Libro II · Canto XXV
Il gigante e il serpente
Orlando e Rodamonte si colpiscono quasi a morte e Bradamante entra in battaglia; Brandimarte affronta un gigante che si trasforma in drago.
In breve
Nella grande battaglia, Orlando e Rodamonte si affrontano con colpi tremendi: solo gli elmi fatati li salvano, e alla fine Orlando, stordito, sta per cadere di sella. Proprio allora esce dall'agguato Bradamante con Gualtiero di Monlione e diecimila cavalieri freschi: i saraceni fuggono, e lei cerca soltanto Rodamonte, per vendicarsi di quello che le aveva fatto in Provenza. Quando lo trova, la battaglia ricomincia.
Ma il poeta lascia la guerra e torna a Brandimarte, in viaggio con Fiordelisa. Nonostante i segnali di una dama che gli fa capire di stare alla larga, entra in un palazzo dove un gigante combatte usando come arma un serpente. Ogni volta che Brandimarte li abbatte, il gigante diventa serpente e il serpente gigante; alla fine li uccide tutti e due, e poi anche il cavaliere che fa la guardia a un sepolcro. Ma la porta da cui è entrato è sparita: per uscire, gli dice la dama, dovrà aprire il sepolcro.
Ascolta il canto
Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.
Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.
Per i più giovani · 8-11 anni
Per ragazzi
Nella grande battaglia, ora si trovavano faccia a faccia Orlando e Rodamonte. Tutti si scansarono gridando: «Largo! Largo!» Le lance erano già rotte, così combattevano con le spade. A ogni colpo volavano via pezzi di scudi e di armature. Per fortuna tutti e due avevano elmi fatati, cioè protetti da un incantesimo.
Orlando diede un colpo così forte che Rodamonte quasi svenne e lasciò andare le briglie. Ma quando il saraceno si riprese, era più terribile che mai. Rispose con un colpo tremendo, e un pezzo dell'elmo di Orlando volò via. Il paladino, stordito, lasciò scivolare la spada e stava per cadere di sella.
Proprio in quel momento si sentirono grida alle spalle dei saraceni. Dal bosco uscivano diecimila cavalieri che non avevano ancora combattuto. Carlo Magno li aveva tenuti nascosti apposta. Li guidavano Gualtiero di Monlione e Bradamante, la sorella di Rinaldo, una ragazza guerriera fortissima. I saraceni, spaventati, scapparono da tutte le parti.
Bradamante galoppava davanti a tutti, ma non le importava dei nemici in fuga: cercava soltanto Rodamonte. Non aveva dimenticato quello che lui le aveva fatto in Provenza, quando le aveva ucciso il cavallo e aveva sconfitto i suoi soldati. Alla fine lo trovò, accanto a Orlando che barcollava. Bradamante riconobbe lo scudo del saraceno e gli si lanciò contro. E la battaglia ricominciò.
Qui però il poeta lascia la guerra e torna da Brandimarte, che viaggiava con la sua dama Fiordelisa. Arrivarono a un palazzo. Su un balcone c'era una ragazza vestita d'oro, che con la mano gli faceva segno di andare via. Brandimarte non si fermò ed entrò lo stesso.
Nel cortile c'era un gigante senza armi, che teneva per la coda un serpente dalle scaglie d'oro. Lo usava come una mazza! Il gigante corse contro Brandimarte e con il serpente lo buttò giù da cavallo. Brandimarte si rialzò, impugnò la spada e lo abbatté. Ma ecco una cosa incredibile: il serpente diventò un gigante, e il gigante diventò un serpente! Il nuovo gigante afferrò l'altro per la coda e ricominciò.
Successe sei volte. Brandimarte, stremato, pensava di non farcela. Alla fine, con un colpo solo, tagliò in due il serpente. Il gigante, rimasto senza compagno, scappò, ma Brandimarte lo raggiunse: questa volta il gigante non si rialzò più. Poi Brandimarte sconfisse anche il cavaliere che faceva la guardia a un sepolcro, una grande tomba. Fiordelisa ringraziò Dio a mani giunte.
Ma la porta da cui erano entrati era sparita! Allora scese la ragazza del balcone. «Per uscire devi aprire quel sepolcro» disse, «o morirai di fame qui dentro. Ma ti servirà un cuore coraggioso.»
Che cosa poteva nascondersi dentro quel sepolcro? Il poeta ci fa aspettare fino al canto dopo.
Il racconto
Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.
Tra ferro e fuoco ott. 1–6
Se mai il poeta ha cercato rime fiere per raccontare cose terribili, ora ne ha bisogno più che mai: deve raccontare la battaglia tra due cavalieri capaci di distruggere questo mondo e l'altro. E non può abbandonare le altre battaglie: combattono il Danese e Serpentino, Oliviero e Grandonio, re Marsilio e Carlo, figlio di Pipino; Rinaldo e Feraguto fanno più danni loro due che tutti gli altri insieme. E adesso si trovano faccia a faccia anche Orlando e Rodamonte.
