Libro II · Canto XXIV
La corsa per salvare Carlo
Feraguto butta giù Carlo Magno, e Orlando e Rinaldo corrono a salvarlo: chi arriva primo, pensano, si guadagnerà Angelica.
In breve
Rodamonte e Feraguto scendono in battaglia e fanno strage di cristiani: Gano viene trapassato da una lancia, tanti duchi e conti muoiono. Carlo Magno, rimasto senza i suoi paladini migliori, si raccomanda a Dio e carica Feraguto, ma il saraceno lo butta a terra e tutti lo credono morto. Balduino corre ad avvisare Orlando, Ugetto di Dardona va ad avvisare Rinaldo.
Rinaldo si dispera: se Orlando arriva prima di lui a salvare Carlo, Angelica è perduta! Con il velocissimo Baiardo si apre la strada, salva l'imperatore circondato dai nemici e gli procura un cavallo; poi affronta Feraguto in un duello terribile e lo lascia stordito. Orlando, arrivato tardi perché il suo Brigliadoro è più lento, se la prende con Balduino e si sfoga facendo strage di saraceni. Ma Rodamonte, avvisato del pericolo in cui si trovano Feraguto e Marsilio, sta arrivando.
Ascolta il canto
Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
Dal monte scesero al galoppo Rodamonte e Feraguto, come due leoni che escono dal bosco. Davanti a loro i cristiani cadevano uno dopo l'altro. Uno dei primi a finire a terra fu Gano, che appena poté corse a nascondersi. Tanti duchi e conti valorosi, invece, caddero e non si rialzarono più.
Carlo Magno si guardò intorno. Orlando, Rinaldo, Oliviero, il Danese: i suoi paladini migliori combattevano tutti lontano. Allora l'imperatore si fece il segno della croce. «Aiutami, mio Dio» pregò. Poi abbassò la lancia e caricò Feraguto. Lo colpì in pieno, ma il saraceno restò in sella. Si voltò arrabbiatissimo e con un colpo sull'elmo buttò Carlo giù dal cavallo. Tutti credettero che fosse morto.
Il cavaliere Balduino corse piangendo a cercare Orlando. Ugetto di Dardona, invece, corse da Rinaldo. Quando sentì la notizia, Rinaldo si disperò: «Se Orlando arriva prima di me e salva Carlo, Angelica sarà sua!» Poi se la prese con Ugetto: «Sei venuto al passo, eh? Il tuo cavallo non ha sudato nemmeno un pelo!» «Ho corso più che potevo» rispose Ugetto. «E adesso sei tu che perdi tempo!»
Rinaldo partì al galoppo sul suo Baiardo, un cavallo velocissimo. Chiunque trovasse sulla strada, lo buttava giù. Ci finì perfino un abate grasso, che cavalcava una mula ancora più grassa: l'abate finì sotto e la mula sopra!
Finalmente Rinaldo vide l'imperatore in mezzo a un cerchio di nemici. Carlo si difendeva da solo. «Aiutami, figlio mio!» gridò. «Ti ha mandato Dio!» Rinaldo si aprì la strada, prese il cavallo di un nemico e aiutò Carlo a risalire in sella. Allora i cristiani che fuggivano ripresero coraggio e tornarono a combattere intorno al loro re.
Ma ecco arrivare Feraguto. Lui e Rinaldo si scontrarono con una furia terribile. A un certo punto il saraceno colpì Rinaldo sull'elmo così forte che il paladino non vide più niente, e Baiardo lo portò via di corsa. «È a terra!» gridò qualcuno. Invece Rinaldo si riprese, tornò indietro rosso di rabbia e diede a Feraguto un colpo tremendo. Il saraceno restò stordito sul cavallo per quasi mezz'ora.
E Orlando? Il suo cavallo, Brigliadoro, era molto più lento di Baiardo. Quando arrivò, trovò Carlo già salvo e di nuovo in sella. «Qui i posti sono tutti presi!» brontolò. Se la prese con Balduino, che lo aveva avvisato tardi, e perfino con il povero Brigliadoro. Poi, furioso, si gettò sui saraceni come un temporale.
Intanto qualcuno avvisò Rodamonte che Feraguto e Marsilio erano in pericolo. Il re saraceno lasciò subito il suo duello e partì. E stava arrivando proprio dove combatteva Orlando.
Il paladino più forte dei cristiani contro il guerriero più forte dell'Africa: chi resisterà? Lo racconta il prossimo canto.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
Come un cavallo alla tromba ott. 1–3
Quando la tromba chiama alla battaglia, il buon destriero alza la testa, batte gli zoccoli, scuote la criniera, sbuffa, tira calci e nitrisce senza sosta. Così, dice il poeta, l'animo nobile si rallegra a ogni racconto di imprese cavalleresche, come se ci fosse in mezzo.
«Per questo capisco che anche voi avete uno spirito coraggioso, visto che vi piace ascoltarmi. E non dovrei divertire con tutte le mie forze gente così cortese? Lo devo e lo voglio.» E torna a Feraguto e Rodamonte che scendono dal monte, così arroganti che il loro sguardo fa tremare il cielo.
Gano e Otachiero ott. 4–9
I due baroni galoppano più di un tiro d'arco davanti agli altri, come due leoni che escono dal bosco dopo aver visto una mandria al pascolo. Carlo vede scendere i pagani e, senza sapere chi siano, raduna in fretta intorno al suo stendardo tutti i cavalieri valorosi che trova e muove la schiera, tra tamburi e trombe; Marsilio avanza dall'altra parte, con Feraguto e Rodamonte davanti a tutti.
