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ORLANDO
INNAMORATO

Libro II · Canto XXII

Fratelli giurati contro i demoni

Boiardo passa in rassegna l'immenso esercito di Agramante; in Francia Rodamonte e Feraguto fanno pace e sbaragliano un'armata di demoni.

In breve

Il poeta comincia lamentando che il mondo di oggi non si cura più della fama, poi passa in rassegna l'enorme esercito che Agramante ha radunato a Biserta per invadere la Francia: trentadue re da tutta l'Africa, con popoli di ogni genere, dai guerrieri ben armati a gente quasi nuda che combatte con bastoni e corna di capra. Mentre i re fanno festa arriva una notizia: sono tornate le navi di Rodamonte, con un prigioniero cristiano, ma di lui non si sa nulla, e Agramante lo piange per morto.

Rodamonte invece è vivo e sta duellando con Feraguto. Un messaggero di passaggio annuncia che re Marsilio assedia Montalbano: Feraguto, nipote di Marsilio, propone la pace, e i due diventano fratelli giurati. In cammino incontrano Malagise e suo fratello Viviano, che vanno a chiedere aiuto a Carlo. Malagise scatena contro di loro un'armata di demoni travestiti da cavalieri, ma i due pagani la mettono in fuga, catturano i fratelli e li portano a Marsilio.

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Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.

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Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

In Africa, nella città di Biserta, il re Agramante preparava la guerra contro Carlo Magno. Aveva chiamato tutti i re saraceni dell'Africa, nemici dei cristiani. Ne arrivarono trentadue! Alcuni avevano armature lucenti e cavalli bellissimi. Altri portavano soldati quasi nudi, armati di bastoni o di lance con la punta fatta di corna di capra. Un re si presentò perfino con una folla piena di pidocchi. Contare tutti quei guerrieri era più difficile che contare le stelle.

Mentre a Biserta si facevano feste e balli, arrivò una notizia. Nel porto erano tornate le navi di Rodamonte, il re più forte e superbo dell'Africa. Ma lui non c'era. Agramante pensò che fosse morto e scoppiò a piangere.

Invece Rodamonte era vivo, in Francia, e stava combattendo contro Feraguto, un giovane cavaliere di Spagna. Nessuno dei due sapeva chi fosse l'altro. Feraguto era molto più piccolo, ma non si tirava indietro di un passo. I piccoli, dice il poeta, hanno sempre un gran coraggio.

A un certo punto passò di lì un messaggero. «Il re Marsilio ha circondato il castello di Montalbano con il suo esercito!» annunciò. Marsilio era lo zio di Feraguto, e Feraguto voleva correre subito a quella guerra. Così propose la pace. Rodamonte accettò volentieri: i due si abbracciarono e giurarono di essere fratelli per sempre.

Per strada incontrarono il mago Malagise e suo fratello Viviano, che andavano a chiedere aiuto a Carlo Magno. Malagise si nascose in un boschetto e aprì il suo libro magico. In un attimo il bosco si riempì di diavoli, più di duecento per ogni foglia! Un diavoletto minuscolo, Scarapino, gli disse chi erano quei due cavalieri. Allora Malagise trasformò i diavoli in un grande esercito, con cavalli, lance e bandiere.

«Senti che rumore!» disse Feraguto. «Arriva Carlo Magno in persona.» «Io non scappo» rispose Rodamonte. «Nemmeno se venisse tutto l'inferno!» E l'inferno, in un certo senso, stava arrivando davvero.

Il primo diavolo, Draginazza, aveva le corna sull'elmo e una lancia con la punta di fuoco. Colpì Rodamonte e gli bruciacchiò le sopracciglia. «Aspetta un po'!» gridò Rodamonte. «Tu hai proprio la faccia del diavolo!» La sua spada passava attraverso i nemici come se fossero d'aria, ma faceva loro un male terribile. Lui e Feraguto combatterono così bene che i diavoli scapparono urlando e tornarono giù, sottoterra.

Malagise e Viviano provarono a fuggire, ma Feraguto li raggiunse al galoppo e li fece prigionieri. Li legarono sopra un cavallo e partirono verso Montalbano, per portarli a Marsilio.

Il mago che tante volte aveva aiutato i paladini era finito in trappola. Riuscirà a cavarsela? Continua a leggere e lo saprai.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

La Fama e il mondo di oggi ott. 1–4

Senza la memoria, anche il valore di Alessandro Magno e di Giulio Cesare, che corsero vittoriosi dal Mediterraneo fino all'ultimo oceano, sarebbe fiorito invano: il tempo l'avrebbe cancellato.

Il poeta si rivolge allora alla Fama, la ninfa che canta le imprese e rende eterni gli uomini: «Dove sei finita? A raccontare vecchi amori e battaglie di giganti, perché il mondo di oggi non si cura più né della fama né del valore. Lascia sul Parnaso quella pianta verde, visto che la strada per salirci è perduta, e canta quaggiù con me la storia di Agramante.»

Il re saracino si vanta di catturare re Carlo e tutti i paladini, e ha già coperto d'armi il mare e la terra: dentro Biserta ci sono trentadue re. Ora che Ruggiero è stato ritrovato, tutti smaniano di passare il mare. «Carlo farà bene a stare in guardia» dice il poeta, «perché sta per piombargli addosso una tempesta. Vi dirò il nome e la forza di tutti quelli che vogliono passare in Francia.»

