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ORLANDO
INNAMORATO

Libro II · Canto XXVI

Il bacio al serpente

Per uscire dal palazzo incantato Brandimarte deve baciare un serpente; poi Doristella racconta come ha beffato il marito geloso.

In breve

Per uscire dal palazzo incantato Brandimarte deve aprire il sepolcro e baciare quello che ne esce: un serpente orribile che digrigna i denti. Dopo molta paura e un ripensamento lo bacia, e il serpente si trasforma in una bellissima fata, Febosilla. Per ringraziarlo, lei rende fatate le sue armi, cura il suo cavallo e gli chiede di riportare dal padre, il re della Liza, la dama che lo aveva guidato: Doristella.

Lungo la strada Doristella racconta la sua storia. Innamorata del giovane Teodoro, era stata data in sposa al gelosissimo Usbego, che la faceva sorvegliare giorno e notte dal servo Gambone. Con l'aiuto di Gambone e di un'astuta commedia, i due innamorati erano riusciti a ingannarlo, finché il marito l'aveva rinchiusa nel palazzo incantato. Il racconto è interrotto da una banda di ladroni: Brandimarte li sbaraglia e cattura il più furbo, Fugiforca, che lo supplica di non portarlo alla Liza.

Ascolta il canto

Le scene dell'audiolibro illustrato che raccontano questo canto. Ogni scena si apre nel lettore dal punto giusto.

Questo canto non ha scene dedicate nell'audiolibro, che racconta il poema in quindici capitoli scegliendo gli episodi principali.

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Per i più giovani · 8-11 anni

Per ragazzi

Brandimarte era chiuso nel palazzo incantato, davanti al sepolcro. «Aprilo» gli disse la ragazza del balcone, «e a quello che ne uscirà darai un bacio.» «Un bacio? Tutto qui?» rispose lui. «Ne darò dieci!» Sollevò il coperchio, e ne uscì un serpente orribile, con gli occhi di fuoco e i denti in mostra.

Brandimarte fece un salto indietro e mise mano alla spada. «No!» gridò la ragazza. «Se lo colpisci, finiremo tutti nell'abisso. O lo baci, o resti qui per sempre!»

Il cavaliere si avvicinò lentamente, pallido come un lenzuolo. Poi si tirò indietro. «Mi morderà, ne sono sicuro!» «Ti dico come salvarti e non mi credi?» protestò lei. Brandimarte si vergognò della sua paura. Un pensiero gli diceva di no, un altro di sì. Alla fine, metà coraggioso e metà disperato, baciò il serpente.

Fu come baciare il ghiaccio. A poco a poco il serpente si trasformò in una fanciulla bellissima, vestita di bianco, con i capelli d'oro. Era la fata Febosilla. Le fate, spiega il poeta, vivono moltissimo: dopo mille anni diventano serpenti, finché qualcuno non ha il coraggio di baciarle. Per ringraziarlo, Febosilla rese fatate le sue armi, cioè quasi impossibili da rompere, e guarì il suo cavallo. Poi gli chiese un favore: riportare la ragazza del balcone, Doristella, da suo padre, il re della Liza.

Per la strada Doristella raccontò la sua storia. Sua sorella, ancora bambina, era stata rapita da un ladrone sulla spiaggia della Liza, e nessuno l'aveva più rivista. Fiordelisa, la dama di Brandimarte, voleva farle una domanda. Ma lui la fermò sorridendo: «Lasciala continuare!»

Doristella voleva bene a un giovane, Teodoro, ma il padre l'aveva data in sposa a un altro, Usbego. Era così geloso che la faceva sorvegliare giorno e notte da un servo bruttissimo, Gambone. Con l'aiuto di Gambone e di tanti trucchi, però, i due innamorati riuscirono più volte a ingannarlo. Alla fine Usbego la chiuse nel palazzo incantato.

All'improvviso dal bosco uscì una banda di ladroni. «Fermo!» gridarono. Brandimarte li affrontò uno dopo l'altro, e le sue armi fatate lo protessero da tutti i colpi. Il più furbo era Fugiforca, grande e grosso, con un'accetta. Era così agile che saltava sulla groppa del cavallo, colpiva Brandimarte in testa, poi saltava giù e scappava gridando.

Rimasto solo Fugiforca, Brandimarte lo inseguì. Fugiforca saltò un cespuglio e ci restò impigliato con tutti e due i piedi, come una cornacchia in trappola. Brandimarte lo afferrò. «Verrai con me legato» disse, «e nella prima città la giustizia ti punirà.» Fugiforca scoppiò a piangere. «Fai di me quello che vuoi, ma non portarmi alla Liza!»

Perché quel ladrone aveva tanta paura proprio della Liza? Prova a indovinarlo, poi leggi il prossimo canto.

Il racconto

Il canto raccontato in italiano di oggi. I rimandi in oro portano alle ottave originali.

Gli amori dei tempi antichi ott. 1–3

L'amore dei cavalieri antichi per le loro dame, le battaglie, le avventure e i tornei fanno sì che i loro nomi vivano ancora, come se fossero in mezzo a noi.