Contro di loro partono due dei nostri, il conte Gano e l'ungherese Otachiero. Rodamonte, che arriva per primo, colpisce lo scudo del conte di Maganza, lo fracassa e con la lancia gli trapassa la corazza e il fianco. Turpino dice, e il poeta lo riporta, che fu Satana in persona a tenerlo in vita: un favore che gli fece, per poterne poi straziare meglio l'anima. Feraguto invece sistema Otachiero ancora più in fretta: gli apre scudo e corazza, e la lancia gli esce dietro le spalle per un braccio. Cadono tutti e due, uno mezzo vivo, l'altro morto.
I due pagani li lasciano a terra e si gettano tra i nostri a briglia sciolta. Il conte Gano si libera in fretta e va a nascondersi, quell'anima dannata.
La strage dei due pagani ott. 10–16
Per raccontare la battaglia, dice il poeta, ci vorrebbero una lingua di ferro e una voce di cannone: le spade lampeggiano come fulmini, e la nostra gente, per quanto valorosa, contro quei due saraceni non può resistere. Re Carlo si raccomanda a Dio, sbalordito come tutti; continua a dare ordini, ma tra le grida dei feriti e il fracasso delle armi nessuno lo sente. Se Dio non ci pensa, quel giorno Carlo è rovinato e la Francia resterà senza eredi.
Rodamonte entra dal lato destro con la spada di Nembrot a due mani: spacca la fronte a Ranibaldo, duca di Anversa; taglia di traverso Salardo, conte d'Alvernia; poi trova Ugo di Colonia e Raimondo di Piccardia e li lascia a terra. Feraguto non è meno forte: abbatte, ferito a morte, Ranieri di Rana, il padre di Oliviero; poi colpisce a due mani sull'elmo il conte Ansaldo, signore tedesco della città di Nura, e lo spacca fino alla cintura. Tutti scappano. Il duca di Clèves e il duca di Sassonia ne ricevono uno a testa, e basta: uno perde la testa con tutto l'elmo, l'altro viene spaccato dalla fronte al petto. Carlo è pieno di dolore e di rabbia, e intanto arriva Marsilio con la sua gente.
Carlo a terra ott. 17–22
Non c'è nessun Rinaldo, nessun Orlando, nessun Danese, nessun Oliviero: ognuno combatte in un'altra parte del campo. Il buon re si guarda intorno e, non vedendo più nessuno che faccia fronte ai nemici, si fa il segno della croce e imbraccia lo scudo: «O Dio, tu non abbandoni mai chi spera in te con cuore sincero, come fanno invece adesso i miei baroni, che lasciano solo il loro signore. Meglio morire e stare tra i buoni che vivere nel disonore. Aiutami, mio Dio: solo in te ho fiducia.»
Abbassa una grossa lancia e sprona dove la battaglia è più furiosa, contro Feraguto. Lo colpisce proprio sulla visiera: poco manca che il saraceno cada, ma è così forte che resta in sella. La lancia vola in pezzi; Feraguto, che non aveva mai ricevuto un colpo così, si volta acceso d'ira, colpisce l'imperatore sull'elmo e lo stende sul prato. Chi lo vede lo crede morto, e i nostri si disperano.
Più di tutti si dispera il valoroso Balduino, anche se è nato dalla famiglia dei traditori: piangendo corre a cercare il paladino Orlando. Anche Ugetto di Dardona, che ha visto tutto, parte di corsa a cercare Rinaldo. Intanto re Marsilio entra in battaglia tra trombe e tamburi, e la nostra gente si sbanda: chi può scappare non aspetta.
Due messaggeri ott. 23–29
Balduino trova il conte proprio mentre uccide Balgurano: intorno a lui il prato è rosso come se ci fosse una fonte di sangue. Battendosi la fronte, Balduino gli racconta piangendo che Carlo è morto, o così mal ridotto che morirà presto. Orlando resta un momento immobile per il dolore, poi diventa rosso come il fuoco e digrigna i denti. Saputo dove è caduto l'imperatore, si lancia in quella direzione, e chi non si fa da parte in fretta se ne pente: Orlando è così sconvolto che quasi non distingue i suoi dai nemici.
Ugetto di Dardona intanto cerca dappertutto, finché trova il signore di Montalbano: all'inizio non lo riconosce nemmeno, tanto è coperto di sangue, scudo e armatura. Poi gli racconta piangendo la disgrazia: re Carlo è a terra, quasi morto, a meno che non l'abbia già soccorso il conte Orlando, che Ugetto ha visto passare insieme a Balduino.
«Ahimè, povero me!» piange Rinaldo. «Se è vero, ho perso per sempre Angelica la bella. Se Orlando arriva prima di me, so che salverà Carlo, e io sarò, come sempre, il bandito, lo sfortunato. Potevi almeno venire al trotto! Sei venuto al passo, lo vedo bene, e non me lo toglierebbe di testa il cielo intero: il tuo cavallo non ha sudato un pelo.»
«Sono venuto a briglia sciolta» risponde Ugetto, «e tu invece perdi tempo! Che ne sai se qualche ostacolo ha trattenuto Orlando? Prima tenta la sorte, e se ti va male ti lamenterai. Il tuo cavallo è così veloce che arriverai prima di tutti.»
Rinaldo al galoppo ott. 30–34
A Rinaldo sembra che dica il vero, e parte spronando a tutta velocità. Chiunque trovi sulla sua strada, cristiano o saraceno, lo butta a terra con l'urto o con la spada, pur di andare avanti. Incontra per caso il grande Marcolfo, un pagano al servizio di Marsilio, e lo spacca con Fusberta fino al fianco. Poco dopo trova Folvirante, re di Navarra: lo trapassa con una stoccata, gli spinge addosso Baiardo e lo lascia a terra. Poi colpisce Baliverno, quel grosso saraceno con un gran turbante, aprendogli la faccia fino al collo.