I primi re ott. 5–11

Il primo è venuto dalla Libicana: è re Dudrinaso, quasi un gigante. La sua gente non ha armi, ma lui cavalca un'alfana, è ben armato e sullo scudo porta un bambino nudo in campo rosso. Il secondo è Sorridano, signore dell'Esperia, un paese così lontano che è quasi fuori dal mondo: ha gli occhi rossi e la faccia furibonda, e cavalca anche lui un'alfana.

Il terzo è il crudele Tanfirione, re dell'Almasilla, o meglio del deserto, perché lì non ci sono case e la gente vive all'aperto. Neanche una Sibilla saprebbe scegliere il migliore dei suoi uomini, tanto sono tutti senza coraggio. Non stupitevi se un giorno Orlando ne farà strage: sono quasi nudi, ed è sempre facile inseguire un branco che scappa e non si volta mai.

Il quarto è Manilardo, re della Norizia, mille miglia oltre Setta: un paese ricco di pecore e capre, e la sua gente somiglia alle sue bestie. Non conoscono il denaro e non desiderano né oro né argento; e non c'è da stupirsi, perché nemmeno da noi il bue e il montone li desiderano, visto che non hanno l'uso della ragione.

Il quinto è Mirabaldo, re di Bolga, un paese rovente dove la gente è sempre in guerra con i serpenti: di giorno gira tranquilla, di notte si chiude nelle tane. Si nutre d'erba e, scrive Turpino, di locuste. Il sesto è re Folvo, venuto da Fersa: il poeta non conosce gente peggiore, che quando il sole è a mezzogiorno lo maledice insieme a chi l'ha creato. «Vengano pure, questi sciocchi» esclama: «ogni cristiano ne porterà via cento legati a una corda.»

Popoli quasi senza armi ott. 12–18

È venuto anche Puliano, re di Nasamona: tra i suoi nessuno è armato, chi porta una mazza e chi un bastone appuntito; ma il re è ben armato e fortissimo. Prusione è re delle Alvaracchie, le isole chiamate Felici, di cui gli antichi hanno tanto discusso: la sua gente è quasi nuda, coperta solo di pelli, e ognuno tiene in mano un grosso tronco.

Viene poi Agrigalte, re dell'Amonia, in mezzo alla sabbia, seguito da una folla piena di pidocchi. Poi il giovane Martasino, che ha avuto il regno di Garamanta dopo la morte del vecchio re negromante; Dorilone, re di Setta, con uomini migliori; Argosto di Marmonda, guerriero stimato, signore di un paese sull'oceano ricco di pesci, e Bambirago di Arzila.

Il poeta si accorge di aver dimenticato, passando, Grifaldo, re dei Getuli, un popolo povero e nudo. E siccome quel mascalzone di Bardulasto è morto, un nuovo re guida la gente di Alghezera, forte e fiera. Nel loro paese non c'è ferro: combattono con ossa di drago appuntite e portano come elmi teste di leone, con gambe e braccia scoperte. «In Francia moriranno tutti, questi poltroni» commenta il poeta.

Altri re, altri popoli ott. 19–25

Il loro re si chiama Bucifaro, il terzo per prodezza tra tutti i baroni. Accanto a lui c'è il re di Normandia, Baliverzo, forte e coraggioso, ma il popolo che ha portato è malridotto: chi è sordo, chi zoppo, chi guercio. Poi viene Brunello, re di Tingitana, con una gente così brutta che, a incontrarla prima dell'alba, farebbe paura; e il re non è più bello di loro, piccolo e scuro come loro. Ma di lui, dice il poeta, vi ho già parlato abbastanza.

Da occidente, dove il paese è più civile ma nessuno è armato, viene Farurante di Mazurina, feroce ma male accompagnato. Poi, sul nostro mare, Alzirdo, re di Tremison, con una schiera armata di lance, scudi, archi e frecce; e Marbalusto, re di Orano, quell'anima dannata, che ai suoi ha promesso come bottino tutta la Francia. Vengono anche il suo vicino Gualciotto di Bellamarina, forte nelle armi e saggio nel consiglio, e Pinadoro, re di Costantina, la città che Costantino costruì sul monte quando faceva guerra agli Arabi.

«Non vi sembra, signori, che ne abbia già detti abbastanza? Sono stanco di cercare in ogni angolo, e mi pare che non finirò mai!» Eppure eccone altri: re Sobrino, re del Garbo, il più saggio dei saraceni, e Tardocco, re di Alzerbe. E ne mancano ancora tre: Rodamonte, che è già passato in Francia, re di Sarza, che non ha pari al mondo per forza; il vecchio re Branzardo di Bugia, con belle schiere armate di scudo e lancia; e per ultimo, perché viene da più lontano, Mulabuferso, re di Fizano.

