene». E così tutti prendono in giro Brunello, come capita a chi sale troppo in alto.

L'ordine di impiccarlo tocca al re Grifaldo, che non vede l'ora: «Se non trovo nessun altro, lo farò con le mie mani.» E lo fa portare al di là del bosco, proprio davanti alla rupe dove stanno Ruggiero e Atlante.

Ruggiero salva Brunello ott. 40–45

Ruggiero lo vede arrivare e lo riconosce subito. Non è di quelli che dimenticano un favore: «Dovessi anche morire, voglio aiutarlo. Mi ha prestato le armi e il cavallo: se non lo aiutassi sarei un traditore.» Atlante grida per trattenerlo: «Ahimè, figlio, dove vai? Non vedi che sei disarmato? Lo impiccheranno lo stesso. Non hai lancia, né spada, né scudo: credi di vincere senza armi?»

Ruggiero non lo ascolta. Corre giù nella pianura e, siccome nessuno sospetta di lui, strappa di mano la lancia a un cavaliere. Grifaldo ha molti uomini con sé, ma il giovane non se ne cura: uno lo uccide, un altro lo butta giù, e dai caduti prende uno scudo e una spada. E con la spada in mano, immaginatevi come li fa ballare! Si salvano solo Grifaldo e due compagni, che tremano come foglie; e Ruggiero slega in fretta Brunello.

Grifaldo torna piangendo da Agramante e non sa che cosa dire: per la vergogna, morire non gli importerebbe più. Il re, stupito, va a vedere di persona. Davanti a quei colpi smisurati, con tutti i cavalieri rimasti sul campo tagliati in due, resta quasi sbalordito; poi dice sorridendo: «Restate pure qui alla malora, mascalzoni! Che Macone mi aiuti: non mi importa niente di aver perso gente così.»

Ruggiero cavaliere ott. 46–52

Appena vede Agramante, Brunello vorrebbe scappare, ma Ruggiero lo afferra: «Farai come dico io: ti porto davanti a quel signore, per mostrare a tutti che hanno torto, perché Bardulasto l'ho ucciso io.»

Arrivato davanti al re, si inginocchia: «Signore, non so perché costui sia stato mandato alla forca, ma la colpa me la prendo io, se è una colpa uccidere il nemico per difendersi. Bardulasto mi ha ferito a tradimento, quando non stavo in guardia; poi è fuggito, e io l'ho ucciso qui, come meritava. E se qualcuno, a parte il re, vuole sostenere il contrario con le armi, sono pronto a dimostrare che ho fatto il mio dovere.»

Tutti lo guardano stupiti: «È questo quello che deve conquistare tanto onore nel mondo?» E pensano che a uno così bello stia proprio bene un grande valore. Più di tutti Agramante non si stanca di guardarlo e pensa: «Questo è proprio Ruggiero!» Ringrazia il cielo e subito lo bacia e lo abbraccia. Di Bardulasto non si preoccupa più: se è morto, peggio per lui.

Il giovane riprende con voce umile: «Ho sentito dire spesso che il primo dovere della cavalleria è difendere la ragione e il diritto. Io l'ho fatto salvando costui: perciò, signore, ti prego, fammi cavaliere. E dammi le sue armi e il suo cavallo, che lui mi aveva già promesso e che ora mi sono meritato rischiando per salvarlo.» «È vero» risponde Agramante, «e sarà fatto subito.» Prende a Brunello armi e destriero e, con grande festa, fa Ruggiero cavaliere.

La profezia di Atlante ott. 53–61

Atlante, presente, si mette a piangere: «Re Agramante, ascoltami: voglio predire quello che deve succedere. Il cielo non mente, e di quello che dico non mancherà neanche un dito. Tu vuoi portare questo giovane oltre il mare, in Francia. Grazie a lui Carlo Magno sarà sconfitto e il tuo orgoglio crescerà. Ma poi il ragazzo diventerà cristiano. Ah, casa traditrice di Maganza! Il cielo ti sopporta sulla terra senza ragione: alla fine Ruggiero morirà per colpa tua.

