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ORLANDO
INNAMORATO

Libro II · Canto XXIII

Orlando e Rinaldo in gara

Carlo Magno promette in segreto a Orlando e a Rinaldo che l'altro non avrà Angelica: e contro l'esercito di Marsilio i due fanno a gara.

In breve

Rodamonte e Feraguto portano i prigionieri al campo di re Marsilio, che assedia Montalbano con tutti i re di Spagna e le loro dame. Tra loro c'è la bellissima Doralice, per la quale Rodamonte compie ogni giorno grandi prove. All'improvviso arriva Carlo Magno con il suo esercito. Prima della battaglia Carlo promette di nascosto a Rinaldo che non darà Angelica a Orlando, e a Orlando che Rinaldo non l'avrà mai, purché ciascuno combatta meglio dell'altro.

La battaglia è feroce: i saraceni Grandonio, Serpentino e Balugante abbattono molti cristiani, mentre Oliviero e il Danese rispondono colpo su colpo. Quando dal monte scende una terza schiera, enorme, Carlo lancia i due rivali, che fanno a gara a chi abbatte più nemici. Balugante, ferito, corre a chiedere aiuto a Marsilio, che manda in campo tutto il resto dell'esercito, con Rodamonte e Feraguto in testa, mentre le dame li incitano piangendo.

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Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.

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Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

Rodamonte e Feraguto portarono i due prigionieri al campo del re Marsilio, che teneva circondato il castello di Montalbano. Marsilio era così felice di rivedere suo nipote che lo tenne abbracciato per più di mezz'ora! Intorno c'erano tutti i re di Spagna. Uno di loro, il gigante Maricoldo, andava a piedi con un bastone, perché nessun cavallo riusciva a portarlo.

I re saraceni avevano portato anche le loro dame. La più bella era Doralice, che splendeva come una rosa tra le spine. Rodamonte era innamorato di lei. Ogni giorno, per lei, gareggiava nelle giostre, le sfide a cavallo con la lancia, e nessuno riusciva a batterlo.

Ma un giorno squillarono le trombe: arrivava Carlo Magno con il suo esercito! Prima della battaglia, l'imperatore chiamò in disparte Rinaldo. «Se oggi combatterai meglio di Orlando, non gli darò mai Angelica» gli promise. Poi chiamò Orlando e gli disse in segreto: «Rinaldo non l'avrà mai, se tu non ti tiri indietro.» Furbo, Carlo! Così ognuno dei due decise di battersi meglio dell'altro.

La battaglia cominciò. I saraceni Grandonio, Serpentino e Balugante facevano cadere un cristiano dopo l'altro. Oliviero e il Danese rispondevano colpo su colpo. Perfino Gano, il traditore, riuscì a buttare giù Grandonio con un colpo di lancia. Ma appena Grandonio si rialzò, Gano girò il cavallo e scappò a gambe levate!

Poi dal monte scese una nuova schiera di nemici, così fitta che sembrava che il monte crollasse. Carlo chiamò Orlando e Rinaldo. «Figli miei, oggi è il vostro giorno!» I due partirono come due fulmini.

Rinaldo, che aveva il cavallo più veloce, arrivò per primo. Il superbo re Larbino lo guardò con disprezzo. «E chi è quel fifone?» disse. «Magari ci fossero qui Orlando e Rinaldo legati insieme: li butterei giù con un colpo solo!» Un attimo dopo era lui a terra, e a farlo cadere era stato proprio Rinaldo.

Orlando, con la sua spada Durindana, si apriva la strada tra i nemici come un fiume che entra nel mare. Due re finirono a terra in un mucchio, insieme ai loro cavalli. Un terzo re, con uno struzzo sull'elmo, scappò senza aspettarlo. E davanti a Rinaldo i saraceni fuggivano come lepri davanti a un incendio.

Intanto Balugante, ferito dal Danese, corse dal re Marsilio. «Aiuto!» gridò. «Carlo sta sconfiggendo tutta la tua gente!» Marsilio, disperato, mandò in battaglia il resto dell'esercito, con Feraguto e Rodamonte in testa. Le dame li guardavano partire piangendo. «Per amor nostro, mostrate oggi il vostro valore!» gridavano. A quelle parole Rodamonte non riusciva più a stare fermo.

Ora scendevano in campo i due saraceni più forti del mondo. Che cosa succederà quando incontreranno Orlando e Rinaldo? Il poeta, stanco, ci dà appuntamento al prossimo canto.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

Il diavolo è brutto come lo dipingono? ott. 1–2

Quella battaglia infernale, dice il poeta, gli è piaciuta tanto che avrebbe voluto vederla con i suoi occhi, solo per scoprire se il diavolo è davvero brutto come lo dipingono: perché non è sempre uguale dappertutto, qua ha le corna più grandi, là un po' più di coda. Comunque sia, lui non ne ha paura: il diavolo fa male solo ai malvagi e ai disperati, e poi lui sa fare benissimo il segno della croce. Lasciamolo dunque nel fuoco eterno che lo tormenta, e torniamo alla storia.

Al campo di Marsilio ott. 3–10

Feraguto e Rodamonte, con i prigionieri Malagise e Viviano, camminano senza fermarsi finché non trovano l'esercito pagano: re, duchi, cavalieri, marchesi e conti hanno coperto di tende pianure e colline. Feraguto si inginocchia davanti a re Marsilio e racconta in breve come ha catturato Malagise, lodando molto Rodamonte. Il re, che gli vuole più bene che a un figlio, lo tiene abbracciato per più di mezz'ora, baciandolo più volte, e per amor suo fa grandi onori a Rodamonte.

Nel campo ci sono i due fratelli del re, Balugante di Castiglia e Falcirone di León, con molti baroni; Maradasso, re dell'Andalusia; Sinagone, re di Calatrava; e Grandonio di Volterna, il furioso re del Marocco, che più tardi farà strage di cristiani. C'è Maricoldo, re dei Galiziani, che va a piedi con un bastone, perché nessun cavallo riesce a portarlo. Dalla Biscaglia invece non viene nessuno, perché la governa re Alfonso, buon cristiano e valorosissimo.

Qui il poeta si lascia andare a un elogio della stirpe di Alfonso, che ha illuminato non solo la Spagna ma il mondo intero: non esiste sangue più reale, come dimostrano la Sardegna, le due Sicilie e una parte della Barberia, ed è vero che la sua famiglia discende dai Goti. «La verità, e anche l'affetto, mi hanno portato un po' fuori strada» ammette.