Biserta in festa ott. 26–33

A corte c'era già Dardinello, figlio di Almonte, agile nelle armi come se avesse le ali, cortese e bello, senza un difetto: Agramante, che gli vuole bene, l'ha fatto re di Azumara. «Credo che si farà notte prima che io li nomini tutti» dice il poeta: ecco anche re Cardorano e il nero Balifronte, dai regni di Cosca e di Mulga, quasi oltre l'orizzonte. Tutta l'Africa è radunata intorno a Biserta, con lingue, aspetti, vesti e armi diverse: sarebbe più facile contare le stelle del cielo o i granelli di sabbia della spiaggia.

Agramante alloggia tutti i re dentro Biserta: si fanno giostre, balli, canti e feste, e ogni giorno arriva gente nuova. Da Tripoli, Bernica e Tolometta vengono fanti e cavalieri scelti, con armi lucenti e buoni cavalli. Si aspetta anche il re di Canara, il terribile Bardarico, i cui guerrieri non hanno bisogno di affilare le lance: in cima ci mettono corna di capra. Quando mai, nei tempi antichi, si era radunato un popolo così vario? E quanto è superbo Agramante, con tanta gente ai suoi ordini!

Solo gli Arabi e il loro re Gordanetto non sono ancora abituati a obbedirgli. Non hanno case né tetti e vivono nelle selve; fanno legge a modo loro, e tra loro non ci sono né astrologi né grammatici. Derubano tutti e poi scappano nel deserto, e inseguirli è tempo perso: loro sanno vivere di frutti, mentre chi li insegue muore di fame. Per questo Agramante non ha mai provato a sottometterli.

Notizie di Rodamonte ott. 34–37

Mentre se la spassa a Biserta, ad Agramante arriva un messaggero: davanti al porto sono comparse alcune delle navi che aveva portato Rodamonte, ma di lui non si sa se sia vivo o morto. A bordo c'è un importante prigioniero cristiano, Dudone. Il re, credendo morto Rodamonte, scoppia a piangere.

«Ma io lo lascio piangere» dice il poeta, «per tornare da quei due che si sfidano faccia a faccia. Pensate che parli del conte Orlando e di Rinaldo? No: parlo di Rodamonte e Feraguto.» Al mondo non ci sono due pagani così forti. Il prato è coperto di pezzi d'armatura, e nessuno dei due sa chi sia l'altro; ma ognuno giurerebbe di non aver mai incontrato un avversario più forte.

Feraguto è molto più piccolo di Rodamonte, ma non gli cede neanche un dito di campo. I piccoli, spiega il poeta, sono sempre coraggiosi, perché il loro cuore è più vicino alle altre membra e quindi più unito a loro. Però un cane coraggioso, aggiunge, se non ha forza farebbe bene ad avere la pelle dura.

Due nemici diventano fratelli ott. 38–42

Mentre il duello continua, passa di lì un messaggero, che si ferma un momento: «Se uno di voi è un cavaliere della corte di Carlo, ho brutte notizie: il perfido re Marsilio ha messo l'assedio a Montalbano. Ha sconfitto in battaglia il duca Amone e l'ha costretto a chiudersi dentro con i suoi figli, con Angeliero e con il suo parente Ivone; Alardo è stato catturato, e non so se sia vivo. Tutto il paese è bruciato e saccheggiato. Vado a chiedere aiuto a Carlo Magno.» E riparte subito.

Feraguto è molto turbato di non essersi trovato a quella guerra. Rodamonte gli chiede se la cosa lo riguarda: se no, la lasci perdere. Feraguto gli spiega che Marsilio è suo zio, e gli chiede gentilmente di fare pace subito, giurando che non si immischierà mai più per la figlia del re Stordilano. Non lo fa per paura, ma solo per correre a quella nuova guerra.

Rodamonte, che ha messo alla prova il suo coraggio, lo loda molto e accetta. I due si abbracciano e giurano di essere fratelli, con un'amicizia così grande che mai, tra due persone, ce ne fu una maggiore.

Un esercito di diavoli ott. 43–50

Decisi a non lasciarsi mai finché vivranno, si mettono in cammino verso Montalbano. Per strada incontrano Malagise e suo fratello Viviano, che vanno a chiedere soccorso a re Carlo per Montalbano assediato. Vedendo arrivare i due cavalieri, Malagise si tira da parte: «Per Dio, voglio scoprire chi sono.» Entra in un boschetto lì vicino, traccia il suo cerchio magico e apre il libro.

Appena lo apre, il bosco si riempie di demoni: più di duecento per ogni foglia. Malagise, che li tiene a freno, ordina a tutti di farsi da parte e aspettare, e interroga Scarapino. Scarapino è un diavoletto minuscolo, ma grosso di malizia: abita nelle taverne dove c'è il vino migliore, dove si gioca e si fa baldoria, e nel fumo degli arrosti tenta tutti quanti.

Scarapino gli rivela il nome e la condizione dei due baroni, e Malagise decide di catturarli. Richiama i demoni nel prato trasformati in guerrieri e cavalli: sembrano più di mille schiere, con cimieri alti, lance e bandiere. Poi lui da una parte e Viviano dall'altra escono dal bosco a gran furia.

«Senti, fratello» dice Feraguto, «non ho mai sentito tanto rumore! Questo è di sicuro Carlo Magno. Ora dobbiamo mostrare il nostro valore: ti obbedirò sempre, ma per niente al mondo vorrei scappare.» «Scappare?» risponde Rodamonte. «Hai questa opinione di me? Da solo, senza di te, basto contro tutti i cristiani, contro re Carlo e chiunque sia con lui. Se sul campo ci fossero Macone e tutto il paradiso, insieme all'inferno, non mi farebbero fuggire mai!»