Ecco, sulla sua strada, un abate, elemosiniere e cappellano di Carlo: la sua mula è grassa, e lui ancora di più. Ha tanta paura di morire che resta lì fermo e non sa nemmeno scappare. Rinaldo lo urta in pieno: l'abate finisce sotto e la mula sopra. Che cosa gli sia successo poi, Turpino non lo scrive, e il poeta non ne sa niente. Rinaldo gli salta sopra e mena la spada intorno: vi assicuro che tutti gli fanno largo.
Rinaldo salva Carlo ott. 35–44
Davanti a sé vede una gran folla, ma non riesce a capire chi ci sia in mezzo. Sono pagani che hanno circondato Carlo per ucciderlo, e sono così tanti che lui non può uscirne: si difende con coraggio, ma presto lo ucciderebbero. Rinaldo sprona Baiardo contro di loro e, appena guarda dentro il cerchio, capisce. Si batte con tanta forza che re Carlo lo riconosce subito: «Aiutami, figlio mio, ti ha mandato Dio a soccorrermi!»
Carlo intanto si ripara con lo scudo e mena la spada, circondato da nemici. C'è il saraceno Partano, conte di Cordova, che non lo lascia muovere e fa di tutto per ucciderlo; ma, preso alla sprovvista da Rinaldo, ha tanta paura che non si difende nemmeno (anche se, dice il poeta, sarebbe finita così comunque). Rinaldo lo colpisce sull'elmo e lo spacca fino al petto. Poi taglia di traverso Paricone, conte di Alva, che stava anche lui addosso a Carlo, e prende subito il suo cavallo, perché quello dell'imperatore è perduto. Resiste nella mischia finché, a dispetto di tutti i pagani, re Carlo risale in sella.
Appena in tempo: è appena in sella quando arrivano il forte Feraguto e re Marsilio, che colpiscono a due mani e avanzano a briglia sciolta come in mezzo a un esercito già in rotta. I nostri scappano terrorizzati, chi con la faccia ferita, chi con la testa; ma quando Carlo e i suoi baroni si voltano coraggiosi verso il campo, e appare Rinaldo su Baiardo, chi scappava di più torna il più coraggioso. Suonano le trombe, si riaccendono le grida e la battaglia: tutti si radunano intorno a Carlo e fanno di tutto per farsi perdonare la fuga. Marsilio e Feraguto, vedendo la scena, si fermano un momento.
Poi si lanciano tutti e due dove i nemici sono più fitti. Si dice che Dio crea gli uomini e poi loro si trovano da soli: così Carlo si trova davanti re Marsilio, e Feraguto il figlio di Amone. Che colpi orrendi! Chi li avesse visti, dice il poeta, avrebbe gridato aiuto dalla paura, e la sua anima, uscita dal corpo, non sarebbe mai più tornata in quel posto, per non vedere in faccia quei due guerrieri infiammati d'ira e di superbia.
Rinaldo contro Feraguto ott. 45–52
«Lascio Marsilio e l'imperatore, che non mi interessano molto» dice il poeta, «e vi racconto degli altri due, i più coraggiosi del mondo. Ho paura anche solo a cominciare: che cosa dirò prima, che cosa dopo?» I due si scontrano con tanta furia che non sembra proprio che siano in armi dalla mattina, con il sole ormai basso. Nessuno arretra di un passo.
Rinaldo colpisce Feraguto in fronte: se l'elmo non fosse fatato lo avrebbe ridotto in briciole. Fusberta scende sullo scudo di nervo e piastre di ferro, lo spezza tutto e arriva fino all'arcione. Il saraceno risponde colpendo l'elmo di Mambrino, che sprizza fiamme e scintille ma non si rompe, tanto è fino; poi gli fracassa lo scudo proprio dove Rinaldo aveva spezzato il suo, e taglia via più di tre quarti dell'arcione. E subito ne mena un altro, di traverso sull'elmo: Rinaldo quasi cade all'indietro, resta in sella a fatica, senza vedere e senza capire più niente. Baiardo lo porta via di corsa, e chi guarda dice: «Eccolo a terra!»
Ma Rinaldo si riprende e, pensando al pericolo e alla vergogna, diventa rosso in faccia: «Un saraceno si vanterà di me? Se non mi vendico subito, voglio lasciarci la vita, l'anima all'inferno e il corpo ai cani!» E mentre parla si scaglia furibondo su Feraguto e lo colpisce in testa con un colpo così tremendo da rovesciarlo svenuto sulla groppa del cavallo. Per quasi mezz'ora il saraceno resta stordito, sul punto di cadere da una parte o dall'altra, con il sangue che gli esce dal naso e dalla bocca.
Il poeta lo lascia lì, perché la storia ora volta le briglie verso Orlando. Il paladino è rimasto indietro rispetto a Rinaldo, perché il suo cavallo, Brigliadoro, corre molto meno di Baiardo: per questo arriva un po' in ritardo.