E riprende l'elenco: Larbino di Portogallo, Stordilano, signore di tutta Granada, Baricondo di Maiorca, e poi i cavalieri della corte di Marsilio: il fiero Serpentino della Stella, Isoliero, signore di Pamplona, e Folicone, figlio illegittimo del re e conte di Almeria, tra i migliori di Spagna. «Ma perché perdo tanto tempo con i nomi?» si chiede il poeta. «Presto li sentirete in battaglia. Re Carlo sta per arrivare, anche se nessun pagano se lo aspetta: se ne stanno tutti in festa e allegria.»

Le dame e Doralice ott. 11–14

I re pagani hanno un'usanza, dice il poeta, che dura ancora oggi: quando vanno in guerra, vicino o lontano, non lasciano mai a casa le loro dame. Lui non sa se sia una buona idea, perché la paglia e la brace non stanno bene insieme; ma è anche vero che l'amore fa crescere il coraggio. Così al campo ci sono le regine di quasi tutta la Spagna, e le più belle; ma il fiore di tutte è Doralice: come la rosa splende tra le spine, così lei sembra una dea del paradiso.

Rodamonte, che la ama tanto, ogni giorno compie grandi prove per lei: combatte e giostra, sempre con vesti e ornamenti nuovi, accompagnato da Feraguto, e nessun barone riesce a tenergli testa. Re Marsilio, per onorarlo, organizza feste e banchetti, e Rodamonte è sempre più ammirato da quelle dame dal viso fiorito. Ma un giorno si sentono trombe e grida: il campo, giù nella pianura, è stato attaccato.

Una promessa per due ott. 15–17

È re Carlo, che arriva con il fiore dei cristiani d'Ungheria, di Francia e di Germania, e con i baroni della sua corte. Quando vede l'esercito di Spagna pronto a scendere in pianura, chiama Rinaldo e gli promette che non darà mai la dama a Orlando, purché quel giorno combatta in modo che Orlando non la meriti più di lui. Poi chiama in disparte Orlando, il figlio di Milone, e gli fa sapere in segreto che Rinaldo non avrà mai la dama, purché combatta senza cedere.

Così ciascuno dei due decide di non sembrare mai peggiore dell'altro. «Povera gente saracina» esclama il poeta, «che tempesta ti sta per piombare addosso! Quei due faranno la strage più grande del mondo. State zitti, signori, e ascoltate: vi racconto una battaglia aspra e grande.»

Il primo scontro ott. 18–26

Carlo ha ordinato con cura le sue schiere; i nomi e le bandiere, dice il poeta, li sentirete man mano che entreranno in campo. La prima è quella di Salamone, il buon re di Bretagna, con Riccardo e i suoi Normanni, che hanno una bandiera a scacchi bianchi e neri, e con Guido di Monforte e Iachetto di Riviera: circa seimila uomini, che corrono sollevando un gran polverone per assalire il campo saraceno.

Marsilio manda contro di loro Balugante, perché li trattenga quel tanto che basta a far uscire il resto dell'esercito; con lui ci sono Serpentino, l'Amirante e re Grandonio, anima di fuoco, con più di trentamila pagani. Suonano le trombe e le due schiere si scontrano a briglia sciolta: i pezzi delle lance volano fino al cielo e scudi e armature risuonano. All'inizio è un bello spettacolo, con le armi lucenti, i cimieri, i cavalli freschi e le bardature intatte; ma quando i cavalieri cristiani entrano furiosi nella mischia, la bella vista diventa orribile: cavalli e cavalieri a terra, armi spezzate, elmi senza pennacchi, gualdrappe a brandelli, tutti sporchi di sangue e di polvere. Un fracasso che spaventerebbe perfino un diavolo.

Riccardo, che porta come cimiero un nido, entra per primo in battaglia, seguito da Salamone, Iachetto e Guido: colpiscono i pagani con tanta furia che le grida arrivano al cielo. Ma contro di loro si muovono Balugante, Grandonio, Serpentino e l'Amirante, e per il loro valore e il loro numero i cristiani cominciano a indietreggiare. Carlo, che segue la battaglia da vicino, manda in soccorso il marchese Oliviero, Namo, il conte Gano, il Danese, Avino, Ottone, Berlengiero, Avorio e Turpino. L'assalto raddoppia e non si sentono altro che trombe e lance spezzate.

Arrivano altre schiere ott. 27–36

Carlo chiama in disparte Bradamante, il fiore del coraggio, e il valoroso Gualtiero, e dice alla fanciulla: «Vedi quel monte davanti a noi? Nasconditi là nel bosco con Gualtiero e con i cavalieri che ti do, e non muoverti finché non te lo ordino io.» Lei va. Intanto nella pianura la battaglia è così stretta e crudele che nessuno saprebbe raccontarla. Il prode Oliviero fa a pezzi i nemici, ma i pagani resistono, ed ecco che dal monte scende un'altra schiera: re Stordilano, Malgarino, Baricondo, Sinagone e Maradasso, guidati da Falcirone, che ha sullo stendardo un pino in fiamme. Sono fitti come la pioggia: il gioco ricomincia.

Allora Grandonio, che fino a quel momento non aveva potuto combattere perché doveva proteggere i suoi, prende una lancia, carica Salamone e lo butta a terra a gambe all'aria. Serpentino abbatte Guido, il conte di Monforte (non il Borgognone paladino, che è rimasto con Carlo). Balugante colpisce al fianco Iachetto di Riviera, lo trapassa e lo lascia morto sul prato.

Il Danese, vedendo morire quel giovane, sprona furioso contro Balugante e lo colpisce sul cimiero, che è una testa d'elefante, rompendogli l'elmo: se il colpo fosse arrivato dritto lo avrebbe spaccato fino al mento, ma la spada scivola di traverso e lo ferisce alla guancia e alla spalla, così gravemente che quasi ci lascia la vita. Balugante volta il cavallo e scappa a spron battuto fino da re Marsilio, come sentirete fra poco.

Oliviero intanto abbatte Sinagone, spaccandogli elmo e testa, e si gira a inseguire Malgarino, che però non lo aspetta: la fine di Sinagone gli ha insegnato che cosa fare, e saggiamente scappa. Ecco poi Grandonio, che sembra un serpente: butta giù il giovane Avino, poi Berlengiero, Avorio e suo fratello Ottone. Da un'altra parte Serpentino disarciona il paladino Riccardo e poi Turpino, che ha un bel raccomandarsi a Dio. Tutto è sottosopra: qui uno scappa, là un altro insegue.