Intanto Malagise esce dalla foresta, convinto che nessuno avrà il coraggio di aspettarlo, tra urla di dannati che fanno tremare la terra; il loro fiato oscura il cielo.

I due pagani contro i demoni ott. 51–59

Davanti a tutti viene Draginazza, con le corna sull'elmo come insegna: è un demonio che si abbassa di rado a frequentare la gente umile, perché regna tra i superbi nelle grandi corti. Ha lancia con pennone, spada e mazza, ma si rifiuta di portare lo scudo. Si lancia su Rodamonte e lo colpisce in fronte con la lancia, che ha la punta tutta di fuoco: entra nella visiera e gli brucia le sopracciglia. Rodamonte resta un attimo stupito, poi sprona il cavallo gridando: «Aspetta un po', mascalzone! A guardarti da vicino hai proprio la faccia del diavolo, e credo proprio che tu lo sia.»

E gli cala la spada con tanta forza da trapassarlo per più di una spanna: lo attraversa come se fosse d'aria, ma gli fa un male terribile. Gli altri dannati gli piombano addosso, ma Rodamonte non chiede certo aiuto: colpisce ora questo ora quel demonio, tanto che ognuno si pente di essere venuto, e Draginazza scappa via.

Molti però sono addosso a Feraguto, soprattutto un diavolone, Malagriffa dall'uncino: con quell'uncino agguanta gli usurai e li porta dove vuole, perché ha potere sugli avari e li cuoce laggiù nel fuoco; e acchiappa per lo scapolare preti e frati, che sono tutti suoi seguaci. Feraguto si difende bene e lo colpisce così forte che quello non aspetta il secondo colpo; poi mena fendenti a tutti gli altri, ma sono così tanti che quasi lo sommergono con le loro grida.

Ecco poi Falsetta, ingannatore pieno di ogni vizio, maestro di frodi e di imbrogli. Combatte con Feraguto senza mai stargli vicino: gli gira intorno, scappa e ritorna, per tenerlo sempre in affanno. Ma chi taglia un pezzo di stoffa troppo grande, dice il proverbio, poi non sa ricucirlo: Rodamonte, arrivando di lato, lo incontra per caso, gli cala la spada tra le corna e gli spacca testa e petto. Lo spirito dannato scappa urlando, e il poeta non sa dove vada.

Rodamonte si getta tra quei malvagi, ormai rimasti in pochi, che fuggono urlando, fatti a pezzi ma incapaci di morire. Malagise con i suoi incantesimi riesce a trattenerli ancora un po', ma alla fine se ne tornano tutti giù nell'abisso, tra le anime dannate.

Malagise prigioniero ott. 60–61

Vedendo che le cose si mettono male, Malagise scappa con Viviano. Ma serve a poco: Feraguto li insegue per la pianura su un destriero che sembra avere le ali e, anche se i due si difendono un po', li cattura entrambi, mentre arriva anche Rodamonte. Li legano su un cavallo e partono verso Montalbano, per consegnarli a re Marsilio.

«Signori e graziosa compagnia» conclude il poeta, «per ora finisco il mio discorso; poi continuerò con belle parole questa storia e questa grande guerra. Dio vi faccia felici in cielo, e prima ancora in terra.»

Parole difficili

  • Alexandro ott. 1: Alessandro Magno, il re macedone che conquistò un immenso impero fino all'India.
  • Parnaso ott. 3: il monte sacro alle Muse; la «verde pianta» è l'alloro, la pianta della gloria dei poeti.
  • Biserta ott. 3: città e porto sulla costa africana, nell'attuale Tunisia, dove Agramante raduna l'esercito.
  • alfana ott. 5: grossa cavalla da guerra, tipica dei saraceni.
  • Sibilla ott. 7: profetessa dell'antichità, capace di indovinare il futuro.
  • Setta ott. 9: Ceuta, città sulla costa africana di fronte a Gibilterra.
  • divizia ott. 9: abbondanza.
  • locuste ott. 10: cavallette.
  • Isole Felice ott. 13: le Isole Felici o Fortunate, isole dell'oceano di cui parlavano gli scrittori antichi.
  • Getuli ott. 17: antico popolo dell'Africa del Nord.
  • guerzo ott. 19: guercio, che ha gli occhi storti o ci vede da un occhio solo.
  • cïano ott. 41: zio.
  • fratellanza ferno in giuramento ott. 42: si giurarono fratelli.
  • giottarello ott. 46: piccolo briccone.
  • spana ott. 53: spanna, la larghezza di una mano aperta.
  • rampone ott. 54: uncino, grosso gancio di ferro.
  • scapulari ott. 55: scapolari, strisce di stoffa che i frati portano sull'abito, sul petto e sulla schiena.

Il testo di Boiardo

61 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Se a quei che trïonfarno il mondo in gloria, Come Alexandro e Cesare romano, Che l’uno e l’altro corse con vittoria Dal mar di mezo a l’ultimo oceàno, Non avesse soccorso la memoria, Serìa fiorito il suo valore invano; Lo ardire e senno e le inclite virtute Serian tolte dal tempo e al fin venute.