Orlando arriva tardi ott. 53–57
Quando arriva, vede re Carlo fuori pericolo, di nuovo in sella, che affronta re Marsilio e l'ha già ferito in tre punti; e dall'altra parte il figlio di Amone che ha messo Feraguto in difficoltà. «Ahimè!» dice il conte. «Qui non ho più niente da fare! I posti sono tutti presi. Maledetto Balduino traditore! Proprio un bel figlio della famiglia di Maganza, la peggiore del mondo. Per colpa sua sono rovinato: ho perso la speranza del mio amore, la mia gioia e il mio paradiso, perché è arrivato tardi ad avvisarmi. Adesso sì che Carlo dirà che sono corso in gran fretta ad aiutarlo! Ma voi, maledetti pagani, ne pagherete le conseguenze: mi vendicherò su di voi, dovessi distruggere il mondo. Oggi farò quanto ha fatto Rinaldo, o non tornerò mai più davanti a Carlo.»
Si volta indietro, con gli occhi stravolti dalla rabbia. Come un temporale scuro che brontola girando per il cielo, mentre il povero contadino lo ascolta piangendo e disperandosi, e poi arriva col vento davanti e abbatte alberi e piante: così arriva il conte Orlando, terribile a vedersi, con la spada a due mani. Nessun pagano ha il coraggio di aspettarlo; e lui non fa che spronare, coprendo di insulti Brigliadoro e dandogli la colpa della sua disgrazia.
La furia di Orlando ott. 58–66
Il primo che incontra, per sua sfortuna, è Valibruno, conte di Medina, che spacca dalla testa fino all'arcione. Poi raggiunge Alibante di Toledo, il ladrone più grande e più furbo di tutti i saraceni, e lo taglia di traverso. Poi trova Baricheo, il tesoriere di Marsilio, che aveva cambiato religione tre volte, peggiorando ogni volta, e in realtà non credeva in niente: Orlando lo spacca dal ciuffo al petto, e il poeta non sa dove sia finita all'inferno la sua anima maledetta.
Come quando in Puglia qualcuno, per cattiva abitudine, appicca il fuoco nelle grandi pianure mentre tira il vento e il grano è maturo, e fa piazza pulita: così il signore di Anglante avanza tra i saraceni. Vede da lontano Origante, signore di Malica, ma non vuole colpirlo mentre scappa: lo sorpassa di corsa, poi si volta, lo colpisce sullo scudo e con Durindana taglia in due lo scudo e lui. Poi colpisce a due mani Urgino e lo divide in due parti.
A Rodamonte, che combatte lontano, arriva la notizia del grave pericolo in cui si trovano Feraguto e re Marsilio. In quel momento sta combattendo con Salamone, il re di Bretagna, che era tornato in sella: e per Salamone si mette male, perché Rodamonte lo ha già ferito al fianco e in faccia e sta per buttarlo giù, e nessuno al mondo potrebbe salvarlo. Ma arriva il messaggero, e Rodamonte lo lascia lì e parte.
Lungo la strada trova il duca Guglielmino, signore di Orléans, di stirpe reale, e lo spacca fino ai denti: elmo e barbuta non servono a niente. Abbatte messer Ottino, conte di Tolosa, e il buon Tebaldo, duca di Borbone; poi trova la terra tutta insanguinata e una montagna di cavalli e di uomini morti, uno sopra l'altro: è il lavoro del conte Orlando. Lì ci sono le grida, i lamenti e i pianti, perché lì c'è Orlando, coperto di sangue, che mena la spada intorno a sé. «Ma il canto è già finito» dice il poeta, «e parlando non me ne ero accorto. Nel prossimo vi racconterò lo scontro spaventoso tra il conte e il figlio di Ulieno.»
Parole difficili
- Borfa le nare ott. 1: sbuffa dalle narici.
- arcata ott. 4: un tiro d'arco, la distanza a cui arriva una freccia.
- ongaro ott. 7: ungherese.
- si sferra ott. 9: si libera e si allontana in fretta.
- bombarda ott. 10: antico cannone.
- brando di Nembrot ott. 13: la spada di Rodamonte, fatta fabbricare dal gigante Nembrot, il costruttore della torre di Babele.
- Clevi ott. 15: Clèves, città e ducato della Germania, sul Reno.
- Sansogna ott. 15: la Sassonia.
- falsa gesta ott. 21: la famiglia dei traditori, cioè la casa di Maganza; gesta qui vuol dire stirpe.
- in bando ott. 28: bandito, cacciato via.
- fassa ott. 32: fascia, qui il turbante.
- Limosinier ott. 33: elemosiniere, l'ecclesiastico che distribuisce le elemosine del re.
- elmo di Mambrino ott. 48: l'elmo fatato di Rinaldo, che era appartenuto al re saraceno Mambrino.
- Brigliador ott. 52: Brigliadoro, il cavallo di Orlando.
- le poste son prese ott. 54: i posti sono già occupati: non c'è più niente da fare.
- zuffo ott. 59: ciuffo, i capelli sulla fronte.
- figlio de Ulïeno ott. 66: Rodamonte, figlio del re Ulieno.
Il testo di Boiardo
66 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Quando la tromba alla battaglia infesta Suonando a l’arme sveglia il crudo gioco, Il bon destrier superbo alcia la testa, Battendo e piedi, e par tutto di foco; Squassa le crine e menando tempesta Borfa le nare e non ritrova loco, Ferendo a calci chi se gli avicina; Sempre anitrisce e mena alta ruina.
Così ad ogni atto degno e signorile, Qual se raconti, di cavalleria, Sempre se allegra lo animo gentile, Come nel fatto fusse tuttavia, Manifestando fuore il cor virile Quel che gli piace e quel che più disia; Onde io di voi comprendo il spirto audace, Poi che de odirme vi diletta e piace.