Oliviero contro Grandonio ott. 37–47

Oliviero vede Grandonio di Volterna abbattere tanta gente da sembrare l'unico guerriero in campo, coperto di sangue dalla testa ai piedi. «Maestà eterna» prega, «io difendo la tua santa fede: dammi la forza contro questo saraceno!» Ha appena preso un'altra lancia e sprona il cavallo, ma prima di lui arriva il conte Gano di Maganza, che colpisce il saraceno di fianco, dove forse non si guardava, e lo butta giù di sella.

Grandonio rode il freno dalla rabbia: si rialza, imbraccia lo scudo e mena la spada quando ancora non è ben dritto; ma Gano, che sta all'erta, gira il cavallo e se la dà a gambe. Allora Grandonio afferra il suo cavallo, rinfodera la spada, salta in sella e si getta nella mischia: mai si è visto un saraceno così feroce, che butta a terra uno e schiaccia l'altro.

Oliviero intanto ha ferito Falcirone in faccia, spezzandogli elmo e scudo, quando arriva Grandonio ad aiutarlo; e ce n'era bisogno, perché Falcirone non avrebbe resistito a lungo. Oliviero lo lascia mezzo morto e si volta contro Grandonio. Il pagano è più forte, ma Oliviero è più esperto, più accorto, più agile. Grandonio gli cala un colpo che gli spacca lo scudo, gli sfiora la coscia, taglia l'arcione e ferisce il cavallo alla spalla sinistra. Oliviero non si perde d'animo: a due mani, con la sua spada Altachiera, gli spezza lo scudo e la corazza e gli apre il fianco per più di una spanna. Sono tutti e due malridotti, ma nessuno cede, e ogni colpo aggiunge legna al fuoco.

Da un'altra parte il buon Danese insegue per tutto il campo Malgarino, che non si salverebbe se non arrivasse Serpentino della Stella, il giovane elegante dalle armi fatate. Serpentino colpisce il Danese sull'elmo e lo ferisce alla testa; il Danese, furioso, si volta contro di lui, e comincia una battaglia feroce, anche se la sua spada Curtana non riesce a tagliare quelle armi incantate. Ma ecco nuove grida: dal monte scende un'altra schiera, molto più grande delle prime due.

Orlando e Rinaldo in campo ott. 48–58

In testa c'è Folicone, il figlio illegittimo di Marsilio, signore di Almeria, un guerriero valoroso; poi il giovane Larbino di Portogallo su un cavallo grigio pomellato, Maricoldo il gigante galiziano, l'Argalifa e re Morgante, Alanardo conte di Barcellona, Dorifebo re di Valenza, Marigano conte di Girona e il prode Calabruno, re d'Aragona. Vengono giù così fitti che sembra che il monte crolli nella pianura.

Vedendo tanta gente, Carlo teme una brutta sconfitta. Manda un messaggero a Bradamante, perché aggiri il monte nascosta nella valle e colpisca i saraceni alle spalle. Poi chiama Rinaldo e Orlando e dice loro con affetto: «Figli miei, questo è il vostro giorno, quello che ho sempre aspettato per capire chi di voi due è il migliore. Vi ho fatti cavalieri tutti e due con le mie mani, e non so da chi aspettarmi di più. Su, miei paladini, alla battaglia! Ecco i nemici: apritemi un varco in quella canaglia, che si parli di voi per sempre. Quando guardo le vostre facce furibonde, tutti loro non valgono per me un filo di paglia: vi leggo in viso che il nemico è già sconfitto e morto.»

I due non aspettano altro. Partono come due fulmini da un cielo in tempesta, come due venti contrari sull'oceano. Povero il pagano che incontrerà Rinaldo! E chi incontrerà Orlando non se la passerà meglio.

Rinaldo è un po' più avanti del conte, perché ha un cavallo più veloce, e a metà corsa abbassa la lancia. Il re Larbino, pieno di arroganza, lo vede arrivare: «Chi è quello lì, con un cavallo così bello? Guarda come corre, sembra che abbia le ali! E sopra ci ha un gran poltrone. Mi dispiace proprio colpire quel poveretto, ma non posso farne a meno. Magari ci fossero qui Orlando e Rinaldo legati insieme: li passerei tutti e due con un colpo solo!»

Così dicendo abbassa una lancia enorme. Si scontrano a tutta velocità: la lancia di Larbino va in pezzi, quella di Rinaldo lo trapassa e gli esce dietro le spalle per un buon braccio. Rinaldo lo butta a terra, lascia l'asta e si getta tra gli altri con Fusberta in pugno.

Calabruno, re d'Aragona, forte quanto qualunque altro pagano in campo, vede arrivare il «senatore romano», cioè Orlando, con la lancia in resta, e gli va incontro a gran furia: in tutto il campo nessuno era superbo quanto lui e Larbino. Ma avrebbe fatto meglio a risparmiarsi quella prova: il conte lo passa da parte a parte e lo manda morto giù di sella.

La strage ott. 59–69

Orlando, che nello scontro ha rotto la lancia, sfodera Durindana. Come un fiume che entra nel mare e lo apre, così il fiore di Francia si fa strada in mezzo ai pagani, colpendo da ogni parte: i pezzi delle armature volano fino al cielo. A un tratto vede un enorme guerriero a piedi: è Maricoldo di Galizia, che fa una tale strage dei nostri che è uno strazio guardarlo. Il conte lo guarda di traverso, perché di giganti così ne ha già uccisi tanti, e pensa: «Sei così lungo che ti voglio accorciare di un piede e mezzo.» Detto fatto: lo colpisce proprio dove aveva mirato, e lo accorcia esattamente di un piede e mezzo. Poi si getta tra gli altri e, come un incendio appiccato a giugno in un campo di grano, distrugge tutto con la spada.

Abbatte re Stordilano, colpendolo in fronte, e Baricondo, colpendolo al fianco, e li getta a terra in un mucchio con i loro cavalli: i saraceni vanno in rovina. Poi incontra Maradasso di Argina, re dell'Andalusia, che ha come insegna e cimiero uno struzzo; Orlando lo insegue per tutto il campo, ma quello non lo aspetta per niente e si caccia tra la folla. Chi potrebbe contare i colpi del conte? È coperto di sangue dalla testa ai piedi.