Chi può sentire la storia di Tristano e della sua dama senza amarli, e senza pensare che la loro fine fu dolce e felice? Morirono nello stesso istante, abbracciati, viso contro viso, mano nella mano, cuore contro cuore. E Lancillotto e la sua bella regina mostrarono l'uno per l'altra un tale valore che, quando se ne parla, sembra che il cielo intorno bruci d'amore. «Fatevi avanti dunque, fanciulle e baroni» dice il poeta, «e ascoltate.»

Un bacio? Tutto qui? ott. 4–9

Avevamo lasciato Brandimarte davanti al sepolcro, dove l'aveva portato la dama. «Devi aprirlo» gli dice lei, «ma poi non devi avere paura: ci vuole coraggio. A quello che ne uscirà, darai un bacio.» «Come, un bacio?» risponde il cavaliere. «Tutto qui? Non c'è all'inferno un demonio così feroce che io non osi avvicinargli la faccia. Lo bacerò dieci volte, qualunque cosa sia. Su, togliamo quella pietra!»

Così dicendo afferra un anello d'oro attaccato al coperchio del sepolcro, e vede che nel marmo è scolpita una scritta: «Né la forza, né il tesoro, né la bellezza, che dura così poco, né il senno, né il coraggio hanno potuto impedire che io arrivassi a questa triste sorte.»

Brandimarte apre il sepolcro con la forza, ed ecco uscire fino al petto un serpente che fischia, con gli occhi di fuoco, e spalanca la bocca mostrando i denti. Il cavaliere fa un salto indietro e mette mano alla spada.

«Non farlo, per Dio!» grida la dama. «Ci farai precipitare tutti in quell'abisso! O baci il serpente, o muori qui.» «Come? Non vedi che digrigna i denti?» dice il barone. «E vuoi che lo baci? Ha uno sguardo così maligno che solo a guardarlo mi spavento.» «Anzi» risponde lei, «ti sta insegnando che cosa devi fare. Molti altri sono rimasti chiusi in quel sepolcro per vigliaccheria. Su, avvicinati e non avere paura.»

La paura di Brandimarte ott. 10–13

Il cavaliere si avvicina piano piano, per niente volentieri, e si china fino al serpente, che gli sembra così terribile e feroce che diventa pallido come un morto: «Se la sorte vuole che io muoia, sarà per un'altra volta: non voglio essere io a darle l'occasione. Sono sicuro, come vorrei esserlo del paradiso, che appena mi chino quel serpente mi salterà in faccia o mi morderà da qualche altra parte. È proprio così: altri prima di me sono caduti in questo gioco, e quella bugiarda mi incoraggia per vendicare il suo barone che ho ucciso.»

E si tira indietro. La dama si dispera: «Ah, barone vigliacco! Che cosa credi di fare? Hai tanta paura in corpo che ti farà morire di stenti. Gli dico come salvarsi e non mi crede! Così fa chi ha poca fede.»

A queste parole Brandimarte torna al sepolcro, pallido ma vergognandosi della sua paura. Un pensiero gli dice di no, un altro di sì. Alla fine, metà coraggioso e metà disperato, si avvicina al serpente e gli dà un bacio.

La fata Febosilla ott. 14–19

Appena lo bacia sulla bocca gli sembra di toccare il ghiaccio; e il serpente, a poco a poco, si trasforma in una fanciulla. È Febosilla, la fata che aveva costruito l'alto palazzo, il bel giardino e quel sepolcro dove era rimasta a lungo a soffrire. Una fata, spiega il poeta, non può morire fino al giorno del giudizio: resta nella sua forma per moltissimo tempo, mille anni o più, poi si trasforma in serpente e rimane così finché qualcuno non ha il coraggio di baciarla.

Febosilla è vestita di bianco, con i capelli d'oro e gli occhi neri, bellissima. Offre a Brandimarte tutto quello che può fare con la magia: rendere fatate le sue armi o il suo cavallo. E lo prega di accompagnare l'altra dama, quella che è sempre stata lì presente e si chiama Doristella, fino al mare di Siria: suo padre, il vecchio re della Liza, ricco di terre, di armi e di tesori, non desidera altro, perché non ha altri figli.

Brandimarte accetta le armi e il cavallo fatati, e promette di riportare Doristella sana e salva al padre. Ora la porta del palazzo è aperta, e lì davanti c'è Batoldo, colpito dal gigante con il drago: sarebbe morto, se Febosilla non l'avesse curato con succhi d'erbe e acque magiche. Poi la fata incanta la corazza, la maglia e tutte le piastre dell'armatura. Poi Brandimarte si congeda da lei.

La storia di Doristella ott. 20–29

Il cavaliere cavalca in silenzio tra le due dame, forse pensando ad altro. Allora Doristella, ridendo un po', dice: «Vedo che tocca a me raccontare qualcosa, perché chiacchierando la strada si accorcia. Vi racconterò come sono finita prigioniera in quel palazzo, e vi divertirete a sentire che a un geloso la sorveglianza non serve, e ben gli sta.

Mio padre Dolistone aveva due figlie. La prima, ancora bambina, fu rapita da un ladrone sulla spiaggia della Liza. Era promessa sposa al figlio del re d'Armenia, e di lei non si seppe mai più niente.»