2

Fama, seguace de gli imperatori, Ninfa, che e’ gesti a’ dolci versi canti, Che dopo morte ancor gli uomini onori E fai coloro eterni, che tu vanti, Ove sei giunta? A dir gli antichi amori Et a narrar battaglie de’ giganti, Mercè del mondo che al tuo tempo è tale, Che più di fama o di virtù non cale.

3

Lascia a Parnaso quella verde pianta, Chè de salirvi ormai perso è il camino, E meco al basso questa istoria canta Del re Agramante, il forte saracino, Qual per suo orgoglio e suo valor si vanta Pigliar re Carlo et ogni paladino. D’arme ha già il mare e la terra coperta: Trentaduo re son dentro da Biserta.

4

E poi che ritrovato è quel Rugiero, Qual di franchezza e di beltate è il fiore, L’un più che l’altro a quel passaggio è fiero: Non fu veduto mai tanto furore. Or ben se guardi Carlo lo imperiero, Chè adosso se gli scarca un gran romore; Contar vi voglio il nome e la possanza Di ciascadun chi vol passar in Franza.

5

Venuto è il primo insin de Libicana, Re Dudrinaso, che è quasi un gigante: Tutta senz’arme è sua gente villana, Ricciuta e negra dal capo alle piante; Ma lui cavalca sopra ad una alfana, Armato bene è di dietro e davante, E porta al paramento e sopra al scudo In campo rosso un fanciulletto nudo.

6

E Sorridano è gionto per secondo, Qual signoreggia tutta la Esperia; Cotanto è in là, che quasi è fuor del mondo, Et è pur negra anco la sua zinia. Rossi ambi gli occhi e il viso furibondo Costui che io dico e i labri grossi avia; Sotto ha una alfana, sì come il primiero. Or viene il terzo, che è spietato e fiero:

7

Tanfirïone, il re de l’Almasilla, Anci nomar si può re del diserto, Chè non ha quel paese o casa, o villa, Ma tutta sta la gente al discoperto. Chi me donasse l’arte de Sibilla, Indovinando io non sarrìa di certo Della sua gente scegliere il megliore, Chè senza ardir son tutti e senza core.

8

Non vi meravigliati poi se Orlando Caccia costor tal fiata alla disciolta, E se cotanti ne taglia col brando, Chè nuda è quasi questa gente istolta; E sempre è bon cacciare alora quando Fugge la torma e mai non se rivolta. Ma dal proposto mio troppo mi parto: Dett’ho del terzo, odeti per il quarto,

9

Ch’è Manilardo, il re de la Norizia, La qual di là da Setta è mille miglia; De pecore e di capre ha gran divizia, E la sua gente a ciò se rassomiglia. Non han moneta e non hanno avarizia De oro e de argento; e non è maraviglia, Che tra noi anco il bove nè il montone Ciò non desia, perchè è senza ragione.

10

Il re di Bolga, il quinto, è Mirabaldo, Che è longi al mare et abita fra terra. Grande è il paese, tutto ardente e caldo, Sempre sua gente con le serpe han guerra. Il giorno va ciascun sicuro e baldo, La notte ne le tane poi si serra; D’erba se pasce, e non scio che altro guste: Scrive Turpin che vive de locuste.

11

Re Folvo è il sesto, il qual venne di Fersa: Non trovo gente di questa peggiore; Come il sol se alcia al mezo giorno, è persa, Biastemando chi ’l fece e ’l suo splendore. La feccia qua del mondo se roversa, Per dar travaglia a Carlo imperadore. Or vengano pur via, gente balorda, Che ogni cristian ne avrà cento per corda.

12

E se nulla vi manca, per aiuto Già Pulïano, il re di Nasamona, Con gente di sua terra è qua venuto. Non trovaresti armata una persona; Chi porta mazza e chi bastone acuto, Trombe, ni corni a sua guerra si suona; Avengachè il suo re sia bene armato, Di molto ardire e gran forza dotato.

13

Il re de le Alvaracchie è Prusïone, Che le Isole Felice son chiamate, E tra gli antiqui ne è larga tenzone, E ne le istorie molto nominate. Ma lui condusse alla terra persone Ignude quasi, non che disarmate; Ciascun portava in mano un tronco grosso, E sol di pelle avean coperto il dosso.

14

Venne Agrigalte, il re de la Amonia, Qual ha il suo regno in mezo de la arena. Una gran gente detro a lui seguia, Ma tutta quanta de pedocchi è piena. Apresso di questo altro ne vien via Re Martasino, e la sua gente mena, Qual più de altre de arme non se vanta: Il giovanetto è re di Garamanta.

15

Perchè, dopo che morto fu il vecchione, Quale era negromante e incantatore, Il re concesse questa regïone A Martasino, a cui portava amore. Apresso a questo venne Dorilone; Aveva pur costui gente megliore, Chè è re di Septa et ha porto su il mare; La gente sua selvatica non pare.

16

Vennevi ancora Argosto di Marmonda, Che stimato è guerrer molto soprano. Il suo paese di gran pesci abonda, Perchè è disteso sopra allo oceàno, Tornando dietro al mare, alla seconda. Bambirago d’Arzila, a dextra mano. La gente di costor è de una scorza Nera, come è il carbon quando se smorza.