Quando la gente li vede arrivare si scansa più in fretta che può, come gli storni davanti al falcone, gridando: «Largo! Largo!»
I due si scontrano senza pensarci un attimo. Le lance le hanno già rotte, ma con le spade menano colpi così tremendi che chi sta intorno quasi non osa respirare. A ogni colpo volano via pezzi di elmi, scudi e corazze, sbriciolati in polvere. Se non avessero in testa elmi fatati e addosso ottime armature, sarebbero già morti: quando le spade calano sembra che il cielo si apra e i tuoni rimbombino uno sull'altro.
Il colpo di Rodamonte ott. 7–11
Re Rodamonte, che non vede l'ora di raggiungere Marsilio e Feraguto, cala a due mani un colpo che prende lo scudo di Orlando nell'angolo in alto, lo spacca per lungo fino alla punta e arriva all'arcione, fracassandolo.
Orlando, già arrabbiato per altri motivi, aggiunge ira a ira e risponde con un colpo tremendo: manda più di mezzo scudo del pagano sull'erba e subito dopo, con un rovescio, lo prende di traverso sul guanciale dell'elmo. Il colpo è così forte che Rodamonte perde i sensi, sta per cadere dall'altra parte e lascia andare le briglie; la spada, legata al braccio con una catena, gli penzola trascinandosi a terra, e più di una volta sembra sul punto di cadere.
Quando si riprende, non è mai stato così terribile in vita sua. Per vendicarsi subito mena a Orlando un colpo così spaventoso che la barbuta dell'elmo vola via per l'aria, sbriciolata più fine della sabbia. Solo l'elmo di Almonte, che era di ottima tempra, salva Orlando dalla morte, anche se il paladino arriva fin sulla porta dell'altro mondo. La spada gli cade di mano, ma la catena la tiene legata al braccio; ha i piedi fuori dalle staffe e ondeggia di qua e di là, sul punto di cadere.
Bradamante esce dall'agguato ott. 12–15
La gente che stava a guardare a un tratto comincia a gridare «Aiuto! Aiuto!» e a scappare: alle loro spalle stanno arrivando grandi schiere. Sono Gualtiero di Monlione e Bradamante, la figlia di Amone, usciti dall'agguato come aveva ordinato Carlo: diecimila cavalieri coraggiosi, che quel giorno non hanno ancora combattuto. I saraceni, sbigottiti, sgomberano il campo più in fretta che possono, perché Bradamante gratta loro la rogna.
La fanciulla galoppa più di un tiro d'arco davanti agli altri, così robusta e fiera in volto che fa paura solo a guardarla. Butta a terra stendardi e bandiere, ma non le importa di nient'altro che di trovare Rodamonte: si ricorda degli affronti di un tempo, quando in Provenza lui le uccise il cavallo e fece strage della sua gente. Ora pensa solo a vendicarsi e non smette di cercarlo. Passa in mezzo ai saraceni quasi senza accorgersi di loro.
La furia di Bradamante ott. 16–22
Due però le danno fastidio, Archidante, conte di Sanguinto, e Olivalto, signore di Cartagena: uno lo lascia morto, l'altro sconfitto. A Olivalto tira una stoccata sullo scudo dipinto che gli spezza la corazza come vetro e lo trapassa per più di un palmo. Poi si volta contro Archidante e, furiosa, lo colpisce a due mani in fronte; per sua fortuna la spada si gira di piatto, e lui cade a gambe all'aria e resta stordito sulla strada. La dama passa oltre.
Mette in fuga le schiere pagane una dopo l'altra, e dove passa lascia una scia che tutti possono seguire; la sua gente, dietro di lei, è tutta sporca di sangue. Vedendo quella rovina, Narbinale, conte di Algeri, un saraceno feroce che di mestiere faceva il corsaro ma era anche abile a cavallo, le si scaglia contro con una lancia grossa e nodosa e la colpisce con forza. Ma lei non si muove neanche dalla sella: gli cala la spada sull'elmo e lo spacca fino ai denti. Narbinale cade morto, e i pagani scappano ammassandosi da tutte le parti, con i cristiani sempre alle calcagna.
La dama prende un'altra strada, lasciando gli altri a sinistra, e arriva proprio dove Orlando sta per cadere di sella. Rodamonte non lo tocca: sta lì a guardarlo. Bradamante riconosce il crudele pagano dal cimiero e dall'insegna dello scudo e gli si lancia contro. Ricomincia così una battaglia aspra; ma per ora il poeta non la racconta, perché Turpino torna a Brandimarte e alla sua avventura, finché non lo avrà condotto sano e salvo in Francia.