Nemmeno Rinaldo fa meno danni con Fusberta in mano: è entrato tra i saraceni e li stende nella pianura, senza smettere un attimo. Vede il forte Marigano, conte di Girona, gli si scaglia addosso e lo colpisce in testa, spaccandogli cimiero ed elmo fino al petto: l'anima fugge all'inferno, il corpo resta a terra. Poi si mette a inseguire Alanardo di Barcellona e lo stende stordito: di qualunque paese siano, Rinaldo li tratta tutti allo stesso modo. Poi abbatte Dorifebo di Valenza, rompendogli elmo e scudo con un colpo solo.

Come quando si appicca il fuoco in un bosco di ginepri per stanare caprioli e lepri, e la fiamma divampa tutto intorno, così quella canaglia scappa davanti a Rinaldo, che la spaventa e la caccia dappertutto. Abbatte l'Argalifa, Folicone e re Morgante, ferendo il primo al fianco, il secondo al petto e il terzo in faccia. Mai si vide una tempesta simile. «Vi dico, signori, che il buon Rinaldo era tutto sangue dalla testa ai piedi: non perché fosse ferito, ma per tutta la gente che aveva ucciso.» Il poeta lo lascia lì e torna da Balugante.

Marsilio manda tutti in battaglia ott. 70–78

Balugante arriva davanti a Marsilio in uno stato pietoso: la testa rotta, una guancia aperta, una spalla spaccata, senza scudo, che ondeggia in sella come se stesse per morire. Parla a fatica, ma grida più che può: «Aiuto! Aiuto! Re Carlo ha distrutto tutta la tua gente nella pianura!»

Marsilio si batte le mani sulla fronte, bestemmia il suo Macone e fa gestacci al cielo con i pugni. Poi ordina a tutti di montare a cavallo. Il primo è Feraguto, poi Rodamonte, re Malzarise e Folvirante, che non è spagnolo ma viene dal Levante, anche se ora è re di Navarra, che Marsilio gli ha regalato: ma quel giorno gli costerà caro. La grande schiera scende a precipizio, così numerosa che sembra di mille migliaia: non che lo fosse davvero, ma chi si vede venire incontro i nemici li conta sempre più del giusto. Scendono tutti mescolati e senza ordine, come vuole Marsilio disperato: davanti ci sono i re Bavarte e Languirano, poi Doriconte, Baliverno e il vecchio Urgino, schiavo dell'inferno.

Sembra che la terra, il mare e il cielo crollino, e ognuno freme per essere il primo. Ma le povere dame li guardano partire, chi piangendo e chi gemendo; le donzelle e le regine battono le mani in lacrime e gridano ai cavalieri: «Per amor nostro, mostrate oggi se avete valore! Macone ha messo la nostra libertà nelle vostre mani: comportatevi in modo che non cadiamo in potere di quei cani, disonorate per sempre. Così conquisterete noi, la nostra anima e il nostro cuore, e insieme il vostro onore.»

Non c'è re né cavaliere che non si commuova a quelle parole, e più di tutti il fiero Rodamonte non riesce a stare fermo. Ma ormai deve partire, perché Marsilio manda a dire a lui e a Feraguto di raggiungerlo subito. Così scendono in campo i due saraceni più forti del mondo. «Oh, quanti cristiani renderanno infelici! Aiutaci, santa Madre pietosa!» esclama il poeta. «Orlando e Rinaldo, che ora sembrano di fuoco, avranno il loro bel carico, e anche qualcosa in più.» Sembra che il mondo bruci e che la terra si spalanchi... ma questo canto, dice il poeta, è stato così lungo che continuare vi annoierebbe. «Io riprenderò le forze e voi il piacere di ascoltare: vi aspetto al prossimo canto.»

Parole difficili

  • dipento ott. 1: dipinto, raffigurato.
  • trabacche ott. 3: tende, padiglioni da campo.
  • Andologia ott. 5: l'Andalusia, regione della Spagna del sud.
  • Galegi ott. 6: i Galiziani, abitanti della Galizia, nel nord-ovest della Spagna.
  • le due Cecilie ott. 7: le due Sicilie, cioè il regno di Sicilia e quello di Napoli.
  • Barbaria ott. 7: la Barberia, la costa dell'Africa del Nord.
  • Pampaluna ott. 9: Pamplona, città della Navarra.
  • la paglia con la brasa ott. 11: la paglia accanto alla brace prende fuoco; il poeta lo dice degli uomini e delle donne vicini.
  • pulvino ott. 19: polverone.
  • Amirante ott. 20: emiro, capo saraceno.
  • bacinetto ott. 32: elmo leggero a forma di catino.
  • Altachiera ott. 44: la spada di Oliviero.
  • Curtana ott. 47: la spada del Danese.
  • leardo ott. 48: grigio pomellato, detto del mantello di un cavallo.
  • senator romano ott. 57: Orlando, che nelle storie dei paladini porta anche il titolo di senatore di Roma.
  • zugno ott. 61: giugno, quando il grano è secco e brucia facilmente.
  • struccio ott. 62: struzzo.
  • ficche ott. 71: le fiche, un gesto di disprezzo fatto con le mani.

Il testo di Boiardo

78 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Quella battaglia orribile e infernale Che io ve ho contata, e piena di spavento, Me piacque sì che, s’io non dico male, Mirarla in fatto avria molto talento, Sol per veder se il demonio è cotale E tanto sozzo come egli è dipento, Chè non è sempre a un modo in ogni loco: Qua maggior corne, e là più coda un poco.

2

Sia come vôlse, io ne ho poca paura, Chè solo a’ tristi e a’ desperati noce, E men fatica ancor più me assicura, Chè io so ben fare il segno de la croce. Or via lasciamolo in la mala ventura Nel fuoco eterno che il tormenta e coce, Et io ritorno a dilettarvi alquanto Ove io lasciai l’istoria a l’altro canto.

3

Andando Feraguto a Montealbano E Rodamonte, come io ve contai, Che preso ha Malagise e Vivïano, Via caminando non restarno mai, Sin che trovâr lo exercito pagano, Che avea gran nobiltate e gente assai; Re, duci, cavallier, marchesi e conti Coperti di trabacche han piani e monti.

4

Feraguto andò avanti al re Marsilio, E conta in breve, stando ingenocchiato, Sì come a Malagise diè di piglio, E Rodamonte assai gli ebbe lodato. Il re, che più l’amava assai che figlio, Oltra meza ora lo tenne abracciato, Baciandolo più volte, e per suo amore A Rodamonte fece un grande onore.