Fiordelisa la interrompe per chiederle come si chiamava la madre; ma Brandimarte si volta sorridendo: «Per Dio, lasciala continuare, che voglio ascoltare!» E Fiordelisa, che gli vuole tanto bene, non apre più bocca.

«Il ragazzo promesso a mia sorella» continua Doristella, «crescendo era diventato bellissimo, e siccome una sua terra era vicina al castello di mio padre, veniva spesso a trovarci, da parente. Così elegante e cortese, mi fece innamorare; e anche lui si innamorò di me, forse perché io lo amavo: è proprio di ferro chi non ama quando è amato. Alla fine lui chiese a mio padre la mia mano, credendo che non fossi ancora promessa. Ma proprio quel giorno mi aveva chiesta in sposa quel malvagio furfante che tu hai ucciso al palazzo, per sua disgrazia, e il mio vecchio padre gli aveva detto di sì.

Pensa come maledicevo il cielo e la natura! Noi donne veniamo al mondo così sfortunate che uccelli, bestie e ogni altro animale vivono più liberi di noi. La cerva e la colomba amano e seguono chi vogliono, e io venivo data a non so chi. "Crudele Fortuna! Questo barbuto mi avrà e mi terrà sottomessa, e io non vedrò mai più chi amo? No, non sarà così, troverò il modo. Il proverbio dice che il ghiottone pensa una cosa e l'oste un'altra. Se potrò tenere nascosto il mio amore, bene; se no, lo farò sapere a tutti: per un giorno felice non mi importa di un mese brutto."

Il marito geloso ott. 30–36

Ma arrivò il giorno delle nozze: il mio bel cavaliere, Teodoro, restava a casa, e io dovevo andare a Bursa, in Anatolia. Mio marito era il governatore di Bursa, un turcomanno: dicevano che fosse forte e coraggioso, ma come marito non valeva niente. Ed era così sospettoso che mi sorvegliava come un castello: giorno e notte non mi lasciava mai, e non permetteva nemmeno al sole di vedermi.

Ma il cielo aiuta sempre chi ha bisogno: mio marito dovette partire con gli altri Turchi che passarono il mare per fare guerra a Vatarone, l'imperatore dei Greci. Aveva uno schiavo di nome Gambone, che era uno spavento a guardarlo: un occhio guercio e l'altro che lacrimava, il naso mozzato, tutto pieno di rogna. A lui mi affidò, perché si prendesse cura di me, minacciandolo di ogni tormento se si fosse allontanato dal mio fianco, di giorno o di notte. Pensa come restai, cavaliere: ero caduta dalla padella nella brace.

Ma Teodoro venne dall'Armenia a Bursa con molti tesori, e con quelli comprò Gambone, che ogni notte gli apriva la porta e lo faceva entrare da me. Ma un giorno, quando meno ce lo aspettavamo, mio marito tornò prima dell'alba e bussò alla porta prima che a Bursa si sapesse del suo ritorno. Pensa che spavento per me e per Teodoro, arrivato forse un'ora prima!

La beffa ott. 37–44

Gambone riconobbe subito la voce del padrone: "Siamo morti! È lui!" Anche Teodoro non sapeva che fare. Ma io trovai la via d'uscita: lo portai piano piano giù per le scale e gli dissi: "Appena mio marito entra, tu esci. Una volta fuori, chi potrà mai provare niente? Mio marito può gridare per mille anni, ma io non confesserò. Brontolerà: 'Tu mi inganni'. Povera la donna che non sa trovare una scusa! E se basterà un giuramento, glielo farò in faccia."

Intanto mio marito gridava alla porta, sospettoso per tutta quell'attesa, e Gambone imprecava ad alta voce: "Sia maledetto Macone, ho perso la chiave nella paglia del letto! Eccola, finalmente l'ho trovata: vengo subito!" Aprì la porta con gran rumore: e mentre Usbego, mio marito, entrava, alle sue spalle usciva Teodoro. Mio marito salì in camera, e io stavo lì tranquilla, come una sposa, fingendo di dormire.

Lui prese un lume e cercò sotto il letto e in ogni angolo, mentre io pensavo: "Cerchi invano!" Ma quel villano vide ai piedi del letto un mantello: era di Teodoro, che nella fretta l'aveva dimenticato. Allora mi disse insulti e offese di ogni genere, ma io non mi persi d'animo e negai tutto con la faccia tosta. Gambone, invece, chiedeva pietà a mani giunte, e credo che avrebbe confessato, ma mio marito, furioso, non volle nemmeno ascoltarlo.

Appena fu giorno lo fece legare dagli altri schiavi e ordinò che, dopo averlo portato in giro al suono del corno come si fa con i condannati, lo impiccassero. E quel geloso aveva tanta rabbia in corpo che voleva vederlo con i suoi occhi appeso alla forca: si mise addosso un gran mantello e un cappellaccio di feltro peloso, per non farsi riconoscere, e seguì le guardie.