Il palazzo della dama ott. 23–28
Dopo aver ucciso il ladrone Barigaccio, Brandimarte cavalca allegro con la sua dama su Batoldo, il buon cavallo. Arriva a un palazzo che ha un bel balcone sopra un giardino, e sul balcone c'è una fanciulla vestita d'oro, bellissima. Appena lo vede arrivare, lei gli fa segno con il viso e con la mano di andare altrove e di passare lontano dal palazzo. Il poeta non sa dire se Brandimarte capisca o no: fatto sta che non si ferma finché non arriva davanti al portone.
Dentro vede un grande cortile quadrato di cento braccia per lato, circondato da logge dipinte. In mezzo c'è un gigante senza spada, senza mazza e senza armatura, che tiene per la coda un serpente. Di fronte a lui si apre un'altra porta, da cui si vede il verde del giardino, e lì, proprio sulla soglia, c'è un sepolcro, con un cavaliere armato a fargli la guardia.
Il gigante lotta con il serpente dalle scaglie d'oro, che non riesce mai a morderlo, perché il gigante non gli lascia mai la coda e lo fa girare in tondo. Ma appena vede Brandimarte sulla porta, il gigante, sbuffando di rabbia, gli corre incontro trascinandosi dietro il drago. «Che il cielo aiuti Brandimarte» dice il poeta, «perché questo è l'incantesimo più straordinario che ci sia al mondo.»
Il gigante e il serpente ott. 29–36
Il gigante solleva il serpente e lo usa come una mazza contro Brandimarte, che non ha mai sentito un dolore simile, perché il drago è lunghissimo e grosso. Ma non si perde d'animo e colpisce il gigante con la spada su una spalla, aprendogli una ferita lunga quasi un braccio. Il gigante grida, rialza il drago e colpisce Brandimarte in testa, buttandolo giù di sella svenuto; poi colpisce anche Batoldo e lo stende a terra.
Brandimarte si riprende, si raccomanda a Dio e affronta il gigante con la spada in mano. Quello lo stende di nuovo con il drago, ma intanto Brandimarte gli ha piantato la spada nel corpo per più di una spanna, e cadono quasi insieme. A questo punto succede una cosa incredibile: il serpente prende testa, collo, petto, braccia e mani d'uomo e diventa un gigante, proprio com'era l'altro; e il gigante diventa un drago, uguale al serpente di prima. Il nuovo gigante lo afferra per la coda e torna all'attacco nello stesso modo.
Brandimarte non si spaventa e continua a combattere, finché ferisce il gigante in quattro punti e alla fine, con la sua spada Tranchera, lo spacca fino al petto. Subito quello si trasforma in drago, e il drago torna gigante; lo riprende per la coda e ricomincia. Brandimarte lo colpisce a una spalla e lo taglia fino al fianco. E così ancora: per sei volte i due si trasformano, per sei volte Brandimarte li abbatte, e la lotta si fa sempre più dura. Ormai il barone non sa più che fare, e pieno di sconforto è convinto di dover morire.
La vittoria di Brandimarte ott. 37–41
Ma, valoroso com'è, non si arrende: mena un colpo terribile e prende il serpente a metà del corpo, dietro le ali, tagliandolo in due. Il gigante lascia andare quello che resta del drago e scappa lamentandosi verso la porta del sepolcro. Brandimarte lo raggiunge, gli cala la spada in testa e lo spacca fino alla cintura. Il gigante cade a terra tremando e, rimasto senza il suo compagno, muore davvero e non torna più in vita.
Il gigante è appena caduto che il cavaliere di guardia all'altra porta si lancia contro Brandimarte. Brandimarte è più forte e in un attimo lo stende morto accanto al gigante. Fiordelisa, che l'aveva seguito nella loggia, vedendo finita la battaglia ringrazia Dio a mani giunte.
Ma la porta da cui sono entrati è sparita, e per quanto la cerchino non riescono più a trovarla. Non sanno che fare: l'unica speranza è che la dama che li aveva avvertiti mostri loro come portare a termine l'avventura. Intanto si mettono a guardare le pitture d'oro e di colori che decorano la loggia.
Le pitture della loggia ott. 42–56
Le quattro pareti sono dipinte con cavalieri grandi come giganti, armati a cavallo, così fieri che chi entra resta a bocca aperta. Il poeta non sa chi sia il pittore che ha raffigurato le grandi cose che dovevano accadere nel futuro, né chi gliele avesse mostrate.
Sulla prima parete c'è un signore coraggioso, dall'aspetto gentile e delicato, che per difendere la Santa Chiesa e il proprio onore ha sconfitto l'imperatore Rigo. Si vede la battaglia lungo l'Adda, nei prati di Brescia: i Tedeschi morti sul campo, i ghibellini dispersi, e l'aquila nera inseguita per monti e pianure dal volo e dagli artigli di quella bianca. Il suo nome è scritto sopra la sua testa a lettere d'oro su campo azzurro; e dovrebbe chiamarsi "tesoro di virtù". Intorno ci sono le imprese di molti altri della sua famiglia.