5

Balugante era in campo e Falcirone, Fratei del re, con molta baronia, L’un de Castiglia e l’altro di Leone, E Maradasso, il re de Andologia, E il re di Calatrava, Sinagone, Grandonio di Volterna in compagnia, Qual dapoi mise e’ Cristïani al fondo (Sopra a Moroco regna il furibondo);

6

Re de’ Galegi, il quale era pedone, Chè destriero al portar non ha balìa, Vi venne Maricoldo col bastone; Ma di Biscaglia alcun non vi venìa, Perchè il re Alfonso tien la regïone, Bon cristïano e de alta gagliardia, Di cui la stirpe e ’l bel seme iocondo Non Spagna sol, ma illuminato ha il mondo.

7

Nè trovo per scrittura, o per ragione Più real sangue, e non credo che sia; Fanne Sardegna dimostrazïone, Le due Cecilie e in parte Barbaria: Et è verace quella opinïone Che fu da’ Goti sua genologia. Chi fosser questi, già non vi respondo: La terra il seppe e il mar che gira in tondo.

8

Or veritate et anco affezïone Me ha tratto alquanto de la strata mia; Ma torno adesso e dico le persone Sopra a le qual Marsilio ha signoria. Larbin di Portugallo era in arcione, E Stordilano ancor, che possedia Tutta Granata; e già non vi nascondo Il Maiorchin, che nome ha Baricondo;

9

Ma poi la corte di Marsilïone, Di tanto pregio e tal cavalleria. Serpentin de la Stella, il fier garzone, Et Isolier s’aspetta tuttavia, Che è sir de Pampaluna, e Folicone, Del re bastardo e conte de Almeria; Non par di Spagna il terzo, nè il secondo, Quel colorito, e questo bianco e biondo.

10

Ma perchè vi faccio io tanta dimora Il nome e le provenze a racontare, Che poi ne le battaglie in poco de ora Gli sentireti a ponto divisare? Re Carlo giongerà senza dimora, Poscia per tutti vi serà che fare, A benchè alcun pagan qua non l’aspetti, Che tutti in zoia stanno e gran diletti.

11

Aveano usanza tutti i re pagani, La quale in questo tempo anco è rimasa, Che, campeggiando, o vicini o lontani, Ma’ le lor dame lasciavano a casa; Nè scio se lor pensier sian fermi o vani, Chè pur sta mal la paglia con la brasa; Ma, da altra parte ancora, per amore Lo animo cresce e più se fa de core.

12

Per questo erano in campo le regine Quasi di tutta Spagna, e pur le belle; Ma sopra a tutte l’altre peregrine Era stimata il fior de le donzelle La Doralice; come tra le spine Splende la rosa e tra foglie novelle, Così lei di persona e di bel viso Sembra tra l’altre dea del paradiso.

13

Re Rodamonte, che tanto l’amava, Ogni giorno per lei facea gran prove; Or combatte a ristretto et or giostrava, Sempre con paramenti e foggie nove, E Feraguto a ciò l’accompagnava; Onde per questo par che non se trove Altro baron che a lui tenga la fronte; Tanto era forte e dextro Rodamonte!

14

Il re Marsilio per più fargli onore Facea gran feste e trïomfal conviti; E sempre Rodamonte ha più favore Tra quelle dame dai visi fioriti. Or così stando un giorno, alto rumore E trombe con gran cridi fôrno oditi, E la novella vien de mano in mano Come assalito è il campo giù nel piano.

15

Re Carlo ne venìa per la campagna, Et avea sieco il fior de’ Cristïani De l’Ongheria, di Franza e de la Magna, E la sua corte, quei baron soprani; Ma quando vidde la gente di Spagna Tutta assembrata per callare a i piani, Chiamò Ranaldo et ebbe a lui promesso Non dar la dama a Orlando per expresso,

16

Pur che facesse quel giorno col brando Sì fatta prova e dimostrazïone, Che più di lui non meritasse Orlando. Poi d’altra parte il figlio de Milone Fece chiamar da parte, e ragionando Con lui gli diè segreta intenzïone Che mai la dama non avrà Ranaldo, Pur che combatta il giorno al campo saldo.

17

Ciascun di lor quel giorno se destina Di non parer de l’altro mai peggiore. Ahi sventurata gente saracina, Che adosso ben ti viene un gran romore! Quei duo baron faran tanta ruina, Che mai fu fatta al mondo la maggiore. Or tacete, segnori, e non v’incaglia, Ch’io vo’ contare un’aspra e gran battaglia.

18

Re Carlo Mano avea fatte le schiere Molto ordinate e con gran sentimento; Il nome de ciascuno e le bandiere Poi sentirete e l’altro guarnimento, Secondo che usciran le gente fiere Che contra lor ne van con ardimento. Ma la prima che è gionta alla campagna È Salamone, il bon re de Bertagna.

19

Con la bandiera a scacchi neri e bianchi Ricardo e’ soi Normandi è sieco in schiera; Guido e Iachetto, che èn duo baron franchi, L’un de Monforte e l’altro de Riviera. Sei de sei millia non credo che manchi Di questa gente, che è animosa e fiera; Ne vien correndo e mena gran pulvino, Per assalire il campo saracino.

20

Marsilio avea mandato Balugante, Che refrenasse quello assalto un poco, Acciò che le sue gente, che son tante, Potesse trare alquanto di quel loco. Serpentino era sieco e lo Amirante E il re Grandonio, l’anima di foco; Con più de trenta millia de Pagani Callarno il monte e gionsero in que’ piani.

21

Suonâr le trombe, e con molta tempesta L’un verso l’altro a gran crido se mosse A tutta briglia, con le lancie a resta, E con fraccasso l’un l’altro percosse. Aspra battaglia non fu più di questa: Volarno i tronchi al cel de l’aste grosse E l’arme resuonarno insieme e’ scudi, Quando scontrarno insieme a li urti crudi.

22

Era al principio questo un bel riguardo Per l’arme relucente e pe[r] cimieri; Ciascun destriero ancora era gagliardo, Coperte e paramenti erano intieri; Ma, poi che Salamone e il bon Ricardo E Iachetto con Guido, e baron fieri, Intrarno furïosi alla gran folta, La bella vista in brutta fu rivolta.

23

Roncioni e cavallier morti e tagliati Tutto infiammarno il campo sanguinoso, E l’arme rotte e gli elmi spennacchiati Facean riguardo tristo e doloroso. E’ paramenti a squarci dissipati, E ciascun pien di sangue e polveroso; Il ruïnare a terra e il gran fraccasso Avrian smariti gli occhi a un satanasso.