17

Ma tra’ Getuli avea perso Grifaldo, Che, via passando, non me venne a mente. Lontano è al mare il suo paese caldo, Populo ignudo, tristo e da nïente. Bardulasto era morto, quel ribaldo, Ma novo re fu posto alla sua gente, La qual condotta venne da Alghezera; Questa tra l’altre è ben gagliarda e fiera.

18

Vero è che non han ferro in sua provenza, Ma tutti portano ossa de dragoni Tagliente e acute, e non vedresti un senza; Per elmi in capo han teste de leoni, Sì che a mirarli è strana appariscenza. In Francia periran questi poltroni; Tutti han scoperte le gambe e le braccia; Un sol non vi è, che assembri uno omo in faccia.

19

Bucifaro il suo re fu nominato, Qual di prodezza è tra’ baroni il terzo. Il re di Normandia gli viene a lato, Forte et ardito, e nome ha Baliverzo; Ma il popol che ha condotto, è sciagurato, Qual sordo, quale è zoppo e quale è guerzo: Gente non fu giamai cotanto istrana; Poi vien Brunello, il re de Tingitana.

20

Più sozza fronte mai non fie’ natura, E ben li ha posti del mondo in confino, Chè a l’altra gente potria far paura, Che se scontrasse avante al matutino. Nè già il suo re gli avanza di figura, Negretto come loro e piccolino; Più volte vi narrai come era fatto, Però lo lascio e più de lui non tratto.

21

E torno ver ponente alla marina, Ove è il paese più domesticato, Benchè la gente è negra e piccolina, Nè trovaresti tra mille uno armato. Di là vien Farurante d[i] Mazurina; Feroce è lui, ma male accompagnato. Ora nel nostro mar mi volto adesso: Il re di Tremison gli viene apresso

22

(Alzirdo ha nome, e la sua schiera è armata Di lancie e scudi, e de archi e de saette), E Marbalusto, la anima dannata, Che sieco ha tante gente maledette; E per menarle meglio alla spiegata, La Francia tutta in preda gli promette, Onde quei pacci volentier vi vano; Costui de cui ragiono, è re d’Orano.

23

Un altro, che al suo regno gli confina, Venne con gente armata con vantaggio: Ciò fu Gualciotto di Bellamarina, Forte ne l’armi e di consiglio saggio. Poi Pinadoro, il re di Costantina; Questo dal mare è longi in quel vïaggio: Quando già fece con gli Arabi guerra, Fie’ Costantino al monte quella terra.

24

Non par, segnor, che io ne abbia detto assai Che lasso son cercando ogni confino? E parmi ben ch’io non finirò mai; Pur mo se me apresenta il re Sobrino, Che è re di Garbo, come io vi contai. Non è di lui più savio saracino; Tardocco, re di Alzerbe, venne apresso: Tre vi ne sono ancora, io ve ’l confesso.

25

Quel Rodamonte che è passato in Francia, È re di Sarza, et è tanto gagliardo, Che non è pare al mondo di possancia. Ora vi venne ancora il re Branzardo Con belle gente armate a scudo e lancia; Re di Bugia se appella quel vecchiardo. Lo ultimo venne, perch’è più lontano, Mulabuferso, che è re di Fizano.

26

Era già prima in corte Dardinello, Nato di sangue e di casa reale, Che fu figlio de Almonte il damigiello, Destro ne l’arme, come avesse l’ale, Molto cortese, costumato e bello, Nè se potrebbe apponervi alcun male. Il re Agramante, che gli porta amore, Re de Azumara l’ha fatto e segnore.

27

Io credo ben che serà notte bruna Prima che tutti possa nominare, Perchè giamai non fu sotto la luna Tal gente insieme, per terra o per mare. Re Cardorano a gli altri anco se aduna: Chi gli potrebbe tutti ramentare? E vien con sieco il nero Balifronte: Quasi il lor regno è fuor de l’orizonte.

28

Il primo ha in Cosca la sua regïone, Mulga se appella poi l’altro paese. Africa tutta e le sue nazïone Intorno de Biserta son distese, Varii di lingue e strani di fazone, Diversi de le veste e de lo arnese; Nè se numerarebbe a minor pena Le stelle in celo o nel litto l’arena.

29

Fece Agramante e’ re tutti alloggiare Dentro a Biserta, che è di zoie piena; Là con baldanza stanno ad armeggiare Con balli e canti e con festa serena; Altro che trombe non se ode suonare, L’un più che l’altro gran tempesta mena; Chi a destrier corre, e chi l’arme si prova, Cresce nel campo ognior più gente nova.

30

Da Tripoli e Bernica e Tolometta, Vien copia de pedoni e cavallieri; Questa è ben tutta quanta gente eletta, Con arme luminose e bon destrieri. Quivi il re di Canara anco se aspetta, Ma già non son cotali e’ suoi guerrieri, Chè alle lor lancie non bisogna lima; Corne di capre gli han per ferri in cima.

31

Era il suo re nomato Bardarico, Terribil di persona e bene armato; Or quando fu giamai nel tempo antico Per tale impresa un popolo adunato, Tanto diverso quanto è quel che io dico, La terra e il mar coperto in ogni lato? Oh quanto era superbo il re Agramante, Che a suo comando avea gente cotante!