Sulla seconda c'è un giovane che la natura mostrò al mondo e subito si riprese: il cielo, invidioso, lo volle con sé, perché in lui c'era tutto quello che può avere un uomo perfetto, valore, bellezza, forza, cortesia, coraggio e senno. Contro di lui, nella pianura di là dal Po, ci sono i Boemi e tutti i ghibellini, con il crudele Azolino da Romano, signore di Treviso, che sembra figlio dell'inferno più che di un padre umano: la pittura mostra intorno a lui donne e bambini uccisi, e undicimila padovani che aveva fatto bruciare insieme. Poco più in là si vedono le insegne dell'imperatore Federico secondo, che vuole cancellare dal mondo la Chiesa di Dio; dall'altra parte le sante chiavi e, a difenderle, l'aquila bianca in campo azzurro. È dipinta la battaglia a un passo di montagna, con Azolino ferito da una freccia al piede sinistro e da una mazza in testa, e i suoi sconfitti e dispersi nella foresta.
Sulla terza parete c'è la lunga storia di un personaggio quasi soprannaturale, bellissimo, circondato di gigli, rose e fiori d'aprile. Ancora bambino è gettato in mezzo a bestie feroci, senza parenti né amici che lo aiutino: due leoni, un drago appena arrivato, e soprattutto la sua stessa aquila e una pantera, che gli danno più fastidio di tutte. Lui uccide il drago, calma i leoni, scaccia l'aquila e accorcia gli artigli alla pantera, che se ne ricorda ancora. Poi lo si vede navigare con conti e baroni, devotamente, verso la Terra Santa e altri paesi; poi visita tutta la Spagna fino all'oceano, e in Francia viene accolto con onori regali, forse come parente. Il pittore però ha sbagliato, dice il poeta, perché non ha dipinto quanto fosse umano, generoso e pieno d'amore: non c'era più spazio sulla parete.
La quarta parete mostra un suo figlio, che da bambino viene cacciato dalla sorte, bello e bianco come un giglio, con i capelli rossicci e il viso aquilino: ma lui prende con sé soltanto la virtù, e la porta via da casa, mentre tutto il resto resta in mano ad altri. Lo si vede crescere in fama, sapere e valore, e poi trionfare in grandi battaglie: in tanti paesi i nemici fuggono davanti a lui. Sopra la sua testa c'è una scritta d'oro: «Se potessi mostrare in questa pittura la virtù del suo cuore, il mondo non avrebbe una figura più bella, più regale e più degna d'onore. Non ho provato a disegnarla, perché supera l'intelligenza umana.»
Il sepolcro ott. 57–58
Brandimarte sta ancora guardando, quando scende la dama che dal balcone gli aveva fatto segno: «Che fai? Perdi tempo a guardare queste cose, invece di pensare a quello che conta di più? Devi aprire quel sepolcro, o morirai di fame chiuso qui dentro. Ma quando il sepolcro sarà aperto, ti servirà un cuore coraggioso: altrimenti sarai perduto, e metterai in pericolo anche noi.»
«Belle signore e bei signori» conclude il poeta, «so che vi dispiacerà che il canto finisca senza che abbiate capito tutto: ma nel prossimo ve lo racconterò per intero.»
Parole difficili
- inviluppato ott. 1: avvolto, aggrovigliato.
- figlio di Pipino ott. 2: Carlo Magno, figlio del re dei Franchi Pipino.
- storni a spargo ott. 3: storni che si sparpagliano in volo.
- barbuta ott. 10: parte dell'elmo che protegge il viso e il mento.
- elmo de Almonte ott. 11: l'elmo di Orlando, che era appartenuto al re saraceno Almonte.
- acciarino ott. 11: d'acciaio.
- aguaito ott. 13: agguato, imboscata.
- gratta la rogna ott. 13: modo di dire scherzoso, come "dare una lezione".
- corsale ott. 19: corsaro, pirata.
- noderuta ott. 19: nodosa, piena di nodi.
- verone ott. 23: balcone, terrazzino.
- storïate ott. 25: dipinte con storie e figure.
- Tranchera ott. 34: la spada di Brandimarte.
- Rigo imperatore ott. 43: l'imperatore Enrico.
- gibillina ott. 44: ghibellina, cioè del partito che sosteneva l'imperatore contro il papa.
- Azolino ott. 47: Ezzelino da Romano, signore di Padova e della Marca Trevigiana nel Duecento, famoso per la sua crudeltà.
- sante chiave ott. 49: le chiavi di san Pietro, simbolo del papa e della Chiesa.
Il testo di Boiardo
58 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)
Se mai rime orgogliose e versi fieri Cercai per racontare orribil fatto, Ora trovarle mi farà mestieri, Però che io me conduco a questo tratto Alla battaglia con duo cavallieri, Che questo mondo e l’altro avrian disfatto; Tra ferro e foco inviluppato sono, Chè l’altre guerre ancor non abandono.