Fosse almeno questo l'ultimo dolore! Ma la sua discendenza resterà tra i cristiani, e sarà la più onorata del mondo, piena di valore, bontà e cortesia.» E il vecchio vede sfilare i discendenti di Ruggiero: Ugo Alberto di Sassonia, che scende nella pianura di Padova e porterà all'Italia ogni virtù; Azzo primo e Aldrovandino terzo, e non sa dire chi sia il più grande, perché uno ha ucciso il perfido Anzolino e l'altro ha sconfitto l'imperatore Enrico; un altro Rinaldo, signore di Vicenza, Treviso e Verona, che ha fatto cadere la corona all'imperatore Federico; e un marchese pieno di virtù, al cui tempo i gigli d'oro si uniranno all'aquila bianca, e i suoi confini racchiuderanno il fiore d'Italia tra due mari.

E se quel nuovo figlio di Anfitrione, che si vede là in abito da duca, avesse tanta voglia di conquistare regni quanta ne ha di fare il bene, non solo gli uomini ma perfino gli uccelli aprirebbero le ali per obbedirgli. «Ma perché guardare oltre? Tu, re Agramante, rovini l'Africa, perché porti di là dal mare il seme di ogni virtù che stava con noi. Da qui nascerà il fiore di un altro popolo, e quello che più mi pesa sul cuore deve accadere, e non potrà andare diversamente!»

Agramante ascolta, ma non capisce quasi niente. Alla fine risponde quasi ridendo: «Credo che l'affetto per quel bel viso ti faccia fare profezie solo per il dolore. Ma ci penseremo: potrai venire anche tu con lui, anzi verrai. Smetti di piangere.» «Addio, signori» conclude il poeta, «qui il canto è finito.»

Parole difficili

  • terzo celo ott. 1: il terzo cielo, quello del pianeta Venere, che secondo l'astronomia antica governa l'amore.
  • usbergo ott. 5: corazza di maglia di ferro.
  • paviglioni ott. 7: padiglioni, grandi tende.
  • duca di Bavera ott. 9: il duca di Baviera, cioè Namo.
  • Ongheria ott. 9: l'Ungheria.
  • il Danese ott. 15: Uggieri il Danese, uno dei paladini di Carlo.
  • mezani ott. 19: mediatori, pacieri.
  • monte di Carena ott. 23: il monte africano dove Atlante teneva nascosto Ruggiero.
  • Tingitana ott. 24: la regione intorno a Tangeri, in Africa; il suo re è Brunello.
  • innaverato ott. 25: ferito.
  • Frontino ott. 28: il destriero che Brunello aveva prestato a Ruggiero per il torneo.
  • deveto ott. 34: divieto.
  • cianzava ott. 36: chiacchierava.
  • grossero ott. 37: sempliciotto, ingenuo.
  • galeffato ott. 38: preso in giro, deriso.
  • Macon ott. 45: Maometto, che nei poemi cavallereschi i saraceni invocano come un dio.
  • Anzolino ott. 57: Ezzelino da Romano, signore crudele che nel Duecento dominò Padova e Verona.
  • filiol de Amfitrïone ott. 59: figlio di Anfitrione, cioè Ercole; qui indica il duca Ercole d'Este.

Il testo di Boiardo

61 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

O soprana Virtù, ch’e’ sotto al sole, Movendo il terzo celo a gire intorno, Dammi il canto soave e le parole Dolci e ligiadre, e un proferire adorno, Sì che la gente che ascoltar mi vole, Prenda diletto odendo di quel giorno Nel qual duo cavallier con tanto ardore Fierno battaglia insieme per amore.

2

Tra gli àrbori fronzuti alla fontana Insieme gli afrontai nel dir davanti; L’uno ha Fusberta, e l’altro Durindana: Chi sian costor, sapeti tutti quanti. Per tutto il mondo ne la gente umana Al par di lor non trovo che se vanti De ardire e di possanza e di valore, Chè veramente son de gli altri il fiore.