24

Ricardo entrò primiero alla battaglia, Il qual portava per cimiero un nido, E Salamone adosso alla canaglia, E Iachetto con sieco e ’l franco Guido. Ciascun sì crudamente i Pagan taglia, Che sino al cel se odiva andare il crido; Ma alor se mosse incontra Balugante, Grandonio e Serpentino e lo Amirante.

25

E per la lor prodezza e suo valore, E per sua gente ancor, che gli abondava, La nostra certo arìa avuto il peggiore, Che indietro a poco a poco rinculava; Ma, ciò veggendo Carlo imperatore, Che a lato alla baruffa sempre istava, Mandò in soccorso Olivieri il marchese, E Naimo e il conte Gano e il bon Danese;

26

E sieco Avino e Ottone e Berlengiero E Avorio, che anco lui fu paladino; Avenga che io nol ponga per primiero, Pur va con gli altri, e dietro a lui Turpino. Alor se radoppiò lo assalto fiero E levossi di novo alto polvino; Altro che trombe non se ode nïente, E lancie rotte de una e de altra gente.

27

Carlo chiamò da parte Bradamante, Ch’è fior de gagliardia, quella donzella, E ’l bon Gualtiero, il cavalliero aitante, Et alla dama in tal modo favella: Tu vedi il monte il quale è qua davante. Là con Gualtiero a quel bosco ti cella, Con questi cavallier che tieco mando, Nè te partir di là, se io nol comando.

28

Ella ne andò; ma sopra di quel piano Era battaglia sì crudele e stretta, Che nol potria contare ingegno umano. A furia vien la gente maledetta; Benchè il franco Olivier col brando in mano Di qua di là gli taglia a pezzi e fetta, Pur si diffende assai la gente fiera: Ecco de il monte scende un’altra schiera.

29

Questo è il re Stordilano, e Malgarino E Baricondo è sieco, e Sinagone, E Maradasso più gli era vicino: La schiera guida al campo Falcirone. Costui portava al suo stendardo un pino Col foco ne le rame e nel troncone, Et ha la gente spessa come piova: Ben vi scio dir che il gioco se rinova.

30

Alor Grandonio, quella anima accesa, Qual mai non se ha potuto adoperare, Sol per tenir la sua gente diffesa (Chè a ricoprirla troppo avea che fare), Ora una lancia in su la coscia ha presa, E sopra Salamon se lascia andare. Avendo posta già quella asta a resta, Roverso al campo il getta con tempesta.

31

Guido abattuto fu da Serpentino, Io dico Guido il conte de Monforte, E non il Borgognon, che è paladino, Il qual si stava con re Carlo in corte. Or Balugante, il forte saracino, Al conte de Rivera diè la morte, Dico a Iachetto; gionselo al costato, E via passando lo distese al prato.

32

Quando il Danese vidde Balugante, Che avea in tal modo morto il giovanetto, Turbato acerbamente nel sembiante Sprona il ronzone adosso al maledetto. Gionse al cimier, che è un capo de elefante, E specciòl tutto e roppe il bacinetto, E se dritto il colpiva a compimento, Tutto il fendeva di sotto dal mento.

33

Ma il brando per traverso un poco calla, Sì che una guanza con la barba prese, E venne gioso e colse nella spalla, Nè piastra grossa o maglia la diffese. Nel scudo de osso il bon brando non falla, Ma sieco ne menò quanto ne prese, E fo sì gran ferita e sì diversa, Che quasi ha lui da poi la vita persa.

34

Ma Balugante volta il suo ronzone Menando le calcagne forte e spesso, Sin che fo avante al re Marsilïone, Come io vi contarò qua poco apresso. Ora Oliviero abatte Sinagone, Et hagli il capo insino ai denti fesso: Barbuta non gli valse, o l’elmo fino; E poi se volta e segue Malgarino.

35

Ma non lo aspetta lui, che è impaurito; Mostrògli Sinagon ciò che ’l die’ fare, Et ebbe senno a pigliar bon partito. Ecco Grandonio, che un serpente pare: E gionse Avino, il giovanetto ardito, E sottosopra il fece trabuccare; Poi Belengero abatte in sul sabbione E sieco Avorio e il suo fratello Ottone.

36

Gionse anche Serpentino a un’altra banda E scontrò il bon Ricardo paladino: For dello arcione alla campagna il manda; Nè qui se arresta e scontrase a Turpino, E, benchè ’l prete a Dio se ricomanda, Pur fu abattuto da quel saracino. Rimescolata è tutta quella traccia, Qua fugge questo, e là quell’altro caccia.

37

Vidde Olivier Grandonio di Volterna, Che abatte sopra al campo gente tanta Che altri che lui non par che se discerna, E tutto è sangue dal capo alla pianta. Dicea Oliviero: O Maiestate Eterna, Io pur diffendo la tua Fede santa, Come far deggio, e il tuo culto divino; Dammi possanza contra al Saracino!

38

Egli avea già racolta un’altra lanza Così dicendo, e con animo ardito Spronava il suo destrier con gran baldanza. Or non so dir se ben fusse seguito, Però che gionse il conte di Maganza, E per traverso ha il Saracin colpito; Non se guardando forse da quel lato, Tutto el distese fuor de arcione al prato.

39

Quando Grandonio se vidde abattuto, Non dimandati se rodea la brena; Presto ricciato rembracciava il scuto, E mena il brando, e non è dritto apena; Ma il conte Gano, che stava aveduto, Volta il destriero e le calcagna mena; Ma il re Grandonio afferra il suo ronzone, Rimette il brando e salta nello arcione.

40

Poi che salito fu sopra al destriero, Tra la gran folta col brando se caccia; Mai non fu Saracin cotanto fiero: Questo abatte per terra e quello amaccia. Ecco raggionto il marchese Oliviero, Che avea ferito Falcirone in faccia, E spezzato gli ha l’elmo e rotto il scuto, Quando gionse Grandonio a darli aiuto.

41

Gionse Grandonio, e ben gli bisognava, Chè non potea durar lunga stagione; Presto Oliviero a questo se voltava, Lasciando mezo morto Falcirone. Or l’uno e l’altro gran colpi menava; Benchè più forte sia quel can fellone, Era Olivier di lui poi più maestro, Ma molto accorto e più legiero e destro.

42

Menò Grandonio un colpo a quel marchese, E nel fondo del scudo agionse al basso, Qual ponto nol coperse nè diffese, Ma tutto se fiaccò con gran fraccasso, E passò il brando et arivò allo arnese: Se egli avea forza, a voi pensar vi lasso. Poco prese la coscia, e nello arcione Via passò il brando e gionse ’l bon ronzone.