Perchè dove è il Danese e Serpentino, Ov’è Olivieri e Grandonio si geme; E il re Marsilio e il figlio di Pipino, Quanto se può, ciascun sopra se preme; Ranaldo e Feraguto il saracino Fan più lor duo che tutti gli altri insieme; Et or di novo Orlando e Rodamonte Per più ruina son condutti a fronte.
Sì come a l’altro canto io vi ebbi a dire, Ciascun di loro avanti avea gran cazza; Cristian nè Saracin potean soffrire, Perchè l’un più che l’altro assai ne amazza. Quando la gente gli vide venire, Ognun a più poter fan larga piazza; Come avante al falcone e’ storni a spargo, Fugge ciascun cridando: Largo! largo!
E quei duo cavallier con gran baldanza Se urtarno adosso, senza più pensare. Avea prima ciascun rotta sua lanza, Ma con le spade ben vi fo che fare, Menando i colpi con tanta possanza, Che ciascadun che sta intorno a mirare, Di trare il fiato apena non se attenta; Tanto al ferire estremo se spaventa.
Barbute e scudi e usberghi e maglie fine Ne porta sieco a ogni colpo di spada, Come lo inferno e il cel tutto ruine, E mare e terra con fraccasso cada; E la piastra, percossa a polverine, Vola de intorno e non scio dove vada, Chè ogni pezzo è sì minuto e poco, Che non se trovarebbe in alcun loco.
E, se non fosse per gli elmi affatati Che aveano in capo, e la bona armatura, Non vi seriano a quest’ora durati, Per la battaglia tenebrosa e scura; Chè tanto sono e’ colpi smisurati, Che pure a racontarli è una paura; Quando giongon e’ brandi in abandono, Par che ’l cel s’apre e gionga trono a trono.
Re Rodamonte, il quale ardea de andare Ove era il re Marsilio e Feraguto, Temendo forse che per dimorare Giongesse dapoi tardo a dargli aiuto, Ad ambe mano un colpo lascia andare, E tocca nel cantone in cima al scuto; Per lungo il fende a l’altra ponta bassa, Gionge a l’arcion e tutto lo fraccassa.
Quando se avidde di quel colpo Orlando, Turbato d’altro, forte disdegnoso, Ira sopra ira più multiplicando, Lascia a due mano un colpo tenebroso; Gionse nel scudo il furïoso brando, E più di mezo il manda al prato erboso, Nè pone indugia e tira un gran roverso, E nel guanciale il gionse di traverso.
Fo il colpo orrendo tanto e smisurato, Che trasse di se stesso quel pagano, E fo per trabuccar da l’altro lato, E da la briglia abandona la mano. Il brando che nel braccio avea legato, Tirando drieto trasinava al piano, E sì gli avea ogni lena il colpo tolta, Che per cader fo assai più che una volta.
Poi che fu il spirto e l’anima venuta, Ne la sua vita mai fu tanto orribile; Di presto vendicarse ben se aiuta: Mena ad Orlando un gran colpo e terribile, Qual dileguò in tal modo la barbuta, Che via per l’aria ne volò invisibile, Più trita e più minuta che l’arena; Che ormai sia al mondo, non mi credo apena.
Lo elmo de Almonte, che tanto fu fino, Ben campò alora Orlando dalla morte, Avenga che a quel colpo il paladino Del morir corse fino in su le porte; Di man gli cadde il bon brando acciarino, Ma la catena al braccio il tiene forte: Fuor delle staffe ha i piedi, e ad ogni mano Spesso se piega per cadere al piano.
La gente che de intorno era a guardare, Et avea de tal colpi assai che dire, Subitamente cominciò a cridare: Aiuto! aiuto! e poi prese a fuggire; Perchè, avendosi indietro a riguardare, Gran schiere sopra a lor vidder venire, E questo era Gualtier da Monlïone E Bradamante, la figlia de Amone.
Eran costor fuor dello aguaito usciti, Sì come avea commesso Carlo Mano: Ben diece millia cavallieri arditi, Che avuto impaccio quel giorno non hano. Per questo i Saracin son sbigotiti, Ciascuno a più poter spazza quel piano; E ben presto spaciarsi gli bisogna, Sì Bradamante a lor gratta la rogna.
Avanti a gli altri la donzella fiera Più de un’arcata va per la pianura, Tanto robesta e sì superba in ciera, Che solo a riguardarla era paura; Là quel stendardo, e qua questa bandiera Gietta per terra, e de altro non ha cura Che di trovare al campo Rodamonte, Chè del passato se ramenta l’onte,
Quando in Provencia gli occise il destriero E fece di sua gente tal ruina. Ora di vendicarse ha nel pensiero, E di cercarlo mai non se rafina. Sprezando sempre ogni altro cavalliero, Via passa per la gente saracina, Nè par pur che di lor se accorga apena, Benchè de intorno sempre il brando mena.