3

Lor comenciarno la battaglia scura Con tal destruzïone e tanto foco, Che ardisco a dir che l’aria avea paura, E tremava la terra di quel loco. Ogni piastra ferrata, ogni armatura Va con roina al campo a poco a poco, E nel ferir l’un l’altro con tempesta Par che profondi il celo e la foresta.

4

Ranaldo lasciò un colpo in abandono E gionse a mezo il scudo con Fusberta: Parve che a quello avesse accolto un trono, Con tal fraccasso, lo spezza e diserta. Tutti gli uccelli a quello orribil suono Cadderno a terra, e ciò Turpino acerta; E le fiere del bosco, come io sento, Fuggian cridando e piene di spavento.

5

Orlando tocca lui con Durindana Spezzando usbergo e piastre tutte quante, E la selva vicina e la lontana Per quel furor crollò tutte le piante; E tremò il marmo intorno alla fontana E l’acqua, che sì chiara era davante, Se fece a quel ferir torbida e scura, Nè a sì gran colpi alcun di loro ha cura;

6

Anci più grandi gli ha sempre a menare. Cotal ruina mai non fu sentita; Onde la dama, che stava a mirare, Pallida in faccia venne e sbigotita, Nè gli soffrendo lo animo di stare In tanta tema, se ne era fuggita; Nè de ciò sono accorti e cavallieri, Sì son turbati alla battaglia e fieri.

7

Ma la donzella, che indi era partita, Toccava a più potere il palafreno, E de alongarsi presto ben se aita, Come avesse la caccia, più nè meno. Essendo alquanto de la selva uscita, Vidde là presso un prato, che era pieno De una gran gente a piede e con ronzoni, Che ponean tende al campo e paviglioni.

8

La dama di sapere entrò in pensiero Perchè qua stesse e chi sia quella gente, E trovando in discosto un cavalliero, Del tutto il dimandò cortesemente. Esso rispose: Il mio nome è Oliviero, E sono agionto pur mo di presente Con Carlo, imperatore e re di Franza, Che ivi adunata ha tutta sua possanza.

9

Però che un saracin passato ha il mare E rotto in campo il duca di Bavera; Ora è sparuto, e non si può trovare, Nè comparisce uno omo di sua schiera; Ma quel che ancor ci fa maravigliare, Che il sir di Montealbano, qual gionse ersera, Venendo de Ongheria con gente nuova, Morto nè vivo in terra se ritrova.

10

Tutta la corte ne è disconsolata, Perchè ci manca il conte Orlando ancora, Qual la tenea gradita e nominata, Con sua virtù che tutto il mondo onora; E giuro a Dio, se solo una fiata Vedessi Orlando, e poi senza dimora Io fossi morto, e’ non me incresceria, Chè io l’amo assai più che la vita mia.

11

Quando la dama a tal parlare intese De il cavallier la voglia e il gran talento, A lui rispose: Tanto sei cortese, Che il mio tacer serebbe un mancamento; Onde io destino de aprirte palese Quel che tu brami, e di farti contento: Ranaldo e Orlando insieme con gran pena Sono in battaglia alla selva de Ardena.

12

Quando Oliviero intese quel parlare Ne la sua vita mai fu così lieto, E presto il corse in campo a divulgare. Or vi scio dir che alcun non stava queto; Re Carlo in fretta prese a cavalcare, Chi gli passa davante e chi vien drieto; Ma lui tien sieco la dama soprana, Che lo conduca a ponto alla fontana.

13

E così andando intese la cagione Che avea condutti entrambi a tal furore. Molto se meraviglia il re Carlone, Che il conte Orlando sia preso de amore, Perchè il teneva in altra opinïone; Ma ben Ranaldo stima anco peggiore Che non dice la dama, in ciascuno atto, Perchè più volte l’ha provato in fatto.

14

Così parlando intrarno alla foresta, Dico de Ardena, che è d’àrbori ombrosa; Chi cerca quella parte, e chi per questa De la fontana che è al bosco nascosa. Ma così andando odirno la tempesta De la crudel battaglia e furïosa; Suonano intorno i colpi e l’arme isparte, Come profondi il celo in quella parte.