I pugni di Teodoro ott. 45–52

Teodoro intanto si ricordò del mantello, cercò Gambone e lo trovò in quella disgrazia; ma si accorse subito anche di Usbego, che gli veniva dietro piano piano, nascosto nel mantellone. Allora, tutto contento, si scagliò su Gambone, gli diede un pugno sul naso e uno sul mento e gridava: "Mascalzone! Ladro! Furfante! Vai, vai alla forca, come ti meriti! Dov'è il mio mantello, imbroglione, che mi hai rubato ieri sera all'osteria? Magari fosse qui il tuo padrone, che gliene direi delle belle, e vorrei sapere se tocca a lui ripagarmi la mia roba! Ma se non avrò altro, mi pagherò a pugni!"

E giù pugni e calci senza sosta. Per Gambone non fu certo uno scherzo, ma fu proprio la sua salvezza. Usbego, vedendo quel giovane così infuriato, credette alle sue parole, come avrebbero fatto in molti: non lo conosceva, e non avrebbe mai immaginato che uno straniero fosse venuto da così lontano per un amore che lui credeva impossibile. Senza farsi riconoscere, fece riportare indietro Gambone e gli chiese in segreto che cosa avesse a che fare con quel ragazzo. Lo schiavo, che era un furbo matricolato, raccontò la storia così bene che gli fece credere un dito per un braccio, e salvò se stesso e me.

Non credere che quello spavento mi avesse scoraggiata: ci riprovai tante volte, perché il cielo aiuta gli audaci, e mi andò sempre bene. Ma la gelosia non lasciò mai mio marito, e alla fine si accorse di qualche brutto segno. Disperato, cercò un posto chiuso che nessuno potesse aprire, e alla fine trovò il palazzo incantato. Ma allora non c'erano né il gigante né il serpente che hai trovato davanti alla porta: quelli li ha messi apposta un negromante.»

I ladroni del bosco ott. 53–61

La storia non è finita, ma da un bosco esce una banda di ladroni, chi a piedi e chi a cavallo, gridando a più non posso: «Fermo, se non vuoi morire!» «Fermatevi voi su quel prato» risponde il cavaliere, «perché chi passa da questa parte farà bene ad avere buone armi!»

Uno di loro, Barbotta, crudele e spietato, gli viene addosso gridando: «Anche se Dio ti vuole salvare, io no!» Brandimarte gli va incontro e con Tranchera lo spacca fino al petto. Ma tutti gli altri lo colpiscono con furia, davanti e dietro, e se le sue armi non fossero state fatate da poco, non si sarebbe salvato. Il peggiore di tutti è Fugiforca, grande e grosso, armato di un'accetta: da quando è nato si merita la forca, ma nessuno riesce a toccarlo, tanto è agile.

Fugiforca gira intorno al cavaliere colpendolo con l'accetta; più volte salta sulla groppa del cavallo e colpisce Brandimarte in testa, ma appena lo vede voltare la spada salta a terra e fugge gridando. Brandimarte si vendica sugli altri, finché non ne resta più nessuno. Poi si lancia dietro a Fugiforca, che non lo aspetta e si sarebbe salvato, se non lo avessero colto la sfortuna e i suoi peccati.

Saltando un cespuglio, infatti, resta impigliato con tutti e due i piedi tra i rami di un arbusto, come una cornacchia presa al laccio che sbatte le ali, si dimena, becca e gracchia disperata. Brandimarte lo raggiunge e lo stringe forte tra le braccia. Non vuole colpirlo con la spada, perché gli sembrerebbe una vigliaccheria: «Ti farò morire come meriti. Verrai con me legato, finché non troverò un castello o una città, e lì, per la giustizia del signore, sarai impiccato con tutti gli onori.»

Fugiforca piangendo risponde: «Fai di me quello che vuoi, ma ti prego, per cortesia, non portarmi alla Liza, sul mare.» «Signori e bella compagnia» conclude il poeta, «per ora il mio canto è finito. Non tarderò a raccontare il seguito: Dio vi faccia tutti lieti e contenti.»

Parole difficili

  • baso ott. 4: bacio.
  • zuffelava ott. 7: zufolava, fischiava.
  • digrigna ott. 9: mostra i denti stringendoli, in segno di minaccia.
  • giorno del iudicio ott. 15: il giorno del giudizio universale, la fine del mondo.
  • Soria ott. 17: la Siria.
  • barbasoro ott. 17: gran signore, uomo potente e autorevole.
  • fatasone ott. 18: incantesimo che rende fatate, cioè invulnerabili, le armi o il cavallo.
  • zeloso ott. 21: geloso.
  • germana ott. 24: sorella.
  • giotto ott. 29: ghiottone; più avanti anche furfante.
  • Natollia ott. 30: l'Anatolia, nell'attuale Turchia.
  • Sobasso ott. 31: governatore turco di una città o di una provincia.
  • De la padella io caddi nelle brase ott. 34: dalla padella nella brace, cioè da una situazione brutta a una peggiore.
  • tabarone ott. 44: grande mantello, tabarro.
  • strepone ott. 47: imbroglione, briccone.
  • cètta ott. 56: accetta, piccola scure.
  • berbena ott. 59: un arbusto del sottobosco; qui i suoi rami intrecciati fanno da trappola.