Pur Archidante, il conte de Sanguinto, Et Olivalto, il sir de Cartagena, L’un pose morto a terra, e l’altro vinto, Perchè de intorno gli donavan pena; Ad Olivalto nel scudo depinto Una aspra ponta la donzella mena, E spezzò quello usbergo come un vetro; Ben più de un palmo gli passò di dietro.
Questo abandona e mena ad Archidante Ad ambe man, sì come era adirata, E ne la fronte li gionse davante: Per sua ventura se voltò la spata; E lui cadendo a su volta le piante E rimase stordito ne la strata. La dama non ne cura e in terra il lassa, E ruïnando via tra gli altri passa.
E mena in volta le schiere pagane, Facendo deleguare or quelle, or queste; Ove ella corre, il segno vi rimane E fa le strate a tutti manifeste, Che restan piene di piedi e di mane, Di gambe e busti e di braccie e di teste; E la sua gente, che alle spalle mena, È di gran sangue caricata e piena.
Veggendo tal ruina Narbinale, Conte de Algira, quel saracin fiero, Ben che abbia altro mestier, chè fu corsale, (Era ancor destro e forte in su il destriero): Costui veggendo il gran dalmaggio e il male Che fe’ la dama per ogni sentiero, Con una lancia noderuta e grossa A lei se afronta e dàgli alta percossa.
Ma lei de arcion non se crolla nïente, E mena sopra a l’elmo a quel pagano, E calla il brando giù tra dente e dente; Quel cadde morto del destriero al piano. Quando ciò vidde la pagana gente, Ben vi so dir che a folta se ne vano Chi qua, chi là, fuggendo a più non posso; Ma sempre e’ Cristïan lor sono adosso.
Tenne la dama diverso camino, Lasciando a man sinestra gli altri andare, E gionse dove Orlando il paladino Stava for dello arcion per trabuccare. Vero è che Rodamonte il saracino Non lo toccava e stavalo a mirare; La dama ben cognobbe il pagan crudo Al suo cimiero e alle insegne del scudo.
Onde se mosse, e verso lui se afronta. Or se rinova qui l’aspra battaglia E’ crudel colpi de taglio e di ponta, Spezzando al guarnimento piastra e maglia; Ma nel presente qua non se raconta, Perchè Turpin ritorna alla travaglia Di Brandimarte e sua forte aventura, Sin che il conduca in Francia alla sicura.
Avendo occiso al campo Barigaccio, Come io contai, quel perfido ladrone, Con la sua dama in zoia et in sollaccio Venìa sopra a Batoldo, il bon ronzone; E caminando gionse ad un palaccio, Che avea verso a un giardino un bel verone, E sopra a quel verone una donzella Vestita de oro, e a maraviglia bella.
Quando ella vidde il cavallier venire, Cignava a lui col viso e con la mano Che in altra parte ne dovesse gire, E che al palazzo passasse lontano; Ora, Segnori, io non vi saprei dire Se Brandimarte intese, o non, certano; Ma cavalcando mai non se ritiene Sin che a la porta del palazzo viene.
Come fu gionto alla porta davante, Dentro mirando vidde una gran piazza Con loggie storïate tutte quante: Di quadro avea la corte cento brazza. Quasi a mezo di questa era un gigante, Qual non avea nè spada, nè mazza, Nè piastra o maglia, e de altre arme nïente, Ma per la coda avea preso un serpente.
Il cavallier de ciò ben si conforta, Poi che ha trovata sì strana aventura; Ma in su quel dritto aperta è un’altra porta, Che del giardin mostrava la verdura, E un cavallier, sì come alla sua scorta, Si stava armato ad una sepoltura; La sepoltura è in su la soglia aponto Di questa porta, sì come io vi conto.
Ora il gigante stava in gran travaglia Con quel serpente, come io vi contai, Ma sempre a un modo dura la battaglia: Quel per la coda nol lascia giamai. Benchè il serpente, che de oro ha la scaglia, Piegasse a lui la testa volte assai, Mai nol puote azaffare o darli pena, Chè per la coda sempre intorno il mena.
Mentre il gigante quel serpente agira Brandimarte alla porta ebbe veduto, Onde, soffiando di disdegno e de ira, Correndo verso lui ne fo venuto, E de[x]tro a sè il dragon per terra tira. Or doni il celo a Brandimarte aiuto, Chè questo è il più stupendo e grande incanto Che abbia la terra e il mondo tutto quanto.
Come è gionto, il gigante alcia il serpente, Con quello a Brandimarte mena adosso. Non ebbe mai tal doglia al suo vivente, Perchè quel drago è lunghissimo e grosso; Pur non se sbigotisce de nïente, Ma quel gigante ha del brando percosso Sopra a una spalla, e giù calla nel fianco: Lunga è la piaga un braccio, o poco manco.