15

Ciascun verso il romore a correr prese, Chi qua, chi là, non già per un camino; Primo che ogni altro vi gionse il Danese, Dopo lui Salamone, e poi Turpino; Ma non però spartirno le contese, Chè non ardisce il grande o il piccolino De entrar tra i duo baroni alla sicura: Di que’ gran colpi ha ciascadun paura.

16

Ma come gionse Carlo imperatore, Ciascun se trasse adietro di presente; E benchè egli abbian sì focoso il core, Che de altrui poco curano, o nïente, Pur portavano a lui cotanto onore, Che se trassero adietro incontinente. Il bon re Carlo con benigna faccia, Quasi piangendo, or questo or quello abraccia.

17

Intorno a loro in cerchio è ogni barone, E tutti gli confortano a far pace, Trovando a ciò diverse e più ragione, Secondo che a ciascuno a parlar piace. E similmente ancora il re Carlone Or con losinghe or con parole audace Tal volta prega e tal volta comanda Che quella pace sia fatta di banda.

18

La pace serìa fatta incontinente, Ma ciascadun vol la dama per sè, E senza questo vi giova nïente Pregar de amici e comandar del re. Or de qua si partia nascosamente La damisella, e non scio dir perchè, Se forse l’odio che a Ranaldo porta, A star presente a lui la disconforta.

19

Il conte Orlando la prese a seguire, Come la vidde quindi dipartita; Nè il pro’ Ranaldo si stette a dormire, Ma tenne dietro ad essa alla polita. Gli altri, temendo quel che può avenire, Con Carlo insieme ogniom l’ebbe seguita, Per trovarsi mezani alla baruffa, Se ancor la questïon tra lor se azuffa.

20

E poco apresso li ebber ritrovati Con brandi nudi, a fronte in una valle, A benchè ancor non fussero attaccati, Chè troppo presto gli fôrno alle spalle; Et altri che più avanti erano andati, Trovâr la dama, che per stretto calle Fuggìa, per aguatarsi in un vallone, E lei menarno avanti al re Carlone.

21

Il re da poscia la fece guardare Al duca Namo con molto rispetto, Deliberando pur de raconciare Ranaldo e Orlando insieme in bono assetto, Promettendo a ciascun di terminare La cosa con tal fine e tal effetto, Che ogniom iudicherebbe per certanza Lui esser iusto e dritto a la bilanza.

22

Poi, ritornati in campo quella sera, Fece gran festa tutto il baronaggio, Però che prima Orlando perduto era, Nè avean di lui novella nè messaggio. Or la matina la real bandera Verso Parigi prese il bon vïaggio. Io più con questi non voglio ire avante, Perchè oltra al mare io passo ad Agramante.

23

Il qual lasciai nel monte di Carena Con tanti re meschiati a quel torniero, E forte sospirando se dimena, Perchè abattuto al campo l’ha Rugiero; Et esso ancora stava in maggior pena, Chè era ferito il giovanetto fiero: La cosa già narrai tutta per ponto, Sì che ora taccio e più non la riconto.

24

E sol ritorno che, essendo ferito, Come io vi dissi, il giovenetto a torto Da Bardulasto, qual l’avea tradito, Benchè da lui fu poi nel bosco morto, Nascosamente si fu dipartito, Nè alcun vi fu di quel torniero accorto, E gionse al sasso, sopra alla gran tana, Ove è Atalante e ’l re de Tingitana.

25

Quando Atalante vidde il damigello Sì crudelmente al fianco innaverato, Parve esso al cor passato di coltello, Cridando: Ahimè! che nulla me è giovato Lo antivedere il tuo caso sì fello, Benchè sì presto non l’avea stimato. Ma il buon Rugier, facendo lieto viso, Quasi il rivolse da quel pianto in riso.

26

— Non pianger, non, dicea, nè dubitare, Che, essendo medicato con ragione, Sì come io so che tu saprai ben fare, Non avrò morte, e poca passïone; E peggio assai mi parve alor di stare Quando occise nel monte quel leone, E quando prese ancora l’elefante Che tutto il petto mi squarciò davante.