43

Colse il ronzone a quella spalla stanca, E sconciamente l’ebbe innaverato; Per questo ad Oliviero il cor non manca, Mena a due mano il suo brando affilato; Gionse a Grandonio quella anima franca Sopra del scudo, e tutto l’ha spezzato, Nè piastra integra al forte usbergo lassa: Tutte le speza e dentro al petto passa.

44

Come io ve dico, ove gionse Altachiera, Non lascia a quello usbergo piastra sana; Spezza ogni cosa quella spada fiera, E ’l fianco aperse più de una gran spana. Ciascadun de essi a tristo partito era, Spargendo il sangue in su la terra piana, Nè per ciò l’uno a l’altro dava loco, Et ogni colpo accresce legne al foco.

45

Cresce lo assalto dispietato e fiero, E ben de l’arme sentirno il polvino; Ma da altra parte il bon danese Ogiero Per tutto il campo caccia Malgarino, E di suo scampo non ve era mestiero, Se non vi fosse agionto Serpentino, Quel dalla Stella, il giovanetto adorno, Che avea fatate l’arme tutte intorno.

46

Come fu gionto, e vidde che il Danese Condotto ha Malgarino a mal partito, Sopra de Ogiero un gran colpo distese Dal lato manco in su l’elmo forbito, Quale era grosso e ponto nol diffese, Perchè aspramente al capo l’ha ferito. Volta il Danese a lui, forte adirato: Bene ha di che, sì come io vi ho contato.

47

Cominciarno battaglia aspra e feroce Que’ duo guerrer mostrandosi la fronte, Benchè Curtana a quelle arme non noce, Chè eran fatate per tagli e per ponte. Or cresce un novo crido et alte voce, Chè un’altra schiera giù calla del monte, Maggiore assai de l’altre due davante: Non fur vedute mai gente cotante.

48

Colui che vien davanti, è Folicone, Il figlio de Marsilio, che è bastardo, Che ha de Almeria la terra e il bel girone: Ben vi posso acertar che egli è gagliardo. Larbin de Portugallo, il fier garzone, Gli viene apresso in su un corsier leardo; Maricoldo il Galego, che è gigante, Vien seco, e lo Argalifa e il re Morgante;

49

Et Alanardo, conte in Barzelona, Vi venne, e Dorifebo, il fier pagano, Qual porta di Valenza la corona, E il conte de Giron[d]a, Marigano, E il franco Calabrun, re de Aragona. Par che quel monte giù roini al piano; A sì gran folta ne vien via la gente, Che par che il cel profondi veramente.

50

Quando re Carlo vidde gente tante, Ben se crede quel dì de aver gran scorno; Chiamando a sè Ranaldo e il sir de Anglante, Filioli, dicea, questo è il vostro giorno! E poi mandava un messo a Bradamante Che, giù voltando quella costa intorno, Quanto nascosta può per quella valle Ferisca a i Saracin dietro alle spalle.

51

E dapoi che ebbe la dama avisata, Ranaldo e Orlando chiamò, con amore Dicendo a lor: Questa è quella giornata Che sempre al mondo vi può fare onore. Or questa è quella che ho sempre expettata, Per discerner qual sia di voi megliore; Per mia man seti entrambi cavallieri, Nè scio di qual di voi meglio mi speri.

52

Or via, miei paladini, alla battaglia! Ecco e’ nimici! Io non vi gli nascondo; Fatime un squarcio entro a quella canaglia, Che sempre mai di voi se dica al mondo. Io non li stimo tutti un fil di paglia, Quando io vi guardo il viso furibondo; Nel vostro viso ben mi sono accorto Che il mio nemico è già sconfitto e morto.

53

Non aspettâr più oltra e’ duo baroni Il ragionar che fece Carlo Mano. Come dal cel turbato escon duo troni, E duo venti diversi allo oceàno, Così van loro a furia di ronzoni. Ahi sventurato e tristo quel pagano, Qual sia scontrato da Ranaldo ardito! Nè quel de Orlando avrà meglior partito.

54

Ranaldo avanti il conte un poco avancia, Perchè aveva il destrier più corridore; A mezo il corso aresta la sua lancia, Spronando tutta fiata a gran furore. Il re Larbino avea molta arrogancia, Come hanno tutt’e’ Portugesi il core; E veggendo venire il fio de Amone, Chi è costui, disse, che ha sì bel ronzone?

55

Come ne vene! E’ par che metta l’ale! E pure ha un gran poltrone armato adosso; Per manco nol darebbe come il vale, Nè lasciarebbe del suo pregio un grosso. E veramente che io faccio ben male Ferire a quel meschin, ma più non posso; Qua fusse Orlando con Ranaldo a un fasso, Chè io so che a un colpo l’uno e l’altro passo.

56

Così dicendo il re, che è bravo tanto, Un tronco for di modo ebbe arestato. Ranaldo ne venìa da l’altro canto, E l’uno a l’altro a gran corso è scontrato; Quel roppe il tronco grosso tutto quanto, E questo lui passò da l’altro lato, Dico Ranaldo il passa, e la sua lancia Dietro alle spalle un gran braccio gli avancia.

57

Poi lo urta a terra e quella asta abandona, E dà tra gli altri con Fusberta in mano. Forte era Calabron, re de Aragona, Quanto fosse nel campo altro pagano, Ad ogni prova de la sua persona. Costui, veggendo il senator romano Che vien spronando con la lancia a resta, Verso di lui se mosse a gran tempesta.

58

Chi li avesse cernuti ad uno ad uno, Duo più superbi non avea quel campo, Come era quel Larbino e Calabruno, Che contra al conte vien con tanto vampo; Benchè gli serìa meglio esser digiuno Di cotal prova e di cotale inciampo, Chè il conte lo passò da banda a banda, E morto for de arcione a terra il manda.

59

Poi dà tra gli altri e trasse Durindana, Perchè allo incontro avea rotta la lanza. Come apre il mare intrando una fiumana, Così quel paladin, che è il fior di Franza, Nel mezo a quella gente, ch’è pagana, Dimostra molto ardire e gran possanza, Tagliando e dissipando ad ogni mano; L’arme spezzate insino al cel ne vano.