Non debbo adunque a gente sì cortese Donar diletto a tutta mia possanza? Io debbo e voglio, e non faccio contese, E torno ove io lasciai ne l’altra stanza, Di Feraguto, che il monte discese, E Rodamonte con tanta arroganza Che da i lor guardi e de la orribil faccia, Par che il cel tremi e il mondo se disfaccia.
Venian davanti a gli altri e’ duo baroni Più de una arcata per quella pianura. Sì come fuor del bosco duo leoni Che abbian scorto lo armento a la pastura, Così venian spronando e’ lor ronzoni Sopra la gente che de ciò non cura; Io dico e’ Cristïani e Carlo Mano, Che ben veduti gli han callare al piano.
Lo imperator gli vidde alla costiera, Dico e’ Pagani e il re Marsilïone; A benchè allora non sapea chi egli era, Pur fece presto a ciò provisïone. Subitamente fece una gran schiera De cavallieri arditi e gente bone; Ove gli trova, senza altro riguardo Tutti gli aduna intorno al suo stendardo.
Poi mosse Carlo questa compagnia, Sopra a un destriero a terra copertato; Per quel furor la terra sbigotia, Tamburi e trombe suonan da ogni lato. Marsilio d’altra parte anco vien via, Ma son davanti, come io ve ho contato, Il franco Feraguto e Rodamonte; E duo de’ nostri a lor scontrarno a fronte,
Il conte Gano e lo ongaro Otachiero, Contra di lor spronando a gran baldanza; E Rodamonte, che gionse primero, Scontrò nel scudo al conte di Maganza. Tutto il fraccassa il saracino altiero, E usbergo e ’l fianco passa con la lanza. Turpino il dice, et io da lui lo scrivo, Che Satanasso alor lo tenne vivo.
Questo servizio allor gli fie’ di certo, Per far dapoi dell’anima più straccio. Or Feraguto, il cavalliero esperto, Ben dètte ad Otachier più presto spaccio; Usbergo e scudo tutto gli ebbe aperto, Dietro a le spalle andò di lancia un braccio. Caderno entrambi a grave disconforto: L’un mezo è vivo, e l’altro al tutto morto.
E’ dui pagan lasciâr costoro in terra, E dan tra’ nostri a briglia abandonata; Il conte Gano ben presto si sferra, E se nascose l’anima dannata. Or chi me aiuta a ricontar la guerra Che fan color, crudele e disperata? Io non mi credo mai di poter dire L’aspre percosse e il lor crudo ferire.
Lingua di ferro e voce di bombarda Bisognarebbe a questo racontare, Che par che ’l cel de lampi e di foco arda, Veggendo e’ brandi intorno fulminare; E, benchè nostra gente sia gagliarda, Contra a’ duo saracin non può durare, Come iudichi il cel quel giorno a morte Lo imperatore e la real sua corte.
Questo da quella e quel da questa banda Armi e persone tagliano a traverso; Il re Carlone a Dio si racomanda, Chè, come gli altri, di stupore è perso, Benchè per tutto provede e comanda; Ma tanto è il crido orribile e diverso Di gente occisa e de arme il gran rumore, Che non intende alcun lo imperatore.
Ma ciascaduno, ove meglio far crede, Corre alla zuffa come disperato; Ben vi scio dir, se Dio non gli provede, Che Carlo questo giorno è disertato, E rimarrà la Francia senza erede, Chè ogni barone a quel campo è tagliato, Et è occiso anco il popol più minuto Da Rodamonte insieme e Feraguto.
Dal destro lato intrò re Rodamonte Col brando di Nembrot ad ambe mano, E partì Ranibaldo per la fronte, Duca de Anversa, che è bon cristïano. Da poi Salardo, che de Alverna è conte, Taglia a traverso e lascia morto al piano; Ugo e Raimondo trova il maledetto, L’un sino al collo, e l’altro fende al petto.
Quel di Cologna, e questo era Picardo: Il Saracino a terra gli abandona, E gli altri occide senza alcun riguardo Quel re, che di prodezza è la corona; Nè di lui Feraguto è men gagliardo, Chè meraviglia fan de la persona: Ranier di Rana, il patre de Oliviero, Ferito a morte abatte del destriero;
E il conte Ansaldo, il quale era alemano, Et è segnor de la città de Nura, Percote sopra a l’elmo ad ambe mano, E tutto il parte insino alla cintura. Tutta la gente fugge per il piano: Chi non avria di que’ colpi paura? Duca di Clevi, il duca di Sansogna, Ciascuno ha un colpo, e più non vi bisogna;
Però che il collo a l’un tagliò di netto, Volò via il capo e l’elmo col cimiero; L’altro divise da la fronte al petto, Poi dà tra gli altri quel saracin fiero. Re Carlo avea di ciò tanto dispetto, Che non capìa di doglia nel pensiero. Ecco Marsilio ariva e la gran gente: Non scia re Carlo che farsi nïente.
Nïun Ranaldo vi è, nïuno Orlando, Nïun Danese e nïuno Oliviero; Chi qua, chi là nel campo combattando, Ciascun di adoperarse avea mestiero; Onde il bon re, de intorno riguardando, Poi che non vede conte, o cavalliero Che a’ soi nemici più volti la faccia, Fasse la croce e il forte scudo imbraccia,
Dicendo: — O Dio, che mai non abandoni Chiunque in te spera con perfetto core, Sì come fanno adesso e’ miei baroni, Che abandonano al campo il suo segnore: Meglio è morire e poter star tra’ boni, Che più campare al mondo in disonore; Aiutame, mio Dio, dammi baldanza: In te sol fido et ho la mia speranza.