Crida il gigante e pur alcia il dragone, E gionse Brandimarte ne la testa, E tramortito lo trasse de arcione, E, il serpente menando, non se arresta; Anci gionse a Batoldo, il bon ronzone, E disteselo a terra con tempesta. Rivene il cavalliero, e in molta fretta È destinato a far la sua vendetta.
Col brando in mano il gran gigante affronta, E se accomanda alla virtù soprana; Ma quel mena del drago a prima gionta, E di novo il distese a terra piana. Già Brandimarte avea tratto una ponta, E passato l’avea più de una spana; Avendo l’uno e l’altro il colpo fatto, Quasi alla terra se ne andarno a un tratto.
Ma quel serpente fece capo umano, Sì come proprio avea prima il gigante, E collo e petto e busto e braccie e mano E insieme l’altre membre tutte quante; E quel gigante venne un drago istrano, Proprio come questo altro era davante, E, sì come era per terra disteso, Fo dal gigante per la coda preso.
E verso Brandimarte torna ancora Menando, come il primo fatto avia; Lui, che levato fu senza dimora, Già di tal cosa non se sbigotia, Anci menando del brando lavora, Dando e cogliendo colpi tuttavia; Tanto animoso e fiero è Brandimarte! Ferito ha già il gigante in quattro parte.
A benchè anco esso pisto e percosso era, Tanto il feriva spesso il maledetto; E la battaglia assai fo lunga e fiera; Ma, per venire in ultimo allo effetto, Brandimarte lo agionse de Tranchera, E tutto lo divise insino al petto, Onde se fece drago incontinente, E fo gigante quel che era serpente.
Sì come in prima, per la coda il prese, E verso il cavalliero anco se calla, Tornando pur di novo alle contese; Ma Brandimarte il gionse in una spalla Et a terra mandò quanto ne prese, Nè già per questo il brando se aristalla, Ma giù callando a gran destruzïone Tutto lo fende insin sotto al gallone.
Come davanti se fôr tramutati, Questo è gigante e quello era dragone, E ben sei volte a ciò fôrno incontrati, Crescendo sempre più la questïone. Sei volte Brandimarte gli ha atterrati, Nè trova più rimedio quel barone, Onde dolente e con gran disconforto Senza alcun dubbio estima de esser morto.
Pur, come quel che molto era valente, Non avea al tutto ancor l’animo perso, Anzi con gran ruina arditamente Mena un gran colpo orribile e diverso, E gionse a mezo il busto del serpente Dietro da l’ale, e tagliollo a traverso. Quando il gigante vide quel ferire, Trasse via il resto e posese a fuggire.
Verso la porta, ove è la sepoltura, Fugge il gigante forte lamentando, Chè di quel che gli avenne avea paura. Il cavallier gli pose in testa il brando, E partil tutto insino alla cintura, Onde lui cadde alla terra tremando; Poi che in tal forma del compagno è privo, Moritte al tutto e non tornò più vivo.
Non era a terra quel gigante apena, Che il campïon che a l’altra porta stava, Ver Brandimarte venne di gran lena, Onde la zuffa qua se cominciava, E de gran colpi l’uno a l’altro mena, Ma sempre Brandimarte lo avanzava; E per conclusïone in uno istante Morto il distese apresso a quel gigante.
E Fiordelisa, quale era seguita Dentro alla loggia il cavallier soprano, Veggendo la battaglia esser finita Dio ne ringrazïava a gionte mano. Or la porta ove entrarno, era sparita, E per vederla se riguarda in vano; Ben per trovarla se affannarno assai, Ma non se vede ove fusse pur mai.
Onde si stanno, e non scian che si fare, E solo una speranza li assicura: Che quella dama che gli ebbe a cennare, Gli mostri a trarre a fin questa ventura. Ma, stando quivi in ocio ad aspettare, Cominciarno a mirar la depintura Che avea la loggia istorïata intorno Vaga per oro e per color adorno.
La loggia istorïata è in quattro canti, Et ha per tutto intorno cavallieri, Grandi e robusti a guisa de giganti, E con lor soprainsegne e lor cimieri. Sopra allo arcione e armati tutti quanti, Sì nella vista se mostravan fieri, Che ciascadun che intrava de improviso, Facean cambiar per meraviglia il viso.
Chi fu il maestro, non saprebbi io dire, Il quale avea quel muro istorïato De le gran cose che avea a venire, Nè scio chi a lui l’avesse dimostrato. Il primo era un segnor di molto ardire, Benchè ha lo aspetto umano e delicato, Qual per la Santa Chiesa e per suo onore Avea sconfitto Rigo imperatore.