Il testo di Boiardo

61 ottave · testo dell'edizione a cura di F. Foffano, Bologna, Romagnoli, 1906 (Wikisource)

1

Il vago amor che a sue dame soprane Portarno al tempo antico e cavallieri, E le battaglie e le venture istrane, E l’armeggiar per giostre e per tornieri, Fa che il suo nome al mondo anco rimane, E ciascadun lo ascolti volentieri; E chi più l’uno, e chi più l’altro onora, Come vivi tra noi fossero ancora.

2

E qual fia quel che, odendo de Tristano E de sua dama ciò che se ne dice, Che non mova ad amarli il cor umano, Reputando il suo fin dolce e felice? Che, viso a viso essendo e mano a mano E il cor col cor più stretto alla radice, Ne le braccia l’un l’altro a tal conforto Ciascun di lor rimase a un ponto morto.

3

E Lancilotto e sua regina bella Mostrarno l’un per l’altro un tal valore, Che dove de’ soi gesti se favella, Par che de intorno il celo arda de amore. Traggase avanti adunque ogni donzella, Ogni baron che vol portare onore, Et oda nel mio canto quel ch’io dico De dame e cavallier del tempo antico.

4

Ma dove io vi lasciai, voglio seguire, Di Brandimarte e sua forte aventura, Qual quella dama di cui vi ebbi a dire, Avea condotto a quella sepoltura, Dicendo: Questa converrai aprire, Ma poi non ti bisogna aver paura. Conviente essere ardito in questo caso: A ciò che indi uscirà, darai un baso.

5

Come! Un baso? rispose il cavalliero. È questo il tutto? Ora evvi altro che fare? Non ha lo inferno un demonio sì fiero, Che io non gli ardisca il viso de accostare. Di queste cose non aver pensiero, Che dece volte lo averò a basare, Non che una sola, e sia quello che voglia; Orsù! Che quella pietra indi si toglia.

6

Così dicendo prende uno annel d’oro, Che avea il coperchio de la sepoltura, E, riguardando quel gentil lavoro, Vide intagliata al marmo una scrittura, La qual dicea: Fortezza, nè tesoro, Nè la beltate, che sì poco dura, Nè senno, nè lo ardir può far riparo, Ch’io non sia gionta a questo caso amaro.

7

Poi che ebbe Brandimarte questo letto, La sepoltura a forza disserrava, Et uscinne una serpe insino al petto, La qual forte stridendo zuffelava; Ne gli occhi accesa e d’orribil aspetto, Aprendo il muso gran denti mostrava. Il cavalliero, a tal cosa mirando, Se trasse adietro e pose mano al brando.

8

Ma quella dama cridava: Non fare! Non facesti, per Dio, baron giocondo! Chè tutti ci farai pericolare, E caderemo a un tratto in quel profondo. Or quella serpe ti convien baciare, O far pensier de non essere al mondo: Accostar la tua bocca a quella un poco, O morir ti conviene in questo loco.

9

Come? Non vedi che e’ denti digrigna? Disse il barone; e tu vôi che io la basi? Et ha una guardatura sì maligna, Che de la vista io mi spavento quasi. Anzi, disse la dama, ella t’insigna Come dèi fare; e molti altri rimasi Son per viltate in quella sepoltura: Or via te accosta e non aver paura.

10

Il cavallier se accosta, e pur di passo, Chè molto non gli andava volentiera; Chinandosi alla serpe tutto basso, Gli parve tanto terribile e fiera, Che venne in viso morto come un sasso, E disse: Se fortuna vol ch’io pèra, Tanto fia un’altra fiata come adesso, Ma dar cagion non voglio per me stesso.

11

Così certo fossi io del paradiso, Come io son certo, chinandomi un poco, Che quella serpe me trarà nel viso, O pigliarami a’ denti in altro loco. Egli è proprio così come io diviso! Altri che me fia gionto a questo gioco, E dammi quella falsa tal conforto Per vendicare il suo baron che è morto.

12

Dicendo questo indietro se retira, E destinato è più non se accostare. Or ben forte la dama se martira, E dice: Ahi vil baron! che credi fare? Tanta tristezza entro il tuo cor se agira, Che in grave stento te farà mancare. Del suo scampo lo aviso, e non mi crede! Così fa ciascadun che ha poca fede.

13

Or Brandimarte per queste parole Pur tornò ancora a quella sepoltura, Benchè è pallido in faccia, come suole, E vergognosse de la sua paura. L’un pensier gli disdice, e l’altro vôle, Quello il spaventa, e questo lo assicura; Infin tra l’animoso e il disperato A lei se accosta, e un baso gli ebbe dato.

14

Sì come l’ebbe alla bocca baciata, Proprio gli parve de toccare un giaccio; La serpe, a poco a poco tramutata, Divenne una donzella in breve spaccio. Questa era Febosilla, quella fata Che edificato avea l’alto palaccio E il bel giardino e quella sepoltura Ove un gran tempo è stata in pena dura.

15

Perchè una fata non può morir mai, Sin che non gionge il giorno del iudicio, Ma ben nella sua forma dura assai, Mille anni, o più, sì come io aggio indicio. Poi (sì come di questa io ve contai, Qual fabricata avea il bello edificio) In serpe si tramuta e stavvi tanto Che di basarla alcun se doni il vanto.