Tra le parole una grossa asta aresta, Sempre chiamando a Dio del celo aiuto, E, dove è la battaglia e più tempesta, Sprona il destriero e scontra Feraguto. Proprio alla vista il gionse nella testa, Poco mancò che non fosse caduto; Ma tal possanza avea il crudo barone, Che se mantiene a forza ne l’arcione.
La lancia volò in pezzi con romore, E Feraguto, che il colpo avea preso, Qual mai pigliato non avea il maggiore, Se rivoltò, de furia e de ira acceso; Gionse ne l’elmo al franco imperatore, E sopra al prato lo mandò disteso. Ciascun che ’l vidde, crede che ’l sia morto: Bene hanno e’ nostri e cruccio e disconforto.
Ma sopra agli altri il franco Balduino, Benchè sia nato de la falsa gesta, Forte piangendo se chiama tapino, E via correndo di cercar non resta Per ritrovare Orlando paladino. Ugetto di Dardona ancora in questa Veggendo il fatto se partì di saldo, E va correndo per trovar Ranaldo.
Ma il re Marsilio intrò nella battaglia, Suonando trombe e corni e tamburini, E tanto è il crido de la gran canaglia, Che par che ne lo abisso il cel ruini. La nostra gente tutta se sbaraglia, Perchè adosso gli sono i Saracini, Che gli tagliano tutti a pezzi e a fetta: Chi può fuggir, nel campo non aspetta.
Ma Balduin cercando atrovò il conte, Che pure alora occise Balgurano; Come di sangue là fusse una fonte, Fatto avea rosso tutto intorno il piano; E Balduin, battendosi la fronte, Conta piangendo come Carlo Mano È morto al campo, o sta con tal martire, Che in poco de ora converrà morire.
Orlando alle parole stette un poco, Per la gran doglia che gli gionse il core, Ma poi divenne rosso come un foco, Battendo i denti insieme a gran furore. Da Balduino avendo inteso il loco Ove abattuto è Carlo imperatore, Là se abandona quella anima fiera: Ciascun fa loco più che volentiera.
Chi non il fa ben presto, se ne pente, Chè lui non cegna, ma del brando mena, Et è tanto turbato e tanto ardente, Che non discerne e’ soi da gli altri apena. Per quel camino occise una gran gente; Ma ritorno ad Ugiero di Dardona, Qual mai non posa cercando a ogni mano, Sin che ha trovato il sir di Montealbano.
Nè il cognoscea, tanto era sanguinoso, Chè il scudo avea coperto e l’armatura; Poi che il cognobbe, tutto lacrimoso Gli racontò la gran disaventura, Come era andato il fatto doloroso, E che il re Carlo sopra alla pianura Era abattuto, de la vita in bando, Se non lo ha già soccorso il conte Orlando;
Perchè venendo lo vidde passare, Et era sieco a lato Balduvino, Qual forse questo gli debbe contare, Però che anch’esso a Carlo era vicino. Quando Ranaldo odìa ciò racontare, Forte piangendo disse: Ahimè tapino! Che se egli è ver ciò che costui favella, Perduta ho in tutto Angelica la bella.
Se di me prima là vi gionge Orlando, Io scio che Carlo aiutarà di certo, Et io serò, come fui sempre, in bando, Disgrazïato, misero e diserto. Almen potevi tu venir trottando! Venuto sei di passo, io il vedo aperto, Nè me il faria discreder tutto il celo, Chè il tuo destrier non ha sudato un pelo.
— A tutta briglia venni speronando, Rispose Ugetto, e tu pur fai dimora; Or che sciai tu se qualche impaccio Orlando Ha retenuto, e non sia gionto ancora? Tu provar debbi la ventura, e, quando Venga fallita, lamentarti alora; Sì presto è il tuo destrier, che a questo ponto Prima de ogni altro ti vedo esser gionto.
Parve a Ranaldo che il dicesse il vero, Però ben presto se pose a camino. Spronando a tutta briglia il suo destriero, A gran fraccasso va quel paladino; Qualunque trova sopra del sentiero, O voglia esser cristiano, o saracino, Con lo urto getta a terra e con la spada, Nè vi ha riguardo, pur che avanti vada.
Marcolfo il grande, [che] fu un pagano Che servia in corte il re Marsilïone, Il qual, seguendo e’ nostri in su quel piano, Scontrossi a caso nel figlio de Amone, Che de Fusberta lo gionse a due mano, E tutto lo partì sino al gallone; E poco apresso truova Folvirante Re di Navarra, di cui dissi avante.
Ranaldo de una ponta l’ha percosso, Dietro alle spalle ben tre palmi il passa, E de urto gli cacciò Baiardo adosso Percotendolo a terra, e quivi il lassa; E Balivorne, quel saracin grosso, Che avea rivolto al capo una gran fassa, De cotal colpo tocca con Fusberta, Che gli ha la faccia insino al collo aperta.
Ranaldo non gli stima tutti uno asso, Pur che se spacci a trovar Carlo Mano. Ecco uno abbate ch’è davanti al passo, Limosinier di Carlo e capellano: Grassa era la sua mula, e lui più grasso, Nè sa che farsi, abenchè sia nel piano: Questo avea tanta tema de morire, Che stava fermo e non sapea fuggire.
Ranaldo l’urta a mezo del camino, Lui cadde sotto, sopra è la sua mulla; Quel che ne fosse, non scrive Turpino, Et io più oltra ve ne so dir nulla. Sopra a lui salta il franco paladino, E ben col brando intorno se trastulla, Facendo braccie e teste al cel volare: Ben vi scio dir che largo se fa fare.