32

Benchè gli Arabi e il suo re Gordanetto Ad obedirlo ancor non sian ben pratichi; Questi non hanno nè casa, nè tetto, Ma ne le selve stan, come selvatichi; Ragione e legge fanno a suo diletto, Nè son tra loro astrologi o gramatichi. Non è de questi alcun paese certo, Robbano ogniuno e fuggono al diserto.

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E chi volesse dietro a lor seguire, Serìa perdere il tempo con affanno; Essi de frutti se sanno nutrire E vivere al scoperto senza panno; Però fan gli altri di fame morire, Nè se acquista a seguirli se non danno; Onde Agramante per questa paura De subiugarli mai non prese cura.

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E standosi in Biserta a sollacciare, Come io vi dissi, con molto conforto, Un messo li aportò come nel mare Son più nave apparite sopra al porto, Le qual già Rodamonte ebbe a menare, Ma de lui non se scia se è vivo, o morto; E che sieco avean loro un gran pregione, Che è cristiano et ha nome Dudone.

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Il re turbato incominciò gran pianto, Stimando che sia morto Rodamonte; Ma io il vo’ piangendo abandonare alquanto, Per tornare a que’ duo che a fronte a fronte De ardire e de fortezza se dan vanto. Forse stimati che io parli del conte, Qual con Ranaldo a guerra era venuto; Ma io dico Rodamonte e Ferraguto,

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Che non ha tutto il mondo duo pagani Di cotal forza e tanta vigoria. Crudel battaglia quei baron soprani Menata han sempre e menan tuttavia. De arme spezzate avean coperti i piani, Nè alcun de lor sa già chi l’altro sia; Ma ciascun giuraria senza riguardo Non aver mai trovato un più gagliardo.

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De l’altro è Feraguto assai minore, Ma non gli lasciaria del campo un dito, Chè a lui non cede ponto di valore, Perchè ogni piccoletto è sempre ardito; Et evi la ragion: però che il core Più presso a l’altre membra è meglio unito; Ma ben vorebbe aver la pelle grossa Il cane ardito, quando non ha possa.

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Durando anco tra lor lo assalto fiero, Per l’aspri colpi orribile a guardare, Passava per quel campo un messaggiero, Qual, fermo un poco, gli prese a parlare: Se alcun di voi de corte è cavalliero, Male novelle vi sazo contare, Chè ’l re Marsilio, il perfido pagano, Posto ha lo assedio intorno a Montealbano.

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E dissipato in campo ha il duca Amone, E con soi figli l’ha dentro cacciato, Seco Anzoliero e il suo parente Ivone: Alardo è preso, e non scio se è campato; E quel paese è in gran destruzïone, Chè tutto intorno l’hanno arso e robbato. Questo vidi io, che son de là venuto Per dimandare a Carlo Mano aiuto.

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Non fece alcuna indugia quel corriero, Che dopo le parole è caminato. Assai turbosse Feraguto il fiero, Poi che a quel fatto non se era trovato; E stato essendo alquanto in tal pensiero, Da Rodamonte al fin fu domandato Se di tal guerra avea ponto che fare, Chè non vi avendo, è da lasciarla andare.

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E Feraguto a ponto gli contava Come era il re Marsilio suo cïano, E poi cortesemente lo pregava Che sieco voglia pace a mano a mano; Nè mai più de impicciarsi gli giurava Per la figliola del re Stordilano. Non lasciò già per tema cotal prova, Ma sol per gire a quella guerra nova.

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Re Rodamonte, che l’avea provato Di tal franchezza e di tanto ardimento, Assai nel suo parlar l’ebbe onorato, Facendo il suo volere a compimento; E poi se furno l’un l’altro abracciato, E fratellanza ferno in giuramento, Con sì grande amistate e tanto amore Che tra duo altri mai non fu maggiore.

43

E, destinati non se abandonare L’un l’altro mai, sin che in vita serano, Insieme cominciarno a caminare, Per ritrovarse entrambi a Montealbano; E, via passando senza altro pensare, Scontrarno Malagise e Vivïano: Venian que’ duo fratei de’ qual vi parlo, Per impetrar soccorso dal re Carlo

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Per Montealbano, il quale è assedïato, Come di sopra potesti sentire. Or Malagise se trasse da lato, Come e’ due cavallier vidde venire, Dicendo a Vivïan: Per Dio beato! Chi sian costoro io vo’ saperti dire; Et intrato lì presso in un boschetto, Fece il suo cerchio et aperse il libretto.

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Come il libro fu aperto, più nè meno, Ben fu servito di quel che avea voglia, Chè fu a demonii il bosco tutto pieno: Più de ducento ne è per ogni foglia. E Malagise, che gli tiene a freno, Comanda a ciascadun che via se toglia, Largo aspettando insin che altro comanda; Poi di costoro a Scarapin dimanda.

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Era un demonio questo Scarapino, Che dello inferno è proprio la tristizia: Minuto il giottarello e piccolino, Ma bene è grosso e grande di malizia; Alla taverna, dove è miglior vino, O del gioco e bagascie la divizia, Nel fumo dello arosto fa dimora, E qua tentando ciascadun lavora.