27

Il vecchio poi, veggendo la ferita, Che non era mortal, per quel che io sento, Poi che la pelle insieme ebbe cusita, La medica con erbe e con unguento. Ora Brunello avea la cosa udita, Sì come era passato il torniamento, E prestamente immaginò nel core De aver di quello il trïonfale onore.

28

Subitamente prese la armatura Che avea portata il giovane Rugiero. Benchè sia sanguinosa, non se cura, Salta sopra Frontino, il bon destriero, E via correndo giù per la pianura Gionse che ancor ogniom era al torniero; Ma, come gli altri il viddero arivare, Fugge ciascuno e nol vole aspettare.

29

Et Agramante, il quale era turbato Per la caduta, come io vi contai, Avendo il brando suo riposto a lato, Dicea: Per questo giorno è fatto assai, Se pur Rugier se fosse ritrovato; Ma ben credo io che non si trovi mai. E fatto ritrovare il re Brunello, A sè lo dimandò con tale appello:

30

Io credo per mostrar tua vigoria Che oggi dicesti colui ritrovare, Il qual non credo ormai che al mondo sia, Se non è sopra al celo o sotto al mare; E ben te giuro per la fede mia, Che io te ho veduto in tal modo provare Che, avendo gli altri tutti il mio pensiero, Non se andrebbe cercando altro Rugiero.

31

Rispose a lui Brunello: Al vostro onore Sia fatto quel ch’io feci, o bene, o male; E tutta mia prodezza, o mio valore Tanto me è grata, quanto per voi vale; Ma più voglio alegrarvi, alto segnore, Perchè trovato è il giovane reale, Dico Rugiero. È disceso dal sasso; Prima lo avriti che sia il sole al basso.

32

Quando Agramante intese così dire, Nella sua vita mai fu più contento; Con gli altri verso il sasso prese a gire, Nè se ricorda più de torniamento; A benchè molti non potean soffrire, Mirando il piccolin che pare un stento, Aver contra di lui quel campo perso, Onde ciascun lo guarda de traverso.

33

Or, così andando, gionsero al boschetto, Ove era Bardulasto de Alganzera, Partito da la fronte insino al petto. Sopra al suo corpo se fermò la schiera, Però che il re, turbato ne lo aspetto, A’ circonstanti dimandò chi egli era; E benchè avesse il viso fesso e guasto, Pur cognosciuto fu per Bardulasto.

34

Non se mostrò già il re di questo lieto, Anzi turbato cominciava a dire: Chi fu colui che contra al mio deveto Villanamente ardito ha di ferire? A tal parlar ciascun si stava queto, Nè alcuno ardiva ponto de cetire; Veggendo il re che in tal modo minaccia, Tutti guardavan l’uno l’altro in faccia.

35

E come far se suole in cotal caso, Mirando ognuno or quella cosa, or questa, Fu visto il sangue il quale era rimaso Ne l’arme de Brunello e sopravesta. Per questo fu cridato: Ecco il malvaso Che occise Bardulasto alla foresta! Nè avendo ciò Brunello apena inteso, Da quei de intorno subito fu preso.

36

Esso cianzava, e ben gli fa mestiero, E sol la lingua gli può dare aiuto, Dicendo a ponto sì come Rugiero Con quelle arme nel campo era venuto; Ma sì rado era usato a dire il vero, Che nel presente non gli era creduto. Ciascun cridando intorno a quella banda, Sopra alle forche al re l’aricomanda.

37

Onde esso, che se trova in mal pensero, Del re e de gli altri se doleva forte, Narrando come era ito messaggero Per quello annello a risco de la morte. Gli altri ridendo il chiamano grossero, Poi che servigi ramentava in corte; Però che ogni servire in cortesano La sera è grato e la matina è vano.

38

Proprio è bene un om dal tempo antico Chi racordando va quel ch’è passato; Chè sempre la risposta è: Bello amico, Stu m’hai servito, et io te ho ben trattato; E per questo Brunel, come io vi dico, Era da tutti intorno galeffato, E ciascadun di lui dice più male, Come intraviene a l’om che troppo sale.