16

Questa, tornata in forma de donzella, Tutta de bianco se mostra vestita, Coi capei d’oro, a meraviglia bella: Gli occhi avea neri e faccia colorita. Con Brandimarte più cose favella, E proferendo a dimandar lo invita Quel che ella possa de incantazïone, De affatar l’arme, overo il suo ronzone.

17

E molto il prega che quell’altra dama Che quivi era presente tuttavia, Qual Doristella per nome se chiama, Voglia condur su il mar de la Soria, Perchè il suo vecchio patre altro non brama, Che più filiol nè figlia non avia. Re de la Liza è quel gran barbasoro, Ricco de stato e de arme e de tesoro.

18

Brandimarte accettò la prima offerta De aver l’arme e il destrier con fatasone, Poi Doristella, sì come ella merta, Condurre al patre con salvazïone. La porta del palagio ora era aperta, Batoldo avanti a quello era, il ronzone: Quando del drago il gigante il percosse, Cadde alla terra, e più mai non se mosse.

19

E morto là serìa veracemente, Se Febosilla, quella bella fata, Soccorso non l’avesse incontinente Con succi de erbe et acqua lavorata. Poscia l’usbergo e la maglia lucente Et ogni piastra ancora ebbe incantata. Da poi ch’ebbe fornita ogni dimanda, Da lei se parte e a Dio la ricomanda.

20

In mezo alle due dame il cavalliero Via tacito cavalca e non favella, Però che forse aveva altro pensiero; Onde, ridendo alquanto, Doristella Disse: Io me avedo ben che egli è mestiero Che io sia colei che con qualche novella Faccia trovar lo albergo più vicino, Perchè parlando se ascurta il camino.

21

E più ancor tanto volentier lo faccio, Che io vi dimostrarò per qual maniera Fosse condotta dentro a quel palaccio, Ove son stata un tempo pregioniera; Et a voi credo che serà solaccio, Et odireti molto volentiera Come a un zeloso mai scrimir non vale E ben gli sta, chè è degno d’ogni male.

22

Due figlie ebbe mio patre Dolistone. La prima, essendo ancora fanciullina, Fu rapita per forza da un ladrone, Nel litto de la Liza alla marina. Per sposa era promessa ad un barone, Filiol del re d’Armenia, la tapina, Nè novella di lei se seppe mai, Benchè cercata sia nel mondo assai.

23

Or Fiordelisa, interrompendo il dire, Il nome de la matre adimandava: Ma Brandimarte, che ha voglia de odire, Un poco sorridendo se voltava, Per Dio! dicendo, lasciala seguire, Chè voglia ho de ascoltar, se non ti grava; E Fiordelisa, che lo amava assai, Queta si stette e non parlò più mai.

24

E Doristella segue: Il damigello Nel quale era promessa mia germana, Dapoi crescette, fatto è molto bello; Nè, sendo una sua terra assai lontana Ove stava il mio patre ad un castello, Spesso veniva la persona umana A visitarlo, sì come parente, Ben che non sia per quello inconveniente.

25

Andando e ritornando a tutte l’ore Di quanto dimorammo in quel paese, Mi piacque sì, ch’io fui presa d’amore, Veggendol sì ligiadro e sì cortese. Lui de altra parte ancor me avea nel core; Forse perchè io l’amava se raccese, Chè quello è ben di ferro et ostinato Il qual non ama essendo ponto amato.

26

Lui pur spesso ritorna a quel girone, E sempre il patre mio molto lo onora; In fin gli aperse la sua intenzïone, Credendo che io non sia promessa ancora; Ma quel malvaggio, perfido, bricone, Che occidesti al palazo in sua malora, Me avea richiesta proprio il giorno istesso, E ’l vecchio patre me gli avea promesso.

27

Quando ciò seppi, tu debbi pensare S’io biastemavo il celo e la natura; E diceva: Macon non potria fare Che mai segua sua legge e sua misura, Poi che mi volse femina creare, Chè nasciemo nel mondo a tal sciagura, Che occelli e fiere et ogni altro animale Vive più franco et ha di noi men male.

28

E ben ne vedo lo exempio verace: La cerva e la colomba tuttavia Ama a diletto e segue chi gli piace, Et io son data a non so chi se sia. Crudel Fortuna, perfida e fallace! Goderà adunque la persona mia Questo barbuto, e terrammi suggetta, Nè vedrò mai colui che mi diletta?

29

Ma non serà così, sazo di certo, Chè ben vi saprò io prender riparo. Se ogni proverbio è veramente experto, L’un pensa il giotto, e l’altro il tavernaro. Se lo amor mio potrò tenir coperto Che non lo intenda alcuno, io lo avrò caro, E non potendo, io lo farò palese; Per un bon giorno io non stimo un mal mese.

30

Io faceva tra me questo pensiero Che io te ragiono; ma il termine ariva Che andarne sposa mi facea mestiero. Io non rimasi nè morta nè viva, Chè Teodoro, il mio bel cavalliero, Si resta a casa, et io di lui son priva. A Bursa andar convengo, in Natollia, Ove mi mena la fortuna ria.

31

Sobasso era di Bursa il mio marito, E turcomano fo de nazïone; Gagliardo era tenuto e molto ardito, Ma certo che nel letto era un poltrone, Abenchè a questo avria preso partito, Pur che io gli avessi avuto occasïone; Ma tanto sospettoso era quel fello, Che me guardava a guisa de un castello.