47

Costui, da Malagise adimandato, Gli disse il nome e lo esser de’ baroni; Là dove il negromante ebbe pensato Pigliarli entrambi et averli pregioni. Tutti e demonii richiamò nel prato In forma de guerreri e de ronzoni, Mostrando in vista più de mille schiere, Con cimeri alti e lancie e con bandiere.

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Lui da una parte, da l’altra Viviano Uscirno di quel bosco a gran furore. Diceva Feraguto: — Odi, germano, Ch’io non sentitte mai tanto rumore! Questo è veramente Carlo Mano. Or bisogna mostrar nostro valore; Abench’io voglia te sempre obedire, Per tutto il mondo non voria fuggire.

49

— Come fuggir? rispose Rodamonte — Hai tu di me cotale opinïone? Senza te solo io vo’ bastare a fronte A tutti e cristïani e al re Carlone, E alle gente di Spagna sieco aggionte. Se sopra il campo vi fosse Macone E tutto il paradiso con lo inferno, Non me farian fuggire in sempiterno.

50

Mentre che e duo baron stavano in questa, Ragionando tra lor con cotal detti, E Malagise uscì de la foresta, Già non stimando mai che alcun lo aspetti, Però che sieco avea cotal tempesta De urli e de cridi da quei maledetti, Che sotto gli tremava il campo duro: De lor fiatare è fatto il celo oscuro.

51

Venìa davanti agli altri Draginazza, Che avea le corne a l’elmo per insegna; Questo di rado a vil gente se abbrazza: Tra gli superbi alle gran corte regna. La lancia ha col pennone e spada e mazza, Ma di portare il scudo se disdegna. Questo si serra adosso a Rodamonte, E con la lancia il gionse ne la fronte.

52

Avea la lancia il fer tutto di foco, Che entrò alla vista et arse ambe le ciglia: E questo mosse Rodamonte un poco, Perchè ebbe di tal fatto meraviglia; Ma urtò il ronzon cridando: Aspetta un poco, Giotton, giotton, chè tua faccia somiglia Proprio al demonio mirandoti apresso, E certamente io credo che sei desso.

53

Al fin de le parole il brando mena, Come colui che avea forza soprana, E fu il gran colpo de cotanta lena, Che dentro lo passò più d’una spana, E dette a Draginazza una gran pena, Benchè il passasse come cosa vana; Ma gli altri maledetti gli eno adosso Con tanta furia, che contar nol posso.

54

E lui per questo non è meno ardito, Non ve pensati che ’l dimandi aiuto; Or questo or quel demonio avea colpito: Già se pente ciascun d’esser venuto, E Draginazza via ne era fuggito: Ma molti sono adosso a Feraguto, E sopra a tutti un gran dïavolone, E questo è Malagriffa dal rampone.

55

Con quel rampone agriffa gli usurari, Conducendoli a ponto ove li piace, Perchè ha possanza sopra de li avari, E giù gli coce in quel fuoco tenace, E piglia preti e frati a i scapulari, Perchè ciascun di loro è suo seguace. Ora al presente a Feraguto è intorno; Ben se diffende il cavalliero adorno.

56

E quel ferì de un colpo sì diverso, Che io vi scio dir che l’altro non aspetta, E a tutti gli altri mena anco a traverso; Ma tanta era la folta maledetta, Che sol cridando quasi l’han somerso. Ora ecco un altro, che ha nome Falsetta, Ingannatore e de ogni vizio pieno: A fraude e trufferia mai non vien meno.

57

Costui con Feraguto fie’ battaglia, Non gli stando però molto dapresso, Ma errando intorno gli dava travaglia, Fuggendo e ritornando a gioco spesso. Mal fa chi sì gran pezzo al panno taglia, Che non scia de cusirlo per expresso; Credea Falsetta ad arte e con inganni Tenire il cavallier sempre in affanni.

58

Ma Rodamonte, che venìa da lato, A caso riscontrò quel maledetto; Intra le corne il brando ebbe callato, E divise la testa e tutto il petto. Via va cridando quel spirto dannato, Ma dove andasse, io non so per effetto, E Rodamonte dà tra quei malvasi, Benchè ormai pochi al campo sian rimasi.

59

Fuggiano urlando e stridendo con pianti, Chè eran spezzati e non potean morire; E dove prima al bosco eran cotanti, Ora son pochi, e ciascun vol fuggire. A benchè Malagise con incanti Facesse alquanto il campo mantenire, Pur non gli puote ritenere al fine, Che irno in profondo alle anime tapine.

60

Esso, veggendo il fatto andar sì male, A fuggir cominciò con Vivïano; Ma tal fuggire ad essi poco vale: Feraguto gli segue per il piano Sopra a un destrier che par che metta l’ale, E in somma ambi li prese a mano a mano, Benchè pur ferno alquanto de diffesa; Ma Rodamonte gionse alla contesa.

61

Et ambi gli legarno in su un ronzone, E verso Montealbano andarno via, Per presentarli al re Marsilïone. Segnori e grazïosa compagnia, Io voglio mo finire il mio sermone, Seguendo poi con bella diceria La istoria cominciata e la gran guerra: Dio vi contenti in celo e prima in terra.