39

Ora fu comandato al re Grifaldo Ch’incontinente lo faccia impiccare; Onde esso, che a tal cosa era ben caldo, Diceva: S’altri non potrò trovare, Con le mie mani lo farò di saldo. E prestamente lo fece menare Di là dal bosco, a quel sasso davante Ove Rugier si stava et Atalante.

40

Il giovanetto, che il vide venire, Ben prestamente l’ebbe cognosciuto; Lui non era di quelli, a non mentire, Che scordasse il servigio recevuto, Dicendo: Ancor ch’io dovessi morire, In ogni modo io gli vo’ dare aiuto. Costui mi prestò l’arme e il bon ronzone: Non lo aiutando, ben serìa fellone.

41

Et Atalante ben cridava assai Per distorlo da ciò che avea pensato, Dicendo: Ahimè, filiol, dove ne vai? Or non cognosci che sei disarmato? Se ben giongi tra loro, e che farai? Lor pur lo impicaranno a tuo mal grato. Tu non hai lancia nè brando nè scudo: Credi tu aver vittoria, essendo ignudo?

42

Il giovanetto a ciò non attendia, Ma via correndo fu gionto nel piano, E, perchè alcun sospetto non avia, Tolse una lancia a un cavallier di mano. Avea Grifaldo molti in compagnia, Ma non gli stima il giovane soprano, L’uno occidendo e l’altro trabuccando; E da quei morti tolse un scudo e un brando.

43

Come ebbe il brando in mano, ora pensati Se egli mena da ballo il giovanetto; Non fôrno altri giamai sì dissipati: Chi fesso ha il capo, e chi le spalle e il petto. Grifaldo e’ duo compagni eran campati, Ma treman come foglia, vi prometto, Veggendo far tal colpi al damigello, Il qual ben presto desligò Brunello.

44

Ora Grifaldo ritornò piangendo, Al re Agramante e non sapea che dire, Ma per vergogna, sì come io comprendo, Non se curava ponto de morire. Ma maravigliosse il re questo intendendo, Et in persona volse al campo gire, Chè a lui par cosa troppo istrana e nova Avendo fatto un giovane tal prova.

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Ma quando vidde e’ colpi smisurati, Per meraviglia se sbigotì quasi, Perchè tutti in duo pezzi eran tagliati Quei cavallier che al campo eran rimasi; Poi sorridendo disse: Ora restati, Ne la malora qua, giotton malvasi, Chè, se Macon me aiuti, io do nïente De aver perduta così fatta gente.

46

Come Brunello ha visto il re Agramante, In ogni modo via volea scampare; Ma Rugier l’avea preso in quello istante, Dicendo: Converrai mia voglia fare, Ch’io vo’ condurti a quel segnore avante, E ad esso e agli altri aperto dimostrare, Che fan contra a ragione e loro avisi, Perchè io fui quel che Bardulasto occisi.

47

E, questo d[r]itto, se ne venne al re Pur con Brunello, e fosse ingenocchiato — Segnor, dicendo, io non so già perchè Fosse costui alla forca mandato; Ma ben vi dico che sopra di me La colpa toglio e tutto quel peccato, Se peccato se appella alla contesa Occidere il nemico in sua diffesa.

48

Da Bardulasto fui prima ferito A tradimento, chè io non mi guardava, Et essendo da poscia lui fuggito, Io qua lo occisi, e ben lo meritava; E se egli è quivi alcun cotanto ardito (Excetto il re, o se altri lui ne cava) Qual voglia ciò con l’arme sostenere, Io vo’ provar ch’io feci il mio dovere.

49

Parlando in tal maniera il damigello, Ciascun lo riguardava con stupore, Dicendo l’uno a l’altro: È costui quello, Che acquistar debbe al mondo tale onore? E veramente ad un cotanto bello Convien meritamente alto valore, Perchè lo ardir, la forza e gentilezza Più grata è assai ne l’om che ha tal bellezza.