Ecco davanti vidde una gran folta, Ma che sia in mezzo, non pô discernire. Questa è gente pagana, che era involta De incerco a Carlo, per farlo morire; E dietro tanta vi ne era aricolta, Che ad alcun modo non ne potea gire; Ben che lui mostri arditamente il viso E si diffenda, pur l’avriano occiso.
Ranaldo adosso a lor sprona Baiardo, Avenga che non sappia di quello atto, Ma, come dentro al cerchio fie’ riguardo, Subitamente se accorse del fatto. Qui vi so dir che se mostra gagliardo, Onde il re Carlo il cognobbe di tratto, Aiutami, dicendo, filiol mio, Chè al mio soccorso te ha mandato Iddio!
Parlava Carlo, e tuttavia col scuto Stava coperto e la spada menava, E veramente gli bisogna aiuto, Tanta la gente adosso gli abondava. Di Corduba era il conte qua venuto (Partano il saracin se nominava), Qual mai non lascia che Carlo se mova; Per dargli morte pone ogni gran prova.
Ma gionto da Ranaldo all’improviso Non se diffese, tanto impaurì; A benchè in ogni modo io faccia avviso Che il fatto serìa pur gito così. Ranaldo dà ne l’elmo, e fesse il viso, E ’l mento e il collo, e il petto gli partì. Lascialo andare, e mena a più non posso A un altro, che al re Carlo è pure adosso.
Questo era il conte de Alva, Paricone: Ranaldo lo tagliò tutto a traverso E prestamente prese il suo ronzone. Però che quel de Carlo era già perso; E tanto se sostenne il fio de Amone, Dando e togliendo in quel stormo diverso, Che a mal dispetto de ciascun pagano Sopra al destrier salì re Carlo Mano.
Nè bisognava che fosse più tardo, Perchè non era apena in su la sella, Che Feraguto, il saracin gagliardo, E ’l re Marsilio gionse proprio in quella. Venian quei duo pagan senza riguardo, Ciascaduno a due man tocca e martella; Come tra gente rotta e dissipata, Venian ferendo a briglia abandonata.
La nostra gente avante a lor non resta, Ma fugge in rotta, piena di spavento; Chi avia frappato il viso, e chi la testa: Non fu veduto mai tanto lamento. Ma quando Carlo e i baron di sua gesta Al campo se voltâr con ardimento, Et apparbe Ranaldo in su Baiardo, Chi più fuggiva, più tornò gagliardo.
Suonâr le trombe e il crido se rinova, E la battaglia più s’accende e aviva. Ciascuno intorno a Carlo se ritrova, Nè mostra de esser quel che mo fuggiva, Anci per amendar pone ogni prova. Marsilio, che sì ratto ne veniva, E Feraguto ancor da l’altro canto, A ciò mirando, se affermarno alquanto.
Ciascun di loro in su la briglia sta, Già non temendo che altri se gli appressi; Or l’uno e l’altro a furia se ne va Ove e’ nimici son più folti e spessi. E’ si suol dir che Dio gli uomini fa, Poi se trovano insieme per se stessi, Sì come Carlo al re Marsilïone Trovosse, e Feraguto al fio de Amone.
Oh colpi orrendi! oh battaglia infinita! Che chi l’avesse con gli occhi veduta, Credo che l’alma tutta sbigotita Per tema avria cridato: Aiuta! aiuta! E, poi che fosse for del corpo uscita, Mai non serebbe in quel loco venuta, Per non vedere in viso e’ due guerrieri De ira infiamati e de arroganza fieri.
Or de Marsilio e de lo imperatore Vi lasciarò, ch’io non ne fo gran stima, E contarò la forza e il gran valore De gli altri duo, che son de ardire in cima. A cominciarla mi spaventa il core: Che debbo io dire al fin? che dirò in prima? Duo fior di gagliardia, duo cor di foco Sono a battaglia insieme a questo loco.
E cominciarno con tanta ruina L’aspra baruffa e con tanto fraccasso, Che già non sembra che da la mattina Sian stati in arme al sol che era già basso. Ciascun stare al suo loco se destina, Nè se tirâr dal campo a dietro un passo, Menando colpi di tanto furore, Che a’ riguardanti fa tremare il core.
Ranaldo gionse in fronte a Feraguto, E, se non era quello elmo affatato, Lo avria fiaccato in pezzi sì minuto, Che ne l’arena non se avria trovato. Callò Fusberta e giù colse nel scuto, Che era di nerbo e di piastra ferrato; Tutto lo spezza e tocca ne lo arcione: Mai non se vidde tal destruzïone.
E ben responde il saracino al gioco, Ferendo a lui ne lo elmo di Mambrino, E quel se divampava a fiamma e foco, Ma nol puote attaccar, cotanto è fino. Il scudo fraccassò proprio a quel loco Che a lui avea fiaccato il paladino, E gionse ne lo arcione a gran tempesta: Più de tre quarti en porta a la foresta.
Nè pone indugia, chè un altro ne mena, E gionse pur ne lo elmo di traverso. Pensàti se egli avea soperchia lena: Quasi Ranaldo a terra andò roverso, E se sostenne con fatica e pena; La vista aveva e lo intelletto perso. Baiardo il porta e nel corso se serra, Ciascun che ’l guarda, dice: Eccolo in terra!
Ma pur rivenne, e veggendo il periglio A che era stato e la vergogna tanta, Tutto nel viso divenne vermiglio Dicendo: Un Saracin di me si vanta? Ma se mo mo vendetta non ne piglio, La vita vo’ lasciarvi tutta quanta, E l’anima allo inferno e il corpo a’ cani, Se mai de ciò se vanta tra’ Pagani.