32

E giorno e notte mai non me abandona, Ma sol de basi me tenea pasciuta, Nè il matino, o la sera, ni di nona Concede che dal sole io sia veduta, Perchè non se fidava di persona. Ma sempre a’ bisognosi il celo aiuta, Chè al mio marito fo forza di andare Con gli altri Turchi che han passato il mare.

33

Passarno i Turchi contra Avatarone, Che avea de’ Greci il dominio e l’imperio, E mio marito con molte persone Convenne andar, non già per disiderio. Avea egli un schiavo chiamato Gambone, Che a riguardar proprio era un vituperio; L’uno occhio ha guerzo e l’altro lacrimoso Troncato ha il naso, et è tutto rognoso.

34

A questo schiavo me ricomandava, Che de la mia persona avesse cura, E con aspre parole il minacciava De ogni tormento e de ogni pena dura, Se dal mio lato mai se discostava Nè tutto il giorno, nè la notte oscura. Or pensa, cavallier, come io rimase; De la padella io caddi nelle brase.

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Venne de Armenia in Bursa Teodoro, Quale io te dissi che cotanto amava, Per dare a l’amor nostro alcun ristoro; Et alla via più presto se attaccava, Chè portato avea sieco assai tesoro, Onde Gambone in tal modo acquetava, Che ciascaduna notte a suo diletto L’uscio gli aperse e meco il pose in letto.

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Ora intervenne fuor di nostra stima Che ’l mio marito gionse avanti al giorno, Et alla nostra porta picchiò, prima Che in Bursa se sapesse il suo ritorno. Or per te stesso, cavalliero, estima Se ciascadun de noi ebbe gran scorno, Io, dico, e Teodoro, il caro amante, Quale era gionto forse una ora avante.

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Incontinente il cognobbe Gambone Alla sua voce, chè l’aveva in uso, E disse: Noi siam morti! Ecco il patrone!’ E Teodoro ancor esso era confuso. Ma io mostrai del scampo la ragione, E pianamente lo condussi giuso, Dicendo a lui: Come entra il mio marito, Così di botto fuor serai uscito.

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Come sei fuora e ch’èn calati i panni, Chi avria giamai di questo fatto prova? Se mio marito ben crida mille anni, A confessar non creder che io me muova. Lui dirà brontolando: Tu me inganni. Trista la musa che scusa non trova! Se giuramento ce può dare aiuto, Alla barba l’avrai, becco cornuto!

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Or mio marito alla porta cridava, Di tanta indugia avendo già sospetto; E Gambone adirato biastemava E diceva: Macon sia maledetto! Chè de la chiave in mal ponto cercava, Quale ho smarito alla paglia del letto. Ecco, pur l’ho trovata in sua malora; A voi ne vengo senza altra dimora.

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Così dicendo alla porta callava, E quella con romore in fretta apriva; E, come Usbego, il mio marito, entrava, Alle sue spalle Teodoro usciva. Or, mentre che la porta si serrava, Il mio marito in camera saliva, Et io queta mi stava come sposa, Mostrandomi adormita e sonocchiosa.

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E mio marito prese un lume in mano, Cercando sotto al letto in ogni canto; Et io tra me dicea: Tu cerchi invano, Chè pur le corne a mio piacer ti pianto. Di qua di là cercando quel villano Ebbe veduto ai piè del letto un manto; Da Teodoro il manto era portato: Per fretta poi l’avea dimenticato.

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Ma come Usbego il manto ebbe veduto, Grandi oltraggi me disse e diverse onte; Per ciò non ebbi io l’animo perduto, Ma sempre li negai con bona fronte. Ora a Gambone bisognava aiuto, Il qual mercè chiedea con le man gionte, E credo che la cosa volea dire; Ma lui turbato mai nol volse odire.

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E già per tutto essendo chiaro il giorno, Agli altri schiavi lo fece legare, E a lor commesse che, suonando il corno, Sì come alla iustizia si suol fare, Poi che lo avean condotto alquanto intorno, Sopra alla forche il debbano impiccare; E tutti quei sergenti a mano a mano, Per far ciò che è comesso, se ne vano.

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Ma quel zeloso accolta avia tant’ira, Che desïava de vederlo impeso; Tanto l’orgoglio e ’l sdegno lo martira, Che nol vedendo mai non avria creso, E ratto a quei sergenti dietro tira; Ma prima in dosso un tabarone ha preso E un capellaccio de un feltron crinuto, Perchè dagli altri non sia cognosciuto.

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Ora Teodoro, essendo già scappato E per questo cessata la paura, Del manto se amentò che avia lasciato, E cominciò di questo ad aver cura. Cercando de Gambone in ogni lato, Lo ritrovò con tal disaventura Che pegio non può star, se non è morto; Ma de Usbego ancor fu presto accorto,

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Qual dietro gli veniva a passo lento, Nascoso e inviluppato al tabarone. Il giovanetto fu de ciò contento, E con gran furia va verso Gambone; Un pugno dètte al naso, e un altro al mento, E mena gli altri, e diceva: Giottone! Ladro! ribaldo! Or va, chè a questo ponto, Come tu merti, alla forca sei gionto.