50

Ma sopra a gli altri re Agramante il fiero Di riguardarlo in viso non se sazia, Fra sè dicendo: Questo è pur Rugiero! E di ciò tutto il celo assai ringrazia. Or più parole qua non è mestiero; Subitamente lo bacia et abracia. Di Bardulasto non se prende affanno: Se quello è morto, lui se n’abbi il danno.

51

Il giovanetto, di valore acceso, Di novo incominciò con voce pia, — Parmi,dicendo, aver più volte inteso Che il primo officio di cavalleria Sia la ragione e il dritto aver diffeso: Onde, avendo io ciò fatto tuttavia, Chè di campar costui presi pensiero, Famme, segnor, ti prego, cavalliero.

52

E l’arme e il suo destrier me sian donate, Chè altra volta da lui me fu promesso, Et anco l’ho dapoi ben meritate, Chè per camparlo a risco mi son messo. Disse Agramante: Egli è la veritate, E così sarà fatto adesso adesso. Prendendo da Brunel l’arme e ’l destriero, Con molta festa il fece cavalliero.

53

Era Atalante a quel fatto presente, E, ciò veggendo, prese a lacrimare, Dicendo: O re Agramante, poni mente, E de ascoltarmi non te desdignare; Perchè di certo al tempo che è presente, Quel che esser debbe voglio indovinare; Non mente il celo, e mai non ha mentito, Nè mancarà di quanto io dico, un dito.

54

Tu vôi condurre il giovane soprano Di là dal mare ad ogni modo, in Francia; Per lui serà sconfitto Carlo Mano, E cresceratti orgoglio e gran baldancia; Ma il giovanetto fia poi cristïano. Ahi traditrice casa di Magancia! Ben te sostiene il celo in terra a torto; Al fin serà Rugier poi per te morto.

55

Or fusse questo lo ultimo dolore! Ma restarà la sua genologia Tra Cristïani, e fia de tanto onore, Quanto alcun’altra che oggi al mondo sia. Da quella fia servato ogni valore, Ogni bontate et ogni cortesia, Amore e legiadria e stato giocondo, Tra quella gente fiorita nel mondo.

56

Io vedo di Sansogna uno Ugo Alberto, Che giù discende al campo paduano, De arme e di senno e de ogni gloria experto, Largo, gentile e sopramodo umano. Odeti, Italïani, io ve ne acerto: Costui, che vien con quel stendardo in mano, Porta con sieco ogni vostra salute; Per lui fia piena Italia di virtute.

57

Vedo Azzo primo e il terzo Aldrovandino, Nè vi scio iudicar qual sia maggiore, Chè l’uno ha morto il perfido Anzolino, E l’altro ha rotto Enrico imperatore. Ecco uno altro Ranaldo paladino: Non dico quel di mo, dico il segnore Di Vicenzia e Trivisi e di Verona, Che a Federico abatte la corona.

58

Natura mostra fuor il suo tesoro: Ecco il marchese a cui virtù non manca. Mondo beato e felici coloro Che seran vivi a quella età sì franca! Al tempo di costui gli zigli d’oro Seran congionti a quella acquila bianca Che sta nel celo, e seran sue confine Il fior de Italia a due belle marine.

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E se l’altro filiol de Amfitrïone, Qual là si mostra in abito ducale, Avesse a prender stato opinïone, Come egli ha a seguir bene e fuggir male, Tutti li occei, non dico le persone, Per obedirlo avriano aperte l’ale. Ma che voglio io guardar più oltra avante? Tu la Africa destruggi, o re Agramante,

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Poi che oltra mar tu porti la semente De ogni virtù che nosco dimorava; De qui nascerà il fior de l’altra gente, E quel, qual sopra a tutto il cor mi grava, Che esser conviene, e non serà altramente! Così piangendo il vecchio ragionava; Il re Agramante al suo dir bene attende, Ma di tal cosa poco, o nulla intende.

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Anci rispose, come ebbe finito, Quasi ridendo: Io credo che lo amore, Il qual tu porti a quel viso fiorito, Te faccia indovinar sol per dolore. Ma a questa cosa pigliarem partito, Chè tu potrai venir con sieco ancore, Anci verrai: or lascia questo pianto. Addio, segnor, chè qua finito è il canto.