Apresso alla Ada ne’ prati Bressani Se vedea la battaglia a gran ruina, E sopra al campo morti li Alemani, E dissipata parte gibillina. L’acquila nera per monti e per piani Era cacciata misera tapina Dal volo e da gli artigli de la bianca, A cui ventura nè virtù non manca.
Era il suo nome sopra alla sua testa, Descritto in campo azurro a lettre d’oro; Benchè la istoria assai lo manifesta, Nomar se debbe di virtù tesoro. Molti altri ivi eran poi de la sua gesta; E de’ gran fatti e de le guerre loro Tutta era istorïata quella faccia, Che è da man destra a lato alla gran piaccia.
Ne la seconda vi era un giovanetto Che natura mostrò ma presto il tolse; Per non lasciar qua giù tanto diletto, Il cel, che ne ebbe invidia, a sè lo volse; Ma ciò che puote avere un om perfetto De ogni bontate, in lui tutto se accolse: Valor, beltate e forza e cortesia, Ardire e senno in sè coniunti avia.
Contra di lui, di là dal Po nel piano, Eran Boemi et ogni gibillino, Con quel crudel che il nome ha di Romano, Ma da Trivisi il perfido Azolino; Che non se crede che de patre umano, Ma de lo inferno sia quello assassino; Ben chiariva la istoria il suo gran storno, Chè ha dame occise e fanciullini intorno.
Undeci millia Padovani al foco Posti avea insieme il maledetto cane, Che non se odì più dire in alcun loco Tra barbariche gente o italïane; Poi se vedeva là nel muro un poco Con le sue insegne e con bandiere istrane Di Federico imperator secondo, Che la Chiesa de Dio vol tor del mondo.
Di là le sante chiave, e in sue diffese L’acquila bianca nel campo cilestro, E quivi eran depente le contese E la battaglia di quel passo alpestro; Et Azolin se vedia là palese, Passato di sagitta il piè sinestro E ferito di mazza nella testa, E’ soi sconfitti e rotti alla foresta.
E la faccia seconda era finita De la gran loggia con lavor cotale. Ma ne la terza è lunga istoria ordita De una persona sopranaturale, Sì vaga nello aspetto e sì polita, Che non ebbe quel tempo un’altra tale; Tra zigli e rose e fioretti d’aprile Stava coperta la anima gentile.
Essendo in prima etate piccolino, In mezo a fiere istrane era abattuto, E non avea parente nè vicino Qual gli porgesse per pietate aiuto. Duo leoni avea in cerco il fanciullino, E un drago, che di novo era venuto; E l’acquila sua stessa e la pantera Travaglia gli donâr più d’altra fiera.
Il drago occise et acquetò e’ leoni, E l’acquila cacciò con ardimento; A la pantera sì scortò li ungioni, Che se ne avede ancor, per quel ch’io sento. Poi se vedea da conti e da baroni Accompagnato, con le velle al vento Andar cercando con devozïone La Santa Terra et altre regïone.
Indi se volse e, come avesse l’ale, Tutta la Spagna vidde e lo occeàno; È recevuto in Francia alla reale, Forse come parente e proximano. Error prese il maestro, e fece male, Chè non dipense come egli era umano, Come era liberale e d’amor pieno; Non vi capia, chè ’l campo venne meno.
La terza istoria in quel modo se spaccia; La quarta somigliava a questo figlio, Che, essendo fanciullin, fortuna il caccia, Vago e dipento e bianco come un ziglio, Di pel rossetto et acquillino in faccia; Ma lui sol a virtute diè di piglio, E quella ne portò fuor di sua casa; Ogni altra cosa in preda era rimasa.
Là se vedea, cresciuto a poco a poco Di nome, de sapere e di valore, Or con arme turbate et or da gioco Mostrar palese il generoso core; E quindi apresso poi parea di foco, In gran battaglia e trïonfale onore. In diverse regioni e terre tante Sempre e’ nemici a lui fuggon davante.
Sopra del capo aveva una scrittura Che tutta è de oro, e tale era il tenore: Se io vi potessi in questa dipentura Mostrare espressa la virtù del core, Non avria il mondo più bella figura, Nè più reale e più degna de onore; A dessignarla non posi io la mano, Però che avanza lo intelletto umano.
Or Brandimarte ciò stava a mirare, Tanto che quella dama venne giù, La dama che al veron gli ebbe a cennare. Come fo gionta, disse: Che fai tu, Perdendo il tempo a tal cosa guardare, E non attende a quel che monta più? A te bisogna quel sepolcro aprire, O qua rinchiuso di fame morire.
Ma, poi che quel sepolcro serà aperto, Ben ti bisogna avere il core ardito, Perchè altrimenti seresti deserto, E te con noi porresti a mal partito. Or, bei segnori, io mi credo di certo Che abbiate a male il canto che è finito, Chè non aveti al fine il tutto inteso; Ma a l’altra stanza lo dirò disteso.