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Ove è il mio manto, di’, falso strepone, Qual me involasti [i]ersera a l’osteria? Or fusse qua vicino il tuo patrone, Che ben de l’altre cose gli diria, E pur voria saper se di ragione Tu debbi satisfar la roba mia; E quando io non ne possa aver più merto, De pugni vo’ pagarmi, io te fo certo.

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Nè avea compite le parole apena, Che un altro pugno gli pose su il viso, Sempre dicendo: Ladro da catena! Ben ti smacarò gli occhi, io te ne aviso; E tutta fiata pugni e calci mena, Sì che la cosa non andò da riso Per questa fiata al tristo de Gambone, Benchè ciò fusse sua salvazïone.

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Perchè Usbego, mirando alla apparenza Del giovinetto che mostrava ffero, Alle parole sue dette credenza, Come avrian fatto molti de ligiero; Però che non avea sua cognoscenza, Nè avria stimato mai che un forestiero Fusse venuto tanto di lontano Per quello amor che lui stimava vano.

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Senza altramente palesarse ad esso, Fece Gambone adietro ritornare, E poi secreto il dimandò lui stesso Ciò che con quel garzone avesse a fare. Il schiavo, che era un giotto molto espresso, Seppe la cosa in tal modo narrare, Che per un dito fo creduto un braccio, E campò lui, e me trasse de impaccio.

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Non creder già che per questa paura Che era incontrata, io me fossi smarita, Ma più volte me posi alla ventura Dicendo: Agli animosi il celo aita. E benchè sempre uscisse alla sicura, Non fu la zelosia giamai partita Dal mio marito, e crebber sempre sdegni, E pur comprese al fin de’ brutti segni.

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E di guardarme quasi disperato, Se consumava misero e dolente, Sempre cercando un loco sì serrato Che non se apresse ad anima vivente; E trovò al fine il palazo incantato, Ma non vi era il gigante, nè il serpente, Qual ritrovasti alla porta davante: Questo a sua posta fece un negromante.

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Ragionava in tal modo Doristella Et altre cose assai volea seguire, Chè non era compita sua novella, Quando vide de un bosco gente uscire, Ch’è parte a piedi e parte in su la sella: Tutti erano ladroni, a non mentire. Ciascaduno di lor crida più forte: Colui s’affermi, che non vol la morte!

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— Stative adunque fermi in su quel prato, Rispose a quei ladroni il cavalliero, Chè, se alcun passa qua dal nostro lato, De aver bone arme gli farà mestiero! — Un che tra lor Barbotta è nominato, Senza ragione e dispietato e fiero, Gli vien cridando adosso con orgoglio: Se Dio te vol campare, et io non voglio.

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Quel vien correndo e ponto non se arresta, Ma verso lui se affronta Brandimarte, E tocca de Tranchera in su la testa, E sino al petto tutto quanto il parte. Ma gli altri a lui ferirno con tempesta, E se quelle arme non fosser per arte Tutte affatate, quanto ne avea intorno, Campato non serìa giamai quel giorno;

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Chè tutti quei ladroni aveva adosso. Non fo mai gente tanto maledetta; Chi lo ha davante e chi dietro percosso, E più de colpeggiar ciascuno affretta; Ma sopra a tutti gli altri un grande e grosso: Questo era Fugiforca dalla cètta, Qual, da che nacque, è degno di capestro, Ma non se può toccar, tanto era destro.

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Costui, girando intorno al cavalliero, Con quella cetta spesso lo molesta; E poi se volta e via va sì legiero, Che cosa non fo mai cotanto presta. Salta più volte in groppa del destriero, E prese Brandimarte nella testa; Ma come vede che gli volta il brando, Salta alla terra e via fugge cridando.

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Già il cavalliero a lui più non attende, E sopra a gli altri fa la sua vendetta, E chi per lungo e chi per largo fende: Ormai non vi è di lor pezzo, nè fetta. Poi dietro a Fugiforca se distende; Ma quel ribaldo ponto non aspetta, E de quel corso ben serìa scampato; Ma fortuna lo gionse e il suo peccato.

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Perchè, saltando sopra ad una macchia, Lo prese ad ambo e’ piedi una berbena, Come se prende al laccio una cornacchia, E lei battendo l’ale se dimena, E trà del becco e se dispera e gracchia. Ma Fugiforca non è preso a pena, Che Brandimarte, qual correndo il caccia, Gli gionse adosso e ben stretto lo abraccia.

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E non lo volse de brando ferire, Parendo a lui che fosse una viltate, Ma ben diceva: Io te farò morire, Sì come tu sei degno in veritate. Meco legato converrai venire, Tanto che io trovi o castello o citate; E là per la iustizia del segnore Serai posto alle forche a grande onore.

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E Fugiforca piangendo dicia: Quel che ti piace ormai pôi di me fare; Ma ben ti prego per tua cortesia, Che non mi mena alla Liza in sul mare. Ora, segnori e bella compagnia, Finito è nel presente il mio cantare. A l’altro racontar non serò lento; Dio faccia ciascadun lieto e contento.