60

Ecco nel campo ha visto un gran pedone: Questo era Maricoldo di Galizia, Che fa de’ nostri tal destruzïone Che a riguardare egli era una tristizia. Il conte lo mirava di storzone, Chè de sì fatti avea morti a dovizia, Fra sè dicendo: Sì grandon ti veggio, Ch’io te voglio ascurtar un piede e meggio.

61

E parlando così come io ve conto, Con lui se azuffa e fu corto quel gioco, Chè dove avea segnato, lo ebbe agionto; Nïente vi lasciò del collo, o poco, Et ascurtollo un piede e mezo aponto. Poi dà tra gli altri; come fusse un foco Posto di zugno in un campo de biada, Così destrugge e taglia con la spada.

62

Re Stordilano abatte e Baricondo, E’ soi destrier e lor getta in un fasso. Colpito ha in fronte il primo, e quel secondo Avea ferito nel gallone al basso; La gente saracina va in profondo. Ecco scontrato al campo ha Maradasso, Maradasso da Argina, lo Andaluccio, Che ha per insegna e per cimero un struccio.

63

Sì come io dico, è re de Andologia Quel Maradasso che il struccio portava. Per tutto il campo Orlando lo seguia, Ma per nïente lui non lo aspettava; Onde cacciosse tra l’altra genia. Chi contarebbe e’ colpi che menava? Questo ha per largo e quel per lungo aperto: Dal capo al piè di sangue era coperto.

64

Nè già Ranaldo fa minor roina Ove si trova con Fusberta in mano, Chè intrato è tra la gente saracina, E tutta in pezzi la distende al piano; Menar Fusberta mai non se raffina. Ora ecco ha visto il forte Marigano, Qual, come io dissi, è conte de Girona; Sopra di lui Ranaldo se abandona.

65

Et ebbel gionto in testa con Fusberta, E fraccassò il cimiero e il bacinetto; La fronte e la gran barba gli ebbe aperta, E callò il brando insino a mezo il petto. Fugge allo inferno la anima diserta, Rimase in terra il corpo maledetto. Quivi lo lascia il paladin gagliardo E dietro in caccia è posto ad Alanardo,

66

Conte Alanardo, quel barcelonese. Ranaldo non gli pone differenza; O sia de l’uno o de l’altro paese, Tutti gli mena al pare a una semenza. Questo stordito per terra distese; Poi Dorifebo, che era di Valenza, Abatte al campo sì de un colpo crudo, Rotto avia l’elmo e fraccassato il scudo.

67

Come alla verde selva del ginepre, Se ’l foco dentro vi è posto talora Per cacciar fora caprioli e lepre, La fiama intorno e in mezo se avalora; Tal da Ranaldo convien che si sepre Quella canaglia, e non prende dimora, Chè gli spaventa e caccia in ogni loco, Come la lepre e il capriolo il foco.

68

Lui lo Argaliffa abatte e Folicone, E il re Morgante for di sella caccia: Il primo avea ferito nel gallone, El secondo nel petto, e ’l terzo in faccia. Chi contaria la gran destruzïone? A questo taglia il collo, a quel le braccia; Non se vidde giamai tanta tempesta: Sin da le piante è sangue in su la testa.

69

Dico, segnor, che il bon Ranaldo ardito Tutto era sangue dal capo alle piante: Non dico già che lui fosse ferito, Ma per le gente che ha occise cotante. Ora di lui vi lascio a tal partito, Però che io vo’ tornare a Balugante, Qual, dissipato a gran confusïone, Gionse davante al re Marsilïone.

70

Rotto avea il capo e aperta una masella, Fessa una spalla, e il scudo avea perduto, E dimenando se crollava in sella, Come morendo al fin fosse venuto. E benchè apena con dolor favella, Pur quanto più potea, cridava: Aiuto! Aiuto! aiuto! chè il re Carlo Mano Tutta tua gente ha dissipata al piano.

71

Quando ciò vidde il re Marsilïone, Ambe le man se batte in su la fronte, E forte biastemando il suo Macone Facea le ficche al celo a pugne gionte; Poi comanda a ciascun che sia in arcione. Feraguto fu il primo e Rodamonte, Re Malzarise apresso e Folvirante; Questo non è spagnol, ma di Levante,

72

Benchè al presente sia re di Navara, Chè il re Marsilio a lui l’avea donata; Ma questo giorno li costarà cara. Or viene a furia giù la gran brigata, Che a riguardar parìa mille migliara. Non dico che sian tanti tutta fiata; Ma chi all’incontro e suoi nemici vede, Più del dovere assai gli estima e crede.

73

Come io ve dico, giù callano al piano: Par che profondi il mondo da quel lato; Tutti meschiati e senza ordine vano, Sì come vol Marsilio disperato. Bavarte era davanti e Languirano (Ciascuno era de un regno incoronato), E Doriconte apresso e Baliverno E il vecchio Urgin, che è schiavo de l’inferno.

74

Par che la terra e il mare e il cel ruine; Ciascun di essere il primo a denti freme. Ma quelle dame misere e tapine Li guardan drieto, e chi piange e chi geme; E tutte le donzelle e le regine Battean le palme lacrimando insieme, Dicendo ai cavallier: Per nostro amore Oggi mostrati se aveti valore!

75

Voi ben vedeti che alle vostre mani Macone ha posta nostra libertate; Via nel bon ponto, o cavallier soprani, Contra a’ nemici! e sì ve diportate, Che non giongiamo in forza di que’ cani, Sendo in eterno poi vituperate. Nostra persona e l’anima col core Vi acquistareti e insieme il vostro onore.

76

Non fu nel campo re nè cavalliero, Qual non se commovesse a cotal dire; Ma sopra a gli altri Rodamonte il fiero Di starsi in loco non potea soffrire; Ma già partirse gli facea mestiero, Perchè Marsilio gli mandava a dire Ad esso e a Feraguto alora alora Che sian con sieco senza altra dimora.

77

Onde callarno quei duo saracini, Che erano al mondo fior di gagliardia. Oh quanti cristïan faran tapini! Donaci aiuto, o Santa Matre pia! Non menaran la cosa in quei confini Che se è menata e mena tuttavia; Ranaldo e Orlando, che or paion di foco, Avran suo carco e soprasoma un poco.

78

Callarno quei baron, che aveano il vanto, Come io vi dico, di forza e di ardire; Parve che il mondo ardesse de quel canto E che la terra se volesse aprire..... Questo cantare è stato lungo tanto, Che ormai ve increscerebbe il troppo dire, Onde io prenderò possa e voi diletto; Ne l’altro canto ad ascoltar vi expetto.