Mentre che parla, ponto non se aresta, Ma mena a Feraguto invelenito, E gionse il colpo orribile alla testa, Tal che alle croppe il pose tramortito. Ferir non fu giamai di tal tempesta: Ben stava il saracino a mal partito; Per uscir da ogni lato dello arcione, Quasi mezza ora stette in stordigione.
Il sangue gli uscia fuor di bocca e naso, Già ne avea lo elmo tutto quanto pieno. Or lasciar me il conviene in questo caso, Chè la istoria ad Orlando volge il freno. Dietro a Ranaldo è il paladin rimaso, Però che ’l suo destrier corre assai meno, Io dico Brigliador, che non Baiardo, Però qua gionse il conte un poco tardo.
Quando fu gionto e vidde il re Carlone Fuor di periglio in su lo arcion salito, Che avea afrontato il re Marsilïone, Anci in tre parte già l’avea ferito; E d’altra parte il franco fio de Amone Conduce Feraguto a mal partito: Quando ciò prese il conte a rimirare, Ahimè! diceva, qua non ho che fare!
A quel che io vedo, le poste son prese; Male aggia Balduino il traditore! Qual bene è de la gesta Maganzese, Che in tutto il mondo non è la peggiore. Per lui son consumato alla palese, Perduta è la speranza del mio amore; Persa è mia gioia e il mio bel paradiso Per lui che tardo gionse a darmi avviso.
Ben dirà Carlo ch’io venni in gran fretta Per dargli aiuto, come io debbo fare! Ma tu, gente pagana maledetta, Tutta la pena converrai portare; Sopra di voi serà la mia vendetta, E, se io dovessi il mondo ruïnare, Farò quanto Ranaldo questo giorno, O che davanti a Carlo mai non torno.
Così dicendo in dietro si rivolta, Torcendo gli occhi de disdegno e de ira. Sì come un tempo oscuro alcuna volta, Che brontolando intorno al cel se gira, E il tristo villanel che quello ascolta, Guarda piangendo e forte se martira; E quel pur viene et ha il vento davante, Poi con tempesta abatte arbori e piante:
Cotal veniva col brando a due mano Il conte Orlando, orribile a guardare. Non ebbe tanto ardire alcun pagano Che sopra al campo osasse de aspettare; Tutti a ruina e in folta se ne vano, Ma il conte altro non fa che speronare, Dicendo a Brigliador gran villania, Dandoli gran cagion del mal che avia.
Il primo che egli agionse in suo mal ponto, Fu Valibruno, il conte de Medina, E tutto lo partì, come io vi conto, Dal capo in su lo arcion con gran ruina. Poscia Alibante di Toledo ha gionto, Che non avea la gente saracina Di lui maggior ladrone e più scaltrito; Orlando per traverso l’ha partito.
Poi dà tra gli altri e trova Baricheo, Che ha il tesor di Marsilio in suo domino; Costui primeramente fu giudeo, E da poi cristïan, poi saracino, Et in ciascuna legge fu più reo, Nè credeva in Macon, nè in Dio divino. Orlando lo partì dal zuffo al petto: Non scio chi se ebbe il spirto maledetto;
Non scio se tra’ Giudei, o tra’ Pagani Giù ne lo inferno prese la sua stanza. Il conte il lascia, e tra’ saracin cani Ferisce ad ogni banda con baldanza. Sì come in Puglia ne gli aperti piani Ponesse il foco alcun per mala usanza, Quando trà il vento e la biada è matura, Ben faria largo e netto alla pianura;
Cotal tra’ Saracini il sir de Anglante Tagliando e dissipando ne veniva. Ecco longi cernito ebbe Origante, Ma nol volse ferir quando fuggiva; Anci correndo gli passò davante, E poi se volta e nel scudo lo ariva, E taglia il scudo e lui con Durindana, Sì che in duo pezzi il manda a terra piana.
Di Malica segnore era il pagano Qual v’ho contato che è in duo pezzi in terra; Orlando tocca Urgino ad ambe mano, Et in due bande aponto lo disserra. A Rodamonte, il quale era lontano E facea in altro loco extrema guerra, Fu aportato il furore e ’l gran periglio Nel quale è Feraguto e il re Marsilio.
Incontinente lascia Salamone, Quel di Bertagna, che era rimontato; E mal per lui, però che nel gallone E in faccia Rodamonte l’ha piagato; E già lo trabuccava de lo arcione, Che tutto il mondo non lo avria campato, Quando quel messo ch’io dissi, giongìa; Lui lascia Salamone e tira via.
Ne lo andar trovò il duca Guielmino, Sir de Orlïense, de gesta reale; Insino ai denti il parte il saracino, Chè la barbuta, o l’elmo non vi vale. Quanto più andando avanza del camino, Più gente urta per terra e fa più male; Ovunque passa quel pagano ardito, Qual morto abatte e qual forte ferito.
Missere Ottino, il conte di Tolosa, E il bon Tebaldo, duca di Borbone, Per terra abatte in pena dolorosa, E, via passando con destruzïone, Trovò la terra tutta sanguinosa, E un monte de destrieri e di persone, L’un sopra a l’altro morti e dissipati: Il conte è quel che gli ha sì mal menati.
Quivi le strida e il gran lamento e il pianto Sono a quel loco ove se trova Orlando, Quale era sanguinoso tutto quanto, E mena intorno con ruina il brando. Ma già finito nel presente è il canto, Che non me ne ero accorto ragionando; Segue lo assalto di spavento pieno, Qual fo tra il conte e il figlio de Ulïeno.